Young person with backpack overlooking ancient stone ruins in a mountainous landscape at sunset

Alba melanconica

Qualcuno – insonne, o mattiniero assai, causa afa tropicale – se lo sarà chiesto;

qualcun altro, magari la stessa persona, dopo arguti ragionamenti, speculazioni filosofiche, intuizioni geniali, avrà risposto, alla fatidica domanda, al quesito, non da quiz generalista, esistenzialista, al domandone da 100 pistole (non armi, opere di bene):

a che ora è la fine del mondo?

Una curiosità umana che aleggia, anzi incombe, da un certo lasso di tempo: mille e non più mille

La musica pop/rock si è infine appropriata della questione, non così peregrina (pellegrina?), come potrebbe apparire ai meno avveduti; penso a Ligabue – non Antonio, come mi verrebbe istintivo indicare, ma Luciano – il quale, nel 1994, riscrisse la canzone originale del 1987, opera di Michael Stipe e dei suoi REM, forse già ‘orfani’ di religione, ma smaniosi di domande cruciali.

Fine del mondo – prima o poi, accadrà (valutando il QI di certi bipedi, prima) – come lo conosciamo, anche sconosciuto, ma loro (i REM) garantivano di sentirsi bene; entrambi, Michael Stipe e Ligabue, furono spronati da motivazioni impellenti, diverse, ma, così narra la leggenda, ispirati da uno stesso episodio storico: nel 1938, il grande attore e regista statunitense Orson Welles, organizzò negli Usa uno scherzo radiofonico con finalità sociologiche (la pervasività e la credulità di massa, orchestrata dai media), intitolato La guerra dei mondi – mi rammenta qualcosa.

Dopo la trasmissione, un’ondata di panico generale si diffuse in molti stati a stelle e strisce, al centralino del New York Times giunsero centinaia di telefonate, con richieste di aiuto o spiegazioni sulla “drammatica situazione“. Un uomo, in particolare, seriamente e con tono grave, chiese: “A che ora è la fine del mondo?“.

Non so se Massimo Troisi, con la sua ironia partenopea, avrebbe risposto (non mi permetterei mai di attribuirgli parole, intenzioni); forse, lo immagino io, si sarebbe servito, dopo aver indicato un fantomatico orario, di una sua celebre battuta: “Mo’ me lo segno“.

Fole a parte, il premio Nobel per la Letteratura, l’ungherese Laszlo Krasnahorkai, non ci concede margini di speranza, meno che mai di leggerezza: il nostro mondo è già finito, continua ad agitarsi inutilmente, solo per pigra abitudine, per inerzia.

Eppure, da qui, nonostante le macerie, di noi stessi e delle nostre variegate civiltà, potremmo recuperare un esile barlume di coscienza collettiva, capire perché le comunità, ad un certo punto della loro parabola, optino per “la rinuncia a giudicare e per la delega ad altri del peso e della responsabilità della libertà“. Magari, ripartire, tentare, con vera, buona volontà.

Nonostante noi, la speranza si annida nei luoghi, o nelle cose, o negli esseri meno pensabili; cosa direste, voi, se, invece dell’epilogo, la salvezza del Pianeta dipendesse da un semplice cespuglio? Non potrei compulsare senza esitazioni e dubbi questa conclusione, però l’ultima creatura letteraria di Dario Voltolini (Il cespuglio, per le tipe e i tipi di Aboca), mi induce, nell’alba agreste, ad abbandonarmi, senza ritegno, né vergogna, a tale modesta speme; auspicando non si tratti dell’ultima dea, ma della prima, per la rinascita, dell’armonia e della bellezza.

Il cespuglio giramondo, globe trotter vegetale, vaga per le contrade della Terra e sparge ovunque tutti i semi raccolti e custoditi durante il suo viaggio; con l’obiettivo finale di raggiungere Central Park e collocare l’ultimo, prezioso seme.

Altro che distopia, per scomodare un tema passato.

Socrate, Sigmund Freud, a me: il male oscuro, caro e affascinante per gli intellettuali, mi attanaglia e mi tormenta?

Tra i primi baluginii del nuovo Sole, battagliero e luminoso (perfino troppo) di questi strani giorni e i miagolii affettuosi delle feline del borgo, insisto nella mia folle opinione:

le storie distopiche releghiamole agli archivi antichi, le abbiamo ampiamente superate in curva, più e più volte, con la distruzione dell’Ambiente, consegnando le nostre vite all’IA, consentendo ai plutocrati criminali di scatenare guerre a scopo di lucro che annientano popoli.

Non vagheggiamo un ritorno all’Utopia – come diceva quel Saggio, non è un’idea irrealizzabile, basta trasformarla in progetto concreto – , stop presunti derby letterari o sfide filosofiche all’OK Corral, chiediamoci senza appello:

a che ora (ri) comincia la vita vera?

Armchair with blanket and book near window with rain drops and table with lamp and mug

Vorrei che tu fossi qui

Citazione ormai nota, troppo nota.

Forse ‘scontata’, mai banale.

Come ci ha insegnato un Maestro siculo, niente è come sembra: persino le frasi in apparenza più semplici. In particolare quelle.

Come spartiti musicali divini, esistono varie chiavi interpretative.

Così, possiamo struggerci per l’assenza di una persona amata – una? – , oppure, vagheggiare l’arrivo, l’irrompere nella nostra esistenza di un ‘diamante pazzo‘ che ci illumini i pensieri e, magari, anche i sentieri; ancora, potremmo invocare la millenaria saggezza degli Alberi, del popolo arcano degli Alberi: i quali, dall’alto della loro solida filosofia esistenziale, “forse possiedono davvero il potere di stregarci?“.

Se lo chiedeva l’autrice nipponica, Koda Aya, nel suo delizioso e celebre libro intitolato, con evidente sintesi e efficacia orientali, Alberi; 15 saggi che dovremmo, prima che poi, recitare a memoria, assimilare come fosse la tecnica del respiro, per deciderci, una buona volta, a salvare noi stessi, più che loro (o essi?). Per vivere in modo naturale, in armonia con gli altri, con il mondo.

Fa male, molto, all’anima, eppure vorrei che tu fossi qui. Ti ho incontrato cinematograficamente, ma l’empatia nei tuoi confronti è scattata subito, immediata e perentoria. La tua malattia, sindrome di Proteo, rara, crudele, implacabile – eri un bambino sano, ti ha trasformato in un essere spaventoso, sfruttato per lucro da bipedi senza etica umana – angustiava te in primis, ma è stato il banco di prova, l’autentico esame di maturità per noi, tutte e tutti: le tue deformità fisiche, contenevano, avvolgevano una intelligenza e una sensibilità straordinarie.

John Merrick, vorrei sul serio che fossi qui, per abbracciarti, per imparare da te quanto siano ingannevoli e tragicamente fuorvianti le infinite apparenze di cui ci nutriamo, con le quali abbiamo edificato questa nostra società del nulla.

Nei momenti (periodi) di crisi, li evochiamo e li invochiamo – i ‘diamanti pazzi’ e/o i ‘fenomeni da baraccone’ – auspicando, in una sorta di rito scaramantico inconscio e collettivo, nelle loro peculiarità sciamaniche, demiurgiche, taumaturgiche; tralasciando colpevolmente l’onesta autoanalisi, la fatica personale, il desiderio e la voglia di agire, mutare, evolverci.

Meglio attivare quanto possibile l’attenzione: lodiamo la ‘purezza’ e la geniale, non classificabile, nè prevedibile creatività di queste e questi straordinari ‘irregolari’;

salvo poi – come il celebre marziano atterrato con il suo Ufo al centro di Villa Borghese – catalogarli nella sezione ‘solite cose noiose‘, o, peggio, spaventati dalla loro carica destabilizzante , “ucciderli simbolicamente quali capri espiatori“.

Vorrei che tu fossi qui, potrebbe anche assumere il significato di un invito rivolto a se stessi, ontologicamente parlando.

Per non rischiare la fine ingloriosa dei veri rivoluzionari scintillanti:

esclusi dal consesso sociale, relegati a eterni bambini, segregati per sempre “in un cerchio 5 metri x 5, indossando il volto adolescenziale di Syd Barret“.

In quel frangente: addio sogni, addio carbonio cristallizzato.

Ornate cracked mirror reflecting stormy clouds beside open book on wooden table

Mutanti

Si fa presto a catalogare ogni opera quale distopica – aggettivo abusato, quasi pari all’intollerabile ‘iconico’ (cosa vuole indicare e perché? lo sanno solo i più bravi, di don Rodrigo) – , quando la realtà ci propone a getto continuo situazioni contro le quali sbattiamo il grugno;

ogni giorno e senza ricorrere (rincorrere) alle volgarità. Ineleganti, catartiche.

Non parlatene allo scrittore Mauro Covacich, da anni collaboratore del Corriere della Sera. Sostiene, con vigore e convinzione, che forse quelli che riteniamo da sempre ‘grandi maestri’, (bravi, però) non ci hanno regalato opere davvero ‘visionarie’.

Questo, non comporta automaticamente la retrocessione di Blade Runner, Solaris, 2001: Odissea nello spazio, (esempi casuali, mica poi tanto) da capolavori della fantascienza a, per scherzare, Italo Scosciati Film, ma stimola una riflessione più accurata, ponderata.

Ancora, l’eterno dubbio amletico: preferibili i lungometraggi o i libri? Arduo rispondere correttamente, anche solo per approssimazione.

Covacich, da sempre autore ‘urticante’, con uno sguardo che sa scandagliare e individuare gli aspetti meno ovvii e piacevoli della realtà, a ulteriore supporto del suo articolato e documentato ragionamento, cita l’algoritmo della rete (nella quale, volenti o nolenti, siamo tutti invischiati) e l’intelligenza artificiale che ci costringerà tutti a ripensarci, intesi proprio come Umanità. Sperando di conservarne ancora qualche peculiarità, tenui barlumi.

Altrimenti, come scrive lui, meglio “il 2026 immaginato da Fritz Lang con Metropolis; meglio la serie anni 70 del 1900, Spazio 1999, con la misteriosa mutante aliena Maya, basi lunari efficienti, vite aliene con cui (ottimisticamente) affratellarci“.

Anche perché, volendo insistere nella pignoleria, le distopie, non solo come genere letterario, ma fedeli alla linea etimologica, possiedono, sempre e comunque, robuste virate al grigio, non chiaro, antitetiche al seppia, nostalgia d’antico. Età dell’oro sempre vagheggiate, mai comprovate.

Se non possiamo più orientarci con le nostre stelle polari di una vita – una vita fa, ormai – ci abbarbichiamo (illusoriamente?) – alle colonne sonore degli Anime; non tramontano mai, non abbiamo il coraggio di rottamarle. Forse perché nemmeno loro saranno visionarie, ma continuano a fornirci, attraverso note musicali e testi, veri valori morali, ossatura di tutti i principi etici che, dal 2000 in poi, abbiamo colpevolmente disintegrato; per sostituirli con il nulla digitale.

Canticchiando assorti – urlando a squarciagola verso il cielo – i brani di Ufo Robot Goldrake, di Jeeg robot d’acciaio, di Forza Sugar, di Sasuke o di Lady Oscar, ci troviamo a leggere il saggio di Alberto Casadei, italianista, che per noi “ha perlustrato la narrativa contemporanea per capire cosa riveli del nostro tempo“.

Ci accorgiamo, dunque, che anche gli intellettuali, gli studiosi cercano nuove bussole, nuovi fari del Pireo, per orientarci, aiutarci a navigare un po’ meglio, in mezzo al guazzabuglio universale.

Sulla letteratura italiana del XXI secolo (Mimesis Edizioni) è il titolo del saggio, dall’incedere “prudente“, ma, nelle conclusioni finali (per buona fortuna di noi tutti, ne abbiamo disperato bisogno), “traboccante” di ottimismo.

L’Universo non sarà – non è – quel topos, tutto sommato ideale, sul quale ragionava Covacich: “non è quello di Spazio 1999, non esistono ragazze aliene, come Maya, eppure, sognare resta lecito, però basta con le previsioni“.

Il professor Casadei (lungi dall’ammansirci un liscio) ritiene che “la realtà è difficile, complicata, il mondo è strano, raccontarlo anche; ma ci si può sopravvivere, sia come autori, sia come fruitori di opere d’arte. La soluzione più adatta alla nostra biologia è in fondo semplice: adattarsi. Dovremmo renderci ibridi, mutanti, parte integrante dell’ambiente“.

Nell’accezione più ampia e completa del lemma.

Solo così potremmo di nuovo chiederci: cosa sono le nuvole?

Con saggezza, emularle.

A glowing cosmic figure floating above cracked desert ground between Native American warriors and soldiers under a starry sky with cosmic symbols

Nuda veritas

Meglio un dignitoso abbigliamento:

certo, leggero, ma, come dicono le persone più avvedute e colte, non superficiale.

Anche perché il caldo ormai torrido del periodo, con i consequenziali fortunali quotidiani (se preferite, vespertini), consigliano somma prudenza,

La verità, evidenza notoria, è una fanciulla che si mostra e mostra la propria sfolgorante, candida bellezza, senza veli, ma non scevra da insidie: la serpe della menzogna e della invidia avanza minacciosa, strisciando infida ai suoi piedi, tentando di avvinghiarsi alle gambe, per profanare la sua integrità.

La capa gira – la mia, di sicuro – troppi riferimenti colti, troppi simbolismi. Affibbio la responsabilità alla calura insopportabile e all’umidità invasiva, imbattibile e auspico di trarmi d’impiccio/impaccio, così.

Forse, come a un certo disperato punto, tentò di fare George Armstrong Custer, giusto 150 anni fa, giorno più o giorno meno. Famigerato, o controverso, generale delle Giacche Blu: ossessionato dalla caccia – agli animali e non solo – ai nativi e dalla ‘fulgida, imperitura gloria’; ottenne, invece, una rovinosa sconfitta a Little Bighorn, ad opera di una formidabile armata (caso unico nella Storia della frontiera americana) di Uomini Rossi, guidati in battaglia da personaggi carismatici, quali Toro Seduto e Cavallo Pazzo.

Su chi, poi, da quella leggendaria vittoria – di Pirro, o forse no – abbia davvero tratto giovamento o sia finito relegato senza gloria, né dignità alcuna, nei bassifondi delle umane vicende, diventa arduo dirlo.

Attorno a Custer, oltre agli ululanti, impavidi guerrieri dei nativi, sono nate da subito e continuano a spuntare oggi, ricostruzioni e teorie (alcune fantasiose, altre davvero strampalate) che si propongono di fare luce – come si trattasse di un mistero eterno, indecifrabile – sulla contorta personalità del militare nord americano, sul più possibile esatto svolgimento degli eventi che portarono il Settimo Cavalleggeri alla disfatta catastrofica.

Un ottimo libro, per tentare di capirci qualcosa, è il saggio storico pubblicato da Einaudi, intitolato con semplicità Custer; autore, il celebre scrittore, sceneggiatore, storico Larry McMurtry, vincitore di un prestigioso Pulitzer, con il bellissimo romanzo western Lonesome Dove. Persona che non può essere tacciata di partigianeria, attività manipolatorie o complottismi isterici vari.

McMurtry ricostruisce i fatti, con il fascino di chi sa davvero scrivere, con il rigore dello storico che si attiene alle fonti storiche, affidabili, verificabili; sul campo del massacro, arrivò in seguito per primo il soldato semplice Thomas Coleman, “scese da cavallo, vide i 42 corpi di uomini in divisa attorno al cadavere di un ufficiale. Era Custer, giaceva con un sorriso dipinto sul volto“.

Un altro dettaglio che confermerebbe la natura impetuosa, l’indole profondamente bellicista del graduato “Riccioluto“. Risoluto, nel poco bene perseguito, nel troppo male, perpetrato ai danni dei Nativi e dei connazionali.

Basterebbe l’essenziale per bollare la guerra e le armi quali strumenti criminali, contro l’Umanità, contro ogni afflato di speranza in una esistenza mondiale comunitaria, libera, giusta, condotta in armonia.

Chiedete conferma a Muhammad Al-Zaqzouq, abitante e nativo nella Striscia di Gaza: con un diario ricco di particolari, racconta i mesi compresi tra il tragico 7 ottobre 2023 e la fine del drammatico 2024, “senza excursus filosofici, senza abbandonarsi ad analisi sociologiche, procedendo per accumulo di dettagli, di aneddoti, di giorni logoranti e notti insonni, di fughe che si susseguono a ritmo incalzante e ritorni in punta di piedi“. Così scrive di lui, Marco Balzano, sulle pagine della Lettura del Corriere della Sera.

E’ vita, quella di un paese raso al suolo, perennemente assediato, nonostante tutto, abitato da un popolo “esitante, indeciso, per forza di cose sempre impaurito?“.

Scrivo per restare umano, pubblicato anche questo da Einaudi, non costituisce il classico reportage giornalistico, perché scrivere diventa “un gesto concreto di resilienza, un’opera letteraria; paradossalmente parla della guerra che impone il silenzio davanti alle macerie dell’umanità, che cancella il presente e nega il futuro alle persone“.

Nonostante tutto questo orrore, la scrittura è la sola resistenza praticabile.

Come dicevamo all’inizio, nuda verità.

Young person transforming into a tree with glowing branches at sunset in a valley with mountains and a river

Metamorfosi

Nel paese che ha saputo rendere il trasformismo un’arte – da quando il trasformismo è diventata un’esigenza, cantava il Poeta – , metamorfosi potrebbe essere, se non la parola d’ordine, la parola chiave: per aprire ogni porta e accedere a tutte le dimensioni, reali e immaginabili.

I saltimbanchi contemporanei sono solo pallide e squallide caricature dei Pagliacci di ere fa.

Con la metamorfosi, più che mai, l’etimo recita un ruolo fondamentale: parola composta (almeno essa), unione tra ‘meta‘ e ‘morphè‘ – morfologia rammenta qualcosa? solletica fantasie? – , con la terminazione ‘osis‘ che indica parole astratte.

La mutazione di forma, non solo dell’acqua o dei gas, la trasformazione, è una peculiarità umana. Riflettiamo con cura e placidità, le mutazioni riguardano molti viventi, non solo quelli a due zampe: per esempio, gli insetti e potremmo citarne a bizzeffe. Da baco da seta a falena, da ninfa a coccinella.

Non si scomodi, poi, il caso, se Ovidio ha intitolato il suo poema più universalmente noto Le Metamorfosi (e non si riferiva al Dr. Jekill e a Mr. Hyde, casomai, ha anticipato…):

proviamoci noi, industriamoci, arrabattiamoci a comporre un neo poema epico mitologico (ché i miti, da sempre, senza IA, hanno illustrato agli ‘uomini’, le origini e i significati di tutte le cose, visibili e invisibili), composto da 250 racconti, esplicativi di come gli ‘animali moderni’ si siano mutati in questi misteriosi esseri, apparentemente privi di anima.

Se fossimo in grado – lo scrivente, no di sicuro – di fermarci e partorire sane speculazioni (nel senso di meditazioni), magari coadiuvati dalla lettura di un bell’articolo su Robinson – maledetta lettura, maledetto viziaccio – , ci renderemmo conto che “la metamorfosi è il principio fondamentale del pensiero e della rappresentazione della natura“.

I poeti, stirpe adusa alle mutazioni, nella perenne ricerca della bellezza e del sublime, spesso vivono con disagio le liturgie che costringono a celebrare le istituzioni (gli uomini di potere) e le religioni (altri uomini di potere); per questo, trovano volentieri cittadinanza nelle sorprendenti parole che forgiano. Come scrive la poetessa Mariangela Gualtieri: “Credo che un poeta sia a casa solo nelle parole“.

Vorrei mutarmi in una fumettista e illustratrice coreana, vissuta tra Corea, Filippine, Usa e, ora, da sposata, britannica di Londra: cosa esiste di maggiormente metamorfico, di cambiare spesso (volentieri?) paese di residenza, di vita? Resta, faro e Stella polare, la convinzione che le donne siano centrali per realizzare, finalmente, una società umana giusta e paritaria, dove “il patriarcato, figlio della tradizione, non funziona più“, sia cancellato, definitivamente. L’artista dei fumetti, per fortuna esiste, ha 35 anni e il suo nome è Yudori; un nome da rammentare, per cambiare, in meglio.

Trasformarsi, trasformarci fa parte del nostro destino, anche se non siamo illusionisti; dalle origini, da prima che coniassimo le parole – pensiero e parole, all’unisono – , dalle “antiche cosmogonie orientali, al V secolo avanti Cristo, dal mito e dai filosofi presocratici che parlavano di ciclo cosmico e fenomeni naturali, indicati quali principi“.

I mitemi, frammenti di racconto, esistono da quando è apparso l’uomo, le nostre amate metamorfosi ci appartenevano già dal Paleolitico; “quando la mente giunge a fondere elementi diversi in un’unica figura. Si parla di ‘blending cognitivo‘, perché è la fluidità che ci ha permesso di pensare“.

L’antropologia contemporanea ha ‘inventato’ il concetto di “multinaturalismo, una pluralità di esseri che si scambiano sembianze senza perdere identità“. Le Metamorfosi che riappaiono, non abdicano mai.

Non solo umani e animali, anche alla materia “viene riconosciuta l’immaginazione (animismo); la realtà ha questo di particolare, mentre si manifesta, sta già cambiando. E’ così che sono possibili la storia, le storie“. Non si potrebbe spiegarlo meglio di Serenella Iovino.

Come scriveva l’immortale Ovidio, tutto scorre (lungi dal sottoscritto citare il gruppo pop Verde Coniglio…);

anche le stelle, anche la luce.

Tutto muta, in un ciclo continuo e inarrestabile.

Row of aged leather-bound books beside a worn vintage leather ball on wooden shelf

Predatori, prede

Ci crediamo grandi predatori, siamo prede; tutte e tutti, più o meno, senza soluzione di continuità. Qualcuno, dotto, prima o poi, mi spiegherà il significato.

In fondo, prendere coscienza – quanto ci manca, la coscienza – di essere una bella, appetitosa preda, non sarebbe nemmeno così male. Avendo a disposizione il tempo giusto, l’opportunità. Grazie per la stessa.

Pare che gli insopportabili (la volpe e l’uva docet) mondiali di calcio – maschili? nel paese del fischiatissimo ‘disturbato in capa’? Canada e Messico, almeno ci sono – comincino davvero, però sarebbe allettante leggersi una storia popolare degli stessi, magari grazie a un romanzo disegnato, pubblicato meritoriamente dalle tipe e dai tipi di Tunué.

Così, scoprire che la vera storia – non solo dello sport, di questo in particolare – è lontana assai dalle gesta epiche dei campioni più mediaticamente celebrati; esiste anche quella, per carità, nessuno lo nega, però il calcio, in quanto passione popolare globale (anche nelle zone della Terra più impervie e impensabili), fu, è, anche oggi, nonostante il business e intrallazzi vari, sarà in futuro, un potentissimo strumento di emancipazione.

Pagina dopo pagina, immagine dopo immagine, mentre le parole raccontano vicende sorprendenti, scopriamo che a ogni latitudine, una partita di pallone – su terreni impossibili, perfino con palloni ‘inesistenti’ – ha travalicato la semplice essenza sportiva, per accompagnare le lotte degli operai, dei movimenti femministi, dei militanti anticolonialisti, dei giovani dei quartieri popolari, esclusi dalla possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita.

Nonostante si giochi con i piedi, la materia grigia è fondamentale: storie popolari, dunque, raccontate ‘dal basso’, alcune poco conosciute, diversissime dai palcoscenici invasi da lustrini e paillettes, perché il calcio sa diventare “messaggio e strumento di sovversione, di generosità“.

Quotidianamente, udiamo i soloni da bancarella rionale, strepitare sulla ‘necessità assoluta della sicurezza’, della ‘sicurezza’ quale valore primario delle società contemporanee. Ci sarebbe da sorridere – pensando anche solo per un momento alla nostra natura umana, fragile, limitata, transeunte – se questo strepito incessante, invasivo, inarrestabile (anche dal punto di vista giudiziario), non producesse danni sociali gravi, inquinanti, come le plastiche e le microplastiche.

Il sociologo David Le Breton ha voluto invece dedicare il suo saggio più recente, Il rischio della scelta (Mimesis Edizioni), agli imprevisti che, specie negli ultimi anni – basti rammentare il covid, ma anche il ritorno prepotente di altri virus, o, tragedia assoluta, delle guerre sul Pianeta – ci stanno angustiando, assediando, modificando in peggio le nostre vite. Per lo studioso, l’incertezza da cui ci sentiamo attanagliati, è un valore: “Non correre rischi, è un rischio in sé, il rischio di stagnare, di impantanarci nella routine. E’ condannarsi a non cambiare mai le cose, anche se non sono ideali, permanere in uno stato di sottomissione o di infelicità“.

Esiste poi chi, Valter Tucci, che lavora nel dipartimento di Anatomia e Neurobiologia dell’università di Boston, vagheggia una ‘repubblica delle prede’, ispirandosi alla biodiversità (altro mantra, molto straparlato, poco praticato), “da osservare come modello virtuoso“.

Oggidì, i grandi predatori sono propagandati come vincenti, invulnerabili, quando, all’opposto, sono forse più vulnerabili delle loro stesse prede, legati alla ripetitività di uno schema, capaci di ridurre la realtà (la vita) e dominare solo grazie a una visione semplicistica del tutto, in perenne mutazione.

La preda, al contrario, se vuole sopravvivere, “deve creare una mappa del rischio, sa dove muoversi se intende trovare cibo, scegliere il momento di esporsi per procurarselo. Dalla comprensione esatta di questi vincoli, dipende la sua esistenza. Una delle peculiarità delle prede, è saper gestire i vincoli dell’ambiente sempre in modo nuovo. Noi umani abbiamo bisogno di tutto il repertorio delle variazioni genetiche. Puntare su un genoma vincente, si rivela perdente“.

Tucci ha voluto esporre le proprie intuizioni, dalle scienze supportate, nell’illuminante saggio L’intelligenza delle prede. I poteri dei vulnerabili cambieranno il mondo (Bompiani); “Tra tutti i modelli animali possibili, abbiamo preso il peggio: quello del predatore (a più di qualcuno fischieranno le orecchie, nonostante la nulla frequentazione libraria), il più semplice, il più stupido“.

Basterebbe rammentare ai tanti, troppi ‘Rodomonti Spaccamontagne’, che di solito, “se si verifica un rischio ambientale grave, le prede trovano il modo di sopravvivere, i predatori, no“.

Le specie che sopravvivono, molto spesso, non sono le più forti, né le meglio armate; sono quelle che sanno destabilizzare, incrinare la lettura del mondo degli avversari“.

Noi umani (ex?), per primi, con o senza pallone – grazie a un pallone e a dei libri – dovremmo saperlo molto bene.

Hand intertwining glowing colorful threads in a star-filled cosmic space

Contenuti

Concetti, pensieri, lemmi: contenuti, non sbraitati.

In un lungo, faticoso, oneroso periodo storico in cui tutti appaiono, – ma, quindi, chi esiste davvero? – tutti ululano, tanto che la povera Luna vorrebbe emigrare sul lato oscuro di sé stessa, qualcuno, invece della piena, sfolgorante, accecante luce (dei riflettori), deambula lentamente, pigramente anelando la frescura rilassante dell’ombra.

Non il contrario del chiarore, come sostiene convinto e convincente Maurizio Maggiani, “perché l’ombra non è assenza di luce, ma qualcosa di più mite, simile a un barlume che può esaltare un frammento di questo (di quello che crediamo nostro, su questa Terra; ndr) tutto“.

Scopriamo insieme all’intellettuale – forse, lo sapevamo già, istintivamente – che con la calma, la tranquillità dell’ombra, la nostra mente partorisce “pensieri interessanti“. Il Cielo sa quanto ne avremmo bisogno, necessità: sia come appartenenti alla comunità umana, sia individualmente: quelli che ricoprono incarichi amministrativi, politici, dirimenti per la sorte di intere popolazioni.

Come Maggiani, avremmo bisogno di “una vista tattile, uno sguardo angolato, togliersi di mezzo per riuscire a vedere, un po’ come accade nei sogni“.

Fare festa, celebrare il compleanno della Res Publica, ma cogliere l’aporia insuperabile nel perseverare a allestire un’imponente parata militare per coccolare, con rispetto e amore, la nostra democrazia parlamentare che, dettaglio fondamentale, ripudia la guerra e accoglie i bisognosi. Almeno, sulla Carta.

Sarebbe magnifico, auspicabile, divenire tutti un pochino artisti, non per trasvolare di nuvola in nuvola, ma per accorgersi dell’ornamento delle cose secondarie. Ci farebbe un grande, opportuno, necessario bene: infinito.

Max Gazzè, con questa idonea locuzione, ha composto un album di 20 canzoni, un unico, totale inno ai dettagli, ai particolari della vita; “da giovani il nostro sguardo è prettamente diretto (meno o per nulla capace di scandagliare, cogliere i dettagli), mentre da adulti la visione diventa più ampia, più periferica. Ho voluto accordare gli strumenti a 432 hz, invece dei consueti 440: 432, come i Pink Loyd, accordatura aurea per la registrazione magistrale di – caso stupefacente e attentissimo – The Dark side of the Moon. Gli strumenti, così, hanno a disposizione molte più armoniche, molte più frequenze e sappiamo quanto la musica interagisca con il corpo di chi la suona, di chi la ascolta“.

Una sorta di ‘divina connessione‘ che potenzia e amplia a dismisura le capacità riflessive e percettive della nostra mente: diapason di materia grigia.

Contengo moltitudini, senza dubbio, come diceva il mio capitano poeta Walt Withman, eppure vorrei essere contenuto; nel senso di participio passato aggettivato: misurato, limitato, moderato.

Auspicabilmente – e anche abilmente – tutti dovremmo preferire un posizionamento laterale, non al centro della scena, dell’azione, dell’attenzione; come avviene nella dimensione onirica, sottolinea ancora Maggiani, dove “l’io al primo posto, ad esempio nella battaglia di Waterloo, impedisce di capire cosa sia accaduto davvero“.

Trasferirsi bagagli e strumenti in periferia, maturare una visione ampia e profonda, farsi attraversare dalle armonie elettromagnetiche, “perchè il nostro piccolo corpo mortale è costituito da questo stato della materia“. Gazzé dixit, ancora lui.

Viviamo in un mondo di sinfonie, sarebbe sempre il momento di percepirle, tutti insieme, di vibrare all’unisono per rendere le nostre realtà il concerto comunitario più splendido;

tripudio corale che cambierà segno alla nostra Storia.

Crowd watching a live band on stage with colorful magical swirls and pink hot air balloons

Ispirazione

I tempi sono rosa: dovrebbero, vorrebbero esserlo.

Non rosa, come fu la notte di Tozzi, al secolo, il cantante torinese Umberto; che con i brani interpretati nella sua carriera, ha spesso accompagnato più generazioni e, anche, probabilmente, fornito ispirazioni, per parole e sentimenti.

Giorni rosa, i prossimi in Friuli, con l’atteso passaggio della carovana del Giro – non del mondo, in 80 tappe – ma d’Italia (compresi gli ‘sforamenti’ all’estero, Bulgaria e Svizzera, mentre si tornano a erigere muri e fili spinati, ma le regole del marketing sono intoccabili). Gli atleti si cimenteranno nella doppia ascesa verso Piancavallo, ma gli occhi, le menti e soprattutto i cuori dei veri appassionati, saranno in particolare rivolti a lui, Marco Pantani. Proprio qui volteggiò con la sua fedele Bianchi (bicicletta) e scrisse una delle pagine più belle, indimenticabili, di questo sport meraviglioso.

Certo, oggi notiamo – considerazione bonaria – meno poesia, meno poeti (nessuno? speriamo di no), meno artigianato, meno, anzi, nessun folklore, eppure, i suoi graffi alla vita, le sue braccia alzate verso/contro il cielo resteranno leggendarie per chi, come lui, sogna ancora e sempre “il Sole che non tramonta mai“.

Ci andrebbe bene, di lusso, essere liberi cittadini anche solo della dimensione onirica.

Ispirazione, questa sconosciuta: l’etimo coadiuva: purtroppo, non risolve.

Fuori di dubbio, ha molto a che fare con il respiro, nostro soffio vitale. La derivazione è latina, ispirare deriva da inspirare. Naturale, naturalmente. Gli antichi, Greci e Latini senza distinzioni, prendevano le cose seriamente e, rispetto a noi adesso (poco intelligenti, anche senza artifici tecnologici) la sapevano lunga: quindi, l’ispirazione, era opera di uno spirito divino che attraverso un’azione soprannaturale determinava la volontà stessa dell’Uomo o degli Uomini, rivelando alle menti alcune verità, stimolandole a pensare, agire, creare opere letterarie e/o artistiche, per condividerle con la Comunità.

Per estensione, sempre noi, nel passato recente, che appare remoto o addirittura inesistente, ogni “impulso o idea felice che sgorga nell’animo quasi per suggerimento delle, o di una, divinità“. Magari, per gentile concessione eterea ai più meritevoli o, semplicemente, più simpatici. A insindacabile giudizio delle entità trascendenti. Per chi crede, o spera, tenacemente.

Planiamo al dunque, giungiamo all’argomento di interesse, auspico ‘Generale’, personale e lo dichiaro senza infingimenti; “stato di entusiasmo, di eccitazione fantastica in cui l’artista crea la sua opera“. Qualcuno argomenta di ‘attesa dell’ispirazione’ per creare, di contro, di ‘mancanza d’ispirazione’, per giustificare lunghe o totali fasi di inattività, “crisi da pagina bianca” – horror vacui, per fingere cultura – , nel caso degli scrittori.

Mister Rimmel, alias Francesco De Gregori, ammette che “da 10 anni non scrivo più canzoni“. Peccato, però può permetterselo, lui. Autore di autentici e svariati capolavori, con musiche e parole mai banali, antitesi e cura rispetto alla sciatteria imperante.

Non sento più ribollire in me l’ispirazione“, racconta tranquillo, fedele al suo stile, indifferente alle mode del tempo, ai modi degli artisti contemporanei (veri o presunti). “Faccio l’artista, non dico dal palco quello che la gente dovrebbe pensare sulla politica, non mi ergo a maestro“. Già, gli artisti e le loro opere sono altro, oltre kronos, non si piegano a diffondere ideologie, propaganda (di qualunque tipo), non reclutano folle di proseliti.

Da ragazzo, avrò avuto 16/17 anni, dopo il suicidio di Luigi Tenco, giurai a me stesso che, se fossi riuscito a diventare cantautore, non avrei mai partecipato al festival di Sanremo, per nessun motivo“.

Mentre noi, di nuovo, tentiamo di emulare il coraggio e la fantasia della donna cannone, ma se non ci affretteremo a scompigliare il destino che pochi altri stanno scrivendo per noi – senza trasformarci magicamente, necessariamente, in poeti o artisti –

finiremo presto per tentare di rubare il necessario alla sopravvivenza nei supermercati.

Hiker walking on forest trail surrounded by themed words like adventure, mystery, wilderness, and legends

Stiamo perdendo

La sensazione è diffusa:

non solo dello scrivente inadeguato – inguaiato – ma di tutte e tutti.

Stiamo perdendo, lo avvertiamo, in modo generalizzato e nemmeno troppo silenziosamente.

Ogni situazione ci sfugge dalle mani, si divincola, si complica e noi, rassegnati e vuoti, sembriamo solo attendere – non Godot, magari – la conclusione, nota, dell’agonia.

Due psicologi negli Stati Uniti, Valeria Pfeifer e Matthias Mehl, hanno studiato per anni un fenomeno preoccupante e, increduli, hanno certificato che gli esseri umani – giusto definirli ancora così? – tra il 2005 e il 2019 hanno perso di brutto: le parole.

Più i giovani, certo, nati, non per colpa loro, nell’era digitale, ma anche gli adulti e gli anziani, quelli che in teoria, dovrebbero, potrebbero – nati in epoche analogiche, per intenderci – scambiare ancora quattro chiacchiere ‘leggere’, o, perfino inutili e noiose; fino a qualche anno fa (sembrano trascorse ere geologiche) costituiva un arricchimento personale. Nonostante tutto.

Non citiamo poi quanto accaduto dalla pandemia in poi: isolamento sociale, smart working (telelavoro, se preferite dimostrarvi antiquati, paleolitici, come gli Antenati), app di messaggistica stanno completando l’omicidio. Del resto, già qualche anno fa, prima del covid, capitava di osservare in pizzeria famiglie che arrivavano, si sedevano e tutti, all’unisono, chinavano le capocce sugli schermi azzurri degli smartphone. Senza scambiarsi una parola, uno sguardo; senza badare nemmeno i poveri camerieri, imploranti almeno un cenno. Del resto, perché? Inutile.

Perdiamo nel vento – anzi no, sarebbero al sicuro – 338 preziose parole ogni anno; una persona disperde, smarrisce, dilapida (al momento, in futuro, continuando così, sarà molto peggio) circa il 30% dei lemmi comunemente impiegati. Un tempo.

Un tempo parlavamo anche con gli Alberi. Quando ancora vivevamo nella Natura; sapendo utilizzarne le risorse in comodato d’uso, sapendo che eravamo uno dei molteplici elementi della stessa, non i presunti padroni dell’Universo, separati, isolati da tutto.

Stefano Mancuso, scienziato, saggista e neurobiologo vegetale di fama mondiale, nella prefazione al suo saggio più recente, ‘Chiedilo agli Alberi‘ (per i tipi di Ponte alle Grazie), ci racconta che: “Per la quasi totalità della nostra storia evolutiva, l’essere umano non si è limitato a vivere nella natura; è stato natura“.

La follia autolesionista è stata rinchiuderci in scatole di cemento, ferro e vetro, di illuderci che luci artificiali e aria condizionata ci avrebbero preservati (o “non avrebbero avuto conseguenze“) dai cicli della Natura, dai suoi ‘cambi d’umore’. La soluzione di tutti i nostri problemi ambientali – per gli altri, ci vorrebbe un ulteriore scatto: d’intelligenza – sarebbe il riavvicinamento a “quel mondo verde da cui ci siamo allontanati, ristabilendo con esso una corretta (sana e giusta, ndr) relazione“.

Non dovremmo trascurare mai che, in quanto animali intelligenti (dimostriamolo, una buona volta): “Il nostro cervello trova nella Natura la sua condizione originaria, riportandoci a uno stato di calma vigile che è la nostra condizione naturale”.

Perdiamo le Parole, perdiamo il senso di appartenenza alla Natura, perdiamo Cultura, nel disinteresse totale – non si tratta di una novità o di una sorpresa, purtroppo – delle istituzioni; quelle, inseguono altri interessi, elettoralistici e finanziari. Eppure, qualcosa si muove, costituisce, in nuce, un primo tassello risolutivo alle nostre, tante, troppe ambasce.

Da Balad-el-fil (arabo antico), Katane (greco antico), o Catania, giunge una proposta culturale dal basso – per così digitare e tentare di capire – e i protagonisti di questa offerta sono i tanto vituperati giovani, quelli che scelgono di non partire, di valorizzare la propria terra originaria, respingendo le trame politiche, a base di ‘grandi eventi’ specchietti per allodole, cominciando “dall’apertura di spazi accessibili“. Per la gente etnea, per tutti.

Bisogna costruire qualcosa che permanga, ovviare al modello per cui si capitalizza per pochi giorni l’indotto culturale attorno a un grande evento, mentre per tutto il resto dell’anno luoghi e persone diventano trascurabili, quando le illusorie luci della ribalta si spengono“. Questa l’opinione autorevole di Simone Dei Pieri, direttore artistico della fiera internazionale del libro ‘Catania book festival‘.

Parole, Alberi, Cultura: ritrovarli, custodirli, rigenerarli. Parlare, di nuovo, con gli esseri umani, parlare, ancora, con gli Alberi, farci ispirare dalla loro saggezza maestosa, salvaguardare e propagare Cultura, nostro unico, vero, irrinunciabile tesoro.

Forse così, il Consesso umano potrà salvarsi, potrà (ri) vivere.

Books transforming into birds flying upward with a person holding an open book

Solo, con le parole

Solus, solitario; che sta da per sé, unico.

Come avverbio, vale, equivale a solitamente, con un’accezione lievemente differente rispetto al lemma; ci sono poi interessanti derivazioni: solamente – mente sòla, auspicabile non nel senso di truffa romanesca – , soletto, solitudine, solingo, solissimo, ma anche assolare (non esporre al sole, ma ridurre a uno solo), soliloquio (pratica assai comune), solitamente.

Solo e pensoso, vo compulsando e fotografando, per i più solitari campi…

La citazione, corretta e colta, sarebbe, è:

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi
.

Lungi da me credere e millantare di essere un intellettuale, un esperto di Poesia o di solitudini agresti; forse, ‘solo’ un estimatore, un ignorante pellegrino, appassionato di elegie, verdi praterie, acque cristalline.

Anche rimpiangendo o soffrendo maledettamente per un amore, per Amore.

Evviva i Canzonieri – rime nate per essere cantate – , evviva Francesco, Petrarca.

Come dice Han Kang, ex libraia e scrittrice sudcoreana, “c’è molta sofferenza e violenza al mondo, ma tutto ciò fa sì che l’amore si rifletta in modo ancora più grandioso. In fondo, ciò che ci fa vivere, in questi tempi bui (altro che Medioevo, ndr), è solo l’amore“.

Un candido petalo di orchidea, anche lui solingo e ramingo, vola sul mondo, lasciandosi cullare sulle ali del vento, perlustrando, illuminando contrade e sentieri, carezzando la memoria – individuale e collettiva – , stimolando delicatamente la parola; nell’auspicio che le parole fluiscano, copiose, armoniche, con tutto il loro salvifico potere.

Perdersi (ritrovarsi?) in Patagonia – niente agonia, per favore – , alla fine della Terra; imbattersi in uno strano marinaio, eremita dal caos umano, una specie di Corto Maltese, che narra una storia, la sua storia, reale o immaginaria, “a gocce e sprazzi, come una parabola poetica“.

Abbarbichiamoci a queste fragili, magnifiche parole, prima di tramutarci definitivamente in ombre senza voce, cancellata/cancellati da un vortice senza vero senso, annientati da “contrasti morali, solitudini urbane, nella morsa tra i monasteri di un’antica fede e la mostruosa civiltà dei grattacieli“. Come fossimo personaggi di un romanzo nero nipponico, cittadini di “una metropoli, megalopoli, afosa e insonne“.

Circondati, assediati, bloccati con le spalle al muro – metaforico, non troppo – dagli oligarchi del denaro, dalla politica imbelle, dalle ipocrisie reiterate sulle ‘nazioni’, forse potremmo difenderci, salvarci, pensando che proprio quando ci sentiamo sopraffatti, ormai segregati in un vicolo malfamato e cieco, abbiamo le potenzialità per mobilitarci, collettivamente, in nome e per il bene comune; abbiamo le potenzialità per redimerci, riscattarci e restare/ridiventare umani grazie all’amore, “nostra unica e vera patria“. Anzi, ‘Matria’. Qui e ora.

Anche le teorie astronomiche – non ‘Has Fidanken’, caro angelo – , dopotutto, non sono affidabili; i dotti e complicati modelli matematici, quindi, anche le conseguenti dispute accademiche, non sono garanzia di certezze o, almeno, punti cardinali inequivocabili, indiscutibili. Anzi.

La morale, qualora esistesse, è che, alla fine, l’Universo fa quello che vuole.

Francois Bouchet, astronomo, dixit.

Per noi, però, consolazione e rifugio sicuro, restano le parole, quelle ispirate, suggerite dall’Amore:

unico modo di conoscere, conoscerci, unica vera ‘piattaforma’ per esprimerci.