Per mutare, con le mani (permuta manuale?)

Tanto per cambiare – ma anche, tanto per cantare – vorrei vestire i panni di Giovanni Drogo; forse si chiamava Giuseppe? In fondo, nessuno lo conosceva davvero.

Indossare una divisa che non mi appartiene, lontana da ogni mio ideale, durante un’alba livida, afosa, con un sole nascente così pallido evanescente da convincermi che sia finto. Osservarmi allo specchio per verificare se il mio aspetto formale sia in ordine e proprio come Drogo – non drogo alcunché, né mi sono mai drogato – accorgermi di non provare la tanto attesa soddisfazione; la felicità, per pudore, meglio non menzionarla nemmeno.

Precipitare senza fretta, dopo una vita di interminabili, improbabili attese – alle fermate dei mezzi pubblici romani che somigliano tanto, troppo a quelle della vita – nel romanzo dell’attesa senza fine; sperare dentro la fortezza Bastiani – bastione allegorico di tutte quelle realtà immutabili di cui siamo prigionieri per nostre ignavia e indolenza – in una bella scaramuccia, gazzarra con orde di Tartari; i quali, dispettosi come non mai, o forse lontani cugini di Godot, non arrivano mai all’appuntamento. Fortezza dei Bastiani non più trafitti da dardi crudeli, ma finalmente Bastiani ostinati e contrari?

La vedetta giura vendetta per questa noia psicocosmica – se fossi colto, mi azzarderei a digitare spleen, ma don Bruno mi rifilerebbe a ragione uno scappellotto – più letale di un colpo di mortaio: li mejo mortai tuoi, esclamavano i romani arruolati a forza non nella legione di Cesare, ma in quella straniera. Anche perché Franza o Spagna, finché se magna, magnamose pure le palme del deserto.

Non lo facevo cosi arido e granuloso; non esistono più le lande di mezzo cammino: se non ti stai trascinando esausto, allucinato dal sole impietoso – questo sì, reale – disidratato, in cerca di un’oasi o almeno di una sala da the con gentili odalische/i, come puoi ingannare il tempo e la morte? Cosa puoi trovare nel deserto? Profeti pazzi, predoni, scorpioni, forse visioni?

Maledetto Tartaro, nel senso del fiume infernale e anche della placca che si deposita sullo smalto dei denti umani: quando dormi, se riesci, meglio non digrignare. Potresti atterrire e mettere in fuga i tuoi incubi preferiti. Una tartare di tonno rosso di Marzamemi, con pistacchio di Bronte?

Romanzi dell’attesa, strategie dell’attesa, scritti dal temporeggiatore; per tutta una vita mortale aspetti la vita, poi quella a bordo del bus – cui qualcuno darà alle fiamme, nottetempo – che a tutta velocità scavalca impunemente, beffardamente la tua fermata di riferimento, dal finestrino ti rivolge un sonoro pernacchio e si congeda con un perentorio, definitivo marameo. Consapevoli che la malvagità e la violenza non sono degli insetti, della vegetazione, dei fenomeni – naturali! – solo degli esseri presunti umani.

Ci si dovrebbe sempre rivolgere alla poetica saggezza di un Fiore:

chiediamo perdono, anche in posizione verticale;

tutto ciò che scorre in modo circolare, entro le leggi della Natura, è vita, in purezza.

Passaggio in India (ritorno?)

Vestirsi d’arancione, ha ancora senso?

Perfino il re nudo un giorno disse al bambino che continuava a indicarlo, ridendo – ridendo chi? il re o il bambino? – Piccino, la pace è una cosa bellissima, ma se non costruisci prima la giustizia, te la godi poco.

Organizziamo nuovi festival, nuovi dibattiti, nuove manifestazioni: sperando sia ormai chiaro che la vera rivoluzione comincia dentro di noi ; speriamo che, a differenza delle famigerate risposte interiori, non sia come, spesso nella/durante la storia, quella sbagliata.

Una canzone può cambiare il mondo? No, però deturpare il panorama musicale del momento, sì.

Siddharta, chi era costui? Un giovinetto saggio, un’anima pura capace di ispirare destini o un precoce furfante immatricolato, un santone da quattro soldi o rupie, perfetto imbonitore e imbroglione di sciocchi, agiati, annoiati occidentali?

Misteri mistici, riti orfici, incantesimi mistici ma non troppo: se ti lasci sfuggire il lato pratico, perdi il senso, la misura, i punti cardini e anche quelli cardinali della dimensione nella quale stai sostando in un dato, preciso momento.

Se la realtà, empirica e metafisica, è costituita da infiniti punti, anche noi, nella nostra fase terrena e mortale siamo dunque esseri infiniti? Dobbiamo preoccuparci più della nascita o della morte? Nomi differenti dello stesso fenomeno, dello stesso processo? Se si tratta di processo, spero di essere contumace, soprattutto in caso di condanna al rogo in Campo de’ Fiori; mi sveglio dall’incubo, non sono così importante né soprattutto intelligente.

Torna il vaiolo tra i primati – panico presso le tribù dei ridicoli bipedi auto definiti uomini – tornano però – se 5 avvistamenti, pentaindiziato, vi paiono pochi – dopo circa 10 anni i Delfini nel Golfo di Trieste: mirare il mare, sarà ancora più bello, consapevoli che, nuotando, potremmo, finalmente, incontrare forme di vita intelligente ed evoluta.

Potremmo provare – empirismo puro e totale, totalizzante – almeno una volta a vagare, peregrinare, deambulare in India; passaggio o ritorno alle nostre antiche radici? Chiedendo dritte e compagnia al Mahatma e a Lord Attenborough.

Potremmo tentare di navigare nella luce bianca:

affogare nel Delta dei Colori.

Cadere nell'(I)sacco, con estasi

Pensare bene a quello che si ha da fare, fare bene – magari meglio – quello cui si è pensato.

Niente è come appare – il niente può apparire? – ma così è, o sarà, se vi appare; resterebbe da stabilire la cosa mirabile, soprattutto comprenderla, apprenderla, non appenderla quale fatuo trofeo di caccia della presunta ragione.

Cadere nell’estasi, cadere come corpo morto – a corpo morto, dritti come un piombo: fuso – cade, precipitare nel vuoto: esiste il vuoto, esiste assenza di materia, energia negativa, anti materia, materia oscura, esiste davvero la nostra essenza? Forse, come tentano di spiegare i mistici ai profani (troppi profani, troppi, davvero in esubero i profanatori della vita): non siamo mai nati, non possiamo morire, siamo piccole anime migranti, viaggiatori anomali in dimensioni universali mistiche.

Ciao cara, esco un attimo, vado a cercare l’era del Cinghiale Bianco, poi torno, forse; spesso sono proprio certi ritorni le fasi più perigliose, più insidiose, talvolta letali; come Pollicino, spero di avere lasciato tracce adeguate e intelligibili lungo il percorso, o almeno briciole per il sostentamento (nel caso, confidare nel Pan di via degli Elfi, auspicando di incappare in loro durante giornate di lieto umore).

La realtà, le realtà, la verità, le verità sono fluide: attenzione però, i fluidi si mescolano spesso e volentieri, allegramente, con ineffabile sollazzo, tra di loro. Tutto molto bello, tutto assai caotico. Kaos, imparare dal kaos, imparare da quel trattato di filosofia dei fratelli Taviani, intitolato Kaos, per puro caso, per caso in purezza, scritto come fosse – lo è – un capolavoro cinematografico, con l’attiva complicità di messere Luigi Pirandello.

Forse in Trinacria, come sostengono gli stolti, non accade mai qualcosa, non si produce mai qualcosa, almeno non nell’ottica deviata della società globale dominata dall’insostenibile mercato – a proposito se le parole sono pietre, come mai verba volant? – ma solo nella sicilianitudine puoi rinvenire, puoi ritrovare, capire te stesso, magari rispondere alla fatale domanda: io chi sono? Se e quando ti presenterai alla tua autentica identità ontologica, dovrai ringraziare la magia, l’alone metafisico dell’isola di Scilla e Cariddi; più che essere ricordato come fulgido esempio, peggio, come simbolo, dovresti temere il ricordo dei posteri e anche dei postumi: di certe, invereconde sbronze.

Quel ragazzo bislacco, una sorta di hippie post litteram – anche compagnone, a saperlo prendere – ci aveva avvisati: riposate nel giardino, ma il vostro sia sempre un riposo vigile. Invece, ci siamo distratti e soprattutto addormentati, anche perché l’essenziale resta invisibile agli occhi mortali. Sentinelle inutili, noi sedicenti uomini; del resto, nonostante tutte le incombenze responsabili, solo le madri non dormono mai.

Le metamorfosi sono parte integrante dei nostri codici genetici: più che un grande classico, una necessità dettata dalla volontà di sopravvivenza; per conferma, chiedere lumi a Dafne e Apollo, anche quelli immortalati dal Tintoretto veneziano. In fondo, i classici, non solo si adattano a ogni epoca, restando grandi e inimitabili, ma come scrive acutamente Melania Mazzucco, suscitano, oltre il tempo, nuove interpretazioni e nuove domande, perché a fornire risposte alla carlona sono bravi tutti; il vero genio riesce a porre di continuo, a getto continuo, nuove domande. La vita è un’eterna interrogazione: alla lavagna, davanti alla cattedra, in piedi al centro della classe o camminando amabilmente nel peripato ombreggiato.

Se caduta sarà, speriamo si concluda nell’Isacco, juta mistica di Ninive – con spuntino a base di pistacchi e datteri berberi – tentando di tradurre testi mesopotamici; quando ci affrancheremo dalla soma corporea, dalla schiavitù e dal peso incatenante dei desideri e delle passioni, ascenderemo di nuovo a realtà, quote più elevate, abbandonandoci a quell’ignoranza estatica, superiore ad ogni conoscenza empirica: la mente e soprattutto l’anima saranno finalmente libere, purificate, pure, senza bisogno di immagini e/o dimostrazioni, spesso contraddittorie, ipocrite, fuorvianti.

Francesco Franco Ciccio (uno e trino? al bando, al netto della blasfemia: però l’Uno al di sopra del bene e del male, sì), ci hai davvero spezzato il cuore – grazie Morgan, pirata navigante con pianoforte sull’Oceano di Silenzio – ci manca tutto della tua vita mortale:

eppure, la tua partenza è stata un bacio, un respiro ampio armonico salvifico:

con e verso l’Infinito.

Ganimede

Pagina di o del Ganimede, audace incorreggibile impenitente.

Ganimede, chi fu costui? Il punto, caro Don Abbondiomelius abbondiare, quam defungere – è che oggi non sappiamo, in primis, chi sia stato tu. Non siamo aquile, poco ma certo, nemmeno parenti alla lontana del regale (magari, poco legale) rapace che ghermì e rapì il Ganimede di cui sopra. Comunque, sia maledetto il latinorum degli Azzeccagarbugli, di ogni epoca e materia.

Sarebbe meraviglioso, emozionante organizzare una riunione carbonara a Oxford, nello stesso antico pub nel quale pare si riunissero papà Tolkien e tutti i suoi figli letterari – aveva optato per il connubio con madamigella Fantasia, alle nozze, ancella fu madama Creatività – più qualche convitato illustre, di volta in volta; a seconda dell’evolversi degli eventi nella Terra di Mezzo.

Un mio lontano cugino, di origini calobrosaudite, si è detto stupito per l’esito del neurovision song contest – avete contestazioni da presentare, con test e teste motivati? rivolgetevi all’Aja(x) – qualunque cosa sia; in effetti, con 59 guerre in atto nel mondo, grazie alla medaglia d’oro assegnata a Torino, ne abbiamo risolta, brillantemente (sempre non si tratti di ‘oro matto’) una; per le altre 58, bisognerà inventare ex novo – non ex nodo, altrimenti conviene rivolgersi direttamente a Gordio – festival canori pacifisti. Amadeus, Carlo Conti, financo Pippo Baudo si sono dichiarati pronti a condurre, a oltranza.

Vaghiamo con lampade rigorosamente a petrolio (di nuovo, molto trendy, quasi un dandy delle fonti fossili), con lanternine gentilmente fornite dalle lucciole che un tempo rischiaravano le tenebre, ora hanno fondato una fabbrica globale di lumini: ci siamo messi in testa non solo pigne, ma la fissa idea pazza di cercare le ombre, le ambre, non solo i fantasmi, ma le impronte psichiche lasciate dalle grandi donne e dai grandi uomini; coloro che ci hanno preceduti su codesti sentieri, inventandoli dal nulla o quasi.

Anche leggere il linguaggio delle fronde arboree ispiratrici e le narrazioni contenute nei solchi dei potenti tronchi, potrebbe aiutarci a meditare, riflettere, organizzare un programma operativo per riedificare, ritemprare, anche rifondare ove serva – qui e ora, a spanne – l’umano, civile consesso.

Il Ganimede è anche un corpo astrale, il maggiore dei satelliti di Giove – per Bacco, che notizia – più grande perfino di Mercurio alato; potremmo implementare il metodo Ganimede: sette giorni per completare un’orbita attorno al nostro pianeta madre, ma soprattutto – ottimo spunto per edificare armonia tra le genti – consonanza (vocalanza?) orbitale con gli altri satelliti: Europa e Io, nel senso degli altri satelliti gioviali (sangiovesi? gioviani?), non il mio rapporto più o meno in crisi con il Vecchio, consunto Continente.

Dovremmo tenerci stretti quelli che raccontano storie, non i troppi infausti loschi masnadieri menzogneri, ma i veri narratori: gli inventori di avventure sul mare, non solo liquido geografico, ma quello della mente e dell’anima mundi, gli unici in grado di inventare e/o ampliare i miseri ristretti orizzonti terreni, quotidiani.

Non conta appurare se l’amore di/per Ganimede sia paradigma, simbolo di quello omoerotico, saffico, fluido: conta solo l’Amore altruista. Le cose più belle sulla nera nuda Terra, le più splendide sono coloro che amiamo, le azioni più giuste e pie quelle che donano gioia e cure ai nostri prossimi, preziosi oltre ogni futile ricchezza materiale.

Non so se Amore e Bellezza ci salveranno – in rigoroso ordine alfabetico, alfanumerico in caso di piano B – potremmo cominciare noi; a salvarli, ovunque, anche da noi stessi.

Come disse il Saggio:

non chiedere cosa possano fare per te Amore e Bellezza, ma cosa puoi fare tu per essi.

Tuturial

Pagina degli ormai necessari tutorial – per tacere delle app – da non confondere con i tutùrial (alla Scala di Milano, in Sala Carla Fracci).

Ma dove vai, anzi, come fai (fare cosa? tutto) se il tutorial non ce l’hai? Scaricalo e apprendi, anche se prima dovresti scaricare un tutorial per capire cosa siano e come si debbano individuare e carpire, sempre i tutorial.

Abbiamo sostituito maestri e esperienza con la tecnologia e mi permetterei di constatare, osservando la realtà quotidiana, che i risultati si colgono eccome, come ciliegie mature, anche troppo.

Un tempo, le lezioni magistrali confluivano, approdavano, si materializzavano negli imperdibili annales (occhio al rispetto della doppia consonante), per essere poi consegnati non tanto – non solo – alla storia, ma a futura memoria per le generazioni successive; oggi tutto è più fluido, liquido, gassoso, impalpabile e non mi si accusi di notazioni moleste: la memoria è quella dei computer, sperando reggano i processori e l’energia, in caso contrario, catastrofe globale. Non escluderei la memoria nelle, delle Nuvole: cosa siano davvero è ancora materia di discussione, studio ma se posso azzardare una preferenza, la accorderei alle tesi dei saggi, dei poeti, dei folli.

Possiamo poi connetterci a tutte le mappe che riteniamo più adatte, ma se perdiamo l’orientamento o il senno – non di necessità virtù, non necessariamente in questo ordine – su Sgra Sagittarius A, il nuovo buco nero di ultima generazione fotografato al centro della Via Lattea, rischiamo di vagare nell’Universo senza mai trovare parcheggio da qui all’eternità (che fretta c’era?); impressionante sapere che il nostro amato Sole sia quattro miliardi di volte più minuto rispetto a Sgrà (origini veneziane?), ma nessuno si è mai davvero interrogato sui misteri del Sacro Gra di Roma ove perdersi negli ingorghi del traffico fa svanire come un miraggio anche il conturbante, onirico buco nero del nostro sistema solare; lo rende pallido, risibile, residuale.

Vuoi costruire pace e democrazia a suon di bombe? Scarica il tutorial; Vuoi rinunciare all’agricoltura biologica in favore di quella ogm (siamo in economia bellica, dobbiamo rincorrere la massima resa, qualunque cosa significhi)? Scarica il tutorial; Vuoi tutelare ambiente e salute, estraendo gas petrolio carbone e polverizzando ogni genere di rifiuto con gli inceneritori? Scarica il tutorial. Attenzione, con tutti questi scarichi di non scivolare nella massima cloaca – un po’, non suoni irriverente e azzardato il paragone, come il buco nero di cui sopra – diventerebbe poi arduo respirare, risalire in superficie.

Rivolgiamoci in massa – gli appelli e le petizioni on line spopolano (nel senso che fanno sparire drasticamente le popolazioni?) – al re degli sviluppatori: inventaci il tutorial dei tutorial, il tutorial senza generazione, quello definitivo: per insegnarci di nuovo a vivere su questa Terra, rispettando i limiti, coltivando pace libertà equanimità.

Valori e principi universali, sconfitti derisi calpestati anche per un periodo lungo, non sono mai fallimenti.

Leonardo, avrai certo notato anche tu, in questo periodo, il frenetico attivismo dei maschi delle rondini, dei passerotti, dei merli: rametti, ramoscelli, foglioline, raccolgono tutto questo materiale per edificare nidi; la loro è l’unica opera edilizia naturale biologica sensata sostenibile ecocompatibile, senza se e senza ma.

Sarebbe auspicabile che il grande popolo dei pennuti alati ci lasciasse un tutorial, prima della nuova stagione migratoria:

al peggio, rischieremmo di imparare a volare, anche senza ali di cera.

Dna alieno

Camminare senza fretta, volgere lo sguardo verso il cielo – cielo, mio marito? – notare un uomo sopra un tetto o sopra tutto; non un ussaro, forse un fantastico operaio, acrobata, in bilico su coppi vermigli, a sentimento: sdrucciolevoli alquanto.

Infiltrarsi in un vecchio condominio, metropoli dei fantasmi; aggirarsi per il giardino, vagare per i corridoi lastricati, scovare a colpo sicuro mura del passato, cercando antichi murales infantili; consapevoli che, dopo più di 40 anni, non possano essere ancora visibili, eppure con gli occhi dell’anima riuscire a scorgerli, brillanti come fossero stati appena vergati, dipinti, tracciati; tra l’altro, con pennelli e pigmenti davvero e unicamente naturali, addirittura vegetali.

Un gruppo di scienziati nipponici – 5 astronomi (bisognerebbe avviare una lunga, documentata digressione sul simbolismo del numero nella narrativa eroica del Sol Levante) – pare abbiano individuato tracce di Dna e Rna su frammenti di asteroidi (da non confondere con steroidi né impianti stereo) alla deriva nello spazio; come abbiano effettuato i carotaggi necessari, resta un mistero, non della fede, solo della scienza; i professoroni stavano in realtà tentando di individuare la base segreta dei Meganoidi, comunque, questa scoperta, potrebbe condurre – se confermata e corroborata da ulteriori indizi, nonché dettagli – ad una conclusione attesa da decenni: c’è vita o possibilità di vita nell’Universo? Come direbbe con arguzia il Maestro: un po’, soprattutto il sabato sera, con o senza febbre.

Alieni alienati, carosello galattico, traffico siderale congestionato – come fosse un apparato digerente umano, dopo peperonata serale – alieni pronti all’alienazione dei propri pianeti natale – nemmeno fossero nipotini di Santa Klaus – a titolo oneroso e/o gratuito, per consentire alle multinazionali dei bipedi di aprire nuovi mercati, di inviare i container eccedenti colmi di rifiuti tossici radioattivi. Alla fine del cosmo, Alien sembra tutto sommato un buon diavolaccio: magari donandogli un nuovo dentifricio e scorte illimitate di caramelline alla clorofilla.

Sai, Paola, abbiamo spedito ai limiti – i nostri, quelli che noi non riusciamo a accettare, comprendere, quindi oltrepassare – delle galassie note (astenersi costellazioni poco o zero mediatiche) manufatti, perline colorate, collanine bigiotteria varia, brani musicali: nessuno ha per ora ringraziato o contraccambiato, nessuno però si è nemmeno lamentato; chissà, prima di quanto si creda, dovremo necessariaMente organizzarci a turno per inviare anche nello spazio squadre di volontari addetti alla raccolta e rimozione dei rifiuti. Meglio un netto, ma cortese rifiuto, che la totale assenza di risposte (soluzioni, progetti).

Il vero duello, il vero dilemma resta sempre quello: restare umani o mutarsi in disumani? Ecco la vera ‘alienazione’. Sarebbe opportuno diventare gandhiani in ogni aspetto della nostra esistenza quotidiana, optare per la non violenza radicale, perfino durante il sonno e nei viaggi onirici, perché la sfida globale è applicare ora e sempre, qui, sulla nostra Terra, giustizia ed equità; non causare, né tollerare o, peggio, considerare incidenti di percorso fisiologici inevitabili: altre vittime, nuove vittime, nemmeno una sola. – No mas – mai più.

Sono tra noi, sono gli insospettabili, i vicini di casa più vicini – prossimi, parrebbe un’esagerazione – sono quelli che ai matrimoni pretendono di essere la sposa, ai funerali il caro estinto; affidiamoci ai paradossi, anche perché viviamo un’epoca nelle quali la verità è l’alibi dei mediocri e gli esperti sono aliene/i che dietro cospicua mercede spiegano al volgo i motivi scientifici degli errori nelle precedenti valutazioni (fornite dagli stesse/i, sempre dietro compenso). In eterno, ammesso abbia un senso: grazie al carciofino sott’odio.

Pensare al quartetto cetra (di musici suonatori di cetra?) o a quello Razumovsky: due violini, viola, violoncello, solo per autentici appassionati, anche senza orecchio assoluto; la distanza più breve tra due punti è sempre una linea diagonale, gli intervalli, le pause del tempo in un grande movimento affollato di note, chissà. Permane, amletico, il dubbio annoso, angoscioso del ragionare di e sui quartetti: 3 + 1, o 4 ab origine? Non cambierà molto nella sostanza, ma le premesse e le formule sono essenziali, meglio non fallirle.

Si sente aria di rivoluzione, si percepisce e si respira nell’atmosfera (con i brani degli Area) esigenza non più rinviabile di rinascite, si avverte – avvisare in anticipo non vale, addio sorpresa – voglia incontenibile di gioia e rivoluzione, come nei formidabili anni 70, di un qualche secolo fa:

rivoluzione autentica, senza chiedere concessioni e/o permessi preventivi alle autorità (più o meno aliene).

Oltre i primi piani

Pagina dell’elucubrazione: solo pensando a questa parola ho smarrito equilibrio, mentre la via non l’ho proprio trovata.

Elucubrare – pessimo vizio, dall’infanzia in poi – potrebbe avere relazioni pericolose con antiche candele di cera e con interminabili notti insonni, tentando di rinvenire senso, sensi, idee, frammenti di realtà e anche pane e circensi, perché no.

Sguinzagliarsi per l’urbe composita, tra insenature e golfi di ombre e ruderi, senza riuscire a distinguere le une – le urne funerarie e quelle elettorali, spesso sovrapponibili – dagli altri; gli altri siamo ancora noi o qualcosa è mutato? Abbiamo aperto le gabbie della tecnica e dei tecnicismi senza freni, ma le nostre anime hanno ritmi diversi, sono rimaste lontane, forse scollate decollate, da noi e dal mondo.

Nella notte di plenilunio, quando anche i ragni sono mannari, come incaute falene urbane o mitiche pubblicane dei mondi perduti, lasciarsi attirare dai segni di fuoco che si stagliano nell’oscurità, che risaltano dal buio – esterno o endogeno? – come fiammeggianti bassorilievi, magnifici e inquietanti.

Organizzare un sabba, sgorloniano, pasoliniano: esistenzialismi onirici, lo scandalo dell’arte, oltre i primi piani per traslocare ai piani nobili della vita e della natura, ritrovare o trovare il sacro dell’Universo, affidandosi ai veri sapienti cui chiedere lumi: i paladini delle civiltà rurali. Quelle viuzze, quei sentieri che conducono agli orti e ai campi, conservano intatti volti e cure, di genti che senza chiedere qualcosa, senza avere mai posseduto qualcosa, hanno lottato e non smetteranno, oltre la fine della società umana, oltre la scadenza delle dimensioni spazio temporali.

Veli e maschere, merletti architettonici, guglie surreali, labirinti con e senza Minotauro con le indicazioni stampigliate sulle muratura rossa arancia sicula sanguinella, per giungere all’incontro con il mitologico uomo bestia: anche se, per incappare in uomini bestia, non serve avventurarsi nei dedali storti storici tentacolari, bastano il traffico cittadino congestionato e i centri commerciali, prima e perfino durante i dì di festa.

Cortese papavero solitario, appostato sul ciglio della strada, come il passatore di antiche datate rime, di consunte contrade: tendimi un agguato, di ribelle indomabile bellezza.

In un’aia abbandonata, papaveri spontanei in gruppo: collettivo di papaveri proletari con macchina agricola dimessa, dismessa.

Oltre le apparenze, al di là di fatui miraggi, di maggio rendere omaggio ai soli esseri superiori presenti su questa nostra Terra, affidare loro il governo del Pianeta; non saranno perfettissimi, ma tra i bipedi sono le uniche entità capaci di creare vita e tutelarla:

grazie, Mamme.

400 colpi

Pagina dei 400 colpi al minuto, 400 battute – sarcastiche o tipografiche, libera scelta – 400 apprezzamenti (appezzamenti? sarebbe anche meglio, pensando ai tempi grami che ci attendono), 400 colpi di Truffaut, con o senza effetto notte; tanto poi, di notte, puoi sempre fermarti a chiacchierare con i portieri – lo sapete che ormai li hanno quasi tutti dismessi, dimessi contro la loro volontà, rottamati causa costi? – o tentare con le belle, anche se di solito, come da consunto copione, loro non ti degneranno di uno sguardo, nè ti concederanno ascolto e/o libertà di parola.

600 erano i prodi – prodi? pazzi, senza forse – della carica di Balaklava, altri 300 giovani (come si conviene agli eroi che muoiono tutti prima di aver compiuto 25 anni) quelli di Sapri – apriamo il dibattito sul ruolo meramente contemplativo, più o meno di certe categorie sociali: spigolatrici, preti, poeti – e siamo già a 900, anche senza Bernardo Bertolucci; se aggiungiamo i 300 leoni di Leonida alle Termopili, tocchiamo quota 1200: per un solo pezzo surreale, tutte queste vittime di guerre schifose e violenze insensate potrebbero bastare, ora e per sempre.

Meglio inerpicarsi, anche senza fiato né allenamento, su per i 300 scalini, per raggiungere la collina che consente poi una meravigliosa vista panoramica sul santuario della Madonna di San Luca, ove dedicarsi, finalmente, finemente ad attività agresti, bucoliche, arcadiche: cultura e colture, per rammentare a noi stessi che siamo parte attiva, ma anche dipendente, di Madre Gea.

Quanti passi, ragazzo? Quanti passi – 400? 600? 300? – ti separano dalla tua identità ontologica, quella autentica, solo tua? Avrai il coraggio, la determinazione, la volontà per colmare la distanza o ti accontenterai di essere un simulacro vuoto, anzi liquido, capace solo di adattarsi di volta in volta alla forma che altri o altri eventi determineranno a tua insaputa?

Il dubbio pare sia sempre pro reo, intanto tu corri, per non finire domani in una landa infestata di quella gramigna chiamata rimpianto; meglio il pianto. Corri, senza smettere con i sogni.

Pare che la scienza abbia determinato che le dimensioni contino poco: quelle degli asteroidi impattanti, in grado di causare un’estinzione di massa; massa è potere, ma non massa enorme, quanto basta per stroncare definitivamente le masse. Resteranno massi litici, noi non ci saremo per partecipare ai concerti celebrativi, per inaugurare nuovi obelischi mnemonici.

400 colpi al minuto, quelli della terribile Gatling: chissà perché ogni ritrovato della tecnica, ogni invenzione, fornisce all’omuncolo l’opportunità per essere riconvertito/a a bieco strumento bellico. Alle mitragliatrici, preferirei colpi di pistilli, coupe de foudre – in volgare, colpo di fulmine – colpi di genio, magari di teatro. Qualche colpo di teatro sulle teste, non si diventerà geni, si spera almeno: buoni attori, della e nella vita.

Tutti questi colpi di testa: colpa delle stelle, colpa delle Streghe – no, le Streghe no, hanno già pagato nella storia per colpe mai perpetrate – colpa, forse, di certi colpi di Sole;

si sa, i raggi uva, soprattutto poco filtrati, a capofitto sulle capocce, producono effetti stordenti.

Alla fine, proprio come Antoine, correremo insieme verso il mare, respirando forte – come colpi al cuore, di felicità – verso la libertà di essere, dell’essere (vivi e pensanti).

Busseremo alla porta di legno del Casale degli Iris e i nostri colpi con le nocche, ci ridesteranno:

in un nuovo mondo.

Solitudini e lamentazioni

Pagina, paginetta delle Solitudini, nel senso non solo della persona che si ritrova in una condizione esistenziale di esilio, abbandono, ma di un bipede che può rifilare sòle o in alternativa ottimistica, di latore sano di attitudini simili alle peculiarità di Elio – nel senso della stella fiammeggiante – e dei suoi fratelli, quelli che per loro fortuna non abbiamo ancora individuato.

Auspichiamo che dalle solitudini, certo ispide da affrontare, non si passi tosto alle stoltitudini, ché di stolti siamo circondati: senza più rammentare che lo stolto paradigmatico è il solito grullo che a bocca aperta s’incanta a guardare il dito e non la magnifica Luna piena e rossa che il dito indice invita ad ammirare.

La solitudine dell’ala destra è un bel tema, poetico narrativo filosofico – la politica aboliamola, per carità nei suoi confronti – per tacere dell’ala opposta e anche del povero portiere (di notte) prima di tentare di disinnescare un calcio di rigore in favore degli avversari.

Quante sono le solitudini? Almeno 11, ma se è vera la premessa, 11 solitudini, con uno sforzo immaginifico e personale di ognuna, possono forse diventare un collettivo.

Nel breve arco di una vita, quanta solitudine è tollerabile? Se sarai solo con la tua solitudine, sarai comunque in compagnia di essa: non so quale e quanto conforto potrà arrecarti, ma ti resterà molto spazio tempo per pensare, per piangere, per annoiarti. Una sorta di pulizia necessaria, di bonifica al tuo sistema in accezione ampia e completa: organica, fisica, biologica, mentale, spirituale per chi crede nella forza e nelle energie dello spirito (nei giorni del Premio Internazionale Nonino Distillerie, non dovrebbe essere impresa ardua, credere nello ‘spirito’).

Credere obbedire affidare qualcosa – un messaggio, una stele, un manufatto – allo spirito di corpo di quelle leggendarie solitudini divenute collettivo, magmatico, grazie ad una causa superiore, agglutinante, nonostante il glutine sia passato di moda, sia considerato ormai malefico e poco politicamente corretto, ortodosso. Un dosso nell’orto, problema o opportunità?

Il punto di vista, sempre che sia buona la vista e buono anche il punto stesso – tenere il punto, soprattutto quando è valido – è importante; più importante ruotare sull’asse, affidarsi al perno girevole senza giravolte per esercitare la propria capacità di osservazione da più lati prospettive distanze: la distanza sia giusta, ma tutto il Mondo e tutti i nostri simili siano tenuti vicini, al cuore o ciò che lo presuppone, rappresenta, sostituisce.

Rintracciare il topos, non il ratto (delle Sabine? Non credo che lo spirito del tempo sia più favorevole a certe imprese, chissà il genius loci), il luogo ove i sogni si ritirano: in meditazione, a riposare, a esaurirsi, anche a morire. Se si tratta di sogni umani, possono esalare l’ultimo respiro, l’ultima stilla di onirica energia; ancora una volta, poi, aggiungendo capitoli alla saga, risorgeranno come Fenici – intesi come i fantastici navigatori dell’antico Mediterraneo, come quelle arabe, alate – perché il nodo gordiano della solitudine non è l’auto consolatorio, ipocrita, meglio soli che male accompagnati; casomai, rifuggire dal male accompagnatorio o, meglio, dagli sciocchi, più pericolosi e letali rispetto ai soliti, immancabili intenzionati male.

Lungo il transito dell’apparente dualità
La pioggia di settembre
Risveglia i vuoti della mia stanza
Ed i lamenti della solitudine
Si prolungano

Le lamentazioni – occhio alle lame, rotanti e non – per questo mondo dopo vanno presentate allo specchio, all’immagine riflessa di noi stessi: il Principe De Curtis poteva permettersi di sputare negli occhi di certi volgari, pseudo artisti d’accatto, raccattati qui e là nei lisi salotti della creme sociale decaduta, dei sine nobilitate arroganti, dei parvenu non più pervenuti, nella realtà.

Sulla via possiamo incontrare certi tipi, ma certi tipi antropologici che non sono in grado di descrivere; soli, così soli, ma immersi nei loro pensieri – dunque, a voler puntualizzare, non solitari ma accompagnati da pensieri – che scrutando nella mente e scrutando gli astri nel cielo notturno, ad ogni passo rischiano di ruzzolare in un fosso, o in un pozzo, magari quello dei desideri e dei sogni di cui sopra, anche all’incontrario:

come quel tale, Talete, il presocratico.

Ada, splendida Ada, vorremmo, dovremmo essere come il tuo mare interiore: talvolta placidi, pronti a carezzare gli altri con le nostre onde più lievi, talvolta così burrascosi da preferire la solitudine;

però consapevoli che solo quelli con la carne a contatto con la carne del mondo possono ancora coltivare dolcezza, verità, sensibilità, pace e amore.

Veleni e bugie (stare, dove?)

Pagina dei veleni, nella nostra società: i più varj, nonché eventuali.

Tenere a mente, come nella canzone di quel menestrello dedicata a Pinocchio: la fantasia, in fondo, è solo una bugia; se bella, magari accompagnata ad altre consorelle, può anche – ipotesi migliore – originare magnifiche narrazioni.

Ora anche il Wwf ha scoperto che un terzo – forse più – dei cibi che ingeriamo con fiducia nel nostro organismo sono largamente inquinati da pesticidi: in particolare frutta e verdura. Per tacere delle sostanze che finiscono poi nelle falde acquifere. Verde, bio, biodinamico (tutto corretto, politicamente), riconvertiamoci all’ippica, anzi all’ittica – nell’Attica? – all’ittica dieta mediterranea, ignorando l’accumulo, questo sì bio, non troppo sano per noi; la peculiarità dei pesci nota con il termine di bioaccumulo, ovvero assorbimento di ogni sostanza, del tutto e del di più, senza drenaggio, senza filtraggio, senza opportuno discrimine, né discernimento delle realtà tossiche. Il DDT di Nonna Erminia oggi sarebbe un fantastico integratore, consigliato dai migliori nutrizionisti, dai medici più rinomati.

Keplero, Keplero perché ci hai abbandonati? Non so se fosti uno dei numi tutelari dell’astronomia o tu sia oggi una volgare imitazione tecnologica del Mondo Dopo, spedita a inquinare anche lo spazio cosmico, la volta stellata – ci fosse lo Stellone, quello di una volta – per individuare – intenzioni serie, astenersi autostoppisti galattici della domenica – altri pianeti al di fuori del nostro sistema solare; dal 1995 a oggi, pare ne siano stati localizzati circa 5.000, evento che ha solleticato le ambizioni dell’Impero (senza polemica) del Dragone, pronto con la propria flotta di cosmo vascelli all’avanguardia, per trovare e colonizzare un altro pulviscolo nell’Eternità, auspicando sia simile alla vecchia Terra, per dimensioni e condizioni bio (ancora?) climatiche. Passato di moda, stremato dall’iper sfruttamento senza regole né rispetto, il Pianeta Azzurro ha diramato un accorato appello ai suoi simili: se qualcuno suona al vostro citofono, datevi per assenti.

All’eco piazzola, prove tecniche di eco – quello di certi leggendari canyon dell’est e dell’ovest, per non scontentare alcuno – e di giusto conferimento e/o smaltimento dei rifiuti, i nostri: trovare all’ingresso una sorta di Pape Satan non di Aleppo, un indigeno, ma buono e perfino gentile: maglietta bianca da muratore, cappello di paglia e occhiali da sole, stile Antonello Venditti in concerto al Circo Massimo per celebrare l’anno magico di Roma (della Roma, calcio e basket), pantaloni ginnici in acetato, parlantina sciolta da dj, più che da agente ecologico; radiolina d’ordinanza – altro reperto anni ’80? – sintonizzata a tutto volume su Radio Ca’ del Liscio Casadei – casa del Signore, musica popolare da sala del ballo forse, ma celestiale.

Quando Giove e Venere, gli astri più luminosi, si incontreranno per il loro periodico romantico minuetto, vorrei essere in platea, vorrei che i Popoli fossero rinsaviti. Adesso, perché la vita è sempre e solo adesso.

Maestro Ermanno, tu che fosti, vivesti, creasti da Poeta e Uomo, oggi rischieresti la lettera scarlatta dell’infamia, anzi, uno dei tanti neo isterismi coniati (conati) da una stampa – è la triste stolida irregimentata stampa, bellezza (un po’ appassita, senza offesa) – quello che scivolerà via dalla Storia come neneista; credo, invece che Tu, sì, sapresti trovare le parole, quelle vere quelle giuste per raccontare le cose come stanno, non facendo cronaca né saggistica, ma, come sempre, empirea arte: ti schiereresti eccome, dall’unica parte sensata e umana: da quella dei poveracci e della pace.

Dalla parte degli splendidi larici che in autunno mentre gli altri alberi restano spogli assumono il colore dell’oro, dalla parte delle volpi che nelle notti invernali di plenilunio vagano felici sugli altopiani innevati, dalla parte delle bestie che, a differenza dei sedicenti uomini, di notte e di giorno, comunicano;

sanno parlarsi, vogliono parlarsi:

essi sì.