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Solo, con le parole

Solus, solitario; che sta da per sé, unico.

Come avverbio, vale, equivale a solitamente, con un’accezione lievemente differente rispetto al lemma; ci sono poi interessanti derivazioni: solamente – mente sòla, auspicabile non nel senso di truffa romanesca – , soletto, solitudine, solingo, solissimo, ma anche assolare (non esporre al sole, ma ridurre a uno solo), soliloquio (pratica assai comune), solitamente.

Solo e pensoso, vo compulsando e fotografando, per i più solitari campi…

La citazione, corretta e colta, sarebbe, è:

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi
.

Lungi da me credere e millantare di essere un intellettuale, un esperto di Poesia o di solitudini agresti; forse, ‘solo’ un estimatore, un ignorante pellegrino, appassionato di elegie, verdi praterie, acque cristalline.

Anche rimpiangendo o soffrendo maledettamente per un amore, per Amore.

Evviva i Canzonieri – rime nate per essere cantate – , evviva Francesco, Petrarca.

Come dice Han Kang, ex libraia e scrittrice sudcoreana, “c’è molta sofferenza e violenza al mondo, ma tutto ciò fa sì che l’amore si rifletta in modo ancora più grandioso. In fondo, ciò che ci fa vivere, in questi tempi bui (altro che Medioevo, ndr), è solo l’amore“.

Un candido petalo di orchidea, anche lui solingo e ramingo, vola sul mondo, lasciandosi cullare sulle ali del vento, perlustrando, illuminando contrade e sentieri, carezzando la memoria – individuale e collettiva – , stimolando delicatamente la parola; nell’auspicio che le parole fluiscano, copiose, armoniche, con tutto il loro salvifico potere.

Perdersi (ritrovarsi?) in Patagonia – niente agonia, per favore – , alla fine della Terra; imbattersi in uno strano marinaio, eremita dal caos umano, una specie di Corto Maltese, che narra una storia, la sua storia, reale o immaginaria, “a gocce e sprazzi, come una parabola poetica“.

Abbarbichiamoci a queste fragili, magnifiche parole, prima di tramutarci definitivamente in ombre senza voce, cancellata/cancellati da un vortice senza vero senso, annientati da “contrasti morali, solitudini urbane, nella morsa tra i monasteri di un’antica fede e la mostruosa civiltà dei grattacieli“. Come fossimo personaggi di un romanzo nero nipponico, cittadini di “una metropoli, megalopoli, afosa e insonne“.

Circondati, assediati, bloccati con le spalle al muro – metaforico, non troppo – dagli oligarchi del denaro, dalla politica imbelle, dalle ipocrisie reiterate sulle ‘nazioni’, forse potremmo difenderci, salvarci, pensando che proprio quando ci sentiamo sopraffatti, ormai segregati in un vicolo malfamato e cieco, abbiamo le potenzialità per mobilitarci, collettivamente, in nome e per il bene comune; abbiamo le potenzialità per redimerci, riscattarci e restare/ridiventare umani grazie all’amore, “nostra unica e vera patria“. Anzi, ‘Matria’. Qui e ora.

Anche le teorie astronomiche – non ‘Has Fidanken’, caro angelo – , dopotutto, non sono affidabili; i dotti e complicati modelli matematici, quindi, anche le conseguenti dispute accademiche, non sono garanzia di certezze o, almeno, punti cardinali inequivocabili, indiscutibili. Anzi.

La morale, qualora esistesse, è che, alla fine, l’Universo fa quello che vuole.

Francois Bouchet, astronomo, dixit.

Per noi, però, consolazione e rifugio sicuro, restano le parole, quelle ispirate, suggerite dall’Amore:

unico modo di conoscere, conoscerci, unica vera ‘piattaforma’ per esprimerci.

Dietro casa

Avrete certo incontrato anche voi un distinto fenicottero rosa che, calmo e placido, dopo piacevole, garbata conversazione, vi avrà consigliato di raggiungere Marzamemi.

Piccolo porto o baia delle tortore: l’antico toponimo resta un mistero, mentre la bellezza del luogo inebria e trasporta in altre dimensioni. Nemmeno troppo distanti: Vendicari, Calamosche, Noto.

Liquefarsi nel tramonto di Marzamemi – perché sei tu, Trinacria? – e risolidificarsi immantinente al cospetto del Sol Levante. Altre dimensioni, altri mondi. Culturali, geografici, spirituali.

Vagare per Tokio, avvertire il vago sentore che forse non è come deambulare allegramente per i campi, arati o selvaggi, di Pozzo. Imbattersi in strani – per me, di sicuro – personaggi, tra cui un nipponico che somiglia (potenza dei sogni, anche senza essere in un film di Akira Kurosawa San) davvero tanto, troppo, a Georges Simenon. Rimanendo, lui, uno scrittore chiaramente indigeno.

Forse mi ha rivolto la parola, sconosciuta quanto l’idioma locale, ma non mi preoccupo: il lessico dei sogni è meglio dell’esperanto. Matsumoto, nome proprio di narratore, dedito a storie thriller, nelle quali abbondano intrighi, corruzione, omicidi, nelle quali emerge il marciume che compone in parte l’umano e a nulla vale, non come scusante, parziale o totale, che le vicende siano generate da un ambiente in faticosa, angosciosa ripresa dopi i lutti, i disastri, le tragedie del II conflitto mondiale.

Se la Dalia, originaria del Messico o del Sud America, fiore estivo che ama la luce e l’acqua, fosse nera – non lo sapremo mai, ma l’immaginazione degli uomini è tossica – , se sia stata uccisa a Hollywood o nella capitale di Yamato, decidetelo voi: nella memoria rimarrà “il suo debole“, tenace, sorriso, anche alla fine prematura, innaturale, del viaggio, decretata, come troppo spesso accade, da un misero bipede.

Abbandonata in fretta o con esasperante lentezza Tokyo – questa o quella, per me pari son, nelle visioni oniriche – e instradarmi per perdermi in una valle oscura, mutata d’incanto nel bosco segreto di Kengo, altro rappresentante del Sol Levante (i miei sogni sono stati e continuano a esserlo, ad alta gradazione nipponica). Un atipico, nato in Scozia; prima game designer, ora ‘fumettaro’ vecchia scuola: matita, carta, inchiostro, pazienza e capacità di osservare infinite, immaginazione allo stato brado.

Poche, scarne, rarefatte parole: bastano la magia e la meraviglia create dalla Natura; perfino Oberon, Titania e la loro folta schiera di folletti birboni sarebbero d’accordo. Ancora una persona in cammino, ancora una persona solitaria – fisicamente, mentalmente a causa della tecnologia – ancora una persona che, grazie a un cane, scopre all’improvviso quanto sia affascinante entrare nel mistero, nella luce, nelle atmosfere naturali; condividere le scoperte con altri umani, magari incontrati per caso, diventa parte integrante, fondamentale del processo di crescita, di apprendimento. Con l’esempio e i consigli di una nonna, perché, se si è fortunati, esiste sempre una nonna speciale che sembra ricoprire il ruolo di faro del Pireo.

Poi, alberi, tanti, bellissimi (in un bosco che si rispetti, capita d’incontrarne), custodi silenziosi e affidabili di tutti i nostri segreti; fonti d’amore, vero, naturale, in quanto depositari delle energie necessarie, essenziali per tutti i viventi attorno, o vicini a loro, in qualche modo.

Camminare, osservare – sognare, forse – condividere:

il segreto della Vita probabilmente si (ri) trova nel bosco dietro casa.