Spectral sailing ship sailing beneath a glowing crescent moon

Cose perdute

Le notti di Luna piena ritemprano, hanno il potere di rigenerare la vita.

Per questo, forse, alcuni, irradiati da Selene durante escursioni crepuscolari, senza apparente motivo né causa razionale, ululano felici verso il Cielo e le sue cose segrete.

Talvolta, si avverte la sensazione di scorgere, rapida e inafferrabile, la sagoma di un’imbarcazione, magari pirata, chissà.

Non un galeone, come comunemente ed erroneamente si crede, – di dimensioni ingombranti e, soprattutto, troppo lenta per le esigenze della pirateria – ma uno sloop, un brigantino, una galeotta (nomen omen): natanti agili, veloci, sguscianti, perfetti per inseguire i mercantili, o per sfuggire alle potenti e massicce cannoniere.

Dormire, sognare forse, inebriati dai vapori di un ottimo refosco friulano dal peduncolo rosso; avvistare l’Olandese volante, il più famoso vascello fantasma del mondo, condannato con il suo dannato equipaggio a solcare i mari in eterno. Forse. Cioé, forse anche la derelitta ciurma.

I mari, o i cieli: i bipedi più fantasiosi, più immaginifici, o solo meglio lubrificati, giurano e spergiurano di averlo visto in volo.

Sia come sia (potrebbero essere vere entrambe le ipotesi), l’Olandese volante appare in lontananza – azzurro color di lontananza, scrisse Francesco Guccini, citando il poeta Guido Gozzano – avvolta in una bruma inquietante, emanando luci spettrali, con a bordo un equipaggio di fantasmi, a volte disperati, a volte tentati ma impossibilitati di comunicare messaggi importanti ad alcuni viventi. Implorarli di salire a bordo, recando una reliquia consacrata da venerare, spezzando così la maledizione.

Arduo, però, se non impossibile: sempre secondo le leggende – plurime e varie, come nella migliore tradizione marinaresca, anzi, nella migliore tradizione dei racconti orali – la tremenda condanna sarebbe stata comminata da Dio, dopo che il capitano olandese dell’imbarcazione, facente spola commerciale tra i Paesi Bassi e l’isola di Giava, durante una terribile notte di tempesta, a poche miglia da Capo di Buona Speranza, osò bestemmiare e sfidare l’Altissimo, accordandosi con il Diavolo, per superare l’ostacolo e riuscire a consegnare il carico; malgrado i marinai lo implorassero di invertire la rotta. E abbracciare la salvezza, nell’accezione più completa.

Non si conosce nemmeno con certezza se l’appellativo sia da considerarsi riferito al capitano, o al natante, noto per la sua incredibile velocità di navigazione. Comunque, ci crediate o meno, ebbi modo di conoscerlo a Vienna, grazie al musicista Richard Wagner. Coincidenze.

Dal mio modesto punto di osservazione, dopo avere ammirato e rimirato il nostro argenteo satellite – in comodato d’uso, come l’intero creato – oltre alle visioni, selettive e inebrianti, garantisco (con le dovute cautele) di avere percepito il suono cupo, di un passo strascicato, legnoso (oserei definirlo), eppure incalzante.

Una silhouette enorme, un’ombra gigantesca; incurante di me tapino e dei miei compagni, continuava imperterrito a bofonchiare numeri, come a conteggiare i suoi passi, e punti cardinali e coordinate. Per individuare una meta, un punto agognato, un tesoro. Ebbi modo di conoscere Long John Silver – pirata, cuoco, quartiermastro, tutto serve per “essere padroni del proprio destino, non di quello degli altri” – in Madagascar, grazie allo scrittore svedese, un po’ naoniano, Bjorn Larsson. Fortuna, incredibile.

L’isola del tesoro, ma dislocata tra i flutti del Noncello, Pordenone (Portus Naonis, antico toponimo della città, per noi semplici di animo, capitale delle risorgive, se non di altro):

tra vicissitudini di Olandesi volanti, vite vere o inventate di Long John Silver, cacce assidue a fortune vagheggiate più che concrete, continuiamo a deambulare, navigare a vista;

sperando che prima o poi qualcuno, in mezzo agli spiriti della notte, ispirati dalla Casta Dea, dica di noi:

sono stati una specie di esseri umani“.

Jungle of Stone

Cedo alla dura legge – ma legge? – del marketing:

infarcire il testo, scritto o parlato per me pari (non) son, di inglesorum, giusto per restare in disparte, occultato, occulto, mimetizzato, travisato – nel volto e nelle mie esternazioni – e osservare, decifrare, interpretare l’effetto che fa.

O il suo contrario.

Jungle of Stone, Heart of Stone, Age of Stone, età evo del vetusto mondo litico: ho calato subito il tris, resto in mutande o foglia di fico, anche se temo che non basterà a coprire le vergogne della sedicente civiltà umana occidentale.

La giungla di pietra; benvenuti nella giungla urlavano i Guns n Roses qualche annetto fa o anche più: non solo in fuga da NY, molto presto gli esodi programmati, subito alternati a nuove clausure globali – seguendo l’agenda del nuovo regime politicamente scorretto – diventeranno la quotidianità.

Quotidianità mesta dal cuore di pietra, narrata cantata celebrata da quei rapper, un tempo ribelli anti conformisti atei, improvvisamente caduti sulla via della pandemia – hanno visto la luce – improvvidaMente ri convertiti alle vie del Signore (a Sua solenne insaputa); lieti di averla scampata, per celebrare la loro incrollabile fede, dichiarano odio eterno e guerra senza quartiere a tutti coloro che magari pensano in altro modo o semplicemente coltivano ostinatamente l’arte del dubbio e del dialogo; forse questi fu rapper hanno confuso equivocato scambiato Dio con il lucido lucente apotropaico cornetto vermiglio partenopeo, parte napoletano.

Insomma, qualcuno asserisce di essere entrato in contatto con l’Altissimo, grazie al covid: Grazia, Graziella la bicicletta e grazie ar… covid che hai visto l’Altissimo, aggiungerei se fossi ancora cittadino romano; nel mio piccolo, senza ausilio virale, solo dopo serata molto eolica e nipponica, con bicicletta da corsa su è giù per la Pedemontana ho avuto un’autentica visione: mi è apparsa la Madonna, dietro un castello, dentro un’edicola, votiva – votiva l’edicola, non l’urna elettorale, giusto per chiarezza e precisione.

Si resta di sasso, talvolta, per le grandi scoperte della scienza; per la prima volta, ritrovato su un’isola dell’Indonesia – dove sarà mai? – il Dna completo di una donna vissuta in un gruppo umano arcaico litico, risalente a 7.300 anni fa: un’inezia per l’Universo, un lasso enorme – attenti a non farsi accalappiare – per noi bipedi miserelli; rinvenuto il codice genetico, ora tenteremo di interpretarlo, magari chiedendo lumi in una seduta spiritica ad Alan Turing.

Persiste la vaga sensazione che resuscitare resti un enigma insolubile, non liofilizzabile; le conferme sono tante: pare che la decrittazione sia riuscita solo una volta, Frankenstin a parte.

Gli scazzoni – pesci di acqua dolce, senza doppi sensi – sono scomparsi dai nostri fiumi; erano sentinelle e ambasciatori di corsi fluviali sani e puri; del resto, la nuova frontiera dell’ambientalismo governativo prevede trivelle verdi, prevede a Capri fonti di energia completamente rinnovabili e ecologiche, ma a partire – forse – dal 2036 (fuga dai Faraglioni, o Faraglioni in fuga dalla nostra stupidità): prima, disco verde, ma alle vecchie pratiche distruttive, con lasciapassare allo sversamento dei veleni di ogni tipo in mare. Altri paesi, nella scia esemplare di Danimarca e Costarica, certo meno moderni sviluppati avanzati di noi, hanno formato una lega – non quella che vorrebbe costringere a pagare chi sbaglia, dimenticando selettivamente i 49 milioni che deve allo stato, ma la Boga (Beyond Oil and Gas) – per uscire definitivamente dall’economia fossile e dalle sue logiche perverse; poverini.

Sarebbe bello aggregarsi al triumvirato della Cultura: Angelo Floramo, Alessandro Venier, Mauro Daltin;

in viaggio su Molly, adorabile scalcinato furgone reduce dagli anni ’80 del 1900, con il fiume a bordo, seguendo tragitti fluviali, dalla sorgente alla foce; discutendo amabilmente sul genere dei fiumi – femmina o masculo? – scoprendo la vera carta d’identità oro geografica e le storie affascinanti delle Persone che vivono attorno a quei percorsi (Tagliamento e Isonzo); apprezzare la Metafora del Ponte, ovvero la necessità di sviluppare nella propria esistenza la peculiarità di sapersi distruggere e ricostruire, proprio come certi fantastici passaggi sopraelevati, utili a congiungere rive che si fronteggiano senza contatto;

capire, infine, di essere ontologicamente pre socratici, socratici, pre moderni:

in buona sostanza, convintamente paleolitici.