IppoRaider e Foglie pe(n)santi

Pagina della Distopia? No, grazie, come centrali nucleari anni ’80.

Pagina della Disagiotopia, della Terrapiena zeppa:

di Persone, Buoni Propositi, buone incorruttibili Volontà, non solo ultime e/o testamentarie, ma attuali tenaci (come mastice di Zi’ Dima Licasi) vigorose.

Pagina delle Facce, un po’ così anche senza essere marinai, genovesi o entrambe le opzioni, Pagina di tutte le facce, Facce di tutti i Colori del Mondo: facce varie variopinte da Varietà del sabato sera, maschere della grande Commedia umana; farsa o tragedia? Sorti progressive pregresse o regressive in anticipo?

Miliardi di Facce uniche, come unica è la Razza. Piave? Anche, volendo, qui niente razzismi!

Volendo volando planando bibendo: a grandi generose sorsate, la nostra Libertà individuale, i nostri Destini irrimediabilmente collettivi.

Da solo, la puoi sfangare, certo; ma dopo, una noia maledetta noia peggio che mortale, ETERNA.

La Scrittrice Malincomica indaga sui fenomeni arcani che si verificano durante i mutamenti di Stagioni: e-migrazioni (poco virtuali, molto reali), trasmigrazioni, trasvolate di volata, trasformazioni, trasformismi – sempre più esigenza mondana, caro Mastro Delirium – eventi inintelligibili dirigibili mentali capaci di spalancare varchi sull’Enigma;

prima, si stava come le foglie (e le Scimmie) sugli Alberi in Autunno, ma nel Mondo Dopo, fuori di sé e soprattutto di sesto, le foglie si schiantano a terra con tonfo inquietante, pe(n)santi ponderose pedanti.

Quintale o tonnellata? Anche salsa tonnata, andrebbe comunque di lusso.

Potremmo, forse dovremmo affidare la spinosa questione a IppoRaider (l’Ippogrifo poco grifagno molto ingrifato, smart assai, ha tosto riconvertito la sua azienda di servizi), commissionargli il trasporto delle Foglie Anomale sulla Luna bifronte – Giano, senza offesa – chiedergli di adagiarle sul volto timido e ritroso di Selene e verificare se d’incanto d’improvviso d’istante (se 300.000 km vi sembrano pochi) divenissero Piume angeliche, Penne con inchiostro e calamaio, Penne di Oche del Campidoglio, quelle illuminate che salveranno il Mondo; ammesso che qualcuno ne ascolti i richiami all’attenzione alla temperanza alla ‘veglianza’.

Per chi crede ancora nei Sogni contro ogni critica della ragione, per quanti si abbandonano alla Magia del Creato e abiurano filosofie basate sui pilastri del dolore e dei sensi di colpa. Pilastri da abbattere con la dinamite di Nobel, altro che le statue del presente archiviato.

Vorrei essere la Secchia rapita dalla Sorpresa della Bellezza, il Vecchio Scarpone sequestrato da una gang, suburbana, di aminoacidi, gang amniocentrica Geoludica;

vorrei offrimi come ostaggio con affetto, affetto da sindrome di Stoccolma (tutto esaurito, assembramento! anzi, per la precisione: tutti esauriti), amici forse mai, ma legato mani e piedi con mente senza briglie alla Gang del Libero Pensiero, facendo largo spazio orizzonte senza nubi alle Amazzoni del Poi e ai Cavalieri della Futuromania:

quelli che han tra le mani sogni che sembran lontani.

p.s. in contatto con Te, in contatto con Me: telepaticamente, o se vuoi, manualmente.

Trips&Tricks (occhio a Kundalini)

Pagina del Viaggio Immaginario, Pagina dell’evasione, Pagina delle Esplorazioni interiori (o nelle interiora, aruspice e cerusico di Te stesso?).

Viaggi nell’inconscio inconsapevoli di attraversare mondi spesso più insidiosi e brutali di quello esterno. La reclusione è chic, se puoi permetterti lussi e privilegi divagatori. Divagazioni sul tema, dal tema, nel teorema. Evasioni innocenti, non troppo, un po’ filibustiere, Fratelli della Costa e della Corsa.

Divagare, vagare, negare e annegare contro e dentro ogni bisbetica, banale evidenza. Brancolare tra bracieri spenti, spigoli improvvisi in agguato nelle tenebre. La ragione assopita genera mostri o i veri adorabili mostri della Laguna Nera si sono dati alla macchia per evitare di condividere con noi un finale inglorioso e indecoroso?

L’orologio della piazza ha battuto la sua ora (in assenza di campane e sacrestano, ci accontentiamo), un orologio fermo da un’eternità, ma, fortuna sua, nostra ennesima somma vergogna, due volte al giorno indovina quella giusta. Indovini da baraccone Barnum? Magari. Indovini indottrinati indottrinano masse ignare per conto dei Neo Leviatani e non si tratta di un gruppo rock post moderno.

Due volte al giorno non puoi bagnarti nello stesso fiume, ma sprecare il doppio dell’acqua in docce inadatte a mondare anime lorde, al netto dell’assenza di cervelletti verdi fritti alla fermata del treno; ma se il fiume non scorre più, arido come la nostra giustizia, arido più della nostra petrosa solidarietà (se sei povero e/o ultimo, ti tirano le pietre, aguzze) posso almeno deambulare nel suo stesso letto?

Balie per i Popoli, balie per le menti, balie e balle asciutte, per Tutti! Latte artificiale artificioso per noi eterni poppanti di Verità Equità Realtà. Confusi e infelici nei nostri girelli con cupola in plexiglass, connessi h24 a catene virtuali, più pesanti degli antichi piombi della Serenissima.

Oh, come vorrei evadere, da Sant’Elena, da Spielberg, dal Castello d’If (per correre a perdifiato e perdigiorno e perdisogni in If di Kipling), evadere da me stesso, liberando anche l’abate Faria(s).

Ancora oggi mi chiedo se fosse un mozzo poliglotta giunto dal Sud America, spacciatosi per immarcabile centravanti, o un astuto porporato capace di insinuarsi alla corte degli imperatori, con occultato nel breviario il suo losco catalogo, per Madamine annoiate e agiati Madamini.

Il Razzo di Melies per raggiungere e accecare la Luna, renderla un Polifemo satellitare, nell’occhio del Ciclope e per correttezza istituzionale anche in quello del Ciclone (grossa bicicletta mono ruota?); pareti del cervello con troppe finestre ormai murate, calce viva per le anime morte; libiamo, in alto i calici, brindiamo, spumeggianti più che mai, perché non siamo mai stati meglio di così, anche se dopo, andrà comunque tutto bene. Garantito al limone!

L’ultimo imperatore – del mattone e della monnezza – si è trasferito, satollo di karma placcati oro e zen di platinorum, sul suo satellite artificiale, a bordo del suo shuttle privato; progettato in esclusiva per lui e per la sua corte dei miracoli dai suoi scienziati personali, nei suoi laboratori, personali anche quelli (come cantava il Molleggiato: possiedi… personalità!). Satellite artificiale, vero paradiso fiscale.

Pagina del Buon Viaggio immaginario a quei pochi miliardi (non miliardari) di proletari rimasti, con o senza prole.

Un’oncia di peyote non si rifiuta a nessuno: Buon volo Pindarico senza rete, non svegliate Kundalini che poi s’incazza!

Attenti al ritorno, è sempre quello il momento più insidioso!

A meno che la vostra traiettoria di ammaraggio non sia stata precedentemente calcolata da Katherine Johnson o non vi abbia fornito uno strappo cosmico Valentina Tereskova.

Divano (nido?) vuoto

Pagina di quelli che parlano con se stessi, parlano con la Luna e si confidano con il suo volto nascosto.

Tutti gli altri interlocutori sono mimetizzati, in rotta strategica, in fuga o esiliati?

Chissà se almeno Astolfo e l’Ippogrifo si sono salvati; o saranno stati costretti a recitare in telenovelas e talk show (o nell’ennesima serie virale su Moonflix???);

confido nelle truppe di Re Vega, la loro base di sicuro esiste ancora e resisterà, non può essere stata espugnata, non da noi; nemmeno l’avamposto terrestre su Selene che ora e sempre dal 1999 veglia su di noi e sulle nostre traversie può essere caduto nell’argentea polvere satellitare…

Ama il tuo nemico come e più di te stesso, perché lui è il tuo cuore di tenebra, ma è comunque un cuore che diffonde vita; ogni avversario è un simbolo, ogni antagonista deve essere reale, necessario per mantenere viva vegeta reattiva l’Umanità – anche senza soccorso Atlas – , per illudersi ancora che una salvezza sia possibile.

Parlo con il Silenzio, dopo averlo invitato a entrare, accolto con gli onori dovuti e meritati, auscultato attentamente, senza interruzioni di insopportabili pause caffé o pause reclame.

Parlo con la Coscienza, anche se dubito che Lei abbia voglia di rivolgermi volto e parola, afono per troppi anni – io – , mai davvero riscattata per intero, nemmeno con grida dal e nel silenzio o con grida d’aiuto; gride imperiali che hanno imposto la cessazione della società civile, dei gesti di civiltà minima e umanità di base.

Parlo con Dio, poi in un raro momento di lucidità, noto che la teoria di quelli che parlano (a sproposito) con Lui, di Lui, per Lui… è già lunghissima, affollatissima, infinita.

Abdico e abiuro me stesso.

Parlo con i miei colleghi, gli dei dell’Olimpo o di un pantheon anche minore, anche più umano, anche proletario e di periferia disagiata, esterno ad ogni sacro GRA (Grande Raccordo Analgesico).

Vorrei parlare con la Grande Anima Mundi, con la Natura, con Pangea, con il vero nucleo ontologico di ogni essere vivente, animale o vegetale, terrestre o extraterrestre, perché se appartengo all’Universo, nessuna anima o cosa di questo Universo può essermi aliena.

Condivido la mia sorte (ria o attraversando il rio che scorre eternamente?) cercando sinceramente empatia e comprensione con gli Universi, presenti, paralleli, obliqui, ubiqui.

Parlo, parlo, parlo; parole fitte come nebbia padana, per ore, come ventriloquo a energia solare, ciarliero come mai in vita mia, né prima né dopo.

Parlo anche senza divano, senza divano rosso, senza divano dello psicanalista. Senza necessità di ipnosi, solo per desiderio di gnosi, di sofia. Di catarsi verbale mentale spirituale.

Attendo l’ora fatale, esiziale, quella delle rivelazioni ultime, i segreti di famiglia, inconfessabili anche al cospetto della fine del Mondo, anche in camera caritatis di fronte alla cattedra dei Reggitori Supremi.

Attendo senza respiro, anzi, con il respiro interrotto, quell’unico decisivo, fondamentale momento, come un goal da cineteca in zona Cesarini (dei Cesari, minori), attendo il rigore, calcistico e morale, finalmente vincente, capace di spezzare le catene delle colpe, vere o presunte, della stasi della vita, nella vita, dalla Vita.

Attendo me stesso: impostore magno, fuggiasco infingardo, travisato con i panni lisi del solito appassito Godot; attendo la Vita che scorreva impetuosa come fiume galattico, mentre restavo inerte, identico a me stesso, inutile burattino senza fili.

Eppure, sempre seduto sulla stessa riva dello stesso fiume, abbarbicato al saggio Salice che si specchia e piange per tutte le Ofelie fluttuanti, canto senza pudore inni stonati alle meraviglie del Cosmo, osservo, parlo con me dentro di me, attendo con fiducia.

Sperando che la prossima Ofelia in transito fluviale non sia me.