Greggi Pilastri Mammut

Come diceva il Principe, principe popolare e della risata, dell’ironia – intelligente – italiani, arrangiatevi.

Totò si riferiva ad argomento serio vitale essenziale, nei mesti giorni attuali registriamo – con disappunto di qualcuno, con il lutto da prefiche di altri – la prematura dipartita dell’immunità, quella del gregge; hanno decretato i soliti poteri pseudo forti l’inadeguatezza l’arretratezza la sopraggiunta obsolescenza del concetto stesso (della immunità, quello di gregge, vive prolifica e, invece di lottare, pascola insieme a noi):

cade così miseramente nella polvere uno dei pilastri su cui si reggeva il Dogma.

Chiedi, alla polvere.

Tranquilli, non si diffonda l’inquietudine sociale, perché armate di volenterosi instancabili operai al servizio, hanno provveduto a sostituire il pilastro superato, con un altro nuovo scintillante più resistente che pria, perché quando un pilastro viene abbattuto – bowling? – il Dogma trae comunque nuova energia nuovo vigore dai suoi fedelissimi adepti e soprattutto dai suoi Sacerdoti e Profeti che meglio ne faranno proselitismo presso le greggi di cui sopra.

Morto un pilastro, lo si rimpiazza – proprio come si fa con gli umani antiquati – al grido di Viva il Dogma, nei secoli dei secoli.

Il capo dei giannizzeri del Mondo Dopo, custodi dell’ortodossia ha però lanciato l’allarme, i nemici e i complottisti anti Dogma si stanno organizzando per una tremenda violenta strategia della tensione – alta o bassa, chissà, a sorpresa come la Pasqua con le sue uova di cioccolata, con sorpresa – che mira a destabilizzare la quiete sociale; quiete, più aderente: la stasi (rammenta qualcosa?), l’encefalogramma senza pericolose onde, la dorata catalessi che garantisce una società tranquilla inerte dolcemente passiva, il sogno proibito di ogni governante, di ogni mastodontica multinazionale.

Forse per questo adesso qualcuno si è fatto balenare nella capa la bizzarra idea di riportare in vita i Mammut; senza aver preso in considerazione l’ipotesi che quel Popolo così intelligente e avanzato – beffato dal Big Asteroid – potrebbe finalmente riprendere il controllo e il dominio sull’intero e dell’intero Pianeta; speriamo che i Mammut siano generosi almeno quanto gli antichi Faraoni d’Egitto: lavorare in condizioni di schiavitù agli ordini dei colossi preistorici va bene, ma sulla doppia scodella quotidiana di lenticchie per i lavoratori, i sindacati non devono transigere.

Come potrebbe apparire comparire sparire un Quarto Stato versione preistorica – preistorici a chi? ditelo ai Mammut, se avete cuore fegato polmoni – o un quarto stato versione 4.0 Mondo Dopo, dipinto non da Volpedo, ma da quei furbi maneggioni che piatiscono voti elettorali vantando la loro intransigenza sui lasciapassare per i bipedi di serie – a,b,c ma non a scelta – misteriosamente selettivamente smemorati dei diritti dei doveri degli statuti delle costituzioni, in un tempo arcaico, sane robuste financo intelligenti, le costituzioni?

Il calamaro gigante degli abissi marini, in arte Kraken, non solo esiste ma pare sia munito, lui, di una intelligenza straordinaria; speriamo in quella, q.i. 160 e lode. Garantito, al limone.

La razza umana è ormai superata, ammettiamolo: dagli eventi, in tutto e per tutto, facciamo spazio; lo aveva previsto nel lontanissimo 1956 Gunther Anders: niente violenza da genocidio, meglio condizionamento collettivo da tv o via social, con progressiva eliminazione dell’istruzione, totale immersione degli individui in una società dell’emozione fatua continua e ininterrotta, ridicolizzando le eventuali poche cellule di resistenza/renitenza all’unico pensiero globale – ordine e sicurezza – con eventuali accuse infamanti di terrorismo e eversione dello stato di diritto nei confronti dei reprobi; inoculazione costante della fobia di essere espulsi per sempre dal sistema, di essere reietti, eietti dalla massa, poco critica e depositaria di pochi piccoli diritti residui: sport on line, sessualità virtuale.

Tutto considerato, meglio tentare di godere del prossimo balletto – non paso doble, ma triplo – della argentea Selene, tra i cavalieri Giove e Saturno; anche se la Luna rallenta ormai la folle corsa della Terra, non possiamo non continuare a restare inebriati dal suo fascino magnetico.

Finirà tutto in gloria, – andrà tutto bene, non avevano in effetti specificato per chi o cosa – gloriosamente, cantando in coro Gloria di Tozzi, l’Umberto:

la carica delle 600, la carica dei burattini androidi ri caricati dalla comparsa comparsata cumparsita dei nuovi Soli nella Galassia, la carica dal Mediterraneo e dalle Alpi, con sincronica manovra a tenaglia, dei Mammut;

esperienza millenaria, intelligenza futuribile, finalMente delle Menti progredite.

Perseverance o Serendipity

Pagina Bianca anzi rossa, come Marte.

Rosso di furia cosmica, avvampa di sdegno e acrimonia contro l’Umanità, invasiva invasora distruttrice.

Abbiamo inviato altre sonde, altri robottini ficcanaso sul Rosso pianeta – bolscevico e traditor, come da parodia di Scuola Guzzanti, bolscevico come la perfida Costituzione1948 – alla ricerca di cosa, chissà: formalMente, in nome della Scienza, per capire se in qualche altra dimensione o epoca universale, esistessero acqua e forme di vita (o di vite, sarebbe tutto succo guadagnato). Margherita Hack dal firmamento ride, di gusto e in sella alla fidata bicicletta, senza fretta pedalando, continua a fare il giro stellare: se extra terrestri esistono, sono così lontani che difficilmente riusciremo a incontrarli; o così astuti, da non volerci incontrare. Con buona pace – eterna – dei cerchi nel grano e delle geometriche figure sulla neve.

Dieci anni sono pochi al cospetto dell’Immensità e del Suo regale consorte, l’Infinito; ci sono voluti 10 anni, tanta pazienza volontà perizia per osservare Selene, le sue fasi i suoi mutamenti di aspetto di umore, e realizzare così un ritratto inedito, una foto italiana, Marcella Giulia Pace occhi e Autrice: Luna dai mille volti, non solo d’argento e di tenebra, ma anche con le sfumature offerte dalla immaginaria, fantasiosa tavolozza di un Artista del Cosmo. Selene multiforme, caleidoscopica, multi identitaria.

Come cantava Gianni Togni, non mostri sempre e solo la Tua faccia migliore e mangi forse troppe caramelle – caravelle – quelle golose, cercate da Bambini e Adulti nel Mondo Prima, per addolcire un po’ la Vita; quando vuoi, sai truccarTi bene, ispirare non solo, non sempre canzoni e poesie.

I libri allungano la Vita e/o la moltiplicano? Sono un medium che induce alla pigrizia e danneggiano le nostre risorse mnemoniche e di ragionamento, o ci consentono, da fermi – non passivi – di viaggiare, vivere molte vite, essere non solo osservatori esterni, ma protagonisti di 1000 e altre 1000 storie?

Perseverance come il robottino terrestre in missione marziana – marziana missione, meglio di marziale – o serendipity, tutto ciò che in modo inaspettato sorprendente meraviglioso riesce a renderci felici, anche solo per un breve lasso di tempo; qualcosa di attinente al reale (Antiseri non si offenda) o alla dimensione onirica? Qualcosa di afferente alla geografia, alle esplorazioni ma del Mondo Prima, alla fiorente letteratura di viaggio e scoperta: Serendippo, nome di etimologia armena, nome creato da certi arcaici avventurieri per indicare la regione della Terra nota oggi come Sri Lanka. Lasciarsi erodere corrodere dall’inquietudine dall’attrazione implacabile per il Mistero o cullarsi serenaMente nella sorpresa di quanto possiamo osservare, delle persone in cui possiamo imbatterci nella nostra quotidianità esecrata?

Ardua scelta, o forse, come nel caso del dossier Selene, due facce della stessa medaglia: al valore umano, si auspica.

P.S. In questo annus horribilis, la Generazione Goldrake piange altre lacrime di cordoglio, devozione, gratitudine: da oggi anche il Maestro Luigi Albertelli sprinta tra le stelle insieme a Ufo Robot, osserva il Sole e canta insieme a Daitarn III, vola tra pianeti sconosciuti con Capitan Harlock; grazie Maestro, i Tuoi testi nei solchi di quei neri vinili resteranno sempre simboli di Fantasia e Libertà.

Grafite grafomani grafologi di Pace

Pagina Bianca, ancora: per accogliere segni disegni graffi.

Di matite, penne d’oca – anche pelle epidermide umana, quando le emozioni volano – intinte negli antichi calamai calami solai talami ipotalami, penne bic senza poesia, tasti meccanici dal rumoroso, vigoroso, ipnotico ticchettio.

Immaginate una classe delle Elementari, in presenza – che rivoluzione, che azzardo, imprese impavide – che annoveri tra gli scolari Sergio Leone e Ennio Morricone; è già accaduto, nel Mondo Prima, oggi farebbero fatica a incontrarsi, con gli svincolanti sfuggenti banchi a rotelle; magari potrebbero scontrarsi a un incrocio o ad una rotonda, non so se sul mare; sarebbe il ‘casus poieseos’ che originerebbe nuovi capolavori: Duello all’ombra del semaforo, Per qualche chilometro in più, Il bello il brutto il cattivo… autogrill.

Colonna sonora con ouverture di suoni raccolti sulle strade, stridor di freni – emotivi, mentali, persino etici – carburatori stonati, ronzii impercettibili di veicoli futuristici e api, a rischio estinzione.

A proposito, memorie dal grande Popolo dei Lakota: quando anche l’ultima ape sarà scomparsa sulla Terra, gli umanoidi non assisteranno allo scempio, cancellati dalla Natura per avviare la palingenesi il palinsesto, per rimettere ad arco acuto, opportunamente in sesto, le meccaniche celesti universali.

I Pellerossa e i Carioca che liberarono l’Italia: perché non rammentarli? Furono a migliaia, uomini e anche qualche donna: coraggiosi, guerrieri per la Libertà, propria e delle genti oppresse, pronti a immolarsi per la causa; forse perché avevano amaramente e dolorosamente imparato a proprie spese cosa significassero persecuzione, segregazione, sfruttamento; consapevoli, nonostante pompose cerimonie celebrative, che sarebbero presto tornati cittadini di seconda classe, sub umani, paria della Storia.

Si distinsero non per folklore, ma per umanità e generosità: nonostante fosse proibito da rigidi, inumani codici bellici belluini, condivisero il loro cibo, i loro pensieri, la loro cultura, attraverso canti e balli, in tempo di guerra.

L’homo è davvero humanus, sul serio annovera tra le proprie peculiarità genetiche l’humanitas?

Tra una ronfatina – sonatina?- e l’altra, sui banchi di scuola in navigazione o nelle salette della moviola per riavvolgere antichi nastri narrativi, ci fu chi compose capolavori dentro la propria camera oscura mentale e chi sempliceMente russò, senza sogni.

Che peccato.

Barattoli vuoti sospinti dal vento, carillon giù di corda, presse meccaniche, fruscio di banconote (note da banco o cattedra) – ma non avevamo eliminato il contante? il cantante o il pianista, no: galateo dei saloon – chi ha rivoluzionato gli spartiti, in prima battuta, primogenitura?

Morricone o i Pink Floyd? La risposta è sepolta, insieme ad arcaici vascelli cosmici, sul lato oscuro di Selene.

Vorrei anch’io poter cantare e danzare dentro il Cerchio delle Sette Virtù Lakota: preghiera, rispetto, compassione, onestà, generosità, umiltà, saggezza.

Magari insieme a tutti i Popoli di Buona Volontà del Mondo, insieme al grande artista Lakota: Tawoihamble Kpago, Colui che traccia i suoi sogni.

Anche Lui è un guerriero, un pittore guerriero che racconta attraverso immagini il passato, il presente, il potenziale futuro della Sua Gens, perché nessuno perda l’orientamento nelle sconfinate praterie della Terra:

le Sue uniche armi sono Matite colorate.

IppoRaider e Foglie pe(n)santi

Pagina della Distopia? No, grazie, come centrali nucleari anni ’80.

Pagina della Disagiotopia, della Terrapiena zeppa:

di Persone, Buoni Propositi, buone incorruttibili Volontà, non solo ultime e/o testamentarie, ma attuali tenaci (come mastice di Zi’ Dima Licasi) vigorose.

Pagina delle Facce, un po’ così anche senza essere marinai, genovesi o entrambe le opzioni, Pagina di tutte le facce, Facce di tutti i Colori del Mondo: facce varie variopinte da Varietà del sabato sera, maschere della grande Commedia umana; farsa o tragedia? Sorti progressive pregresse o regressive in anticipo?

Miliardi di Facce uniche, come unica è la Razza. Piave? Anche, volendo, qui niente razzismi!

Volendo volando planando bibendo: a grandi generose sorsate, la nostra Libertà individuale, i nostri Destini irrimediabilmente collettivi.

Da solo, la puoi sfangare, certo; ma dopo, una noia maledetta noia peggio che mortale, ETERNA.

La Scrittrice Malincomica indaga sui fenomeni arcani che si verificano durante i mutamenti di Stagioni: e-migrazioni (poco virtuali, molto reali), trasmigrazioni, trasvolate di volata, trasformazioni, trasformismi – sempre più esigenza mondana, caro Mastro Delirium – eventi inintelligibili dirigibili mentali capaci di spalancare varchi sull’Enigma;

prima, si stava come le foglie (e le Scimmie) sugli Alberi in Autunno, ma nel Mondo Dopo, fuori di sé e soprattutto di sesto, le foglie si schiantano a terra con tonfo inquietante, pe(n)santi ponderose pedanti.

Quintale o tonnellata? Anche salsa tonnata, andrebbe comunque di lusso.

Potremmo, forse dovremmo affidare la spinosa questione a IppoRaider (l’Ippogrifo poco grifagno molto ingrifato, smart assai, ha tosto riconvertito la sua azienda di servizi), commissionargli il trasporto delle Foglie Anomale sulla Luna bifronte – Giano, senza offesa – chiedergli di adagiarle sul volto timido e ritroso di Selene e verificare se d’incanto d’improvviso d’istante (se 300.000 km vi sembrano pochi) divenissero Piume angeliche, Penne con inchiostro e calamaio, Penne di Oche del Campidoglio, quelle illuminate che salveranno il Mondo; ammesso che qualcuno ne ascolti i richiami all’attenzione alla temperanza alla ‘veglianza’.

Per chi crede ancora nei Sogni contro ogni critica della ragione, per quanti si abbandonano alla Magia del Creato e abiurano filosofie basate sui pilastri del dolore e dei sensi di colpa. Pilastri da abbattere con la dinamite di Nobel, altro che le statue del presente archiviato.

Vorrei essere la Secchia rapita dalla Sorpresa della Bellezza, il Vecchio Scarpone sequestrato da una gang, suburbana, di aminoacidi, gang amniocentrica Geoludica;

vorrei offrimi come ostaggio con affetto, affetto da sindrome di Stoccolma (tutto esaurito, assembramento! anzi, per la precisione: tutti esauriti), amici forse mai, ma legato mani e piedi con mente senza briglie alla Gang del Libero Pensiero, facendo largo spazio orizzonte senza nubi alle Amazzoni del Poi e ai Cavalieri della Futuromania:

quelli che han tra le mani sogni che sembran lontani.

p.s. in contatto con Te, in contatto con Me: telepaticamente, o se vuoi, manualmente.

Divano (nido?) vuoto

Pagina di quelli che parlano con se stessi, parlano con la Luna e si confidano con il suo volto nascosto.

Tutti gli altri interlocutori sono mimetizzati, in rotta strategica, in fuga o esiliati?

Chissà se almeno Astolfo e l’Ippogrifo si sono salvati; o saranno stati costretti a recitare in telenovelas e talk show (o nell’ennesima serie virale su Moonflix???);

confido nelle truppe di Re Vega, la loro base di sicuro esiste ancora e resisterà, non può essere stata espugnata, non da noi; nemmeno l’avamposto terrestre su Selene che ora e sempre dal 1999 veglia su di noi e sulle nostre traversie può essere caduto nell’argentea polvere satellitare…

Ama il tuo nemico come e più di te stesso, perché lui è il tuo cuore di tenebra, ma è comunque un cuore che diffonde vita; ogni avversario è un simbolo, ogni antagonista deve essere reale, necessario per mantenere viva vegeta reattiva l’Umanità – anche senza soccorso Atlas – , per illudersi ancora che una salvezza sia possibile.

Parlo con il Silenzio, dopo averlo invitato a entrare, accolto con gli onori dovuti e meritati, auscultato attentamente, senza interruzioni di insopportabili pause caffé o pause reclame.

Parlo con la Coscienza, anche se dubito che Lei abbia voglia di rivolgermi volto e parola, afono per troppi anni – io – , mai davvero riscattata per intero, nemmeno con grida dal e nel silenzio o con grida d’aiuto; gride imperiali che hanno imposto la cessazione della società civile, dei gesti di civiltà minima e umanità di base.

Parlo con Dio, poi in un raro momento di lucidità, noto che la teoria di quelli che parlano (a sproposito) con Lui, di Lui, per Lui… è già lunghissima, affollatissima, infinita.

Abdico e abiuro me stesso.

Parlo con i miei colleghi, gli dei dell’Olimpo o di un pantheon anche minore, anche più umano, anche proletario e di periferia disagiata, esterno ad ogni sacro GRA (Grande Raccordo Analgesico).

Vorrei parlare con la Grande Anima Mundi, con la Natura, con Pangea, con il vero nucleo ontologico di ogni essere vivente, animale o vegetale, terrestre o extraterrestre, perché se appartengo all’Universo, nessuna anima o cosa di questo Universo può essermi aliena.

Condivido la mia sorte (ria o attraversando il rio che scorre eternamente?) cercando sinceramente empatia e comprensione con gli Universi, presenti, paralleli, obliqui, ubiqui.

Parlo, parlo, parlo; parole fitte come nebbia padana, per ore, come ventriloquo a energia solare, ciarliero come mai in vita mia, né prima né dopo.

Parlo anche senza divano, senza divano rosso, senza divano dello psicanalista. Senza necessità di ipnosi, solo per desiderio di gnosi, di sofia. Di catarsi verbale mentale spirituale.

Attendo l’ora fatale, esiziale, quella delle rivelazioni ultime, i segreti di famiglia, inconfessabili anche al cospetto della fine del Mondo, anche in camera caritatis di fronte alla cattedra dei Reggitori Supremi.

Attendo senza respiro, anzi, con il respiro interrotto, quell’unico decisivo, fondamentale momento, come un goal da cineteca in zona Cesarini (dei Cesari, minori), attendo il rigore, calcistico e morale, finalmente vincente, capace di spezzare le catene delle colpe, vere o presunte, della stasi della vita, nella vita, dalla Vita.

Attendo me stesso: impostore magno, fuggiasco infingardo, travisato con i panni lisi del solito appassito Godot; attendo la Vita che scorreva impetuosa come fiume galattico, mentre restavo inerte, identico a me stesso, inutile burattino senza fili.

Eppure, sempre seduto sulla stessa riva dello stesso fiume, abbarbicato al saggio Salice che si specchia e piange per tutte le Ofelie fluttuanti, canto senza pudore inni stonati alle meraviglie del Cosmo, osservo, parlo con me dentro di me, attendo con fiducia.

Sperando che la prossima Ofelia in transito fluviale non sia me.