Three people sitting around a campfire inside a cave

Pitture rupestri

Siamo apparsi da poco, 300.000 anni, o giù di lì, ma, in compenso, abbiamo combinato troppe marachelle.

Trecentomila – giovani e forti? – o, se consideriamo i processi evolutivi, 2.000.000 (due milioni, più o meno) di anni fa. Bazzecole, quisquilie.

Siamo usciti dalle caverne, scesi dagli alberi e dalle palafitte, ci siamo auto rinchiusi in lager di ferro e cemento, soffocati da gas letali.

Forse, dalle caverne non siamo mai usciti, forse, nelle caverne staremmo meglio; rupestri, certo, più saggi, magari più artisti, capaci di immaginare un mondo a colori, un mondo, anzi, un consesso umano migliore.

Considerando la temperie che pervade le aree nord occidentali del Pianeta, sarebbe meglio ignorare, omettere, non specificare puntigliosamente che proveniamo tutti, nessuno escluso, dal Continente africano; da quel cespuglio primigenio, ci siamo poi separati e i vari gruppi, animati da una curiosità insopprimibile, hanno cominciato a sparpagliarsi e percorrere le più disparate contrade del globo. Mannaggia a Odisseo (scherzo).

Tanto che, considerando ormai la Terra troppo angusta – da non confondere con la mangusta Rikki Tikki Tavi – e interamente colonizzata (davvero?), qualcuno sta investendo risorse – non sue – per invadere e deturpare anche lo spazio interstellare. Contemporanea, certo ma al momento, un’altra storia. Oibò.

Vi garberebbe rinascere e rivivere al tempo della selce? Prima di esserci cooptati, dagli eventi e dai tempi. Ho scritto, per caso, felce? Cadere in errore (e non solo) spesso è un attimo; magari, di distrazione. Comunque, altro che tempo delle mele e musica pop nelle cuffiette.

Dunque, avete di sicuro presente la selce, in epoca di rimembranze del paleolitico (pietra antica) e di, a volte, incauti rigurgiti di nostalgia tenaglia: quando ci afferra, non ci molla più. Selce, roccia sedimentaria, formata da quarzo cristallino, ospitata all’interno di lenti o noduli posti in strati calcarei. Definizione da Bignami, per noi cavernicoli.

Compatta, con la tendenza a frantumarsi, generando margini traslucidi e acuminati che la rendevano – la renderanno – preziosissima per i nostri pelosi avi, bisognosi quanto mai di strumenti ‘tecnologici’ di precisione.

Sono solo un povero ignorantello da tastiera, eppure, non mi vergogno di digitare pietra focaia – pirite o marcasite? questo è il dilemma amletico; non per caso, non a caso. In connubio con la già citata selce, produceva quella suprema scintilla che serviva ai nostri comuni antenati per generare in autonomia il sacro fuoco. In seguito, usato e abusato, fino a rendere invivibile il Pianeta azzurro.

Frammenti litici che ci feriscono e, in teoria, dovrebbero ridestarci, frammenti litici che qualcuno sa trasformare in Arte, frammenti litici – macerie – vedi il Friuli del 1976 o L’Aquila, Abruzzo, nel 2009 – di un popolo mutilato, ma non annullato, che nel dolore trova la forza di rigenerarsi, conservando le proprie memorie. Ai Weiwei, artista cinese, proprio a L’Aquila propone la mostra ‘Aftershock‘ e spiega che “quando pittori e scultori esprimono emozioni aprono possibilità che riescono a contrastare le narrazioni dominate dalla politica; la loro forza risiede nella capacità di offrire modi alternativi di comprendere gli spazi che abitiamo e le realtà che affrontiamo“.

Donna Tartt, grande scrittrice statunitense, scrivendo l’introduzione al saggio di J.F. Martel, ‘Rivendicare l’arte nell’epoca dell’artificio‘, ci rammenta che la vera Arte non è codificabile, è “inutile”, non si incatena al servizio di un’ideologia o di interessi di lucro.

L’Arte è una forza perturbante che irrompe già dalla preistoria – dicono qualcosa le pitture rupestri più antiche del mondo nella grotta di Chauvet? – , mentre attorno a noi la nostra realtà si sgretola in pixel. Martel ci comunica che non sappiamo perché gli esseri umani producano arte, ma l’arte è una capacità umana innata che precede di gran lunga la cultura e la società“.

L’Arte resta la nostra bussola più preziosa, “il nostro legame con ciò che di migliore e di più misterioso alberga in noi”.

Forse, l’unica ‘cosa inutile’ che ha il potere di “fornirci la più attendibile speranza per affrontare le insidie del presente, senza farcene distruggere“.

A group of four people cautiously walking through a misty forest with fog swirling around and uneven ground.

Nebbie

Viviamo nelle ‘negghie‘.

Forse, per questo, non ci raccapezziamo più, non ci orientiamo, ci disperdiamo (individualmente e collettivamente).

Incespichiamo nella ‘neula‘, balbettiamo nella ‘neghura‘, perché, immersi, sommersi dalle dense e grigie brume, non distinguiamo nemmeno le parole e, poi, siamo disabituati a riconoscerle e utilizzarle; soprattutto nel modo corretto, soprattutto a stabilire legami multi personali grazie a loro, a salvarci con fini ragionamenti, originati dai formidabili strumenti.

A tentoni – disperati, pietosi tentativi – nella ‘nebla‘, tentiamo di avanzare, incerti, preferiamo arrestarci (da soli) e inscenare una caricatura di esistenza da monadi, convinti di essere ‘comodi’, al sicuro da ogni pericolo, da tutte le minacce incombenti.

Niebla‘ e ‘nevoa‘, qualora ci affidassimo loro, ci condurrebbero attraverso la penisola iberica; anche senza la sapienza e la saggezza di Greci e Latini, potremmo illuderci di trascorrere gli inverni del nostro scontento, dei nostri clamorosi, esiziali fallimenti in Portogallo e Spagna.

Fossimo meno orbati, meno sciocchi, potremmo goderci un’avventura – non ventura, ma verità – a Gibilterra; imparare a vivere dal Popolo dei Delfini, varcare le colonne d’Ercole e, finalmente audaci, provare l’effetto che fa. Vedi mai.

Un giorno, o una notte – non sono uguali, pazienza – mi piacerebbe vincere il ‘Nebel‘, che vale per nuvola; non eccessiva, modesta, vicina alla Terra, eppure in grado di volare, sorvolare mari, continenti, cieli. Perché no?

Annaspo nella ‘nebula‘, nella ‘nephele‘, se volessi sfoggiare la mia finta cultura, le mie immeritate radici elleniche; insomma, nella nebbia. Come voi, come tutte e tutti, anche i truci palloni gonfiati che ci ammorbano.

Ragunata (adunanza, se preferite) di vapori, i quali sogliono coprire sul far del mattino – comunemente detto alba, a volte chiara – la sera, ed, anche, in alcune ore (forse ere) del giorno, alcune terre (fenomeno ormai globalmente diffuso), segnatamente le umide e basse“. Il dizionario etimologico è bello, sempre, in alcune antiche spiegazioni, rassicurante.

Se così posso esprimermi, anzi, digitare, il problema – nostro, tutto e esclusivamente nostro – è che tali vapori, in ossequio alla loro natura, intorbidano, offuscano, confondono la trasparenza dell’aria, e, appunto, non differiscono dalle amate nubi, con una importante, fondamentale differenza: di solito, garba loro stazionare negli strati bassi dell’atmosfera, quelli più vicini alla tartassata superficie terrestre.

Tra nebbiaccia e nebbiolina corre una grossa (bella, non saprei) differenza; certo, ennesimo papiro virtuale – quanto sarebbero più preziosi e soddisfacenti quelli prodotti a Ortigia – per proclamare non la nostra indipendenza, purtroppo, ma l’obnubilamento, l’offuscamento della vista, degli occhi. Compresi gli altri sensi fisici, materiali, aggiungendo quelli incorporei che non riusciamo più a raggiungere, attivare.

Vagando solitario e appiedato su un’autostrada deserta – simulacro di modernità, nel mio delirio onirico somiglia al Nevada – tra la caligine soffocante fa capolino, prima timido, poi sfolgorante, un magnifico arcobaleno; irresistibile e attraente, anche senza pentola colma di dobloni d’oro alla sua scaturigine.

Tutto ciò che ci offusca la vista e le menti potremmo chiamarlo, per comodità e figurativamente: nebbia.

Invoco in soccorso il poeta, scrittore e regista israeliano Haim Gouri e prendendo in prestito le sue parole, dico:

La nebbia sta velando il fiume, lascia un grigio confacente alle ipotesi“.

Ipotesi che ci riguardano, spietatamente ci interrogano;

speriamo che tutti questi presupposti, queste possibilità ancora valide, in potenza (potrebbe essere diversamente?), si tramutino presto in fatti concreti, buoni e giusti per l’Umanità.

Pronta a rimirare poeticamente le nebbie, ma ,alfine, immune.

 

Light illuminating dust in dark abandoned warehouse

Lieve luce

Agile, leggiero (come un levriero), rapido: più di certi treni; fortunati, se ancora circolano.

Come sempre, interessante assai notare le derivazioni etimologiche comparative: light, albionico, ; leoht, olandese; laigiu (da non confondere con costaggiù), irlandese.

Non computo di jeans (Levi’s, forse; anche se i progenitori Latini si baloccavano a confonderci le idee: laevis, liscio), calzoni da lavoro degli operai, in teoria, pratici, comodi, resistenti; in pratica modaiola, accendere un cero – di luce lieve – e sperare che reggano, il più a lungo possibile.

Se poi volessimo (anzi, volessi; senza ali, purtroppo) esagerare – eccedere, enfatizzare, amplificare, anche senza amplificatori JBL – potrei, vorrei aggiungere: lenguas, lituano; liguku, antico slavo; lahek, sloveno; lehek, croato e serbo; lagahan, russo; lekki, polacco; lehky, boemo; liht, antico teutonico.

Sproloquio iniziale, papiro virtuale, per tentare di proporre, ai tavoli delle trattative internazionali – utopia? trasformiamola in progetto concreto – , considerando la temperie attuale, un utilizzo propedeutico, necessario e preparatorio, di vocabolari etimologici; al bando quelli fabbricati all’impronta dall’IA. Per motivi ovvii e, oserei azzardare, banali.

Questa fatica improba, necessaria per stabilire un contatto vero, per preparare un terreno comune, ove allestire confronti, anche serrati, ma sinceri, tra e per il bene degli esseri umani, delle genti, dei popoli; lavorando alacremente su tutto ciò che accomuna, affratella, invece che su presunte differenze insanabili o su interessi e lucro particolari.

Affondando ulteriormente, in senso metaforico, auspicabilmente non pratico, potremmo appellarci alla lingua sanscrita, ad una radice sanscrita – da fare germogliare ovunque sul nostro mondo – : saltare al di là, oltrepassare. Limiti, confini, incomprensioni considerate insanabili. Per iniziare una nuova era umana.

Anche perché, ormai, tutte e tutti ci siamo resi conto – appurato, assodato, incontrovertibile – che molto sul nostro caro, azzurro (un tempo) Pianeta, non funziona bene; quando l’1% dei terrestri accumula il 90% delle risorse disponibili e per lucrare ancora, senza soluzione di continuità, scatena guerre in tutte le aree del globo; senza traccia di empatia, senza senso morale, senza vergogna. I poveri (per forza…), proverbiali buoi, sono fuggiti e anche la loro stalla è crollata. Miseramente.

Elizabeth Day, scrittrice britannica, giornalista e tanto altro, con il romanzo Uno di noi (Neri Pozza), è lapidaria: “Il sistema ha fallito, la conseguenza è che non crediamo più alla verità. Per i maschi bianchi e potenti, la vita è giocare a scacchi e non hanno mai imparato a prendersi cura (di qualcosa, di qualcuno; n.d.c.). La mancanza di compassione e integrità, di comprensione per le vite degli altri, sta alla base di tutto questo“.

Il poeta polacco Tadeusz Rozewicz, attraverso la sua intera produzione lirica, ci offre poi un’altra, ulteriore analisi: l’uomo – oltre alla levità – ha smarrito colpevolmente anche la profondità. Franco Battiato sarebbe d’accordo. “Un tempo si cadeva e ci si elevava verticalmente / oggi si cade orizzontalmente“.

Non più questione di nazionalità, di ceto sociale, di censo: siamo tutti (quasi) disorientati, impauriti, convinti di essere soli e senza soluzione o vie di fuga; non riusciamo più a restare/essere umani.

In simili frangenti, in ambasce totali, l’unico rimedio rimane partire da un obiettivo chiaro, solido, che spiazzi il ‘potere’, soprattutto le eminenze grigie globali. Si potrebbe cominciare – è solo uno tra decine di esempi – dalla difesa civile, non armata e non violenta. La nostra vituperata Costituzione ripudia la guerra; quindi, un’altra Difesa, del Paese, del Continente, del Mondo, è possibile. Una campagna già lanciata nel 2015, in tempi non ancora maturi, e ora riproposta, con intatte convinzione e fiducia, da Conferenza nazionale enti di servizio civile, Rete nazionale pace e disarmo, Sbilanciamoci!. Le persone sono più sensibili e attente, dopo la pandemia e con l’incubo reale di 60 conflitti planetari che incombono sulle nostre vite.

Non ci si accontenta, perché, a corollario del magnifico progetto (sarebbe il primo a livello internazionale), si chiede inoltre la creazione di un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, con l’aggiunta di un fondo nazionale, sovvenzionato da cittadine e cittadini di buona volontà attraverso il versamento del 6 per mille dalle loro tasse, “che si occupi di attività di educazione alla pace, prevenzione dei conflitti e coesione sociale”.

Nessun volo pindarico o di Icaro, tanta sostanza e carattere.

Progetti lievi, ma che dispongono di forza di gravità e della perduta profondità.

Progetti, come scriverebbe il regista Ferzan Ozpetek, che accendono una luce, molte luci.

Lieve s’accende una luce nel silenzio del sogno“.

In attesa, del baccano globale, quando, finalmente, ci saremo riconquistati il Pianeta, le Vite.

Glowing futuristic city underwater with skyscrapers and marine life

Scomparire

Viviamo (?) sommersi.

Non dalle acque, non siamo Atlantidei – dei degli atlanti? – , non siamo tutti veneziani, inseguiti da piene epocali.

Gli ecosistemi digitali ci hanno fagocitati, non eravamo pronti e, forse, non lo saremo più.

Ciò che è buono, è stato rimpiazzato, in fretta e, soprattutto, furia, da ciò che è veloce, anzi, efficiente; temo non si tratti di progresso.

La pandemia prima, le 60 guerre globali ora, hanno fatto il resto e probabilmente eroso la nostra tenue capacità di restare umani.

In Friuli, ci eravamo presi avanti, abbiamo precorso i tempi: grazie. si fa per dire, allo spaventoso Orcolat – orco gigantesco e annientante – , il terremoto del 6 maggio 1976. Con lo sciame di scosse successive, nei mesi seguenti, che hanno contribuito a demolire il poco rimasto verticale e integro. Come scrive Walter Tomada, nel suo imperdibile saggio La faglia dentro (Edizioni Biblioteca dell’Immagine), la sfida per il popolo friulano fu riuscire a immaginare un nuovo Friuli, ma “com’era e dov’era“.

Allora, fu, lo digito con cautela, possibile; regione ricostruita materialmente, mentre, moralmente, chissà.

Adesso, non mi sbilancerei: globalizzazione, covid, crimini bellici, hanno mutato tutto; noi, non potevamo, non siamo immuni da questi stravolgimenti totali.

Forse – mio avverbio di riferimento, personale e collettivo – dovremmo tutti, donne e uomini di sana e buona volontà, indossare tute blu e di nuovo, come si faceva negli anni ’70 del 1900, marciare compatti.

Magari raggiugere Campi Bisenzio, Firenze (se esiste ancora), partecipare volenterosi, curiosi, propositivi, al Festival di letteratura working class; quella spesso cantata e celebrata da Bruce Springsteen, con le sue liriche in musica.

Partecipare, sì, marciare, anche: considerato che purtroppo in “codesta nazione“, protestare perfino passivamente, rivendicare i propri diritti sociali, politici, umani, nonostante sia un diritto (vogliate perdonare il papocchio linguistico) garantito dalla Costituzione, è diventato un’azione considerata fuorilegge, punibile penalmente; e, se tutto va male, non solo.

Non so se siamo ancora lucidi, non so dire se ci sentiamo parte di una comunità che combatte e tutela i propri diritti, le persone, il nostro Mondo. Non so se possiamo contrastare e abbattere – come Davide fece con Golia – gli sclerotici che davvero controllano le multinazionali e i fondi d’investimento – così potenti da relegare i governi, nazionali e internazionali, al ruolo di pallidi, inutili fantocci – ; solo abbandonando la solitudine ‘social’, solo recuperando e ricreando solidarietà e sentimenti condivisi e comunitari, potremmo almeno tentare. Una riscossa di genti, di popoli, di Umanità.

In Italia, il caporalato è diventato ‘sistema massimo’ del lavoro, muta agevolmente forme, mantenendo inalterata la sostanza; nel mondo, parimenti, siamo sottomessi e schiavizzati da un sistema che ci ha resi monadi manipolabili, facilmente eliminabili, fisicamente, quando non più utili, tramite drone, esempio molto concreto e attuale, o tramite cancellazione sociale.

Simone Angelini, fumettaro abruzzese autodidatta, con il graphic novel Rifrazione fantasma, ipotizza che “sparire è l’unica difesa che abbiamo; in questa distopia sfasata ho tentato di aprire uno scorcio su un universo parallelo al nostro. Per capire cosa sia successo negli ultimi 50 anni, ci vorranno secoli“. Chissà se basteranno, se si salverà un barlume di umanità.

Sparire, scomparire, contrario di apparire, ovvero: farsi vedere, fare mostra di sé, come certifica l’amica etimologia; manifestarsi in un luogo, arrivando all’improvviso; in ultimo, in senso non troppo figurato, presentarsi in giudizio.

No, meglio di no;

meglio, vestire con eleganza – di modi, di atteggiamento, di portamento e comportamento – fare bella figura.

Compatti, uniti, da vera stirpe della Terra.

Fiery ethereal birds fly out of an ancient burning book on a library floor.

Esilio volontario

I libri non bruciano, hanno scritto i tipi in esilio sull’Isola di Robinson; senza interpellare il buon Venerdì.

Ottimismo sfrenato, o illimitata fiducia nel potere salvifico della cultura?

Forse, non bruceranno – tra l’altro, considerata l’odierna voracità energivora, potrebbero diventare un auspicabile ausilio – ma, ancora oggi, anche per chi non ne ha mai letto neppure uno, rappresentano un arredo indispensabile: di classe, se non altro.

In alternativa, possono essere utilizzati come ‘tacchia’, o zeppa, se prediligete: per mobili e suppellettili antichi e claudicanti. Se non ci credete, o nutrite perplessità, chiedete con fiducia al ‘conte’ romano Montesano.

Non bruceranno, ma ditelo a quel bravo ragazzo di Guy (Montag, o Ray Bradbury, attento papà letterario), vigile del fuoco che, dopo aver conosciuto la misteriosa e ‘distopica’ Clarisse, invece di attizzare roghi di volumi, per ossequiare un regime autoritario (tirannico?), si ribella, unendosi – scandalo, anatema su di lui – a un gruppo di intellettuali; per salvare i libri, memorizzandoli.

Ancora, chiedete informazioni brucianti a Fabio Stassi, romanziere e intellettuale italiano di vaglia; dopo lo shock pandemico, si è reso conto che non avrebbe più potuto scrivere romanzi come prima. Non ne avrebbe avuto le risorse, sarebbe stata una reiterazione di azione culturale – magari di soddisfazione – eppure, ormai priva di senso. Così è nato Bebelplatz, resoconto autobiografico sul suo viaggio negli istituti italiani di cultura in landa teutonica, da Amburgo a Norimberga. Un viaggio di formazione e riscoperta: il 10 maggio 1933, a mezzanotte, non streghe e vampiri, ma folle di fantasmi abilmente (mente?) esagitati e indottrinati dal regime nazista, diedero l’assalto a biblioteche e librerie, per trafugare gli odiati libri e accendere falò propiziatori – per così compulsare – per inaugurare una nuova era, “perché l’uomo tedesco del futuro, non sarà più un uomo fatto di libri, ma forgiato dal carattere“. Del resto, così aveva sentenziato Joseph Goebbels, arringando la folle folla, a Bebelplatz, in Berlino.

Un’era di violenza, di censura, di bombardamenti sui civili, di continue distruzioni di tomi; a dimostrazione, amarissima considerazione, che i criminali globali dei giorni, nostri hanno copiato a piene mani dalle lordure del passato; anche l’antichità, basti pensare al rogo doloso della leggendaria biblioteca d’Alessandria d’Egitto, non è esente, né fu immune, dal commettere crimini contro l’umanità.

Fabio Stassi scopre e ci racconta che in questa moltitudine di autori e autrici invisi agli hitleriani, ci furono anche 5 ‘reprobi’ nostri connazionali: Pietro Aretino, cantore delle libertà rinascimentali; Giuseppe Antonio Borgese, utopista e cittadino del mondo; Ignazio Silone, antifascista radicale; Maria Volpi, narratrice disinibita e divulgatrice del diritto delle donne al piacere e all’indipendenza; Emilio Salgari, antimperialista convinto e per questo notissimo e idolatrato in Sudamerica.

Una conferma di quanto ogni lettore sia considerato pericoloso e dannoso dal ‘potere’, in ogni epoca, ad ogni latitudine; perché sa viaggiare con la mente, si pone domande, è curioso, alimenta di continuo l’immaginazione. Leggendo impara la ribellione, il rifiuto del conformismo.

I libri, per fortuna o destino, sono arabe fenici.

Non accendo roghi – di qualsivoglia natura – accendo la volontà di perpetrare e difendere, la cultura e i libri.

Come ha scritto Alberto Manguel, scrittore e traduttore: “Da qualche parte nel mondo una mente sta ideando parole da tracciare con la mano e da decifrare con gli occhi in mezzo al fumo e alle ceneri“.

Per questo, qualora servisse, sceglierei l’esilio volontario, come Guy Montag, per questo allenerei la memoria – non dell’IA! – per tutelare le preziose parole scritte:

Le parole hanno il potere di distruggere e di creare. Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo“.

Forse, lo insegnò Buddah, forse si tratta solo di una bella leggenda;

però ci offre speranza, contro tutto il male sulla Terra.

Mormorare, come l’acqua del fiume

Sognare, dormire, forse.

Il naufragar m’è dolce, nella dimensione onirica.

Lasciarsi vivere, a pelo dei flutti visionari.

Quando il lunario non sbarca più, meglio imbarcarsi e di persona provare a convincerlo; eoni fa, si cercava l’ultima spiaggia – non per selfie in località iconiche – a bordo di qualche legno, perché i 7 mari erano l’unico confine che non imponeva confini.

Salpare, partendo dalla Lunigiana, alta Toscana, per intendersi, e affidarsi a qualche stellone (o marinaio?), per individuare il proprio destino; o per trovare il proprio nome, la propria cultura, un’origine – quale sia – , una radice, dalla quale partire, alla quale tornare. Casomai.

Illudersi di trovare fortuna, o sentimento, o entrambi, nel selvaggio, avventuroso Ovest, ma finire inguaiato nella battaglia di Little Bighorn; forse, unico momento storico nel quale la nazione dei Nativi d’America, finalmente compatta per un solo grandioso fine, sotto l’egida tattica e guerresca dei Sioux, spazzò via, in un solo giorno, 5 compagnie delle tracotanti Giacche Azzurre, portate al massacro dal sanguinario George A. Custer.

Leggere – ancora? – La fine della frontiera, scritto da Daniele Pasquini, pubblicato dai tipi di NN Editore.

Rompere la cuffia, non la testa; salvarsi, se possibile, trarre lezioni dalla Storia. I Nativi si illusero di vivere per sempre liberi nelle praterie, padroni degli spazi sconfinati e dei bisonti. O meglio, si illusero di restare per sempre vivi, grazie a un’economia sobria, basata sul rispetto degli equilibri e dei cicli della Natura, degli altri Uomini. Non vinsero (cosa?), però, nemmeno i visi pallidi nord occidentali, presunti civili, diversamente sviluppati: se ne stanno amaramente rendendo conto. Come direbbero i Latini: redde rationem.

Tornare bambini – torneranno, torneremo bambini? – , ancora una volta scorrazzare tutti insieme nel giardino condominiale; di notte, con l’ascesa nel cielo della Luna piena e luminosa, capace di rendere scintillanti le foglie degli alberi e degli arbusti dello spazio verde comune.

Immaginare le barche lungo il fiume, placide, ma festose, brulicanti di nauti lieti, tra canti tradizionali e balli, anch’essi storici. Immaginare l’accensione degli incensi propiziatori, immaginare lanterne multicolore che dal cielo vegliano e indicano la corretta rotta ai natanti.

Leggere – sempre – Come la marea cresce l’amore, dello scrittore cinese Xu Dishan, Officina di traduzione permanente, Bicocca – Milano.

Insistere, persistere con l’immaginazione: i suoni nelle tenebre si prolungano, gioiosi, descrivendo il giorno tramontato, vaticinando i dì futuri, anche se nemmeno la magica sfera di cristallo, con i suoi riflessi, potrebbe fornire responsi definitivi.

Frammenti di sogno, sparsi, iridescenti.

Lacrime, non tristi, né malinconiche.

Gli esami non terminano giammai; interrogarsi da soli, per chiedersi:

quando piango nel buio amico, mormoro come l’acqua del fiume?

Senso critico (disagio)

Un tempo, anche essendo culturalmente sguarniti o mediaticamente (mediamente) disinformati, potevamo appellarci e difenderci ricorrendo al nostro spirito critico.

Leggere libri, per scelta, i più fortunati, per caso o ventura, gli altri, ci costringeva a riflettere sullo stato delle nostre vite, sul degrado o meno della società, intesa come consesso umano, a porre domande conoscitive e, in un certo senso, ‘inquisitorie’ ai politici, ai governanti. In ogni dove, in ogni regime.

Non è più così, la pandemia, per indicare un evento globale e simbolico, ha trascinato via, ha spazzato e spezzato molto, forse tutto. Tutte le nostre capacità civiche, civili, umane.

Ne è arciconvinto lo scrittore Michael Cunningham, vincitore del premio Pulitzer nel 1999, con il romanzo dedicato a Virginia Woolf, Le ore. “I romanzi ci dicono chi siamo. Non dovremmo mai sottovalutare la capacità dei romanzieri di prevedere il futuro“. Anticiparlo, predirlo con esattezza più che scientifica, come, ad esempio, Margaret Atwood e George Orwell.

Gli umani hanno una propensione millenaria a sopravvivere a tempi terribili. Il mondo e i suoi abitanti hanno una lunga storia di sopravvivenza“.

Questa la versione ottimistica offertaci da Cunningham, che, però, ammette quanto sia “difficile dire chi legge cosa negli Usa. I romanzi sono il mezzo più conosciuto per uscire da sé stessi e mettersi nella pelle degli altri. Il senso di disagio è un elemento essenziale di quello che i romanzi hanno da offrirci. Le opere di autrici e autori che sono state note e hanno dominato le classifiche sono scomparse, mentre quelle, per citare un esempio, di Philip Roth, alimentano ancora e sempre le conversazioni, le discussioni“.

Pensiamo a Sorj Chalandon, giornalista e romanziere francese, in questi giorni protagonista di Dedica a Pordenone, festival monotematico, ogni anno da 30 anni, dedicato a una autrice o un autore, tramite l’ibridazione dei linguaggi: non solo scrittura, ma anche cinema, teatro, musica, fumetto. Senza i suoi reportages, senza i suoi romanzi, sapremmo molto poco o nulla e nulla capiremmo di quanto avvenuto in Irlanda del Nord; di quanto accaduto e accada oggi in Medio Oriente. La capacità divina di mettere su pagina ciò che accade agli esseri umani, ma solo “se vissuto sulla mia pelle, solo se attraversato, sofferto, condiviso, con il mio corpo, con la mia anima“.

Molto critica, nonostante lo smarrimento del senso, anche Cristina Rivera Garza; altra vincitrice del Pulitzer, con L’invincibile estate di Liliana, memoir che rievoca e ricostruisce il femminicidio di sua sorella.

Le città degli Usa sembrano progettate per la solitudine, per l’assenza di qualunque forma di vita pubblica che non sia il consumismo. Le aveva descritte bene lo scrittore messicano José Augustin, nel suo Ciudades desiertas, del 1982. La solitudine impera perfino nelle cittadine del Midwest. Figuriamoci i grandi centri, già nel XX secolo luoghi inospitali, senza marciapiedi, retti da ferree gerarchie di razza e di classe. I membri del terzo mondo, venivano accolti solo per mostrare loro le meraviglie della presunta civiltà“.

Eppure, proprio adesso che l’impero mostra la sua ferocia, ora che è nudo al cospetto dell’invasione del Venezuela, mentre pianifica di accaparrarsi anche la Colombia, Cuba, il Messico, l’Artide, Rivera Garza non trae conclusioni apocalittiche; anzi, ci offre una via d’uscita, pragmatica e fiduciosa.

Bisogna scendere in strada, prendere l’autobus, il tram, la metro; dobbiamo riunirci, confabulare e confrontarci con gli altri, festeggiare come si deve finché il corpo regge“.

Solo così riusciremo a ripristinare le attitudini di analizzare le informazioni, relegare nel dimenticatoio i ribaldi che, non per caso odiano e temono i libri; riusciremo a resuscitare le competenze per distinguere i fatti dalle opinioni:

quelle che ci fanno litigare su tutto il ciarpame inutile, quelle che ci rendono malinconicamente, irrimediabilmente soli.

Il futuro resta ipotesi, anche se era ieri

Nemmeno il futuro è più semplice; frase equivoca, lo ammetto.

Il futuro immaginato, eoni fa: c’era Capitan Futuro, viaggiavamo nello spazio siderale, sognavamo a occhi aperti, avevamo molti domani, istoriati, screziati, declinati con tutti i colori dell’universo e non ci spaventavano, li anelavamo. Erano i nostri, lo sarebbero stati, sempre e comunque.

Se uno non si avverava, ne avevamo a disposizioni miriadi, anche vari, contemporaneamente, perché la fantasia è uno spazio infinito, senza limiti; le briglie servivano più a noi, per mantenere la rotta scelta, che a Lei, principessa di ogni sogno possibile, credibile; perfino di quelli impossibili, perfino, anzi, meglio, di quelli irrealistici, irrealizzabili.

Era bello, mai facile, declinare – non rinunciare, va da sé – il verbo, quello con la b minuscola, ma che ci affascinava, ci conquistava, ci proiettava in avanti, con entusiasmo, allegria.

Il futuro era (è?) un’ipotesi, gorgheggiava un cantastorie meneghino; forse, sul serio, era solo il prossimo alibi, per giustificare i nostri fallimenti e le nostre rinunce vigliacche.

Il futuro era (è?) una scusa, per ripensarci poi, per abbandonarsi, crogiolarsi nella malinconia, nella mestizia, per crogiolarsi nella irresolutezza, sport, vizio nazionale, sempre in voga, malgrado l’incedere, quello sì risoluto e inarrestabile, delle epoche.

Il futuro era (è?) una voglia, non potremmo, sapremmo dire se sincera; magari, lo spazio di un mattino, un attimo, un battito di ciglia durante la fase rem, un’ansa del continuum spazio temporale, che all’improvviso balenava e finiva. Eppure, abbacinante, concreta.

Il futuro era (è?) una donna che probabilmente sperava; ora, persino lei, si è rassegnata allo spaesamento globale, alla paura – non più vaghe fobie dell’orsa minore – all’insensatezza che non sappiamo definire, nominare, battezzare, per poi, giustamente, archiviarla, definitivamente, e proseguire; insieme, umanità finalmente matura, adulta.

Eppure, rammentiamo un tempo che sapeva disegnare il futuro, sapeva plasmarlo, sapeva indicarci i sentieri, i cammini per raggiungerlo, entrarci pienamente, senza infingimenti, senza inganni, mostrandoci i rischi, le contraddizioni connesse.

Era un tempo cinematografico, sembrava puro divertimento, invece si trattava di visioni divinatorie, sciamaniche: E.T., Blade Runner, Poltergeist, Tron, Conan il barbaro, Star Trek II, Interceptor II. Gli stessi autori, forse, non se ne avvidero, eppure. Donne e Uomini, con difetti, limiti, talvolta grettezze varie e assortite, ma con il potere incommensurabile di immaginare.

Anche un eroe ‘improbabile’ come Paperinik ha saputo creare il futuro: dei fumetti; della realtà, la nostra. Sembrava la consueta trasformazione del personaggio sfortunato, ma simpatico, in supereroe misterioso che sconfigge i criminali più intraprendenti e i dispetti più sofisticati della malasorte; ma, 30 anni fa – un’era geologica – , gli avversari del papero mascherato più popolare sono diventati “galattici”, portando lui e noi in nuove, altre dimensioni. Ora, il multiverso lo creiamo nel giardino di casa, ma, 3 decadi orsono, significava spalancare l’uscio su un futuro ‘rivoluzionario – perché, come diceva Walt Disney, “è bello innovare, restando nella tradizione” – senza rete (di protezione, a scanso di equivoci), perché senza rivoluzione non esiste vero futuro.

Il nostro futuro, più che mai, resta un’ipotesi:

ma quella Donna, continua a sperare, contro ogni logica perversa; per buona sorte nostra.

Fino a quando, chissà?“.

Questi anni sono deserto

Le lingue – gli idiomi, da non confondere con il muscolo – sono l’unica cosa che non muore.

Gli anni si dissolvono, i manufatti artistici, le opere dell’ingegno umano, quelle prodotte dai cervelli attraverso la dedizione e le mani, diventano polvere, dispersa nel vento cosmico.

Denari, presunte ricchezze materiali, terre rare, perfino quelle proletarie, sono pura illusione, meglio di quelle proposte magicamente da Mandrake.

Lunga è la marcia dell’Uomo, lunga e secondo le leggende, inarrestabile; eppure, abbiamo già attraversato forche caudine, eppure siamo stati dominati, sterminati. Siamo ripartiti, ignorando i nostri vizi, i nostri limiti congeniti, soprattutto la vicenda e le conseguenti batoste di Ulisse.

Chiediamo consigli al Popolo libero, agli Indiani d’America, gli unici autentici nativi di quelle terre settentrionali sconfinate, in origine lussureggianti, pure, se così posso compulsare. Chiedetelo, chiediamolo alla Tempesta: nel 1986, prima di scatenarsi in tutto il mondo, cantò la storia dei Cherokee. Vivevano in armonia con la Natura e con i propri simili, ma il contatto con la ‘civiltà anglosassone’ – società evoluta dell’uomo bianco – li costrinse a intraprendere il sentiero delle lacrime infinite. Le promesse, i trattati si rivelarono bugie, ipocrisie, carta arsa nel fuoco della sete inarrestabile di lucro. Attraversarono pianure, foreste, montagne, ma impararono a proprie spese, versando il proprio sangue, che non esisteva posto nel quale tornare, che tutto era crollato irrimediabilmente; anche la fede nel magico e nel sacro.

Poggiamo ancora i piedi su quel suolo, abbracciamo il Popolo libero, se possiamo – siamo in grado – suggiamo la loro sapienza, facciamoci ispirare dal loro modo di vivere (non accontentiamoci di vivacchiare), non facciamoci abbindolare dai soliti quattro, o giù di lì, gaglioffi patentati. Riconoscibilissimi, nonostante i trucchi.

Per non farci ingannare, mortalmente, chiediamo lumi non agli Enciclopedisti – gente che, comunque la si voglia considerare, trafficava volentieri con le ghigliottine – ma a Toro Seduto, Cavallo Pazzo e Nuvola Rossa; anche il saggio e buono Gian Antonio Stella, giornalista integerrimo del Corriere della Sera, invoca il leggendario giudice di Berlino, per consegnare, finalmente, un po’ di vera giustizia: al mugnaio di Potsdam e agli indomabili Sioux. Prima che anche gli sparuti eredi cavalchino nelle Celesti Praterie.

Nella presunta confederazione delle libertà – solo per chi può lautamente permettersele – una sentenza ‘della legge’ ha inflitto a Greenpeace una sanzione pecuniaria pari a 345 milioni di dollari; per risarcire una ‘povera’ multinazionale petrolifera, ‘danneggiata’ da manifestazioni di protesta pacifiche dei Nativi e degli Ambientalisti contro il progetto che prevede di costruire un oleodotto lungo 1.172 miglia (1.886 km circa, se siete affezionati al sistema metrico decimale indigeno), per collegare i giacimenti tra il North Dakota e l’Illinois.

Io odio i nazisti dell’Illinois“, diceva un irresistibile John Belushi al compagno di ‘missione trascendentale’, Dan Aykroyd, vestendo i panni dei Blues Brothers; frase sempiternamente valida, andrebbe scolpita, ovunque sul Pianeta. Oggi più che pria. “Danneggiamento e inquinamento delle falde acquifere, attraversamento dell’antica riserva indiana, profanazione di siti sacri vietata, tra l’altro, dalla legge federale, attacco diretto contro l’identità spirituale e il riposo degli Avi del popolo Sioux“. Non si dovrebbe, ma oggi sarebbe ingenuo non considerare le simpatie politiche dell’inflessibile togato, convinto che la “condotta petrolifera” abbia diritti superiori e intangibili rispetto a quelli invocati dai Nativi e dagli Ambientalisti; che, con ammirevole tenacia, insistono e hanno presentato ricorso alla Corte Suprema dello Stato.

Come sottolinea il noto cronista, purtroppo, non andrà meglio, o diversamente: il quintetto è tutto composto da repubblicani; fino al 1998, almeno un giudice, era di estrazione democratica, ma, conclude Stella, “erano ancora vivi Jack Lemmon e Walter Matthau“.

Ennesima dimostrazione plastica di quanto le sorti delle genti siano in balia dei capricci criminali degli ultra plutocrati, che pecunia olet, eccome; anzi, assai.

Come sostiene con lucida amarezza Lea Melandri, storica femminista italiana, “le lingue sono la sola cosa che non muore. Il resto di quegli anni – questi? i nostri – è stato deserto“.

Dove sono, ora, gli striscioni che pronosticavano:

andrà tutto bene?

Ombre Rosse

Nel tiepido, insolito preludio primaverile, siamo ancora sospesi – non da qualche preside inflessibile – tra color che son… sospesi.

Tra la speranzosa gioia di una stagione migliore, fruttifera, foriera di lieti, lievi, anche minimi, doni e il lungo, rigido inverno dei nostri scontenti. Per così dire.

Crogiolandoci nei raggi più luminosi di Elio sorridiamo, beati, ma non riusciamo, non possiamo ignorare le lunghe, al momento indelebili, ombre rosse che ci perseguitano. Ombre rosse, non cito né l’epico lungometraggio diretto da John Ford, né la bevanda più in voga nei bacari veneti, per innaffiare con brio i golosi cicchetti.

Come riflette Yasmina Reza, drammaturga e scrittrice, francese di nascita, il nostro passato è, come sottoscriverebbe Gianrico Carofiglio, una terra straniera: lei si riferisce al dilemma di “non avere nessuna tradizione, né luogo d’origine, né patria” (parola ormai abusata, consunta, senza più significato); più modestamente, anche molto mestamente, invece, per il sottoscritto, da qualche anno – dalla pandemia in poi, ‘tutto non è andato per niente bene’ – non abbiamo un bagaglio, un rimasuglio, fosse solo un frammento, di ieri.

Lei, almeno, trova cittadinanza e voce nella grande letteratura, noi, chissà: un tempo, eoni fa, utilizzavamo i libri come soprammobili, ora, chi sa cosa siano e può permetterseli, come ciocchi per il caminetto, come coriandoli, come oggetti contundenti.

Siamo senza memoria, vaghiamo su terreni instabili, friabili, senza coordinate, senza punti di riferimento; mentre tecnologie e presunte intelligenze artificiali compiono balzi evolutivi giganteschi, noi barcolliamo e non possiamo nemmeno esclamare, come i ‘ciocchettoni’ (senza perifrasi, ubriaconi) più tenaci, “barcollo, ma non mollo“. Il fiasco, inteso come bottiglia che custodisce il nettare alcolico e come insuccesso, sconfitta, debacle, clamoroso.

Molto rumore per nulla; saturiamo l’etere di dissonanze, ma non riusciamo a creare nulla di sostanziale, di decisivo, di veramente innovativo, per la comunità umana, per il piccolo Pianeta che ci ospita. Sempre più scontento di noi, sempre più sfigurato dalla nostra dabbenaggine, poco ingenua, molto criminale.

Come fossimo prede di un virus, inatteso, infettivo, viscido, che ci confina, idealmente, a letto, con l’illusione sinistra di fare mille cose, di essere oberati da impegni, obblighi, incombenze impossibili da evadere, opprimenti.

Per trovare senso, per affibbiarne uno, ci siamo perfino ‘inventati’ passati recenti – ormai abbiamo una mente più labile, debole delle amebe (da bambino, conoscevo a menadito la sua definizione scientifica) – ai quali attribuiamo la dignità di età dell’oro, ma dopo ventiquattrore, siamo di nuovo al palo e ricominciamo, schiavi della falsità dei social, della realtà virtuale, financo di quella aumentata. Aumentata, di sicuro.

Potrei blaterare delle ipocrite olimpiadi invernali – tregua (meglio pace, se proprio volessimo compiere molti passi in più) olimpica, cos’era ‘costei’? – , delle decine di guerre sul globo che ci stanno devastando, in tutti i modi. Giusto per limitarmi. Potrei, non voglio, non sono capace. Contengo moltitudini, non sapienza, né saggezza. Magari.

Se fossi, se potessi, emulare, somigliare, anche solo un pochino, a Guido Paduano, docente emerito alla Normale di Pisa – filologo, storico del pensiero antico e moderno, scrittore – mi tufferei arditamente nelle opere di Shakespeare, nelle sue tragedie, nelle sue commedie, nelle sue poesie: per ammirare una volta di più la “celestiale armonia tra bellezza sublime e disperazione“. Per capire, carpire “dall’impressionate ventaglio di caratteri umani e passioni“, dall’incredile “varietà di registri che all’improvviso sfocia nella metafisica, per poi scartare nel campo filosofico e in quello antropologico“, cosa sia quel mistero ancora irrisolto chiamato ‘essere umano’.

Forse, come ci dice il Professore: “tutti i sani sono uguali alla stessa maniera, mentre ogni folle è diverso a suo modo“;

teniamo presente che due grandi folli – solo letterari? – Re Lear e Don Chisciotte, “sono quasi contemporanei e rappresentano il punto più profondo al quale la follia si è spinta nell’abisso della complessità“.

Come se il compulsatore si immergesse nella Fossa delle Marianne per ripescare e donare la Primavera all’Umanità.

Altra, ennesima follia, o sogno?