Coltiviamo la tenace pianta della pazienza, senza cullarci nell’inazione, senza crogiolarci nel ruolo di vittime.
Non sempre si può morire, non sempre possiamo cavarcela con la totale ritirata strategica eterna; dovremmo porci con responsabilità, umana, un obiettivo alto, ma raggiungibile, concreto: realizzare, come avrebbe detto qualcuno, “un’opera struggente, di un formidabile genio“.
Di tutti, in favore e per il bene di tutti.
Come fecero Erminia ed Ermes, con naturalezza, per indole, come sapessero riconoscere senza sforzo, il bene e il male; come sapessero perseguire, costruire il primo, definendolo con chiarezza cristallina, adamantina, in purezza. Senza equivoche commistioni, senza errore.
Anche sotto un finimondo di polvere, frastuono, macerie; anche nel mezzo di un terremoto fortissimo, lunghissimo, tragico. Un terremoto che avrebbe potuto essere epilogo, di ogni cosa, o – arduo anche solo da immaginare – punto (critico) di ripartenza. Un palinsesto palingenetico, perdonate il funambolismo linguistico, il caracollare audace di palo in frasca.
Come una donna durante gli infami giorni finali della II guerra mondiale, una madre che fugge dalla devastazione di un bombardamento, ma, resasi conto che la famiglia non ha più nulla, nemmeno un tozzo di pane, corre indietro, verso i ruderi fumanti di casa e recupera la pentola che bolliva sul fornello, con la zuppa quotidiana; miracolosamente integri, la pentola e il cibo, soprattutto, l’animo e il fisico di quella donna.
Meglio che andare a cavallo con i poeti, meglio – con tutta l’ammirazione e il rispetto possibili – dei versi di Jorge Luis Borges; quelli dedicati al Friuli terremotato il 6 maggio 1976 (e mesi seguenti) e inviati al direttore del Messaggero Veneto (quotidiano della Piccola Patria, nonostante il nome), Vittorino Meloni:
“E’ come se il giorno ci tradisse. E’ come se l’acqua mentisse e due più due facessero cento e nostra madre ci odiasse e la nostra mano si alzasse contro di noi. Dio ci ha dato tante cose: mele, giorni, adii, legni, e la speranza, l’altra faccia della paura. Adesso ci tocca il più segreto e il più prezioso dei doni: la fine, il nuovo inizio“.
Droni bellici, ordigni nucleari, ‘menti meccaniche’, il cui ‘pensiero’ inibisce e condiziona i sentimenti e il libero arbitrio degli umani, già troppo deresponsabilizzati, già proni, già schiavi. Chissà se Pazienza, Andrea, con le sue vignette urticanti, abrasive, sarebbe riuscito a scardinare questo letale garbuglio.
E’ giunto il tempo di smobilitare, in senso letterale del verbo transitivo (e, per una volta, non figurato): riportare le forze armate e i servizi segreti bellici a un assetto di pace; per cominciare l’opera. Come direbbero i sognatori, per compiere un cammino grandioso, si comincia dal primo passo. Quindi, poi, congedare, smantellare tali organizzazioni, senza tralasciare le istituzioni governative nazionali e internazionali, ormai mero strumento dei satrapi economici.
Slavoj Zizek, filosofo sloveno, “battagliero polemista“, nonché “provocatore marxista, ultimo comunista“, nei suoi due più recenti saggi, analizza le crisi contemporanee che stanno stritolando l’umanità: conflitti armati, declino ambientale, intelligenza artificiale, democrazia al collasso. “La fine della civiltà è già qui e ora“. Oltre alla dettagliata descrizione dei problemi, ci esorta nel suo stile, energico, poco, anzi per nulla, diplomatico: “Mobilitiamoci, tutti, o saremo perduti“.
Mobilitiamoci per smobilitare, definitivamente, il male.
Come scrive il professor Roberto Mancini, “all’incommensurabile del male, si fa fronte aprendo all’inedito del bene, inaugurando una strada che nessuno prima vedeva“.
Da qui, la macchina del male comincia a sgretolarsi, le persone riprendono fiducia, l’esempio sano si diffonde;
la sfida, vitale, tra forze negative e energie comunitarie benefiche, non si sintetizza nella falsa proporzione di 99 contro 1, ma “in quella tra 50 e 50; per invertire la tendenza letale, ogni persona e ogni comunità siano sufficientemente lucide da avere orrore della violenza e così intelligenti da comprendere che cosa scegliere tra il (essere al servizio del; ndr) potere e l’amore“.
Muovere quel primo, salvifico passo.


















































