Dinamismo e trascendenza

Dinamismo e trascendenza, immobilismo e immanenza; anche se, mi fido dell’etimo, l’opposto del dinamismo (non dinamite) pare sia il meccanismo, mentre della trascendenza, sovrumanità, dovrebbe essere l’immanenza.

Tutto regolare – secondo regola – se vi confà.

Forse non funziona così, forse tutto ciò che possiamo pensare – immaginare – è reale, o viceversa:

tutto quello che ci disegna, ci rende reali. Una questione antica quanto la prima ameba.

Come dice l’artista secolare (quasi) Angelo Pistoletto: “nella mia stupidità mi pongo una domanda alla quale rispondo: io ci sono, qualcosa mi ha creato e questo qualcosa esiste da dentro. Arte e scienza con la formula della creazione non possono fornire risposte oltre. Dio, quindi, può essere un’intuizione”.

Con l’immaginazione siamo in grado di creare meraviglie, ma con l’intuizione, ‘tocchiamo’ la trascendenza, almeno la sfioriamo. La percepiamo, capirla chissà, visto che difficilmente capiamo noi stessi, in primis. Per eventuali chiarimenti, contattare un certo Socrate.

Nell’era orizzontale della crassa ignoranza, ci dibattiamo tutti – la maggior parte – nell’analfabetismo, vero e proprio, di ritorno e in quello religioso; utile però ai voraci del mercato che non dorme mai, quello politico, presunto tale, divenuto da decenni vassallo servente e sciocco di quello economico, tiranno crudele di tutti e di tutte. Le risorse preziose e insostituibili, nel desolante dettaglio.

Credenti o meno, abbiamo dilapidato un patrimonio immenso, comune che ci apparteneva, ci rendeva – anche inconsapevolmente – più colti, disponibili, aperti e comprensivi verso gli altri. Creando un paradosso: le appartenenze confessionali, nemmeno si trattasse di casacche partigiane di club calcistici, sono divenuti motivi profondi, insanabili di contrasti mortali. Lo conferma Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese, organismo di vertice della chiesa che si ispira a Valdo, la cui missione fondamentale è garantire pace e diritti. A chiunque.

David Quammen, saggista e scrittore scientifico statunitense, autore del fortunato e vendutissimo Spillover, rammenta che “Homo sapiens è una forma molto complicata di fauna selvatica“. Tracciare un confine netto tra natura e presenza umana rappresenta una delle cause scatenanti delle crisi in atto, non ultima quella ambientale, sulla quale troppo spesso preferiamo distogliere lo sguardo o accettare spiegazioni semplicistiche e sciocche.

Religione e ambientalismo, potrebbero sembrare argomenti lontani, conflittuali, con poca o nessuna affinità, eppure, con lasso di riflessione appena superiore – per tempo e impegno – ci rendiamo conto di quanto siano convergenti. E fondamentali. Se aborrite gli ‘ismi‘ come fonti d’integralismo acritico, optate tranquilli per l’ecologia, ma l’esito finale non muta.

Non serve essere fan scatenati di papa Bergoglio, né appartenere a qualche degenerazione trasformata in culto ambientalista religioso per una considerazione pacata, ma lucida: possiamo raccontarci infinite teorie filosofico scientifiche, ma noi ‘bestie umane‘ siamo parte della Natura, non estranee, tantomeno superiori o, peggio, padrone. Tutte le successive conclusioni e soprattutto decisioni operative discendono da questo.

Casomai, ‘sfruttando’ ancora la visione del saggista Quammen: “gli umani sono stati una parte naturale degli ecosistemi dalla loro comparsa. Innaturale è l’impatto del potere tecnologico, la sovrabbondanza della nostra popolazione, la voracità dei nostri appetiti“.

Religiosi, ecologisti, o meno, siamo già terribilmente in ritardo; dovremmo almeno essere razionali, anche ricorrendo a “piacere, divertimento, speranza“, perché non è troppo tardi per giungere a un rapporto equilibrato e sostenibile tra le nostre esigenza e quelle della Natura:

a patto di includere lo studio della storia, della filosofia, della letteratura, delle neuroscienze e della virologia, ma anche di arte e musica“.

Vasto programma, come usa considerare oggi;

ma necessario.

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