Row of aged leather-bound books beside a worn vintage leather ball on wooden shelf

Predatori, prede

Ci crediamo grandi predatori, siamo prede; tutte e tutti, più o meno, senza soluzione di continuità. Qualcuno, dotto, prima o poi, mi spiegherà il significato.

In fondo, prendere coscienza – quanto ci manca, la coscienza – di essere una bella, appetitosa preda, non sarebbe nemmeno così male. Avendo a disposizione il tempo giusto, l’opportunità. Grazie per la stessa.

Pare che gli insopportabili (la volpe e l’uva docet) mondiali di calcio – maschili? nel paese del fischiatissimo ‘disturbato in capa’? Canada e Messico, almeno ci sono – comincino davvero, però sarebbe allettante leggersi una storia popolare degli stessi, magari grazie a un romanzo disegnato, pubblicato meritoriamente dalle tipe e dai tipi di Tunué.

Così, scoprire che la vera storia – non solo dello sport, di questo in particolare – è lontana assai dalle gesta epiche dei campioni più mediaticamente celebrati; esiste anche quella, per carità, nessuno lo nega, però il calcio, in quanto passione popolare globale (anche nelle zone della Terra più impervie e impensabili), fu, è, anche oggi, nonostante il business e intrallazzi vari, sarà in futuro, un potentissimo strumento di emancipazione.

Pagina dopo pagina, immagine dopo immagine, mentre le parole raccontano vicende sorprendenti, scopriamo che a ogni latitudine, una partita di pallone – su terreni impossibili, perfino con palloni ‘inesistenti’ – ha travalicato la semplice essenza sportiva, per accompagnare le lotte degli operai, dei movimenti femministi, dei militanti anticolonialisti, dei giovani dei quartieri popolari, esclusi dalla possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita.

Nonostante si giochi con i piedi, la materia grigia è fondamentale: storie popolari, dunque, raccontate ‘dal basso’, alcune poco conosciute, diversissime dai palcoscenici invasi da lustrini e paillettes, perché il calcio sa diventare “messaggio e strumento di sovversione, di generosità“.

Quotidianamente, udiamo i soloni da bancarella rionale, strepitare sulla ‘necessità assoluta della sicurezza’, della ‘sicurezza’ quale valore primario delle società contemporanee. Ci sarebbe da sorridere – pensando anche solo per un momento alla nostra natura umana, fragile, limitata, transeunte – se questo strepito incessante, invasivo, inarrestabile (anche dal punto di vista giudiziario), non producesse danni sociali gravi, inquinanti, come le plastiche e le microplastiche.

Il sociologo David Le Breton ha voluto invece dedicare il suo saggio più recente, Il rischio della scelta (Mimesis Edizioni), agli imprevisti che, specie negli ultimi anni – basti rammentare il covid, ma anche il ritorno prepotente di altri virus, o, tragedia assoluta, delle guerre sul Pianeta – ci stanno angustiando, assediando, modificando in peggio le nostre vite. Per lo studioso, l’incertezza da cui ci sentiamo attanagliati, è un valore: “Non correre rischi, è un rischio in sé, il rischio di stagnare, di impantanarci nella routine. E’ condannarsi a non cambiare mai le cose, anche se non sono ideali, permanere in uno stato di sottomissione o di infelicità“.

Esiste poi chi, Valter Tucci, che lavora nel dipartimento di Anatomia e Neurobiologia dell’università di Boston, vagheggia una ‘repubblica delle prede’, ispirandosi alla biodiversità (altro mantra, molto straparlato, poco praticato), “da osservare come modello virtuoso“.

Oggidì, i grandi predatori sono propagandati come vincenti, invulnerabili, quando, all’opposto, sono forse più vulnerabili delle loro stesse prede, legati alla ripetitività di uno schema, capaci di ridurre la realtà (la vita) e dominare solo grazie a una visione semplicistica del tutto, in perenne mutazione.

La preda, al contrario, se vuole sopravvivere, “deve creare una mappa del rischio, sa dove muoversi se intende trovare cibo, scegliere il momento di esporsi per procurarselo. Dalla comprensione esatta di questi vincoli, dipende la sua esistenza. Una delle peculiarità delle prede, è saper gestire i vincoli dell’ambiente sempre in modo nuovo. Noi umani abbiamo bisogno di tutto il repertorio delle variazioni genetiche. Puntare su un genoma vincente, si rivela perdente“.

Tucci ha voluto esporre le proprie intuizioni, dalle scienze supportate, nell’illuminante saggio L’intelligenza delle prede. I poteri dei vulnerabili cambieranno il mondo (Bompiani); “Tra tutti i modelli animali possibili, abbiamo preso il peggio: quello del predatore (a più di qualcuno fischieranno le orecchie, nonostante la nulla frequentazione libraria), il più semplice, il più stupido“.

Basterebbe rammentare ai tanti, troppi ‘Rodomonti Spaccamontagne’, che di solito, “se si verifica un rischio ambientale grave, le prede trovano il modo di sopravvivere, i predatori, no“.

Le specie che sopravvivono, molto spesso, non sono le più forti, né le meglio armate; sono quelle che sanno destabilizzare, incrinare la lettura del mondo degli avversari“.

Noi umani (ex?), per primi, con o senza pallone – grazie a un pallone e a dei libri – dovremmo saperlo molto bene.

Hand intertwining glowing colorful threads in a star-filled cosmic space

Contenuti

Concetti, pensieri, lemmi: contenuti, non sbraitati.

In un lungo, faticoso, oneroso periodo storico in cui tutti appaiono, – ma, quindi, chi esiste davvero? – tutti ululano, tanto che la povera Luna vorrebbe emigrare sul lato oscuro di sé stessa, qualcuno, invece della piena, sfolgorante, accecante luce (dei riflettori), deambula lentamente, pigramente anelando la frescura rilassante dell’ombra.

Non il contrario del chiarore, come sostiene convinto e convincente Maurizio Maggiani, “perché l’ombra non è assenza di luce, ma qualcosa di più mite, simile a un barlume che può esaltare un frammento di questo (di quello che crediamo nostro, su questa Terra; ndr) tutto“.

Scopriamo insieme all’intellettuale – forse, lo sapevamo già, istintivamente – che con la calma, la tranquillità dell’ombra, la nostra mente partorisce “pensieri interessanti“. Il Cielo sa quanto ne avremmo bisogno, necessità: sia come appartenenti alla comunità umana, sia individualmente: quelli che ricoprono incarichi amministrativi, politici, dirimenti per la sorte di intere popolazioni.

Come Maggiani, avremmo bisogno di “una vista tattile, uno sguardo angolato, togliersi di mezzo per riuscire a vedere, un po’ come accade nei sogni“.

Fare festa, celebrare il compleanno della Res Publica, ma cogliere l’aporia insuperabile nel perseverare a allestire un’imponente parata militare per coccolare, con rispetto e amore, la nostra democrazia parlamentare che, dettaglio fondamentale, ripudia la guerra e accoglie i bisognosi. Almeno, sulla Carta.

Sarebbe magnifico, auspicabile, divenire tutti un pochino artisti, non per trasvolare di nuvola in nuvola, ma per accorgersi dell’ornamento delle cose secondarie. Ci farebbe un grande, opportuno, necessario bene: infinito.

Max Gazzè, con questa idonea locuzione, ha composto un album di 20 canzoni, un unico, totale inno ai dettagli, ai particolari della vita; “da giovani il nostro sguardo è prettamente diretto (meno o per nulla capace di scandagliare, cogliere i dettagli), mentre da adulti la visione diventa più ampia, più periferica. Ho voluto accordare gli strumenti a 432 hz, invece dei consueti 440: 432, come i Pink Loyd, accordatura aurea per la registrazione magistrale di – caso stupefacente e attentissimo – The Dark side of the Moon. Gli strumenti, così, hanno a disposizione molte più armoniche, molte più frequenze e sappiamo quanto la musica interagisca con il corpo di chi la suona, di chi la ascolta“.

Una sorta di ‘divina connessione‘ che potenzia e amplia a dismisura le capacità riflessive e percettive della nostra mente: diapason di materia grigia.

Contengo moltitudini, senza dubbio, come diceva il mio capitano poeta Walt Withman, eppure vorrei essere contenuto; nel senso di participio passato aggettivato: misurato, limitato, moderato.

Auspicabilmente – e anche abilmente – tutti dovremmo preferire un posizionamento laterale, non al centro della scena, dell’azione, dell’attenzione; come avviene nella dimensione onirica, sottolinea ancora Maggiani, dove “l’io al primo posto, ad esempio nella battaglia di Waterloo, impedisce di capire cosa sia accaduto davvero“.

Trasferirsi bagagli e strumenti in periferia, maturare una visione ampia e profonda, farsi attraversare dalle armonie elettromagnetiche, “perchè il nostro piccolo corpo mortale è costituito da questo stato della materia“. Gazzé dixit, ancora lui.

Viviamo in un mondo di sinfonie, sarebbe sempre il momento di percepirle, tutti insieme, di vibrare all’unisono per rendere le nostre realtà il concerto comunitario più splendido;

tripudio corale che cambierà segno alla nostra Storia.

Crowd watching a live band on stage with colorful magical swirls and pink hot air balloons

Ispirazione

I tempi sono rosa: dovrebbero, vorrebbero esserlo.

Non rosa, come fu la notte di Tozzi, al secolo, il cantante torinese Umberto; che con i brani interpretati nella sua carriera, ha spesso accompagnato più generazioni e, anche, probabilmente, fornito ispirazioni, per parole e sentimenti.

Giorni rosa, i prossimi in Friuli, con l’atteso passaggio della carovana del Giro – non del mondo, in 80 tappe – ma d’Italia (compresi gli ‘sforamenti’ all’estero, Bulgaria e Svizzera, mentre si tornano a erigere muri e fili spinati, ma le regole del marketing sono intoccabili). Gli atleti si cimenteranno nella doppia ascesa verso Piancavallo, ma gli occhi, le menti e soprattutto i cuori dei veri appassionati, saranno in particolare rivolti a lui, Marco Pantani. Proprio qui volteggiò con la sua fedele Bianchi (bicicletta) e scrisse una delle pagine più belle, indimenticabili, di questo sport meraviglioso.

Certo, oggi notiamo – considerazione bonaria – meno poesia, meno poeti (nessuno? speriamo di no), meno artigianato, meno, anzi, nessun folklore, eppure, i suoi graffi alla vita, le sue braccia alzate verso/contro il cielo resteranno leggendarie per chi, come lui, sogna ancora e sempre “il Sole che non tramonta mai“.

Ci andrebbe bene, di lusso, essere liberi cittadini anche solo della dimensione onirica.

Ispirazione, questa sconosciuta: l’etimo coadiuva: purtroppo, non risolve.

Fuori di dubbio, ha molto a che fare con il respiro, nostro soffio vitale. La derivazione è latina, ispirare deriva da inspirare. Naturale, naturalmente. Gli antichi, Greci e Latini senza distinzioni, prendevano le cose seriamente e, rispetto a noi adesso (poco intelligenti, anche senza artifici tecnologici) la sapevano lunga: quindi, l’ispirazione, era opera di uno spirito divino che attraverso un’azione soprannaturale determinava la volontà stessa dell’Uomo o degli Uomini, rivelando alle menti alcune verità, stimolandole a pensare, agire, creare opere letterarie e/o artistiche, per condividerle con la Comunità.

Per estensione, sempre noi, nel passato recente, che appare remoto o addirittura inesistente, ogni “impulso o idea felice che sgorga nell’animo quasi per suggerimento delle, o di una, divinità“. Magari, per gentile concessione eterea ai più meritevoli o, semplicemente, più simpatici. A insindacabile giudizio delle entità trascendenti. Per chi crede, o spera, tenacemente.

Planiamo al dunque, giungiamo all’argomento di interesse, auspico ‘Generale’, personale e lo dichiaro senza infingimenti; “stato di entusiasmo, di eccitazione fantastica in cui l’artista crea la sua opera“. Qualcuno argomenta di ‘attesa dell’ispirazione’ per creare, di contro, di ‘mancanza d’ispirazione’, per giustificare lunghe o totali fasi di inattività, “crisi da pagina bianca” – horror vacui, per fingere cultura – , nel caso degli scrittori.

Mister Rimmel, alias Francesco De Gregori, ammette che “da 10 anni non scrivo più canzoni“. Peccato, però può permetterselo, lui. Autore di autentici e svariati capolavori, con musiche e parole mai banali, antitesi e cura rispetto alla sciatteria imperante.

Non sento più ribollire in me l’ispirazione“, racconta tranquillo, fedele al suo stile, indifferente alle mode del tempo, ai modi degli artisti contemporanei (veri o presunti). “Faccio l’artista, non dico dal palco quello che la gente dovrebbe pensare sulla politica, non mi ergo a maestro“. Già, gli artisti e le loro opere sono altro, oltre kronos, non si piegano a diffondere ideologie, propaganda (di qualunque tipo), non reclutano folle di proseliti.

Da ragazzo, avrò avuto 16/17 anni, dopo il suicidio di Luigi Tenco, giurai a me stesso che, se fossi riuscito a diventare cantautore, non avrei mai partecipato al festival di Sanremo, per nessun motivo“.

Mentre noi, di nuovo, tentiamo di emulare il coraggio e la fantasia della donna cannone, ma se non ci affretteremo a scompigliare il destino che pochi altri stanno scrivendo per noi – senza trasformarci magicamente, necessariamente, in poeti o artisti –

finiremo presto per tentare di rubare il necessario alla sopravvivenza nei supermercati.

Hiker walking on forest trail surrounded by themed words like adventure, mystery, wilderness, and legends

Stiamo perdendo

La sensazione è diffusa:

non solo dello scrivente inadeguato – inguaiato – ma di tutte e tutti.

Stiamo perdendo, lo avvertiamo, in modo generalizzato e nemmeno troppo silenziosamente.

Ogni situazione ci sfugge dalle mani, si divincola, si complica e noi, rassegnati e vuoti, sembriamo solo attendere – non Godot, magari – la conclusione, nota, dell’agonia.

Due psicologi negli Stati Uniti, Valeria Pfeifer e Matthias Mehl, hanno studiato per anni un fenomeno preoccupante e, increduli, hanno certificato che gli esseri umani – giusto definirli ancora così? – tra il 2005 e il 2019 hanno perso di brutto: le parole.

Più i giovani, certo, nati, non per colpa loro, nell’era digitale, ma anche gli adulti e gli anziani, quelli che in teoria, dovrebbero, potrebbero – nati in epoche analogiche, per intenderci – scambiare ancora quattro chiacchiere ‘leggere’, o, perfino inutili e noiose; fino a qualche anno fa (sembrano trascorse ere geologiche) costituiva un arricchimento personale. Nonostante tutto.

Non citiamo poi quanto accaduto dalla pandemia in poi: isolamento sociale, smart working (telelavoro, se preferite dimostrarvi antiquati, paleolitici, come gli Antenati), app di messaggistica stanno completando l’omicidio. Del resto, già qualche anno fa, prima del covid, capitava di osservare in pizzeria famiglie che arrivavano, si sedevano e tutti, all’unisono, chinavano le capocce sugli schermi azzurri degli smartphone. Senza scambiarsi una parola, uno sguardo; senza badare nemmeno i poveri camerieri, imploranti almeno un cenno. Del resto, perché? Inutile.

Perdiamo nel vento – anzi no, sarebbero al sicuro – 338 preziose parole ogni anno; una persona disperde, smarrisce, dilapida (al momento, in futuro, continuando così, sarà molto peggio) circa il 30% dei lemmi comunemente impiegati. Un tempo.

Un tempo parlavamo anche con gli Alberi. Quando ancora vivevamo nella Natura; sapendo utilizzarne le risorse in comodato d’uso, sapendo che eravamo uno dei molteplici elementi della stessa, non i presunti padroni dell’Universo, separati, isolati da tutto.

Stefano Mancuso, scienziato, saggista e neurobiologo vegetale di fama mondiale, nella prefazione al suo saggio più recente, ‘Chiedilo agli Alberi‘ (per i tipi di Ponte alle Grazie), ci racconta che: “Per la quasi totalità della nostra storia evolutiva, l’essere umano non si è limitato a vivere nella natura; è stato natura“.

La follia autolesionista è stata rinchiuderci in scatole di cemento, ferro e vetro, di illuderci che luci artificiali e aria condizionata ci avrebbero preservati (o “non avrebbero avuto conseguenze“) dai cicli della Natura, dai suoi ‘cambi d’umore’. La soluzione di tutti i nostri problemi ambientali – per gli altri, ci vorrebbe un ulteriore scatto: d’intelligenza – sarebbe il riavvicinamento a “quel mondo verde da cui ci siamo allontanati, ristabilendo con esso una corretta (sana e giusta, ndr) relazione“.

Non dovremmo trascurare mai che, in quanto animali intelligenti (dimostriamolo, una buona volta): “Il nostro cervello trova nella Natura la sua condizione originaria, riportandoci a uno stato di calma vigile che è la nostra condizione naturale”.

Perdiamo le Parole, perdiamo il senso di appartenenza alla Natura, perdiamo Cultura, nel disinteresse totale – non si tratta di una novità o di una sorpresa, purtroppo – delle istituzioni; quelle, inseguono altri interessi, elettoralistici e finanziari. Eppure, qualcosa si muove, costituisce, in nuce, un primo tassello risolutivo alle nostre, tante, troppe ambasce.

Da Balad-el-fil (arabo antico), Katane (greco antico), o Catania, giunge una proposta culturale dal basso – per così digitare e tentare di capire – e i protagonisti di questa offerta sono i tanto vituperati giovani, quelli che scelgono di non partire, di valorizzare la propria terra originaria, respingendo le trame politiche, a base di ‘grandi eventi’ specchietti per allodole, cominciando “dall’apertura di spazi accessibili“. Per la gente etnea, per tutti.

Bisogna costruire qualcosa che permanga, ovviare al modello per cui si capitalizza per pochi giorni l’indotto culturale attorno a un grande evento, mentre per tutto il resto dell’anno luoghi e persone diventano trascurabili, quando le illusorie luci della ribalta si spengono“. Questa l’opinione autorevole di Simone Dei Pieri, direttore artistico della fiera internazionale del libro ‘Catania book festival‘.

Parole, Alberi, Cultura: ritrovarli, custodirli, rigenerarli. Parlare, di nuovo, con gli esseri umani, parlare, ancora, con gli Alberi, farci ispirare dalla loro saggezza maestosa, salvaguardare e propagare Cultura, nostro unico, vero, irrinunciabile tesoro.

Forse così, il Consesso umano potrà salvarsi, potrà (ri) vivere.

Books transforming into birds flying upward with a person holding an open book

Solo, con le parole

Solus, solitario; che sta da per sé, unico.

Come avverbio, vale, equivale a solitamente, con un’accezione lievemente differente rispetto al lemma; ci sono poi interessanti derivazioni: solamente – mente sòla, auspicabile non nel senso di truffa romanesca – , soletto, solitudine, solingo, solissimo, ma anche assolare (non esporre al sole, ma ridurre a uno solo), soliloquio (pratica assai comune), solitamente.

Solo e pensoso, vo compulsando e fotografando, per i più solitari campi…

La citazione, corretta e colta, sarebbe, è:

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi
.

Lungi da me credere e millantare di essere un intellettuale, un esperto di Poesia o di solitudini agresti; forse, ‘solo’ un estimatore, un ignorante pellegrino, appassionato di elegie, verdi praterie, acque cristalline.

Anche rimpiangendo o soffrendo maledettamente per un amore, per Amore.

Evviva i Canzonieri – rime nate per essere cantate – , evviva Francesco, Petrarca.

Come dice Han Kang, ex libraia e scrittrice sudcoreana, “c’è molta sofferenza e violenza al mondo, ma tutto ciò fa sì che l’amore si rifletta in modo ancora più grandioso. In fondo, ciò che ci fa vivere, in questi tempi bui (altro che Medioevo, ndr), è solo l’amore“.

Un candido petalo di orchidea, anche lui solingo e ramingo, vola sul mondo, lasciandosi cullare sulle ali del vento, perlustrando, illuminando contrade e sentieri, carezzando la memoria – individuale e collettiva – , stimolando delicatamente la parola; nell’auspicio che le parole fluiscano, copiose, armoniche, con tutto il loro salvifico potere.

Perdersi (ritrovarsi?) in Patagonia – niente agonia, per favore – , alla fine della Terra; imbattersi in uno strano marinaio, eremita dal caos umano, una specie di Corto Maltese, che narra una storia, la sua storia, reale o immaginaria, “a gocce e sprazzi, come una parabola poetica“.

Abbarbichiamoci a queste fragili, magnifiche parole, prima di tramutarci definitivamente in ombre senza voce, cancellata/cancellati da un vortice senza vero senso, annientati da “contrasti morali, solitudini urbane, nella morsa tra i monasteri di un’antica fede e la mostruosa civiltà dei grattacieli“. Come fossimo personaggi di un romanzo nero nipponico, cittadini di “una metropoli, megalopoli, afosa e insonne“.

Circondati, assediati, bloccati con le spalle al muro – metaforico, non troppo – dagli oligarchi del denaro, dalla politica imbelle, dalle ipocrisie reiterate sulle ‘nazioni’, forse potremmo difenderci, salvarci, pensando che proprio quando ci sentiamo sopraffatti, ormai segregati in un vicolo malfamato e cieco, abbiamo le potenzialità per mobilitarci, collettivamente, in nome e per il bene comune; abbiamo le potenzialità per redimerci, riscattarci e restare/ridiventare umani grazie all’amore, “nostra unica e vera patria“. Anzi, ‘Matria’. Qui e ora.

Anche le teorie astronomiche – non ‘Has Fidanken’, caro angelo – , dopotutto, non sono affidabili; i dotti e complicati modelli matematici, quindi, anche le conseguenti dispute accademiche, non sono garanzia di certezze o, almeno, punti cardinali inequivocabili, indiscutibili. Anzi.

La morale, qualora esistesse, è che, alla fine, l’Universo fa quello che vuole.

Francois Bouchet, astronomo, dixit.

Per noi, però, consolazione e rifugio sicuro, restano le parole, quelle ispirate, suggerite dall’Amore:

unico modo di conoscere, conoscerci, unica vera ‘piattaforma’ per esprimerci.

Purple flower growing in sandy desert with dunes and mountains in the background

Smobilitazione

Coltiviamo la tenace pianta della pazienza, senza cullarci nell’inazione, senza crogiolarci nel ruolo di vittime.

Non sempre si può morire, non sempre possiamo cavarcela con la totale ritirata strategica eterna; dovremmo porci con responsabilità, umana, un obiettivo alto, ma raggiungibile, concreto: realizzare, come avrebbe detto qualcuno, “un’opera struggente, di un formidabile genio“.

Di tutti, in favore e per il bene di tutti.

Come fecero Erminia ed Ermes, con naturalezza, per indole, come sapessero riconoscere senza sforzo, il bene e il male; come sapessero perseguire, costruire il primo, definendolo con chiarezza cristallina, adamantina, in purezza. Senza equivoche commistioni, senza errore.

Anche sotto un finimondo di polvere, frastuono, macerie; anche nel mezzo di un terremoto fortissimo, lunghissimo, tragico. Un terremoto che avrebbe potuto essere epilogo, di ogni cosa, o – arduo anche solo da immaginare – punto (critico) di ripartenza. Un palinsesto palingenetico, perdonate il funambolismo linguistico, il caracollare audace di palo in frasca.

Come una donna durante gli infami giorni finali della II guerra mondiale, una madre che fugge dalla devastazione di un bombardamento, ma, resasi conto che la famiglia non ha più nulla, nemmeno un tozzo di pane, corre indietro, verso i ruderi fumanti di casa e recupera la pentola che bolliva sul fornello, con la zuppa quotidiana; miracolosamente integri, la pentola e il cibo, soprattutto, l’animo e il fisico di quella donna.

Meglio che andare a cavallo con i poeti, meglio – con tutta l’ammirazione e il rispetto possibili – dei versi di Jorge Luis Borges; quelli dedicati al Friuli terremotato il 6 maggio 1976 (e mesi seguenti) e inviati al direttore del Messaggero Veneto (quotidiano della Piccola Patria, nonostante il nome), Vittorino Meloni:

E’ come se il giorno ci tradisse. E’ come se l’acqua mentisse e due più due facessero cento e nostra madre ci odiasse e la nostra mano si alzasse contro di noi. Dio ci ha dato tante cose: mele, giorni, adii, legni, e la speranza, l’altra faccia della paura. Adesso ci tocca il più segreto e il più prezioso dei doni: la fine, il nuovo inizio“.

Droni bellici, ordigni nucleari, ‘menti meccaniche’, il cui ‘pensiero’ inibisce e condiziona i sentimenti e il libero arbitrio degli umani, già troppo deresponsabilizzati, già proni, già schiavi. Chissà se Pazienza, Andrea, con le sue vignette urticanti, abrasive, sarebbe riuscito a scardinare questo letale garbuglio.

E’ giunto il tempo di smobilitare, in senso letterale del verbo transitivo (e, per una volta, non figurato): riportare le forze armate e i servizi segreti bellici a un assetto di pace; per cominciare l’opera. Come direbbero i sognatori, per compiere un cammino grandioso, si comincia dal primo passo. Quindi, poi, congedare, smantellare tali organizzazioni, senza tralasciare le istituzioni governative nazionali e internazionali, ormai mero strumento dei satrapi economici.

Slavoj Zizek, filosofo sloveno, “battagliero polemista“, nonché “provocatore marxista, ultimo comunista“, nei suoi due più recenti saggi, analizza le crisi contemporanee che stanno stritolando l’umanità: conflitti armati, declino ambientale, intelligenza artificiale, democrazia al collasso. “La fine della civiltà è già qui e ora“. Oltre alla dettagliata descrizione dei problemi, ci esorta nel suo stile, energico, poco, anzi per nulla, diplomatico: “Mobilitiamoci, tutti, o saremo perduti“.

Mobilitiamoci per smobilitare, definitivamente, il male.

Come scrive il professor Roberto Mancini, “all’incommensurabile del male, si fa fronte aprendo all’inedito del bene, inaugurando una strada che nessuno prima vedeva“.

Da qui, la macchina del male comincia a sgretolarsi, le persone riprendono fiducia, l’esempio sano si diffonde;

la sfida, vitale, tra forze negative e energie comunitarie benefiche, non si sintetizza nella falsa proporzione di 99 contro 1, ma “in quella tra 50 e 50; per invertire la tendenza letale, ogni persona e ogni comunità siano sufficientemente lucide da avere orrore della violenza e così intelligenti da comprendere che cosa scegliere tra il (essere al servizio del; ndr) potere e l’amore“.

Muovere quel primo, salvifico passo.

Three people sitting around a campfire inside a cave

Pitture rupestri

Siamo apparsi da poco, 300.000 anni, o giù di lì, ma, in compenso, abbiamo combinato troppe marachelle.

Trecentomila – giovani e forti? – o, se consideriamo i processi evolutivi, 2.000.000 (due milioni, più o meno) di anni fa. Bazzecole, quisquilie.

Siamo usciti dalle caverne, scesi dagli alberi e dalle palafitte, ci siamo auto rinchiusi in lager di ferro e cemento, soffocati da gas letali.

Forse, dalle caverne non siamo mai usciti, forse, nelle caverne staremmo meglio; rupestri, certo, più saggi, magari più artisti, capaci di immaginare un mondo a colori, un mondo, anzi, un consesso umano migliore.

Considerando la temperie che pervade le aree nord occidentali del Pianeta, sarebbe meglio ignorare, omettere, non specificare puntigliosamente che proveniamo tutti, nessuno escluso, dal Continente africano; da quel cespuglio primigenio, ci siamo poi separati e i vari gruppi, animati da una curiosità insopprimibile, hanno cominciato a sparpagliarsi e percorrere le più disparate contrade del globo. Mannaggia a Odisseo (scherzo).

Tanto che, considerando ormai la Terra troppo angusta – da non confondere con la mangusta Rikki Tikki Tavi – e interamente colonizzata (davvero?), qualcuno sta investendo risorse – non sue – per invadere e deturpare anche lo spazio interstellare. Contemporanea, certo ma al momento, un’altra storia. Oibò.

Vi garberebbe rinascere e rivivere al tempo della selce? Prima di esserci cooptati, dagli eventi e dai tempi. Ho scritto, per caso, felce? Cadere in errore (e non solo) spesso è un attimo; magari, di distrazione. Comunque, altro che tempo delle mele e musica pop nelle cuffiette.

Dunque, avete di sicuro presente la selce, in epoca di rimembranze del paleolitico (pietra antica) e di, a volte, incauti rigurgiti di nostalgia tenaglia: quando ci afferra, non ci molla più. Selce, roccia sedimentaria, formata da quarzo cristallino, ospitata all’interno di lenti o noduli posti in strati calcarei. Definizione da Bignami, per noi cavernicoli.

Compatta, con la tendenza a frantumarsi, generando margini traslucidi e acuminati che la rendevano – la renderanno – preziosissima per i nostri pelosi avi, bisognosi quanto mai di strumenti ‘tecnologici’ di precisione.

Sono solo un povero ignorantello da tastiera, eppure, non mi vergogno di digitare pietra focaia – pirite o marcasite? questo è il dilemma amletico; non per caso, non a caso. In connubio con la già citata selce, produceva quella suprema scintilla che serviva ai nostri comuni antenati per generare in autonomia il sacro fuoco. In seguito, usato e abusato, fino a rendere invivibile il Pianeta azzurro.

Frammenti litici che ci feriscono e, in teoria, dovrebbero ridestarci, frammenti litici che qualcuno sa trasformare in Arte, frammenti litici – macerie – vedi il Friuli del 1976 o L’Aquila, Abruzzo, nel 2009 – di un popolo mutilato, ma non annullato, che nel dolore trova la forza di rigenerarsi, conservando le proprie memorie. Ai Weiwei, artista cinese, proprio a L’Aquila propone la mostra ‘Aftershock‘ e spiega che “quando pittori e scultori esprimono emozioni aprono possibilità che riescono a contrastare le narrazioni dominate dalla politica; la loro forza risiede nella capacità di offrire modi alternativi di comprendere gli spazi che abitiamo e le realtà che affrontiamo“.

Donna Tartt, grande scrittrice statunitense, scrivendo l’introduzione al saggio di J.F. Martel, ‘Rivendicare l’arte nell’epoca dell’artificio‘, ci rammenta che la vera Arte non è codificabile, è “inutile”, non si incatena al servizio di un’ideologia o di interessi di lucro.

L’Arte è una forza perturbante che irrompe già dalla preistoria – dicono qualcosa le pitture rupestri più antiche del mondo nella grotta di Chauvet? – , mentre attorno a noi la nostra realtà si sgretola in pixel. Martel ci comunica che non sappiamo perché gli esseri umani producano arte, ma l’arte è una capacità umana innata che precede di gran lunga la cultura e la società“.

L’Arte resta la nostra bussola più preziosa, “il nostro legame con ciò che di migliore e di più misterioso alberga in noi”.

Forse, l’unica ‘cosa inutile’ che ha il potere di “fornirci la più attendibile speranza per affrontare le insidie del presente, senza farcene distruggere“.

A group of four people cautiously walking through a misty forest with fog swirling around and uneven ground.

Nebbie

Viviamo nelle ‘negghie‘.

Forse, per questo, non ci raccapezziamo più, non ci orientiamo, ci disperdiamo (individualmente e collettivamente).

Incespichiamo nella ‘neula‘, balbettiamo nella ‘neghura‘, perché, immersi, sommersi dalle dense e grigie brume, non distinguiamo nemmeno le parole e, poi, siamo disabituati a riconoscerle e utilizzarle; soprattutto nel modo corretto, soprattutto a stabilire legami multi personali grazie a loro, a salvarci con fini ragionamenti, originati dai formidabili strumenti.

A tentoni – disperati, pietosi tentativi – nella ‘nebla‘, tentiamo di avanzare, incerti, preferiamo arrestarci (da soli) e inscenare una caricatura di esistenza da monadi, convinti di essere ‘comodi’, al sicuro da ogni pericolo, da tutte le minacce incombenti.

Niebla‘ e ‘nevoa‘, qualora ci affidassimo loro, ci condurrebbero attraverso la penisola iberica; anche senza la sapienza e la saggezza di Greci e Latini, potremmo illuderci di trascorrere gli inverni del nostro scontento, dei nostri clamorosi, esiziali fallimenti in Portogallo e Spagna.

Fossimo meno orbati, meno sciocchi, potremmo goderci un’avventura – non ventura, ma verità – a Gibilterra; imparare a vivere dal Popolo dei Delfini, varcare le colonne d’Ercole e, finalmente audaci, provare l’effetto che fa. Vedi mai.

Un giorno, o una notte – non sono uguali, pazienza – mi piacerebbe vincere il ‘Nebel‘, che vale per nuvola; non eccessiva, modesta, vicina alla Terra, eppure in grado di volare, sorvolare mari, continenti, cieli. Perché no?

Annaspo nella ‘nebula‘, nella ‘nephele‘, se volessi sfoggiare la mia finta cultura, le mie immeritate radici elleniche; insomma, nella nebbia. Come voi, come tutte e tutti, anche i truci palloni gonfiati che ci ammorbano.

Ragunata (adunanza, se preferite) di vapori, i quali sogliono coprire sul far del mattino – comunemente detto alba, a volte chiara – la sera, ed, anche, in alcune ore (forse ere) del giorno, alcune terre (fenomeno ormai globalmente diffuso), segnatamente le umide e basse“. Il dizionario etimologico è bello, sempre, in alcune antiche spiegazioni, rassicurante.

Se così posso esprimermi, anzi, digitare, il problema – nostro, tutto e esclusivamente nostro – è che tali vapori, in ossequio alla loro natura, intorbidano, offuscano, confondono la trasparenza dell’aria, e, appunto, non differiscono dalle amate nubi, con una importante, fondamentale differenza: di solito, garba loro stazionare negli strati bassi dell’atmosfera, quelli più vicini alla tartassata superficie terrestre.

Tra nebbiaccia e nebbiolina corre una grossa (bella, non saprei) differenza; certo, ennesimo papiro virtuale – quanto sarebbero più preziosi e soddisfacenti quelli prodotti a Ortigia – per proclamare non la nostra indipendenza, purtroppo, ma l’obnubilamento, l’offuscamento della vista, degli occhi. Compresi gli altri sensi fisici, materiali, aggiungendo quelli incorporei che non riusciamo più a raggiungere, attivare.

Vagando solitario e appiedato su un’autostrada deserta – simulacro di modernità, nel mio delirio onirico somiglia al Nevada – tra la caligine soffocante fa capolino, prima timido, poi sfolgorante, un magnifico arcobaleno; irresistibile e attraente, anche senza pentola colma di dobloni d’oro alla sua scaturigine.

Tutto ciò che ci offusca la vista e le menti potremmo chiamarlo, per comodità e figurativamente: nebbia.

Invoco in soccorso il poeta, scrittore e regista israeliano Haim Gouri e prendendo in prestito le sue parole, dico:

La nebbia sta velando il fiume, lascia un grigio confacente alle ipotesi“.

Ipotesi che ci riguardano, spietatamente ci interrogano;

speriamo che tutti questi presupposti, queste possibilità ancora valide, in potenza (potrebbe essere diversamente?), si tramutino presto in fatti concreti, buoni e giusti per l’Umanità.

Pronta a rimirare poeticamente le nebbie, ma ,alfine, immune.

 

Light illuminating dust in dark abandoned warehouse

Lieve luce

Agile, leggiero (come un levriero), rapido: più di certi treni; fortunati, se ancora circolano.

Come sempre, interessante assai notare le derivazioni etimologiche comparative: light, albionico, ; leoht, olandese; laigiu (da non confondere con costaggiù), irlandese.

Non computo di jeans (Levi’s, forse; anche se i progenitori Latini si baloccavano a confonderci le idee: laevis, liscio), calzoni da lavoro degli operai, in teoria, pratici, comodi, resistenti; in pratica modaiola, accendere un cero – di luce lieve – e sperare che reggano, il più a lungo possibile.

Se poi volessimo (anzi, volessi; senza ali, purtroppo) esagerare – eccedere, enfatizzare, amplificare, anche senza amplificatori JBL – potrei, vorrei aggiungere: lenguas, lituano; liguku, antico slavo; lahek, sloveno; lehek, croato e serbo; lagahan, russo; lekki, polacco; lehky, boemo; liht, antico teutonico.

Sproloquio iniziale, papiro virtuale, per tentare di proporre, ai tavoli delle trattative internazionali – utopia? trasformiamola in progetto concreto – , considerando la temperie attuale, un utilizzo propedeutico, necessario e preparatorio, di vocabolari etimologici; al bando quelli fabbricati all’impronta dall’IA. Per motivi ovvii e, oserei azzardare, banali.

Questa fatica improba, necessaria per stabilire un contatto vero, per preparare un terreno comune, ove allestire confronti, anche serrati, ma sinceri, tra e per il bene degli esseri umani, delle genti, dei popoli; lavorando alacremente su tutto ciò che accomuna, affratella, invece che su presunte differenze insanabili o su interessi e lucro particolari.

Affondando ulteriormente, in senso metaforico, auspicabilmente non pratico, potremmo appellarci alla lingua sanscrita, ad una radice sanscrita – da fare germogliare ovunque sul nostro mondo – : saltare al di là, oltrepassare. Limiti, confini, incomprensioni considerate insanabili. Per iniziare una nuova era umana.

Anche perché, ormai, tutte e tutti ci siamo resi conto – appurato, assodato, incontrovertibile – che molto sul nostro caro, azzurro (un tempo) Pianeta, non funziona bene; quando l’1% dei terrestri accumula il 90% delle risorse disponibili e per lucrare ancora, senza soluzione di continuità, scatena guerre in tutte le aree del globo; senza traccia di empatia, senza senso morale, senza vergogna. I poveri (per forza…), proverbiali buoi, sono fuggiti e anche la loro stalla è crollata. Miseramente.

Elizabeth Day, scrittrice britannica, giornalista e tanto altro, con il romanzo Uno di noi (Neri Pozza), è lapidaria: “Il sistema ha fallito, la conseguenza è che non crediamo più alla verità. Per i maschi bianchi e potenti, la vita è giocare a scacchi e non hanno mai imparato a prendersi cura (di qualcosa, di qualcuno; n.d.c.). La mancanza di compassione e integrità, di comprensione per le vite degli altri, sta alla base di tutto questo“.

Il poeta polacco Tadeusz Rozewicz, attraverso la sua intera produzione lirica, ci offre poi un’altra, ulteriore analisi: l’uomo – oltre alla levità – ha smarrito colpevolmente anche la profondità. Franco Battiato sarebbe d’accordo. “Un tempo si cadeva e ci si elevava verticalmente / oggi si cade orizzontalmente“.

Non più questione di nazionalità, di ceto sociale, di censo: siamo tutti (quasi) disorientati, impauriti, convinti di essere soli e senza soluzione o vie di fuga; non riusciamo più a restare/essere umani.

In simili frangenti, in ambasce totali, l’unico rimedio rimane partire da un obiettivo chiaro, solido, che spiazzi il ‘potere’, soprattutto le eminenze grigie globali. Si potrebbe cominciare – è solo uno tra decine di esempi – dalla difesa civile, non armata e non violenta. La nostra vituperata Costituzione ripudia la guerra; quindi, un’altra Difesa, del Paese, del Continente, del Mondo, è possibile. Una campagna già lanciata nel 2015, in tempi non ancora maturi, e ora riproposta, con intatte convinzione e fiducia, da Conferenza nazionale enti di servizio civile, Rete nazionale pace e disarmo, Sbilanciamoci!. Le persone sono più sensibili e attente, dopo la pandemia e con l’incubo reale di 60 conflitti planetari che incombono sulle nostre vite.

Non ci si accontenta, perché, a corollario del magnifico progetto (sarebbe il primo a livello internazionale), si chiede inoltre la creazione di un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, con l’aggiunta di un fondo nazionale, sovvenzionato da cittadine e cittadini di buona volontà attraverso il versamento del 6 per mille dalle loro tasse, “che si occupi di attività di educazione alla pace, prevenzione dei conflitti e coesione sociale”.

Nessun volo pindarico o di Icaro, tanta sostanza e carattere.

Progetti lievi, ma che dispongono di forza di gravità e della perduta profondità.

Progetti, come scriverebbe il regista Ferzan Ozpetek, che accendono una luce, molte luci.

Lieve s’accende una luce nel silenzio del sogno“.

In attesa, del baccano globale, quando, finalmente, ci saremo riconquistati il Pianeta, le Vite.

Glowing futuristic city underwater with skyscrapers and marine life

Scomparire

Viviamo (?) sommersi.

Non dalle acque, non siamo Atlantidei – dei degli atlanti? – , non siamo tutti veneziani, inseguiti da piene epocali.

Gli ecosistemi digitali ci hanno fagocitati, non eravamo pronti e, forse, non lo saremo più.

Ciò che è buono, è stato rimpiazzato, in fretta e, soprattutto, furia, da ciò che è veloce, anzi, efficiente; temo non si tratti di progresso.

La pandemia prima, le 60 guerre globali ora, hanno fatto il resto e probabilmente eroso la nostra tenue capacità di restare umani.

In Friuli, ci eravamo presi avanti, abbiamo precorso i tempi: grazie. si fa per dire, allo spaventoso Orcolat – orco gigantesco e annientante – , il terremoto del 6 maggio 1976. Con lo sciame di scosse successive, nei mesi seguenti, che hanno contribuito a demolire il poco rimasto verticale e integro. Come scrive Walter Tomada, nel suo imperdibile saggio La faglia dentro (Edizioni Biblioteca dell’Immagine), la sfida per il popolo friulano fu riuscire a immaginare un nuovo Friuli, ma “com’era e dov’era“.

Allora, fu, lo digito con cautela, possibile; regione ricostruita materialmente, mentre, moralmente, chissà.

Adesso, non mi sbilancerei: globalizzazione, covid, crimini bellici, hanno mutato tutto; noi, non potevamo, non siamo immuni da questi stravolgimenti totali.

Forse – mio avverbio di riferimento, personale e collettivo – dovremmo tutti, donne e uomini di sana e buona volontà, indossare tute blu e di nuovo, come si faceva negli anni ’70 del 1900, marciare compatti.

Magari raggiugere Campi Bisenzio, Firenze (se esiste ancora), partecipare volenterosi, curiosi, propositivi, al Festival di letteratura working class; quella spesso cantata e celebrata da Bruce Springsteen, con le sue liriche in musica.

Partecipare, sì, marciare, anche: considerato che purtroppo in “codesta nazione“, protestare perfino passivamente, rivendicare i propri diritti sociali, politici, umani, nonostante sia un diritto (vogliate perdonare il papocchio linguistico) garantito dalla Costituzione, è diventato un’azione considerata fuorilegge, punibile penalmente; e, se tutto va male, non solo.

Non so se siamo ancora lucidi, non so dire se ci sentiamo parte di una comunità che combatte e tutela i propri diritti, le persone, il nostro Mondo. Non so se possiamo contrastare e abbattere – come Davide fece con Golia – gli sclerotici che davvero controllano le multinazionali e i fondi d’investimento – così potenti da relegare i governi, nazionali e internazionali, al ruolo di pallidi, inutili fantocci – ; solo abbandonando la solitudine ‘social’, solo recuperando e ricreando solidarietà e sentimenti condivisi e comunitari, potremmo almeno tentare. Una riscossa di genti, di popoli, di Umanità.

In Italia, il caporalato è diventato ‘sistema massimo’ del lavoro, muta agevolmente forme, mantenendo inalterata la sostanza; nel mondo, parimenti, siamo sottomessi e schiavizzati da un sistema che ci ha resi monadi manipolabili, facilmente eliminabili, fisicamente, quando non più utili, tramite drone, esempio molto concreto e attuale, o tramite cancellazione sociale.

Simone Angelini, fumettaro abruzzese autodidatta, con il graphic novel Rifrazione fantasma, ipotizza che “sparire è l’unica difesa che abbiamo; in questa distopia sfasata ho tentato di aprire uno scorcio su un universo parallelo al nostro. Per capire cosa sia successo negli ultimi 50 anni, ci vorranno secoli“. Chissà se basteranno, se si salverà un barlume di umanità.

Sparire, scomparire, contrario di apparire, ovvero: farsi vedere, fare mostra di sé, come certifica l’amica etimologia; manifestarsi in un luogo, arrivando all’improvviso; in ultimo, in senso non troppo figurato, presentarsi in giudizio.

No, meglio di no;

meglio, vestire con eleganza – di modi, di atteggiamento, di portamento e comportamento – fare bella figura.

Compatti, uniti, da vera stirpe della Terra.