Cyclists riding along a seaside trail at sunset with solidarity and literary imagination text

Marginalità

Domenica di Sole, domenica di metà settembre.

Andiamo, è tempo – meteorologico, magnifico – di mirare.

Da Portopiccolo, Sistiana, la costa triestina.

Il mare luccica, anche in assenza di voci tenorili, natanti, a vela, romantici, e a motore, inquinanti, solcano lieti le onde. Pensieri senza peso e, altri, impegnati, increspano le materie grigie degli osservatori, mentre bagnanti occasionali risalgono soddisfatti le Falesie di Duino, per raggiungere le proprie auto, che li riporteranno dentro vite frenetiche e nevrotiche.

Una carovana ciclistica blu – DARL, Diabete a Ruota Libera – 150 persone, convinte e motivate, diabetiche e non, sostano per un incipit della festa successiva, per ammirare la bellezza, per renderle grazie e celebrarla, con l’ennesima pedalata comunitaria di sensibilizzazione e informazione.

Nessun mezzo di trasporto, meglio di una bicicletta, simboleggia la libertà assoluta, il respiro ampio e profondo che alimenta la vita, la capacità di superare ostacoli e limiti che sembrerebbero impossibili da fronteggiare, soprattutto quelli auto fabbricati e imposti, la cooperazione e la generosità nei confronti del prossimo.

Per questi esseri umani in maglietta e salopette, con rinforzo di manicotti invernali per gambe e braccia quando diluvia e soffia vento gelido, “nessuno è un alieno“. Proprio come direbbe X. Fang, illustratrice e scrittrice per l’infanzia (che ha sempre un ruolo fondamentale, anche e soprattutto quando si diventa adulti, molto adulti), nata a Taiwan, ma statunitense d’adozione; pluripremiata per le sue opere, attualmente vive nel Maine.

La dedica che la scrittrice, artista visuale, rivolge a tutti i lettori e le lettrici, è destinata, con parole semplici, ma efficaci, a “tutti gli umani gentili“. La gentilezza, una di quelle peculiarità che sembravano appartenere al popolo terrestre e che la tecnologia applicata a fini lucrativi, sembra avere relegato in fondo alla scala dei valori. Eppure, “l’ospitalità, l’accoglienza, la solidarietà” sono i pilastri della poetica di X. Fang, nonché stelle guida della comunità Darl; perché i buoni sentimenti sono ancora contagiosi e anche tra realtà e settori in apparenza lontani, diventano patrimonio comune, comunitario.

Non stupisce, quindi, che la carovana blu si sia fermata qualche metro prima dell’ingresso a Piazza Unità, a Trieste, per cedere il passo a una decina di bambini affetti da patologie invalidanti, eppure gioiosi, colmi di energia e entusiasmo: accolti con musica, applausi convinti e commossi, ovazioni encomiastiche.

Letteratura e sport procedono affiancati, si rafforzano e si completano, condividono tratti ampi di percorso e finalità.

Sarebbe bello se presto potessero coadiuvare in modo concreto anche gli abitanti dell’ostello dei migranti, struttura abbandonata e fatiscente, sul molo 4, celata agli occhi dei turisti e dei privilegiati frequentatori del Caffè degli Specchi, “alieni” per i salotti dorati e per le mostruose navi giganti da crociera in rada.

Migranti di svariate nazionalità, regolari o irregolari, poco importa, perché se queste persone fuggono dalle terre natie – causa sconvolgimenti climatici, eventi bellici, persecuzioni politiche/etniche – per approdare qui e sopravvivere in condizioni misere, non lo decidono certo per fare piacere ai criminali che lucrano sulla loro pelle o perseguono strategie geopolitiche delinquenziali.

Mentre il tramonto illumina d’immenso gli angoli più belli della costa giuliana, due ragazzini neri, con magliette e pantaloncini logori e scarpe sformate e bucate, rientrano mestamente a “casa”.

Percepisco la forza della nostra pedalata di sensibilizzazione, ma anche la lancinante marginalità della mia umanità (unita alla loro);

non voglio innalzare, né sventolare bandiera bianca:

gentilezza, ospitalità, accoglienza, solidarietà” mi appartengono e nessun essere umano dovrebbe mai essere bollato come “alieno, indesiderato“.

Glowing hourglass floating beside a swirling black hole among stars

Egoismo super massiccio

Super: sembrerebbe esclamazione da ‘influencer’ o, in alternativa, da sciocco spot pubblicitario; invece.

Affannarsi tra i lemmi del dizionario etimologico apre ogni volta orizzonti inaspettati, permette di scoprire ed esplorare nuovi mondi entusiasmanti.

Super chiarisce in modo esaustivo e inequivocabile la sua natura, il suo significato, a patto di alimentare un po’ di sana curiosità, di sete inestinguibile di conoscenza: freschi aspetti e originali accezioni.

Dunque, – ve lo aspettavate? – dal latino: comparativo da un supposto positivo, dal greco antico yper; potrei citare altre lingue, storiche e assai interessanti – gotico, tedesco, inglese, sanscrito – potrei compulsare parole equipollenti, quali ufar, obar, uber, over, upari, per giungere al medesimo risultato. Ovvero, stare sopra, o, in alternativa, sotto. La s aggiunta dal latino, è un potenziamento del concetto, che rappresenta un’aspirazione (linguistica) rispetto al termine originale greco.

Rintracciamo la preposizione latina in molte nostre espressioni, comuni o desuete che ci sembrino: sommo, soperchio, sopra, sovra, superare, supero, superfluo, superficiale, superlativo, superiore, supremo, superno.

Provate, per divertimento, a sfidare tutti gli intellettuali che, incidentalmente o abitualmente, frequentate quotidianamente e interrogateli, per auscultare la loro sapienza, la loro indubbia, somma preparazione.

Procedendo nel cammino, incontreremmo la questioncella del massiccio, non montuoso, però, sempre bello tosto. Fornisce la sensazione, concreta, di derivare da massa, di essere denso, spesso, solido, grosso, con tutto ciò che ne deriva e comporta.

Qualcosa, fuori da tutti i dubbi, contro cui sarebbe d’uopo, opportuno, benefico evitare di scontrarsi; anche solo per sbaglio.

Orbene, gli astronomi ci informano che nel cosmo esistono buchi neri super massici, al cui confronto, i buchi neri che ormai conosciamo – ci sono ‘familiari’ – è proprio il momento di dirlo, impallidiscono.

Se dei piccoli buchi neri recitiamo, ormai, a menadito il curriculum – chi non saprebbe citarlo? – degli altri, vitaminizzati, palestrati, sappiamo solo che si tratta di strutture gassose “miliardi di volte più grandi del Sole“, la cui origine resta ignota. L’astrofisico Hakim Atek, confidando nelle straordinarie peculiarità del telescopio spaziale James Webb, si dice sicuro: “Riusciremo a sviscerare i meccanismi di coevoluzione dei buchi neri super massicci e delle galassie, in particolare l’ordine in cui si formano. Solo, abbiamo bisogno di tempo, riflessione e analisi“.

Tempo, appunto, risorsa che ormai, nel corso dell’ultimo, scellerato secolo, abbiamo bruciato, tra decine di guerre che tornano e continuano, e stravolgimento del clima, con l’uso e l’abuso sconsiderato di un’economia basata quasi integralmente sulle energie fossili.

Eppure, nonostante tutto, qualche inguaribile ottimista, Roberto Della Seta, ex presidente di Legambiente, non solo rimane e resiste, ma insiste, scrivendo un saggio che, ispirato a Alexander Langer (storico attivista ambientalista), propone una ricetta ecologica salvifica, ribaltando i punti di vista della questione.

Ormai, diventa necessario ‘Il paradosso verde‘ (pubblicato dai tipi di Laterza), perché la politica, le istituzioni, ma, in primis, la quasi totalità dei cittadini del mondo, si sono mostrati indifferenti, addirittura ostili, ai richiami all’azione “contro il riscaldamento globale, nel rispetto della Natura, per la protezione della biodiversità, come un atto di altruismo verso le generazioni future“.

E’ stato come se la gente si chiedesse, in uno sketch comico infeltrito, “cosa mai hanno fatto le generazioni future per noi?“. Come se il conflitto ideologico riguardasse “la fine del mondo” (crisi climatica) e “la fine del mese” (difesa dei posti di lavoro). Abbarbicata come una cozza allo scoglio dell’ampiamente, anche se catastroficamente, ultra noto; conflitto esiziale, ma impari (proposto in questi termini).

Insomma, la svolta ecologica non avverrà “per la salvezza del Pianeta“, ma quando, lo preconizzava Langer, “apparirà agli umani socialmente desiderabile“. Non un green deal da e per massimi sistemi, ma attraverso la forma più istintiva di “egoismo”, “quando davvero ci renderemo conto che la crisi climatica e i problemi ecologici sono una grave minaccia per noi“.

Sembra incredibile, ma sarà necessario il paradosso assoluto;

ricorrere alla nostra ultima risorsa:

l’egoismo salvifico.

Venetian canal lined with colorful historic buildings and small boats

Campo delle gatte

Viva Mao Zedong.

Lo conoscevo come Mao Tse-tung, ma ero un bambino.

Resto inebetito per qualche istante; per quello che ne so, potrei essere rimasto lì, paralizzato, anche per mezz’ora.

Sono all’ombra, credo; Venezia, al solito, è invasa da turisti che nulla conoscono delle sua storia, delle sue tradizioni – la scambiano per un qualunque parco giochi impersonale, usa e getta – frequentando e profanando le aree più pop, quelle maggiormente deturpate dall’irrispettosa industria marchettara globale.

L’aria è calda e pesante, l’umidità lagunare esercita al meglio la sua pressione sui corpi e sulle menti, ma quella scritta, vergata in nero sul muro di un edificio abbandonato (forse), apparsa all’improvviso in fondo a una calle deserta, mi blocca, ha su di me un effetto ipnotico.

I miei arti, vecchi di sicuro, un po’ consunti, restano immobili, eppure si interrogano: chi era costui?

Lungi dal compulsatore scombiccherato la pretesa di emulare Manzoni o parodiare il dubbio del tremebondo don Abbondio: “Carneade, chi era costui?”.

Converrete, però, che il quesito griffato su mattoni decrepiti, spalanca la spelonca dei mille interrogativi: dal più banale, “chi è l’autore del messaggio”? a “perché costui ha scritto questo”? “quanti anni ha”? “conoscerà la storia di Mao”? “e quella della Repubblica popolare cinese e della rivoluzione culturale“? “Si segnerà le frasi da proporre al pubblico deambulate su un libretto rosso o gli vengono di getto”?

Messaggio politico, provocazione tout court o semplice citazionismo per planare su qualche social?

Penso a questo, penso che solo a Venezia possano accadere fatti inspiegabili, che profumano e sprigionano un’aura di magia. Come un altro HP – Hugo Pratt – vagamente più illustre del sottoscritto, qui avverto il forte desiderio di essere inutile; mentre, al contempo, insisto e persisto a vagheggiare, fantasticare, sognare. Sperando che, in fondo, magari avviluppato alle alghe di laguna, qualcosa germogli e resti.

Ogni volta che torno, anelo di ritrovare, per ragioni molto personali, il sotoportego de la Madonina, altro punto misterioso della Serenissima, approdo casuale – davvero? – nei pressi della stazione ferroviaria Santa Lucia (lontana?), luogo di riparo durante un giorno piovoso; luogo non ancora rinvenuto, ennesimo sito veneziano che muta sede e, se posso concedermi l’espressione, sembianze.

Qui compaiono graffiti, dal nulla, nel nulla, qui si vivono avventure incredibili, qui si incontrano, senza fatica né sforzo, personaggi romanzeschi, ma reali. Ci si risveglia in un campo, solo per scoprire che lì, un paio abbondante di secoli fa, viveva le sue prime giovanili e ardimentose passioni Ugo Foscolo, forgiando il carattere tra lettere, poesia, senza disdegnare le armi.

Un gentiluomo di ventura, lo si potrebbe definire; se non fosse che il famigerato Long John Silver forniva di sé stesso la medesima descrizione. Nel campo, visivo, è comparsa un’ombra fugace, giurerei fosse Corto Maltese: si sa, il Sole dardeggiante si balocca con scherzi… da marinaio.

Inseguendo graffiti e fantasmi, mi sono perso; non una grande novità, o evento inatteso. Qualcuno sostiene, da sempre, sia l’unico vero modo per trovare il bandolo della matassa, se poi sarà una banda musicale – meglio di una bandoliera – pazienza.

A proposito di matasse e di fili, non potevo non ristorarmi nel Campo de le gate: non per caso, gli antiche Egizi veneravano siffatti felini, considerati sacri, simbolo vivente di grazia, protettori, nonché araldi della dea Bastet (inizialmente identificata come una fiera leonessa, in seguito, evolutasi in donna con il capo di gatta).

Alla fine della civiltà, la nostra, qualunque sia e comunque sarà conciata, una gatta impertinente attraverserà i portali dello spazio tempo e, sorniona e intelligentissima, fonderà ex novo un’apoikia (una novella polis), conservando il meglio e il bello che avremo saputo creare, originando, finalmente, un mondo nuovo, ecologico, mutualistico.

Della gita fuori porta, è l’ultimo sogno.

Spectral sailing ship sailing beneath a glowing crescent moon

Cose perdute

Le notti di Luna piena ritemprano, hanno il potere di rigenerare la vita.

Per questo, forse, alcuni, irradiati da Selene durante escursioni crepuscolari, senza apparente motivo né causa razionale, ululano felici verso il Cielo e le sue cose segrete.

Talvolta, si avverte la sensazione di scorgere, rapida e inafferrabile, la sagoma di un’imbarcazione, magari pirata, chissà.

Non un galeone, come comunemente ed erroneamente si crede, – di dimensioni ingombranti e, soprattutto, troppo lenta per le esigenze della pirateria – ma uno sloop, un brigantino, una galeotta (nomen omen): natanti agili, veloci, sguscianti, perfetti per inseguire i mercantili, o per sfuggire alle potenti e massicce cannoniere.

Dormire, sognare forse, inebriati dai vapori di un ottimo refosco friulano dal peduncolo rosso; avvistare l’Olandese volante, il più famoso vascello fantasma del mondo, condannato con il suo dannato equipaggio a solcare i mari in eterno. Forse. Cioé, forse anche la derelitta ciurma.

I mari, o i cieli: i bipedi più fantasiosi, più immaginifici, o solo meglio lubrificati, giurano e spergiurano di averlo visto in volo.

Sia come sia (potrebbero essere vere entrambe le ipotesi), l’Olandese volante appare in lontananza – azzurro color di lontananza, scrisse Francesco Guccini, citando il poeta Guido Gozzano – avvolta in una bruma inquietante, emanando luci spettrali, con a bordo un equipaggio di fantasmi, a volte disperati, a volte tentati ma impossibilitati di comunicare messaggi importanti ad alcuni viventi. Implorarli di salire a bordo, recando una reliquia consacrata da venerare, spezzando così la maledizione.

Arduo, però, se non impossibile: sempre secondo le leggende – plurime e varie, come nella migliore tradizione marinaresca, anzi, nella migliore tradizione dei racconti orali – la tremenda condanna sarebbe stata comminata da Dio, dopo che il capitano olandese dell’imbarcazione, facente spola commerciale tra i Paesi Bassi e l’isola di Giava, durante una terribile notte di tempesta, a poche miglia da Capo di Buona Speranza, osò bestemmiare e sfidare l’Altissimo, accordandosi con il Diavolo, per superare l’ostacolo e riuscire a consegnare il carico; malgrado i marinai lo implorassero di invertire la rotta. E abbracciare la salvezza, nell’accezione più completa.

Non si conosce nemmeno con certezza se l’appellativo sia da considerarsi riferito al capitano, o al natante, noto per la sua incredibile velocità di navigazione. Comunque, ci crediate o meno, ebbi modo di conoscerlo a Vienna, grazie al musicista Richard Wagner. Coincidenze.

Dal mio modesto punto di osservazione, dopo avere ammirato e rimirato il nostro argenteo satellite – in comodato d’uso, come l’intero creato – oltre alle visioni, selettive e inebrianti, garantisco (con le dovute cautele) di avere percepito il suono cupo, di un passo strascicato, legnoso (oserei definirlo), eppure incalzante.

Una silhouette enorme, un’ombra gigantesca; incurante di me tapino e dei miei compagni, continuava imperterrito a bofonchiare numeri, come a conteggiare i suoi passi, e punti cardinali e coordinate. Per individuare una meta, un punto agognato, un tesoro. Ebbi modo di conoscere Long John Silver – pirata, cuoco, quartiermastro, tutto serve per “essere padroni del proprio destino, non di quello degli altri” – in Madagascar, grazie allo scrittore svedese, un po’ naoniano, Bjorn Larsson. Fortuna, incredibile.

L’isola del tesoro, ma dislocata tra i flutti del Noncello, Pordenone (Portus Naonis, antico toponimo della città, per noi semplici di animo, capitale delle risorgive, se non di altro):

tra vicissitudini di Olandesi volanti, vite vere o inventate di Long John Silver, cacce assidue a fortune vagheggiate più che concrete, continuiamo a deambulare, navigare a vista;

sperando che prima o poi qualcuno, in mezzo agli spiriti della notte, ispirati dalla Casta Dea, dica di noi:

sono stati una specie di esseri umani“.

Black horse galloping through a flower-filled meadow at sunset

Ulaanbaatar

Sembrerebbe un grido di battaglia, un banzai mongolo, uno sturm und drang delle steppe, un training autogeno, però endogeno, per così dire.

O, come digito spesso, compulsare.

Un incitamento, uno sprone, un vocabolo – come usa oggidì – motivazionale. Prima o poi, capiremo, se c’è da capire.

Se fossi un nobile destriero – nobile, nel senso del quadrupede – mi garberebbe assai, per mezzo, grazie alla metempsicosi (mi stuzzica il lemma, senza incomodare orfismo, Pitagora, Platone), reincarnarmi in Varenne.

Chiariamo subito gli equivoci: non intendo rinascere parigino in Rue de Varenne (sarebbe un buon titolo per un romanzo del commissario Maigret); né, parimenti, sperimentare il mondo sul borgo Varenna, sulle rive del manzoniano Lario (Lucia Mondella permettendo); con semplicità, con naturalezza, indosserei volentieri e senza meriti i panni del leggendario trottatore.

Blasfemia, vade retro: Cristo si è fermato a Eboli, Varenne anche. Così, non troppo all’improvviso (l’anagrafe certificava 31 anni), per un infarto fulminate. Di corsa ed elegante anche nel trapasso, come fu per una vita di inarrivabili, inavvicinabili trionfi, durante il periodo agonistico; una vita, in seguito, da stallone – al bando battute volgari – durante la meritata pensione. Anche se gli esseri benedetti non smettono mai di ‘trottare’, non muoiono mai. Davvero.

Chissà cosa pensano e cosa provano i cavalli.

Questo, e altri dilemmi, affollano la mente, la spingono a fantasticare, a speculare (in senso filosofico): forse un antenato di Varenne ha condotto Marco Polo non da Gengis Khan, già dipartito, ma da Kublai Khan, nipote, colui che aveva portato a termine la conquista della Cina e fondato la dinastia Yuan. Chissà, se il sopracitato antenato, fu il cavallo ufficiale dell’audace veneziano, durante il lasso temporale da inviato e ambasciatore del Khan. Ciclo che fu fecondo di scoperte, incontri, rivelazioni: ad esempio, le distanze geografiche non si misuravano (misurano) in chilometri, non sempre, ma, soprattutto per gli esploratori, per gli avventurieri, si scandivano (scandiscono) in tempi di percorrenza, in lezioni di vita assimilate.

Chissà, se un altro antenato del ‘nostro’ celeberrimo ‘corsiero’, fu il palafreno assegnato a Michele Strogoff, corriere in incognito dello Zar (Cezar Alessandro II), consegnato alla gloria e alla Storia dalle pagine magistralmente scritte da Jules Verne. Anche in codesto caso, i possenti cavalieri della Mongolia recitarono un ruolo, negativo.

Chissà, se anche noi presunti moderni sapremmo affrontare la crudele tortura della lama rovente; chissà, se saremmo in grado di fingerci ciechi (salvandoci la vista, attraverso lacrime di dolore, spirituale e fisico) e compiere la nostra missione più autentica, decisiva: preservare, risanare il Pianeta, diventare finalmente Popoli che, forgiati nelle complessità, vogliono creare un consesso, concerto umano, pacifico, cooperante, collaborativo.

Non so quale, né se esista, attinenza, possa esserci, ma, Massimo Zamboni, ex storico leader dei gruppi musicali CCCP e CSI, rievocando e raccontando viaggi armonici del presente e del passato, ha notato che la pianura padana e la Mongolia sono entrambe adagiate sul medesimo parallelo, il 45°.

Ognuno attribuisca il valore e il significato che vuole a tale circostanza, a tale coincidenza geografica. O cestini sdegnosamente l’argomento.

Oggi, Ulaanbaatar è l’ennesima metropoli, caotica e inquinata, del pianeta globalizzato, standardizzato, omologato; Marco Polo non riconoscerebbe la Mongolia, ove un tempo, i cavalli scorrazzavano negli sparuti centri urbani, la gente vestiva solo abiti tradizionali ed era restia a urbanizzarsi, dove le steppe sconfinate garantivano e alimentavano sentimenti di totale indipendenza.

Socchiudo gli occhi, nei padiglioni auricolari avverto l’eco lontana di zoccoli al galoppo, nell’infinito.

Golfo mistico

Un’ennesima feria d’Augusto, un’ennesima stagione umana, passa e va.

Su un sentiero, tra le Dolomiti, appena fuori Toblach (Dobbiaco), tra pascoli di ruminanti con campanacci, fabbriche di legname e/o alpeggi, senza soluzione di continuità, ma con lo stupore degli umani moderni, che poco sanno e tutto hanno obliato, compare un carrarmato – non funzionante, si spera – che segnala la presenza del Bunker Museum. Museo, monito per le donne e gli uomini di buona volontà.

Per rammentarci o insegnarci ex novo, che qui, non troppo tempo fa, si combatteva e si moriva – mattatoio umano – in nome, presunto, di confini nazionali, sempre per la cupidigia e l’idiozia di pochi presuntuosi, illusi di essere padroni del mondo.

Meglio recuperare lucidità e coscienza, grazie all’aria frizzante di queste montagne, perché le guerre, che reputavamo incubi del passato, incombono su di noi e la crisi climatica irreversibile, non ci concederà tregua. Ignorando la nostra pretesa di vivere in un perenne stato di villeggiature e svago.

Sarebbe opportuno e appropriato sostare, approdare, in prossimità di un golfo mistico; non in senso cristiano (anche, se volete), ma nel senso di “relativo ai misteri, iniziato ai misteri“. Della vita, in primis, dell’Arte e della Cultura, in rapida, appassionante sequenza.

Se vi capitasse di transitare dalle parti di Dobbiaco, drizzate le vostre antenne personali e scoprirete, proprio di fronte alla stazione ferroviaria – conservata in stile tardo ottocentesco – una magnifica struttura, contornata da un rigoglioso parco. Si tratta dell’ex sontuoso Grand Hotel locale, ora saggiamente riconvertito in ostello per l’accoglienza dei viaggiatori, centro di formazione per giovani musicisti, centro culturale e biblioteca pubblica.

Qui custodiscono i segreti, qui ci/vi spiegheranno con una fantastica installazione circolare, dettagliatissima ma fruibile e interattiva, che queste leggendarie e spettacolari montagne, regno della verticalità e del cromatismo più ipnotico, possiedono una struttura, uno scheletro litico (roccioso).

Un’anima stratificata, formatasi durante un lento processo formativo che continua da milioni di anni e che conserva la memoria stessa del nostro unico, prezioso Pianeta. Le Dolomiti, in realtà, come tutte le catene montuose del globo, si trovavano in fondo al mare; emerse in seguito agli sconvolgimenti originati dallo scontro sismico tra le placche tettoniche africana ed europea.

Migliaia di esseri viventi si sono avvicendati, estinti, compresi i mastodontici dinosauri. Ognuno, ogni trasformazione, ha vergato, per così compulsare, traccia del proprio passaggio.

Ravvediamoci in fretta – tendenza Speedy Gonzales o Bip Bip (Achille piè veloce no, surclassato da una simpatica tartaruga), per rapidità di pensiero e azione – perché, mentre la Natura plasma la realtà senza fretta alcuna (come esplicava don Mondin, ere fa, Alessandro Manzoni ha potuto comporre i Promessi Sposiperché ci ha pensato su“), noi presunti umani, in meno di un secolo, ci stiamo istradando verso l’estinzione e verso lo stravolgimento della Terra, come la conoscevamo.

Richard Wagner, grazie anche alla lungimiranza e al mecenatismo di Ludwig II di Baviera, ha fortemente voluto e potuto mutare il teatro dell’opera, creando, tra l’altro, il “golfo mistico”, la buca che rende invisibili agli occhi degli spettatori i maestri dell’orchestra e il direttore.

Se noi perseverassimo nel trascurare il canto d’avvertimento “dell’arcipelago delle Dolomiti” (sfruttamento intensivo e indiscriminato delle risorse, persistere nell’utilizzo delle energie fossili), saremmo fagocitati dal pluri citato golfo mistico;

alla fine dello spettacolo, però, niente applausi, nessuna riemersione.

Winding dirt road in arid desert with sparse vegetation and mountains

Frontiere (aride)

Potrei proporre le mie dotte e illuminanti considerazioni sul caso della settimana, ma sarebbe inutile aggiungere una voce stonata alla marmaglia prezzolata dei cantori. Cantori, non si tratta di un’offesa verbale.

Preferisco sollazzarmi, ancora una volta, con le distopie, di altissimo livello (o di un qualche livello). Sarà l’effetto del prolungato, impietoso caldo torrido – avete per caso mai udito, in questi anni, giornalisti vari, discettare di ‘caldo africano’ e ‘clima impazzito’? – ma crogiolarmi in una sana distopia western, formato anime (disegni animati nipponici, per intenderci), partorita dalla vulcanica mente di Leiji Matsumoto, già autore di Capitan Harlock, è ritemprante.

Rassicurante, con un supremo sforzo di training autogeno (cosa mai sarà?), perfino rinfrescante.

Perché questo accada – non l’effetto rinfrescante, purtroppo – non saprei spiegarlo; dovrei sottopormi a serie (seriose?) sessioni di analisi, forse ricostruire gli aspetti oscuri e/o obliati della mia lieta infanzia. Forse, con semplicità, ammettere che le strade della mia città, in senso lato, somigliano sempre più alle ambientazioni dell’opera del Sol Levante. Trionfante, come non mai.

Sentieri polverosi e desertici, ove gli unici riferimenti visibili sono cactus spinosi e qualche raro teschio calcinato da Elio, vie cittadine costellate da edifici male in arnese, fatiscenti e persone – o presunte tali – che vagano, arse dal Sole, male olenti, comunque intente a cercare qualche mezzo, lecito o anche illegale, per sopravvivere.

Protagonista della vicenda, una coppia sgangherata di bandidos, mercenari – bisogna sbarcare il lunario, converrete – alla disperata ricerca di ‘lavoro’, auspicabilmente ben retribuito. Un samurai ubriacone, tozzo e mezzo cieco e un ex marinaio, divenuto pratico di pistole, per necessità.

Sembrerebbe la genesi di una saga western, nemmeno troppo originale, ma la fantascienza è raggomitolata, come una lince rossa del deserto americano;

qualcuno nell’ombra, una vera anima nera (o eminenza grigia), a capo della fantomatica Organizzazione, tesse una trama per rapire gli immigrati dal Giappone e, riducendoli in schiavitù, dopo averli deportati da Samurai Creek, costringerli a produrre spaventosi, sofisticati, letali armamenti per abbattere il governo Usa – storia concepita nei primi anni ’70 del 1900, nessun complottismo da citrulli contemporanei – e dominare il mondo. In fondo, i villain peggiori inseguono sempre questo risultato. Cosa se ne faranno, poi, del potere senza limiti?

Matsumoto San non si smentisce, i tre personaggi principali della vicenda possiedono fattezze note; Tochiro e Franklin Harlock Jr sono gemelli dell’ingegnere spaziale e del pirata dello spazio che tutti conosciamo, mentre la misteriosa e affascinante Sinunora, ricalca i canoni estetici della piratessa galattica Emeraldas. Varianti e variazioni sul tema. Nell’opera omnia di Leiji, potrei digitare se mi reputassi bravo, nulla si crea, nulla si dissolve, tutto si trasforma. Questa serie giovanile anticipa (crea le premesse?) sia Capitan Harlock, sia Galaxy Express 999.

Mentre assistiamo, sempre più attoniti e impotenti, non solo alla cosiddetta crisi di Hormuz, ma al restringimento geopolitico di altri bracci di mare che comporterebbe, oltre alla fine della politica quale soluzione pacifica dei conflitti tra popoli – popoli o plutocrati criminali? alla faccia delle distopie – anche il moltiplicarsi all’ennesima potenza dei danni ambientali; fatto che renderebbe ancora più ardua la nostra permanenza sul Pianeta, la poetica di Matsumoto sembra espandersi nell’universo. Per cancellare le nostre aride frontiere in nome del falso idolo lucro (di pochi), per la crescita costante, ma inarrestabile dell’immaginazione e della fantasia.

Il gran finale lascia con il fiato sospeso, o con la bocca impastata dal sapore amaro della sabbia del deserto: finale sospeso, o, come più di qualcuno ha recensito, finale tronco (troncato)? Non lo sapremo mai, come, forse, non sapremo mai quale destino spetterà al genere umano.

Meglio così, vietato sentirsi liberi da responsabilità.

Inaspettatamente, balzare su un treno stellare e viaggiare all’infinito verso la fine o l’origine dell’universo, appare, al momento, un sogno:

una chimera.

Silhouette of a man blending into wolves emerging from mist

L’ululato

Se davvero fossi umano, mi tramuterei in lupo.

In questi giorni, anzi, in queste, chiare, non proprio fresche, dolci notti di Luna piena, non mannaro: il lupo. Troppo complicato.

La prima trasmutazione – cosa me lo impedisce, in fondo? – sarebbe lecita, perfino auspicabile. Ma, sussistono tante, troppe avversative (impedimenti, non saprei) che mi relegano al mio limitato e limitante ruolo di sub umano, incasellato, imbalsamato, nella pia illusione di essere, di assaporare la vita, a morsi; così, insisto, fedele alla linea e all’oggetto del discorso.

Solo quelli bravi e colti, saprebbero con immediata lucidità, radiografare le mie intenzioni: trasmutare in lupo, antenato ancestrale del cane, mutando in modo radicale l’aspetto fisico, gli stati d’animo, le esigenze e le condizioni di vita.

Dubbi, molti dubbi, che – i cervelloni di cui sopra – siano in grado di comprendere l’esigenza prima, il fine ultimo dell’insolito desiderio. Ancestrale, ontologico. Presumo.

I più equivocherebbero, non nutro velleità alchemiche – novello emulo (o, aspirante) di Nicolas Flamel, Paracelso, Conte di Saint-Germain – per accumulare ricchezze da Creso (chi era costui?); altresì, anzi, altri no, non mi immagino quale atomo instabile (instabile lo ammetto, fortemente) possa, come per incanto, tramite cessione più o meno involontaria di particelle, diventare un atomo stabile, se non realizzato, ma di un elemento diverso. It’s a kind of magic, tanto per citare un Mercurio più autorevole.

Conclusa la fase ‘farneticazioni personali‘, a profusione, sarebbe sempre l’ora, il momento preciso e più indicato – da chi? come? – di tentare di vergare parole con senso logico, con significato, non azzardo profondo, ma atto a individuare le radici di un eventuale problema, di un concetto. In discussione, non impiegato.

Così, non solo deambulando a caso (ma non per caso), leggendo frammenti di opere filosofiche colte – troppo, per le mie limitate risorse – mi imbatto, ‘m’intruppo’ nel saggio firmato dal filosofo Luca Taddio, Il tramonto dell’umano (Il melangolo). Mi lascia sconcertato, già dalla prima riflessione: Aristotele (l’antico filosofo greco, non il calciatore carioca) usava spesso la parola thauma – non trauma, però – tradotta un po’ acrobaticamente con meraviglia, mentre il maestro Emanuele Severino rammentava con precisione e necessario puntiglio che il lemma originale indica “terrore“, “angosciante stupore“.

Quello che mi travolge, quando capisco, meglio, intuisco istintivamente, che non si può trovare l’alba dentro l’imbrunire, ma Taddio vuole comunicarci che “siamo all’alba di un tramonto, all’alba di un nuovo inizio, al tramonto dell’umano sentire“. Al tramonto, definitivo, ma non finale, dell’antico essere umano “perché il digitale sta trasformando la forma stessa della nostra esistenza; anche se il corpo si è sempre costituito insieme alle proprie esternalizzazioni“.

L’autore, docente di Estetica presso l’università di Udine, è però così raffinato e sensibile, recensiscono i tipi di Robinson, “nel non erigere alcun dualismo tra umanità e tecnica; incombe però la domanda chiave, in territorio liminale: la tecnica può essere riorientata come potenza di senso, orientando l’evoluzione della forma di vita, invece di esaurirla?“. Forma di vita, dettaglio fondamentale, che sarebbe (ancora per quanto?) la nostra.

In una transizione epocale, questa sul serio, assistiamo, basiti e impotenti, confusi, non so quanto felici, alla genesi “di una forma di vita ibrida, che potrebbe originare nuovi ordini di senso, oppure, ridurre il senso a mera funzionalità“.

Stretto tra dubbi e angoscia, “come vaso di terracotta tra vasi di ferro“, scelgo di ululare le mie ansie verso la comprensiva (auspico) “sorella Luna“.

Lungi dallo stereotipo dell’animale solitario e spietato, sempre più anelo l’identità da lupo, “sociale, intelligente, altruista, territoriale” (Giuseppe Festa, scrittore, dixit);

predatore, ma coerente: vessillifero di una storia più grande, primordiale.

Forse, immortale.

Neglected tennis court with broken net, overgrown plants, and foggy background

Campo da tennis

Giorni strani, prima roventi, poi con escursione termica da primato (anche da primati);

in seguito, forse, di nuovo incandescenti, come fossimo turisti occidentali costretti a fuggire a precipizio dai bungalow, causa imprevedibile eruzione vulcanica e conseguente colata lavica, brucia tutto. Tropicana night.

Deambulo come un sonnambulo, nello stato incosciente, ho piena e consapevole coscienza che, anche non essendo l’Alba (De Céspedes), niuno torna indietro; eppure, mi ostino a inseguirlo, a pedinarlo, manco fossi la tartaruga sulle tracce di Achille – piè rapido, illo tempore – , peggio di un esecrabile stalker, peggio di un sognatore seriale, non feriale, illuso all’inseguimento di voli pindarici, nel pio tentativo di ritrovare il tempo perduto.

Per viverlo, appieno, anche solo un minuto. Totalmente ignaro delle eventuali e varie conseguenze.

Mi sento come una tigre in gabbia, o, meglio, un leone catturato (da chi o da cosa, non chiedetemelo: non saprei definirlo); lungi dal mio naso, reputarmi vittima di segregazione o apartheid, mi balocco con fole, tra folate di vento e strascichi di sentimento. La ragione (quale?) invita a provare, ma il Saggio redarguirebbe il mio attendismo fellone: non esiste provare, solo fare o non fare. Appunto.

Continuo la mia lunghissima passeggiata onirica e mi ritrovo – nemmeno troppo – su sentieri all’apparenza arci noti, ma non ne sono certo. Nei sogni, si sa (o, almeno, si dovrebbe) luoghi e volti conosciuti, in realtà (anzi, no) sono leggermente alterati, differenti, alternativi.

Scortato dalla mia fedele amica a quatto zampe, molto pelo, infinito affetto, lambisco un’inferriata arrugginita, confine alla fantasia più ardita, provocatoria, illimitata; tra l’erba ribelle ingovernabile e cespugli secchi, noto la fatiscente villetta, un tempo fonte di ammirazione e allegria per tutti e tutte, i passanti e le passanti. Ora un rudere, improbabile frammento, ‘rudinassi’ di certi poveri edifici bassi e impolverati, in qualche sperduto villaggio messicano, collocato, per disperazione, nelle torride adiacenze di un ignoto deserto.

Hey, qui c’era un campo da tennis, in erba; sembrava di stare nel giardino dei Finzi Contini; tra l’altro, mio coevo, il film diretto da Vittorio De Sica, non il romanzo di Giorgio Bassani. Coincidenze oniriche, inarrestabili, come l’importanza di Ferrara, come l’importanza dello sport con la racchetta, uno di quelli sublimi e beffardi inventati, almeno così si narra, da Fra’ Diavolo: nulla contro il Pel di Carota altoatesino, ma, potendo (nel regno della sfrenata immaginazione), opterei per l’iscrizione alla fazione di The Genius. I più mancini dei tiri, con la racchetta, erano i suoi.

Sogno nel sogno, perdo il tie break decisivo e l’incontro, con l’ennesimo balzo di Icaro, senza ali e senza fuoco da Elio, torno in me, a me, a Favignana. Non mi servono aerei o aliscafi, per raggiungere le Egadi trapanesi, isole sicule più che mai assimilabili a Mompracem. Nè tigri, né tigrotti, in compenso, accompagnato da una ottima dose di coraggio, decido di tuffarmi in mare, auspicando di non incontrare gli squali bianchi, che qui vengono placidamente a rilassarsi e a riprodursi. O forse, sì.

Avvolto da una densa nebbia estiva – possibile? ne rammento una durante una folle scorribanda balneare in un antico agosto veneto – mi accingo a ridestarmi;

ma la mente viaggia e fluttua, torna là, al giardino incantato della magna domus, ignorando rovi, insetti infestanti, rifiuti, per volteggiare, ancora, poi ancora, tra le righe di gesso di quel rettangolo, tra i fili d’erba di una vita acerba, eppure maravigliosa:

mirifica.

Young person with backpack overlooking ancient stone ruins in a mountainous landscape at sunset

Alba melanconica

Qualcuno – insonne, o mattiniero assai, causa afa tropicale – se lo sarà chiesto;

qualcun altro, magari la stessa persona, dopo arguti ragionamenti, speculazioni filosofiche, intuizioni geniali, avrà risposto, alla fatidica domanda, al quesito, non da quiz generalista, esistenzialista, al domandone da 100 pistole (non armi, opere di bene):

a che ora è la fine del mondo?

Una curiosità umana che aleggia, anzi incombe, da un certo lasso di tempo: mille e non più mille

La musica pop/rock si è infine appropriata della questione, non così peregrina (pellegrina?), come potrebbe apparire ai meno avveduti; penso a Ligabue – non Antonio, come mi verrebbe istintivo indicare, ma Luciano – il quale, nel 1994, riscrisse la canzone originale del 1987, opera di Michael Stipe e dei suoi REM, forse già ‘orfani’ di religione, ma smaniosi di domande cruciali.

Fine del mondo – prima o poi, accadrà (valutando il QI di certi bipedi, prima) – come lo conosciamo, anche sconosciuto, ma loro (i REM) garantivano di sentirsi bene; entrambi, Michael Stipe e Ligabue, furono spronati da motivazioni impellenti, diverse, ma, così narra la leggenda, ispirati da uno stesso episodio storico: nel 1938, il grande attore e regista statunitense Orson Welles, organizzò negli Usa uno scherzo radiofonico con finalità sociologiche (la pervasività e la credulità di massa, orchestrata dai media), intitolato La guerra dei mondi – mi rammenta qualcosa.

Dopo la trasmissione, un’ondata di panico generale si diffuse in molti stati a stelle e strisce, al centralino del New York Times giunsero centinaia di telefonate, con richieste di aiuto o spiegazioni sulla “drammatica situazione“. Un uomo, in particolare, seriamente e con tono grave, chiese: “A che ora è la fine del mondo?“.

Non so se Massimo Troisi, con la sua ironia partenopea, avrebbe risposto (non mi permetterei mai di attribuirgli parole, intenzioni); forse, lo immagino io, si sarebbe servito, dopo aver indicato un fantomatico orario, di una sua celebre battuta: “Mo’ me lo segno“.

Fole a parte, il premio Nobel per la Letteratura, l’ungherese Laszlo Krasnahorkai, non ci concede margini di speranza, meno che mai di leggerezza: il nostro mondo è già finito, continua ad agitarsi inutilmente, solo per pigra abitudine, per inerzia.

Eppure, da qui, nonostante le macerie, di noi stessi e delle nostre variegate civiltà, potremmo recuperare un esile barlume di coscienza collettiva, capire perché le comunità, ad un certo punto della loro parabola, optino per “la rinuncia a giudicare e per la delega ad altri del peso e della responsabilità della libertà“. Magari, ripartire, tentare, con vera, buona volontà.

Nonostante noi, la speranza si annida nei luoghi, o nelle cose, o negli esseri meno pensabili; cosa direste, voi, se, invece dell’epilogo, la salvezza del Pianeta dipendesse da un semplice cespuglio? Non potrei compulsare senza esitazioni e dubbi questa conclusione, però l’ultima creatura letteraria di Dario Voltolini (Il cespuglio, per le tipe e i tipi di Aboca), mi induce, nell’alba agreste, ad abbandonarmi, senza ritegno, né vergogna, a tale modesta speme; auspicando non si tratti dell’ultima dea, ma della prima, per la rinascita, dell’armonia e della bellezza.

Il cespuglio giramondo, globe trotter vegetale, vaga per le contrade della Terra e sparge ovunque tutti i semi raccolti e custoditi durante il suo viaggio; con l’obiettivo finale di raggiungere Central Park e collocare l’ultimo, prezioso seme.

Altro che distopia, per scomodare un tema passato.

Socrate, Sigmund Freud, a me: il male oscuro, caro e affascinante per gli intellettuali, mi attanaglia e mi tormenta?

Tra i primi baluginii del nuovo Sole, battagliero e luminoso (perfino troppo) di questi strani giorni e i miagolii affettuosi delle feline del borgo, insisto nella mia folle opinione:

le storie distopiche releghiamole agli archivi antichi, le abbiamo ampiamente superate in curva, più e più volte, con la distruzione dell’Ambiente, consegnando le nostre vite all’IA, consentendo ai plutocrati criminali di scatenare guerre a scopo di lucro che annientano popoli.

Non vagheggiamo un ritorno all’Utopia – come diceva quel Saggio, non è un’idea irrealizzabile, basta trasformarla in progetto concreto – , stop presunti derby letterari o sfide filosofiche all’OK Corral, chiediamoci senza appello:

a che ora (ri) comincia la vita vera?