Labili tracce

Abili tracce, se poi dovessero risultare anche agili, meglio.

Tracce, orme da lasciare sul terreno, casomai, seguire o inseguire; tracce, titoli di temi (non tematiche), da svolgere, anche riavvolgere, quando il nastro della audiocassetta si è ingarbugliato e la colonna – non manzoniana, non infame – sonora della tua vita, suoni inascoltabile. Ora.

Un’immagine immortala un momento dinamico, di vita reale, quotidiana; una famiglia di quattro persone – tre persone più una, la quarta si intuisce, impallata dal padre in primo piano (come i Moschettieri di Dumas, padre?) – con zaini in spalla e bagagli a rotelle (difficile siano quelli il loro mezzo di trasporto) camminano velocemente, forse per giungere in tempo al capolinea di un qualche veicolo pubblico. Sono visibilmente di fretta, con la scomoda compagnia dell’ansia di mancare l’imbarco. La strada di cemento sembra lunga, grigia quanto basta, lambisce una strada commerciale sulla quale transitano mostruosi autotreni statunitensi; in lontananza edifici di un centro, abitato, non si sa se da macchine o persone. Un cielo imbronciato e minaccioso, con uno squarcio di azzurro, assiste implacabile alla scena.

Chissà se il fotografo o la fotografa, nello slancio creativo, ha voluto attribuire allo scatto una qualche intenzione politica, sociologica – siamo tutti migranti, tutti in viaggio, tutti persi nell’affannosa ricerca di qualcosa, soprattutto quando abbiamo le possibilità di farlo – ; oppure, cadiamo mani e piedi nell’abile tranello delle immagini, alle quali attribuiamo, noi, da osservatori non passivi, ma buggerabili, senso ricavato dai nostri pensieri, dalle nostre convinzioni, dalla nostra dimensione ontologica.

Persi, dispersi, nell’affannosa ricerca, perlustrazione, indagine perfino, per rilevare labili tracce di noi stessi, per cercarci nelle dimensioni spazio temporali, o in quelle indefinibili, inafferrabili; per tornare a edificare, per costruire ex novo, la comunità umana.

Nei cumuli dei nostri rifiuti, nel nostro pattume, nelle nostre obbrobriose mala grotte, mega discariche letali, le orme – non il mitico gruppo, purtroppo – le vestigia, fisiche, ferite fatali, mortali che infliggiamo al Pianeta, alle singole esistenze quotidiane di noi tutti. Eredità tossica che lasceremo in dote alle nuove, scombinate, generazioni.

Oppure, potremmo affidarci a veri scienziati, non solo geniali – non basterebbe, non funziona mai, auspicando risultati giusti – ma brillanti, immaginifici, capaci di aprire sentieri, ora inesistenti, verso un futuro equo, sano, benefico per l’umana società.

Uno di costoro è il premio Nobel per la Fisica 2021, Giorgio Parisi; i suoi lavori sui sistemi complessi, i suoi ampi e corposi contributi interdisciplinari, potrebbero spaventare per la loro complessità, invece dovremmo lasciarci conquistare dalla loro bellezza, dal loro fascino, dalla “loro” (sua, totalmente sua, cioé del Professore) preveggenza. Nel finale degli anni ’80 del 1900, perfino molti suoi compagni, nonché colleghi, “ammiravano la sua strepitosa maestria tecnica“, ma non coglievano il senso dei suoi interessi. In fondo, la sorte dei ‘Precursori’. Di eoni.

Così, non si tratterà di “convergenze parallele” degli anni politici ’70 del 1900 (Aldo Moro o no, l’inventore dell’espressione), ma Le simmetrie nascoste (pubblicato dai tipi di Rizzoli Libri) non solo ci riveleranno “quanto sia intelligente l’acqua ghiacciata“, ma anche il funzionamento di ChatGPT; senza isterismi, senza ipocrisie, rischi e prospettive connessi.

Per intraprendere un cammino esaltante – quello delle scoperte, queste sì, epocali – per lasciare labili tracce di noi:

finalmente, luminose.

Guano

Ci reputiamo unici e irripetibili, modelli – fantastici – non replicabili.

Reputiamo le nostre gesta, le nostre azioni, ogni nostro minimo anelito, grandiosi, ammirevoli, e, se per caso risultassero aberranti, abominevoli – non il povero Yeti dell’Himalaya e i suoi simili – , crimini contro il genere umano, contro il Pianeta, sarebbero (de) rubricati quali semplici errori, fatali fraintendimenti, bagatelle sfociate inspiegabilmente in tragedia.

Siamo così: piccoli, fragili, illusi, ma con un ego smisurato; qualcuno, di più, sempre quelli che hanno (lecitamente o meno) più risorse. Tradotto, senza perifrasi, il potere di fare tutto quello che vogliono, oltre l’immaginabile, oltre ogni vago principio morale; infischiandosene allegramente del Diritto e delle esistenze delle Donne e degli Uomini.

A meno che non si tratti di loro solidi sodali e complici.

Guglielmo, solo tu, da tutto questo ciarpame osceno sapresti, potresti trarre capolavori della letteratura e poesie; ma forse, persino con il tuo intelletto superiore e la tua sensibilità superba, esiteresti, proveresti moti di ribrezzo, rigetto, totale confusione.

Chi si ritira umanamente sconfitto (con tutte le code fra le gambe, avrebbero detto un tempo i saggi dell’osteria, dopo molte ombre), chi si ritrae in un mondo o in dimensioni altre, fantasiose, idilliache, per sottrarsi alla soma insopportabile della realtà attuale.

Cosa vergavano i fessi, nemmeno prezzolati, durante la pandemia? “Andrà tutto bene“. Infatti. Come diceva quello: “potrebbe piovere, per sempre“. Banalità, molte umane, comprensibili, anche senza essere Corvi.

Chi si ritira dalla lotta, è un gran fio de ‘na mignotta! Chiedendo venia alla mignotta, anche ricorrere alle ‘citazioni dotte’, dal presidente del Borgorosso Football Club in giù, ormai potrebbe risultare vano, per risollevare il morale (no molare), se non le sorti comunitarie.

Ormai disperati, catastrofisti, sciamannati, cerchiamo di avvinghiarci ovunque ci sia uno strapiombino, un tarocco – un’arancia sicula? magari – di Jodorowsky; “non si può insegnare all’inconscio il linguaggio della realtà, ma insegnare alla ragione il linguaggio dei sogni“. Essere surrealisti, immaginifici, magici, come lui, potrebbe giovare e magari costituire una strategia sorprendente per sanare le questioni urgenti, esistenziali.

Ancora Jodorowsky, ‘l’eterno’, ci comunica di “fidarci dell’umanita, delle nuove generazioni che – per paradosso – proprio grazie alla precarietà e all’assenza di prospettive, sono pronte alla guarigione nel campo della vita, attraverso la relatività dello sguardo storico, l’arte come unica, vera risorsa“.

Eppure, disse il Matto del Villaggio, questa storia non mi suona nuova – come tutte quelle che riguardano la stirpe dei bipedi che hanno smarrito la coda e la ragione – perché, nel 1856, una presunta confederazione di stati (o interessi economici), con un atto di forza, unilaterale per forza, varò una legge per dichiarare propria una piccola isola tra la Jamaica e Haiti; “ci serve, ne abbiamo bisogno per procurarci grandi quantitativi di concime“. Quell’isola era un deposito naturale di guano. Il Congresso approvò a larghissima maggioranza, la Corte Suprema (Don Abbondio – noi europei, oggi – , nella gara dell’ignavia, della codardia, giungerebbe secondo, con distacco abissale) disse che “non è nostra materia investigare o determinare se gli atti del potere esecutivo siano giusti o sbagliati. Basti sapere che il Governo ne abbia deliberato nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali. Chi sia sovrano di un territorio, de jure o de facto, non è questione legale, ma politica“.

Gli astanti, paonazzi, rubizzi, tra frizzi, lazzi, amene scurrilità, risero sguaiatamente: “il diritto affonda solide radici nel guano“.

Dietro casa

Avrete certo incontrato anche voi un distinto fenicottero rosa che, calmo e placido, dopo piacevole, garbata conversazione, vi avrà consigliato di raggiungere Marzamemi.

Piccolo porto o baia delle tortore: l’antico toponimo resta un mistero, mentre la bellezza del luogo inebria e trasporta in altre dimensioni. Nemmeno troppo distanti: Vendicari, Calamosche, Noto.

Liquefarsi nel tramonto di Marzamemi – perché sei tu, Trinacria? – e risolidificarsi immantinente al cospetto del Sol Levante. Altre dimensioni, altri mondi. Culturali, geografici, spirituali.

Vagare per Tokio, avvertire il vago sentore che forse non è come deambulare allegramente per i campi, arati o selvaggi, di Pozzo. Imbattersi in strani – per me, di sicuro – personaggi, tra cui un nipponico che somiglia (potenza dei sogni, anche senza essere in un film di Akira Kurosawa San) davvero tanto, troppo, a Georges Simenon. Rimanendo, lui, uno scrittore chiaramente indigeno.

Forse mi ha rivolto la parola, sconosciuta quanto l’idioma locale, ma non mi preoccupo: il lessico dei sogni è meglio dell’esperanto. Matsumoto, nome proprio di narratore, dedito a storie thriller, nelle quali abbondano intrighi, corruzione, omicidi, nelle quali emerge il marciume che compone in parte l’umano e a nulla vale, non come scusante, parziale o totale, che le vicende siano generate da un ambiente in faticosa, angosciosa ripresa dopi i lutti, i disastri, le tragedie del II conflitto mondiale.

Se la Dalia, originaria del Messico o del Sud America, fiore estivo che ama la luce e l’acqua, fosse nera – non lo sapremo mai, ma l’immaginazione degli uomini è tossica – , se sia stata uccisa a Hollywood o nella capitale di Yamato, decidetelo voi: nella memoria rimarrà “il suo debole“, tenace, sorriso, anche alla fine prematura, innaturale, del viaggio, decretata, come troppo spesso accade, da un misero bipede.

Abbandonata in fretta o con esasperante lentezza Tokyo – questa o quella, per me pari son, nelle visioni oniriche – e instradarmi per perdermi in una valle oscura, mutata d’incanto nel bosco segreto di Kengo, altro rappresentante del Sol Levante (i miei sogni sono stati e continuano a esserlo, ad alta gradazione nipponica). Un atipico, nato in Scozia; prima game designer, ora ‘fumettaro’ vecchia scuola: matita, carta, inchiostro, pazienza e capacità di osservare infinite, immaginazione allo stato brado.

Poche, scarne, rarefatte parole: bastano la magia e la meraviglia create dalla Natura; perfino Oberon, Titania e la loro folta schiera di folletti birboni sarebbero d’accordo. Ancora una persona in cammino, ancora una persona solitaria – fisicamente, mentalmente a causa della tecnologia – ancora una persona che, grazie a un cane, scopre all’improvviso quanto sia affascinante entrare nel mistero, nella luce, nelle atmosfere naturali; condividere le scoperte con altri umani, magari incontrati per caso, diventa parte integrante, fondamentale del processo di crescita, di apprendimento. Con l’esempio e i consigli di una nonna, perché, se si è fortunati, esiste sempre una nonna speciale che sembra ricoprire il ruolo di faro del Pireo.

Poi, alberi, tanti, bellissimi (in un bosco che si rispetti, capita d’incontrarne), custodi silenziosi e affidabili di tutti i nostri segreti; fonti d’amore, vero, naturale, in quanto depositari delle energie necessarie, essenziali per tutti i viventi attorno, o vicini a loro, in qualche modo.

Camminare, osservare – sognare, forse – condividere:

il segreto della Vita probabilmente si (ri) trova nel bosco dietro casa.

50enni animati

L’Unicorno irrompe a spron battuto – nemmeno fosse l’immortale destriero bianco di una antica reclame – nelle nostre anguste stanze mentali e accende, ci porta in dono, reca seco (con sé), una salutare scia luminosa d’immaginazione.

Pochi giorni di anno 2026 – siamo sicuri? – e già agogniamo, in modo spasmodico, il prossimo, ma fingiamo, tentiamo di resistere agli urti della nostra vita mondiale; magari, poggiando, avendo fiducia in loro: eroi, eroine, nati dalla fantasia, “non dalla logica, o dai dogmi, per questo nessuna macchina, per quanto potente e evoluta, potrà mai fare davvero letteratura“.

Le donne e gli uomini, peculiarità rarissima, anzi, unica, annoverano un potere, il loro unico super potere, insito, non replicabile: come dice lo scrittore Julio Cortazar, “possiedono l’immaginazione, per sperimentare il mondo nella mente, prima di sperimentarlo nella carne“. Le flebili parole, la fragile narrazione, aiutano i bipedi a prepararsi, a strutturarsi, a organizzarsi per affrontare la vita, per escogitare soluzioni alle sue inevitabili difficoltà.

Nessun problema nel risolvere problemi, piccoli e grandi; solo l’imbarazzo della scelta: meglio il Golem o la ‘famigerata’ IA, meglio Pandora o gli algoritmi, con relative app? Tempo fa, avremmo ingenuamente scherzato: ai poster (i), l’ardua sentenza.

In realtà, meglio l’umano, fallace, ma dotato di formidabile creatività, limitato, ma capace di superare i limiti con la sua empatia, piccolo, ma capace di ritrovare la rotta anche sballottato dai marosi, grazie alla sua moralità. Alberto Manguel, altro scrittore, ci dice che le macchine non saranno mai in grado di concepire un personaggio “ineffabilmente complesso come Pinocchio“, potranno, al massimo, fornire una brutta copia, “una falsariga di pseudo Alice“, mai una copia dell’originale. Macchine, ottime ‘alleate’, non individui senzienti e indipendenti dall’uomo. Persino le ‘entità portentose’, “se gestite con noncuranza, possono rivoltarsi contro i loro inventori“.

Jeanette Winterson, scrittrice – curioso, citare solo persone che vivono e si occupano di ‘cose intangibili’ come le lettere – ci offre un punto di vista altro: “l’intelligenza alternativa, non artificiale visto che ci serviamo di miriadi di oggetti che sono artificiali, non naturali, è ciò di cui il genere umano ha bisogno ora, visto che il nostro modo di pensare ci sta conducendo verso l’estinzione, attraverso il collasso planetario o la guerra globale“.

Eppure, nonostante tutto, confidiamo ancora, forse chimericamente, nei 50enni animati; meglio, in chi, bambino, si è appassionato e, attraverso e grazie a loro, ha saputo costruirsi un’esistenza con priorità e valori morali, ineccepibili, indistruttibili.

Ape Maia – il più popolare insetto animato alle nostre latitudini – celebrato con una mostra, e, addirittura, con un musical; non solo, anche Heidi, Goldrake, Candy Candy, Capitan Harlock, Lupin III, Conan, Jeeg, Remi, Anna dai capelli rossi. ‘Anime’ fragili, come le parole cui accennavo più su, anime giunte dal sol Levante, diventate in breve, parte del nostro patrimonio culturale, “perché – come spiega Marco Pellitteri, professore di Media, nonché grande esperto di fumetto e animazione nipponici – queste serie hanno plasmato l’infanzia di una generazione, in un momento di trasformazione sociale e mediatica unica. La loro forza è stata la capacità di travalicare l’epoca della prima messa in onda, generando un codice affettivo e narrativo condiviso. Le storie di amicizia, lealtà e scoperta di sé, sono universali e atemporali“.

Non resta che travasare questi ‘anime’ nei governanti e plutocrati contemporanei e l’impresa sarà compiuta;

o, in alternativa, sostituirli: direttamente con questi personaggi di ‘fantasia’, o, per interposto interprete, con la comunità di noi, 50enni (suppergiù) ‘animati’.

La setta della Fenice

Post fata, resurgo.

In fondo, una quisquilia.

Attendiamo la luce da Est, attendiamo le parole, nuove:

per rinascere, per nascere, finalmente.

Parole di vita, non parole trappola, che attirano, ingannano, imprigionano.

Come saprebbe dire il poeta: “luce neve”, “luce che accende cielo e monte”.

Luce e parole che piano rigenerano gli umani, nei giorni più bui e in quelli più gelidi; luce e parole, perché, mentre tutto sembra andare in letargo, o concludere il suo ciclo, recano ancora speranza.

Calore, respiro.

Archiviamo il 2025, non rottamiamolo: teniamolo sempre a mente, agiamo all’opposto: forse, non andrà tutto bene – sarebbe impossibile – meglio, sì.

Senza dubbio.

Anzi: tra i dubbi consueti, ma optando per soluzioni umane.

Non vogliamo, non servono alle genti della Terra bagnarole sfondate, armi.

Dialogo, sorrisi, abbracci, collaborazioni comunitarie.

Post fata, resurgunt.

C’era (no cera) una volta

Incipit nell’incipit, o meglio: titolo incipit, per ottimizzare (come usano i rozzi cibernetici contemporanei) le risorse. Sempre più esigue.

Inizio classico di favole e fiabe, potremmo lanciare il grande quiz a premi – chi indovina, vince un soggiorno in Lapponia, nel Circolo Polare Artico (quindi, non solo circolo di lettura) – : spiegare, per sommi capi, non siamo draconiani almeno nel periodo natalizio, le differenze di protagonisti e finalità tra i due generi, dalla umana fantasia generati. Orali prima, poi letterari; come antichi esami scolastici, assai prima dell’avvento di internet e presunte intelligenze artificiali.

Per restare ancorati a oggi – ma veleggiare liberi per i mari sarebbe meglio assai – , saldamente abbarbicati allo scoglio, come una cozza verghiana, potrei citare (se la memoria non vacilla troppo): Sandokan, Orzowei, D’Artagnan, Zorro, Goldrake; noi anziani del ’70, siamo stati, forse tra i primi, ad annoverare un gigante tecnologico, sempre in bilico tra demone e angelo, a seconda delle scelte di chi lo guida, nel pantheon degli eroi immortali. Perdonateci, se vi pare – così è, se vi appare – poco.

Sandokan, quello ‘vero’, ‘storico’, scolpito per sempre nel nostro immaginario da Emilio Salgari e da Sergio Sollima. La recente variante moderna, anzi, aggiornata, può risultare avvincente – se garbano le avventure ricostruite in toto all’interno di un teatro di posa e con l’ausilio di migliaia di effetti speciali – , perfino divertente, ma poco, nulla condivide con la vera vicenda, le origini storiche, il contesto in cui si muoveva la Tigre della Malesia. Per Natale, sarebbe bello, una strenna (no renna, in ferie), confrontarsi con la storica teutonica Bianca Maria Gerlich, per chiederle le fonti dei suoi studi nel Borneo, da chi e da dove abbia appreso dell’esistenza di un comandante navale di nome Sandokong, “il quale avrebbe in comune col personaggio salgariano la bandiera rossa con la testa di tigre (nota anche alla letteratura storica inglese), i luoghi, gli anni, i nemici“. Dono davvero speciale.

Orzowei, figlio della Savana, scolaro anche lui, come milioni di italiane e italiani, del meritorio, imperituro maestro Alberto Manzi. Letteratura e cinematografia ‘per ragazzi’, ammesso che questa misera classificazione abbia un senso. Una storia contro il razzismo, di ogni tipo e di ogni colore, una fiaba moderna che ci mostra e dimostra come gli umani, variamente pigmentati, quando si conoscono davvero, finiscono, anche se non è Natale, per amarsi. Corri, Trovato vai, e non fermarti mai. Come la solidarietà, auspichiamo.

D’Artagnan, ricalcato e modificato da Alexandre Dumas sulla figura storica di Charles de Batz de Castelmore. Guascone, ossia natio della Guascogna, ma anche spaccamontagne, leader naturale dei Tre Moschettieri che in realtà, con lui, divennero quattro. Cappa e spada, avventure e duelli mozzafiato, anche se molti studiosi garantiscono che i tratti salienti del personaggio siano altamente riconducibili al padre, generale francese, nonché mulatto, del fecondo autore francese. Non sarà uno scandalo di corte – della collana o dei bijoux? – a fermare l’impetuosità e lealtà delle ‘spade’, al servizio di Sua Maestà.

Douglas Fairbanks, Tyrone Power, Guy Williams, Alain Delon: altri quattro spadaccini, che, ciascuno nella propria epoca, hanno prestato volto, fisico e acrobazie all’eroe mascherato El Zorro, la Volpe, presso il pueblo di Los Angeles. Periodo della dominazione ispanica in California. Il paladino dei poveri, dei reietti, dei dominati, creato dalla fantasia e dalla penna (lapis?) di Johnston McCulley, già reporter della polizia nonchè ufficiale di affari pubblici durante il primo conflitto mondiale, agisce e si batte contro individui corrotti, malvagi, opprimenti che vantano il solo merito di giustificare quello che fanno in nome e sotto l’egida della corona di Madrid. La spada, la zeta come inconfondibile firma, il destriero Tornado e l’impareggiabile ‘collaboratore’ sordomuto Bernardo, sono i fedeli alleati dell’eroe, capostipite dell’età moderna, nella quale i difensori degli oppressi sono titolari di una doppia identità (almeno); ma non per denaro e potere – don Diego De La Vega ama i libri e la musica al pianoforte – , solo per innato senso di giustizia.

UFO Robot Goldrake, conosciuto da noi come Atlas, apri pista della tracimazione nipponica degli anime e dei manga, primo golia tecnologico disegnato, anche se nella mente e nella produzione del Sensi Go Nagai, è ‘solo’ il terzo figlio; dopo Mazinga Z (un’altra zeta, di altra natura) e il Grande Mazinga. Il principe di Fleed tenta di sfuggire agli inganni e alla volontà di dominio del malvagio monarca Vega, ma presto si rassegna ad affrontare il suo destino: battersi contro la soverchiante forza militare – troppi governanti terrestri indicano le armi quale unico mezzo per realizzare la pace (?) – di un impero dallo spazio profondo, per salvare il Pianeta Azzurro dall’inferno della guerra definitiva. Non sembrerebbero temi adatti ai bambini, di quell’epoca, eppure in molti di noi, la vicenda e le traversie di Actarus sono state capaci di instillare il senso di giustizia, di condivisione, di altruismo, di umanità, di rispetto e tutela per la Natura che rendono la vita degna di essere vissuta, a pieno titolo. Ancora oggi, a Natale, qualcuno sogna di alzare lo sguardo verso il cielo, per notare un puntino luminoso che continua a distribuire doni utili a tutti i bambini del mondo, a vegliare su di noi.

Credenti o agnostici, cancelliamo “la magia del Natale” – banale strategia di marketing consumistico – per affermare, per impegnarci in prima persona a realizzare concretamente speranza e rinnovamento, condivisione e comunità, riflessione e gratitudine, lungo il flusso dei nostri giorni.

Natale, o Sol Invictus, questo sia un memento, sacro:

a nascere, a vivere.

Lanterna delle Fate

Nelle bigie, grigie, giornate di pioggia, è naturale pensare con speranza e, in qualche modo, struggimento, alle lanterne.

Tradizionali, solide, in grado di illuminare, la realtà fisica – sempre parziale e prospettica – e le menti (auspicio forte più che mai); lucerne, se vi aggrada di più, l’importante resta lo splendore, anche senza giungere a significati allegorici danteschi.

Ne avremmo urgente bisogno: sorgente luminosa portatile. Negatelo, se ne siete capaci, o in grado.

Forse, ci aiuterebbero a individuare direzioni, soluzioni, nuove accattivanti, evolutive prospettive. O viceversa.

Ci sono state, esistono ancora, lanterne cieche, capaci, attraverso un gioco di schermi girevoli, di concentrare la luce in un fascio, oppure oscurarla (i ‘nemici’, noi stessi, riflettendo meglio, stanno sempre in agguato, pronti a ghermire); basta non piombare nella corbelleria, imbalsamandosi a fissare il dito, ignorando la Luna.

Lanterne veneziane, cinesi, nipponiche: quali preferite? Non ignoratele, sono preziose, ognuna nelle proprie peculiarità. La molteplicità di visioni, crea la vera, inusitata ricchezza.

Certo, con cura e accortezza, occorre deambulare senza sonnambulismo – non più del lecito, senza eccedere oltre il necessario minimo garantito – senza incantarsi (arduo, ne convengo) a rimirare le ormai rarissime lucciole, scambiandole per lanterne. Interiorizzando, se possibile, il ‘metodo Diogene’, per rintracciare, in fretta ormai, l’uomo, anzi, gli uomini e le donne, di comprovata, ottima volontà. Con le lucerne, sempre accese, anche in pieno giorno.

Lanterne magiche, per immaginare nuovi mondi, nuove persone, nuovi noi; mai privare le lanterne magiche di luce, introdurre costantemente lampade brillanti perché le più fantasmagoriche immagini compaiano su noiose pareti bianche.

La Lanterna, quella di Genova, senza mai obliare quella del Pireo; fondamentale nell’antichità, insegnò a tutti noi a navigare, a trarci in salvo tra i flutti perigliosi.

Lanterne rosse, per ribellarsi, rifiutare, affrancarsi da ogni tentazione di società feudale, per cancellare per sempre il giogo, insopportabile, inumano, del patriarcato che ci dilania con gli ultimi, letali, colpi di coda. In assenza di lanterne, affidiamoci a caleidoscopi: belle immagini da osservare confortano l’animo, e poi, si sa, gli specchi hanno il potere di perdere i Narcisisti più tossici.

Lanterne rosse, gruppi di guerrigliere, ché da sempre le Donne hanno dovuto combattere per affermare la propria identità, per rivendicare diritti, per dimostrare ai limitati uomini di essere meglio di loro, più forti, più capaci; non per caso furono gruppi di combattimento femminili durante la rivolta dei Boxer, Cina, a cui gli abitanti dei villaggi attribuivano poteri soprannaturali, in quanto capaci di portare a termine imprese impossibili per i maschi.

Lanterne Verdi, per l’ordine cosmico e la giustizia, anche nello spazio. Il Pianeta Azzurro galleggia nel Cielo, quindi, forse, ne ha o ne avrà bisogno. Lanterne Verdi per tutelare la Natura di cui facciamo parte, di cui non disponiamo da padroni, dalla quale dipendiamo per ogni più minuta esigenza e dalla quale siamo graziati, fino al nostro ultimo respiro.

Lanterna delle Fate, particolare specie di una famiglia di piante tra le più rare al mondo – forse, 20 esemplari, non di più – magnifiche, splendide, incantevoli. L’ultima in ordine di apparizione vive (sopravvive) in Malaysia – coincidenza letteraria – la Scienza internazionale si è mobilitata per tutelarla, proteggerla da noi stessi, forse perché ci rammenta non solo quanto sia meravigliosa la Natura, ma quanto i bipedi non siano in grado di esistere senza la sua presenza benefica.

Federico coronò il desiderio di trasmutarsi in un aggettivo – felliniano – , molto più umilmente e modestamente, vorrei diventare un vocabolo greco, antico: lampter, attinente (stretta, inestricabile parentela) con il verbo lampein, rilucere.

Non sarò mai una lampada – mai affermare mai – , mi basterebbe essere un lumino che si difende dai venti contrari, un lanternino dotato dalla fantasia dei fanciulli di una magica, reale, potenza.

Amico della sconfitta

Illo tempore, conobbi un tizio.

Un tale (no talent, per carità), se vi balocca di più. Non si faceva nemmeno chiamare, né Caio, né Sempronio.

Sì illudeva, meglio, sognava, di ribattezzarsi Giorgio Sim, ma l’impietosa, nuda e cruda realtà, lo costringeva ad accontentarsi di essere un Ermete Pit, qualsiasi, senza pretese, senza spiccare voli pindarici, o, incandescenti, di Icaro.

Certo, in quanto rampollo di Dedalo, la sua esistenza errabonda – fallace, girovaga – sarebbe comunque risultata labirintica, un eterno perdersi, nella speranza di ritrovarsi.

Prima o poi, in qualche modo.

Icaro, ma anche il tizio.

Ritrovarsi, ritrovare il proprio nome, definire la propria identità. Ricorrere, rincorrere l’epistemologia molecare, come direbbero quelli veramente colti, coltivati, gli esperti.

Individuare il proprio ramo – genetico, sociale, culturale – per ricostruire, rilevare le tracce, le impronte lasciate negli eoni di Kronos, sulle nuvole; lo stesso potrebbero, dovrebbero fare le genti, i popoli.

Qualcuna filava – Berta, la lana e l’amianto? – , Pit arrancava; in fondo era il suo personalissimo modo di procedere, a tentoni, a naso. Meno male che il naso era importante, parte nobile, punto di riferimento solido, sorta di bussola sostitutiva, alternativa, cognitiva.

Arrancando, sbuffava, ma non smetteva di sognare; i martiri dell’olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki; Yukio Mishima, poeta, drammaturgo, perdutamente innamorato del suo Paese del Sol Levante; Onoda Hiro, tenente giapponese, ritrovato nella giungla filippina nel 1974, 30 anni dopo la fine del secondo massacro mondiale, convinto che il conflitto fosse senza fine, pronto a sacrificarsi per il Giappone, fino al suo ultimo respiro, fino alla sua ultima goccia di sangue, fino al suo ultimo attimo su questa Terra.

Ermete si convinceva sempre più di un suo arcano legame con Yamato, sempre più percepiva una inspiegabile consonanza con una percezione altra – alta, a quote più normali della vita – , sempre più avvertiva di allontanarsi dai sedicenti valori occidentali, di essersi trasformato in un amico, un ottimo amico della sconfitta. Qualunque cosa significasse.

Conscio di non essere in grado di disegnarlo, avrebbe voluto abbracciare il vento, farne parte, mutarsi in una corrente:

inarrestabile.

Fedele al libro, libero di tradirlo (simbiosi)

Nulla come prendersi cura di un piccolo giardino, ci restituisce la nostra ‘misura‘ terrena, ci ricolloca al posto giusto tra le creature dell’Universo (o multiversi), ristabilisce priorità e valori imprescindibili.

Mentre la mente si concentra sulle svariate attività che contribuiscono a formare la manutenzione della flora domestica, sorgono spontanei pensieri sani e positivi, riflessioni originali sulla vita e i suoi aspetti, respirando a pieni polmoni l’aroma della terra, cogliendo l’essenza della nostra dimensione ontologica.

Al bando pose marchettare post litteram da ambientalista, da ‘ecosofo’ (non esperto di Umberto Eco, anche se) ispirato da Arne Næss, o ‘biofilo’ (non bibliofilo, anche se) fuori tempo massimo, cioè da vecchio, anzi, antico. Non ancora soprammobile, però.

Rammentare l’etimo di dimensione, ancora una volta, rischiara il cammino e gli orizzonti: dal latino demensionem, lunghezza altezza profondità, le tre proprietà commensurabili che forniscono l’esatta misura – se preferite, estensione – dei corpi; fisici, certo, ma non solo.

Mi piacerebbe disegnare pagine ispirate a questa vita, come saprebbero fare in modo sopraffino Brian Selznik, con le sue passeggiate romane, ambientate nel tempo cronologico nel 1986 e, contemporaneamente, nell’immortalità della Città Eterna; o Milo Manara, non solo (semplicisticamente) maestro dell’eros, ma artista che negli ultimi anni ha saputo tradurre in letteratura disegnata Il nome della rosa, impresa ardua per l’importanza del romanzo, per la sua complessità, tra colte citazioni letterarie, tra rimandi a dispute filosofiche accanite, compiute da varie correnti della Chiesa.

Se potessi, se sapessi – non solo disegnare – mi evolverei in un essere, possibilmente pensante e sensibile, capace di mantenersi ‘fedele al libro, libero di tradirlo‘. Creativo, immaginifico, svincolato da barriere, confini, catene.

Se potessi, se sapessi – non solo sopravvivere, vivere davvero, completamente – forse sarei capace di mutarmi in arcadico – non componente della cosmonave Arkadia (o ‘astroveliero’), anche se – ma in un abitante della mitica regione: Arcadia, dove uomo e Natura coabitano in perfetta armonia e i bipedi sono consapevoli di essere una parte del Creato e si comportano di conseguenza. Elegia bucolica, però adulta e matura.

Sarebbe un sogno – a occhi aperti, con i piedi saldi sulla nostra amata Terra – fare parte della Compagnia dei Gelosi che imbeccati, addestrati dal Tasso (Torquato) misero in scena la favola pastorale Aminta; sarebbe un sogno diventare ambasciatore letterario e convincere l’editore veneziano Aldo Pio Manuzio a stampare e vendere l’opera. Sarebbe un sogno essere una delle bestie condotte al pascolo da Aminta e sperimentare sulla mia pelle, con le mie zampe, il sacro principio aristotelico: unità di tempo, luogo, azione.

Sarebbe un sogno – a occhi molto bene aperti – comporre l’Aegloga rusticale intitolata Bernino; peccato sia stato preceduto di qualche secolo (1516) dal buon Pierantonio Legacci, componimento stampato in Siena da Semione di Nicolo, cartaio. Senza offesa, anzi, con molta stima e sana invidia culturale.

Se potessi, se sapessi – non solo compulsare fole, ma scrivere e, soprattutto, fare – tanto mi garberebbe emulare Telmo Pievani, filosofo della scienza: come lui, affidare al vasto pubblico Uniti per la vita, partorito insieme al docente di zoologia Maurizio Casiraghi e raccontare quanto l’altruismo – derelitto e deriso (quando dice bene) ai giorni contemporanei – abbia solide basi biologiche. Per aiutarci a dedurre, tutti, che – a dispetto delle app e dell’intelligenza artificiale – è la cooperazione a favorire quel processo strano denominato evoluzione. Come scrivono i tipi della Lettura (Corriere della Sera), “lezione che vale anche per le relazioni tra persone“.

Fuori dai denti: “Ci si salva insieme, perché la vita è simbiosi“.

Ammesso ne esistano ancora.

Persone.

Contrade liriche

Vo per contrade liriche, barcamenandomi tra poesie e arie d’opera.

Un bell’incedere non fu mai scritto, casomai descritto, trascritto.

Rimbalzo, ondeggio come yo-yo, come pallina del flipper, come pensieri – non per forza sgradevoli e ossessionanti – ricorrenti, rincorrenti: la mia psiche, la mia anima.

Tra lirica e lirica corrono differenze, ma anche somiglianze, magari inaspettate.

Tra pentagramma e foglio vergato restano, indelebili, anche quando Kronos fa il suo mestiere, anche quando i bipedi abbandonano tutto all’incuria e alla rovina, quegli strani, misteriosi, spesso magici segni cui noi attribuiamo un valore, un significato, ma che, una volta tracciati, seguono una vita e un destino indipendenti.

In fondo, si equivalgono, a prestare orecchio, a tenere in debito conto l’autorevole, antica opinione dei Greci: la poesia veniva veicolata agli uditori con note soavi di musica; di solito grazie al suono della lira (da non confondere con la nostra moneta repubblicana). Siamo noi, presunti moderni o contemporanei, ad aver sancito la scissione del componimento poetico da quello musicale, ritenendo il poeta un puro portatore della propria soggettività.

Peccato, ma per ottenere il perdono, ci siamo dedicati con passione alla musica lirica, con alcune individualità artistiche mondiali: Rossini, Verdi, Puccini. Al punto che molte stagioni sono etichettate con l’aggettivo relativo a questi giganti; stagione – lirica – verdiana, stagione rossiniana, stagione pucciniana e potrei proseguire lungamente l’elenco melodico. Pensiamo all’Arena di Verona che molti erroneamente credono sia una cugina minore del Colosseo. Un errore assimilabile a quello dei molti, troppi (anche giornalisti nazionali) che confondono allegramente il Vittoriano con il Vittoriale!

Carreras, Domingo, Pavarotti: questo era il vero Trio dei Tenori, non successive emulazioni commerciali, artisticamente discutibili.

Sono, altresì, un vecchio di contrada. Rivendico questa mia natura multiforme; l’ingegno no, onestamente, purtroppo. Ciascuno dei rioni in cui era suddivisa una città, anticamente. O ciascun sentiero, aspro o dolce, presso cui tentare di rintracciare i propri simili quando gli insediamenti umani erano ancora embrionali, approssimativi, sperimentali.

Non trascuriamo, non tralasciamo la ‘mia’ cara etimologia che sempre dona con somma generosità significati, punti di vista, spunti di meditazione alternativi, illuminanti, chiarificatori. Dal francese antico o dall’imprescindibile latino: coprire stendendo, via lastricata. “Regione che si estende di contro al nostro sguardo“, o via di città per intendere un quartiere, come a Siena, per citare a caso una località quasi sconosciuta, ci avventuriamo con voglia, con curiosità nell’Oceano senza sponde delle affascinanti parole.

Siano i 17 quartieri di Siena – scaramanzia a parte, anche se presso altre culture il numero effonde aura benigna e favorevole – , siano le strade che all’unisono contribuiscono a originare un centro abitato da esseri in teoria umani, siano le vie traverse che diramano da quelle principali e, a volte, permettono di accedere a portali verso nuove dimensioni, le contrade universali meritano le nostre fatiche, si illuminano grazie alle nostre stille, ai nostri occhi, alla cura con cui le conserviamo.

Contrade liriche, quindi, ricolme di musica e poesia, contrade ciclistiche, perché il mezzo, usato bene, sintetizza le due Arti, permette di cogliere le sfumature, coadiuva la ricettività, la creatività, stimola la comunanza e la condivisione degli intenti.

Rimangono nel cuore quelle ‘contrade’ sotto il sole, bello è ritornare, ma andare forse è meglio“.

Arcipelago derviscio

Dovremmo essere come i dervisci turnak, navigare sulle nostre spine dorsali (auspicando ci siano ancora), navigare verso passioni condivise, per trasformarle in azioni e, infine, per diventare davvero liberi.

Navigare, puntando al largo dai nostri arcipelaghi abituali, incrociando le altrui rotte, studiandole, comprendendole, assimilandole, con scie circolari, sempre più ampie.

Una danza marina, collettiva, un rito purificatorio, di pace, di speranza, di varo dei progetti per un mondo nuovo: natura, società, economia. Finalmente consci di vivere sul Pianeta, ma di non esserne i padroni.

Né padroni della terra e del mare, né padroni di altri popoli, di altre vite; sorelle e fratelli con la stessa gioia di vivere, condividere, danzare.

Movenze ipnotiche, ruotando su noi stessi, in armonia con tutti gli altri, traversata mistica per ritrovare le nostre anime, disperate e disperse, per ammirare la Luce, la sua perfezione, la sua forza inarrestabile.

Diverse, infinite rotte per navigare verso quell’ineffabile vertice privo di coordinate fisiche, verso la trascendenza da sé, per poi tornare a solcare le acque terrestri, leggeri, senza some inutili e artefatte, pronti a servire le nostre consimili, i nostri consimili. Liberati, Donne e Uomini, in purezza, splendidi.

Dervisci rotanti, dervisci danzanti, dervisci galleggianti: dalla parola persiana darwish, per ancorarmi all’etimo salvifico. Appartengono all’Ordine Mevlevi, confraternita turca, ma i ‘seguaci battiateschi’ potrebbero darmi sonore lezioni, in merito. Il noto, notissimo rito è una vera e propria meditazione in movimento. La danza si chiama Sema.

Dal sufismo e dal maestro spirituale Rumi, nonché poeta visionario, avremmo molto, moltissimo da apprendere; permane un dubbio amletico: siamo predisposti, anzi, disposti, disponibili a intraprendere questo affascinante, faticoso, riformante itinerario spirituale?

L’uomo di Dio è, senza vino, ubriaco,
l’uomo di Dio è, senza cibo, già sazio.
L’uomo di Dio è pazzo e stupito,
l’uomo di Dio non mangia e non dorme.
L’uomo di Dio è re sotto il saio,
l’uomo di Dio è, in diroccate rovine, tesoro.
L’uomo di Dio non è d’aria e di terra,
l’uomo di Dio non è d’acqua e di fuoco.
L’uomo di Dio è mare senza sponde,
l’uomo di Dio piove perle senza bisogno di nube.
L’uomo di Dio ha cento lune e cieli,
l’uomo di Dio ha pur cento soli.
L’uomo di Dio è per Realtà sapiente,
l’uomo di Dio non ha dottrina di libro.
L’uomo di Dio è oltre fede e non-fede,
l’uomo di Dio è oltre il male e il bene.
L’uomo di Dio è cavaliere venuto dal Nulla,
l’uomo di Dio è venuto su glorioso destriero.
L’uomo di Dio è Shams ad-Din nascosto,
l’uomo di Dio tu cerca e tu trova!

Questa è una delle più celebri poesie mistiche di Rumi e, non ci credereste mai, vi si possono trovare sorprendenti somiglianze con molti precetti, consigli (quanto mai energici), regole (o Regola, per essere fedeli alla filologia mistico religiosa) del tanto celebrato, decantato, invocato Santo di Assisi, Francesco. Nato Giovanni di Bernadone, in gioventù fu dissoluto assai, per redimersi da adulto, con una esistenza consacrata agli ultimi, poveri e lebbrosi in particolare, attraverso l’umiltà, l’obbedienza, la totale rinuncia ai beni e ai piaceri terreni, il faticoso lavoro materiale, la preghiera, il dono della pace, concesso da Dio.

Come rammenta il professor Alessandro Barbero, giunto all’epilogo del proprio peregrinare terrestre e dettando le sue ultime volontà, Francesco estenderà la sua benedizione a “tutti i frati francescani, anzi no, a tutti quelli che seguiranno le prescrizioni del mio testamento“. Una nuova Regola francescana, di fatto, un recupero totale dei valori spirituali delle origini.

Seguendo la Sema dei Dervisci o il testamento di Francesco, l’approdo sarà il medesimo:

diventare una goccia nell’infinito mare senza sponde.

Alla ricerca del tempo: ritrovato

Non sono Marcel, mi mancano i baffi a manubrio.

Per tacere della sua cultura, della sua sapienza tout court, della sua maestria letteraria. Della sua bicicletta.

Mi permetto, incauto, di scherzare: con i veri grandi si può.

Tra le innumerevoli sindromi, potendo optare, sceglierei la ‘sindrome di Proust‘ (da non confondere, con quella di Prost): gli stimoli sensoriali che mi accerchiano quotidianamente, hanno l’immenso potere di riattivare in me – come credo accada a ognuno di noi – reminiscenze che reputavo perdute. Invece, non per forza grazie al profumo di una madeleine, sono ancora presenti e costituiscono parte integrante, fondante della mia personale ontologia.

Se la bicicletta di Proust non è mai esistita come oggetto materiale, ha percorso spazi infiniti e aperto sentieri inimmaginabili, quale espediente letterario; la bicicletta consente di esplorare il mondo esterno, ma anche, soprattutto, il nostro mondo interiore, i nostri pensieri, consci o inconsci essi siano.

In questo periodo, ‘novembrata suprema‘ che ha rimpiazzato la leggendaria ottobrata (romana e non), pedalando senza affanni, sovente, mi accade di osservare le meraviglie terrestri attorno a me e rivivere, magicamente, letterariamente, fisicamente, le rituali, immancabili passeggiate che la Maestra delle Elementari organizzava per noi: appuntamento decisivo, per insegnarci a osservare le variazioni stagionali della Natura, per farci comprendere la necessità e la bellezza dei mutamenti, quanto la nostra presenza sia importante, ma connessa, inserita nei meccanismi naturali che, oggi, paiono separati da noi, talvolta minacciosi, addirittura letali.

Nulla è paragonabile all’ascesa a Madonna del Monte di Marsure: dona fatica fisica, ma impagabili sensazioni di gioia, libertà, purezza, valore intrinseco e non barattabile della memoria. Come se il fisico in salita, proiettasse l’anima verso l’altro, molto più in su, in dimensione metafisica.

Il tempo, lo spazio sbiadiscono, i muscoli tesi e doloranti si dissolvono, si concretizzano memorie antiche che permettono di varcare la soglia invisibile di riflessioni selvagge, non catalogabili, anticonformiste.

Non vergherò, né leggerò 7 tomi – come le sette stelle dell’Orsa Maggiore? – non ne ho la forza, la costanza, le capacità, culturali, motivazionali, ma non lo escluderei; in potenza. O desiderio recondito di formazione.

Mi accontenterei di occhi nuovi – o nuove, rivoluzionarie lenti, come ne Il nome della rosa – per scoprire, riscoprire, sottrarre alla polvere, implacabile, nuove terre; soprattutto, persone nuove. Abbiamo bisogno di una nuova umanità, per entrare, per fondare un nuovo, vivo, giusto ed equo Pianeta Azzurro.

Un’eresia, un sogno, una chimera, un progetto, attuale e realizzabile che incorpora tutto questo?

Scherzi delle biciclette, dei libri; la fiducia – mi assolverà Jean Paul Sartre – è come il sudore: si guadagna goccia a goccia, si perde a litri.

Per consolarsi, meglio abbandonarsi, ancora una volta, una volta in più, totalmente al flusso ipnotico delle parole, lasciarsi cullare e trasportare dalla corrente letteraria, non volere che il tempo della lettura abbia una fine, perché, come scrive Melania Mazzucco:

il tempo di leggere è sempre un tempo ritrovato“.

Poco lontano, ci siamo anche (ancora) noi.

Oscillare

Bene o male, rientriamo tutti nella categoria oscillatoria.

Pendoliamo, incerti, oscilliamo titubanti, come tante marionette guidate dall’alto da un deus ex machina, come sciami di banderuole esposte ai venti (non 20), terrestri, financo cosmici.

Oscillazioni di borsa – le nostre sempre più spesso emaciate risorse, ma anche le borse mondiali, dove, misteriosamente, i riccastri, alla fine dei giochi, risultano sempre più danarosi e tracotanti – , oscillazioni meteo, oscillazioni di una realtà circostante che reputavamo solida e invece crolla, letteralmente, alla prima vibrazione.

Si sta come le foglie sugli alberi in autunno, ammesso esista ancora e i giovani lo conoscano; ci assilliamo per noi e per la scomoda eredità che lasceremo alle prossime generazioni, anche se, qualcuno, comincia a pensarla come Marx, Groucho (o Richard, se siete inguaribili figli degli ’80 del 1900): “cosa hanno mai fatto per me le nuove generazioni?“.

Pendolo sì, magari di Foucault, del professor Umberto Eco. Mi sono incartato e non sono una strenna (nemmeno una renna) natalizia, ante litteram. Dunque, il famoso pendolo era di Foucault, ma il romanzo, solido, fu scritto da Eco. L’esperimento scientifico di Leon Foucault dimostrò in modo incontrovertibile, non oscillatorio, che la cara, vecchia Terra ruota attorno al proprio asse. Partendo da qui, come argomenterebbe Manlio Sgalambro, Umberto Eco, con grande maestria e perizia letteraria, intellettuale, imbastì la vicenda, giocando su vari piani: la scienza, certo, ma anche l’esoterismo.

Se poi ancora non vi riterrete soddisfatti e cercherete ulteriori illuminazioni sulle meccaniche celesti, rivolgetevi a Franco Battiato; noi siamo fallibili, lui no. Forse.

Loro non oscillano, incedono, con passo baldanzoso e spassoso; Asterix e Obelix, oltre ad una forza fisica prodigiosa – effetto a tempo limitato di una pozione magica inventata dal druido Panoramix – vantano un’allegria contagiosa, un appetito illimitato e la volontà di resistere alla soperchiante forza militare e invaditrice dell’impero romano, capeggiato da Giulio Cesare. A suon di sganassoni e con la cacofonia dei brani arpeggiati dal bardo del villaggio armoricano, Assurancetourix, i due amici per la vita sono giunti all’avventura numero 41, in un racconto (romanzi disegnati, per definirla alla Hugo Pratt) che prosegue brillantemente dal 1959.

I due simpatici guerrieri galli sono atemporali, nonostante la loro collocazione storica assai precisa, e intergenerazionali, eppure non posseggono un autentico segreto: lottano per i deboli contro le prepotenze degli imperialisti, sono sempre satirici senza necessità di sbracare nella volgarità, ci fanno divertire ma nelle loro avventure affrontano sempre un tema sociale che in realtà “parla di noi, ogni storia di Asterix è una fotografia umoristica dello stato del mondo“.

Garantiscono Fabcaro (nom de plume) e Didier Conrad, attuali sceneggiatore e disegnatore dell’immarcescibile duo. Se non ci sentiamo all’altezza di emulare altri esempi virtuosi, poco o per nulla oscillatori, potremmo tentare con questi due: non gli autori, Asterix e Obelix.

Guarda (te) come pendolo, guarda (te) come pendolo: non si tratta di “guarda come dondolo“, ingenuo motivetto anni ’60 del 1900; né del Pendolino treno (lo rammentiamo?), né di quello, falsamente e ipocritamente divinatorio di Maurizio Mosca, giornalista sportivo che inventava scoop e interviste: una summa, o somma (S) di tutto questo, un minestrone primordiale, un guazzabuglio inesplicabile, nel quale (nonostante il quale) dovremmo mettere mani e ordine.

In fretta. Senza oscillare.

Insonnia

Sarà capitato anche a voi: rigirarsi, tormentarsi, non dormire.

Sentire nella mente, molto più che nelle orecchie, una specie di orchestra – da camera, certo – un miagolio polifonico. Esiste?

Vagliare ipotesi, accumulare spiegazioni logiche ferree, formulare fantastiche utopie con la certezza che ai primi bagliori dell’alba – nuova quotidianità incombente – evaporeranno come goccia d’acqua nel deserto di Atacama.

Rovente di giorno (40°), gelido di notte (5°); evaporare alla luce del Sole, ghiacciare alla luce della Luna: se solo noi fossimo ancora noi, almeno l’involucro.

Chissà poi perché smarrirsi in un’arida vastità cilena, ma, prima o poi, dovrò svegliarmi, anzi, abbandonarmi tra le braccia di Morfeo, e lo scoprirò. In alternativa, chiederò informazioni, spiegazioni, chiarimenti. Ci sarà qualcuno, in questa veglia, apparentemente eterna.

Imbattersi – perché no? – in un lama, in una vigogna, magari in un fenicottero rosa e con lui dibattere su come contrastare, adattarsi in modo convincente e salvifico al mutamento climatico.

Tremate, tremate: le streghe son tornate. Da non confondere con: remate, remate, altrimenti saranno legnate. Nodose, sulle schiene. Streghe di Benevento, streghe di Todi, streghe lacustri di Barcis; non accreditate ‘ufficialmente’, ma che arti magiche avrebbero se la scienza le riconoscesse?

Le ho vedute, mi sono spaventato – mi hanno terrorizzato – , quindi (ergo, per le persone più coltivate) esistono; senza dubbio, senza inganno, tranne il loro. Ironico, metafisico, metà chimerico. Sperando infine che l’epilogo non sia identico alle povere streghe di Salem, la cui unica colpa era di essere donne, alternative.

Libere.

Ceneri

Novembre incombe su di noi (molte nubi minacciose).

Mi correggo, si appropinqua: a falcate ampie e sicure.

Forse per questo motivo, mi sento κόνις, cenere; in greco antico (κόνις), sensazione – come direbbero i neo modernisti – contemporanea.

Siamo cenere, torneremo alla cenere: magari ce lo segniamo (previa gesti apotropaici), per non incorrere nella dimenticanza.

Il concetto è il medesimo –  cinis, cineris – ma la derivazione, se preferite, l’etimologia, è latina. Alla faccia degli zombi, delle lingue ritenute, incautamente, morte.

Cenere, quella sostanza polverosa grigia che si produce in seguito a combustione di legna, carbone, carta e altri, svariati, innumerevoli materiali. Bigio, cinereo (non cine reo), cenerino (non canarino): tonalità di colore che somiglia alla cenere, come i miei vetusti capelli.

Tra i sinonimi, cenerognolo che non è un nano o il compagno furfante che conduce alla rovina – ridurre in cenere, annientare – burattini lignei, eppure parlanti. Altresì, potrei citare un’altra variante, non troppo allegra, né ottimista: andare in cenere, in senso letterale e anche figurato. Del resto, secondo la fede che va per la maggiore, è la fine cui tutti siamo destinati.

Con esiti diversi, magari, eppure, tanto per citare un titolo letterario: la fine è nota.

Un’urna cineraria, ideale, metaforica, ci accoglierà tutti, tappa intermedia, forse, prima di spiccare il balzo verso nuove, sconosciute destinazioni, dimensioni.

Lungi dall’assumere pose da artista tormentato, esistenzialista e transalpino – qualcuno potrebbe rammentare uno spassoso numero di Gigi Proietti – urge digitare che la cenere in realtà si presta ad usi assai interessanti: fertilizzante naturale, repellente per insetti e lumache, coadiuvante per la pulizia domestica, oltre a essere ricca di minerali (potassio, fosforo – servirebbe a certe/certi smemorati selettivi), calcio), per nutrire le piante e combattere l’acidità del terreno.

Penso al clamoroso furto ai danni di Napoleone (“tutti i francesi sono ladri? no, Bonaparte“…), rettifico, del Louvre e penso che con la cenere, gli audaci ladri – Arsenio Lupin o Lupin III? – potranno lucidare l’argenteria. In alternativa, lasciare cenere da masticare, amara, alle disorientate forze dell’ordine.

Panna montata, per innervare autostima e forza d’animo, ma monta anche la nostalgia: che tempi meravigliosi quelli della Pantera Rosa e dell’ispettore Clouseau. Per tacere dell’eleganza naturale e della signorilità di David Niven.

In una società sempre più “militarizzata e finanziarizzata“, la bulimia da energia, ci colpisce come un ciclone e presto ci affonderà, definitivamente; ce lo spiega bene Roberto Battiston, professore di Fisica sperimentale, presso l’ateneo di Trento. Astrofisico, nonché divulgatore appassionato e accattivante, ci parla di tutto, dalla creazione fino alla probabile “morte termica del cosmo“. Se possiamo osare, ci parla anche della cenere che resterà di noi e dopo i nostri disastri. “Dietro ogni pensiero, dietro ogni emozione, dietro ogni flusso di coscienza esiste un flusso di energia“. L’approccio dell’accademico non si limita agli ineludibili aspetti pragmatici, ma è anche filosofico, con in mente il bene comune, come approdo finale. Chi controlla l’energia, controlla il destino stesso delle comunità umane, ma, forse, non si rende conto che le società possono collassare “se eccedono la capacità di carico energetico del proprio ambiente“.

Battiston ci ammonisce con chiarezza, senza ricorrere a frasi ammiccanti o ipocritamente ottimiste, edulcorate: “Dobbiamo riallinearci con i flussi naturali di energia – sole, vento, acqua – in sinergia con gli ecosistemi, senza più accumulare stock di energia antica immagazzinata nelle rocce“. Potremmo vivere armoniosamente, con la Natura e tra di noi. Presto, subito.

Riabilitata la cenere, sarebbe sempre l’ora di riabilitare il consesso umano, perché, antichi modi di dire a parte (“Bacco, tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere“…), o meglio:

urge che il consesso umano si riabiliti da sé, prima di auto annientarsi, possibilmente diventando comunità cooperante e ‘trasformandosi’ da padrone a custode della Natura.

Qualcuno lo ha già detto e scritto.

Umanesimo estremo

Umano, estremista: sei il primo della lista.

Né insulto, né minaccia: viviamo già in un mondo complicato, da noi.

Si tratta della soluzione – non semplice, ma realistica, possibile, necessaria con urgenza – che gli esseri umani potrebbero, dovrebbero adottare per uscire dall’imbuto che conduce all’estinzione e, finalmente, camminare di nuovo in verticale, insieme, per rimirare le stelle, il Sole, l’intero universo. Averne finalmente cura.

Idea e parole del professor Roberto Mancini, docente di Filosofia teoretica presso l’ateneo di Macerata, storico collaboratore della rivista Altreconomia; perché svelare le magagne – per essere cauti – non basta più (non è bastato mai), bisogna fornire progetti, obiettivi, traguardi. Da raggiungere con fatica, passo dopo passo. Senza demoralizzarsi, senza arrendersi quando, come adesso, le avversità appaiono insormontabili, disseminate da ‘forze oscure’, dominanti e imbattibili.

Forze dominanti, certo, oscure non tanto: solo per chi sceglie di chiudere gli occhi o coprirli con le mani, ché le proverbiali fette di prosciutto costano troppo. Sono quelle che muovono i fili dell’economia globale , anzi ‘finanziarizzata’, o peggio ancora, militarizzata. Descrive bene gli effetti pratici di tutto questo, Stefano Massini con il suo trafiletto su Robinson; Marco Polo, 700 anni fa, si recava a Samarcanda, descrivendola “come una città magnifica, in cui convivevano saraceni e cristiani“. Oggi, l’avanzatissima Lombardia, è costretta a ‘importare’ personale infermieristico dall’Uzbekistan, perché dottori e infermieri indigeni fuggono verso mete estere, per ritrovare considerazione, dignità e salari decorosi. Si tratta delle famigerate ‘porte girevoli’ che costringono uzbechi, o brasiliani per citare altri alla affannosa ricerca di una vita decente, e lombardi – tutti noi comuni mortali, per sintetizzare – che si “inchinano”, volenti o nolenti, al mostro, all’idolo, al Leviatano: “Nostra Signora Economia“.

Questo è il punto centrale, anzi, il nodo gordiano che dobbiamo sciogliere o recidere. Un altro esempio, purtroppo lampante e tragico, è la vicenda che ha portato all’annientamento di Gaza: distruzione del territorio e genocidio del popolo. Mentre adesso i mostri, i criminali festeggiano e vengono osannati e celebrati da quasi tutti i media planetari – senza spendere una parola o illustrare una prospettiva per i sopravvissuti – noi tapini restiamo afoni, incapaci di sollevare un dito per proporre meditazioni che dovranno essere quanto mai, più che mai, approfondite e propositive.

Anche perché, altro pessimo segnale, molta gente, disinformata e traviata da un sistema mediatico servile, applaude i carnefici, gli stessi che, prima o poi, troveranno una ragione, magari partorita dall’idiozia artificiale, per sbarazzarsi di loro, eliminarli in quanto individui non graditi, oggetti ingombranti, inutili.

Dunque, la nostra risposta può essere solo una reazione: positiva, pacifica, riconciliatrice; elevando all’ennesima potenza la nostra umanità: dobbiamo evolverci, in fretta, da subito, diventando umanisti estremi. Non c’è altra via, nessun sotterfugio.

Umanesimo, sì; non possiamo certo aspirare a diventare novelli Socrate o Cicerone, né pretendere di ergerci al centro del Creato – ci siamo già troppo posizionati su un piedistallo di alabastro, senza essere statue scolpite da Fidia – ma esseri finalmente umani che abbracciano la coralità, la giustizia e l’equanimità in ogni settore, che riscoprono l’importanza fondamentale dell’istruzione per offrire alle menti orizzonti vasti e sconfinati, coltivare “la speranza che ispira l’azione” (virtuosa), agire per il bene comune per alimentare, senza fine, la speranza.

Vita e futuro: dobbiamo pretenderli – il pane e le rose – e il modo migliore non è restare inerti confidando nelle elites, ma costruirli da soli, cominciando dalla “risocializzazione delle persone, delle comunità, delle istituzioni“;

non c’è più tempo, non possiamo affogarenell’illusione di salvarci senza o contro gli altri“.

Serve una concezione globale condivisa dell’Uomo, dell’Essere umano; rammentandoci che l’Umanesimo “ha una tradizione vecchia di duemilacinquecento anni, e che ha avuto esordio con i profeti nel mondo occidentale e con gli insegnamenti buddisti in Oriente. Quali sono i principi fondamentali di quest’umanesimo? La concezione può essere così sintetizzata: uno, fede nell’unità della specie umana, in quanto non v’è nulla di umano che non sia reperibile in ciascuno; due, accentuazione della dignità umana; tre, affermazione della capacità di autosviluppo e auto perfezionamento dell’uomo; quattro, importanza attribuita alla ragione, all’obiettività, alla pace“.

Lo scrisse Erich Fromm, psicologo, psicoanalista, filosofo tedesco, nel 1971, nell’opera Dalla parte dell’uomo; nel millennio passato.

Sperando non sia, non diventi:

il nostro epitaffio.

Il Sole sulla Terra

Se potessi avere mille lire al mese.

Chi ha tanti soldi vive come un pascià e a piedi caldi se ne sta (sotto testo, per rimarcare il concetto: viva i soldi).

Grave forma di sindrome nostalgica? Improvvisa epidemia individuale – esiste? – di materialismo sfrenato, stile anni ’80 del 1900?

In verità (senza superbia, anche per non incorrere nelle ire divine), le soluzioni che cerchiamo per produrre sempre maggiore energia, per un consesso umano dipendente sempre più dall’elettricità, suoi derivati, consimili, sono tutte costosissime e per implementarle, metterle a regime, alimentarle, servirebbero altre, svariate, miriadi di vagonate dei “beneamati soldi“.

L’auspicio generale – o meglio, delle persone di buona volontà – è che queste energie potenziali (al momento) siano davvero ecologiche e ci permettano di abbandonare definitivamente quelle derivate dai letali idrocarburi; in aggiunta, dettaglio non trascurabile, conoscendo le pulsioni della bestia umana, che non inneschino nuove guerre, armate e/o economiche, diverse facce della medesima oscura medaglia.

Ci si avvinghia a tutto per individuare fonti pulite e sostenibili, per davvero, non come le cianfrusaglie inquinanti proposte in modo invasivo dalla reclame, in ogni momento, per ogni dove; alziamo gli occhi verso il cielo siderale e proprio negli astri poniamo, riponiamo nuove speranze; sembra di essere piombati in un anime avveniristico, ma si tratta della nostra ardua realtà.

La direttrice dell’istituto di fisica del plasma Max Planck, in Germania, è la studiosa statunitense Rachael McDermott; ospite illustre di BergamoScienza, ci fa sognare con le sue parole, chiare e lucide, lontane dal lirismo della poesia, pragmatiche eppure poetiche: “Esiste speranza nella fusione nucleare tra due nuclei atomici, come avviene nel cuore delle stelle“.

Per proseguire con gli afflati poetici, potremmo osare e dire che stiamo cercando di “produrre il Sole sulla Terra“; la fusione nucleare tra due nuclei atomici leggeri origina un terzo nucleo atomico più pesante, che rilascia energia, il plasma. Capire come ‘imprigionare’ questa energia e come renderla disponibile per le nostre ‘affamatissime’ reti elettriche è la missione che l’istituto Max Planck si è dato.

Oltre ogni altra considerazione, permangono due ordini di problemi, enormi: il costo per la realizzazione del progetto, decine di miliardi di euro, e i tempi di realizzazione, dieci anni per riuscire a compiere il primo, accurato passo, venti per l’implementazione vera e propria del programma. Intanto, si sa, alcuni privati, ingolositi dai possibili risvolti lucrosi, spingono sull’acceleratore, disposti a correre anche quei rischi fatali che “un istituto pubblico non può concedersi“.

Proseguendo nella sua analisi, la professoressa McDermott utilizza un’altra immagine molto esplicativa: “Per ottenere la fusione tra due nuclei servono tre cose: la giusta densità, la giusta temperatura e il fatto di mantenerla abbastanza a lungo da sfruttarla. Per quanto riguarda i primi due passaggi non ci sono soverchi problemi, il terzo rimane invece complicato. Come un caffé caldo si raffredda velocemente una volta versato nella tazzina, anche per il plasma tornerebbe utile un thermos. Ecco, ci servirebbe un thermos migliore di quelli di cui disponiamo ora“.

Una volta fatto tutto questo – uno scherzetto, in fondo – giungeremmo (meglio, l’umanità riuscirebbe) a produrre l’agognata energia pulita, di cui siamo assetati come dispersi nel deserto del Sahara; la fiducia della studiosa nella fisica del plasma è però incrollabile: “Noi speriamo di contribuire per il 20 per cento del totale del fabbisogno, grazie alla fusione nucleare“.

Noi poveri bipedi, frastornati più che mai, sballottati tra conflitti, interessi impuri dei vari plutocrati, diritti democratici avversati e maltrattati da più parti (anche insospettabili), ci affidiamo al cuore buono delle stelle;

confidiamo, anzi, che le stelle prendano con la massima urgenza nel cuore i nostri bisogni fondamentali:

non solo quello dell’energia.

Shooting Star

Ready, my UFO robot in the space
(Pronto, il mio ufo robot nello spazio)
And change your body in your face
(E cambia il tuo corpo nel tuo viso)
My UFO robot in the space
(Il mio ufo robot nello spazio)
My UFO robot in the space
(Il mio ufo robot nello spazio)

Fly my UFO robot in the sky
(Vola, il mio ufo robot nel cielo)
Against the monster of the night
(Contro il mostro della notte)
My UFO robot in the sky
(Il mio ufo robot nel cielo)
My UFO robot in the sky (Il mio ufo robot nel cielo) 

Testo: Luigi Albertelli; Musica: Vince Tempera; Basso: Ares Tavolazzi

Essere un dio greco, ma, pedalando sulla pedemontana, immaginare di tramutarsi in Ares.

Ares, altra divinità dell’Olimpo, figlio di Zeus ed Era; bellicoso e ribelle, cacciato dal consesso divino dopo essere stato sorpreso in attività fornicatrici con Afrodite, decise di ritirarsi in Tracia, limite estremo della Grecia classica, ritenuta terra abitata da genti barbare e spesso animose.

Ares, non solo violenza e continue gazzarre, anche poesia, musica, gioia e rivoluzione. Stagioni memorabili, indimenticabili, con un basso – strumento musicale, per fugare eventuali maldicenze – nell’Area del rock d’avanguardia, rock sperimentale, rock progressivo, con l’obiettivo dichiarato di “superare l’individualismo narcisistico, per giungere a una musica totale, di fusione e internazionalità“.

Incontrare un altro ellenico, di nome Demetrio, dio della voce e di tutti i linguaggi arcani e magici che nella voce si mimetizzano; imparare da lui, grazie a lui “a coagulare diversi tipi di musica – jazz, pop, mediterranea, mediorientale, elettronica e contemporanea – , per giungere all’abolizione delle barriere tra musica e vita, per trarre spunti dalla realtà, dalla strada“.

Pedalare, rigorosamente in salita – ascese a qualche monte ventoso – e immaginare un bimbo degli anni ’70, del secolo scorso; un bimbo rapito, in senso buono, dai suoi primi, sconfinati sogni, completamento perso nei suoi sogni, così vividi e concreti da tramutarsi nella sua realtà quotidiana.

Nell’appartamento dove viveva quel bimbo, assieme ai suoi genitori, c’era uno sgabuzzino, minuscolo e buio – oscuro? – che conteneva però un piccolo armadio misterioso; era, per chi lo sapeva riconoscere e attivare, un varco dimensionale che permetteva di volare nelle immensità astrali dello spazio, nelle ere temporali più varie e impensabili, da mente umana raziocinante.

H: controllo di essere da solo, i miei genitori dovrebbero ancora essere impegnati in ufficio. Con cautela e circospezione mi avvicino allo sgabuzzino e poi entro deciso. Mi chiudo la porta alle spalle. Esso è qui, lo so, lo percepisco. Non la sua struttura fisica, materiale, ma il suo potere. Mi lascio fagocitare e trasportare nello spazio. Freddo, buio. Poi, appaiono puntini luminosi, un mulinello iridescente, nuvole gassose nivee, corpi celesti sconosciuti (immaginari? no, li vedo, sono a poca distanza da me). Lentamente, la temperatura è divenuta gradevole. Vortici di luci caleidoscopiche, sensazione di leggerezza, incorporeità, di fusione con l’universo, con i suoi mondi più lontani.

H: avverto dei suoni. Non rumori dissonanti occasionali, ma una vera e propria musica, una melodia affascinante, ipnotizzante, conducente (che conduce, instrada, che guida): Una musica nello spazio, attraverso lo spazio, dallo spazio, elemento edificante, cullante, protettivo. Curioso, so per istinto infantile che è stata creata, composta, assemblata da tre terrestri per narrare, svelare, disvelare l’odissea spaziale di Duke Fleed, Actarus, se vi garba di più. Non so come sia possibile, ma io vedo e provo gli stessi sentimenti del Principe che comanda il robot (Goldrake), potente macchina da guerra, eppure straordinario strumento e simbolo di pace.

Auguri, usanza molto terrestre (oggi, ne abbiamo necessità, più che mai) per il tuo primo mezzo secolo di vita – almeno, secondo i nostri parametri – e, come direbbe il buono e saggio Nonno Ermes, “cosa sono 50 anni, al cospetto dell’eternità?“.

Tu continui a volare nello spazio lassù, sempiterna sentinella contro il mostro della notte;

quaggiù, ho il vago sospetto, emulandoti, toccherà a noi ridare vita ad una società planetaria, finalmente umana e pacifica.

L’isola di ieri

Se io fossi un’isola, dell’Oceano: Pacifico.

Pacifico, nome del mare e pacifico: lo scribacchino virtuale.

Soprattutto, coltiverei la speranza di suscitare, in un modo o nell’altro, prima o poi, la curiosità di Hugo Pratt; alleverei la fondata speranza di essere scenario per una delle avventure di Corto Maltese, gentiluomo di mare atemporale, mai separato o indifferente d/al mondo.

Se io fossi un oceanista – oceanologo? – antropologo, o viceversa, non solo potrei piacere all’Autore veneziano, ma (chissà…) potrei avere gli strumenti immateriali per capire meglio, di più la storia degli uomini, delle genti, dei popoli di mille colori in questa immensa porzione di Pianeta.

Se lo fossi – o studiassi con impegno per diventarlo – poi mi piacerebbe cambiare nome, adottare quello di Favole o Aria; Favole nell’Aria che si traducono nella realtà, che si trasformano in realtà e salvano gli Oceani, i mari, la Terra, i Popoli.

Oso troppo? Sogno, però forte; non esistono utopie, ma progetti e cooperazione.

Come Corto, mi illudo di poter salvare il mondo? Solo me stesso, però, da quanto ho capito – sempre troppo tardi, sempre troppo poco – insieme agli altri, perché “nessun uomo è un’isola“. Forse, un’asola.

Per chi suona la campana? A morto, per noi, intesi come umanità. Ernest Hemingway utilizzò questo celeberrimo verso di John Donne (parole già scelte dal monaco scrittore Thomas Merton, quale titolo di una sua opera letteraria) come epigrafe per il romanzo, divenuto anche una pellicola di successo mondiale. La morte di un soldato in guerra – oggi, costretti ancora a parlare di conflitti e loro conseguenze – è una tragedia individuale e familiare, ma in realtà coinvolge e colpisce l’intero consesso civile del pianeta.

Come scriverebbero quelli bravi (non di don Rodrigo): tutti gli uomini sono interconnessi, interdipendenti spiritualmente tra loro. Anche se non lo percepiscono, o credono con fermezza il contrario.

Lo sanno molto bene, dolorosamente, amaramente le persone che vivono nell’area dell’Oceano Pacifico, che appartengono a quelle culture variegate ma concatenate; lo sanno perché sperimentano sui propri corpi il rischio di annichilimento, non solo del patrimonio di conoscenze, ma la scomparsa delle loro case, delle loro isole, a causa degli effetti devastanti della crisi climatica. Più, tutto il resto. Anche se, per qualche testa d’uovo (con rispetto scrivendo, nei confronti dell’uovo), si tratta di una truffa.

Immergersi al mattino da una battigia, ancora integra – o quel che ne rimane dopo i frequenti cicloni – , e imbattersi in gigantesche isole di rifiuti di plastica, è uno scherzo? Ai posteri, l’ardua sentenza; avremmo detto e scritto un tempo, oggi auspichiamo ai posteri di poterci essere: dopo di noi, dopo i nostri disastri.

Corto Maltese cominciò da questi mari il suo viaggio (1967, Una ballata del mare salato), e viaggia, naviga, si avventura ora, lottando insieme a noi, senza sosta, né intenzione alcuna di concedersi requie.

Come gli indigeni decisi a battersi per una giusta causa comune, per un bene grande: salvare l’identità locale, salvare le loro isole, nonostante l’inerzia di una comunità internazionale che latita sulle urgenti questioni climatiche; sono lungimiranti, previdenti e cambiano le rispettive costituzioni, introducendo il principio di uno stato “che continuerà a esistere anche privo di un territorio fisico“. Per capire la predisposizione d’animo e la forza morale di queste genti, basterebbe riflettere che qui gli studenti, dalle isole Fiji, intentano cause legali per ragioni climatiche alle Nazioni Unite e alla Corte internazionale di giustizia.

Sogno o son desto?

Se io fossi un’isola – lungi dall’essere o trasformarmi in isolata – annuncerei al piccolo, vasto mondo che le popolazioni oceaniche sono in costante risveglio e indicano una via, un modello a quelle ancora dormienti o ipnotizzate; se fossi quell’isola, canterei al pianeta tutto che “l’oceanitudine (Hugo Pratt e Corto Maltese approvano, incondizionatamente) è uno spazio di connessioni“. Al bando, le involuzioni che stanno deturpando altre zone del nostro amato, unico globo.

Se fossi l’isola, annuncerei all’umanità: noi siamo forti insieme, noi siamo il futuro, perché “noi siamo l’oceano“.

Spalle al mondo

Scivola, scivola, scivola, ma non è un ritornello dell’Umberto nazionale (Tozzi, a scanso di equivoci).

Scivola, scivola, scivola, ma non siamo su un pista di pattinaggio su ghiaccio, su un tracciato montano di slalom gigante (anche se), in un palazzetto per campionati di curling.

Scivoliamo, tutti – o meglio, quelli che si trovano per spudorata fortuna a vivere nella porzione di sedicente umanità ‘privilegiata’ – inesorabilmente, lentamente verso l’epilogo (non quello auspicato, pronosticato da maghe e fattucchiere prezzolate). Non più lentamente, considerando la nostra complicità, anche passiva.

C’era una volta – c’è ancora, per la cronaca e il puntiglio – Unterluss; molti, forse la moltitudine o parte maggiore, compreso lo scrivente, non ne hanno mai sentito parlare, non conoscono il luogo. Si tratta di un paesone di 3.800 abitanti, circondato da boschi, con al centro – più o meno – un campo di calcio. Tutto molto ameno, potremmo dire, magari con un vago, non infondato, sospetto. Al posto di quel campo, durante gli anni bui e terribili del nazismo, sorgeva un lager: con prigionieri militari italiani che dopo l’armistizio del 1943, scelsero, lottando, non solo contro gli aguzzini, non solo contro una patria che per ignavia li aveva abbandonati quali “schiavi di hitler“, ma contro la propria coscienza, di offrirsi come ‘forza lavoro coatta’ (con morte certa), rifiutando di schierarsi, con il fuhrer o con il duce.

Né la Germania (timidamente, balbettando negli ultimi anni), né i partiti italiani, negli ultimi 80 anni, ritenendo la loro storia e le loro vite “poco utili alla causa“, hanno davvero fatto i conti con questi protagonisti “dell’Altra Resistenza“. Il nostro Parlamento, per una volta con voto unanime, dedicherà loro la giornata del 20 settembre. Doverosamente.

Ancora più sconvolgente, almeno per l’inutile compulsatore di tasti, oggi, anno del Signore 2025 (Lui lo sa? E’ d’accordo?), a pochi metri da quel rifiorito campo, incombe la più grande fabbrica d’Europa di munizioni; “per la nostra difesa, per la nostra sicurezza“.

La disumanizzazione del povero capro espiatorio, con le conseguenze tragiche che conosciamo anche troppo bene, è una strategia, vecchia come il cucco; anzi, troppo comodo: vecchia come quella immonda (talvolta o troppo spesso? la guerra non è una condizione naturale, lo è la pace) bestia che ha la pretesa di essere ‘uomo’. Non è una strategia inventata da Vega – nelle notti limpide e stellate, nelle notti illuminate dalla Luna piena e rossa, alzo gli occhi al cielo, scruto con attenzione e anche se non riesco a vederlo, so che lui è lassù (Actarus/Goldrake); scivola scivola scivola, tornerà, anche stavolta – , non si tratta di una strategia nazista; accadeva prima del III reich, accadde con gli ‘sterminatori in nero‘, accade ai giorni nostri, a ogni latitudine, anche nelle nostre ‘belle democrazie‘. Lo dimostra lo storico inglese Laurence Rees, nel suo documentatissimo, preciso saggio La mente nazi, 12 moniti dalla storia (pubblicato dai tipi di Bompiani).

Moniti da non ignorare, moniti da cogliere, moniti per il risveglio collettivo: delle coscienze, delle azioni comunitarie.

Spalle al mondo, dunque;

non per rivolgere le proprie spalle alla Terra, per apatia e menefreghismo, ma per trasformarle in quelle di Titano, in un certo senso e grado, per caricarsi il peso, la responsabilità, l’umiltà operosa di aiutare – tanto o anche solo un poco – (come scrive il professor Roberto Mancini, su Altreconomia di settembre) tutte le comunità dei viventi;

umani o animali, appartenenti a flora e fauna.

Adesso, subito: per non scomparire nell’assuefazione allo status quo, nel degrado.

Per non essere cancellati per sempre, dalla nostra stessa auto disumanizzazione.

Piccolo sognatore

C’era una volta.

Il più classico degli incipit, delle fiabe. Stereotipo vorrebbe che tutte le vicende, le avventure narrate – ambientate in un tempo indefinito, indefinibile – trovassero lo stesso lieto epilogo: e vissero felici e contenti.

Dopo secoli di narrazioni, dall’alba dei tempi, non è proprio così, non più; sono mutati i fruitori delle fiabe, sono mutate le circostanze (anche le stanze del circo), forse sono mutate le regole e le caratteristiche delle fiabe stesse. Il confine tra bene e male non appare più così manicheo, ma risulta labile, sfumato, quasi impercettibile, come nella dura realtà.

C’era una volta, tanto tempo fa, un bimbo a spasso con i nonni materni che si fermava sempre davanti all’edicola della piazza, incantato, affascinato dalle copertine fantastiche – per lui erano così, senza ombre di dubbi – , variegate, policrome, dei vari albi a fumetti pubblicati, esposti per essere acquistati e letti dagli individui più fortunati della terra. Di quella terra. Mitica e onirica.

Un agognato ritorno – a casa? alle origini? – con un’espressione comune a tutti i popoli del Pianeta azzurro; un’espressione che avremmo potuto ascoltare nei magnifici giardini pensili di Babilonia, per delucidare quanto questa frase sia stata utilizzata, sfruttata per carpire l’attenzione e la sospensione dell’incredulità, quanto successo abbia riscosso ovunque. Se i Popoli volessero ripartire da qui, il futuro si tingerebbe di speranza, di concreta collaborazione, di prosperità; per tutto e tutti.

Il sognatore si fa piccolo, al cospetto dei sogni: più grandi, più mirabili, più magnificenti della realtà. Un bambino lo sa, lo avverte, per natura: non sono leggi, ma codici esistenziali, inscritti nel suo DNA.

Per quel bambino, il sogno assomiglia da vicino all’utopia di cui discettava, tanto, troppo, tempo fa (per restare in tema), un docente di educazione fisica: un’idea che non si realizzerà mai: a meno che, non la si trasformi in un progetto, concreto, come una pietra, un fiume, il pane.

Il sognatore si rende parte, porzione, frammento, punto – i punti formano le linee e sono infiniti, per rammentare nozioni base – del sogno, realtà onirica che non può non essere senza limiti. Dal latino somnium, stessa radice di somnus, sonno (Ypnos, in greco antico). Immagini che nascono nella mente durante il sonno, collegate tra loro nei modi più strani, irrazionali, incoerenti; tali, fuori dal sonno, eppure perfetti, perfettamente logici, durante il viaggio nei nostri meandri.

Volendo esagerare – siamo o non siamo puri sognatori? – : trasognare, sognare a occhi aperti, mentre si osservano le situazioni attorno a noi; trasognare: per renderle umane, gentili, accoglienti. Umane, mai troppo umane.

Quando si soffre, sotto una qualsiasi brutale dittatura, quando perfino la libertà è un miraggio, disegnare fumetti (di nascosto) diventa un atto eroico, un atto di ribellione, di resistenza; è il tema centrale del recente graphic novel di Paco Roca, fumettaro iberico, disegnatore delle nuove avventure di Corto Maltese, marinaio di ventura, avvezzo da una vita alle utopie, alle materie oniriche.

La storia comincia proprio con un bambino, incantato davanti alle copertine degli albi a fumetti, esposti in una edicola.

Vorrei anch’io osservare quegli albi, perdermi nella loro “geografia insondabile“, appendere alle pareti di casa nostra – ovunque sia, qualunque cosa significhi – il mio sogno più bello, più grande, più necessario;

ponti in tutto il pianeta, ponti tra tutti i pianeti delle nostre immaginazioni.

Grand Hotel

Ritrovarsi solitario su una spiaggia adriatica – o cercarsi? – , arenile sfuggito alla furia del meteo e alle scorribande vacanziere delle varie movide.

Si dice così, no? Pino D’Angiò docet.

Come vi ero arrivato, chissà; importante che di fronte a me ci fosse un oceano di silenzio, pace e poesia. Anche solo il mare, adriatico.

Improvviso, improvvido, traumatico mutamento di scena: sono al lido, di Rimini. Sotto una palma fronduta, nei paraggi del Grand Hotel. Ombra rigenerante e compagnia poetica stimolante: Federico Fellini.

Mai conosciuto (sconosciuto, mai), di persona. Dialoghiamo fitto fitto – non sulle palafitte – , armoniosamente, pacatamente. Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet – se preferite, il signor Mastroianni M.; forse Villaggio, Paolo? – non è mai finito, eppure non si può definirlo un’incompiuta; in fondo, siamo tutti viaggiatori inconsapevoli, di un cammino molto più ampio, universale, ove la nascita non rappresenta l’inizio, la morte non costituisce la fine.

Da un misterioso cavalcavia, qualcuno bloccato tra auto prepotenti e asfissianti, mi rivolge un cenno di saluto; i passeggeri dei sedili posteriori, sono due bimbi scavezzacollo e due gatte coccolone.

Il lungometraggio non vide mai la luce, anzi, il buio della sala; anche perché, un noto, potentissimo, sensitivo, “mi sconsigliò caldamente di compiere questa impresa cinematografica“. L’avventura – vero, o verosimile, l’ammonimento parapsicologico – non fu mai intrapresa, perseguita, inseguita. Solo e sempre sognata, come sono, in fondo, le mete, le realtà oniriche più vere, più belle.

Tu mi chiedi, come tanti in passato, perché; nulla si sa, tutto si immagina. Dovrai accontentarti e capire“.

Da un Maestro, non si pretendono risposte, ma suggestioni, squarci di paesaggi e orizzonti, lampi di luce nella tenebra che vorrebbe avvolgerci; Lui mi confessò – nell’audace sogno, non a me in particolare, al mondo – che per tutta la vita aveva desiderato diventare un aggettivo: alle soglie dell’anzianità, era riuscito nel suo intento.

Sarebbe bello, quanto ci garberebbe essere, anzi, tramutarci, anche noi, mortali semplici, in felliniani;

in alternativa, potremmo ripiegare, abbozzare, rassegnarci (speriamo: mai):

mercuriali, o ermetici (pari non sono), andrebbe di lusso.

Anche se l’estate volge al crepuscolo.

Non degli dei, per ora.

Sconosciuto

A me stesso, soprattutto.

Sarebbe facile, liquidare così la questione; troppo, comodo e senza complicazioni: di coscienza.

Sconosciuto, cioè colui che non si conosce, che non si è mai visto: gente sconosciuta, quando, ad esempio, si esplorano – è ancora possibile – nuovi territori, nuove realtà, nuovi pianeti.

Tante eccezioni, anzi, accezioni; tante sfumature, come spesso regala e certifica la nostra amata, sconosciuta – per restare abbarbicati al tema – ai più (lo scrivente, in testa), lingua italiana.

Potessi optare, diventerei un illustre sconosciuto; sconosciutamente, me ne andrei con pochi, fidatissimi compagni (per citare, fintamente colto, il Boccaccio).

Mi piacerebbe essere un personaggio della letteratura disegnata, lo Sconosciuto di Magnus – Satanik e Alan Ford dovrebbero dire qualcosa, smuovere l’immaginazione, agitare fumettose rimembranze – , alias Roberto Raviola; celebrato giustamente con una fortunata mostra monografica al Paff, Palazzo delle Arti e del Fumetto di Portus Naonis, l’autore bolognese, svincolatosi dall’impegno pressante della serialità, offre al pubblico uno spaccato degli anni ’70 (del 1900, per il puntiglio), attraverso le vicende e gli occhi di un disincantato, di un cinico, di uno sconfitto, che sulla propria pelle vive, e registra, non come uno storico o un romanziere classico, gli interessi e le trame occulte che in quel periodo agitano l’Italia e lo scacchiere internazionale; con un tono vagamente, volutamente pulp.

Sconosciuto, il mio destino: per fortuna. Meno bene, sconosciuto il saper (come) vivere; meglio, il senso della vita. Da vecchi, o in viaggio non commutabile, su quel sentiero: fatto ingiustificabile, intollerabile.

Mi sovviene, curiose associazioni mentali, lo Straniero e non so quali, o se esistano, attinenze tra i due personaggi; in caso affermativo, sono ignote, a me stesso, acclarato ignorante totale. Ignote, eppure presenti, ravvisabili, tangibili, solo con la mente e suoi derivati. Premesso, ammesso funzionino: correttamente.

Scavo, scavo archeologicamente nella memoria, meglio di quanto farebbe Heinrich Schliemann – chi fu, costui? – per rintracciare, per rinvenire (non svenire), per recuperare indizi, orme, schegge di selce, di me, del mio passato, appurato che del futuro – posteriore, anteriore o meno – non detengo nemmeno prelazioni, certezze. La verità, una delle poche cui possiamo accedere, riguarda la memoria: lungi dall’essere un archivio fotografico, lungi dall’essere uno sterminato archivio di informazioni, “è un delicato sistema ricostruttivo che vive di equilibrio tra ricordare e dimenticare“. Lo assicura Sergio Della Sala, professore di Neuroscienze cognitive umane presso l’università di Edimburgo. La dimenticanza non è poi così grave, riflettendoci un po’. Magari improvvisando danze tradizionali scozzesi, per stimolarne, a seconda del ritmo, maggiore o minore vigoria. Della dimenticanza.

Purtroppo, esistono anche realtà fastidiose, non sconosciute, almeno dal 1972, ma che noi, intesi come popolazione mondiale, vogliamo abbandonare nell’ombra, possibilmente rimuovere, in fretta e per sempre. In tale categoria, a pieno titolo, cito il meritorio Rapporto sui limiti dello sviluppo, “terrificante oracolo” – come scrivono i tipi de La Lettura del Corriere della Sera – che anticipò di decenni il ‘vaticinio di Cassandra’ sui modelli di sviluppo e crescita economica senza limiti, che ci hanno condotti sull’orlo della catastrofe finale. Il transalpino Abel Quentin narra la storia e le vicissitudini dei fantastici quattro (Donella Meadows, Dennis Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III) che misero in allerta l’umanità riguardo i pericoli esiziali del nostro modo di abitare il pianeta e di sfruttarne le risorse; lo fa con leggerezza, per quanto possibile, e con una sana dose di umorismo. Lo fa, bene, in forma di romanzo, ma non c’è, davvero, niente da ridere.

Ormai sappiamo che “per innescare un ruolo“, consapevole e attivo, in chi ascolta brutte notizie, la strategia più indicata, risiede nella capacità di porre domande interessanti, anzi, giuste;

certo, per scongiurare la fine del mondo, temo ci si debba ingegnare come mai, prima d’ora.

Intonare A che ora è la fine del mondo? e impugnare una ramazza di saggina, potrebbe non risultare sufficiente;

ma si può tentare: potrebbe essere l’inizio:

per non essere più sconosciuti, umanamente, a se stessi.

Movimento

Curioso, associo subito il lemma all’ambito musicale: movimento, parte di una composizione sinfonica, non escluderei quella da camera; soprattutto, con meteo piovoso, barra / procelloso.

Curioso, non il soggetto – anche, senza dubbio – ma il pensiero: presunto o reale che sia.

Muovere, muoversi (darsi una mossa, non quella provocante e lussuriosa di Marisa la Nuit), dal latino – latineggiante? – movere; il movente, colui che si muove, ma anche l’innesco, la causa di una turpe azione criminale; meglio sarebbe optare per il garbo del muovere una persona (stimolare una persona a), l’atteggiamento, il modo (elegante? raffinato? misurato?) in cui un individuo si muove, nei confronti dei suoi simili, in mezzo al mondo.

Potrei, posso elencare una miriade – mi correggo: una quantità, modica (non quella, magnifica, in Trinacria) – di accezioni, sfumature se gradite di più, per lo stesso vocabolo; sfoggio comoda erudizione (non cultura, non sono così superbo, né artificialmente intelligente), snocciolando: nelle arti figurative, in architettura, nella critica letteraria e dello spettacolo, nella tecnica delle costruzioni, in geometria, nella statistica (quella sublime scienza che certifica: se io divoro due polli arrosto e tu zero, nisba, nada, dunque, entrambi abbiamo … ), in ragioneria, in economia, azione convergente di una moltitudine di persone (da non confondere con partito – non in senso nuziale – , organizzato, molto più strutturato), e, dulcis in fundo, se vi basta, movimento di cose e/o esseri viventi. Al punto che, il movimento in analisi, pare una delle peculiarità essenziali dei viventi. Oibò, urca.

Non escluderei flora e regno minerale, ma sono convenzioni, convinzioni, punti di vista, di svista; più o meno illuminati, illuminanti.

Vorrei aggiungere, in senso lato (non l’attaccante esterno della Polonia, anni ’70/’80), i movimenti, o moti – più specifici, più accurati – di memoria; ennesimo elemento spesso invocato, tanto citato, trascinato a caso, o utilizzato in modo maldestro e strumentalizzato, per fini personali, egoistici, criminali.

Nessuno si sorprenda, o finga stupore, se mi permetto di compulsare che l’oblio, identificato quale cancellazione, addirittura negazione della memoria, in realtà è considerato, è da considerarsi, senza tentennamenti, senza indugi, senza fraintendimenti, elemento fondamentale per formare, rinforzare, esercitare l’atto mnemonico, il patrimonio mnemonico.

Non lo affermo, né scopro io, il fine ragionamento, ma Marc Augé: etnologo, antropologo, sociologo passato alla storia come teorizzatore dei malsani ‘non luoghi‘ (aeroporti, centri commerciali, supermercati e compagnia infestante). Volendo sintetizzare al massimo gli studi e le riflessioni dello studioso francese, potremmo sciorinare l’espressione coniata dai tipi di Robinson: senza l’oblio, il ricordo non vive.

In sostanza, in soldoni (giusto per essere ‘ordinari‘), “il punto chiave per Augé è comprendere che l’oblio non è la mera perdita di uno o più ricordi, ma un vuoto che diventa componente essenziale della memoria stessa“. In altre parole, la memoria, per essere tale, autentica, deve sgravarsi della soma, dell’inutile, che impedisce ai concetti importanti di emergere, di risaltare. Se parlassimo di scultura, ad esempio, l’opera d’arte è ciò che resta una volta (buona, volta) eliminata la materia inutile, ‘affardellante‘.

L’oblio è la forza viva e selettiva della memoria; il ricordo è il risultato della sua azione“.

Esagerando – compiendo quindi l’opposto di ciò che fa la grande letteratura: tacere il superfluo, fosse anche la più meravigliosa delle descrizioni – potrei, vorrei, anzi citerei Michael Herzfeld, antropologo, professore emerito di Scienze Sociali alla Harvard University di Londra (gli amati, stimati, cugini dei Galli): “Qualificare come tradizionale/tradizione qualsiasi oggetto (una canzone, un tipo di casa, una ricetta) è già un atto politico che stabilisce una gerarchia di autenticità, spesso escludendo aspetti culturali appartenenti alla vita quotidiana di gruppi emarginati o svantaggiati. La tradizione è soprattutto un’idea, un concetto, prodotto da persone desiderose di ancorare l’attualità (in particolare, l’identità collettiva) a un passato specifico, come se la storia avesse un inizio fisso!“.

I componenti di un determinato gruppo, di una determinata comunità tendono ad aggrapparsi alla cosiddetta “intimità culturale“: soffermandoci sulla società italiana, argomenta ancora il professor Herzfeld, “i romani, ad esempio, sono consapevoli che il loro dialetto romanesco suscita sdegno, imbarazzo, ma ne sono per lo più orgogliosi, perché l’uso di quell’idioma serve a escludere l’orecchio invadente dell’estraneo“. Quando ciarliamo di tradizioni, dunque, dovremmo rimanere attenti e cauti, per non confezionare un enorme pacco omaggio ai neo nazionalismi in ebollizione.

Se memoria deve esserci, se non altro per impedirci di replicare il male del passato (l’attualità mondiale mi smentisce clamorosamente), vorrei che fosse quella definita da Malcolm de Chazal, poeta, aforista, intellettuale delle isole Mauritius:

La memoria ha cinque porte d’entrata: i cinque sensi; e una sola d’uscita: l’immaginazione“.

Augusto in ferie

Un tempo – cribbio, nostalgia paleolitica? – nemmeno troppo lontano, almeno l’ostica matematica era un punto fermo e imprescindibile.

Magari, spesso – rei confessi e vergognosi – non sapevamo (sappiamo!) maneggiarla, non la capivamo, la rifiutavamo, a priori, ostentatamente. Però, non solo nei proverbi popolari o nelle mutevoli sentenze da osteria, era lì, punto fermo e immarcescibile.

Nel frattempo, in un paio di decenni, gli ultimi, anzi, i più prossimi, come usa dire, tutto è cambiato. Tranne l’uomo e i suoi difetti, quelli peggiori.

Perfino la geografia non è più la stessa (lo è stata mai?): mi spezzo e mi spiego; il nostro derelitto (colpe nostre) pianeta è un magnifico organismo, vivente e mutevole. Ma si sta alterando, per così scrivere; non ci sarebbe bisogno nemmeno della certificazione scientifica, lo esperiamo ogni singolo giorno, notando – si spera – cambiamenti meteorologici, climatici, morfologici che mai avevamo registrato nella nostra vita: del passato.

In letteratura, per fornire un esempio, la geografia è sempre stata un’opinione; almeno, da quando Cervantes, con il suo Don Chisciotte, inaugurò l’era del romanzo (dato per defunto e sepolto già troppe volte) e della creatività applicata con fervore alle nozioni geografiche; partendo magari da dati veri, incontestabili, l’autore, meglio, le donne e gli uomini con l’ardire e il desiderio di cimentarsi con carte, penne e calamai, spesso e volentieri, preferirono/preferiscono inventare e/o modificare l’ambiente. Creando scenari nei quali i loro personaggi potessero/possano agire in totale, o quasi, libertà, autonomia. Il mondo ‘fantasy‘ del Signore degli Anelli, per citarne uno vagamente noto, rappresenta, dice qualcosa, in proposito?

Se posso osare, una distopia geografica, senza confini.

Emulando Pindaro, per confermare il perdurare della nippo mania italica, un bel Yamato (Grande Armonia) non si nega a nessuno, in Valle d’Aosta, presso il Forte di Bard, hanno pensato bene di organizzare una grandiosa mostra: Eroi. Evoluzione di un mito. Dal Giappone antico al contemporaneo. Tema quanto mai interessante e stimolante, anche se, ingenuamente, potremmo chiederci: Aosta ricade sotto la giurisdizione, l’influenza culturale del Sol Levante? Possiamo trovare soluzione ai nostri dubbi fino al 30 novembre, ma, da subito, potremmo renderci conto che in un avvincente percorso, dai ninja a Ufo Robot, questa scheggia montana occidentale, condivide molti aspetti e valori con il “lontano e misterioso Oriente“.

Nella sempre più insopportabile, insostenibile calura agostana, mi colpiscono come mai, le ricorrenti, non collegabili tra loro, celebrazioni di fatti legati a epoche lontane, eppure così coinvolgenti nei nostri percorsi quotidiani.

Potrebbe apparire bizzarro, sconveniente, stupido accostare i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, con le loro conseguenze ineliminabili, non solo per il popolo giapponese, ma per l’intera umanità (altro che reattori di 3° generazione e di quartiere), al vacanziero – chi può permetterselo – e mondano Ferragosto. 

Siamo tutti vittime e carnefici, lo resteremo fino a quando non ci voteremo al redde rationem, alla resa dei conti con le nostre coscienze – uh, che concetto desueto, superato – , fino a quando non diventeremo un’unica, variegata entità, in connessione, armonia, rispetto con la Terra.

Chissà se Augusto, imperatore astuto, inventore dei festeggiamenti e delle celebrazioni per la fine dei grandi lavori agricoli (soprattutto, per onorare se stesso, somma casualità), pensò, intuì, prefigurò anche inconsciamente, le derive, non balneari, – vamos a la plaia? – attuali.

Ferie d’Augusto, lo celebriamo e lo ringraziamo, a distanza di 2 millenni;

auspichiamo siano memorabili, meglio: non atomiche.

Planare

Volo a planare, con levità: sui 55.

Vogare con leggerezza a bordo di una barca lignea, come volare in mezzo alle acque stranamente placide e smeraldine di un lago, come fosse la scena più onirica e struggente di un capolavoro  del Sensei Miyazaki.

Capolavoro nipponico, non friulano; ogni singola vita è uno splendore, anche quella in apparenza più modesta, più bersagliata dagli strali del destino.

Vogare alacremente, con le ali, sulle acque fatate e lacustri di Braies; seguire il periplo del lago, sul sentiero protetto da abeti meravigliosi, ciascuno caratterizzato da una propria sfumatura di verde; con tortuose ascese e discese, di varia lunghezza e intensità.

Tre chilometri soltanto, di cammino, o un’ora e mezza, con lo zaino sulle spalle e lieti pensieri, nella mente libera, eppure avvinghiata magneticamente – CVD, come volevasi dimostrare – alla bellezza inusitata, rivitalizzante, di questa località magica e misteriosa.

Illudersi di divenire un cercatore d’oro nel Klondike, conscio che non il lucore, né i carati rendono ricchi nel viaggio terrestre, non pepite infinite – o trasformazioni alchemiche – rendono degna una vita, la Vita.

Illudersi di essere in grado di parlare, parlamentare, contrattare, con i leggendari, arcigni abitanti della valle, duri custodi dell’oro delle montagne circostanti. Illudersi di essere gli abili ambasciatori, capaci di convincere gli indigeni a donare quell’oro ai poveri allevatori montani, privi di risorse, di mezzi di sostentamento: per se stessi, per gli animali.

Illudersi, volersi illudere, ancora – Miyazaki sorride sornione, con labbra silenti a foggia di Sol Levante – di essere capaci di navigare sul lago, per raggiungere l’ingresso segreto, il portale che conduce  al mitico Regno di Fanes, le cui memorie arcane sono custodite gelosamente dai Ladini. Illudersi di discutere da pari a pari con i rappresentanti dei Fanes, infine, dimostrare loro che la via della pace è l’unica, la sola foriera di benessere per tutti i Popoli; mentre anche le fantastiche marmotte dell’altopiano, si abbandonano al giubilo e alla festa campale, per l’armonia ratificata del mondo.

Le aquile mi innalzano fino al Sass dla Porta, fino a planare con esattezza millimetrica sulla maestosa Croda del Becco, per respirare l’aria finalmente pura, la vera gioia;

in fondo, si tratta solo di speranza, di un magnifico sogno, a occhi spalancati e consapevoli.

O no?

Mendicare

Fingersi pazzi, talvolta è necessario;

spesso, il più delle volte, è una grande comodità: permette di agire nei modi più inopportuni, incongruenti, ma splendidamente funzionali, divertenti, perfino utili: per noi.

I più colti direbbero: come Amleto. Il principe di Danimarca agì in modo empio causa sopraggiunta pazzia, o, invece, fingendosi preda della follia, ebbe mani libere per compiere misfatti e delitti?

Lo sostiene, con convinzione, Oscar Grillo, artista argentino di Lanus; disegnatore, illustratore, artista visivo, fumettista. “Per vivere ho dovuto occuparmi di pubblicità, ma con una matita in mano sono felice. Tornavo a casa la sera e disegnare era, è una stanza tutta per me (come avrebbe detto e scritto Virginia Woolf)“. Mendicare tempo da dedicare al disegno, mendicare nella accezione più positiva del verbo. Non per caso, Grillo ha ottenuto una Palma d’Oro a Cannes, per il corto Seaside Woman; non per caso, ha spesso collaborato ai progetti di Paul e Linda McCartney, o a quelli della Pixar, per il lungometraggio Monsters & Co. Non per caso, infine, da quella stanza uscirà un libro ambizioso, magico, incentrato sulla storia di Amleto: “Voglio mettermi nei guai, è il testo della mia vita, per disegnarlo, realizzarlo seguirò la voce del Bardo“.

Vale sempre l’impegno, sfogliare il dizionario etimologico: si scoprono sempre sfumature, significati impensabili che ci arricchiscono, che rendono più colorata e interessante la nostra strada.

Mendicare, da mendicus, povero, senza risorse, senza beni materiali. Esclusivamente una condizione, anche temporanea, non una qualità, una caratteristica identificativa, una peculiarità di una persona. Cercare di ottenere qualcosa per sostentarsi, attraverso parole e gesti umili.

Lasciarsi condurre dai sogni, forse il solo modo per camminare appieno nella vita. E inseguire stelle e desideri, unico valido sistema, non per raggiungere un obiettivo – come usa adesso – ma per conoscersi, trasformarsi, evolvere.

Mendicare, desiderare: particella de unita a siderare, fissare attentamente le stelle.

Chiedetelo a Peppe Millanta, altro artista ‘incatalogabile, inclassificabile‘: scrittore, sceneggiatore, animatore culturale, artista di strada. Autore, per i tipi di Rizzoli, di Il pescatore di stelle, libro che narra l’avventura e l’incontro di Manuel con uno ‘strano’ pescatore, la cui barca è piena zeppa di stelle e di sogni. Appunto.

Da bambino chiesi a mio padre cosa ci differenzia dagli animali, cosa ci rende umani, senza mai ottenere risposta“. Non una condanna, ma un atteggiamento comune a molti padri, convinti che frasi assertive e, per loro, definitive, plachino la sete di risposte, di spiegazioni vere dei figli; in particolare, quelle che concernono le questioni rilevanti del nostro girovagare terrestre. Forse Millanta ha intrapreso il sentiero d’artista per ottenere quelle risposte, per offrirle a chi sa, a chi vuole ascoltarle. Soprattutto i bambini.

Non nasciamo noi stessi, ma siamo chiamati a diventarlo, un po’ alla volta; abbandonando, come Abramo, una concezione orizzontale del vivere, per passare a quella verticale, dedita ai desideri e alla vita vera. Desiderare, il sentimento che ci ha permesso, ci permette di non arrenderci alla realtà così com’è, ma di diventare co-creatori (l’altro è Dio, o chi per Lui, come avrebbe detto Lucio Dalla); desiderio non di obiettivi, ma come arte della trasformazione, in un continuo, affascinate viaggio di scoperta, svelamento e sorpresa“.

In mala tempora, disumanizzanti, di intelligenze artificiali e di app – qualunque cosa siano e facciano – per noi presunti adulti, diventa fondamentale reimparare, o meglio, imparare a desiderare:

per costruire noi stessi, per edificare, mattoncino accanto a mattoncino,

la concreta società equa e cooperante degli esseri umani.

La montagna incantata

Pedalo in montagna senza fretta, senza illusioni agonistiche fuori tempo – il mio – , progettando, vagheggiando escursioni naturalistiche: per osservare, ammirare, farmi ispirare, inspirare ciò che resta dell’aria sana, dell’atmosfera azzurra e fresca, simile a una sorta di ideale purezza.

Miraggio, chimera.

Salire in alto, sempre più in alto, diceva qualcuno; contro il logorio della vita moderna – rispondeva un autentico gentiluomo – non resta che sedersi in mezzo al traffico e bere l’amaro calice, che sia estratto di carciofo o altro intruglio. Nel frattempo, il logorio si è tramutato in nevrosi, patologia deflagrante in questi caotici giorni contemporanei.

Un secolo fa, avremmo potuto inerpicarci sul Monte Ventoso, come Petrarca (in sella o senza il fidato velocipede), verso il Mortirolo, verso lo Zoncolan, lato non professionistico, quindi, ancora più difficile e faticoso; imbatterci nei ruderi, abbandonati all’oblio, di un antico sanatorio, riflettere sui flussi e riflussi, sulla risacca della storia e su come l’uomo, definito prima di Cristo, con molto ottimismo, ‘animale sociale‘, ripeta gli stessi orrendi errori e regredisca, a uno stadio non calcistico, non belluino (rispetto per le belve), ma di sciocco, crudele, senz’anima, manichino.

Non a caso – mai per caso – due giganti dell’intelletto umano, Sigmund Freud e Thomas Mann, davano alle stampe, al pubblico dominio, nello stesso fatidico triennio (1921 – 1924), due opere fondamentali, capolavori che preannunciavano all’Europa e al mondo il miserevole, miserabile crollo dell’Occidente; ecco perché, magari in altura, forse sarebbe utile e doveroso rileggere con la giusta attenzione la ‘Psicologia delle masse e analisi dell’Io‘ e ‘La montagna incantata‘. Per non finire vittime sacrificali di imbonitori lestofanti, capaci di mandare al massacro interi popoli, per lucro personale. Inutile vergarne i nominativi. Famigerati più che mai.

Nessun uomo, essere umano, è un’isola; o una baita solitaria, restando in quota. Lo scrisse in un suo famoso poema John Donne (poeta, saggista, religioso), nel 1624 (!): il significato intrinseco, anzi, esplicito, è chiaro e incontrovertibile: le nostre vite individuali, le nostre voci, acquistano senso, dignità, importanza solo calate nell’arcipelago dell’umanità. Non siamo tristi monadi, non siamo soli al cospetto della pervasività della tecnologia e della potenza extra legale delle multinazionali (che ormai hanno surclassato i sistemi legali dei singoli stati nazionali), ma siamo forti, in quanto comunità umana cooperante e attiva, fattiva. Spesso non lo sappiamo, o ci inducono a dimenticarlo, a travisare, eppure è così.

Dovremmo ritrovare le forze per esercitarci nuovamente con la metafisica, non astrattismo filosofico fine a sé stesso, ma strumento valido ed efficace, lo sostiene il filosofo Vittorio Possenti; per combattere il nichilismo, per non arrendersi inermi al temibile ‘così va il mondo’, di chi sguazza nello status quo.

Ci travolgono con incessanti mutamenti che non offrono stabilità, abbiamo perso la forza della speranza; ma sono ottimista, credo nel ritorno all’eterno e non nell’eterno ritorno: mette in gioco la libertà del singolo“. Nel consesso, nella società ormai globale.

Speriamo che gli schiaffi gentili del vento d’alta montagna sappiano, possano ridestarci alla vita;

appena in tempo, prima del tracollo:

ultimo e finale.

Giardino delle delizie

Buen retiro: un obiettivo, un progetto, uno svolazzo onirico; perché no?

Anche buenos dia, buen viaje, buen camino – non quello da cui dovrebbe passare ogni anno Babbo Natale (con o senza renne?) – ma il cammino, passo dopo passo, goccia dopo goccia di sudore, gioia dopo fatica, di Santiago.

Deambulare placidi nel mitologico Giardino delle Esperidi, con tranquillità visitarlo accuratamente in loro compagnia – delle Esperidi, che forse sono tre, cinque o sette, a seconda di chi narra o delle esigenze del momento – , scoprire i segreti magici di questo luogo, collocato in nord Africa, tra Marocco e Algeria; in alternativa, o in aggiunta, deambulare per i meravigliosi giardini pensili (non prensili) di Babilonia, altrettanto mitologici, in quanto mai davvero collocati geograficamente, anche se furono una delle sette Meraviglie del mondo antico;

Babilonia o Ninive? Assiri e Babilonesi; Assiri o Babilonesi? Dilemmi amletici, esistenziali e la Storia stessa, l’esistenza, più che prove tangibili e incontrovertibili di sussistenza, esigono prove di fede, con cautela e rispetto digitando.

Oggigiorno, potremmo accontentarci – se così vi garba che io compulsi – non (solo) del giardino dei Finzi Contini, ma dei giardini all’italiana, o all’inglese, perché sempre la presunta e già menzionata Storia si schiera con chi è più furbo nell’accaparramento delle idee migliori, più redditizie; consideriamo che folleggiare nei giardini fiorentini di Boboli costituisce sempre un notevole e confortante procedere. Non bastasse tutto questo, organizzare un viaggio in Normandia, per bearsi tra le meraviglie floreali del giardino creato da Monet – per esempio – , o volare nel Paese del Sol Levante, per ammirare estasiati i giardini Korake-en, a Okayama; prima il dovere, poi abbandonarsi languidamente ai piaceri più delicati e raffinati. Non pensate male, per favore: mai.

Probabilmente – la mente è sempre centrale e fondamentale – non deve essere facile coltivare giardini e sogni, soprattutto facendolo da bambini, bambini della Sicilia, profonda e autentica; issarsi su un carrettino motorizzato, rinunciando alla formazione scolastica, e andare in giro a vendere arance e limoni, per aiutare il proprio padre a rendere accettabile e sostenibile il bilancio familiare. Eppure, tra realtà e mito, come spesso accade alle vicende in Trinacria, questa è la storia della vita di Venerando Faro, il cui solo nome già meriterebbe racconti, romanzi, spettacoli teatrali, lungometraggi.

Antonio Gnoli di La Repubblica, scrivendo di lui su Robinson, lo definisce “vivaista, imprenditore del verde, visionario“. Solo un ‘creattivo’, un visionario avrebbe potuto realizzare a Giarre, Catania, il più grande vivaio d’Europa dedicato alle specie mediterranee.

Un uomo mite che, con la saggezza maturata in decenni di frequentazioni arboree, – “gli alberi andrebbero chiamati con i loro nomi (carrubo, olivo, arancio), perché i nomi creano il bene più prezioso, l’identità e la diversità” – ora, pacatamente, può dire: “So che si sogna soli, ma la realizzazione dei progetti onirici avviene solo insieme agli altri“.

Il parco è stato battezzato Radicepura, qui si difendono con umiltà e semplicità, la bellezza e la memoria, del territorio e del mondo stesso; con la stessa tenacia degli alberi, delle piante: “senza ostilità, una pianta non preda, non uccide, non odia; ha solo bisogno di luce, acqua e terra, può vivere migliaia di anni“.

Qui, ogni anno, oltre ai visitatori, “giungono giovani progettisti vivaisti da ogni latitudine del pianeta, desiderosi di rendere concrete le loro idee in sintonia con il paesaggio mediterraneo“.

Qui è delizioso smarrirsi da soli, in solitudine sognare le fantasie più belle, più consolanti, più feconde;

qui è fantastico ridestarsi in compagnia e, con la forza e l’energia che derivano dall’agire per il bene comune, vivere in armonia e vigore, come il Popolo degli Ent, immaginato da Tolkien;

non a caso alberi, ma dotati di ontologia e poteri magici.

Concerto senza fine

Sarebbe magnifico, non vivere per sempre, ma risorgere: forse non a livello fisico, ad un livello più alto; anime risorte.

Anche solo immaginarlo.

Magari, essere ridestati da una melodia arcana, da una musica magica, da un suono indefinito e indefinibile, che abbia il potere di sollecitare, riattivare, ricaricare quella parte di noi ineffabile, non concreta, eppure fondamentale.

Programmare un lungo, strano, viaggio, come avrebbero detto i Grateful Dead, band che scrisse a note infuocate le coordinate dell’immaginario psichedelico, basandosi sugli esperimenti a base di Lsd, targati Albert Hofmann.

Del resto, nell’era del post panglobalismo – superamento di tutte le teorie globali, o globalizzanti, fondate o meno – potremmo aggrapparci tenacemente a quelli che furono i dettami post spirituali e post religiosi; come scrivono i tipi di Robinson, senza ricorrere agli eccessi, scevri anche delle utopie, con giudizio (buonsenso?).

Aggiungerei, senza coraggio: di osare, di volare. Oltre.

Si potrebbe cominciare andando tutti quanti allo zoo comunale – bioparco, va bene lo stesso? – per constatare lo stato di salute delle bestie feroci, delle fiere, e poi farsi sorprendere dal Re Leone in fuga che, appurata l’incerta, precaria situazione del genere (post, non social) umano, mosso a compassione, pietà, ruggisce: aiuto, sono scappati gli uomini. Da sé stessi.

Per non allontanarci troppo, per deambulare ancora in zona Enzo Jannacci e Dario Fo – chi furono costoro? – fallita la spedizione animalista, potremmo tentare con visite, guidate, al re, all’imperatore, al vescovo, ai ricchi sempre più ricchi e padroni, delle ferriere e non solo; poveri tapini, potremmo soccorrerli organizzando per loro un nuovo fantastico Live Aid e vedere l’effetto che fa. Si sa, i poveri, quelli veri, risolvono sempre i presunti problemi dei multi miliardari.

Corroborati dai primi insperati successi, partire, propositivi, entusiasti per Voghera. Partire davvero e lasciare le mamme? Restare, soprattutto fermi, ancorati ai propositi iniziali? Infine, dove arriviamo, se partiamo? Dilemmi amletici; forse, anche meno.

Ingarbugliati – intruppati, come avrebbe detto Luana, mia cugina – in questo mondo sempre più ingarbugliato, per colpa nostra, ché questo malefico, complicato garbuglio non riusciamo a dirimere; lanciare i dadi, ricorrere alla morra cinese, affidarci alla cabbala, alla numerologia, ai riti alchemici, al caso, al destino, alla fortuna?

Potremmo intonare i ritornelli delle canzoni di Lino Toffolo, attore, cantautore, cabarettista e pure molto altro (era una persona semplice, umana, coltissima); non risolveremmo i problemi, forse, ma impareremmo a riflettere, in allegria, re impareremmo a relazionarci, a collaborare alacremente per un fine comune, per il bene comune, universale.

Sarebbe magnifico – di nuovo, ancora – rinfrescarci le teste, ristorare le menti ‘su le nuvole‘, mentre i piedi restano saldamente depositati ‘su na gondola‘, che ci farebbe scoprire la laguna, Murano, i canali, il nostro magnifico mondo. Prima che sia troppo tardi, inutile.

Anche in preda alle visioni mistiche, varie ed eventuali, generate da suggestioni sonore, l’unica certezza è la permanenza, ostinata e non contraria, dell’amore;

siamo compagna e compagno, oltre la condivisione del pane quotidiano:

Tu sei diventata la Vita stessa, elemento fondamentale, ontologico, irrinunciabile dell’esistenza.

Un concerto senza fine.

Belvedere in Costiera

Salire in alto, più in alto: fisicamente.

Si perdono i dettagli, ma, in teoria, la visione d’insieme, non dovrebbe sfuggire. Avete presente il film di una manciata di anni fa – perbacco, sono anziano – Piazza delle cinque lune, di Renzo Martinelli? Donald Sutherland, nei panni di un magistrato illuminato, pronuncia argomentazioni molto interessanti, al proposito.

Se l’operazione funzionasse anche a livello mentale, saremmo a cavallo; lasciando in pace l’equino, riceveremmo conferma che la materia grigia non solo è integra, ma funziona ancora. Nonostante tutto e tutti.

Sempre caro mi fu questo (codesto colle?) eremo sopra elevato, o erano le bianche scogliere di Dover? Fondo, mi confondo, forse passeggiavo con proverbiale, ontologica indolenza sulle sinuose, magnifiche contrade della Costiera, amalfitana, guardingo, per non finire triturato dall’incessante traffico: veicolare, inquinante, disumano.

La capa gira, per la veduta sontuosa, per l’inaffidabilità del povero cervello, ora sono sicuro – di cosa, poi, non saprei scriverlo – : era una terrazza abusiva sul Bosforo e io sognavo, trasognavo, mi cullavo con le dolci, splendide immagini di Costantinopoli – Bisanzio, per i fedeli alla classicità – e con le gesta (eroiche?), immaginarie, immaginifiche, illusorie, eppure reali, presenti, concrete, diverse e lontanissime dalle mie.

Belvedere, luogo tanto elevato, di derivazione latina – il lemma, non il luogo – da dove ammirare l’ameno paesaggio; così ameno (andrà tutto bene, scrivevano gli ingenui) che qualcuno ora invoca la presenza di vari Superman, per aggiustare un pochino le varie questioni mondiali. A parte il fatto che sarebbe una scorciatoia che non meritiamo: i gineprai li abbiamo creati noi, noi dobbiamo assumerci l’onore e la responsabilità di districarli. Per quanto concerne l’Uomo d’Acciaio, temo che dovremo accontentarci dell’ennesimo ritorno cinematografico, imminente; si sa, ormai, per lui (e, soprattutto, per noi, la realtà è più letale della kryptonite.

In alternativa, potremmo rivolgerci – filosoficamente, ma non solo – o potremmo vagheggiare di diventare super uomini, quelli teorizzati da Friedrich Nietzsche. Concetto tra i più fraintesi, equivocati, strumentalizzati della storia umana: in realtà, eterno ritorno – concetto della Grecia antica, tanto per gradire – e super uomo sono indissolubilmente connessi. Super uomo non rappresenta un supereroe di fumettara tradizione statunitense o un ariano nazista – peggio mi sento – ma colui che “è in grado di dire sì alla vita, come è in eterna ripetizione“. Non voglio, né posso ergermi a maestrino di quartiere, ma l’idea cardine del pensatore teutonico mi appare agli antipodi, lontana anni luce dalle sue degenerazioni, dai suoi sciocchi feticci.

Affacciato su un balcone in Costiera, osservo vulcani ritenuti spenti tornare in attività, colate laviche inarrestabili che ci spronano a ritornare, o a sposare, una nuova vita corale; non più monadi egoiste e orbate (cieche), ma persone che vogliono vivere e crescere insieme, socialmente e perfino politicamente.

Come scrive Roberto Mancini, professore di Filosofia teoretica presso l’ateneo di Macerata, “coralità significa che l’identità di singoli e comunità matura solo in dinamiche di comunione e ospitalità. E’ urgente rispondere alla pulsione sadico-paranoica dei poteri dominanti“.

Le sfarzose, arroganti, spadroneggianti nozze di Jeff Bezos, feudatario di Amazon, a Venezia; il decreto sicurezza dell’ipocrisia che trasforma la protesta pacifica in reato – Gandhi, Martin Luther King e Danilo Dolci inorridiscono – ; il boicottaggio con spregio della legge europea sul ripristino della Natura (compie un anno in questi giorni, è operativa e vincolante, non prevede lassi di tempo per essere recepita), sono solo lampanti esempi della sempre più sconfortante e perniciosa deriva.

Non vorrei un giorno, sempre più prossimo, guardare un’alba amalfitana, anche solo con l’immaginazione, da dietro le sbarre e a pagamento.

Non fermate questo tram

L’uomo è intelligente perché ha le mani.

Lo diceva il filosofo greco e antico Anassagora.

Forse sarebbe necessaria un’analisi – anche logica, o voi razionali – della frase e un excursus sulla biografia dell’autore; chiedo venia, non sono degno e, in particolare, in grado. A Grado.

Accontentiamoci delle suggestioni che suscita, tante, molto al di là della sua semplicità e della sua brevità.

Rammentiamo, o scopriamo, che fu un presocratico (Anassagora, chi altri?), portò, importò la filosofia nella mitica Atene del V secolo a.C. – quella governata da Pericle, per intenderci, ma noi italopitechi moderni lo sappiamo a menadito – papà del nous (mente, intelletto, ragione) creatore e dell’archè, magma originario dal quale si separarono i semi che, grazie all’azione vorticosa dell’intelletto, si sparsero ovunque, dando vita a ogni cosa, o essere esistente. Chiedo venia e pietà per le sciocchezze compulsate. Ex professoresse e professori del liceo prima innominato, in seguito, Leopardi: grazia su di me, per me.

Danielle Cohen-Levinas, sconosciuta alla maggioranza silenziosa, nonché ignorante (io in testa, per una volta), musicologa e docente di filosofia alla Sorbona di Parigi – non all’ateneo del quartiere, con rispetto ironizzando – ne parla dottamente e diffusamente nel saggio ‘La saggezza del desiderio’, pubblicato dai tipi di Mimesis: “Viviamo in una società post-consumistica, ma la società del consumismo sfrenato, con la bramosia inestinguibile di cose inutili, ci ha privati anche del desiderio; o meglio, ha fatto nascere in noi il desiderio crescente dell’assenza“.

Una filosofa, colta e appassionata di musicologia, non può non annoverare tra i suoi riferimenti il cielo stellato, “che speriamo sia sempre lì, ma capita che l’uomo non riesca più a contemplarlo. Il lemma desiderio è composto dalla particella privativa de e da sidus, stella. La nostra cecità (momentanea?) ci impedisce di vedere ciò che è vicino (gli altri) e ciò che è lontano (le stelle)“.

A proposito di tram chiamato desiderio, potrei citare il celebre dramma di Tennessee Williams, da cui fu tratto il film del 1951, interpretato da Marlon Brando e Vivien Leigh. Opera teatrale e lungometraggio vinsero rispettivamente il premio Pulitzer e quattro statuette dorate alla notte degli Oscar, solo per sottolineare che scrittura e parole sono strumenti potenti e anche profittevoli, nel modo buono e giusto.

Non comprendo il motivo – o forse sì – però personalmente, accanto a queste figure gigantesche ed emblematiche, rammento con nostalgia un treno fantascientifico, un treno che viaggia di notte, su binari sospesi nelle profondità dell’Universo, in una realtà vera, anche dura, eppure onirica: creata da Leiji Matsumoto, papà di Capitan Harlock e Queen Emeraldas, Galaxy Express 999 ci/mi conduce verso Andromeda, dove, forse, il viaggio terminerà e noi, volenti o nolenti, saremo chiamati a scegliere i nostri nuovi corpi, a decidere quale tipo di futuro vorremmo edificare. Per noi stessi, per l’umanità.

Auspico sempre, desidero che il vagabondaggio universale non trovi mai epilogo.

La professoressa auspica, invece, invoca appunto “la saggezza del desiderio“, quella energia inarrestabile che ci consenta di recuperare la vista, perché “non si può ritrovare l’uno senza l’altro“. Considerando il momento storico e la temperie, ne avremmo – ne abbiamo, senza se e senza ma – bisogno, con disperata urgenza.

Senza pessimismo.

Continuando a osservare le stelle per non smarrire la rotta.

Immortali, come i Faraoni

Omaggiatemi con un rotolo – di prezioso papiro, a scanso di equivoci – e vi solleverò il mondo.

O almeno, accederò ai suoi arcani più misteriosi, fitti, insondabili. E non sto compulsando della foresta amazzonica, o di quel che ne rimane.

Vorrei essere un dono del Nilo, come il limo: per la mia compagna, per le persone alle quali voglio bene, perfino per gli sconosciuti di buona volontà, essere quello che lo storico Erodoto tributava ammirato all’antica terra degli Egizi. Capaci, per celebrarne la grandezza (del sovrano, ovvio), di edificare una piramide orientata in modo perfetto, perché ogni anno i raggi del Sole filtrassero in essa illuminando la statua dorata del faraone, proprio durante il giorno del suo genetliaco; faraone emigrato nel frattempo nella dimensione dei trapassati.

Un dono del Nilo, un gingillo mnemonico, almeno un souvenir del più modesto e popolare Noncello.

Ci reputiamo intelligentissimi e progrediti perché ci siamo sommersi di telefonini, intelligenze artificiali e droni, ma non siamo ancora in grado di dirimere le questioni più semplici riguardo gli Egizi: come hanno davvero potuto spostare i blocchi di pietra per erigere le piramidi? come hanno potuto all’interno delle stesse riprodurre fedelmente i meccanismi del nostro sistema solare? come sono stati in grado – forse – di vincere a scacchi e a dama la sfida con Madama Morte, per vivere in eterno?

Vivere in eterno, o sapere come vivere appieno: optare per la soluzione migliore. Quanto sarebbe bello, opportuno, importante.

Una delle verità che rifiutiamo sugli Egizi e sulla vita: ne conosciamo poco, o niente.

Tra le innumerevoli vite che non sono la mia e che ogni tanto immagino di selezionare (come se ne avessi la facoltà), c’è senza dubbio quella del Battista: Giovanni Battista, Belzoni il Grande, esploratore, avventuriero, archeologo, ingegnere idraulico e chissà cosa e quanto altro ancora. Nacque a Padova da una famiglia umile di Roma, fu cittadino del mondo, celebrato in Europa, Regno Unito in particolare per le sue imprese e le sue eccezionali scoperte in Egitto. Senza dubbio, conosceva più segreti lui sulla civiltà dei Faraoni di quanto ne sappiano oggi; o di quanti ne siano contenuti al GEM (Grand Egytian Museum) nuovo, immenso, fantasmagorico museo dedicato all’antica società dominata dai faraoni, che sarà inaugurato tra poco a Giza (3 luglio) e già preso d’assalto dalle prenotazioni di orde di turisti, da ogni latitudine. E attitudine.

Un giorno da grande, un solo giorno da Belzoni e l’autentico record sarei io.

Mentre Ramses II, approdato a Londra, per merito suo – di Giovanni Battista – veglia sul nostro operato, sorride enigmatico e dice: la tomba non è la fine di tutto, ma il portale da dove inizia un nuovo viaggio.

Nel volgere di una manciata di millenni, siamo passati dall’erigere un’imponente architettura funeraria, alla costruzione di impianti dedicati al gioco del calcio, ma non solo; dai cancelli verso l’aldilà, agli stadi che celebrano ed esaltano lo sport, dunque, la gioia della vita terrena, stadi di nuova generazione, meglio, nuova concezione; l’evento sportivo è centrale, ma non è più la sola funzione: concerti, uffici, centri congressi e di formazione, negozi, musei e chi più ne escogita, più ne aggiunga. Facce della stessa medaglia? Strutture distanti tra loro – a partire dal momento cronologico – eppure in connessione? Chissà.

Egizi, abbiamo lance, spade, mortaretti, tricche tracchi e castagnole. E con queste armi spezzeremo le reni a Maciste, a Rocco e ai suoi fratelli. Armatevi e partite!“.

Il principe De Curtis, nel lungometraggio Totokamen, aveva capito tutto, tanto da dispensare saggezza a suon di battute, lazzi, schiamazzi, ‘guittonerie’ – tra le sue mani, arte – partenopei;

a profusione.

In attesa del passaggio.

Tutto si trasforma

Lo sosteneva qualcuno, con convinzione, con ottime conoscenze; nel senso di cultura.

Stéphane Mallarmé citato da Jorge Luis Borges, o viceversa; poiché io, certo non loro – l’oro? – sono il vanto dell’ignoranza crassa.

Aggiungeva Brodskij, infine, che il male politico è sempre un cattivo stilista. Chi legge, chi sa narrare, sviluppa in modo naturale un raffinato gusto per il bello, sa distinguere tra le verità e il kitsch, tra le verità e il fake; non si accontenta dell’acrimonia immotivata generata dagli sciatti, vuole le storie delle persone che tratteggiano i volti, respinge al mittente le teorie che vorrebbero cancellare la nostra umanità. Raccontare dona il super potere più grande, più prezioso, l’unico davvero imbattibile: l’empatia.

Garantisce e spiega questo, nei dettagli, entusiasmanti per chi ama la letteratura, il poeta e scrittore Georgi Gospodinov, autore di una formidabile lectio magistralis; viviamo in un’epoca dura, disumana, che mai nella storia si era verificata: annichilimento del mondo, annichilimento della memoria. Come in The neverending story, il nulla assoluto tritura tutti e tutto. Leggere e scrivere ci salveranno, ci regaleranno non solo speranza nel futuro, ma progetti concreti, perché le parole sono le paladine di pace che sanno conferire ordine al caos dell’universo.

Come in una canzone di Franco Battiato e Giusto Pio, tutti cerchiamo un’altra vita, anche se siamo soli, spaventati, quasi completamente arresi: le telenovelas di sottofondo a divani abbandonati a telecomandi in mano e sulle strade la terza linea del metrò che avanzano inesorabili sono bazzecole, eppure acuiscono le frustrazioni e il nostro senso di disagio, inadeguatezza, inutilità. Un’altra vita, vi prego, il mio regno per un’altra vita. Magari la stessa, ma dall’inizio. Vergine.

L’orbe terracqueo si è tramutato in un gigantesco porto – lo è sempre stato? – e noi, illusi privilegiati nordoccidentali, affacciati alla finestra crediamo di assistere allo spettacolo di arti varie, variegate della multiforme umanità. Come scrive Filippo La Porta, l’ideale stilistico di Italo Calvino era un’acqua limpida – ora, difficile anche solo immaginarsela – così trasparente da consentire un’osservazione perfetta della storia, come appunto una finestra sul porto. Manuel Agnelli, languidamente steso su un balcone, obietterebbe che il porto sembra un cuore, nero e morto (cuore di tenebra?), che però ci sputa una poesia. Ennesimo dono della parola e dell’inventiva. Della facoltà umana di creare, quando non siamo sconnessi dalle nostre peculiarità.

L’intellettuale francese Edgar Morin, sociologo e filosofo, sconfitto il tempo cronologico, 103 anni d’età (anacronico), pubblica il suo primo romanzo: L’anno ha perso la sua primavera (Guanda). Conservato in un cassetto dal 1948, “per pudore, perché non sapevo se avessi abbastanza talento per scrivere un buon romanzo“. Lezione da imparare a memoria, metabolizzare. Ci ammonisce, ci sferza, ci incoraggia, lui può: “Le tragedie si susseguono con differenze e tratti comuni. Ciò che si ripete è il sonnambulismo dei governanti e dei popoli quando si vive e si subisce la corsa verso i disastri“. Ormai, non c’è più nemmeno l’orchestrina sul Titanic, e noi, temo, non l’ascolteremmo distratti da miriadi di sciocchezze, banalità – la cui somma provoca tragedie.

Al limitare del sentiero, forse prossimi a raggiungere l’agognata altra esistenza – o qualunque altra forma sussista – così raccontano quelli che sono stati vicini ai ‘congedanti’: perdono ogni interesse per questa vita terrestre. Morin a parte, ma scriviamo di veri fenomeni. Anche loro, però, sanno che narrare una storia impedisce al mondo di finire; anzi, lo rigenera.

Ecco che, alfine, si avvera la ‘profezia‘ di Mallarmé, quella del titolo, finalmente completa:

tutto, prima o poi, si trasforma in libri. E ci rende liberi di volare, ovunque, senza limiti.

Anche contro, oltre i mali peggiori: propaganda, odio, Apocalisse. Proprio come scrive Gospodinov.

Leggere e scrivere, per vivere in eterno.

Il laghetto delle Ninfee

Volo onirico: rapito dal becco adunco di un albatros, mi ritrovo catapultato, depositato in Normandia.

Ritrovato o perso, disperso, svanito, come, anzi, più del consueto.

Terra del vento, terra della creatività, terra dell’arte e dei fiori, terra dell’arte di creare o ricreare giardini lussureggianti, perfino nipponici; sol levante, a levante, importante accertarsi che non tramonti mai.

Gente rarefatta, eppure accogliente. Meno di mille, circa la metà, sorridenti rilassati educati: li incontri per la via, le due vie, ti scombussolano salutandoti con convincente naturalezza.

Qui si ritirò a vivere e cercare profonda ispirazione un antico pittore, in condizioni modeste, talvolta misere. Barba e capelli scompigliati da Eolo, adottò l’uso di un cappello di paglia a tese larghe per evitare che le correnti d’aria combinassero, scombinassero i suoi pensieri. Tenacia e talento gli valsero in anzianità successo commerciale e, infine, giusto riconoscimento della sua perizia artistica. Nella chiesa del villaggio sono incastonati i suoi occhiali – talvolta compaiono su una delle pareti esterne, così mi è sembrato – per distinguere bene tra bellezza e misteri della fede.

A proposito, a Gisors, sorge un antico castello fortificato che ospitò i cavalieri templari; narra una leggenda – fatto non infrequente – che essi vi nascosero un favoloso tesoro. Chissà, forse i tesori erano altri, metaforici.

Castello di Gisors, antica sede dei Templari

Del resto, questi paesi e villaggi normanni che formano la regione, sono protetti, per così scrivere, da castelli e abbazie, spade e preghiere.

Come Vernon, ove gli autoctoni, di fronte al municipio, hanno edificato una splendida cattedrale gotica; il cui vero tesoro è sorgere, ridestarsi ogni giorno sulle rive della Senna.

Correre evadendo dalle sbarre, di ferro o metaforiche, correre senza limiti, oltre i propri limiti, pedalare alla confluenza tra l’Epte e la Senna per assaporare l’aroma della libertà e della Natura;

Sono costretto a continue trasformazioni, perché tutto cresce e rinverdisce. Insomma, a forza di trasformazioni, io seguo la natura senza poterla afferrare“.

Bon voyage, Monsieur Monet, nous nous retrouverons sur les chemins du vent.

Dilemmi

Ronzano nella testa, come api aliene impazzite; arrabbiate, molto arrabbiate.

Dilemmi arcani, ancestrali, dilemmi delle 100 pistole; pistole non come armi, come pecunia. In fondo, a guardare bene, sono la stessa cosa.

Non conoscere la musica, non saper suonare alcuno strumento, o equivalente, o equipollente; illudersi però di essere un calibro, 35: fare parte, essere parte, eseguire partiture insieme alla band, adorare la vita di musicista bohemien, meneghino (come base di partenza, senza arrivo: filosofia Cochi & Renato), sollazzarsi con le colonne sonore dei film poliziotteschi anni ’70 del 1900. Esplorare poi ambiti musicali alternativi, come le sigle delle trasmissioni televisive più popolari negli ’80, sempre del secolo trascorso, sempre con un tocco fintamente improvvisato, ruvido, soprattutto: vero.

Non conoscere la scrittura – lineare A, lineare B, geroglifica, greca antica – eppure esprimere la chiara, incontrovertibile volontà di scrivere: romanzi, saggi, articoli. Narrare storie. Fare parte – ancora – del mondo culturale, farne parte come il gentiluomo della letteratura italiana, messer Tullio Avoledo da Valvasone; a pieno titolo, diritti e competenze, ma con una voce originale, fuori dagli schemi e dalle strategie, vagamente distopica nella contemporaneità. Dire tutte le verità, come i giullari dei tempi antichi: gli unici che potessero permettersi di spiattellare ogni magagna, in forma di scherzo, scherno, burla; anche al cospetto e in faccia ai re.

Vorrei disegnare, una storia, le storie. Partendo da situazioni reali, per sfociare, approdare rapidamente in mondi fantastici, onirici, immaginari, immaginati, immaginabili. Lo sta già facendo la IA, o le varie IA che stanno proliferando incontrollate, colonizzando rapidamente le nostre menti, limitate, eppure, se solo volessimo, senza argini, senza confini. Ghiblizzazione dell’universo creativo, sulla scia dello stile, delle opere, dell’ingegno del Maestro nipponico, Hayao Miyazaki. Non credo sia stato interpellato, ma ormai lo sfregio – o l’omaggio, come sostengono i favorevoli ottimisti? – del plagio, replicabile all’infinito, è avviato, compiuto, inarrestabile. Fino a quando la stessa umanità sarà ricreata dalla IA e nemmeno se ne renderà conto. Click.

Miyazaki San no: per pudore, per rispetto, eviterei – ne fossi capace – di replicarlo. Opterei per Vittorio Giardino, anche nel suo caso con deferenza e venerazione massime. Entrerei in punta di piedi nel giardino lussureggiante delle storie, mi aggirerei con la più totale curiosità, tenterei di apprendere l’arte con gli occhi, per poi trasferire bravura e creatività alle mani, al cuore. Prima al muscolo cardiaco. Come direbbe lui, nella prefazione al suo più recente romanzo disegnato (I cugini Meyer – Rizzoli Lizard), metterei “la vita dento una valigia“. Partire, con paura e speranze, verso l’ignoto; sapendo che forse una meta reale non verrà mai raggiunta. Disegnare storie, senza limiti temporali.

Dilemmi, arcani; comuni, naturali, purtuttavia angosciosi.

Oltre le passioni, gli interessi, le simpatie: chi sono? Cosa so fare, in grado di caratterizzarmi, descrivermi?

Se potessi, mi trasformerei nel lettore tipo del già menzionato Avoledo:

non in un nominativo dell’elenco telefonico di Atlantide, ma in una persona che non vuole e non cerca spiegoni all’esistenza, ma briciole d’ispirazione elargite dai Narratori, in grado di attivare immaginazione e creatività;

invece della solita, rassicurante ripetitività: sciatta e banale.

Macchia metafisica

Macchia, non nera; arci nemico di Topolino.

Macchia nera, bella grossa; come il nuovo, già a lungo discusso, logo del neo rinato Batman, nonché proletario. Mala tempora currunt, lo dicevano i Latini: oggi ci ‘suiciderebbero’. Nulla contro i proletari e il proletariato – cos’è? – , anzi, casomai ostile ai mala tempora.

I puristi – di cosa, al dunque? – non gradiranno, ma anche i super eroi mutano pelle, rinascono più e più volte (non sempre gli stessi), si adeguano all’epoca che viviamo noi lettori. Un grande scrittore sa essere universale e senza tempo se cala i suoi personaggi nel suo periodo di riferimento e attività letteraria. Così sostengono quelli bravi, davvero.

Macchie: sono tante, cosparse, apparse, disperse sull’anima, nel corso e nel correre degli anni. Piano piano, non subitanee, non improvvise; l’anagrafe non è miope e, di solito, non sbaglia mai. Le attribuisce con esattezza matematica. Senza sconti, senza cinismi.

Vorrei darmi alla macchia, mimetizzarmi in una macchia mediterranea, ma i miei sollazzi infantili e linguistici non mi sottraggono – inesorabilmente, giustamente – alla macchia: mi raggiunge ovunque, con le sue gemelle. Macula, in latino, pare più onesta e gentile, ma la sostanza permane.

Il senso figurato non soccorre, peggiora la situazione, ove possibile (se si può pensare, si realizzerà, presto anzichenò): colpa – chi è senza peccato, scagli la prima pietra – , difetto; ciò che offende l’onore, l’integrità morale. Quante volte figliolo? Tante, troppe, al punto da non rammentarle, ma restano le macchie: come nodi al fazzoletto, alla gola.

Tento l’impossibile, tramutarmi in macchiaiolo; rubare l’identità a Giovanni Fattori, ma il talento non ascolta ragioni, né pietose scuse: resta dov’è, con lui. Argan, il critico d’arte, sosteneva che “in lui si realizza il palesarsi dell’universale nel particolare“. Macchiaiolo io? Tuttalpiù, caffè macchiato: freddo.

Per consolarmi, bazzico i miei territori – altra illusione, altro miraggio – : mi rifugio nel greco antico. Macchia indelebile, sì, metafisica, però. Nobilitante, il greco antico; sono un antico greco, nel senso dell’età. Metà, nel senso di dopo, phisiké, nel senso di fisica, meglio, natura. Fingo di essere adepto e studioso di Andronico Rodio e patito della sua classificazione delle dottrine aristoteliche; dopo le cose o questioni fisiche o naturali, giungono le altre, quelle superiori, non materiali.

Macchia sapiente e ostinata, non ti convinco nemmeno così.

Qualcuno ha detto che la coscienza è la giudice più severa, ma anche la maestra più paziente;

solo Lei non si è spaventata per la quantità e l’estensione delle macchie, solo Lei con pazienza, tolleranza, amore senza limiti, sa tergere le mie macule – metafisiche e molto reali – , solo Lei le considera parti di me.

Solo Lei sa trasformare le macchie in un caleidoscopio, meraviglioso e senza fine.

Staffetta

Il male è potente, ma non prevarrà.

Soprattutto se, passandomi il testimone, – mentre sono in attesa sotto un salice piangente sulla riva del fiume Noncello – qualcuno non mi contagerà anche con l’odio.

Resterebbe da stabilire se sia più potente l’energia negativa, o il suo contraltare positivo, ma è una di quelle questioni sempre in bilico. Dirimente, decisiva.

Sono scomparsi i faraoni egizi, gli imperatori cinesi, i grandi capi dei Nativi d’America; scomparse, obliate le loro imprese, andati in rovina e disgregati i monumenti che ne celebravano la (presunta) grandezza e superiorità; nulla è rimasto, dissolti, come l’arroganza, la vanagloria.

Dove non sono mai stato, là sono: con l’immaginazione, con la fantasia, con la speranza che: prima o poi… Con i sogni, con i voli pindarici che così scombinati non sono, con la volontà di scoprire, riscoprire, condividere. Perché se non io sono là insieme, semplicemente, non sono.

Non farò da porta, né da sentiero, né da messo latore dell’odio: non mi interessa, non adoro il male, non reputo la morte un epilogo, solo una fase intermedia.

Vorrei che il mio amore fosse come quello di Rossella Casini, vorrei fosse coriaceo come il suo, vorrei esserne capace e degno. Oltre i riti, oltre gli inutili simboli di falso onore, oltre ogni finto potere generato dalla violenza, sinonimo di sconfitta: umana, culturale, sociale. Vorrei conoscere il suo coraggio, le sue parole, i suoi gesti che hanno annientato il male: con uno sguardo timido, con un sorriso lieve, con dei capelli arruffati.

Vorrei che l’amore – qualunque forma, qualunque aspetto, qualunque contenuto abbia – fosse come il testimone di una gara olimpica di staffetta mista; se inciampassi, se accusassi crampi, difficoltà, debolezze, sarei tranquillo perché il testimone passerebbe nelle tue mani preziose e arriverebbe al traguardo.

In attesa di quello successivo:

più impegnativo, più bello, sempre più nostro.

Fragmenta vitae (Virginia in the garden)

Se potessi, se solo potessi, se sapessi, mi rinchiuderei nel giardino segreto di Virginia – forse era una stanza? fa lo stesso – e ci proverei;

anzi, scriverei la storia di Goldrake. Completa, alfa e omega, dall’inizio alla fine, durerebbe tutta la vita, la mia, all’infinito: la sua.

Purtroppo, non sono in grado, ma so sognare, volo come Pindaro – senza offesa per Icaro, ma non mi sembra affidabile – so librarmi grazie ai pannelli solari della fantasia, fantasmagorica e compendiaria di tutti i colori del mondo. Sperando che qualcuno non me ne dica di tutti i colori, facendomi trascorrere la notte in bianco, nero per la rabbia e la delusione.

Sarei spesso in bolletta, al verde, ma saprei scrivere e non solo compulsare sciocchezze on line; continuerei a non avere sangue blu, ma frequenterei ogni giorno il principe di Fleed (o è il Duca?); niente verde invidia, solo speranza, chiara e luminosa, come al solito, niente pollice verde, ma pollice ottimista, per propensione e natura.

Fragmenta vitae, frammenti di vita, neppure avrebbero necessità di chiarimento; la portata dell’espressione e la sua potenza evocativa sono fortissime. Comunque, da patito perso dell’etimo: frammento, stessa radice di fragile, frangere. Già solo questo innesca pensieri e parole. Pezzo di cosa rotta, pezzo conservato di un’opera, libro, scrittura e simili, di cui risultino perdute – nel tempo, trafugate, distrutte dall’incuria o dall’ingordigia pecuniaria – le altre parti.

Sulla vita e sulla sua derivazione, potremmo accuratamente compilare addirittura tomi di una novella enciclopedia; escludendo, magari, un giro: vita. Stato di attività di sostanza organizzata, laonde per cui, animali e piante si somigliano molto più di quanto possano (o non possano) credere certi bipedi imbarazzanti; forza e anima sono sinonimi di vita, anche se troppo spesso ce ne dimentichiamo.

Il tempo, nel senso di durata (che dura), che si vive è, molto più semplicemente, la nostra vita; il racconto che potrei/vorrei congegnare per voi della vita, magari non la mia – di scarso o nullo interesse – sarebbe grecamente definito una biografia. Considerando però quanto siano colme le librerie e i social, mi asterrei, se non altro per pudore e rispetto. Nei vostri confronti e in quelli della Vita.

La maniera o il modo di vivere sono le opere, le azioni sostanziali con le quali descriviamo peculiarmente le nostre vite terrene. Se poi, qualche volta, ci riuscisse di compiere piccole imprese, umane, saremmo quasi certi di essere protagonisti di una vita degna, nel rispetto dei nostri simili e del Creato, o, se preferite, della Natura madre.

Potrei continuare, potrei dilungarmi, non rappresenta quello che voglio. La cui erba pare non cresca nemmeno nel giardino – in the garden, per restare in tema – dei reali, mentre la gramigna non risulta altrettanto schifiltosa.

Vita mia, locuzione finale rivolta alla Donna del giorno, costrutto verbale che racchiude, o tenta goffamente di farlo, tutto l’amore verso questa persona che rende la vita un universo meraviglioso e sorprendente;

come direbbero correttamente i creativi e immaginifici siculi:

sciatu meu, mio respiro.

Vuoto (creAttivo?)

Un vuoto di paglia.

O forse no?

Un vuoto creativo, ma non sono in grado di compulsare sui massimi sistemi.

Mi sento vuoto, spero non a perdere, ma non è scritto sia un male.

Vuoto filosofico o vuoto fisico? Saperlo non sarebbe male, come punto – filosofico e fisico – di partenza. Verso dove?

Avverto la stessa radice di vaacus, vuoto, concavo; però, come diceva qualcuno, un po’ più titolato e colmo di talenti di me, il vantaggio è che posso contenere moltitudini. Ammesso le sappia interpretare, poi. Una difficoltà alla volta.

In realtà, prestando fede assoluta al sacro tomo dell’etimo, risulta sfizioso e assai divertente apprendere, oltre alla palese derivazione latina (davvero?), quelle dal serenissimo veneziano e dal magnifico mecenatismo senese. Altrettanto balocchevole leggere quanto una voce così breve, abbia innescato una dotta tenzone tra sapienti – e sapientoni – per rintracciare il vero e giusto capostipite dell’etimo in questione.

Carri, granai e casse – del tesoro – sono vuoti e tristi, resta la speranza di colmarli con le appropriate, gustose sostanze; materialisti va bene, siamo materia anche noi, magari labile e transeunte, ma ogni tanto cimentarsi, raffazzonare, non alla carlona, qualche discorso sostanzioso non farebbe male, né a noi, noi all’umanità. Tutta.

Sacco vuoto non sta in piedi, ma pieno di deliziose, croccanti, dorate (non d’oro) patate si regge alla grande, diventa una meraviglia, della natura e oltre. Ne converrete.

Vorrei essere un minuscolo insetto, curioso, capace di volare nella sala stampa vaticana, sorvolando il Conclave e i convocati, ignorando scientemente segreti inconfessabili e miasmi; mi piacerebbe assistere in segreto al dialogo tra Vincenzo Paglia, presidente della pontificia accademia per la Vita, e Guido Tonelli, fisico tra i più noti al mondo, anche perché ha incidentalmente contribuito alla scoperta del bosone di Higgs (no eggs). Solo per compulsarlo, mi si sono attorcigliate le dita e i rarissimi neuroni funzionanti.

A chi verrebbe in mente che il famosissimo Big Bang – anche senza diretta on line – è una metamorfosi del vuoto? Con grande sorpresa mia personale, di piccolo uomo insignificante, apprendo che la cosmologia e la teologia si intersecano, si abbracciano e il loro rapporto, dialogo se preferite, è molto stretto, fittissimo, produttivo. Si rincorrono, si abbracciano.

Credere o non credere alla creazione non è importante, perché da un osservatorio teologico o scientifico l’uomo rimane un essere minuscolo al cospetto dell’Universo e questo accresce la sua responsabilità nei confronti della Terra: siamo ospiti, non padroni assoluti, non predatori totali.

Tonelli chiama il tutto Natura, Paglia Creato, eppure le conclusioni sono complementari; “Il vuoto non è il nulla. E’ uno stato materiale che ribolle di possibilità“; “E’ un umanesimo planetario. L’uomo scopre la fraternità che lo lega alla polvere, al fango, alle montagne. Tutto è fratello e sorella“.

Meglio un momentaneo vuoto – lapsus? – di memoria che un vuoto d’aria, magari quando viaggi a bordo di un aereo o stai pedalando (le due attività possono essere connesse);

tutto risulta migliore e financo auspicabile, tranne essere una testa vuota.

Al limite, una testa d’uovo.

25 80 (1945/2025, ora e sempre)

Sono nato il 25 Aprile di 80 anni fa.

Vulgata sostiene che da adulti non sia possibile rammentare gli eventi dei primi tre anni di vita, ma non è vero; per me, almeno.

Rammento il momento esatto, preciso, quando vidi la luce, quando emisi il primo di tanti vagiti.

Come scrisse Giuseppe Ungaretti, pensando ai caduti per la Resistenza: “Qui vivono per sempre gli occhi che furono chiusi alla luce perché tutti li avessero aperti alla luce per sempre“.

Forse per questo tento di dormire a occhi spalancati, come consigliava il buon Cerini (è un’altra storia, eppure, sempre la Storia).

Nonostante l’età, resto ingenuo, vorrei essere saggio e profondo come i detenuti di San Vittore; loro sì sanno cosa conti davvero, quali siano i valori universali, quali le parole giuste per esprimerli:

L’indifferenza è ciò che più ferisce. Da Ponzio Pilato che se ne lavò le mani, la storia è costellata di morti e sofferenza a causa di questo atteggiamento e tutti ne siamo vittime e carnefici. Se non comprendiamo e ricordiamo, non possiamo evitare gli stessi errori e così la storia si ripete“.

Indifferenza trasuda dalle mura di questo carcere, dove sono miriadi le storie di persone abbandonate, dimenticate, nella solitudine di tragedie personali a cui molto spesso chi è fuori da tutto questo è indifferente“.

Il veleno della società è l’indifferenza, il frutto del pregiudizio, siamo abituati a vedere una persona a terra e a calpestarla piuttosto che tenderle la mano, criticare le scelte di una persona piuttosto che ascoltarla, emarginare una classe sociale per i suoi usi e costumi piuttosto che comprenderli, giudicare l’etnia, l’orientamento sessuale o il credo religioso. Cosa faresti se fossi tu a essere emarginato? A causa del pregiudizio, per non essere schiacciati dalla responsabilità, si preferisce essere indifferenti“.

Sono sciocco, eravamo giovani, forse inesperti della libertà, ma ci siamo ridotti, abbiamo permesso che ci riducessero a monadi indifferenti, egoiste, facili da controllare e asservire al potere (presunto, come sempre nella storia della varia umanità).

Dovremmo uscire nelle piazze, incontrarci, dialogare; viviamo tempi orribili e confusi (“di transizione“, dicono quelli bravi, ma non sanno spiegare verso cosa; lo temiamo). La tentazione umana, ma fallace – l’abbiamo esperita migliaia di volte nel percorso multi millenario – è sempre la medesima: affidarsi a un capo solitario, carismatico, autoritario, consegnarsi acriticamente a una ideologia semplicistica e salvifica. Non funziona così, non ha mai funzionato, né funzionerà mai, nemmeno con l’IA.

Dovremmo pensare a cosa ci ha uniti: l’antifascismo, nella resistenza in un nuovo Aventino, nella lotta di liberazione dal giogo nazifascista; integerrimi, coriacei, nonostante convinzioni politiche e provenienze eterogenee, le più diverse e disparate. Anche disperate, talvolta, ma inscalfibili.

Dovremmo istituzionalizzare l’ora quotidiana di gioia repubblicana;

per sentirci di nuovo popolo, per edificare convinti il domani.

Oggi.

Monarca

Contrario alla monarchia, per indole (la mia), preoccupato per il rischio estinzione delle Monarca in California. Monarca con le ali, nel senso delle farfalle.

Si incrementano, però, in Messico; non so se costituisca un segnale buono, resta l’allarme. Da tempo sappiamo che la sparizione degli insetti causerebbe l’immediato annichilimento della Natura: a titolo di cronaca, l’umano, elemento trascurabile, ma calamitoso, ne fa parte.

Essere un marinaio somalo migrante e subire le angherie disumane del razzismo, quando ormai l’imperialismo aveva stonato il suo canto di decesso; oggi, non potrebbe accadere. Intendo, la morte dell’imperialismo. Migrare per garantirsi una esistenza migliore, per la propria progenie e anche per sé, e accorgersi che i presunti, cosiddetti paesi civili e democratici, oltre la sottilissima, debolissima patina di rispettabilità, campano lucrando su soprusi, diseguaglianza, sfruttamento, prosperano rispettando una sola legge non scritta: la legge della giungla (non il libro, purtroppo).

La giungla, meglio, le foreste: dal 1990 a oggi, in soli 35 anni, ne abbiamo distrutti 420 milioni di ettari, 14 volte l’Italia, in nome dell’orrido feticcio nominato deforestazione a scopo di lucro. Eppure, il restauro ecologico o restauro della Natura, di cui abbiamo necessità per sopravvivere, per vivere, sarebbe conveniente anche economicamente; ogni dollaro investito – altro che dazi e catorci a quattro ruote – genera ritorno da 1,7 fino 30 volte maggiore, rispetto alla cifra di partenza. Altro che spese folli da integralisti dell’ambiente: strano nessuno chieda mai conto di quanto ci costino, in tutti i termini, guerre, armamenti, schiavitù da idrocarburi, consumo sconsiderato del suolo e del mare. A proposito, le plastiche e ancora di più, le letali microplastiche, lo stanno assassinando.

Eppure, lo certifica, numeri reali e scientifici alla mano, il biologo e ora divulgatore Roberto Danovaro – autore di ‘Restaurare la natura‘, per i tipi di Edizioni Ambiente – che parla senza paura “di più grande sfida del secolo; la soluzione esiste, si chiama restauro ecologico della natura. Siamo attardati, ma ancora in tempo. L’Assemblea delle Nazioni Unite e l’Unione europea, nonostante gli intralci delle solite lobbies in difesa degli interessi dei famigerati, hanno varato legislazioni in difesa e attuazione di questo progetto; ma gli obiettivi non si raggiungeranno senza l’adesione convinta di tutti“.

Compresi, ad esempio, quegli agricoltori che invasero Bruxelles con i loro trattori circa un anno fa, per protestare e per bloccare provvedimenti buoni e giusti; imbeccati male, non consapevoli che ormai il 75 per cento di tutti gli ecosistemi terrestri è stato degradato o profondamente alterato dalle mani avide e dissennate dell’uomo. E le cose stanno procedendo in peggio rispetto a quanto previsto 10, o solo 5 anni fa.

Vorrei avessimo la coscienza dei pipistrelli, accusati ingiustamente di essere i propagatori del covid. Chiara Valerio ci informa che dopo mezzo secolo, riappare nelle librerie mondiali (quindi, anche nelle nostre), il saggio di Thomas Nagel, Com’è essere un pipistrello?, a proposito della coscienza. Si e ci interroga ancora sulla vexata qaestio, indaga ancora su cosa sia la coscienza e su chi ne sia fornito, su cosa sia o riteniamo ‘alieno’, su quale sia l’esatta definizione, ammesso esista e sia possibile, l’essere umano. Perché, dunque, il pipistrello come pietra di paragone? Perché no, concludo io; anche da antico ammiratore di Batman.

Non vorrei – o meglio, sì, una volta compiuto il restauro della Natura – che ci tramutassimo tutti in farfalle monarca: le più longeve vivono, al massimo, un anno. Egoisticamente, per pararci, salvarci – esprimendoci in linguaggio forbito – le terga (chiappe) abbraccio gli alberi, l’ecologia. Radical chic, come dicono quelli che si illudono di essere bravi, ma per propagare l’umanità.

Cantavano i Nomadi, in omaggio a Chico Mendes, sindacalista e attivista ecologico brasiliano:

Ma salvare le foreste vuol dire salvare l’uomo, Perché l’uomo non può vivere tra acciaio e cemento. Non ci sarà mai pace, mai vero amore, Finché l’uomo non imparerà a rispettare la vita“.

Anche la giustizia sociale, ringrazierà.

La luce verde

Dovrei, forse, appellarmi alla teoria dei colori: per ottenere aiuto, per salvarmi, per capire. Me stesso e anche la teoria, compresa la pratica. Auspicabile.

La ruota cromatica di Goethe, Wolfgang, sarebbe utile; sembra un agile volante, volano, una ruota di carro – non certo, purtroppo, quella pizza deliziosa che sanno fare in Costiera amalfitana – che potrebbe condurmi, trasportarmi nel mondo immaginario partorito dalla mia fantasia. O qualcosa del genere.

Luce, ne abbiamo bisogno. Tutti, sempre di più. Non quella artificiale, ma naturale, vera, che illumini le menti (asfittiche) e perfino le anime; le nostre animacce nere, non ancora completamente dannate.

Green Lantern era un supereroe, almeno quando ero un bambino, troppe ere fa. Era, ero, ere: mi sto perdendo, la bussola o il lume della ragione, per ancorarmi al tema. Da adulto ho scoperto che in realtà Lanterna Verde era un nome collettivo, gli eroi erano – sono? – plurimi, appartenevano a un corpo di polizia spaziale con l’incarico di mantenere l’ordine (oggi, mi e vi chiederei: quale?) nell’Universo e di proteggerlo da eventuali minacce; del resto, qualcuno che si monti la testa – pratica complicata, ritengo – e che si creda padrone del mondo è sempre comparso, prima o poi, all’orizzonte. Saga a fumetti ideata e pubblicata dai tipi della statunitense DC Marvel, durante la leggendaria Golden Age – per noi ignoranti, Età dell’Oro – delle nuvole parlanti. Non parlano, le nuvole?

Saggio, Goethe, ma anche la sua Ruota cromatica (nel senso, è il titolo di un saggio: scientifico). Risalente al 1810, non ero ancora nato, credo, ma a Tubinga pubblicavano lo stesso innumerevoli tomi impegnativi, impegnati. Per recuperare il filo, non di Arianna, ma del mio scombinato discorso, riflessione, delirio, potrei aggiungere in punta di piedi che lo scrittore e poeta teutonico affida alle stampe una teoria cromatica in totale antitesi rispetto a quella di Newton. Non è la luce bianca a scaturire dalla sovrapposizione dei colori, ma l’esatto contrario. I colori primari non esistono, sempre per Wolfgang, ma vengono generati dall’offuscamento della luce o nell’interazione di questa con l’oscurità.

Teoria affascinante che attribuisce pari valore e importanza a luce e tenebra, a patto che non pretendiate che sia io a illustrarla ai posteri.

Tra le Lanterne Verdi e la Ruota di Colori riesco sempre a complicarmi il quotidiano, traballante incedere sulla crosta terrestre, ma ricavarsi sentieri – visibili o invisibili, tattili o evanescenti – non mi appare semplice, semplicistico.

Vorrei emulare Wolfango, consapevole – issimo, nel senso di: consapevolissimo (si potrà scrivere?) – della sua abilità poetica e letteraria, eppure convinto di essere superiore a Newton, certo che le sue conoscenze scientifiche all’avanguardia nascessero dalla sua produzione poetica e non viceversa. Fantastico.

Da profano, scavando nella miniera di gemme dell’etimo, indagando sul colore, scopro che colorem (latino), affine al sanscrito kalanka (macchia) e kala (nero), è solo una parte della derivazione: colors in provenzale, color in spagnolo, cor in portoghese; in greco kelis (macchia, non Macchia Nera), kelainos nero, oscuro, kelidoo macchiare, koleos fodera, senza tralasciare chroma, colore in senso stretto. Tutto questo elenco vorticoso, vertiginoso mi spinge a credere quanto ogni parola, ogni singolo termine, sia interconnesso agli altri, anche i più lontani e per noi astrusi. Aveva ragione Goethe, la scienza nasce dalla poesia. Le parole, meravigliose, sono davvero l’unica creazione, dall’alfa all’omega, umana.

Per dirimere dubbi, eventuali, ma anche per passione, cerco luce, in ogni senso: lux, in latino. Luz in provenzale, spagnolo e portoghese. La virtù che emana dal Sole, dalle stelle, dal fuoco e ci rende visibili gli oggetti; luce è ciò che illumina, mentre lume è lo splendore tramandato. Spesso, li confondiamo, purtroppo.

Resta, ultimo, ma non per me, il verde. Non in omaggio all’ipocrisia imperante che sempre precede le immense turlupinature sofferte dall’umanità, ma verde come colore della volontà, secondo le Lanterne Verdi, polizia dello spazio: Cavalieri dello Smeraldo. Personalmente, mi balza subito in mente il Corsaro Verde, uno dei due fratelli del Corsaro Nero, Emilio, Conte di Roccabruna, Signore di Ventimiglia e di Valpenta, che combatte il perfido duca fiammingo Van Guld, governatore disumano di Maracaibo. Volontà Verde, come un volenteroso gruppo di cittadini di Casalborgone, borgo torinese alle porte del Monferrato, che ai video e ai post preferiscono le azioni, per ripulire l’ambiente naturale da tutta l’immondizia che produciamo e, colpevolmente, abbandoniamo in giro. Inquinando e inquinandoci.

Verde come la speranza. Come la Luce Verde. Luce, come la lastra di cristallo che funge da specchio e ci offre la nostra figura in visione:

gli sciocchi narcisi – senza offesa, per Narciso – si rimirano, le persone avvedute rintracciano quanto non conoscono di sé stesse e, soprattutto, del mondo (il dito e la Luna).

Tracce

Partire dalla tana, per un viaggio.

Con una meta nella mente, annusando una preda.

Seguire, meglio, inseguire tracce, antiche di secoli, per fortuna o per sorte, chiare fresche (dolci acque? forse mi confondo) importanti.

Attraversare la Pianura Padana, mutata nei millenni. Del resto, la nostra stessa preziosa esistenza è un granello, un pulviscolo di fronte all’eternità.

Dalle mandrie di mammut – si fa così, per compulsare – alle miriadi di mostri inquinanti su ruote; cambiamenti epocali, come si usa dire oggidì per ogni sciocchezza, non so se evolutivi.

Approdare a Cremona, urbe medievale, ma con origini molto più lontane – veniamo, proveniamo dalle stelle, da una galassia lontana, lontana… – e arcane; stravolta in epoca fascista per fare largo a un’architettura futurista (chissà cosa commenterebbe Capitan Futuro), radendo al suolo le primitive mura e il baricentro rappresentato dal castello, tranne una sbiadita parvenza della facciata principale. Salviamo, almeno (meno di sicuro), la facciata.

Sapevate che Picasso è stato qui, in duomo (dedicato a Santa Maria Assunta), e ammirando l’imponente controfacciata della cattedrale, ha tratto ispirazione per creare il suo capolavoro Guernica?

Fiutando l’aria frizzantina del periodo, coadiuvata dalla sapienza artigiana dei liutai (al lavoro meticoloso mentre sgranocchiano torroni), un certo Antonio de Sacchis da Pordenone – coincidenza suprema – ci racconta che forse non è andata proprio così, ma quasi.

Fui convocato 5 secoli orsono dai massari della Fabbrica del Duomo e ingaggiato per affrescare una superba crocifissione sulla controfacciata e sulle due navate laterali. Giocò a mio favore il fatto che non mi fossi formato secondo i dettami, allora imperanti, della Serenissima repubblica lagunare. Raffaello e Michelangelo, ma anche Durer, per un originale connubio tra la grande arte italiana e quella teutonica, in salsa friulana furono la mia scuola personale. All’inizio, il mio lavoro fu respinto, bocciato senza appello: troppo rivoluzionario, con quei chiaroscuri serotini, con Cristo nostro Signore defilato, decentrato rispetto alla navata centrale e all’altare. Poi, però, riuscii a dimostrare che il Figlio del Creatore era il protagonista assoluto del dramma collocato in struttura piramidale, grazie al braccio dell’armigero che indica risolutamente la scena alle sue spalle e interpella ciascuno di noi: tu credi? tu credi alla sua morte e alla sua resurrezione per la nostra salvezza?“.

Picasso, non è mai stato a Cremona, né esistono prove concrete della sua conoscenza del Pordenone; però l’artista friulano fu riscoperto proprio negli anni precedenti alla realizzazione di Guernica e le analogie tra le due opere sono numerose e impressionanti, tali da adombrare o una familiarità fotografica, o quella sorta di rabdomanzia che guida gli artisti più illuminati.

Tornati sulla piazza del Comune, stupefatti per queste scoperte, la torre della cattedrale, il leggendario Torrazzo, finisce di ammaliarci con la sua imponenza, 112 metri, la più alta d’Europa, e con il suo orologio, il più grande del mondo: 24 le ore segnate, invece di dodici, tutti e 12 i segni zodiacali raffigurati, perché la dura vita nei campi agricoli potesse sempre disporre di dati cronologici e temporali molto precisi. Torre astrologica e zodiacale, perchè la fede religiosa è fondamentale, meglio se innervata da quella laico profana, con radici nella saggezza popolare.

Un altro strano viandante attira la nostra attenzione, vicino alla Pinacoteca del museo civico: “Mi chiamo Francesco, medito, non possiedo nulla, tranne la mia fede nella bellezza del Creato, nella carità degli uomini; quel vagabondo di Michelangelo Merisi un giorno di tanto tempo fa – non si tratta di una fiaba – volle ritrarmi con colori a olio su tela e luci magiche“.

Esausti, sfiniti, colmi di meraviglia, ammutoliamo al cospetto dell’ultimo incontro durante questa indescrivibile giornata particolare. Giovanni Zini, per sempre giovane, portiere glorioso e di talento della pionieristica Cremonese: “Ho difeso la porta della squadra della mia terra natale, portandola alla promozione e quando i tecnici federali mi notarono in ottica Nazionale, l’Italia come paese sconvolto dalla guerra mi chiamò a fare il barelliere sul Carso; durante una terribile notte d’agosto del 1915, tra bombe nemiche e fatiche disumane, fui stroncato da una febbre tifoide, seppellito a Cividale del Friuli. Destinandomi alla leggenda. Amate sempre lo sport, la Vita“.

Sulla riva del porto fluviale, affacciato sul fiume Po, inebriati dalla brezza e dalla inusitata bellezza cremonese, nel nostro piccolo microscopico, confidiamo di disseminare tracce, orme: positive.

Bambini ribelli

Nessun trattato, saggio o rapido prontuario di sociologia infantile, pedagogia o per realizzare la paideia ateniese del V secolo (mamma mia).

Bisognerebbe capire, anzi prima – meglio, magari – sapere cosa siano paideia (παιδεία, per le persone più acculturate, senza offesa) e ribellione; il rischio di causare danni irreparabili aumenta esponenzialmente in modo direttamente proporzionale all’ignoranza, crassa. Come e più di sempre, ma pare non esistano magiche cure dimagranti.

Modello pedagogico che contemplava l’educazione, la formazione dei bambini sotto l’aspetto culturale, senza dubbio, ma si preoccupava, e molto, del loro sviluppo armonico, etico e financo spirituale; altro che tre I o IA. Questa è roba da classicisti, roba per stomaci forti.

Anche i Latini perseguirono lo stesso modello – vincente? non saprei, forse solo molto intelligente – aggiungendo un tocco più personalizzato, con l’humanitas. Vallo a spiegare, se ci riesci e, soprattutto, se hai coraggio.

Adesso vanno forte le discussioni infinite – magari fossero ideologiche – sulla Schwa. Del resto, come sostengono alcuni giornalisti illuminati e illuminanti, i poveri (di spirito) quaquaraquà che scatenano quotidianamente inutili dibattiti, non si rendono conto che in gioco non c’è l’instaurazione di un regime menzognero, ma, ancora più deleterio, la diffusione incontrollabile di miriadi di ipocrisie, per creare uno stato di sfiducia permanente, verso tutto e verso tutti. Controllare e schiavizzare persone isolate e sfiduciate diventa giochino agevole. Anche senza copiare o citare i Latini.

Più complicato tentare di addomesticare ribelli. In giro, per quanto rari, ne esistono, ancora; e non si tratta di acconciature strambe (il ragazzo con il ciuffo, per chi rammenta) o abbigliamenti eterogenei. Da re, di nuovo; bellum, guerra: chi dopo essersi arreso, muove in armi contro il nemico. Oppure, chi si solleva (risolleva, varrebbe la pena dire), in teoria, contro un’autorità legittima del proprio paese. In teoria legittima: l’autorità, non la ribellione. Infine, altra accezione ambigua, parlando di malattia, chi non cede a cure e medicamenti. Punto che andrebbe scandagliato in lungo e in largo, per focalizzare bene il significato autentico.

Comincia il bello e il difficile. Affidiamoci a bambini ribelli e irriverenti, modello Pippi Calzelunghe. Il personaggio creato dopo la II guerra mondiale – coincidenza – dimostra, lo sostiene con cognizione di causa Johan Palmer, pronipote di Astrid Lindgren, che “si può avere potere senza farsi corrompere, mentre tutti i leader del mondo si sono fatti corrompere dal potere. Pippi incarna l’antidoto contro l’autoritarismo“. Una ribelle, della specie peggiore, perché non solo respinge al mittente i precetti falsi della autoproclamata autorità, ma sa parlare ai fanciulli, li sa comprendere.

Qualcuno balla sul mondo, o si illude di farlo; noi vorremmo, fosse possibile a varie latitudini (magari tutte), ballare nel e con il pianeta. Collettivamente, senza esclusione di passi, di persone, di genti e popoli. Vorremmo ballare come parvulos, liberi, sinceri. Come animali, perché siamo animali, ma troppo spesso ci crediamo superiori, distanti, padroni. Interrogate in proposito Desmond Morris, lucidissimo a 97 anni: ha riscritto il suo saggio più noto universalmente e ne ha tratto una versione per l’infanzia, ricca di humour, densa di spunti. Le scimmie, e le scimmiette, continuano a ballare, nude; l’uomo finge di essere il migliore amico degli animali, ma egli per primo lo è. Solo tornando a essere cosciente di questa verità incontrovertibile potrà riconnettersi, con la Natura. Cominciando a risolvere problemi oggi inaffrontabili.

Il semisconosciuto – per tutti gli ignoranti, pari grado a me – dottor Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico del secolo passato, lungo il corso di tutta la sua carriera si è dedicato a studiare l’infanzia, la sua evoluzione, i rapporti con i genitori, i paradossi dei bambini, che li pongono di fronte ai primi problemi, ma li aiutano a crescere. Le difficoltà, i giochi permettono loro di conoscersi e di imparare a interagire e relazionarsi con la realtà ludica, fantasiosa, e, allo stesso tempo, con la realtà concreta, con gli altri. Insomma, crescere secondo i principi di una moderna paideia.

The Donald, Winnicott – avete per caso frainteso? – non ha mai cambiato idea:

le mamma e i papà dei bimbi sono chiamati a sostenere e rispettare la loro capacità immaginativa.

Anche la noia, che acuisce l’inventiva;

nei giochi prima, nelle attività culturali e artistiche, una volta formati e approdati all’età adulta.

Rammentando, tra le altre, una massima di Socrate:

Ho gettato via la mia tazza quando ho visto un bambino che beveva al ruscello dalle proprie mani“.

Afasia temporale

E’ mercoledì, sembra domenica.

Incipit banale, vero, non saprei.

Stranezza mia, tanto per restare fedele alla stramberia, alla bizzarria proverbiale, o sfasamento temporale, alla 1984 (nel senso del romanzo), o, più semplicemente, perché viviamo nel Giorno dei trifidi (altro romanzo, a cosa possiamo disperatamente abbarbicarci, se non alla letteratura?).

Mi fido poco, diffido dei trifidi, soprattutto perché non so cosa siano, ma quali opzioni alternative ho a disposizione?

Non so voi, vorrei provare l’ebbrezza di essere trifido; cioè, secondo Treccani, diviso in tre parti, terminante (participio presente) a punta. Anche no, non necessariamente. Semplice – magari non sempliciotto – eppure complesso. Tre parti, molto più gestibili di parti infinite, sempre incompatibili tra loro, e con quelle degli altri consimili.

George Orwell, John Wyndham, perfino il popolo britannico, a propria insaputa, sono più bravi nel padroneggiare, manovrare l’argomento, l’afasia di messer Kronos. In fondo alla fila, nessuno, anzi un Mercurio con i piedi alati, che spicca voli audaci, ma incerti, anzi, ignari.

Mercoledì o domenica? Domenica che, fagocitando i mercoledì, si espande, dilaga, esonda, diventa preponderante, padrona su tutti gli altri dì della settimana, quindi, su tutte le altre divinità.

Ora può accadere di tutto, senza logica – ammesso esista – tutto può andare a catafascio, senza apparenti danni, tutto può procedere a carte 48 (ammetto la mia ignoranza, ma un tempo le rivoluzioni cominciavano sempre nel 48, zona Cesarini…); i trapassati risorgono, si viaggia allegramente tra passato e futuro, si ignora il presente – non noto notevoli differenze con l’attualità immemore, meglio, smemorata – , antichi virus estinti ci ammorbano, eppure tentano di riscuoterci dal torpore.

I padri, oggi, tornano a casa per essere festeggiati, celebrati, onorati; speriamo solo che siano quelli buoni e giusti. Come quel tale, Giuseppe (“se io fossi un carpentiere“…). Come dovrebbero essere le persone, in generale: cioè noi. Auspichiamoci di divenire presto, anzi, prima, καλὸς καὶ ἀγαθός, belli e buoni, ovvero gradevoli di aspetto fisico e valorosi, ma in accezioni ampie e molto più articolate e complete di quanto intendessero gli antichi Greci.

Le guerre sono sempre esistite, l’umano – qualunque cosa sia – subirà sempre il fascino sinistro, distruttivo dei conflitti; ma questo sistema economico ci ha consegnato il potere di distruggere il clima, come lo abbiamo conosciuto, di annientare il pianeta, la casa comune. Lo sostiene lo scrittore Jonathan Littel, autore de “Le benevole“, o, di recente, de “Un luogo scomodo“. Luoghi bellissimi su cui aleggiano ombre di morte, ove sono stati perpetrati massacri disumani, che qualcuno vuole cancellare tra le spire dell’oblio, peggio: riscrivere con segno diverso, falso, fasullo. Rammenta qualcosa.

Ci mancano troppi mercoledì (Mercury Day o, molto più laconicamente, Wednesday?), ne perdiamo troppi, lungo il cammino;

speriamo che almeno la domenica abbia giudizio. E, in qualche modo, ci salvi:

da noi stessi.

Collisioni

Pensare – una vera impresa di per sé stessa – alla fisica molecolare e atomica;

pensare di essere una particella (in fondo, cosa siamo?): molecola, atomo, ione. Pensare, tanto tanto intensamente – cantanti pop iberici a parte – di collidere con altre particelle, simili a me o anche diverse, meglio ancora e grazie al benefico urto, creare un enorme, inesauribile scambio di energia.

Collidere, scritto di proposito; non irridere, né deridere; non elidere, né intercidere (o intercedere).

Come in quel film del 2004 – 21 anni fa, ere geologiche negli annali – di Paul Haggis, Crashcontatto fisico, girato interamente a Los Angeles (in parte anche nella casa del regista, Hollywood Land, la terra dei sogni); le persone si incontrano e si scontrano, collidono, così le loro storie che, intrecciandosi, generano nuove situazioni, nuove vicende.

Considerazione valida anche oggi, per noi poveri derelitti (relitti?), ridotti a monadi egoiste, il cui unico orizzonte si spinge, forse, fino alla punta del naso? Il nostro, ovvio.

Ci stimiamo – molto, in soldoni (falsi e bucati) – rari, anzi, unici; non solo sulla Terra, già sarebbe grave e oltremodo sciocco, addirittura nell’Universo; eppure, nel 2020 alcuni cosmonauti della missione spaziale della Nasa, Osiris Rex, hanno avuto l’ottima pensata di portarci in dono, dalle stelle, l’asteroide Bennu. Il “pianetino” si è rilevato davvero prezioso, una strenna – non consegnataci dalle renne di Babbo Natale – composta da molecole biologiche organiche essenziali, in particolare 14 amminoacidi.

Sara Faggi, astrofisica, dipendente Nasa – credete a Lei, se diffidate dello scrivente profano – racconta molte storie interessanti e vere sul brodo primordiale, sul campo magnetico che ha protetto e conservato le condizioni e gli elementi che eoni fa, sul pianeta azzurro, hanno permesso alle molecole complesse di evolversi fino a giungere alle forme di vita come noi la conosciamo. Evento che potrebbe ripetersi – o magari si è già replicato – su altri corpi celesti, al di fuori dal nostro sistema solare.

Ora, spero, non pretenderete da me spiegazioni affascinanti e coinvolgenti, non posseggo le competenze né le phisique du role, ma nel corso di un dialogo – tri dialogo, per così dire – con Cesare Barbieri e Alessandro De Angelis, scienziati esperti, Sara Faggi ha affermato di credere all’esistenza di processi biologici attivi in giro per l’Universo ed, eventualità auspicabile e non remota (cosa sono 40-50 anni luce da noi rispetto all’eternità, all’infinito?), di essere fiduciosa, pronta a rispondere a potenziali segnali o messaggi da parte di esseri intelligenti, da altri pianeti. Citando, non a caso, il padre gesuita Matteo Ricci, capace alle fine del 1500 di recarsi in Cina, imparare il mandarino, diventare come loro, vivere nello stesso modo.

Per quell’epoca, il popolo cinese era formato da alieni“. Collidere, con gli umani, con gli alieni.

Possiamo giocare ai solipsisti, cinici e disincantati, finché ci pare e piaccia, ma la realtà ci contraddice, lo ribadisce anche Adriana Cavarero, docente di Filosofia politica presso l’ateneo di Verona: tutte le nostre preziose differenze altro non sono che l’altra faccia – oscura, nascosta, come quella della Luna – dell’identità. “I nostri limiti, le nostre debolezze umane, la nostra vulnerabilità concorrono a determinare la nostra unicità. All’io sovrano, solitario nel suo regno, è preferibile il noi, in carne e ossa, fatto da te e me, fatto da una pluralità di esseri unici in relazione concreta. La gioia di stare insieme, di agire insieme per assaporare il gusto della libertà e tentare di rendere migliore il mondo“.

Solo tra gli umani, la collisione tra singoli, tra gruppi (di interesse), tra generazioni origina un conflitto, primordiale, belluino; quando due galassie collidono nell’Universo, si attraggono, come se fossero consce di creare una entità più complessa, più completa e articolata;

per generare soluzioni, tramutiamoci in galassie.

L’invasione, della meraviglia

Arriveranno da tutto il mondo.

Ci invaderanno. A scanso di equivoci sovranisti e di pulsioni nazionaliste fuori tempo massimo, non si tratta dell’attacco militare di una ‘nazione’ nemica, o, peggio (per qualcuno), di poveracci migranti. In cerca di fortuna, almeno di una vita dignitosa.

Coltivare non il pollice verde e la flora, ma una sana, insopprimibile voglia di Roma.

Sognare di passeggiare per le sue strade – della Capitale – chiare e inconfondibili di giorno, contorte e misteriose dal crepuscolo in poi. Il segno del comando docet.

Sognare di incontrare non i fantasmi delle persone tumulate al cimitero degli Inglesi – anche, magari – ma una masnada di bari professionisti (evento casuale, quanto mai); stanno tornando a casa, per abbandonarsi a un rigenerante, meritato riposo. Se così posso compulsare.

Sognare di lasciarsi sequestrare dalla Città Eterna, tra il 7 marzo e il 6 luglio, sognare di imbattersi (intrupparsi, per essere più vicini agli autoctoni) in un arzillo vecchietto – molto energico e giovanile – conosciuto dai più con il nome di Michelangelo Merisi; fidarsi e affidarsi a lui, lasciarsi condurre nei meandri e negli anfratti più oscuri dell’urbe, ma dove un portentoso (miracoloso?) raggio di luce illumina sempre facce o situazioni memorabili.

Invasione, ribadisco senza tema di smentita: di capolavori da ogni dove del Pianeta, capolavori mai ammirati prima, capolavori che saranno ospitati a palazzo Barberini. Meriterebbe una capatina, anche se lo avete già visitato; più e più volte, come capitato al sottoscritto. Quisquilie, pinzillacchere.

Le religioni (Losing my religion?), la loro degenerazione, saranno certo una grave patologia umana; peggio, però, i moderni ultra arricchiti (i cui conti cifrati nei vari inferi fiscali superano di gran lunga molti pil nazionali) che credendosi onnipotenti per interposta pecunia – mai olet – riscrivono a proprio uso e consumo, non solo precetti secolari, ma ontologia e intenti del divino. Se credete loro, ‘problemacci’ vostri. Senza acredine.

Lo spazio è donna, spazio nel senso di cosmo. Religioni e cosmo, vi starete chiedendo, da quali nessi sono interconnessi? Chiedetelo al Merisi, lui sì, saprebbe rispondervi; del resto un impenitente di talento (non nello stesso ordine, non nella stessa scansione), che forse ai suoi tempi detestava la chiesa, o meglio, il potere ecclesiastico, ma ne era dipendente per le commissioni artistiche e poi per ottenere la riabilitazione sociale, avrebbe saputo, potuto discettare di tutto lo scibile umano, comprensibile e incomprensibile. Anche Samantha Harvey, vincitrice del premio Booker Prize (non per caso), potrebbe dirci qualcosa; e lo racconta bene, benissimo attraverso il suo romanzo Orbital, pubblicato per noi dai tipi della Nn: astronauti e cosmonaute di varie nazionalità e varie estrazioni sociali ed esperienze, in missione sulla Stazione spaziale internazionale, poco a poco, scoprono – o riscoprono? – di essere, forse a causa del moto orbitale e della distanza dalla Terra, elementi diversi di un unico popolo; non conquistatori, colonizzatori dell’universo, ma umani che vogliono proteggere la casa comune, fragile, eppure l’unica che abbiamo nel vuoto siderale.

Mercoledì delle ceneri e come diceva quello: “ricordati che devi morire” (cenere sei e cenere ritornerai); rispondeva il saggio: “mo’ me lo segno“. Forse, tra apocalittici integrati e pseudo guru del bengodi e della disgregazione sociale, attendiamo ancora gli equilibrati, meglio ancora gli equi – anche equini – senza eccessi.

Non sappiamo se Caravaggio stia tornando a casa, soprattutto, se ne abbia intenzione; la sua arte è semplicemente patrimonio dell’umanità, senza etichette né sigle.

Invasione totale, sì: di meraviglia.

Esotismo di provincia

Avvertenza fondamentale: non confondiamolo con l’erotismo.

Si possono abbinare – spesso e volentieri – sapendo però che sono elementi distinti. L’erotismo esotico, languido se prediligete, aiuta in giornate uggiose come questa, che preannunciano una nuova incursione del freddo invernale. Non una mia fola pruriginosa, ma un importante atteggiamento artistico, originato e sviluppato dal Romanticismo in poi. Eugene Delacroix è stato l’alfiere del fenomeno, se volessimo limitarci alla sola pittura, ma per ottenere fama da intenditori, potremmo citare Lord George Byron, poeta, dandy tormentato e tenebroso che incontrò la morte combattendo per l’indipendenza greca.

Cos’è mai, dunque, questo misterioso esotismo, frullatomi in ‘capa’ tra uno scroscio e l’altro, mentre la mazzetta – non quella impropria, come usa ora – dei quotidiani appena acquistati precipitava senza rete dentro una grigia pozzanghera? Il Pireo personale, la mia piccola luce guida, la mia stella polare restano ora e sempre il dizionario dei lemmi italiani e il suo ‘collega’, fondamentale, etimologico.

Fidandomi del fiuto Treccani, “ogni elemento forestiero che compaia nella letteratura o nell’arte“. CVD, come volevasi dimostrare (quod erat demonstrandum, per i non addetti). Adesione alle forme artistiche dell’Oriente e del Sud del mondo; più è lontano, più è affascinante, quindi esotico. La passione – mia personale, dall’atterraggio di Ufo Robot in poi – per il Paese del Sol Levante non si è mai sopita.

Come racconta Bruno Gambarotta, memoria storica della cultura e della Rai, Paolo Conte, raffinato chansonnier piemontese, pianista jazz per vocazione – e molto altro – , avvocato per circostanze esistenziali, vive circonfuso da “un meraviglioso esotismo di provincia“. Un esotico indigeno, autoctono, volendo fare gli intellettuali da bancarella rionale.

Meraviglioso, invidiabile in senso buono, auspicabile; per tutti.

Se dovessi concentrarmi, per quanto possibile, su qualcosa di esotico, penserei alla Garota de Ipanema, ragazza di Ipanema, Brasile, dalla bellezza irresistibile, in quanto tale e siffatta, ma anche grazie alla canzone celebrativa poeticamente composta per lei dal duo Antonio Carlos Jobim e dal poeta Vinicius de Moraes. Folgorante, ammaliante, ipnotica: la ballata, l’armonia muliebre divenuta canone estetico senza tempo. Forse in quel quartiere non si pescava bene, ma parole, musica, poesia erano a profusione, a disposizione di chi le sapeva e voleva cogliere e condividere.

Non trascurerei l’etimo: “exoticus“, dal greco “exotikos“, straniero – non Lo straniero di Albert Camus, non adesso – colui/lei che arriva da paese estero. O barbaro, come dicevano una volta. Anche se certi capi di stato e di governo ci stanno trascinando all’indietro alla velocità della luce, tanto che persino i nostri vicini di casa ci appaiono molto esotici, incomprensibili. Forse, un po’ è vero.

Sosteneva il filosofo, saggista, aforista romeno Emil Cioran che “l’impersonalità orientale – l’idea, cara alla pittura cinese, di dipingere una foresta «come la vedrebbero gli alberi»… In Occidente, pittura, filosofia, poesia: è sempre io, io, io“. Non so se avesse ragione, ma l’Occidente ridotto a area protetta riservata a monadi egoiste e senza fantasia comunitaria, più che una brutta distopia è un’amara realtà.

Adesso qualcuno riscopre il glocalismo, di cui discettava in anticipo sui tempi, la professoressa Rita Levi Montalcini, quando i governanti faticavano a comprendere perfino il globalismo (infatti, per non sbagliare, non hanno capito entrambi); siamo tutti centrali, siamo tutti, anche quando non lo sappiamo, provinciali.

Forse, un glocalismo moderno potrebbe essere una prima, sostenibile risposta concreta alle troppe questioni planetarie che ci assillano; forse, al termine della fiera delle vanità/inutilità letali, anche senza essere Paolo Conte (purtroppo), diventeremo tutti dei meravigliosi esseri esotici;

di provincia.

Dipingere il silenzio

Mio nonno Ermes lo ripeteva spesso – non proprio, considerando la sua loquacità parsimoniosa – : un bel tacer non fu mai scritto.

Se non avete mai udito – non un silenzio immane – ma il silenzio fuori ordinanza, eseguito in modo magistrale dal trombettista jazz Nini Celeste Rosso, è inutile compulsare vane parole. Le mie.

Silenzio in sala, si accende la magia – divina? – del teatro, della musica, del cinema.

Si fa presto a dire silenzio, ma ne esistono molti tipi, tutti mutano al cambiare degli esseri umani, come singoli o come collettività, comunità, popolo. Un silenzio può essere assordante, un silenzio può sembrare muto se noi stessi ci troviamo nelle condizioni mentali, psicologiche di recepirlo così.

La folla ferita che accompagnava il corpo martoriato di Jan Palach era muta di dolore, disperazione e rassegnazione o lanciava un umanissimo grido di rabbia, ribellione, vitale speranza verso il cielo della primavera di Praga?

Ancora, la gente italiana che celebrava le esequie pubbliche delle vittime del terrorismo, rosso e nero anche se Stendhal non c’entra (la sua illuminata ironia intellettuale farebbe comodo, oggi e sempre), era silenziosamente sconfitta o rinasceva rumorosamente dalle ceneri della violenza?

Insisto, sono tignoso, da anziano, invece di girovagare per cantieri, mi faccio spuntare le pigne in testa: negli ultimi 13 anni i nativi Guarani, Brasile, si sono suicidati con una frequenza venti volte maggiore rispetto alle popolazioni cittadine e triplicata rispetto al decennio precedente; per loro, il furto e la devastazione della terra è una tragedia, vera. “Noi indigeni siamo come le piante – diceva la signora Marta Guarani (tratto dall’articolo ‘Il suicidio dei Guarani – quando il divorzio tra uomo e natura incide sulla psiche’, traduzione di Valeria Guerrieri) – come possiamo vivere senza la nostra terra, senza il nostro suolo?“. Il loro silenzio è sinonimo di vita o di morte? Più definitivo di una denuncia, di una sentenza di colpevolezza.

Giacomo Leopardi, autore molto social, lo ha scritto nello Zibaldone: “Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore, dell’ira, della meraviglia, del timore“. Dello stupore al cospetto dell’infinito.

Sempre deambulando nel campo della poesia, la magnifica Alda Merini sosteneva che, grazie al silenzio, con il silenzio, era in grado di reperire il coraggio necessario per permettere al cuore di dire quello che mai il cuore sarebbe stato capace di comunicare.

Dunque, cos’è questo silenzio arcano, multiforme? Da dizionario, assenza di ogni forma di rumore, suono o voce. Eppure, secondo le persone più sagge, il silenzio non sarebbe l’opposto o la negazione della parola, del suono, ma il perfetto, necessario contesto nel quale gli stessi fioriscono, si delineano, trovano la loro precisa collocazione, l’identità.

Il silenzio, il silenzio del mare, il silenzio degli innocenti; quanto è presente nella cinematografia, nella letteratura, nella poesia, nell’arte, nella psicologia. L’Urlo di Munch o il Viandante sul mare di nebbia di Friedrich contengono suoni o immaginano realtà ‘afone’? Come avrebbe detto tempo fa uno bravo, ‘ai poster l’ardua sentenza‘. Se mi concentro sul dipinto, se esercito la forma più alta di astrazione e immedesimazione, non posso non udire le parole disperate, ma mute dell’uomo sconvolto dalla sua solitudine esistenziale, i suoni attutiti ma presenti della natura che circonda il viandante, fino a ridurlo a una piccola parte del tutto universale.

C’era chi da bambino sognava di dipingere il vento – uno a caso, Emilio Salgari – e chi, una volta adulto, è riuscito con immagini, parole, suoni a immortalare il silenzio, meglio, un aspetto simbolico di esso.

Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice“. Vorrei essere il postino di Neruda, recare questo messaggio a ognuno, in ogni dove:

forse riusciremmo a reimparare a vivere.