Masked warrior in ornate armor standing among swords on a stage

Bardo Manga

William (Shakespeare, scuoti lancia, se gradite), lo sconosciuto più celebre della poesia e della letteratura mondiale.

Il samurai delle tragedie, se volessimo sconfinare nelle iperboli contemporanee.

Eppure, come accade spesso nello sconfinato universo della cultura – senza incorrere nel peccato di blasfemia, o, peggio, lesa maestà – , autori ‘paralleli’ (non dovrebbero incontrarsi mai), grazie alla sensibilità visionaria di qualcuno, si sfiorano, si annusano, realizzano connubi impensabili.

Cosa direste voi, ad esempio, se al Bardo, venisse accostato Go Nagai – celebrato autore della saga dei Mazinga, di Devilman, de La Divina Commedia ispirata dalle celebri tavole di Gustave Dorè – o l’irregolare del fumetto italico, Andrea Pazienza?

Appunto, eppure.

Roberto Recchioni, fumettaro di vaglia e non solo, ha osato l’inosabile, realizzando una versione che i tipi di Robinson hanno definito ‘dark’ di Romeo e Giulietta, Questi piaceri violenti (Feltrinelli Comics).

Definizione seducente, ma riduttiva, forse, rispetto al progetto partorito dalla mente dell’autore, per dieci anni curatore di Dylan Dog, con incursioni anche nelle avventurose vicende di Tex, Topolino, Diabolik, Catwoman, Batman (lui sì oscuro, per davvero); i suoi disegni sono conosciuti, apprezzati, pubblicati a tutte le latitudini del pianeta.

Se Shakespeare pensava e scriveva opere per attori maschi che dovevano impersonare ruoli femminili – “questo è uno dei motivi per cui sono appassionato del Bardo“, rivela Recchioni – l’artista romano ha cominciato una dismissione del vecchio fumetto, “basato su convezioni tipiche e intoccabili“, per giungere e raggiungere una forma ancora più diretta, immediata, d’impatto.

Ancora presto per chiamarla rivoluzione, certo un’evoluzione cominciata già negli anni 70 del 1900, da autori quali Giancarlo Berardi (Ken Parker) e Will Eisner (The Spirit, Contratto con Dio); “sono stanco del solito fumetto, forse perché lo leggo da troppi anni; il lettore è più abituato a leggere in verticale che da sinistra a destra, ecco perché invito gli occhi ad andare ancora più in verticale. E poi mi sembra che i baloon, nuvola bianca che galleggia attorno alle teste dei personaggi, siano diventati un ostacolo alla lettura“.

Giovani e giovanissimi saranno sicuramente attirati da una comunicazione visiva simile a quella dei social, ma anche adulti e anziani, ormai, si sono spesso rassegnati, o adeguati, alle ‘intemperie’ tecnologiche.

La rilettura di Romeo e Giulietta, con stile basato su primi piani, grandi immagini, frasi brevi o disegni accompagnati da una sola parola, serve a Recchioni per mettere in luce che questa storia pullula di persone cattive e che “spesso chiamiamo storie d’amore, vicende di rara tossicità“. Insane, letali.

Il manga giunge all’improvviso (nemmeno troppo) come il sol levante, se permettete: si manifesta perché l’autore confessa sinceramente di essere “un ammiratore di Go Nagai, per la maniera in cui riusciva a trasformare la china in sangue che gronda letteralmente dalle pagine. In fondo, le mie fonti d’ispirazione sono sempre tre: Pazienza, Miller e Nagai“.

“Ho utilizzato iPad tablet e il programma Procreate per realizzare la storia, perché mi hanno permesso di non rimanere bloccato al tavolo. Per me, lo spirito puro del fumetto, è anche l’urgenza di comunicare“.

Molte innovazioni, niente cedimenti alle consuetudini consunte, niente tabù: Recchioni rivendica con autenticità e tranquillità che una pagina di sesso esplicito “fosse necessaria per una riflessione sull’identità. Era importante che quella scena arrivasse con forza“.

Con la forza delle idee precise, con l’impetuosità dell’arte, con la convinzione che i temi decisivi per la natura umana possano essere disquisiti anche grazie al fumetto;

chissà, forse oggi il Bardo leggerebbe con soddisfazione manga in The Tube (metropolitana di Londra).

Forest path with text: “VIVI OGNI MOMENTO, AMA LA NATURA”

Parole che sanno di terra

L’uomo esiste perché le parole lo definiscono.

Così, disse qualcuno tanto tempo fa, in una delle capitali della Mitteleuropa.

Appaiono fragili, le parole, ma hanno un potere creativo impareggiabile.

Sono tante, infinite, con colori e aromi diversi, per realizzare uno o più universi.

Nei Libri è scritto: il logos è, infatti, la parola creatrice, nonché la seconda persona della Trinità, cioè Gesù. Non per insistere, ma «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… e il Verbo si fece carne» (Giovanni 1,1.14)>>. Solo per evidenziare che dall’alba dei tempi, il verbo è stato fondamentale: per il mondo, per noi bipedi, esitanti e mortali.

Divertente e stimolante, consultare il dizionario etimologico per scoprire l’origine del lemma e il termine equivalente nelle varie lingue: paravola in sardo, paraula in napoletano, palavra in portoghese, parole in francese, palabra in spagnolo. In tardo latino, parabola – palombella, la traiettoria arcuata e beffarda che plana in rete, uccellando (Gianni Brera scripsit) il povero portiere, nel calcio o nella pallanuoto (Palombella Rossa) – proprio quella che Gesù trasformava in racconti simbolici, per i discepoli e per le folle che si raccoglievano per ascoltarlo.

In origine, quindi, discorso, insegnamento, poi, per attenuazione, detto, motto; in seguito, per evitare commistioni e/o fraintendimenti, voce articolata per esprimere un concetto, evitando il termine latino verbum, identificato ormai con il concetto sacro di parola fatta carne.

Più modestamente, noi utilizziamo parole che sanno – nel senso, hanno sapore, ma anche, conoscono intimamente – di terra, la terra sulla quale deambuliamo, coltiviamo, ergiamo le nostre città, ormai ridotte (non tutte, per fortuna e, qualche volta, senso buono) a asfissianti, letali, schiaccianti luna park.

Mariangela Gualtieri, poetessa cesenate, partita dal e grazie al teatro, si professa “non appartenente a nessun culto“, eppure, da sempre, intrisa di una tensione religiosa naturale, che sfocia nella sua poetica “della gratitudine, della lode, dell’amore“.

Cristo è (stato) anche un grande poeta, luminoso, al di là e oltre i banali tentativi di “una certa trita retorica” di ‘normalizzarlo’.

“La poesia è uno stato della lingua così denso, imprevedibile, entusiasmante, un po’ magico, le parole sembrano assemblate da una mano innamorata, sovrumana“, che “non solo è possibile pregare in versi“, ma, la poesia stessa spesso diviene “preghiera, altissima vertigine della lingua“.

Potrebbe apparire ardito, non solo il personaggio, ma l’audace accostamento: Don Chisciotte, rivolgendosi direttamente al lettore, lo invita, con la propria fantasia, a sbaragliare i nobili, i finanzieri, la gente comune sleale, l’arroganza e la falsità di scrittori e accademici. Ancora una volta, la parola assurge a chiave di volta della questione, “il primo dovere di un lettore – quindi, lettore potenziale anche di poesie, di preghiere – è agire nel mondo con onestà intellettuale e morale; forse, questo semplice principio (non per caso, Don Chisciotte fu da subito censurato e proibito, in quanto scritto profano e immorale), può renderci, all’interno della società corrotta in cui viviamo, più tolleranti e meno infelici“.

Lo pensa, lo dice e lo scrive, lo scrittore ispanico Alberto Manguel.

Cervantes non voleva certo comporre una preghiera, ma un’opera per irridere e porre fine alle troppe, talvolta assurde, composizioni letterarie cavalleresche; in realtà, il suo eroe, si batte senza posa contro tutte le ingiustizie del pianeta terreno; divenne, perciò, popolare immediatamente, a tutte le latitudini.

In fondo, una forma d’amore, forse persino religiosa: per le parole sane e sincere, per la Terra, per gli altri (esseri viventi).

Il segreto della poesia risiede nella semplicità: raggiungere il Paradiso – Gualtieri lo confessa con pudore – grazie a parole sporche di terra,

“ricche della vitalità della terra. E’ la grande lezione di Dante, il quale adorava San Francesco. Mi entusiasma pensare che la nostra lingua cominci la sua avventura lodando tutto“.

Dense green foliage growing around glowing blue and copper circuitry

Liquefazione

Si pensa in automatico – riflesso ‘condizionato’ – al sangue di San Gennaro;

in alternativa, geo politicamente corretti, al miracolo a Milano.

Ancora, liquefarsi come un ghiacciolo all’Equatore (esempi di quando perfino noi eravamo bambini), come il gas, per restare solidamente ancorati all’attualità, trasportato dalle gigantesche navi metaniere; almeno quelle che, in teoria, possono ancora transitare per i vari stretti – strettoie? – dei 7 mari.

Ci siamo illusi di abitare un pianeta senza confini, né barriere, e invece, eccoci sistemati.

Obliamo spesso di essere costituzionalmente imperfetti, ma, come dice il nostro uomo nel Palazzo di Vetro (Onu?), magra consolazione, “nessun paese è perfetto”. Per rammentare con semplicità che qualsiasi istituzione creata dall’umanità, presenta lati buoni e, altri, migliorabili: dovremmo concentrarci su questi aspetti; invece, spesso, la preoccupazione dei vari governi, anche di diverso indirizzo politico, è creare nuovi reati da perseguire, per garantire – in apparenza – la fantomatica governabilità e la leggendaria sicurezza dei cittadini.

Il tecno feudalesimo, lontano dall’essere una festa rave per giovani in cerca di emozioni forti, è, in realtà, la forma, deleteria, del nuovo ordine mondiale. Non parliamo di eminenze grigie, o stati canaglia, ma di cosiddette big tech, multinazionali sovranazionali, che possono vantare bilanci più cospicui di ogni stato del mondo, quindi, interessate alle decisioni politiche in grado di incrementare il loro lucro.

Impatto ambientale e diritti civili umani, non pervenuti.

La famigerata intelligenza artificiale per loro non rappresenta un pericolo, ma un mezzo portentoso, l’ennesimo, da sfruttare senza regole e senza limiti, incuranti dei danni alla Natura e all’Uomo.

Eppure, Cedric Durand, economista, docente di Economia politica a Ginevra, si dice convinto e ottimista nel correggere, ampiamente, la rotta – china disastrosa, calza meglio – cominciando dal ribattezzare in modo corretto gli attori e le questioni in gioco. La nostra epoca si chiama capitalocene, perché il “capitalismo sta trasformando l’ambiente in profondità”; bisognerebbe “riconoscere quanto prima il ruolo di soggetto storico alla Natura, creando istituzioni che la rappresentino. La contabilità ecologica dovrebbe diventare struttura primaria per decidere le nostre economie, creando un inventario permanente del territorio, per definire gli spazi che decidiamo di utilizzare per le attività economiche”.

In sostanza, invece di invocare la presunta intelligenza artificiale come panacea dei nostri, tanti e gravi, problemi (ignorando totalmente, o quasi, la sua vera qualità ontologica), dovremmo affidarci “all’intelligenza collettiva, perché il cervello è l’entità che coordina ogni nostra funzione; passo successivo, ripeto, dare alla Natura le sue istituzioni, per salvare il pianeta”. Dovremmo comprendere, finalmente, che “noi siamo il cervello della Terra“.

Magari, muovendoci in fretta, la sabbia dentro la clessidra (non è possibile girarla) sta finendo di scorrere, i ghiacciai ritenuti eterni si stanno liquefacendo, così i diritti civili “che credevamo acquisiti”.

Siamo giunti all’assurdo, coloro che si mobilitano per sensibilizzare l’opinione pubblica e difendere le risorse naturali, gli eco attivisti, sono etichettati dai governanti e dai politici, quali “eco terroristi, Talebani verdi, eco zeloti (copyright UK)”.

Lo sostiene – lo verifichiamo tutti i giorni negli ultimi, tristi anni – Michel Forst (il nostro uomo nel Palazzo di Vetro), cittadino francese, nonché primo Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori dei diritti umani. La sfida più grande che l’umanità sta affrontando è quella ambientale, legata ai mutamenti climatici, causati da attività antropiche, eppure, nelle varie agende politiche/multinazionali, non vengono mai menzionati, neppure all’ultimo rigo, o in una nota a margine, o postilla microscopica.

“Questi individui (gli eco attivisti) affrontano grossi rischi, a volte perché utilizzano forme inusuali di protesta, come la disobbedienza civile. I governi, al momento, non stanno affrontando la tripla crisi che ci minaccia: cambiamenti climatici, perdita della biodiversità, inquinamento. Tribunali e media, poi, li considerano e li trattano come criminali, per non parlare delle polizie. Eppure, sono i difensori della Terra”.

Sorprende, allibisce, sgomenta l’atteggiamento del Vecchio Continente, sempre pronto a schierarsi, a parole e in linea di principio, con coloro che lottano a favore dei diritti umani: all’estero, però, mai all’interno dei propri territori. Un ammirevole senso di lungimiranza e, in particolare, coerenza.

Forst sottolinea il ruolo determinante, in negativo, dei mezzi di informazione. Spesso, troppo spesso, per ignoranza e sciatteria “dipingono i difensori dei diritti umani e ambientali quali delinquenti, questo può diventare pericoloso per l’incolumità degli attivisti e per le cause stesse della loro mobilitazione. I media, al contrario, dovrebbero dare loro voce e spiegare che le loro forme di protesta, nuove, hanno un senso, non potendo contare sui partiti politici nazionali e sui politici locali”.

L’orizzonte non è roseo, nonostante durante le ultime Cop (Conferenze delle Parti) sul clima, alcuni funzionari governativi abbiano invitato “coloro che stanno sempre nell’ombra e le comunità locali, per esprimersi ed esporre problemi e possibili soluzioni. In alcuni casi, i funzionari, ascoltando le voci di persone reali, hanno dimostrato di capire e si sono attivati per stimolare cambiamenti positivi”.

Nonostante ciò, buona volontà poco consolante, pochi e isolati fatti concreti, clima e diritti universali, si avviano al tragico epilogo delle calotte polari artiche:

si stanno liquefacendo, rapidamente.

Illustrated river city with bridges, classical buildings, farms, mountains, and wind turbines

Il mondo è la mia polis

Qui Federazione delle Terra, qui centro del diritto, per costruire la democrazia e il futuro.

Sembrerebbe l’incipit di un romanzo di fantascienza – o di un romanzo distopico, visto che ora non esiste creazione dell’ingegno che non sia distopica – invece è quanto sostiene e argomenta il professor Luigi Ferrajoli.

Allievo di Norberto Bobbio, fiorentino, 86enne professore emerito di teoria del diritto, possiede titoli e, soprattutto, competenze giuridiche per formulare una potente trilogia in grado di delineare e erigere “una nuova democrazia”.

Guardiamo un po’ il caso, ma oggi il diritto e la democrazia sono fortemente in crisi, sull’orlo dell’estinzione: i nuovi potenti del Pianeta, i plutocrati, li irridono e deridono – o perseguono con metodi dittatoriali – chi ancora tenta di difenderli socialmente, di applicarli concretamente.

“Una singolare figura di sognatore”, scrive di lui Antonio Gnoli, sulle pagine di Robinson; un sognatore molto pragmatico, un uomo che, a ragion veduta, potrebbe dire, risultando credibile e affidabile, che “nulla è più realistico dell’utopia”.

L’ho citato spesso, ma il mio antico professore di educazione fisica alle scuole medie, sosteneva che “non è vero che l’utopia sia un’idea irrealizzabile, basta trasformarla in un progetto concreto”.

Da quando si è laureato, nel 1962, Ferrajoli sostiene, con opportune integrazioni e modificazioni, “il federalismo globale“; diverso dal federalismo Usa, diverso da quello, tutto al momento da enucleare, europeo.

“Il federalismo garantista non comporta la creazione di un nuovo potere, al contrario, limita quelli esistenti: pubblici e privati, pubblici e sociali, statali e sovrastatali. Stiamo vivendo il momento più drammatico della storia umana, fronteggiamo pericoli che nessuno Stato sarebbe capace di scongiurare da solo”.

In effetti, ci siamo confinati da soli in un angolo senza apparenti vie d’uscita: nuovi conflitti militari per pretese economiche o geopolitiche, devastazione della nostra cara, vecchia Terra, eliminazione dei diritti dei lavoratori e dei migranti, pochissimi ricchi sempre più padroni delle risorse fondamentali per la vita e dei beni comuni, popolazioni sempre più povere e non tutelate.

Questo sconvolgente, inaccettabile neo feudalesimo è sintetizzato in modo esemplare dalla frase sprezzante dell’individuo che, da volgare affarista miliardario, occupa la Casa Bianca: “Non ci sono limiti al mio potere”.

“Si tratta – spiega il professore – di un nuovo fascio liberismo, creatosi anche per le crisi delle sinistra e per la scomparsa di liberalismo e socialismo”. Ideologie decadute, hanno aperto una voragine enorme, non colmata da nuove idee, nuove necessarie battaglie e strumenti, di lotta e resistenza.

“Prendere il diritto sul serio – continua indomito Ferrajoli – è l’unica risposta realistica nell’interesse di tutti; non sono ottimista, è più probabile che si vada al disastro, ma lo scopo del mio progetto è dimostrare che un’alternativa allo sfacelo non solo esiste, ma è davvero possibile, obbligatoria”.

Bisognerebbe accelerare i ritmi (i nostri, soprattutto): il clamoroso, conclamato fallimento dell’Onu e delle varie carte dei diritti, solo enunciazioni di principi, mai applicate, non consentono margini di manovra ampi e flemmatici.

“Ormai dobbiamo renderci conto che la polis è il pianeta, gli ostacoli alla pace sono i confini che negano uguale dignità agli esseri umani”.

Viviamo in un mondo nel quale la politica – mentre dittatori e plutocrati si sollazzano e scorrazzano indisturbati – è affetta “da miopia del giorno dopo, che alimenta presentismo e localismo”. Se invece ci soffermassimo, anche solo pochi istanti, a pensare, ci renderemmo conto che, come mai nel passato, “potenza economica e tecnologica potrebbero soddisfare i bisogni di tutti”.

Infine, per accedere, o meglio, realizzare la Costituzione della Terra, è necessario rammentare che i potenti non necessitano del diritto, perché “dispongono di forza, menzogna (superfluo menzionare esempi), denaro per corrompere”, mentre i deboli, loro sì, hanno estremo bisogno “della sfera delle garanzie, del diritto, da quello penale a quello costituzionale, a quello internazionale; tutti i diritti fondamentali – diritti di libertà e diritti sociali – proteggono le persone più esposte ai soprusi (di ogni tipo), le persone più deboli”.

Il professor Ferrajoli, conscio di quanto arduo e difficile sia il compito, ricorre all’arcaico filosofeggiare di Immanuel Kant:

“senza una speranza di tempi migliori, non ci sarebbe più spazio per la politica e per la morale”.

Vogliamo, finalmente, un vero mondo nuovo, una nuova Terra per tutte e tutti, o ci rassegneremo a sopravvivere come “persone illegali”, per poi morire peggio?

Open storybook depicting a riverside village, cosmic sky, and magical forest

Universo onirico

Perdersi nei sogni, concedersi questa stravaganza – stra vacanza – ogni tanto: per ossigenare la mente, per riallacciare i contatti con la parte più vera, forse migliore di noi.

Deambulare nell’universo onirico, con passo leggero (incorporeo, meglio), ma sicuro, ansioso di meraviglie, scoperte, nuovi orizzonti.

Piombare, come avrebbe fatto il teutonico Barone di Munchhausen, non per emulare la sua attività militare, quanto per lo stile leggendario e, spesso, inverosimile dei suoi racconti, nella isolata, verde Irlanda; o nel Montana, o in entrambi i paesi in contemporanea.

Impossibile, dite? Non preoccupatevi, siamo, rammentatelo, nella dimensione ove l’irrealizzabile – apparentemente, per noi – diventa evento comune, quotidiano, naturale; come respirare.

Greco antico, antico, fraterno, irrinunciabile amico, dell’età dell’oro, ma anche del ferro e del bronzo, soccorrici Tu, con la tua sapienza, con la tua profondità, con la tua impareggiabile creatività. Del resto, sogno (o son desto?), somnium, ypnos, condividono la medesima radice e quindi sono irrorati dalle stesse fonti vitali.

Prima di smarrirmi nel labirinto dei pensieri – labirinto del Minotauro o del Fauno? preferirei di no – dichiaro, con atto di fiducia, in quanto ancora di lui e delle sue opere non conosco nulla (tranne poche, essenziali note biografiche): chiederei tanti, illuminati, luminosi consigli pratico vitali, al signor Kevin Barry, scrittore e giornalista, pluripremiato per i suoi quattro romanzi – fino a oggi – e per i suoi racconti (tre raccolte). Stimato e lodato dalla critica, non solo patriottica, ma internazionale.

Passo dopo passo, seguire la vicenda umana di Tom Rourke (Il cuore d’inverno), “persona tossicodipendente, alcolizzata, degenerata”, eppure giovane poeta e cantautore, cittadino di Butte, paese minerario del Montana, nel 1891, dove una ingente comunità di immigrati irlandesi, tra vizi e dissoluzione morale, tenta di sfangarsela. Tom, prossimo alla resa esistenziale, trova all’improvviso una sferzata di nuova energia, quando in città compare Polly Gillespie, sposata per corrispondenza a un probo e devotissimo “capitano di miniera”. Tra i due, non servirebbe nemmeno compulsarlo, divampa un amore travolgente e nasce la speranza di un’altra vita, diversa, lontana dalle brutture e dalla mediocrità, poco aurea.

Nel mio sogno scapestrato e irriverente, mi sono ‘allargato’ e saltando di palo in frasca negli Stati Uniti, agli inizi del 1900, mi sono reso conto che il sistema scolastico, non esente da difetti, certo, prevedeva l’accoglienza di tutti bambini; le norme per ottenere la cittadinanza erano più limpide e meno razziste di quelle in vigore su molte sponde dell’atlantico (a est, a ovest); sentirsi parte del progetto educativo era il modo migliore per integrare pueri provenienti o originari di decine di terre diverse, il modo più intelligente per formare cittadini responsabili e con un ottimo senso civico.

Convinto, poi, di proseguire, imperterrito e selvaggio, nella mia lunga fase REM – non il gruppo musicale di Michael Stipe, non solo – forse i folletti di Titania e Oberon (anche se l’estate non si trova a metà del suo percorso, ma è ufficialmente conclusa), mi hanno sussurrato che, mentre in Europa si accendono fatue, continue, sterili discussioni sull’inutile, altrove, in Cile, per esempio, badano al sodo, come si sarebbe considerato non troppo tempo fa. I “neurodiritti” sono reali e tutelati dalla legge; di fronte a una innovazione tecnologica sempre più invasiva – possibilità di collegare il cervello umano alle macchine, “per potenziarlo, ma anche per manipolarlo”, il professor Guido Girardi Lavin è riuscito a ottenere il loro inserimento in Costituzione, reputando che adesso essi debbano essere considerati “un principio universale”.

Con lo sviluppo sempre più massiccio e non regolamentato della ‘famigerata’ IA, stiamo rapidamente volgendo dall’obiettivo insano del super uomo, all’aberrazione dell’homo deus; “non è solo l’uomo a costruire la tecnologia – argomenta lo studioso – ma anche viceversa. Per preservarlo, dobbiamo arrestare l’evoluzione che ci vuole portare oltre l’umano stesso. Il corpo e la mente dell’Homo habilis erano ottimizzati per la giungla e la steppa, quelli dell’Homo sapiens non sono fatti per l’ecosistema digitale. Perciò dobbiamo tutelare i diritti umani e i neurodiritti: determinano chi siamo, impedendo la transizione postumana”.

Per scivolare dai sogni, nel tetro mondo degli incubi, ci vuole un attimo: di distrazione, o di troppa concentrazione.

Meno male che le vicende di Tom e Polly immergono di nuovo la mente nell’atmosfera rutilante dell’onirico puro, al punto da provare ammirazione per l’autore, Kevin Barry, irlandese giramondo, giornalista free lance per sbarcare il lunario, capace di parcheggiare una roulotte ai margini di un campo, barricarsi all’interno per scrivere, dall’inizio alla fine, il suo primo libro. Fino a diventare il romanziere che oggi, senza imbarazzi o tentennamenti, viene con tranquillità accostato a James Joyce o a Oscar Wilde. Per citarne, due a caso.

Potenza funambolica:

dei sogni e della scrittura.

Cyclists riding along a seaside trail at sunset with solidarity and literary imagination text

Marginalità

Domenica di Sole, domenica di metà settembre.

Andiamo, è tempo – meteorologico, magnifico – di mirare.

Da Portopiccolo, Sistiana, la costa triestina.

Il mare luccica, anche in assenza di voci tenorili, natanti, a vela, romantici, e a motore, inquinanti, solcano lieti le onde. Pensieri senza peso e, altri, impegnati, increspano le materie grigie degli osservatori, mentre bagnanti occasionali risalgono soddisfatti le Falesie di Duino, per raggiungere le proprie auto, che li riporteranno dentro vite frenetiche e nevrotiche.

Una carovana ciclistica blu – DARL, Diabete a Ruota Libera – 150 persone, convinte e motivate, diabetiche e non, sostano per un incipit della festa successiva, per ammirare la bellezza, per renderle grazie e celebrarla, con l’ennesima pedalata (la quinta, ormai) comunitaria di sensibilizzazione e informazione.

Nessun mezzo di trasporto, meglio di una bicicletta, simboleggia la libertà assoluta, il respiro ampio e profondo che alimenta la vita, la capacità di superare ostacoli e limiti che sembrerebbero impossibili da fronteggiare, soprattutto quelli auto fabbricati e auto imposti, la cooperazione e la generosità nei confronti del prossimo.

Per questi esseri umani in maglietta e salopette, con rinforzo di manicotti invernali per gambe e braccia quando diluvia e soffia vento gelido, “nessuno è un alieno“. Proprio come direbbe X. Fang, illustratrice e scrittrice per l’infanzia (che ha sempre un ruolo fondamentale, anche e soprattutto quando si diventa adulti, molto adulti), nata a Taiwan, ma statunitense d’adozione; pluripremiata per le sue opere, attualmente vive nel Maine.

La dedica che la scrittrice, artista visuale, rivolge a tutti i lettori e le lettrici, è destinata, con parole semplici, ma efficaci, a “tutti gli umani gentili“. La gentilezza, una di quelle peculiarità che sembravano appartenere al popolo terrestre e che la tecnologia applicata a fini lucrativi, sembra avere relegato in fondo alla scala dei valori. Eppure, “l’ospitalità, l’accoglienza, la solidarietà” sono i pilastri della poetica di X. Fang, nonché stelle guida della comunità Darl; perché i buoni sentimenti sono ancora contagiosi e anche tra realtà e settori in apparenza lontani, diventano patrimonio comune, comunitario.

Non stupisce, quindi, che la carovana blu si sia fermata qualche metro prima dell’ingresso a Piazza Unità, a Trieste, per cedere il passo a una decina di bambini affetti da patologie invalidanti, eppure gioiosi, colmi di energia e entusiasmo: accolti con musica, applausi convinti e commossi, ovazioni encomiastiche.

Letteratura e sport procedono affiancati, si rafforzano e si completano, condividono tratti ampi di percorso e finalità.

Sarebbe bello se presto potessero coadiuvare in modo concreto anche gli abitanti dell’ostello dei migranti, struttura abbandonata e fatiscente, sul molo 4, celata agli occhi dei turisti e dei privilegiati frequentatori del Caffè degli Specchi, “alieni” per i salotti dorati e per le mostruose navi giganti da crociera in rada.

Migranti di svariate nazionalità, regolari o irregolari, poco importa, perché se queste persone fuggono dalle terre natie – causa sconvolgimenti climatici, eventi bellici, persecuzioni politiche/etniche – per approdare qui e sopravvivere in condizioni misere, non lo decidono certo per fare piacere ai criminali che lucrano sulla loro pelle o perseguono strategie geopolitiche delinquenziali.

Mentre il tramonto illumina d’immenso gli angoli più belli della costa giuliana, due ragazzini neri, con magliette e pantaloncini logori e scarpe sformate e bucate, rientrano mestamente a “casa”.

Percepisco la forza della nostra pedalata di sensibilizzazione, ma anche la lancinante marginalità della mia umanità (unita alla loro);

non voglio innalzare, né sventolare bandiera bianca:

“gentilezza, ospitalità, accoglienza, solidarietà” mi appartengono e nessun essere umano dovrebbe mai essere bollato come “alieno, indesiderato“.

Glowing hourglass floating beside a swirling black hole among stars

Egoismo super massiccio

Super: sembrerebbe esclamazione da ‘influencer’ o, in alternativa, da sciocco spot pubblicitario; invece.

Affannarsi tra i lemmi del dizionario etimologico apre ogni volta orizzonti inaspettati, permette di scoprire ed esplorare nuovi mondi entusiasmanti.

Super chiarisce in modo esaustivo e inequivocabile la sua natura, il suo significato, a patto di alimentare un po’ di sana curiosità, di sete inestinguibile di conoscenza: freschi aspetti e originali accezioni.

Dunque, – ve lo aspettavate? – dal latino: comparativo da un supposto positivo, dal greco antico yper; potrei citare altre lingue, storiche e assai interessanti – gotico, tedesco, inglese, sanscrito – potrei compulsare parole equipollenti, quali ufar, obar, uber, over, upari, per giungere al medesimo risultato. Ovvero, stare sopra, o, in alternativa, sotto. La s aggiunta dal latino, è un potenziamento del concetto, che rappresenta un’aspirazione (linguistica) rispetto al termine originale greco.

Rintracciamo la preposizione latina in molte nostre espressioni, comuni o desuete che ci sembrino: sommo, soperchio, sopra, sovra, superare, supero, superfluo, superficiale, superlativo, superiore, supremo, superno.

Provate, per divertimento, a sfidare tutti gli intellettuali che, incidentalmente o abitualmente, frequentate quotidianamente e interrogateli, per auscultare la loro sapienza, la loro indubbia, somma preparazione.

Procedendo nel cammino, incontreremmo la questioncella del massiccio, non montuoso, però, sempre bello tosto. Fornisce la sensazione, concreta, di derivare da massa, di essere denso, spesso, solido, grosso, con tutto ciò che ne deriva e comporta.

Qualcosa, fuori da tutti i dubbi, contro cui sarebbe d’uopo, opportuno, benefico evitare di scontrarsi; anche solo per sbaglio.

Orbene, gli astronomi ci informano che nel cosmo esistono buchi neri super massici, al cui confronto, i buchi neri che ormai conosciamo – ci sono ‘familiari’ – è proprio il momento di dirlo, impallidiscono.

Se dei piccoli buchi neri recitiamo, ormai, a menadito il curriculum – chi non saprebbe citarlo? – degli altri, vitaminizzati, palestrati, sappiamo solo che si tratta di strutture gassose “miliardi di volte più grandi del Sole“, la cui origine resta ignota. L’astrofisico Hakim Atek, confidando nelle straordinarie peculiarità del telescopio spaziale James Webb, si dice sicuro: “Riusciremo a sviscerare i meccanismi di coevoluzione dei buchi neri super massicci e delle galassie, in particolare l’ordine in cui si formano. Solo, abbiamo bisogno di tempo, riflessione e analisi“.

Tempo, appunto, risorsa che ormai, nel corso dell’ultimo, scellerato secolo, abbiamo bruciato, tra decine di guerre che tornano e continuano, e stravolgimento del clima, con l’uso e l’abuso sconsiderato di un’economia basata quasi integralmente sulle energie fossili.

Eppure, nonostante tutto, qualche inguaribile ottimista, Roberto Della Seta, ex presidente di Legambiente, non solo rimane e resiste, ma insiste, scrivendo un saggio che, ispirato a Alexander Langer (storico attivista ambientalista), propone una ricetta ecologica salvifica, ribaltando i punti di vista della questione.

Ormai, diventa necessario ‘Il paradosso verde‘ (pubblicato dai tipi di Laterza), perché la politica, le istituzioni, ma, in primis, la quasi totalità dei cittadini del mondo, si sono mostrati indifferenti, addirittura ostili, ai richiami all’azione “contro il riscaldamento globale, nel rispetto della Natura, per la protezione della biodiversità, come un atto di altruismo verso le generazioni future“.

E’ stato come se la gente si chiedesse, in uno sketch comico infeltrito, “cosa mai hanno fatto le generazioni future per noi?“. Come se il conflitto ideologico riguardasse “la fine del mondo” (crisi climatica) e “la fine del mese” (difesa dei posti di lavoro). Abbarbicata come una cozza allo scoglio dell’ampiamente, anche se catastroficamente, ultra noto; conflitto esiziale, ma impari (proposto in questi termini).

Insomma, la svolta ecologica non avverrà “per la salvezza del Pianeta“, ma quando, lo preconizzava Langer, “apparirà agli umani socialmente desiderabile“. Non un green deal da e per massimi sistemi, ma attraverso la forma più istintiva di “egoismo”, “quando davvero ci renderemo conto che la crisi climatica e i problemi ecologici sono una grave minaccia per noi“.

Sembra incredibile, ma sarà necessario il paradosso assoluto;

ricorrere alla nostra ultima risorsa:

l’egoismo salvifico.

Venetian canal lined with colorful historic buildings and small boats

Campo delle gatte

Viva Mao Zedong.

Lo conoscevo come Mao Tse-tung, ma ero un bambino.

Resto inebetito per qualche istante; per quello che ne so, potrei essere rimasto lì, paralizzato, anche per mezz’ora.

Sono all’ombra, credo; Venezia, al solito, è invasa da turisti che nulla conoscono delle sua storia, delle sue tradizioni – la scambiano per un qualunque parco giochi impersonale, usa e getta – frequentando e profanando le aree più pop, quelle maggiormente deturpate dall’irrispettosa industria marchettara globale.

L’aria è calda e pesante, l’umidità lagunare esercita al meglio la sua pressione sui corpi e sulle menti, ma quella scritta, vergata in nero sul muro di un edificio abbandonato (forse), apparsa all’improvviso in fondo a una calle deserta, mi blocca, ha su di me un effetto ipnotico.

I miei arti, vecchi di sicuro, un po’ consunti, restano immobili, eppure si interrogano: chi era costui?

Lungi dal compulsatore scombiccherato la pretesa di emulare Manzoni o parodiare il dubbio del tremebondo don Abbondio: “Carneade, chi era costui?”.

Converrete, però, che il quesito griffato su mattoni decrepiti, spalanca la spelonca dei mille interrogativi: dal più banale, “chi è l’autore del messaggio”? a “perché costui ha scritto questo”? “quanti anni ha”? “conoscerà la storia di Mao”? “e quella della Repubblica popolare cinese e della rivoluzione culturale“? “Si segnerà le frasi da proporre al pubblico deambulate su un libretto rosso o gli vengono di getto”?

Messaggio politico, provocazione tout court o semplice citazionismo per planare su qualche social?

Penso a questo, penso che solo a Venezia possano accadere fatti inspiegabili, che profumano e sprigionano un’aura di magia. Come un altro HP – Hugo Pratt – vagamente più illustre del sottoscritto, qui avverto il forte desiderio di essere inutile; mentre, al contempo, insisto e persisto a vagheggiare, fantasticare, sognare. Sperando che, in fondo, magari avviluppato alle alghe di laguna, qualcosa germogli e resti.

Ogni volta che torno, anelo di ritrovare, per ragioni molto personali, il sotoportego de la Madonina, altro punto misterioso della Serenissima, approdo casuale – davvero? – nei pressi della stazione ferroviaria Santa Lucia (lontana?), luogo di riparo durante un giorno piovoso; luogo non ancora rinvenuto, ennesimo sito veneziano che muta sede e, se posso concedermi l’espressione, sembianze.

Qui compaiono graffiti, dal nulla, nel nulla, qui si vivono avventure incredibili, qui si incontrano, senza fatica né sforzo, personaggi romanzeschi, ma reali. Ci si risveglia in un campo, solo per scoprire che lì, un paio abbondante di secoli fa, viveva le sue prime giovanili e ardimentose passioni Ugo Foscolo, forgiando il carattere tra lettere, poesia, senza disdegnare le armi.

Un gentiluomo di ventura, lo si potrebbe definire; se non fosse che il famigerato Long John Silver forniva di sé stesso la medesima descrizione. Nel campo, visivo, è comparsa un’ombra fugace, giurerei fosse Corto Maltese: si sa, il Sole dardeggiante si balocca con scherzi… da marinaio.

Inseguendo graffiti e fantasmi, mi sono perso; non una grande novità, o evento inatteso. Qualcuno sostiene, da sempre, sia l’unico vero modo per trovare il bandolo della matassa, se poi sarà una banda musicale – meglio di una bandoliera – pazienza.

A proposito di matasse e di fili, non potevo non ristorarmi nel Campo de le gate: non per caso, gli antiche Egizi veneravano siffatti felini, considerati sacri, simbolo vivente di grazia, protettori, nonché araldi della dea Bastet (inizialmente identificata come una fiera leonessa, in seguito, evolutasi in donna con il capo di gatta).

Alla fine della civiltà, la nostra, qualunque sia e comunque sarà conciata, una gatta impertinente attraverserà i portali dello spazio tempo e, sorniona e intelligentissima, fonderà ex novo un’apoikia (una novella polis), conservando il meglio e il bello che avremo saputo creare, originando, finalmente, un mondo nuovo, ecologico, mutualistico.

Della gita fuori porta, è l’ultimo sogno.

Spectral sailing ship sailing beneath a glowing crescent moon

Cose perdute

Le notti di Luna piena ritemprano, hanno il potere di rigenerare la vita.

Per questo, forse, alcuni, irradiati da Selene durante escursioni crepuscolari, senza apparente motivo né causa razionale, ululano felici verso il Cielo e le sue cose segrete.

Talvolta, si avverte la sensazione di scorgere, rapida e inafferrabile, la sagoma di un’imbarcazione, magari pirata, chissà.

Non un galeone, come comunemente ed erroneamente si crede, – di dimensioni ingombranti e, soprattutto, troppo lenta per le esigenze della pirateria – ma uno sloop, un brigantino, una galeotta (nomen omen): natanti agili, veloci, sguscianti, perfetti per inseguire i mercantili, o per sfuggire alle potenti e massicce cannoniere.

Dormire, sognare forse, inebriati dai vapori di un ottimo refosco friulano dal peduncolo rosso; avvistare l’Olandese volante, il più famoso vascello fantasma del mondo, condannato con il suo dannato equipaggio a solcare i mari in eterno. Forse. Cioé, forse anche la derelitta ciurma.

I mari, o i cieli: i bipedi più fantasiosi, più immaginifici, o solo meglio lubrificati, giurano e spergiurano di averlo visto in volo.

Sia come sia (potrebbero essere vere entrambe le ipotesi), l’Olandese volante appare in lontananza – azzurro color di lontananza, scrisse Francesco Guccini, citando il poeta Guido Gozzano – avvolta in una bruma inquietante, emanando luci spettrali, con a bordo un equipaggio di fantasmi, a volte disperati, a volte tentati ma impossibilitati di comunicare messaggi importanti ad alcuni viventi. Implorarli di salire a bordo, recando una reliquia consacrata da venerare, spezzando così la maledizione.

Arduo, però, se non impossibile: sempre secondo le leggende – plurime e varie, come nella migliore tradizione marinaresca, anzi, nella migliore tradizione dei racconti orali – la tremenda condanna sarebbe stata comminata da Dio, dopo che il capitano olandese dell’imbarcazione, facente spola commerciale tra i Paesi Bassi e l’isola di Giava, durante una terribile notte di tempesta, a poche miglia da Capo di Buona Speranza, osò bestemmiare e sfidare l’Altissimo, accordandosi con il Diavolo, per superare l’ostacolo e riuscire a consegnare il carico; malgrado i marinai lo implorassero di invertire la rotta. E abbracciare la salvezza, nell’accezione più completa.

Non si conosce nemmeno con certezza se l’appellativo sia da considerarsi riferito al capitano, o al natante, noto per la sua incredibile velocità di navigazione. Comunque, ci crediate o meno, ebbi modo di conoscerlo a Vienna, grazie al musicista Richard Wagner. Coincidenze.

Dal mio modesto punto di osservazione, dopo avere ammirato e rimirato il nostro argenteo satellite – in comodato d’uso, come l’intero creato – oltre alle visioni, selettive e inebrianti, garantisco (con le dovute cautele) di avere percepito il suono cupo, di un passo strascicato, legnoso (oserei definirlo), eppure incalzante.

Una silhouette enorme, un’ombra gigantesca; incurante di me tapino e dei miei compagni, continuava imperterrito a bofonchiare numeri, come a conteggiare i suoi passi, e punti cardinali e coordinate. Per individuare una meta, un punto agognato, un tesoro. Ebbi modo di conoscere Long John Silver – pirata, cuoco, quartiermastro, tutto serve per “essere padroni del proprio destino, non di quello degli altri” – in Madagascar, grazie allo scrittore svedese, un po’ naoniano, Bjorn Larsson. Fortuna, incredibile.

L’isola del tesoro, ma dislocata tra i flutti del Noncello, Pordenone (Portus Naonis, antico toponimo della città, per noi semplici di animo, capitale delle risorgive, se non di altro):

tra vicissitudini di Olandesi volanti, vite vere o inventate di Long John Silver, cacce assidue a fortune vagheggiate più che concrete, continuiamo a deambulare, navigare a vista;

sperando che prima o poi qualcuno, in mezzo agli spiriti della notte, ispirati dalla Casta Dea, dica di noi:

“sono stati una specie di esseri umani“.

Black horse galloping through a flower-filled meadow at sunset

Ulaanbaatar

Sembrerebbe un grido di battaglia, un banzai mongolo, uno sturm und drang delle steppe, un training autogeno, però endogeno, per così dire.

O, come digito spesso, compulsare.

Un incitamento, uno sprone, un vocabolo – come usa oggidì – motivazionale. Prima o poi, capiremo, se c’è da capire.

Se fossi un nobile destriero – nobile, nel senso del quadrupede – mi garberebbe assai, per mezzo, grazie alla metempsicosi (mi stuzzica il lemma, senza incomodare orfismo, Pitagora, Platone), reincarnarmi in Varenne.

Chiariamo subito gli equivoci: non intendo rinascere parigino in Rue de Varenne (sarebbe un buon titolo per un romanzo del commissario Maigret); né, parimenti, sperimentare il mondo sul borgo Varenna, sulle rive del manzoniano Lario (Lucia Mondella permettendo); con semplicità, con naturalezza, indosserei volentieri e senza meriti i panni del leggendario trottatore.

Blasfemia, vade retro: Cristo si è fermato a Eboli, Varenne anche. Così, non troppo all’improvviso (l’anagrafe certificava 31 anni), per un infarto fulminate. Di corsa ed elegante anche nel trapasso, come fu per una vita di inarrivabili, inavvicinabili trionfi, durante il periodo agonistico; una vita, in seguito, da stallone – al bando battute volgari – durante la meritata pensione. Anche se gli esseri benedetti non smettono mai di ‘trottare’, non muoiono mai. Davvero.

Chissà cosa pensano e cosa provano i cavalli.

Questo, e altri dilemmi, affollano la mente, la spingono a fantasticare, a speculare (in senso filosofico): forse un antenato di Varenne ha condotto Marco Polo non da Gengis Khan, già dipartito, ma da Kublai Khan, nipote, colui che aveva portato a termine la conquista della Cina e fondato la dinastia Yuan. Chissà, se il sopracitato antenato, fu il cavallo ufficiale dell’audace veneziano, durante il lasso temporale da inviato e ambasciatore del Khan. Ciclo che fu fecondo di scoperte, incontri, rivelazioni: ad esempio, le distanze geografiche non si misuravano (misurano) in chilometri, non sempre, ma, soprattutto per gli esploratori, per gli avventurieri, si scandivano (scandiscono) in tempi di percorrenza, in lezioni di vita assimilate.

Chissà, se un altro antenato del ‘nostro’ celeberrimo ‘corsiero’, fu il palafreno assegnato a Michele Strogoff, corriere in incognito dello Zar (Cezar Alessandro II), consegnato alla gloria e alla Storia dalle pagine magistralmente scritte da Jules Verne. Anche in codesto caso, i possenti cavalieri della Mongolia recitarono un ruolo, negativo.

Chissà, se anche noi presunti moderni sapremmo affrontare la crudele tortura della lama rovente; chissà, se saremmo in grado di fingerci ciechi (salvandoci la vista, attraverso lacrime di dolore, spirituale e fisico) e compiere la nostra missione più autentica, decisiva: preservare, risanare il Pianeta, diventare finalmente Popoli che, forgiati nelle complessità, vogliono creare un consesso, concerto umano, pacifico, cooperante, collaborativo.

Non so quale, né se esista, attinenza, possa esserci, ma, Massimo Zamboni, ex storico leader dei gruppi musicali CCCP e CSI, rievocando e raccontando viaggi armonici del presente e del passato, ha notato che la pianura padana e la Mongolia sono entrambe adagiate sul medesimo parallelo, il 45°.

Ognuno attribuisca il valore e il significato che vuole a tale circostanza, a tale coincidenza geografica. O cestini sdegnosamente l’argomento.

Oggi, Ulaanbaatar è l’ennesima metropoli, caotica e inquinata, del pianeta globalizzato, standardizzato, omologato; Marco Polo non riconoscerebbe la Mongolia, ove un tempo, i cavalli scorrazzavano negli sparuti centri urbani, la gente vestiva solo abiti tradizionali ed era restia a urbanizzarsi, dove le steppe sconfinate garantivano e alimentavano sentimenti di totale indipendenza.

Socchiudo gli occhi, nei padiglioni auricolari avverto l’eco lontana di zoccoli al galoppo, nell’infinito.