Forest path with text: “VIVI OGNI MOMENTO, AMA LA NATURA”

Parole che sanno di terra

L’uomo esiste perché le parole lo definiscono.

Così, disse qualcuno tanto tempo fa, in una delle capitali della Mitteleuropa.

Appaiono fragili, le parole, ma hanno un potere creativo impareggiabile.

Sono tante, infinite, con colori e aromi diversi, per realizzare uno o più universi.

Nei Libri è scritto: il logos è, infatti, la parola creatrice, nonché la seconda persona della Trinità, cioè Gesù. Non per insistere, ma «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… e il Verbo si fece carne» (Giovanni 1,1.14)>>. Solo per evidenziare che dall’alba dei tempi, il verbo è stato fondamentale: per il mondo, per noi bipedi, esitanti e mortali.

Divertente e stimolante, consultare il dizionario etimologico per scoprire l’origine del lemma e il termine equivalente nelle varie lingue: paravola in sardo, paraula in napoletano, palavra in portoghese, parole in francese, palabra in spagnolo. In tardo latino, parabola – palombella, la traiettoria arcuata e beffarda che plana in rete, uccellando (Gianni Brera scripsit) il povero portiere, nel calcio o nella pallanuoto (Palombella Rossa) – proprio quella che Gesù trasformava in racconti simbolici, per i discepoli e per le folle che si raccoglievano per ascoltarlo.

In origine, quindi, discorso, insegnamento, poi, per attenuazione, detto, motto; in seguito, per evitare commistioni e/o fraintendimenti, voce articolata per esprimere un concetto, evitando il termine latino verbum, identificato ormai con il concetto sacro di parola fatta carne.

Più modestamente, noi utilizziamo parole che sanno – nel senso, hanno sapore, ma anche, conoscono intimamente – di terra, la terra sulla quale deambuliamo, coltiviamo, ergiamo le nostre città, ormai ridotte (non tutte, per fortuna e, qualche volta, senso buono) a asfissianti, letali, schiaccianti luna park.

Mariangela Gualtieri, poetessa cesenate, partita dal e grazie al teatro, si professa “non appartenente a nessun culto“, eppure, da sempre, intrisa di una tensione religiosa naturale, che sfocia nella sua poetica “della gratitudine, della lode, dell’amore“.

Cristo è (stato) anche un grande poeta, luminoso, al di là e oltre i banali tentativi di “una certa trita retorica” di ‘normalizzarlo’.

“La poesia è uno stato della lingua così denso, imprevedibile, entusiasmante, un po’ magico, le parole sembrano assemblate da una mano innamorata, sovrumana“, che “non solo è possibile pregare in versi“, ma, la poesia stessa spesso diviene “preghiera, altissima vertigine della lingua“.

Potrebbe apparire ardito, non solo il personaggio, ma l’audace accostamento: Don Chisciotte, rivolgendosi direttamente al lettore, lo invita, con la propria fantasia, a sbaragliare i nobili, i finanzieri, la gente comune sleale, l’arroganza e la falsità di scrittori e accademici. Ancora una volta, la parola assurge a chiave di volta della questione, “il primo dovere di un lettore – quindi, lettore potenziale anche di poesie, di preghiere – è agire nel mondo con onestà intellettuale e morale; forse, questo semplice principio (non per caso, Don Chisciotte fu da subito censurato e proibito, in quanto scritto profano e immorale), può renderci, all’interno della società corrotta in cui viviamo, più tolleranti e meno infelici“.

Lo pensa, lo dice e lo scrive, lo scrittore ispanico Alberto Manguel.

Cervantes non voleva certo comporre una preghiera, ma un’opera per irridere e porre fine alle troppe, talvolta assurde, composizioni letterarie cavalleresche; in realtà, il suo eroe, si batte senza posa contro tutte le ingiustizie del pianeta terreno; divenne, perciò, popolare immediatamente, a tutte le latitudini.

In fondo, una forma d’amore, forse persino religiosa: per le parole sane e sincere, per la Terra, per gli altri (esseri viventi).

Il segreto della poesia risiede nella semplicità: raggiungere il Paradiso – Gualtieri lo confessa con pudore – grazie a parole sporche di terra,

“ricche della vitalità della terra. E’ la grande lezione di Dante, il quale adorava San Francesco. Mi entusiasma pensare che la nostra lingua cominci la sua avventura lodando tutto“.

Young person transforming into a tree with glowing branches at sunset in a valley with mountains and a river

Metamorfosi

Nel paese che ha saputo rendere il trasformismo un’arte – da quando il trasformismo è diventata un’esigenza, cantava il Poeta – , metamorfosi potrebbe essere, se non la parola d’ordine, la parola chiave: per aprire ogni porta e accedere a tutte le dimensioni, reali e immaginabili.

I saltimbanchi contemporanei sono solo pallide e squallide caricature dei Pagliacci di ere fa.

Con la metamorfosi, più che mai, l’etimo recita un ruolo fondamentale: parola composta (almeno essa), unione tra ‘meta‘ e ‘morphè‘ – morfologia rammenta qualcosa? solletica fantasie? – , con la terminazione ‘osis‘ che indica parole astratte.

La mutazione di forma, non solo dell’acqua o dei gas, la trasformazione, è una peculiarità umana. Riflettiamo con cura e placidità, le mutazioni riguardano molti viventi, non solo quelli a due zampe: per esempio, gli insetti e potremmo citarne a bizzeffe. Da baco da seta a falena, da ninfa a coccinella.

Non si scomodi, poi, il caso, se Ovidio ha intitolato il suo poema più universalmente noto Le Metamorfosi (e non si riferiva al Dr. Jekill e a Mr. Hyde, casomai, ha anticipato…):

proviamoci noi, industriamoci, arrabattiamoci a comporre un neo poema epico mitologico (ché i miti, da sempre, senza IA, hanno illustrato agli ‘uomini’, le origini e i significati di tutte le cose, visibili e invisibili), composto da 250 racconti, esplicativi di come gli ‘animali moderni’ si siano mutati in questi misteriosi esseri, apparentemente privi di anima.

Se fossimo in grado – lo scrivente, no di sicuro – di fermarci e partorire sane speculazioni (nel senso di meditazioni), magari coadiuvati dalla lettura di un bell’articolo su Robinson – maledetta lettura, maledetto viziaccio – , ci renderemmo conto che “la metamorfosi è il principio fondamentale del pensiero e della rappresentazione della natura“.

I poeti, stirpe adusa alle mutazioni, nella perenne ricerca della bellezza e del sublime, spesso vivono con disagio le liturgie che costringono a celebrare le istituzioni (gli uomini di potere) e le religioni (altri uomini di potere); per questo, trovano volentieri cittadinanza nelle sorprendenti parole che forgiano. Come scrive la poetessa Mariangela Gualtieri: “Credo che un poeta sia a casa solo nelle parole“.

Vorrei mutarmi in una fumettista e illustratrice coreana, vissuta tra Corea, Filippine, Usa e, ora, da sposata, britannica di Londra: cosa esiste di maggiormente metamorfico, di cambiare spesso (volentieri?) paese di residenza, di vita? Resta, faro e Stella polare, la convinzione che le donne siano centrali per realizzare, finalmente, una società umana giusta e paritaria, dove “il patriarcato, figlio della tradizione, non funziona più“, sia cancellato, definitivamente. L’artista dei fumetti, per fortuna esiste, ha 35 anni e il suo nome è Yudori; un nome da rammentare, per cambiare, in meglio.

Trasformarsi, trasformarci fa parte del nostro destino, anche se non siamo illusionisti; dalle origini, da prima che coniassimo le parole – pensiero e parole, all’unisono – , dalle “antiche cosmogonie orientali, al V secolo avanti Cristo, dal mito e dai filosofi presocratici che parlavano di ciclo cosmico e fenomeni naturali, indicati quali principi“.

I mitemi, frammenti di racconto, esistono da quando è apparso l’uomo, le nostre amate metamorfosi ci appartenevano già dal Paleolitico; “quando la mente giunge a fondere elementi diversi in un’unica figura. Si parla di ‘blending cognitivo‘, perché è la fluidità che ci ha permesso di pensare“.

L’antropologia contemporanea ha ‘inventato’ il concetto di “multinaturalismo, una pluralità di esseri che si scambiano sembianze senza perdere identità“. Le Metamorfosi che riappaiono, non abdicano mai.

Non solo umani e animali, anche alla materia “viene riconosciuta l’immaginazione (animismo); la realtà ha questo di particolare, mentre si manifesta, sta già cambiando. E’ così che sono possibili la storia, le storie“. Non si potrebbe spiegarlo meglio di Serenella Iovino.

Come scriveva l’immortale Ovidio, tutto scorre (lungi dal sottoscritto citare il gruppo pop Verde Coniglio…);

anche le stelle, anche la luce.

Tutto muta, in un ciclo continuo e inarrestabile.