Pitture rupestri

Siamo apparsi da poco, 300.000 anni, o giù di lì, ma, in compenso, abbiamo combinato troppe marachelle.

Trecentomila – giovani e forti? – o, se consideriamo i processi evolutivi, 2.000.000 (due milioni, più o meno) di anni fa. Bazzecole, quisquilie.

Siamo usciti dalle caverne, scesi dagli alberi e dalle palafitte, ci siamo auto rinchiusi in lager di ferro e cemento, soffocati da gas letali.

Forse, dalle caverne non siamo mai usciti, forse, nelle caverne staremmo meglio; rupestri, certo, più saggi, magari più artisti, capaci di immaginare un mondo a colori, un mondo, anzi, un consesso umano migliore.

Considerando la temperie che pervade le aree nord occidentali del Pianeta, sarebbe meglio ignorare, omettere, non specificare puntigliosamente che proveniamo tutti, nessuno escluso, dal Continente africano; da quel cespuglio primigenio, ci siamo poi separati e i vari gruppi, animati da una curiosità insopprimibile, hanno cominciato a sparpagliarsi e percorrere le più disparate contrade del globo. Mannaggia a Odisseo (scherzo).

Tanto che, considerando ormai la Terra troppo angusta – da non confondere con la mangusta Rikki Tikki Tavi – e interamente colonizzata (davvero?), qualcuno sta investendo risorse – non sue – per invadere e deturpare anche lo spazio interstellare. Contemporanea, certo ma al momento, un’altra storia. Oibò.

Vi garberebbe rinascere e rivivere al tempo della selce? Prima di esserci cooptati, dagli eventi e dai tempi. Ho scritto, per caso, felce? Cadere in errore (e non solo) spesso è un attimo; magari, di distrazione. Comunque, altro che tempo delle mele e musica pop nelle cuffiette.

Dunque, avete di sicuro presente la selce, in epoca di rimembranze del paleolitico (pietra antica) e di, a volte, incauti rigurgiti di nostalgia tenaglia: quando ci afferra, non ci molla più. Selce, roccia sedimentaria, formata da quarzo cristallino, ospitata all’interno di lenti o noduli posti in strati calcarei. Definizione da Bignami, per noi cavernicoli.

Compatta, con la tendenza a frantumarsi, generando margini traslucidi e acuminati che la rendevano – la renderanno – preziosissima per i nostri pelosi avi, bisognosi quanto mai di strumenti ‘tecnologici’ di precisione.

Sono solo un povero ignorantello da tastiera, eppure, non mi vergogno di digitare pietra focaia – pirite o marcasite? questo è il dilemma amletico; non per caso, non a caso. In connubio con la già citata selce, produceva quella suprema scintilla che serviva ai nostri comuni antenati per generare in autonomia il sacro fuoco. In seguito, usato e abusato, fino a rendere invivibile il Pianeta azzurro.

Frammenti litici che ci feriscono e, in teoria, dovrebbero ridestarci, frammenti litici che qualcuno sa trasformare in Arte, frammenti litici – macerie – vedi il Friuli del 1976 o L’Aquila, Abruzzo, nel 2009 – di un popolo mutilato, ma non annullato, che nel dolore trova la forza di rigenerarsi, conservando le proprie memorie. Ai Weiwei, artista cinese, proprio a L’Aquila propone la mostra ‘Aftershock‘ e spiega che “quando pittori e scultori esprimono emozioni aprono possibilità che riescono a contrastare le narrazioni dominate dalla politica; la loro forza risiede nella capacità di offrire modi alternativi di comprendere gli spazi che abitiamo e le realtà che affrontiamo“.

Donna Tartt, grande scrittrice statunitense, scrivendo l’introduzione al saggio di J.F. Martel, ‘Rivendicare l’arte nell’epoca dell’artificio‘, ci rammenta che la vera Arte non è codificabile, è “inutile”, non si incatena al servizio di un’ideologia o di interessi di lucro.

L’Arte è una forza perturbante che irrompe già dalla preistoria – dicono qualcosa le pitture rupestri più antiche del mondo nella grotta di Chauvet? – , mentre attorno a noi la nostra realtà si sgretola in pixel. Martel ci comunica che non sappiamo perché gli esseri umani producano arte, ma l’arte è una capacità umana innata che precede di gran lunga la cultura e la società“.

L’Arte resta la nostra bussola più preziosa, “il nostro legame con ciò che di migliore e di più misterioso alberga in noi”.

Forse, l’unica ‘cosa inutile’ che ha il potere di “fornirci la più attendibile speranza per affrontare le insidie del presente, senza farcene distruggere“.

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