Oro, non per forza alla patria

Pedalare tra i campi, accompagnati da uno stormo radente e festoso di rondini.

Il mattino avrà certo l’oro in bocca, però per prudenza – nei confronti del mattino – eviterei di ripeterlo con frequenza: esiste il rischio che qualcuno si metta in testa di farglielo sputare, con le buone o con le cattive.

Ore in palio, al palio di contrada. Volete ore da vivere o oro? Dentro la pentola in cima al palo, una pregevole, gradita sorpresa. Forse. E la cuccagna?

La buona educazione richiede un lungo, faticoso, laborioso processo di apprendimento, quella cattiva è immediata, soprattutto le truci applicazioni pratiche. Per la semplicità, la sobrietà, lo stesso; si raggiunge scalando vette, scalpellando via tutto il superfluo.

Forse l’amore è apolide e somiglia a qualcosa che muore – del resto, cosa non deperisce per obsolescenza geneticamente predisposta? – ma anche solo la reminiscenza di un amore, continua a restare amore.

Ogni tanto, qualche sedicente guru – grandissimo figlio di paragnosta – ci vorrebbe convincere a mutare punto di vista (vita?), ma chi osserva il mondo da una bicicletta, lo sa e lo fa, per istinto e necessità; come Giuan Guareschi, da Milano alla Riviera romagnola e ritorno, a colpi di pedali, nel 1941. Prima di don Camillo e del compagno Peppone. Sapeva che in bici lo spazio diventa la dimensione dell’infinito. Le carovane, come sosteneva Alvaro Mutis, sono simbolo di nulla, essenza ontologica, teleologica della deriva; la nostra, anche se fingiamo di ignorarla. Resta il racconto, quello in e dal velocipede: è eterno movimento, senza le sbarre e le barriere della fissità del ricordo (ingannevole la memoria umana, più di ogni cosa)

Come un cammello in una grondaia, certo; come l’ombra della luce; come un orologio svizzero al polso di un cieco: per il passato, gli storici veri, ma se volessimo vivere ancora un po’, potremmo scegliere poeti comandanti, intimi conoscenti, anzi amici del futuro:

magari in bicicletta, dentro campi di grano.

Per mutare, con le mani (permuta manuale?)

Tanto per cambiare – ma anche, tanto per cantare – vorrei vestire i panni di Giovanni Drogo; forse si chiamava Giuseppe? In fondo, nessuno lo conosceva davvero.

Indossare una divisa che non mi appartiene, lontana da ogni mio ideale, durante un’alba livida, afosa, con un sole nascente così pallido evanescente da convincermi che sia finto. Osservarmi allo specchio per verificare se il mio aspetto formale sia in ordine e proprio come Drogo – non drogo alcunché, né mi sono mai drogato – accorgermi di non provare la tanto attesa soddisfazione; la felicità, per pudore, meglio non menzionarla nemmeno.

Precipitare senza fretta, dopo una vita di interminabili, improbabili attese – alle fermate dei mezzi pubblici romani che somigliano tanto, troppo a quelle della vita – nel romanzo dell’attesa senza fine; sperare dentro la fortezza Bastiani – bastione allegorico di tutte quelle realtà immutabili di cui siamo prigionieri per nostre ignavia e indolenza – in una bella scaramuccia, gazzarra con orde di Tartari; i quali, dispettosi come non mai, o forse lontani cugini di Godot, non arrivano mai all’appuntamento. Fortezza dei Bastiani non più trafitti da dardi crudeli, ma finalmente Bastiani ostinati e contrari?

La vedetta giura vendetta per questa noia psicocosmica – se fossi colto, mi azzarderei a digitare spleen, ma don Bruno mi rifilerebbe a ragione uno scappellotto – più letale di un colpo di mortaio: li mejo mortai tuoi, esclamavano i romani arruolati a forza non nella legione di Cesare, ma in quella straniera. Anche perché Franza o Spagna, finché se magna, magnamose pure le palme del deserto.

Non lo facevo cosi arido e granuloso; non esistono più le lande di mezzo cammino: se non ti stai trascinando esausto, allucinato dal sole impietoso – questo sì, reale – disidratato, in cerca di un’oasi o almeno di una sala da the con gentili odalische/i, come puoi ingannare il tempo e la morte? Cosa puoi trovare nel deserto? Profeti pazzi, predoni, scorpioni, forse visioni?

Maledetto Tartaro, nel senso del fiume infernale e anche della placca che si deposita sullo smalto dei denti umani: quando dormi, se riesci, meglio non digrignare. Potresti atterrire e mettere in fuga i tuoi incubi preferiti. Una tartare di tonno rosso di Marzamemi, con pistacchio di Bronte?

Romanzi dell’attesa, strategie dell’attesa, scritti dal temporeggiatore; per tutta una vita mortale aspetti la vita, poi quella a bordo del bus – cui qualcuno darà alle fiamme, nottetempo – che a tutta velocità scavalca impunemente, beffardamente la tua fermata di riferimento, dal finestrino ti rivolge un sonoro pernacchio e si congeda con un perentorio, definitivo marameo. Consapevoli che la malvagità e la violenza non sono degli insetti, della vegetazione, dei fenomeni – naturali! – solo degli esseri presunti umani.

Ci si dovrebbe sempre rivolgere alla poetica saggezza di un Fiore:

chiediamo perdono, anche in posizione verticale;

tutto ciò che scorre in modo circolare, entro le leggi della Natura, è vita, in purezza.

Passaggio in India (ritorno?)

Vestirsi d’arancione, ha ancora senso?

Perfino il re nudo un giorno disse al bambino che continuava a indicarlo, ridendo – ridendo chi? il re o il bambino? – Piccino, la pace è una cosa bellissima, ma se non costruisci prima la giustizia, te la godi poco.

Organizziamo nuovi festival, nuovi dibattiti, nuove manifestazioni: sperando sia ormai chiaro che la vera rivoluzione comincia dentro di noi ; speriamo che, a differenza delle famigerate risposte interiori, non sia come, spesso nella/durante la storia, quella sbagliata.

Una canzone può cambiare il mondo? No, però deturpare il panorama musicale del momento, sì.

Siddharta, chi era costui? Un giovinetto saggio, un’anima pura capace di ispirare destini o un precoce furfante immatricolato, un santone da quattro soldi o rupie, perfetto imbonitore e imbroglione di sciocchi, agiati, annoiati occidentali?

Misteri mistici, riti orfici, incantesimi mistici ma non troppo: se ti lasci sfuggire il lato pratico, perdi il senso, la misura, i punti cardini e anche quelli cardinali della dimensione nella quale stai sostando in un dato, preciso momento.

Se la realtà, empirica e metafisica, è costituita da infiniti punti, anche noi, nella nostra fase terrena e mortale siamo dunque esseri infiniti? Dobbiamo preoccuparci più della nascita o della morte? Nomi differenti dello stesso fenomeno, dello stesso processo? Se si tratta di processo, spero di essere contumace, soprattutto in caso di condanna al rogo in Campo de’ Fiori; mi sveglio dall’incubo, non sono così importante né soprattutto intelligente.

Torna il vaiolo tra i primati – panico presso le tribù dei ridicoli bipedi auto definiti uomini – tornano però – se 5 avvistamenti, pentaindiziato, vi paiono pochi – dopo circa 10 anni i Delfini nel Golfo di Trieste: mirare il mare, sarà ancora più bello, consapevoli che, nuotando, potremmo, finalmente, incontrare forme di vita intelligente ed evoluta.

Potremmo provare – empirismo puro e totale, totalizzante – almeno una volta a vagare, peregrinare, deambulare in India; passaggio o ritorno alle nostre antiche radici? Chiedendo dritte e compagnia al Mahatma e a Lord Attenborough.

Potremmo tentare di navigare nella luce bianca:

affogare nel Delta dei Colori.

Cadere nell'(I)sacco, con estasi

Pensare bene a quello che si ha da fare, fare bene – magari meglio – quello cui si è pensato.

Niente è come appare – il niente può apparire? – ma così è, o sarà, se vi appare; resterebbe da stabilire la cosa mirabile, soprattutto comprenderla, apprenderla, non appenderla quale fatuo trofeo di caccia della presunta ragione.

Cadere nell’estasi, cadere come corpo morto – a corpo morto, dritti come un piombo: fuso – cade, precipitare nel vuoto: esiste il vuoto, esiste assenza di materia, energia negativa, anti materia, materia oscura, esiste davvero la nostra essenza? Forse, come tentano di spiegare i mistici ai profani (troppi profani, troppi, davvero in esubero i profanatori della vita): non siamo mai nati, non possiamo morire, siamo piccole anime migranti, viaggiatori anomali in dimensioni universali mistiche.

Ciao cara, esco un attimo, vado a cercare l’era del Cinghiale Bianco, poi torno, forse; spesso sono proprio certi ritorni le fasi più perigliose, più insidiose, talvolta letali; come Pollicino, spero di avere lasciato tracce adeguate e intelligibili lungo il percorso, o almeno briciole per il sostentamento (nel caso, confidare nel Pan di via degli Elfi, auspicando di incappare in loro durante giornate di lieto umore).

La realtà, le realtà, la verità, le verità sono fluide: attenzione però, i fluidi si mescolano spesso e volentieri, allegramente, con ineffabile sollazzo, tra di loro. Tutto molto bello, tutto assai caotico. Kaos, imparare dal kaos, imparare da quel trattato di filosofia dei fratelli Taviani, intitolato Kaos, per puro caso, per caso in purezza, scritto come fosse – lo è – un capolavoro cinematografico, con l’attiva complicità di messere Luigi Pirandello.

Forse in Trinacria, come sostengono gli stolti, non accade mai qualcosa, non si produce mai qualcosa, almeno non nell’ottica deviata della società globale dominata dall’insostenibile mercato – a proposito se le parole sono pietre, come mai verba volant? – ma solo nella sicilianitudine puoi rinvenire, puoi ritrovare, capire te stesso, magari rispondere alla fatale domanda: io chi sono? Se e quando ti presenterai alla tua autentica identità ontologica, dovrai ringraziare la magia, l’alone metafisico dell’isola di Scilla e Cariddi; più che essere ricordato come fulgido esempio, peggio, come simbolo, dovresti temere il ricordo dei posteri e anche dei postumi: di certe, invereconde sbronze.

Quel ragazzo bislacco, una sorta di hippie post litteram – anche compagnone, a saperlo prendere – ci aveva avvisati: riposate nel giardino, ma il vostro sia sempre un riposo vigile. Invece, ci siamo distratti e soprattutto addormentati, anche perché l’essenziale resta invisibile agli occhi mortali. Sentinelle inutili, noi sedicenti uomini; del resto, nonostante tutte le incombenze responsabili, solo le madri non dormono mai.

Le metamorfosi sono parte integrante dei nostri codici genetici: più che un grande classico, una necessità dettata dalla volontà di sopravvivenza; per conferma, chiedere lumi a Dafne e Apollo, anche quelli immortalati dal Tintoretto veneziano. In fondo, i classici, non solo si adattano a ogni epoca, restando grandi e inimitabili, ma come scrive acutamente Melania Mazzucco, suscitano, oltre il tempo, nuove interpretazioni e nuove domande, perché a fornire risposte alla carlona sono bravi tutti; il vero genio riesce a porre di continuo, a getto continuo, nuove domande. La vita è un’eterna interrogazione: alla lavagna, davanti alla cattedra, in piedi al centro della classe o camminando amabilmente nel peripato ombreggiato.

Se caduta sarà, speriamo si concluda nell’Isacco, juta mistica di Ninive – con spuntino a base di pistacchi e datteri berberi – tentando di tradurre testi mesopotamici; quando ci affrancheremo dalla soma corporea, dalla schiavitù e dal peso incatenante dei desideri e delle passioni, ascenderemo di nuovo a realtà, quote più elevate, abbandonandoci a quell’ignoranza estatica, superiore ad ogni conoscenza empirica: la mente e soprattutto l’anima saranno finalmente libere, purificate, pure, senza bisogno di immagini e/o dimostrazioni, spesso contraddittorie, ipocrite, fuorvianti.

Francesco Franco Ciccio (uno e trino? al bando, al netto della blasfemia: però l’Uno al di sopra del bene e del male, sì), ci hai davvero spezzato il cuore – grazie Morgan, pirata navigante con pianoforte sull’Oceano di Silenzio – ci manca tutto della tua vita mortale:

eppure, la tua partenza è stata un bacio, un respiro ampio armonico salvifico:

con e verso l’Infinito.

Ganimede

Pagina di o del Ganimede, audace incorreggibile impenitente.

Ganimede, chi fu costui? Il punto, caro Don Abbondiomelius abbondiare, quam defungere – è che oggi non sappiamo, in primis, chi sia stato tu. Non siamo aquile, poco ma certo, nemmeno parenti alla lontana del regale (magari, poco legale) rapace che ghermì e rapì il Ganimede di cui sopra. Comunque, sia maledetto il latinorum degli Azzeccagarbugli, di ogni epoca e materia.

Sarebbe meraviglioso, emozionante organizzare una riunione carbonara a Oxford, nello stesso antico pub nel quale pare si riunissero papà Tolkien e tutti i suoi figli letterari – aveva optato per il connubio con madamigella Fantasia, alle nozze, ancella fu madama Creatività – più qualche convitato illustre, di volta in volta; a seconda dell’evolversi degli eventi nella Terra di Mezzo.

Un mio lontano cugino, di origini calobrosaudite, si è detto stupito per l’esito del neurovision song contest – avete contestazioni da presentare, con test e teste motivati? rivolgetevi all’Aja(x) – qualunque cosa sia; in effetti, con 59 guerre in atto nel mondo, grazie alla medaglia d’oro assegnata a Torino, ne abbiamo risolta, brillantemente (sempre non si tratti di ‘oro matto’) una; per le altre 58, bisognerà inventare ex novo – non ex nodo, altrimenti conviene rivolgersi direttamente a Gordio – festival canori pacifisti. Amadeus, Carlo Conti, financo Pippo Baudo si sono dichiarati pronti a condurre, a oltranza.

Vaghiamo con lampade rigorosamente a petrolio (di nuovo, molto trendy, quasi un dandy delle fonti fossili), con lanternine gentilmente fornite dalle lucciole che un tempo rischiaravano le tenebre, ora hanno fondato una fabbrica globale di lumini: ci siamo messi in testa non solo pigne, ma la fissa idea pazza di cercare le ombre, le ambre, non solo i fantasmi, ma le impronte psichiche lasciate dalle grandi donne e dai grandi uomini; coloro che ci hanno preceduti su codesti sentieri, inventandoli dal nulla o quasi.

Anche leggere il linguaggio delle fronde arboree ispiratrici e le narrazioni contenute nei solchi dei potenti tronchi, potrebbe aiutarci a meditare, riflettere, organizzare un programma operativo per riedificare, ritemprare, anche rifondare ove serva – qui e ora, a spanne – l’umano, civile consesso.

Il Ganimede è anche un corpo astrale, il maggiore dei satelliti di Giove – per Bacco, che notizia – più grande perfino di Mercurio alato; potremmo implementare il metodo Ganimede: sette giorni per completare un’orbita attorno al nostro pianeta madre, ma soprattutto – ottimo spunto per edificare armonia tra le genti – consonanza (vocalanza?) orbitale con gli altri satelliti: Europa e Io, nel senso degli altri satelliti gioviali (sangiovesi? gioviani?), non il mio rapporto più o meno in crisi con il Vecchio, consunto Continente.

Dovremmo tenerci stretti quelli che raccontano storie, non i troppi infausti loschi masnadieri menzogneri, ma i veri narratori: gli inventori di avventure sul mare, non solo liquido geografico, ma quello della mente e dell’anima mundi, gli unici in grado di inventare e/o ampliare i miseri ristretti orizzonti terreni, quotidiani.

Non conta appurare se l’amore di/per Ganimede sia paradigma, simbolo di quello omoerotico, saffico, fluido: conta solo l’Amore altruista. Le cose più belle sulla nera nuda Terra, le più splendide sono coloro che amiamo, le azioni più giuste e pie quelle che donano gioia e cure ai nostri prossimi, preziosi oltre ogni futile ricchezza materiale.

Non so se Amore e Bellezza ci salveranno – in rigoroso ordine alfabetico, alfanumerico in caso di piano B – potremmo cominciare noi; a salvarli, ovunque, anche da noi stessi.

Come disse il Saggio:

non chiedere cosa possano fare per te Amore e Bellezza, ma cosa puoi fare tu per essi.

Tuturial

Pagina degli ormai necessari tutorial – per tacere delle app – da non confondere con i tutùrial (alla Scala di Milano, in Sala Carla Fracci).

Ma dove vai, anzi, come fai (fare cosa? tutto) se il tutorial non ce l’hai? Scaricalo e apprendi, anche se prima dovresti scaricare un tutorial per capire cosa siano e come si debbano individuare e carpire, sempre i tutorial.

Abbiamo sostituito maestri e esperienza con la tecnologia e mi permetterei di constatare, osservando la realtà quotidiana, che i risultati si colgono eccome, come ciliegie mature, anche troppo.

Un tempo, le lezioni magistrali confluivano, approdavano, si materializzavano negli imperdibili annales (occhio al rispetto della doppia consonante), per essere poi consegnati non tanto – non solo – alla storia, ma a futura memoria per le generazioni successive; oggi tutto è più fluido, liquido, gassoso, impalpabile e non mi si accusi di notazioni moleste: la memoria è quella dei computer, sperando reggano i processori e l’energia, in caso contrario, catastrofe globale. Non escluderei la memoria nelle, delle Nuvole: cosa siano davvero è ancora materia di discussione, studio ma se posso azzardare una preferenza, la accorderei alle tesi dei saggi, dei poeti, dei folli.

Possiamo poi connetterci a tutte le mappe che riteniamo più adatte, ma se perdiamo l’orientamento o il senno – non di necessità virtù, non necessariamente in questo ordine – su Sgra Sagittarius A, il nuovo buco nero di ultima generazione fotografato al centro della Via Lattea, rischiamo di vagare nell’Universo senza mai trovare parcheggio da qui all’eternità (che fretta c’era?); impressionante sapere che il nostro amato Sole sia quattro miliardi di volte più minuto rispetto a Sgrà (origini veneziane?), ma nessuno si è mai davvero interrogato sui misteri del Sacro Gra di Roma ove perdersi negli ingorghi del traffico fa svanire come un miraggio anche il conturbante, onirico buco nero del nostro sistema solare; lo rende pallido, risibile, residuale.

Vuoi costruire pace e democrazia a suon di bombe? Scarica il tutorial; Vuoi rinunciare all’agricoltura biologica in favore di quella ogm (siamo in economia bellica, dobbiamo rincorrere la massima resa, qualunque cosa significhi)? Scarica il tutorial; Vuoi tutelare ambiente e salute, estraendo gas petrolio carbone e polverizzando ogni genere di rifiuto con gli inceneritori? Scarica il tutorial. Attenzione, con tutti questi scarichi di non scivolare nella massima cloaca – un po’, non suoni irriverente e azzardato il paragone, come il buco nero di cui sopra – diventerebbe poi arduo respirare, risalire in superficie.

Rivolgiamoci in massa – gli appelli e le petizioni on line spopolano (nel senso che fanno sparire drasticamente le popolazioni?) – al re degli sviluppatori: inventaci il tutorial dei tutorial, il tutorial senza generazione, quello definitivo: per insegnarci di nuovo a vivere su questa Terra, rispettando i limiti, coltivando pace libertà equanimità.

Valori e principi universali, sconfitti derisi calpestati anche per un periodo lungo, non sono mai fallimenti.

Leonardo, avrai certo notato anche tu, in questo periodo, il frenetico attivismo dei maschi delle rondini, dei passerotti, dei merli: rametti, ramoscelli, foglioline, raccolgono tutto questo materiale per edificare nidi; la loro è l’unica opera edilizia naturale biologica sensata sostenibile ecocompatibile, senza se e senza ma.

Sarebbe auspicabile che il grande popolo dei pennuti alati ci lasciasse un tutorial, prima della nuova stagione migratoria:

al peggio, rischieremmo di imparare a volare, anche senza ali di cera.

Dna alieno

Camminare senza fretta, volgere lo sguardo verso il cielo – cielo, mio marito? – notare un uomo sopra un tetto o sopra tutto; non un ussaro, forse un fantastico operaio, acrobata, in bilico su coppi vermigli, a sentimento: sdrucciolevoli alquanto.

Infiltrarsi in un vecchio condominio, metropoli dei fantasmi; aggirarsi per il giardino, vagare per i corridoi lastricati, scovare a colpo sicuro mura del passato, cercando antichi murales infantili; consapevoli che, dopo più di 40 anni, non possano essere ancora visibili, eppure con gli occhi dell’anima riuscire a scorgerli, brillanti come fossero stati appena vergati, dipinti, tracciati; tra l’altro, con pennelli e pigmenti davvero e unicamente naturali, addirittura vegetali.

Un gruppo di scienziati nipponici – 5 astronomi (bisognerebbe avviare una lunga, documentata digressione sul simbolismo del numero nella narrativa eroica del Sol Levante) – pare abbiano individuato tracce di Dna e Rna su frammenti di asteroidi (da non confondere con steroidi né impianti stereo) alla deriva nello spazio; come abbiano effettuato i carotaggi necessari, resta un mistero, non della fede, solo della scienza; i professoroni stavano in realtà tentando di individuare la base segreta dei Meganoidi, comunque, questa scoperta, potrebbe condurre – se confermata e corroborata da ulteriori indizi, nonché dettagli – ad una conclusione attesa da decenni: c’è vita o possibilità di vita nell’Universo? Come direbbe con arguzia il Maestro: un po’, soprattutto il sabato sera, con o senza febbre.

Alieni alienati, carosello galattico, traffico siderale congestionato – come fosse un apparato digerente umano, dopo peperonata serale – alieni pronti all’alienazione dei propri pianeti natale – nemmeno fossero nipotini di Santa Klaus – a titolo oneroso e/o gratuito, per consentire alle multinazionali dei bipedi di aprire nuovi mercati, di inviare i container eccedenti colmi di rifiuti tossici radioattivi. Alla fine del cosmo, Alien sembra tutto sommato un buon diavolaccio: magari donandogli un nuovo dentifricio e scorte illimitate di caramelline alla clorofilla.

Sai, Paola, abbiamo spedito ai limiti – i nostri, quelli che noi non riusciamo a accettare, comprendere, quindi oltrepassare – delle galassie note (astenersi costellazioni poco o zero mediatiche) manufatti, perline colorate, collanine bigiotteria varia, brani musicali: nessuno ha per ora ringraziato o contraccambiato, nessuno però si è nemmeno lamentato; chissà, prima di quanto si creda, dovremo necessariaMente organizzarci a turno per inviare anche nello spazio squadre di volontari addetti alla raccolta e rimozione dei rifiuti. Meglio un netto, ma cortese rifiuto, che la totale assenza di risposte (soluzioni, progetti).

Il vero duello, il vero dilemma resta sempre quello: restare umani o mutarsi in disumani? Ecco la vera ‘alienazione’. Sarebbe opportuno diventare gandhiani in ogni aspetto della nostra esistenza quotidiana, optare per la non violenza radicale, perfino durante il sonno e nei viaggi onirici, perché la sfida globale è applicare ora e sempre, qui, sulla nostra Terra, giustizia ed equità; non causare, né tollerare o, peggio, considerare incidenti di percorso fisiologici inevitabili: altre vittime, nuove vittime, nemmeno una sola. – No mas – mai più.

Sono tra noi, sono gli insospettabili, i vicini di casa più vicini – prossimi, parrebbe un’esagerazione – sono quelli che ai matrimoni pretendono di essere la sposa, ai funerali il caro estinto; affidiamoci ai paradossi, anche perché viviamo un’epoca nelle quali la verità è l’alibi dei mediocri e gli esperti sono aliene/i che dietro cospicua mercede spiegano al volgo i motivi scientifici degli errori nelle precedenti valutazioni (fornite dagli stesse/i, sempre dietro compenso). In eterno, ammesso abbia un senso: grazie al carciofino sott’odio.

Pensare al quartetto cetra (di musici suonatori di cetra?) o a quello Razumovsky: due violini, viola, violoncello, solo per autentici appassionati, anche senza orecchio assoluto; la distanza più breve tra due punti è sempre una linea diagonale, gli intervalli, le pause del tempo in un grande movimento affollato di note, chissà. Permane, amletico, il dubbio annoso, angoscioso del ragionare di e sui quartetti: 3 + 1, o 4 ab origine? Non cambierà molto nella sostanza, ma le premesse e le formule sono essenziali, meglio non fallirle.

Si sente aria di rivoluzione, si percepisce e si respira nell’atmosfera (con i brani degli Area) esigenza non più rinviabile di rinascite, si avverte – avvisare in anticipo non vale, addio sorpresa – voglia incontenibile di gioia e rivoluzione, come nei formidabili anni 70, di un qualche secolo fa:

rivoluzione autentica, senza chiedere concessioni e/o permessi preventivi alle autorità (più o meno aliene).

Oltre i primi piani

Pagina dell’elucubrazione: solo pensando a questa parola ho smarrito equilibrio, mentre la via non l’ho proprio trovata.

Elucubrare – pessimo vizio, dall’infanzia in poi – potrebbe avere relazioni pericolose con antiche candele di cera e con interminabili notti insonni, tentando di rinvenire senso, sensi, idee, frammenti di realtà e anche pane e circensi, perché no.

Sguinzagliarsi per l’urbe composita, tra insenature e golfi di ombre e ruderi, senza riuscire a distinguere le une – le urne funerarie e quelle elettorali, spesso sovrapponibili – dagli altri; gli altri siamo ancora noi o qualcosa è mutato? Abbiamo aperto le gabbie della tecnica e dei tecnicismi senza freni, ma le nostre anime hanno ritmi diversi, sono rimaste lontane, forse scollate decollate, da noi e dal mondo.

Nella notte di plenilunio, quando anche i ragni sono mannari, come incaute falene urbane o mitiche pubblicane dei mondi perduti, lasciarsi attirare dai segni di fuoco che si stagliano nell’oscurità, che risaltano dal buio – esterno o endogeno? – come fiammeggianti bassorilievi, magnifici e inquietanti.

Organizzare un sabba, sgorloniano, pasoliniano: esistenzialismi onirici, lo scandalo dell’arte, oltre i primi piani per traslocare ai piani nobili della vita e della natura, ritrovare o trovare il sacro dell’Universo, affidandosi ai veri sapienti cui chiedere lumi: i paladini delle civiltà rurali. Quelle viuzze, quei sentieri che conducono agli orti e ai campi, conservano intatti volti e cure, di genti che senza chiedere qualcosa, senza avere mai posseduto qualcosa, hanno lottato e non smetteranno, oltre la fine della società umana, oltre la scadenza delle dimensioni spazio temporali.

Veli e maschere, merletti architettonici, guglie surreali, labirinti con e senza Minotauro con le indicazioni stampigliate sulle muratura rossa arancia sicula sanguinella, per giungere all’incontro con il mitologico uomo bestia: anche se, per incappare in uomini bestia, non serve avventurarsi nei dedali storti storici tentacolari, bastano il traffico cittadino congestionato e i centri commerciali, prima e perfino durante i dì di festa.

Cortese papavero solitario, appostato sul ciglio della strada, come il passatore di antiche datate rime, di consunte contrade: tendimi un agguato, di ribelle indomabile bellezza.

In un’aia abbandonata, papaveri spontanei in gruppo: collettivo di papaveri proletari con macchina agricola dimessa, dismessa.

Oltre le apparenze, al di là di fatui miraggi, di maggio rendere omaggio ai soli esseri superiori presenti su questa nostra Terra, affidare loro il governo del Pianeta; non saranno perfettissimi, ma tra i bipedi sono le uniche entità capaci di creare vita e tutelarla:

grazie, Mamme.

400 colpi

Pagina dei 400 colpi al minuto, 400 battute – sarcastiche o tipografiche, libera scelta – 400 apprezzamenti (appezzamenti? sarebbe anche meglio, pensando ai tempi grami che ci attendono), 400 colpi di Truffaut, con o senza effetto notte; tanto poi, di notte, puoi sempre fermarti a chiacchierare con i portieri – lo sapete che ormai li hanno quasi tutti dismessi, dimessi contro la loro volontà, rottamati causa costi? – o tentare con le belle, anche se di solito, come da consunto copione, loro non ti degneranno di uno sguardo, nè ti concederanno ascolto e/o libertà di parola.

600 erano i prodi – prodi? pazzi, senza forse – della carica di Balaklava, altri 300 giovani (come si conviene agli eroi che muoiono tutti prima di aver compiuto 25 anni) quelli di Sapri – apriamo il dibattito sul ruolo meramente contemplativo, più o meno di certe categorie sociali: spigolatrici, preti, poeti – e siamo già a 900, anche senza Bernardo Bertolucci; se aggiungiamo i 300 leoni di Leonida alle Termopili, tocchiamo quota 1200: per un solo pezzo surreale, tutte queste vittime di guerre schifose e violenze insensate potrebbero bastare, ora e per sempre.

Meglio inerpicarsi, anche senza fiato né allenamento, su per i 300 scalini, per raggiungere la collina che consente poi una meravigliosa vista panoramica sul santuario della Madonna di San Luca, ove dedicarsi, finalmente, finemente ad attività agresti, bucoliche, arcadiche: cultura e colture, per rammentare a noi stessi che siamo parte attiva, ma anche dipendente, di Madre Gea.

Quanti passi, ragazzo? Quanti passi – 400? 600? 300? – ti separano dalla tua identità ontologica, quella autentica, solo tua? Avrai il coraggio, la determinazione, la volontà per colmare la distanza o ti accontenterai di essere un simulacro vuoto, anzi liquido, capace solo di adattarsi di volta in volta alla forma che altri o altri eventi determineranno a tua insaputa?

Il dubbio pare sia sempre pro reo, intanto tu corri, per non finire domani in una landa infestata di quella gramigna chiamata rimpianto; meglio il pianto. Corri, senza smettere con i sogni.

Pare che la scienza abbia determinato che le dimensioni contino poco: quelle degli asteroidi impattanti, in grado di causare un’estinzione di massa; massa è potere, ma non massa enorme, quanto basta per stroncare definitivamente le masse. Resteranno massi litici, noi non ci saremo per partecipare ai concerti celebrativi, per inaugurare nuovi obelischi mnemonici.

400 colpi al minuto, quelli della terribile Gatling: chissà perché ogni ritrovato della tecnica, ogni invenzione, fornisce all’omuncolo l’opportunità per essere riconvertito/a a bieco strumento bellico. Alle mitragliatrici, preferirei colpi di pistilli, coupe de foudre – in volgare, colpo di fulmine – colpi di genio, magari di teatro. Qualche colpo di teatro sulle teste, non si diventerà geni, si spera almeno: buoni attori, della e nella vita.

Tutti questi colpi di testa: colpa delle stelle, colpa delle Streghe – no, le Streghe no, hanno già pagato nella storia per colpe mai perpetrate – colpa, forse, di certi colpi di Sole;

si sa, i raggi uva, soprattutto poco filtrati, a capofitto sulle capocce, producono effetti stordenti.

Alla fine, proprio come Antoine, correremo insieme verso il mare, respirando forte – come colpi al cuore, di felicità – verso la libertà di essere, dell’essere (vivi e pensanti).

Busseremo alla porta di legno del Casale degli Iris e i nostri colpi con le nocche, ci ridesteranno:

in un nuovo mondo.

Solitudini e lamentazioni

Pagina, paginetta delle Solitudini, nel senso non solo della persona che si ritrova in una condizione esistenziale di esilio, abbandono, ma di un bipede che può rifilare sòle o in alternativa ottimistica, di latore sano di attitudini simili alle peculiarità di Elio – nel senso della stella fiammeggiante – e dei suoi fratelli, quelli che per loro fortuna non abbiamo ancora individuato.

Auspichiamo che dalle solitudini, certo ispide da affrontare, non si passi tosto alle stoltitudini, ché di stolti siamo circondati: senza più rammentare che lo stolto paradigmatico è il solito grullo che a bocca aperta s’incanta a guardare il dito e non la magnifica Luna piena e rossa che il dito indice invita ad ammirare.

La solitudine dell’ala destra è un bel tema, poetico narrativo filosofico – la politica aboliamola, per carità nei suoi confronti – per tacere dell’ala opposta e anche del povero portiere (di notte) prima di tentare di disinnescare un calcio di rigore in favore degli avversari.

Quante sono le solitudini? Almeno 11, ma se è vera la premessa, 11 solitudini, con uno sforzo immaginifico e personale di ognuna, possono forse diventare un collettivo.

Nel breve arco di una vita, quanta solitudine è tollerabile? Se sarai solo con la tua solitudine, sarai comunque in compagnia di essa: non so quale e quanto conforto potrà arrecarti, ma ti resterà molto spazio tempo per pensare, per piangere, per annoiarti. Una sorta di pulizia necessaria, di bonifica al tuo sistema in accezione ampia e completa: organica, fisica, biologica, mentale, spirituale per chi crede nella forza e nelle energie dello spirito (nei giorni del Premio Internazionale Nonino Distillerie, non dovrebbe essere impresa ardua, credere nello ‘spirito’).

Credere obbedire affidare qualcosa – un messaggio, una stele, un manufatto – allo spirito di corpo di quelle leggendarie solitudini divenute collettivo, magmatico, grazie ad una causa superiore, agglutinante, nonostante il glutine sia passato di moda, sia considerato ormai malefico e poco politicamente corretto, ortodosso. Un dosso nell’orto, problema o opportunità?

Il punto di vista, sempre che sia buona la vista e buono anche il punto stesso – tenere il punto, soprattutto quando è valido – è importante; più importante ruotare sull’asse, affidarsi al perno girevole senza giravolte per esercitare la propria capacità di osservazione da più lati prospettive distanze: la distanza sia giusta, ma tutto il Mondo e tutti i nostri simili siano tenuti vicini, al cuore o ciò che lo presuppone, rappresenta, sostituisce.

Rintracciare il topos, non il ratto (delle Sabine? Non credo che lo spirito del tempo sia più favorevole a certe imprese, chissà il genius loci), il luogo ove i sogni si ritirano: in meditazione, a riposare, a esaurirsi, anche a morire. Se si tratta di sogni umani, possono esalare l’ultimo respiro, l’ultima stilla di onirica energia; ancora una volta, poi, aggiungendo capitoli alla saga, risorgeranno come Fenici – intesi come i fantastici navigatori dell’antico Mediterraneo, come quelle arabe, alate – perché il nodo gordiano della solitudine non è l’auto consolatorio, ipocrita, meglio soli che male accompagnati; casomai, rifuggire dal male accompagnatorio o, meglio, dagli sciocchi, più pericolosi e letali rispetto ai soliti, immancabili intenzionati male.

Lungo il transito dell’apparente dualità
La pioggia di settembre
Risveglia i vuoti della mia stanza
Ed i lamenti della solitudine
Si prolungano

Le lamentazioni – occhio alle lame, rotanti e non – per questo mondo dopo vanno presentate allo specchio, all’immagine riflessa di noi stessi: il Principe De Curtis poteva permettersi di sputare negli occhi di certi volgari, pseudo artisti d’accatto, raccattati qui e là nei lisi salotti della creme sociale decaduta, dei sine nobilitate arroganti, dei parvenu non più pervenuti, nella realtà.

Sulla via possiamo incontrare certi tipi, ma certi tipi antropologici che non sono in grado di descrivere; soli, così soli, ma immersi nei loro pensieri – dunque, a voler puntualizzare, non solitari ma accompagnati da pensieri – che scrutando nella mente e scrutando gli astri nel cielo notturno, ad ogni passo rischiano di ruzzolare in un fosso, o in un pozzo, magari quello dei desideri e dei sogni di cui sopra, anche all’incontrario:

come quel tale, Talete, il presocratico.

Ada, splendida Ada, vorremmo, dovremmo essere come il tuo mare interiore: talvolta placidi, pronti a carezzare gli altri con le nostre onde più lievi, talvolta così burrascosi da preferire la solitudine;

però consapevoli che solo quelli con la carne a contatto con la carne del mondo possono ancora coltivare dolcezza, verità, sensibilità, pace e amore.

Veleni e bugie (stare, dove?)

Pagina dei veleni, nella nostra società: i più varj, nonché eventuali.

Tenere a mente, come nella canzone di quel menestrello dedicata a Pinocchio: la fantasia, in fondo, è solo una bugia; se bella, magari accompagnata ad altre consorelle, può anche – ipotesi migliore – originare magnifiche narrazioni.

Ora anche il Wwf ha scoperto che un terzo – forse più – dei cibi che ingeriamo con fiducia nel nostro organismo sono largamente inquinati da pesticidi: in particolare frutta e verdura. Per tacere delle sostanze che finiscono poi nelle falde acquifere. Verde, bio, biodinamico (tutto corretto, politicamente), riconvertiamoci all’ippica, anzi all’ittica – nell’Attica? – all’ittica dieta mediterranea, ignorando l’accumulo, questo sì bio, non troppo sano per noi; la peculiarità dei pesci nota con il termine di bioaccumulo, ovvero assorbimento di ogni sostanza, del tutto e del di più, senza drenaggio, senza filtraggio, senza opportuno discrimine, né discernimento delle realtà tossiche. Il DDT di Nonna Erminia oggi sarebbe un fantastico integratore, consigliato dai migliori nutrizionisti, dai medici più rinomati.

Keplero, Keplero perché ci hai abbandonati? Non so se fosti uno dei numi tutelari dell’astronomia o tu sia oggi una volgare imitazione tecnologica del Mondo Dopo, spedita a inquinare anche lo spazio cosmico, la volta stellata – ci fosse lo Stellone, quello di una volta – per individuare – intenzioni serie, astenersi autostoppisti galattici della domenica – altri pianeti al di fuori del nostro sistema solare; dal 1995 a oggi, pare ne siano stati localizzati circa 5.000, evento che ha solleticato le ambizioni dell’Impero (senza polemica) del Dragone, pronto con la propria flotta di cosmo vascelli all’avanguardia, per trovare e colonizzare un altro pulviscolo nell’Eternità, auspicando sia simile alla vecchia Terra, per dimensioni e condizioni bio (ancora?) climatiche. Passato di moda, stremato dall’iper sfruttamento senza regole né rispetto, il Pianeta Azzurro ha diramato un accorato appello ai suoi simili: se qualcuno suona al vostro citofono, datevi per assenti.

All’eco piazzola, prove tecniche di eco – quello di certi leggendari canyon dell’est e dell’ovest, per non scontentare alcuno – e di giusto conferimento e/o smaltimento dei rifiuti, i nostri: trovare all’ingresso una sorta di Pape Satan non di Aleppo, un indigeno, ma buono e perfino gentile: maglietta bianca da muratore, cappello di paglia e occhiali da sole, stile Antonello Venditti in concerto al Circo Massimo per celebrare l’anno magico di Roma (della Roma, calcio e basket), pantaloni ginnici in acetato, parlantina sciolta da dj, più che da agente ecologico; radiolina d’ordinanza – altro reperto anni ’80? – sintonizzata a tutto volume su Radio Ca’ del Liscio Casadei – casa del Signore, musica popolare da sala del ballo forse, ma celestiale.

Quando Giove e Venere, gli astri più luminosi, si incontreranno per il loro periodico romantico minuetto, vorrei essere in platea, vorrei che i Popoli fossero rinsaviti. Adesso, perché la vita è sempre e solo adesso.

Maestro Ermanno, tu che fosti, vivesti, creasti da Poeta e Uomo, oggi rischieresti la lettera scarlatta dell’infamia, anzi, uno dei tanti neo isterismi coniati (conati) da una stampa – è la triste stolida irregimentata stampa, bellezza (un po’ appassita, senza offesa) – quello che scivolerà via dalla Storia come neneista; credo, invece che Tu, sì, sapresti trovare le parole, quelle vere quelle giuste per raccontare le cose come stanno, non facendo cronaca né saggistica, ma, come sempre, empirea arte: ti schiereresti eccome, dall’unica parte sensata e umana: da quella dei poveracci e della pace.

Dalla parte degli splendidi larici che in autunno mentre gli altri alberi restano spogli assumono il colore dell’oro, dalla parte delle volpi che nelle notti invernali di plenilunio vagano felici sugli altopiani innevati, dalla parte delle bestie che, a differenza dei sedicenti uomini, di notte e di giorno, comunicano;

sanno parlarsi, vogliono parlarsi:

essi sì.

Carletto (Magno), Cartesio e il diavoletto

Pagina delle anime, pie. Sarebbe meglio degli anime nipponici, ma tant’è.

Qualche anima pia – Pia De Tolomei, Pia Zadora, ah Giusto Pio e pia te lo in … saccoccia – potrebbe per cortesia, anche fuori dalla corte, spiegarmi il cervellotico concetto di ‘armi più offensive e armi difensive’? Lo chiedo in modo accorato – e all’accorato non si comanda, si risponde – in modo serio; la serietà teorizzata da Ennio Flaiano in questo nostro (nostro? sarebbe forse il momento di osservare i colonizzatori che hanno conficcato le loro bandierine padronali nel suolo) paesucolo sdraiato, spiaggiato nel Mediterraneo: la situazione è sempre più grave – anche greve – ma per fortuna non è mai seria. Del resto, come dicevano quei raffinati intellettuali da balera, ogni tanto, dopo du’ spaghi, fattele, due risate (senza esagerare, ché dagli spaghi sarebbe un peccato esagerare, esondare con il Riso Sciocchi in ore, nella bocca dei Latini. Non Brunetto, quello poi era Conti da Nettuno, l’ala che inventava i cross al bacio, con palloni su cui era scritto ‘basta spingere’, nel senso migliore poetico pedatorio dell’immaginifica esclamazione.

Tu lo sai caro Gelindo, Rigel e Actarus esistono e sono corpi astrali, entità cosmiche bellissime e fondamentali, per le generazioni del ’70, fuori da ogni dubbio: perfino Actarus visse con cuore dilaniato – Dylan Thomas o Bob Dylan? Melius abundare: entrambi – perché aveva attraversato gli eoni e gli oceani dello spazio tempo, per ripudiare la guerra, per ripudiare le armi, nonostante il suo amico più fidato fosse una ciclopica (ma con due occhi, molto aperti) arma cibernetica.

Vaneggiando tuttavia – nel senso intuitivo, vaniloquio lungo tutta una via, senza inizio né fine – vorrei chiedere al vero fondatore della vera Europa come fece, come riuscì nell’impresa; soli, Lui e io, in quella leggendaria notte di Natale dell’800 (800 semplice, 8 secoli dopo la nascita e la rinascita del Nazareno, anno più, anno meno): mio lucente Imperator, Carlo Magno, solo per i compagni del calcetto Carletto, considerato che noi sconsiderati bipedi, dalla Maestra Storia non impariamo alcunché, potresti Tu, sommo professore, splendido figlio di Pipino il Breve (breve, in quanto laconico e conciso?), anche con metodi autorevoli e draconiani, trasmettere il tuo amore per la cultura, per l’arte, la tua immensa visione, la tua peculiarità di organizzatore supremo di burocrazia capillare, ma efficiente? Moneta e mercato unici sì, ma soprattutto materia grigia, diffusa.

Ogni tanto, per ripiombare nello sconforto, qualcuno scopre che il nostro sistema accademico si fonda sulle clientele e non sul merito, ogni tanto qualche masnadiero o anche masnadiera del quartierino, recita senza soggetto – ché la commedia dell’Arte era appunto Arte (avercene!) – per atteggiarsi a ‘vittima di macchinazioni e persecuzioni contro di me’, moscio scaduto avvilente stratagemma marchettaro per piazzare sulle bancarelle del mercato propri prodotti avariati, di solito libercoli autocelebrativi; oggi è il turno di una prezzemolona che rivendica senza vergogna – BUM! effetto onomatopeico, a scanso di equivoci – di essere la madrina (retaggio di domini matriarcali?) niente di meno che del paradigma della sanità circolare: fai la riverenza, falla un’altra volta, poi la capriola, infine per chiudere in bellezza, un’altra stoltezza. Con buona pace, dei giganti che inventarono la medicina autentica e la cura degli Umani qualche secolo prima che noi scendessimo dall’albero, anche esso maestro, al confronto del nostro QI collettivo, globalizzato.

Pare che nemmeno le memorie uscite dal sottosuolo, le memorie del male assoluto, riescano a motivare l’Umanità al cambiamento: se non ieri, dunque mai? Il vero guerriero non combatte, pratica l’Arte della Pace, sa che la vittoria è controllare il proprio lato oscuro, sconfiggere la conflittualità dentro di sé.

Grazie alle lievi, fragili farfalle che ancora, tetragone, caparbie, diffondono incanto; chi vede farfalle, comunica con il mondo onirico.

Alla riscossa stupidi, i fiumi sono in piena, potete stare a galla! In caso di avversa fortuna, donne pie vi piglieranno dai flutti, vi soccorreranno, vi ritempreranno attraverso frutti, belli e buoni.

Si pontifica da un pulpito immaginario, con veri palpiti, quando abbiamo da tempo esaurito capacità ed energie per offrire pessimi esempi.

Alzo la mano, non per pronunciare vane vanitose parole, mi offro volontario: mi tuffo per primo (e spero che la legge del Diavoletto di Cartesio sia ancora in vigore).

Cosimo, a cavallo

Pagina degli eterni ritorni.

Nella città del Giglio e di Durante degli Alighieri, dopo anni.

Perbacco! Realizzare all’improvviso, all’impronta e financo all’impiedi (la posizione eretta, verticale, favorisce o ostacola l’attività cerebrale? Una teoria si regge sui presupposti?): il tempo è una dimensione anomala, soprattutto se noi sedicenti umani attribuiamo allo stesso – o stessa? – caratteristiche non sue o imprecise. Il tempo è un gigantesco, immane – infinito? – brodo primordiale nel quale tutto galleggia, prima o poi lungo le varie rotte concentriche esistono le possibilità di imbattersi, intrupparsi in cose, persone, eventi che galleggiavano sulla superficie, lontano da noi.

Perbacco, scontrarsi con Bacco adolescente – Bacchino? Di certo, non Bacone – dalle parti degli Uffizi; il Bacco di Michelangelo Merisi da Caravaggio – caro viaggio, ti adoro – per realizzare che quell’immagine, quel giovinetto, quel ritratto era rimasto custodito a nostra insaputa nella memoria visiva e nell’anima e da quei luoghi, di sicuro misteriosi, spesso inaccessibili, se non attraverso arcane procedure, aveva continuato in modo incessante a solleticare fantasia, immaginazione, rapimento estatico per la Bellezza: nasce così, origina da lì la fatale ossessione per il genio Caravaggio?

Fare il perdigiorno presso Piazza della Signoria e notare – impresa poco ardua, in verità – un cavaliere in groppa al proprio formidabile destriero: cavaliere con destrezza. Cosimo, iccome tu stai, bischero d’un bischero. Fo’ la mia parte per mia contrada e mia patria, perché spero che li miei concittadini mi proclamino un giorno padre della patria e tu, maremma impenitente, bada bene: padre e patria de li tempi miei. Ridestato da un colpo di zoccolo o dal fastidioso trillo del cellulare di un turista penso al mio fortuito, fortunato incontro: il Cosimo de’ Medici, nonno di quel Lorenzo che fu magnifico, davvero e anche sul serio. Entrambi furono magnifici, entrambi capirono la strategica importanza nel tessere fitte trame di relazioni per poter realizzare progetti, entrambi fecero ampio utilizzo di risorse bancarie per incentivare cultura, arte, magnificenza: anche in questo caso, non nella concezione deviata e utilitaristica – se non in minima, trascurabile parte – che ne abbiamo noi moderni, noi evoluti, noi bipedi:

quelli che hanno appaltato il proprio futuro – non esiste il futuro senza il presente, non esiste il presente senza memoria dei presenti andati; il futuro, come diceva la Saggia nella sperduta foresta montana dei Sogni, è di chi se lo piglia – a droni e applicazioni, ma hanno deturpato, desertificato il proprio patrimonio delle parole a non più di 100 superstiti.

Un altro colpo di zoccolo, la capa gira: stavolta è il fiero, imponente quadrupede a parlarmi direttaMente, Oh grullo, rammenta la umana commedia, mica un ghiribizzo di mente geniale tanto quanto bislacca, ma un compendio dello scibile umano, dalla poesia alla retorica, dalla filosofia alla matematica all’astronomia alle più raffinate questioni teologiche, oh grullo, e voi?

Peccato, perbacco. Stordito, ammutolisco. Allibisco, nell’etimo originale, di allividire, restare livido:

causa scorno, vergogna, palese inferiorità.

Chiedo venia all’Arno, biondo schiumoso come birra, non da luppoli e fermenti passionali ma inquinamento antropico; un fiume non deve, non può, morire, ma un bipede sì.

In più, in peggio, quale rappresentante dell’involuto Mondo Dopo: indegno di posare le proprie membra – come fosse il Gange – più indegno di sciacquare i panni (e l’inadeguata glossa) nelle sacre acque.

Utopie, magnifiche però

Distopie, ne abbiamo? Oltre le cime: dei capelli, di rapa (memento: anche come rapa, non sembri una cima), delle vette – e perché no? vettovaglie – più impervie e inaccessibili.

Scendiamo in piazza, riempiamo le piazze per le resistenze – non solo elettriche – per l’ambiente, per ogni genere e tipo di vera equità, in contumacia, in attesa della politica. Temo che periodiche piazzate alle sedicenti classi dirigenti non bastino più.

Dopo l’abbuffata, l’indigestione di distopie, sarebbero gradite, auspicabili nuove, scintillanti Utopie, però magnifiche già dalla formulazione nell’empireo Iperuranio delle Idee; astenersi aridi cinici perdigiorno, anaffettivi, anacoluti, anaonirici.

Preparare per pranzo un Pollo alla Marconi – Guglielmo, quello del telegrafo senza fili, non Tell, quello della corda tesa – che grazie a misteriose leggi dell’energia elettrica (in codesta circostanza, con fili e trasmettitore) riusciva a rendere salterini anche i volatili avicoli defunti, spaventando oltre il possibile, domestiche e convitati, meglio se non di pietra; ché da cervelloni a burloni è davvero un attimo. La scienza avrà metodi e regole deontologiche rigorosi, ma anche la goliardia, non scherza: casomai, (si) burla con gaudio massimo e intima soddisfazione.

Sai, Ramira – Ramira besame, mucho – ti ritrovi dall’oggi al domani quadrupede diventato bipede (o viceversa), con terribili dolori alla schiena; sarà colpa dell’aspirapolvere e delle faccende domestiche? Potresti chiedere all’attrezzo direttamente, in questo strano mondo di seconda mano, non ci capiamo tra noi, ma abbiamo inventato ramazze parlanti. Nella caverna, molte ombre di sicuro, molti problemi di civilizzazione in meno: al netto della caduta della coda, o della sua ricrescita inaspettata.

Scandagliare gli abissi dell’Antartide per rinvenire il relitto della Endurance: il leggendario capitano Shackleton sarebbe fiero di noi e anche Francuzzo Battiato sorriderebbe, dalla sua attuale dimora nel giardino della pre esistenza. Dovremmo celebrare l’ostinata intuizione di Mensun Bound – no boundaries (senza confini), per i folli sognatori – che grazie ad un rompighiaccio fantascientifico e ad alcuni droni sottomarini è riuscito a localizzarla nel terribile Mare di Weddell, a oltre 3.000 metri di profondità. Non si tratterà della versione moderna di 20.000 leghe sotto i mari, certo lo scafo del mitico veliero resterà intrappolato – o custodito, per gli ottimisti – laggiù, quasi integro, come nel lontanissimo dicembre 1915, data della audace spedizione: gelo antartico che sarà ghiaccio del sud (bollente?), ma iberna molto più di quello settentrionale.

Annegare nell’oceano delle rimembranze, fallaci: un percorso ineludibile, per tutti. Tornare come il colpevole, sul luogo delle proprie radici, forse incerte, come le reminiscenze; anche a propria insaputa e contro la propria volontà: delle scale sgarrupate in muratura, un’antica logora terrazza coperta che, malgrado l’incuria degli uomini e gli affronti degli anni ineluttabili, resiste, ad ogni affronto, ad ogni confronto, ad ogni rimbombo. Un porta a vetri sbarrata e bloccata dall’interno, un uscio che ere geologiche fa qualcuno chiamava casa e oggi genera ondate concentriche di commozione.

Invocare il Mare, il dio del Mare o il mare come fosse esso un dio di qualche pantheon naturalistico; invocarlo in greco antico, tentare. Certo saprete che nella Grecia classica, soprattutto nelle regioni dell’Attica e dell’Arcadia, gli ascensori nei grandi alberghi per guerrieri, poeti, filosofi, artisti e immancabili turisti – a orde agostane – recavano solo due pulsanti: anabasi/catabasi.

Per guarire da ogni male, per superare ossessioni e manie, nessuna alchimia farmacologica, affidarsi alla talassoterapia. Dentro le conchiglie: narrazioni e canzoni e soprattutto splendide utopie, senza limiti né confini;

auspicando non si tramuti tosto in tostissima salassoterapia.

Avremmo già dato.

Porci cremisi

Pagina del progresso scorsoio, come lo definiva il grande poeta Andra Zanzotto.

Scorsoio, come il nodo dell’impiccato e non si tratta di un gioco, ma della croce – poco virtuale, molto solida – alla quale ci siamo appesi, optando per lo sviluppo di marca fossil capitalistica.

I veri Poeti hanno occhi formidabili, sanno guardare molto più in profondità, molto più lontano, scandagliando tutte e quattro le dimensioni principali, spesso anche quelle ancora non teorizzate, non individuate dalla fallibilissima scienza.

Pagina del rapporto Forrester che non è il rapporto Pelican – anche se le attinenze esistono, eccome – né si tratta del business plan di una casa di moda di infimo livello di Los Angeles; Jay Wright Forrester, ingegnere del Mit di Boston, già nel preistorico 1970, pungolato da quei pazzi del Club di Roma, fondato da Aurelio Peccei, aveva redatto un modello matematico che – mannaggia alle coincidenze – individuava nell’anno 2020 l’inizio del collasso finale della civiltà umana.

Un modello non campato in aria, non dedotto da un lancio nell’etere di dadi griffati Alea, né su oscuri indecifrabili incomprensibili vaticini, in stile Nostradamus: una previsione scaturita dall’analisi approfondita di quel criminale, suicida stile di vita incentrato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse comuni e sulla produzione senza limiti di merci di ogni tipo, incuranti dello spreco e del conseguente inquinamento, all’ennesima potenza. Di questo passo, il riscaldamento globale supererà i tre fatidici gradi centigradi – rispetto ai livelli del mondo pre industriale – al ritmo di una ouverture rossiniana, con un epilogo noto che, al confronto, le pellicole catastrofiste di Hollywood apparirebbero comiche dell’era del muto, interpretate da Ridolini.

Siamo precipitati nell’evo spurio, senza speranza e senza respiro: l’umanità forse si salverà – grazie a una qualche forma di memoria – mentre si estingueranno gli umani, rei della colpa più grave e inemendabile, avere mutato per egoismo egotismo, egolatria autoreferenziale la natura della morte, in cultura unica e monocratica della morte.

Chi guadagna con la guerra e con l’inquinamento è un farabutto, un criminale contro i Popoli e contro la Terra.

Stormi di biplani – esistono ancora, dunque? – graffiano un cielo colore carta da zucchero:

è come ritrovarsi catapultati dentro un film di Sensei Miyazaki, con un balzo logico, perfetto.

Parafrasando l’intrepido aviatore Marco Pagot, meglio diventare porci rossi che guerraforieri e avvelenatori, prima che anche la fase del collasso diventi irreversibile, meglio diventare porci cremisi (con le ali), per imparare:

a prendersi cura della Natura, del Mondo, di noi stessi.

Linee di luci (senza ribalta)

Pagina della rinascita, non della rinascente;

almeno oggi, al bando i commerci, i mercimoni, di ogni genere e specie; perché si comincia trasformando tutto in mercato, commerciando tutto, anche le risorse primarie che in quanto comuni non appartengono a qualcuno, e si rischia di diventare merci, prodotti con un prezzo e con una data di rottamazione, a nostra insaputa.

Bello avere la facoltà di commettere solo errori – i più marchiani, i più stupidi – potendo poi contare sulla rinascita, sulla resurrezione; seguire una linea, la propria, verso un luogo impreciso, imprecisato, perché, con alta probabilità, non esiste.

Lo spiegava con passione il buon professor Alfio: i punti che formano le linee sono infiniti, quindi le linee stesse sono infinite. Bisognerebbe trasformare in sentieri quelle che più ci somigliano, quelle che ci attraggono, quelle che emanano luci musiche odori parole che esercitano incanto e melodia sulla nostra, dentro la nostra anima.

Interrogarsi sempre, gli esami non finiscono mai, raggiungere infine la consapevolezza e la saggezza che l’eccesso di domande non conduce, anzi blocca, impedisce la deambulazione: il senso della vita deve restare un po’ misterioso, altrimenti quelle linee – belle per sé stesse, belle in quanto varie, infinite, adatte per ognuno di noi – rischiano di fuggire oltre l’orizzonte, di celarsi per pudore, di mimetizzarsi nella confusione del Mondo.

Chiedere un passaggio – passaggio anche in India – effettuare un passaggio, imparare ad andare oltre noi stessi, oltre gli egoismi; aprire percorsi e costruire ponti: non esistono altri modi, altri mondi che questi per raggiungere la vera liberazione, dai nostri lati oscuri, dai nostri vizi perversi.

Buona Pace, a tutta l’Umanità.

Valle oscura (salvare la selva e anche i selvatici)

Ritrovare il cammino, perdere il passo, sbagliare sentiero.

E’ facile accedere ad una valle oscura, anche se non sai come e cosa fare.

Se i nostri ricordi, la nostra storia, le storie di tutti noi fossero confinati dentro le nuvole, atmosferiche e virtuali, come potremmo poi accedervi, in caso di necessità? Il passato – scostumato, dispettoso – non è cristallizzato in una goccia d’ambra millenaria, è cangiante mutevole irrequieto, fuggevole, come il mercurio.

Rinominarsi, ognuno come gli garba, con l’identità che preferisce; da uomo a donna, attraversando tutti i gradi gradini, anche gradoni di Zeman, delle opzioni; come dice un vero uomo di mondo con pseudonimo femminile: meglio essere pesci rossi dentro la solita boccia o salmoni contro corrente che poi temerari abbandonano il loro fiume per scorrazzare tra i perigli imprevedibili dei vasti oceani?

La vera odissea è peregrinare verso l’ignoto o riapprodare a qualche Itaca, ignota forse più del cosmo sconfinato? Sono più astratte – l’altra faccia del pragmatismo? – le utopie dei ragazzi del ’68, o quelle dei giovani mutanti della generazione Z (Zorro? Una Volpe leader sarebbe sempre una benedizione) in questo Mondo Dopo, bislacco, ma prevedibile nelle solite magagne mancanze degenerazioni umane?

L’utopia è energia pulita e rinnovabile per alimentare progetti veri e rivoluzionari, o solo chiacchiericcio pseudo intellettuale, per darsi un tono? Tono su tono, dal visagista, quello delle dive, in contumacia di vere divine?

Attenzione: si fa presto a dichiararsi pronti al tuffo del salmone, per poi effettuare invece il salto della quaglia e finire dentro il solito, affollato ballo della cadrega, poltroncina, poltronissima, abusiva ma secondo la legge. Come certi disastri ambientali, crimini contro l’Umanità e contro la Terra, resi possibili seguendo pedissequamente i codici e codicilli di certe norme perverse.

I nazisti dell’Illinois sono insopportabili, ma anche quelli mimetizzati in certe sedicenti democrazie non paiono troppo affabili, né affidabili, soprattutto quando sparlano di pace, ma sono coinvolti mani piedi testa e pancia – anima no, sono sprovvisti dell’attributo – nel lucroso vortice affaristico di armamenti ed energie fossili; meriterebbero un giro di charrette calesse, carrello, biroccio che dir si voglia, per costringerli a imparare quell’oscuro oggetto del desiderio della stragrande maggioranza dei popoli terrestri: progetti partecipati di pace e democrazia.

Se perfino i gorilla della reclame esortano a restare umani, possiamo davvero deludere quel visionario che auspicava come festa per tutto il Mondo la capacità di fare la pace, prima – molto prima – di farsi la guerra? Con arguzia, Passepartout disegna perle: Darwin aveva intuito che sopravvivono non gli animali più forti, ma quelli che sono in grado di adattarsi all’ambiente, non aveva previsto che l’ambiente non sarebbe stato in grado di sopravvivere a certi animali.

Noah, maga di solito gentile, quale consiglio regaleresti ad una contea nella quale fiori, arbusti, erbe, vegetazione varia e variegata pare abbiano smarrito ogni traccia, anche minima, dei propri naturali profumi?

Qualcuno deve sempre, per forza, per amore, per amore della forza – con la forza dell’amore – comandare? Plebiscito – elmo di Scipio, o plebe di scito? – per designare un poeta alla guida o lasciarsi guidare a briglie sciolte, senza briglia alcuna né mordacchia, dalla sola, pura poesia? Dilemmi: la sentenza sarà ardua, ma rispettosa della metrica.

Alla fine, andiamo sempre tutti via;

la tragedia è questa, la vera valle oscura immensa, immersa nel terrore,

è quella abbandonata, quando fuggiamo via:

da noi stessi.

L’Uomo delle Stelle (vela gialla)

Integerrimi, integri o integralisti? Basta distrarsi per un momento ed è un attimo ritrovarsi nella categoria sgradita.

Pane e pasta integrali o tradizionali? Ardua sentenza: quanto logora optare, soprattutto se non hai nemmeno un grammo di pane e pasta.

E’ davvero caro agli dei chi vince una guerra? E se poi gli dei mutevoli e capricciosi si fanno cogliere dall’invidia – mosca dispettosa, però divina – e al presunto potente sottraggono ogni onore gloria favore? E’ davvero potente e illuminato chi dispone di armi formidabili e le utilizza per annientare nemici e amici sospetti, o chi rinuncia a profitti e celebrazioni per dismettere, smantellare armi e odj?

Chissà quale mastice, quali fragili sottili fili di seta tengono insieme gli amanti? Quali equilibri, dinamiche, motivi formano la formula alchemica dell’attrazione – puro istinto animale? – e soprattutto della persistenza nel tempo, simile alla resistenza di un antico maratoneta. In fondo, come dare torto a Don Abbondio: Carneade, messaggero di missive amorose, chi fu costui?

Sai Chiara, quanto ti ammiro e invidio, nell’accezione migliore e positiva del verbo? Bramo senza bramire ogni tua competenza, ogni tua intuizione, tutta la tua enorme, variegata cultura: i tuoi scherzi intellettuali, la tua capacità di mutare punto d’osservazione, premesse, conclusioni, proposte, progetti, previsioni; il mare d’inverno è come l’eternità, qualcosa che la mente non considera – magari desidera – e il nostro passaggio terrestre come l’affiche di un vecchio film d’essai, ingiallita dal tempo (il manifesto e anche la pellicola), scollata dai muri, trascinata alla ventura, dal caso e dalle raffiche del vento. Eternità spalanca le tue braccia, se esisti: sei una dimensione dello spazio o del tempo, sei una dimensione senza dimensioni, un’entità non euclidea?

Emigrare a bordo della zattera floreale nipponica, formata da fitti petali di ciliegio, seguendo la placida corrente del Fiume dei Sogni: l’immortalità mai – sarebbe immorale e anche tediosa – ma l’approdo alla Terra delle volontà finalmente buone e comuni, questo sì.

Vorrei affidarmi a Yuri, primo vero cosmonauta terrestre (russo, anzi sovietico, con la sigla CCCP stampata sul casco), primo uomo delle stelle: a lui chiederei qualche rassicurazione, se non conferme, né improbabili, impossibili certezze.

Dimmi, è vero che i sogni sono utopie da trasformare in progetti e non luci fatue come le stelle, raggi laser cosmici di corpi celesti ormai senza vita? Messaggi senza codice a rammentarci, ammonirci sulla nostra natura fragile, transitoria, transeunte.

Partire infine con lui, su una cosmonave, gialla come la vela di una magnifica imbarcazione chiamata Saba (Regina?), per tingere di giallo il mare, per distinguerci bene – ritrovarci? – dall’immensa distesa ondosa, ondulata, dallo stordente Assoluto fisico, metafisico:

intorno a noi, il silenzio estremo della quiete.

Quaresima bellica

La veloce gazza sarà forse ladra, ma anche gli umani – o presunti tali – non scherzano.

Non trasformiamo la discussione sulla gazza, nella consueta gazzarra, ideologica non più, di cortile nemmeno. Purtroppo.

Quanta nostalgia per i cortili, per le aie; nostalgia non fine a sé stessa, ingenuo sentimento per età dell’oro mai accadute, ma per quelle realtà fisiche ontologiche, quando le parole rarefatte, parche, avevano valore: inestimabile.

Meditare sugli amori e sulle occasioni perduti, sprecati, decidere se dai fallimenti e dalle disfatte si voglia, si possa – magari poscia, più che pria – imparare qualcosa. Struggersi di malinconia per eventi surreali, metafisici.

Il minuetto di appassionato corteggiamento di una coppia di rondini muove smuove anche l’anima più draconica – nel senso cercato e ricercato dell’astrologia araba – peccato siano in ritardo, le livree delle rondini; solo qualche ape, raminga e solitaria, fa capolino, timida.

Chiromante, rabdomante, oniromante, chiaroveggente: saranno queste le figure professionali più richieste; non in un prossimo vago futuro, ma tra pochi minuti. Essere senza tempo e avere memoria, oppure il contrario? Entrare nei e interpretare i sogni, quelli altrui: lavoro ad alto rischio. Come esprimere incautamente desideri, senza essere consapevoli che potrebbero inverarsi.

Homo sine pecunia imago mortis, sed etiam homo sine vidutam; le realtà e le verità non sempre coincidono, dipende, molto spesso – forse troppo – da chi le osserva e come, da chi inquadra una porzione del mondo e alcuni accadimenti; tra i Sumeri e gli Accadi chissà cosa penserebbero e direbbero, di noi e della nostra presunta civiltà. Somma sciocchezza attribuire a persone scomparse e decontestualizzate dal loro tempo mortale, parole opere omissioni, perfino opinioni e intenzioni di voto.

Servirebbe più di sempre una bella quaresima bellica, una quaresima istituzionalizzata laica (financo religiosa, melius abundare) delle armi e di tutti/tutte queste/i aspiranti guerriere/i, non per quaranta giorni: definitiva, perenne;

domenica delle palme bianche, palme in alto: vi arrendete?

Non al dono della pace – non è mai un dono, ma un progetto – al tempio, al tempo della pace, da costruire insieme.

Tramonti nucleari

Noi umani non saprei, ma la vita non si arrende, combatte, in direzione ostinata contraria, perfino stanziale: dentro mortiferi cemento e asfalto.

Sarebbe divertente raccontare ancora – dove saranno mai finiti narratrici e narratori? – la leggenda delle sette sorelle; ognuno poi ci leggerà quel che più gli aggrada e interessa, quello che custodisce dentro l’anima: le sette sorelle del petrolio degli anni ’70 (sono cambiate le sorelle, non il petrolio, né gli appetiti dei profittatori del petrodollaro); le sette sorelle astrali per i più poetici, le Pleiadi; le sette sorelle del calcio, quando quello italiano sapeva ancora coniugare risultati e divertimento (al netto degli intrallazzi, sempre presenti); le sette onde nel senso delle vibrazioni cosmiche; le sette indomite sorelle nel West, alla caccia di sette audaci, da impalmare; le sette – e non più sette – strane note musicali del pentagramma, per declamare prose e liriche con adeguata colonna sonora – mai più genere minore, minoritario dopo Ennio, Maestro Morricone.

Organizzare a Venezia, a mezzanotte, in Corte Arcana detta Sconta – senza sconti, per alcuno – tra opportune fidate ombre mercuriali, incontri letterari per pochi, fidati, fiduciosi adepti della lettura; portatrici sane di cultura – per passione, solo per passione – relatrici della quadrupla intervista con l’Autrice (o si dice autora?), con il gatto Zibibbo, con il Conte Dracula mai morto ma felice nuovo cittadino della Città Eterna, con Carl Gustav Jung per capire l’essenza della pace e della luce e archiviare consapevolmente guerra e tenebre; ospite speciale, a sorpresa, Mina Harker ora residente nella Serenissima, però travisata con artistica maschera artigianale indigena. Dirimere, una volta e per sempre, la differenza tra eternità e immortalità.

Esiste un impero del bene? Un ennesimo regime, una dittatura, una favola, la più gotica di tutte; forse per questo il Vampiro ha optato per vivere – se così si può intendere – tra i dolci refoli del Ponentino.

Come disse quel Profeta: il mondo vive ormai sul baratro di un’apocalisse continua, fondamentale restare immobili sul posto. Lo abbiamo forse preso un po’ in eccesso alla lettera, magari anche senza esegesi biblica; avessimo interpretato alla lettera, quella autentica, l’apocalisse – nel verso della parola – qualcosa avremmo capito. Sempre forse, visto che le forze languono, latitano, scemano.

Se la Montagna Sacra non va al viandante, vada il viandante – senza doppi sensi, né volgarità – al monastero litico scavato nella montagna; forse la frase e il suo significato erano altri alteri alterati, ma nell’epoca della pioggia torrenziale di bufale, rimesto anch’io nel siero caseario torbido.

Tramonti nucleari, tramonti inquietanti, disco del sole virato al seppia, ma di una fitta coltre di compatto pulviscolo di smog, cenere d’esplosioni, futuri sminuzzati nel tritacarte, quello dei consigli di amministrazione con annesso ‘termovalorizzatore’.

Sarebbe auspicabile un palinsesto delle menti, raschiare via tutte le incrostazioni fino all’ultimo invisibile brandello di memoria preconcetti pregiudizi: rinchiudersi poi da soli, a piccoli gruppi, infine a popoli dentro la stanza, quella delle parole, per imparare di nuovo, per imparare davvero, per dialogare sul serio.

Il Mondo nel frattempo è già andato oltre: erbe e fiori spuntano e germogliano, ribelli e spontanei dentro ogni crepa inerte arida sterile di quella che celebravamo e credevamo fosse una evoluta modernità.

Il Mondo è già oltre, oltre noi.

Pacifisti (guerraffondai)

Tre donne intorno al cor, sempre meglio che intorno al col.

Un incubo o un sogno? Il col, il collo o un colle, quello dove un bipede travestito da lupo sbraita contro un agnellino a valle, accusandolo di avvelenargli l’acqua del ‘suo’ torrente?

Forse le implacabili Erinni?

Inique sanzioni contro i renitenti alla patria e alle retoriche bellicistiche, ritorno immediato e massivo alle energie carbon fossili, basta inutili ciclabili che sottraggono fondi alle infrastrutture energetiche, alla sbarra immediatamente i pacifisti che per costruire la pace non vogliono la santa guerra, ma attuare una pace innocua passiva con la messa al bando definitivo degli armamenti e relativi commerci. Ecco i veri nemici dell’umanità: preferiscono il logos al benedetto istinto, la mente al ventre, l’anima al cuore sanguigno pulsante. Un bel colpo di clava in testa non fu mai scritto; considerate le premesse del III millennio nel Mondo Dopo, meglio darsela, a ‘gambe elevate’.

Ti stupiresti, quanto ti stupiresti se ti dicessi che il Gran Nolano – Bruno Giordano, centravanti del pensiero – aveva prefigurato con secoli di anticipo una società disumana nella quale, un potere centrale costituito da una ristretta cerchia di persone, sarebbe stato in grado di indirizzare e influenzare i gusti e i bisogni delle masse, controllandole a menadito, a loro totale insaputa?

Ci vorrebbero ancora dei pensatori così – mentre insistiamo nel richiedere pareri ai campioni dei disastri, quelli che hanno innescato il tracollo del Mondo – servirebbero Monaci della Parola, come Guido Ceronetti, capaci con totale laica fedeltà al verbo e con incorruttibile rigore morale di spiegarci vere origini, veri significati di tutti i lemmi, per scongiurare il pericolo che la nostra colpevole ignoranza faccia risorgere la Babele, definitiva.

Sono passati solo 4,5 miliardi di anni dall’incidente stradale sulla Via Lattea, dal botto cosmico da cui è nata come conseguenza positiva la nostra amata Luna, molto più di un semplice satellite; non fosse spuntata, 44 anni fa le truppe d’invasione del Re Vega non avrebbero trovato un avamposto adatto per la loro base e la storia, una delle più grandi storie della fantasia e dell’umanità, si sarebbe conclusa subito o avrebbe seguito percorsi diversi assai.

Tra l’altro, con un pizzico di maraschino e calma, appena risolverò l’equazione dimensionale spazio tempo, chiederò a Chiara Valeria, formidabile intellettuale e autrice, la possibilità di partecipare in veste di spettatore attivo – nel senso di sveglio e magari dialogante – agli incontri tra Carl Gustav Jung e il Conte Dracula: le loro appassionate considerazioni su natura e umanità meriterebbero vaste e attente platee. Nessuno più dell’elegante Vlad – Bela Lugosi o Christopher Lee? Entrambi – tiene alla salvezza e al benessere degli uomini, non solo per mere ragioni di sete ematica: il nobile transilvano ha capito che ognuno, perfino i non morti, sono legati a doppio filo, a elica doppia, agli altri esseri viventi; volenti o nolenti: questo dovrebbe di colpo offrirci punti di vista, perfino di svista, sui terribili problemi che angustiano il Pianeta e soprattutto sulle soluzioni che dovremmo adottare per risolverli.

Amavo il Conte Dracula – piuttosto che l’insulso Pinocchio – da tempi non sospetti, ora, di più:

potrebbe diventare il direttore generale dei Popoli Uniti della Terra. Versare ogni tanto qualche obolo di sangue, non dovrebbe spaventarci più di quello che stiamo combinando adesso, contro noi stessi, contro la casa comune.

Canne al vento, canne d’organo, canne di Amsterdam: a ognuno le sue, quelle preferite, le più adatte alla sua personalità; organizziamo la solita vecchia gara maschilista a chi ha le canne più lunghe, anche se, favoriti, per distacco, restano gli abitanti di aree lacustri.

Alla fine della fiera, delle vanità e delle frivolezze, stabilire il vincitore sarà comunque cerimonia inutile, ridondante, i veri patrioti – patria, mihi ignota est – saranno coloro che abbarbicati tenacemente allo scoglio della tipicità. No: errata corrige, quelle erano vecchie analisi dei professionisti della reclame glocale; abbarbicati alle canne del gas – non sarebbe meglio un’ultima spiaggia per mercoledì da leoni? – per amore della nazione (sappiamo che l’amore talvolta costringe a schiaffeggiare gli antagonisti di turno) avranno il supremo coraggio di dire basta alla dipendenza:

chiudendo, una volta per tutte, il rubinetto generale.

Sperando si tratti di quello collegato alla fabbrica dell’idiozia.

Zappa e potere (o podere)

Il potere della zappa ritornerà a estendersi su tutte le terre emerse e anche sommerse, in maggioranza dilagante, a breve.

Dal potere del cane – fatto notorio incontestabile, nonostante certe accademie hollywoodiane – al potere della zappa, il passo sarà naturale, anzi potrebbe trattarsi di paso doble, connubio auspicabile: evolutivo, finalmente.

Come diceva sbraitando un antico caporedattore sanguigno: Zappa! Lui non invocava Frank, il grande chitarrista, né celebrava l’utile fondamentale strumento; apostrofava i sottoposti – la manovalanza redazionale – quando commettevano strafalcioni, quando scrivevano castronate e/o castronerie (non prodotti gourmet Castroni); oggi, nel Mondo Dopo, resterebbe afono dalle urla, il potere delle zappe ha conquistato in modo capillare l’intero sistema mediatico informativo e se non ci credete, leggete a vostro rischio e pericolo anche solo i titoli delle prime pagine o un banale pezzo di colore nella sezione spettacoli: piccole botteghe degli orrori dilagano.

Lo sai Paco, che polpi e crostacei, nonostante siano invertebrati, sono dotati di intelligenza raffinata e sentimenti delicati, forse molto più di noi, ormai?

Charlotte, cresciuta tra cime tempestose, rassegnata in apparenza, ribelle con l’intelletto e la creatività, potresti spiegare all’umanità sempre più fiaccata da inquinamento e falsità, giochini di dominio e insaziabile voracità di profitto, che la tanto reclamizzata decantata – chi lo porta il decanter per il vino? – verità, non è altro che un modo alternativo di indicare un credo, una fede? Di quale verità parliamo quando le infliggiamo l’iniziale maiuscola? Del delta delle verità? Tutte raggrumate si potenziano fino a delinearne Una, l’Unica e sola – o sòla, alla romana – oppure si elidono? Quale fastidio e/o pericolo potrà mai costituire per noi e per il nostro sistema di valori una verità altra, se in fondo si tratta solo di un modo diverso di vedere e interpretare il mondo, se si tratta solo di una fede alternativa, vestita con fogge a noi sconosciute o mai incontrate prima? Quale folle insicurezza ci spinge a volerle abbattere a colpi di vanga? Charlotte, un giorno spero vorrai insegnarci la tua canzone.

Amico روبرتو, Rubirtu, dove sarai oggi? Quanto mi piacerebbe – chimera onirica – viaggiare insieme a Te, nel deserto, nella Terra di Dio, grazie al quale – credenti o meno in un’entità se non creatrice, metafisica, libera dai nostri limiti, dalle nostre grevi zavorre egoistiche – incontrare nomadi berberi, farmi insegnare la cerimonia del te e soprattutto l’abilità di cavalcare in mezzo alle dune, incontro alla Luna rossa, piena dominatrice del nostro cielo notturno.

Come considerava con stupore Elias Canetti, l’uomo ha attraversato secoli, millenni, eoni raccogliendo nella gerla la saggezza dei suoi predecessori, per poi ritrovarsi a camminare nell’epoca attuale, con immensa stupidità.

Il vero contadino, discepolo delle stagioni, filosofo della Terra sa che solo colui che trasporta ogni giorno i secchi con l’acqua che gli serve per vivere, conosce davvero il valore di ogni goccia:

questo il grande potere della zappa.

100 giorni

Pagina della grande sete.

Di verità, giustizia, equanimità, magari – se ne avanza – pace.

La grande sete del Mondo, anche di pioggia, perché senza una terra sana, irrorata da sana acqua piovana, la vita rischia di trasformarsi nel suo contrario; peggio, nella negazione – non annegamento, o forse sì – nell’inesistenza della vita, in ogni sua forma articolazione variante.

Cara Ursula, se più di 100 giorni senza gocce di pioggia su di te, ti sembrano pochi: tre mesi e oltre di siccità, aridità ambientale agricola, aridità spirituale umana intellettuale.

Cento giorni di te e di me, 100 giorni d’esilio all’Elba o altra isola a tua scelta – opta, magari fallisci, ma opta! – 100 giorni di bellissime sconfitte, meglio di un’unica grande vittoria crudele, senza arte senza parte senza poesia.

Cento giorni a scavare gallerie, vie di fuga, insieme a Faria, l’abate o insieme ad un sakem (Tatanka Yotanka) per scrutare gli orizzonti e i cieli, per intonare a Manitù inni votivi e propiziare la precipitazione, quella più urgente. Cento giorni d’assenza e poi? Bocciatura secca – secca, per forza di cose – o ennesimo inutile sfarzoso congresso a Vienna, per decretare secretare con Pulcinella l’impotenza, l’ignavia, la sciocchezza generale?

Può morire un fiume, si chiedeva Augusto Daolio in tempi già sospetti? Mentre apriamo il dibattito e giriamo la prima instant fiction fluviale, il grande padre Po ci saluta: mesta uscita di scena, senza passerella finale, senza concedere acclamati bis, purtroppo.

Sono più lunghi e duri da sopportare 100 anni di solitudine, oppure 100 giorni nella pazza massa, in questo delirante Mondo Dopo? Sotto i cipressi confortati dal pianto finale dei nembi, forse si respira aria nuova e fresca.

La sfida dei Cento nomi, o meglio dei 100 sinonimi perché – meno è meglio, scalpellare via il superfluo è diventata necessità vitale – ma se lo sai dire in modo ogni volta diverso armonioso financo bello, invii lampi d’intelligenza al Creato; 100 canti, 100 opere d’arte, 100 libri o almeno uno, una copertina l’avrai vista nella vita, un particolare un dettaglio una parola avrà scosso se non la tua coscienza, l’immaginazione, l’immaginario, l’istinto.

Com’era semplice la quotidianità con due sole, semplici verità, quelle di Agatha Christie, mentre oggi annaspiamo tra 100 verità, al minuto secondo e non sappiamo distinguere loglio da agosto.

Oggi i Rokes intonerebbero uno dei loro storici inni però all’opposto: è la siccità che se ne va e ritorna la pioggia; ma che colpa abbiamo noi, non sarà più cantabile per generazioni, ché di colpe e vergogne ne abbiamo cumulate troppe, non basteranno i 100 giorni di Caterina senza più casco d’oro a dissipare responsabilità ed effetti perniciosi.

Povere pernici, del deserto: anch’esse, nel loro micro universo, piangono lacrime di rabbia.

Biciclette

Quando un ragazzo eritreo, nato in mezzo alla polvere e alla povertà, vince per la prima volta nella storia una delle grandi classiche del nord nello sport chiamato ciclismo, io – perdonate l’invadenza personalistica – esulto, come avesse primeggiato un mio fratello.

In effetti, lui è mio fratello: così povero nell’infanzia che la vera ricchezza risorsa speranza sono state proprio quelle strade sgarrupate polverose insieme ad un catorcio che avrebbe dovuto somigliare almeno in qualche dettaglio ad una bicicletta.

Del resto, in una vecchia canzone, qualcuno chiedeva al Signore un grande dono: una bicicletta, per alleviare le fatiche di una vita dedita solo al lavoro salariato e agli inni cantati all’Altissimo. Un velocipede per evitare di recarsi al lavoro a piedi, per non tornare a sera inoltrata nella propria stamberga stremati, senza quasi più la forza per respirare.

Non vorrei celebrare troppo l’Eritreo che fece l’impresa, sarebbe una forma d’ingiustizia e anzi una sorta di razzismo al contrario – ché le tirate moralistico retoriche rivelano, confessano sempre l’ipocrisia, la doppiezza di chi vi si dedica con passione, da dedicare a altre, più impegnative, vere cause.

Pedalare, per inseguire i sogni, le lucciole, le comete, le stelle, le persone amate: pedalare per ascoltare meglio la musica del vento, interpretare i messaggi cosmici, raggiungere colline per scrutare panorami altri alti nuovi.

Come dicevano le nonne? Hai voluto la bicicletta? Se hai forato – nella vita, più che i copertoni – mettila in spalla (non le gambe) e pedala, se non vuoi che essa pedali te.

Sarebbe bello pedalare nella Vienna del 1948, quella divisa – divisa militare, giusto per rammentare la Storia – in quattro porzioni ognuna controllata dalle 4 potenze (quattro sberle nella padella delle nazioni) vincitrici, se così pare umano esprimersi, della II guerra mondiale; più interessante ancora girare in bicicletta nel sottosuolo della capitale austriaca, in bicicletta, insieme a guide d’eccezione esperte quali Graham Greene e Rollo Martins, alla ricerca delle anime perdute e delle memorie in quell’immenso dedalo fognario che consente di raggiungere in modo capillare e infallibile ogni anfratto della città, anche il più remoto e segreto.

Nel frattempo, in superficie, nel Mondo Dopo, avremmo necessità, urgenza, diritto a delle allegre gite domenicali pedalanti, anche per fuggire dall’invasione dall’inflazione di tutte le rivoluzioni e soprattutto di tutti gli eroi – non bastavano i supereroi dei lungometraggi cinematografici, spuri ormai di una quota minima di fantasia o afflato poetico – che ci sono piovuti addosso come tifoni tropicali negli ultimi due anni; un eccesso di rivoluzioni ed eroi: siamo in imbarazzo, non sappiamo più dove collocarli.

Nel frattempo, un anomalo – possiamo ancora definire anomalie le risposte traumatiche della Natura all’arroganza antropica? – rialzo di circa 40 gradi centigradi in Antartide, ha causato lo scioglimento di un’area ghiacciata vasta quanto l’intera Roma;

in vista dell’inondazione finale, sarebbe lungimirante cominciare ad allenarsi con i pedalò, o forse, meglio ancora, con le biciclette di ET, quelle volanti.

Nel frattempo, Lui, non solo non è tornato a farsi una pedalata sulla Terra, ma non ha più nemmeno telefonato.

Estremi, non di versamento

Cercare rifugio, riparo: nella Casa, in una casa, anche quella del Fauno, andrebbe bene.

Diaframma, intercapedine tra noi e la propaganda, perché – credo che l’esperienza sia condivisa ormai – tutto è diventato propaganda.

Decidere di diventare interpreti, delle persone in senso lato e ampio, più che delle loro parole: parole spesso depotenziate di senso, parole sensibili al dolore; parole che possono – potrebbero, potevano – raccontare e costruire mondi, o mondi ormai edificati solo di parole, vuote, e immagini ridondanti?

Archetipo, sarà un tipo d’arco? Sarebbe interessante approfondire la materia, non solo teorica, ma concreta, visto che a breve saremo di nuovo chiamati a dedicarci alla caccia per procacciare sostentamenti, per noi e per i nostri prossimi. In ogni caso, archetipo sarà lei, compresa tutta la sua tribù.

Sarebbe sempre doveroso e opportuno non lasciarsi sfuggire, tenere sott’occhio i paradigmi: verbali in primis, poi tutti gli altri; vite esemplari, modelli esistenziali, poco alla moda, pochissimo in voga.

Prossimi nel senso di vicini e prossimi, di un qualche futuro, nella versione, visione ottimistica della faccenda; eppure, come scrive in modo esaustivo Maurizio Maggiani, i monumenti sono lì, non solo a celebrare presunte grandi imprese, presunti grandi personaggi, ma quale monito molto solido delle nefandezze e degli errori madornali, da non replicare. Invece, chissà come, spunta sempre un però, un accidente, un imprevisto, una piega e anche una piaga, della storia comune del mondo. E il monito, monolitico o meno che sia, cade nella polvere dell’oblio, nelle onde dei furori insensati.

Forse per questo, ne stiamo abbattendo e/o oscurando a go go, perché sono ingombranti, fastidiosi, ci costringono – anche a nostra insaputa, nell’inconscio – a fare i conti con noi stessi, con le nostre ataviche responsabilità, con le nostre coscienze stratificate, incrostate: non risolveremo i dilemmi della nostra era, non scioglieremo i nodi gordiani, con sciocche proibizioni di romanzi immortali o eliminando dai testi di Storia i protagonisti imbarazzanti che appartengono ai nostri stessi popoli d’origine.

Qualcuno sosteneva con la ragione e con le spalle che la letteratura, o si occupa del fantastico, del magico, o semplicemente, non è – oppure si tramuta in altro genere; soprattutto oggi, con una primavera anomala a tinte fosche anche per le polveri e le ceneri delle guerre in corso, sono tentato di accogliere e fare mia questa importante, autorevole lezione; non fuga dalla realtà, ma tentativo di leggere, individuare tra gli atomi, dimensioni diagonali, alternative, rigeneranti.

Non sarà una risata a sommergerci, ma la nostra inarrestabile idiozia: censurare Gagarin, l’Albero di Turgenev – perché non radere al suolo il Giardino, quello dei Ciliegi? – perfino la povera cagnetta Laika e financo Oleg Blokin, solido centravanti sovietico, non ci restituirà il bene dell’intelletto, né quello comune. Quando abbiamo smesso non solo di capire il Mondo, ma anche di coltivare le regole – ora, qui e ora – della convivenza civile?

Michele, cantore della Costituzione, lo hai declamato e ripetuto spesso e temo non volentieri: se in una presunta repubblica democratica, si attuano forme coercitive delle opinioni individuali, se dai cittadini si pretendono cieca obbedienza e giuramenti coram populo di fedeltà alla patria, quel paese non si è già geneticamente mutato nel regime dittatoriale che diceva di contrastare, di detestare, di non volere più essere?

Vorrei essere allievo, anche pagante – appagato di sicuro – garzone di bottega dei Magnifici Sette del ’32 (1900): sembra un capolavoro di Kurosawa, per restare in ambiente cinematografico, invece si tratta di 7 registi nati nello stesso anno magico: Truffaut, Forman, Oshima, Tarkovskij, Malle, Reitz e Kluge, artisti convinti che attraverso grandi film sia possibile cambiare, in meglio in bella copia, il Mondo. Un po’ ci sono riusciti, perché gli spettatori dei loro lungometraggi di sicuro sono diventati persone più profonde e immaginifiche, ma se non hai mai partecipato a un cineforum pomeridiano del Cinema Don Bosco non sai cosa ti sei perso.

Lottare per scrivere questo Mondo Dopo in bella copia, gradita calligrafia: per ottenere il risultato saremo costretti a diventare tutti estremisti, estremisti scuola di Fratello Martin Luther King, “perché se una struttura sociale produce iniquità e povertà, deve essere riorganizzata, da cima a fondo“.

Estremisti per la giustizia, estremisti per l’uguaglianza, estremisti – oggi più che mai – per la pace.

Edicole e carrelli

Girare il mondo, come si gira una pagina.

Sfogliare il mondo, come si sfoglia un libro d’arte, di fotografia o una semplice rivista – ah signora mia che tempi, quelli della rivista e dell’avanspettacolo.

Girare il mondo, capovolgerlo: cosa fatta, capo ha – diceva Nonna Erminia – ma qui siamo al cospetto di un’umanità senza capo né coda (quella ci è caduta molti anni fa, forse e non a tutti); soprattutto, popoli succubi di capi mai ignari, inadeguati, collusi, rei.

Attraversare il mondo a bordo di un carrello, come quelli della grande crisi argentina, quelli utilizzati durante le oceaniche manifestazioni di piazza – i cacerolazos – proteste sonore, con stoviglie pentole posate, perché una rivoluzione nasce anche dalla musica, soprattutto se sono le Donne a decidere, a guidare.

Rammenterete certo quella pellicola hollywoodiana, quella eterna storia di eterni adolescenti, rimasti rinchiusi dentro un supermercato: a raccontarsi, a baloccarsi con i carrelli per la spesa, sfrecciando tra le corsie sui pattini, ascoltando musica dai walkman, aspettando le luci di una nuova alba. Che li avrebbe condannati, da adulti, al mesto ruolo di clienti del mercato senza leggi, senza regole, senza dei.

In questo contorto Mondo Dopo, le luci all’orizzonte sono solo quelle dell’ipermercato planetario, nella speranza che le merci e i beni primari non scompaiano mai dagli scaffali sui quali sono nate per sporogenesi; le genti abitano ormai dentro gli edifici commerciali, sono le nuove platoniche caverne delle ombre morali, delle ombre illusorie, illusionistiche.

Edicole votive trasformate in bazar multifunzionali, anche per decidere – e versare poi relativo obolo – a quale santo votarsi, per quale santo votare, in attesa che gli eletti non necessariamente del settimo cielo (astenersi settimo cavalleria, squadrone di vili assassini) possano, soprattutto vogliano intercedere: per qualcuno, se non per tutti.

Una rosa nera si staglia chissà come sulla crepa di un muro di cinta, in lutto per la perdita dell’empatia e anche della simpatia tra le persone; quando qualcuno parla di appelli per umanizzare la guerra, diventa più semplice, automatico, credere nella Terra di Mezzo di Tolkien, nel Popolo degli Ent, magnifici Alberi senzienti, parlanti, migranti.

Cosa sarà mai questa crisi? Ci sorprenderebbe scoprire – siamo proprio un branco di beluga (magari!) – che in lingua greca, quella antica, il lemma indicava una scelta, una decisione, una fase decisiva nell’evoluzione di uno stato, patologico o meno. Dovremmo abbarbicarci all’etimologia e proprio in questi tempi attuare una autentica crisi in senso umanitario, una scelta finalmente, non solo di Sophie, anzi magari optare con sofia e saggezza, accomunate in un solo destino: il nostro, comunitario equo condiviso ragionato.

Del resto – dalla parte del resto del carlino – il connubio tra corpo e loquela è atavico, inscindibile, eterno non saprei: il corpo e il linguaggio camminano insieme, ma le vere energie per sostenere entrambi sono le parole.

Senza parole non abbiamo il potere di immaginare: né le nostre anime, né il mondo che faremo; speriamo prima.

I poi li abbiamo terminati, anche al supermercato globale.

Ocra

Vortici di vento, turbini di foglie o mulinelli di polvere cosmica, orde di gabbiani affamati.

Enormi zolle rivoltate: di terra ocra, arsa arida, mentre più nemmeno da ogni ferita aperta, il suolo stremato riesce a reclamare, invocare pioggia e salvezza.

Ha scritto dei libri, poi è morto: riuscireste a immaginare un epitaffio più bello per chi coltiva velleità letterarie?

Nessuno come l’insopportabile, insostenibile Simenon riesce, attraverso una rapida essenziale minimale descrizione di azioni quotidiane, in apparenza banali e registrando piccoli gesti domestici senza importanza, a rivelare i fiumi carsici, torbidi che attraversano l’animo umano: quando esondano all’improvviso in superficie, rivelano quanto i bipedi auto proclamati uomini, siano piccole, infinitamente piccole cose; molto spesso, anche troppo, impastate con tanta tenebra.

Equinozio, cavallo fannullone o giorno equo, in perfetto equilibrio tra giorno e notte? Ribaltare il giorno e la notte, almeno tentare, per saggiare l’effetto che fa: di solito, in quel fugace breve istante del passaggio di consegne tra le due fasi, accadono eventi portentosi. Per chi crede, per chi sogna, per chi progetta e fa.

Sognare Mammuth verdi che incedono inesorabili sulla neve candida abbacinante; inesorabili come destini di migranti costretti ad avanzare scalare proseguire, fidandosi dell’etica o della deontologia professionale di mangiatori di pietre, detti anche passatori, chissà poi quanto cortesi.

Impossibile non tornare alla terra che tremò, 65 milioni di anni fa – inezie, bazzecole, quisquilie – impossibile non pensare all’asteroide impazzito che zigzagando senza criterio nel cosmo decise di collidere con il pianeta Terra e innescare la traumatica estinzione – traumatica per loro, in primis, ma forse anche per i destini del globo – dei magnifici Dinosauri.

Arduo non da oggi rimare, rimirare – anche limare, volendo – arduo il poetare d’amorosi sensi, rimembranze, belle membra posate in chiare fresche dolci acque, dolci notti trascorse ad ascoltare la musica del vento; arduo ricostruire, quando chi vorrebbe battersi, battere le piste per edificare ponti di pace, viene additato quale sedicente neneista: ennesima idiozia mediatica propagata ai portavoce prezzolati, senza un briciolo di dignità, senza un’oncia di fantasia. Da sottoporre immantinente a test culturali: sui dadaisti, sui nichilisti, sui nichelisti.

Parare i rigori, del generale Inverno e non solo; nel Mondo Prima, quando anche le storie del calcio, qualche volta sapevano essere romantiche, quando la Russia, anzi le Russie erano CCCP, perfino un uomo gigantesco, scolpito nel gelido marmo, con una maglia nera e un berretto stile basco, capace – unico portiere fino ai nostri strani giorni – di vincere il Pallone d’Oro, si faceva applaudire dai suoi tifosi, ma anche dagli avversari cui negava spesso e volentieri la gioia del goal. Accanito fumatore, Lev Ivanovič Jašin morì a soli 61 anni, ma resta anche nell’immaginario di chi non ha avuto la possibilità di vederlo in campo, un totem non solo di classe, ma di correttezza e educazione: leggenda narra che i pochi attaccanti capaci di infilare il pallone nella sua porta, si fermassero poi a chiedere scusa, quasi avessero commesso un peccato di lesa maestà. Il nostro Sandro Mazzola ha sempre sostenuto che il tiro dagli 11 metri fallito contro Jašin durante una partita tra Italia e CCCP non fu un suo errore perché “quel giorno, in quella partita, in quel momento, lui mi ipnotizzò“.

Quando pensi al potere del carisma, pensa all’etimo, pensa al Ragno Nero.

Difficile discettare di Primavera – prima vera cosa bella nella vita, il tuo sorriso ad ogni età – chissà se Sakura fiorirà ancora, chissà se ChoCho-San – con o senza fili di vapore, fili di seta – organizzerà una cerimonia del thé completa e vorrà danzare per noi:

per tutta l’Umanità, senza distinguo, senza esclusioni, quando la Terra non sarà più ocra per sete, ma di nuovo per fierezza e regalità.

Futilitarismo

Più è futile, più diventa utile, o tentano di piazzarlo così. Utile alla bisogna del mercato, senza tema e senza smentita.

Nel trionfo della futilità, nella militanza acritica del futilitarismo, lento muore il pensiero umano, lento – nemmeno troppo – tracolla il nostro amato pianeta. Lo amiamo, giusto?

Vorrei tornare ragazzo, non per me stesso, non per sempre, ma per confondermi tra i giovani di questo mondo dopo, per confrontarci dialogicaMente senza barriere, né pregiudizi; vorrei rincorrere quella coppia in via Zamboni, esortarla a camminare sempre con le mani intrecciate per sciogliere i nodi gordiani dell’iniquità, convincerla a conservare sempre sulla vita e sulle persone quello sguardo trasognato, sognante, curioso con dolcezza.

Sul selciato: tracce di vestigia, passi umani, giubilei celebrati con pioggia piovana, non solo immaginaria, e foglie di lauro. Sulle note di Io voglio vivere e Un pugno di sabbia incontrare sorelle e fratelli fino ad oggi sconosciuti, eppure veri senza confini, soprattutto mentali; perché dovremmo avere capito che i popoli sono una sola famiglia globale. Da Mama Africa verso l’infinito.

Sotto e lungo i portici più lunghi d’Europa, imbattersi in una confraternita del vino: che tu chieda alla polvere o all’elisir di Bacco – il colbacco è tornato di moda? perbacco – nei dettagli si annidano talvolta sagge verità.

Se poi noti qualcuno – magari tra i santi sans papiers di Piazza Grande – che tenta di accumulare riserve di stucco, non ti stupire, non restare di stucco con stucchevoli considerazioni e pensa ai ragazzi e pensa ai colori, quelli della via Paal.

Girare il globo – farlo girare? – grazie ad un mappamondo chiamato Magellano o a bordo di una futilitaria: importanti restano, ancora e sempre: gambe forti, cuori orecchie e occhi aperti.

Concediamoci un tempo dedicato al pensiero, un piccolo spazio: meglio, pensiamo ad un piccolo spazio – un’intercapedine di suolo di 10 centimetri, quando i centimetri contano – quello che ricopre la Terra, senza il quale non crescerebbero più piante e alberi; pensiamoci bene, prima di concedere ulteriori permessi alla disumana cementificazione, perché quel suolo pensa; anche in vece nostra e nei millenni ha dimostrato di saperlo fare in modo egregio.

Presto però, prima che la tenace foschia del futilitarismo renda ovattata e indifferente ogni cosa, prima che le nebbie del porto fagocitino anche tutti noi.

Incredulità

Pagina della Luna o delle innumerevoli, multiformi Lune; non solo nostre.

Lune storte, come il mondo, quando si sveglia dal lato sbagliato: arduo capire quale sia il lato giusto di un corpo sferico, più o meno.

Luna illuminata al 65%: avete qualcosa in contrario, da obiettare? Prendetevela con l’obiettivo, quello dei fotografi o al limite, limitare, con i responsabili dell’illuminazione su Selene; potrebbe funzionare come per il cioccolato, il migliore, quello fondente; percentuale di cacao, più è alta la percentuale, più è amaro: ottimo per chi sta dalla parte giusta, della percentuale.

La sospensione dell’incredulità è il meccanismo narrativo più antico dell’universo, ma negli ultimi 2 anni abbiamo esagerato un tantinello – fuori e dentro il tinello – ne converrete.

Una sciocchezza, una falsità, un’idiozia ripetuta migliaia di volte al giorno, h24 come si usa in voga, attraverso tutti i media a disposizione, in modo ossessivo compulsivo invasivo, diventa vera in un battibaleno (ribadisco, non ho mai capito cosa sia davvero): milioni, miliardi di persone, ipnotizzate dalla reiterazione perversa della falsa informazione, si arrendono e si convincono sia una verità. Tanto poi, i vari poteri – o anche solo uno dei tanti della scala gerarchica – in caso remoto di malcontento popolare generalizzato o locale, offriranno in pasto alle masse qualcuno da odiare, per ricompattare il popolo e, soprattutto, rinvigorire la fiducia nelle decisioni – le più abiette, le più inique, le più repressive – del governicchio di turno. Tutto ricomincerà in allegra armonia.

Incredulità: dolce chimera sei tu, inebriante passione, fortissima fragilità.

Le verità, i fantasmi delle verità – verità fantasma o ectoplasmi guardiani delle verità – si trastullano in un piccolo castello abbandonato, dismesso, quasi un rudere; un castelletto celato alla vista dei più, in ombra dietro l’imponente mole della cattedrale cittadina, castelletto che appare e scompare a giorni alterni, come certe targhe, come certe viste individuali, selettive: sulle mura, anzi sui mozziconi residui di merli (litici), cercando con attenzione e libertà – di animo, pensiero, sguardo – è possibile notare un piccione, guardiano e messaggero, delle antiche mura e dei segreti in esse contenuti.

Le verità non interessano, come avviene per la cultura: ormai ai popoli pare più appetibile l’intrattenimento, anche di infimo livello. Le verità impegnano, costringono alla presa non per i fondelli, ma di coscienza e conseguenti – queste sì – responsabilità.

Tutto sommato, meglio sospendere a tempo indeterminato l’incredulità, ormai al futuro non crediamo più – non lo sappiamo coniugare – potremmo tentare con la futurità inventata dal pedagogista brasiliano Paulo Freire: il vero avvenire accade quando si regala un’esperienza di bene condiviso.

Anche perché la sua Pedagogia degli Oppressi, sempre attuale, rischia di tramutarsi in opera eterna.

Utopie? La grande risorsa umana è stata quella di trasformare le utopie in progetti concreti: come le umili biciclette dei Paesi Bassi, mezzi di trasporto che riescono a diventare cultura condivisa, cultura per il bene collettivo, ponte meccanico tra gruppi sociali, religiosi, etnici storicamente divisi.

Se l’altra realtà, quella dei soliti oppressori, risultasse infine indigesta, per ottenere realtà alternative o almeno confortevoli, confortanti – per 30 secondi – ci si potrebbe affidare, ultima ratio, ai creativi del marketing.

Con respiro sempre più corto.

Astrattismi e furori

In preda ad astratti furori, si potrebbe cedere alla tentazione di concionare sul mondo, con la giusta distanza – equidistanza o equivicinanza, in caso di furbi parassiti – da veri intellettuali.

Intellettuali di ritorno, d’accatto, raccattati dove capita, ma nello storto mondo dopo, sempre più storto sempre meno mondo, anche ragionare di arance, maledizioni, insalate (non solo di matematica) diventa arduo: mancano le fonti affidabili, mancano i riferimenti, culturali geografici alimentari; elementari, in primis.

Un tempo, uno spicchio era uno spicchio, una persona era, come premessa ontologica, sé stessa, era il territorio in cui abitava e, prima di salire o uscire di livello con il cervello, verso insondabili astrazioni, serviva – come diceva il filosofo Sgalambro – partire da questo, per non incorrere, non solo in astrazioni fatue, ma bislacche erronee fallaci; sotto ogni punto di vista, di svista, di raffinato ragionamento.

Ché, hai voglia poi a recitare la parte dell’uomo di mondo, tre anni di militare a Cuneo, colto, rotto – frantumato proprio – a e da tutte le esperienze, uomo che ne ha viste di ogni e di ogni potrebbe raccontare, con dettagli e sapienza; se mai hai utilizzato un forcone una zappa una vanga, ma pretendi di impartire lezioni di cucina e cibo ad un contadino, uno vero, meglio tacere.

Non so quali sostanze favoriscano, fungano – funghi – da ausilio alla percezione, alla creatività, alla meditazione; sarebbe bello e beneaugurante se un ragazzo alternativo, sulla porta di casa, da solo, solo in compagnia della sua fantasia, scrivesse: Benvenuti nell’Ipnosi.

Un maiale volante, realtà o allucinazione? Sogno a occhi aperti o illusione indotta dai media? Eppure, negli anni ’70, queste erano eventualità all’ordine del giorno, in grado di causare panico in città, allerta presso le enormi oscure centrali elettriche, presso aeroporti con batterie di radar antidiluvio – o anti diluviani? – non progettati per rilevare suini; in grado di trasformare il tran tran quotidiano in angosciose ore di allerta, con l’aeronautica militare in rampa di lancio – con le lance in resta – e cecchini dei reparti anti terrorismo in assetto di guerra, anzi guerriglia; per dimostrare che non abbiamo inventato molto, anzi.

Sarebbe meglio attendere un fascio di luce bianca, in una stanza con parete o sfondo nero, per convogliarla, lasciarla fluire attraverso un prisma di vetro e restare a osservare l’effetto che fa.

Caterina, certo che la magia è reale: se la puoi pensare, prima o poi, la potrai rendere reale; se ancora non esiste nella nostra dimensione, qualcuno, magari proprio Tu che immagini e sogni così forte, la inventerà; per una volta: davvero per il bene nostro e di tutta la santa famiglia dei Popoli della Terra.

Sarà capitato anche a voi di avvertire disagio al cospetto di spiegazioni perfette, persino all’eccesso; così perfette, da stipare vagoni e vagoni di dubbi da viaggio, su ferro di rotaie. Qualcuno avrebbe la pretesa di convincermi che un piccolo paese aggredito da una super potenza militare, sia in grado di resistere con barricate di masserie, con trincee e pentole – rinforzate dai magnifici armamenti donati dalle nazioni che ripudiano la guerra – in stile cinque giornate di Milano, fatidico marzo 1848; super potenza comandata dall’emulo hitleriano di turno, vessato da bambino, cresciuto quindi con l’odio verso l’umanità, ma forgiato nel mito della gloria zarista (cesarista) – anche se, nazisti dell’Illinois a parte, in questa triste vicenda non è chiaro dove e quali siano – cattivo da manuale, villain paradigmatico, tanto che quelli dei fumetti, al confronto, paiono sbiadite, scolorite figurine. I buoni – o i buoi? – nel frattempo si riuniscono per parlare di pace a Versailles, con tanto di banchetti e foto ricordo, mentre la gente muore, di bombe e di fame; a Versalilles! Peccato sia assente, per superiori ragioni, il Principe di Metternich.

Forse, sottolineo forse, dovremmo domandare e domandarci – esigendo risposte – ‘cui prodest?‘: quali soggetti stanno traendo e trarranno i massimi profitti da questa ennesima, immane tragedia della stupidità umana? Tutto, ammettiamolo, con beneficio d’inventario, anzi, asinario: avremo almeno a disposizione consulenze circostanziate esaustive e intelligenti.

Tornando al nostro vero eroe, il Contadino, poeta della Terra:

potresti, con spocchia professorale, spiegare in tono accademico quanto sia buona e gustosa l’arancia in insalata, ma lui ti sconfiggerà dicendo, non solo che lo sa dall’alba dei tempi, ma che essendo lui costretto a coltivarla e a raccoglierla per pochi centesimi bucati, non guadagna abbastanza per acquistare il pane:

un’insalata senza pane è un insulto, una bestemmia, una delle tante, contro la dignità umana.

Scrivere sulla sabbia

In questo mondo di ladri, dura la vita per Robin Hood, Arsenio – non arsenico – Lupin, Diabolik.

Essere mussi, soprattutto volanti, è cosa buona e giusta; importante non trasformarsi in ciuchi, quelli di Collodi, né in pecoroni, alla mercé di lupi – andrebbe ancora bene – o degli immancabili volponi, quelli con gli stomaci iper tricotici e gli armadi colmi di code, di paglia.

Anche i ladri hanno perso aura romantica, lo stesso passator cortese – non era un calciatore bravo negli assist, o un atleta della pista specializzato nel passaggio del testimone – è stato retrocesso, degradato, incasellato a volgare brigante della strada; come se i colletti bianchi fossero viole di campo o stelle alpine.

La vita è un fiume, quello che, si spera, possa nascere domani; così le sere e i fiumi scenderanno su di noi, all’unisono. Con garbo.

Il mio amico magrebino – anche magrettino – Mustafa vede meglio e più lontano, tra le aride dune metropolitane; la sua bicicletta arrugginita e con ruote quasi quadrate è un cammello anziano e bolso che lo aiuta a trasportare la merce, abbigliamento vario, spesso di qualità di gran lunga superiore a quelle cianfrusaglie accatastate e spacciate ormai dentro i bazar – pardon, centri commerciali – della pseudo civiltà nord occidentale. Capisce gli uomini, senza tema di smentita o margine d’errore; quando la tua vita, la tua sopravvivenza, dipendono da una parola, dal tempismo di un gesto, dalla capacità di resistere a privazioni inaudite, migrazioni impossibili, l’acume e il colpo, d’occhio e d’ala, si sviluppano in fretta, all’ennesima potenza. Se riceve un gesto di gentilezza, porta la mano al cuore, senza affettazione: potrebbe insegnare empatia e pratica della comunità collaborativa nei migliori atenei: della Grecia, della Magna Grecia, del Pianeta.

Abbiamo recitato anche questa mattina la preghiera quotidiana per padre onnipotente, l’oro nero e per i suoi derivati, figli comunque illegittimi? Mi raccomando: con genuflessione incorporata, perché, oltre ogni chiacchiera da osteria istituzionale, oltre ogni promessa governativa che già contiene in sé la falsità e la volontà di non essere attuata, i Sacerdoti del fossile decidono ancora e sempre i destini dell’umanità raminga: chi vive e chi muore, chi prospera e chi finisce in rovina.

Con l’ennesima guerra giusta, il mercato godrà di nuovo di ottima salute: gli aedi mercenari nemmeno si vergognano più; con rinnovato vigore laudatorio hanno ripreso a celebrare in prosa e in musica – commerciale, avevate dubbi? – la magnificenza di fonti e impianti inquinanti (condannando senza appello gli ingenui, sciocchi ambientalisti, rei di dire no al vero progresso), la bellezza delle industrie nostrane di armi e armamenti, così efficienti così innovative da essere leader del mercato mondiale e campionesse al servizio dell’obsoleto, anacronistico, immarcescibile pil. Appunto, iper tricotici iper trofici, fuori dalla storia – cacciati fuori dall’istituto universale dalla maestra Storia – ma con i depositi blindati zeppi di zecchini, rupie, lingotti. Sarebbe bello si tramutassero in bit.

Aspetto il ritorno di Mustafa, da una delle sue peregrinazioni laboriose: spero voglia insegnarmi a scrivere sulla sabbia, anche a dispetto del vento, spero voglia insegnarmi a riconoscere i singoli granelli di sabbia e in mezzo a essi, l’abilità di ritrovare orientamento e orizzonti;

scrivere sarà attività aleatoria vaga indeterminata – sulla sabbia, poi – ma resta un viaggio che aiuta a comprendere e superare le nostre miserie, a recuperare la nostra dimensione dimenticata:

quella magica.

Comprimari anonimi

Se anche la follia mi diventa ordinaria – signora mia, mia signora – dove andremo a concludere le parabole?

Mi proporrei, indegno (il sottoscritto), a Simenon, non come protagonista; sarei felice di diventare anche solo un comprimario di uno dei suoi innumerevoli romanzi: non un aggettivo (come Fellini), né un avverbio, tanto non li utilizzava, li aveva eliminati, sfrondati su consiglio di Madame Colette che in spregio alla scrittura barocca e ridondante gli raccomandava: dalla letteratura, elimini la letteratura e tutto andrà bene.

Sono solo un portatore sano di nome, un tizio che auspica di finire – o ricominciare – dentro una pagina del Maestro, un nome da estrarre a caso dalla rete, anche perché oggi dagli elenchi telefonici cartacei sarebbe improbabile; in una riga, in un dettaglio impercettibile, uno stato d’animo passeggero o un anonimo passeggero di contorno, in qualche snodo di raccordo, quelli utili a collegare i passaggi determinanti delle umane vicende narrate.

Anche un autore buono, un uomo buono, quale Gianni Rodari, sottolineava l’importanza della capacità di pronunciare dei no, motivati; consapevole che rispondere spesso sì, in apparenza, semplifica la quotidianità; mentre la fermezza nell’opporsi, presenta sempre, prima o poi, un salato conto da pagare, senza abbuoni o biglietti omaggio, per il cinema il teatro, financo il circo, però moderno.

Caro Georges, José sarà mago, più che scrittore, però temo abbia ragione: la nostra cecità non è fisica, ma mentale; i nostri occhi funzionano, le nostre menti, invece, si rifiutano di vedere la realtà. Se deciderai di inserirmi in qualche tuo, avvisami, tramite piccione ambasciatore o pergamena, in bottiglia navale.

La cecità umana è follia o eminente idiozia? Non saprei, però chiedo: la Dea bendata è cieca o è una finta invalida? Di certo, la guerra ci vede benissimo ed è molto selettiva: sa bene quando palesarsi – del resto, è stata evocata per un biennio pandemico, forse l’ha scambiata per invocazione – sa bene chi colpire (i soliti poveracci), sa con precisione traumaturgica chi favorire; non fosse già così tanto impegnata, le si potrebbe chiedere di governare il mondo.

Non servono poderosi, ponderali – molto ponderati – tomi per analizzare la società e l’animo umani, per rivelarli; non servono blog, siti internet, vlog e chi è più virtuale (o virtuoso?) ne aggiunga: di solito, tutte le epifanie sulle deviazioni, devianze, meschinità sono ottimamente (chiedo venia per l’avverbio) mostrate, posate sulle gote rosse di vergogna e sulle coscienze scarlatte di colpa, dentro le pagine cartacee – di rado superiori a 200 – dei romanzi del pluricitato autore belga.

Per questo, non possiamo dirci, fingerci sorpresi o indignati, quando puntiamo l’indice contro le colpe altrui: siamo così ipocriti e in mala fede che tentiamo di occultare le nostre nefandezze, le nostre nequizie più malvagie, individuando un cattivo comune, un nemico di turno che funga da catalizzatore del male: da maledire, condannare, eliminare. Le pietre e le travi restano conficcate, nei nostri occhi, nelle nostre mani, lorde.

Con indolente leggerezza, nell’ambito di uno spettacolo brillante, anche Teresa Mannino, denuncia la nostra pseudo follia; le sue parole di ironica (non ho scritto iconica) saggezza, dovrebbero offrirci spunto, non solo per sorridere: per agire con intelligenza, con lungimiranza;

come razza, siamo diventati così stupidi e arroganti che ci illudiamo di migliorare attraverso la tecnologia, quanto la Natura ha creato e reso perfetto nell’arco dei millenni.

Nessuna sciocca invenzione, manipolazione umana, supererà mai un alto stelo di grano, né la corona di erbe spontanee che rendono i suoi chicchi unici, per proprietà nutritive e sapore.

Dalla guerra guerreggiata, alla guerra fredda, auspicando che il procedimento evolva in fretta in pace, anche fredda shakerata, da gustare, sorbire: con immenso piacere.

Pacifici anonimi incalliti (PAI, come le imbattibili patatine dell’infanzia), comprimari anonimi.

Però, pensanti.

P.S. Se Simenon fosse troppo impegnato in uno dei suoi viaggi intorno al mondo, come consolazione di lusso, mi appellerei a Jiro Taniguchi: comparire all’improvviso nel suo capolavoro L’Uomo che cammina, in compagnia del fedele amico a quattro zampe, sarebbe un onore; nel ruolo del camminatore, o nel ruolo del cane.

Lettera bacio testamento

Lettera a Te, caro carissimo Fedor.

Hai molte colpe, a partire dalla nazionalità di nascita: ucraino, russo, russo ucraino, viceversa o all’unisono. Che confusione, sotto il Cielo tutto è ingarbugliato, l’animo umano e la mente sempre più, all’ennesima potenza, dell’impotenza congenita.

Come in una fulminante vignetta di Mauro Biani, Tu pensavi molto, troppo, e, soprattutto, scrivevi; questo ha decretato la Tua condanna postuma, oltre a quelle subite in vita per le tue idee libertarie, poco gradite al regime degli zar. Qualcuno dice che la storia – a differenza di Paganini – offre repliche: la prima in forma di tragedia, la seconda con l’abito della farsa. Noi, qui, siamo giunti all’idiozia conclamata, dispiegata, rivendicata con orgoglio.

Incredibile quanto le tue opere contemplassero e analizzassero con il pantascopio dell’intelletto tutte le nevrosi, i limiti dell’uomo moderno; schiacciato dalla geometrica potenza degli edifici urbani, spersonalizzato dalla massa che sono tutti, tutti contro l’individuo solo, monade inadatta, incapace di reagire agire affermare un proprio pensiero, assalito dallo spleen, dalla noia del vivere che si muta spesso in risentimento, in odio anche per le offese non ancora ricevute e che rischia di tracimare in volontà di auto cancellazione o di annientamento dei propri simili.

Capisci anche Tu che meriti il rogo, la condanna alla damnatio memoriae.

Come la cultura latina, come Dante, come lo stesso Luigi Pirandello: ammirati, studiati in tutto il mondo, ma oggi meritevoli del marchio d’infamia, meritevoli di essere messi al bando, all’indice, rei in toto di non avere mai preso le distanze dal regime fascista, espressione impura di una pseudo cultura, autoritaria repressiva coloniale. Tié.

Si resta poi sbigottiti al cospetto dell’arrogante impudenza con la quale certi politicanti, ex o in attività, pretenderebbero anche applausi e patenti di santità per i loro ruoli, alquanto opachi, di consulenti speciali per aziende nazionali, auto proclamati, auto innalzati paladini dei prodotti indigeni sui mercati internazionali: misteriosamente, quasi sempre, tali prodigiosi prodotti sono armamenti letali o fonti fossili inquinanti di energia; mai parmigiano e prosciutti, per fornire un esempio banale, ma saporito assai.

Il tempo scivola via: come i Nomadi vorrei cantare non è stato tutto inutile, ma che le bombe non siano propense all’ascolto delle altrui ragioni, lo sapevamo prima di costruirle e venderle; mi preoccupano di più le sordità intellettive selettive delle degli smidollati smidollate in teoria rappresentanti del mondo dei buoni. Invio un bacio al cielo, consapevole che scrivere missive non sia mai stato una questione semplice; scrutando lo spazio, spero possa un giorno arrivare, da qualche galassia indipendente, l’Arcadia di Capitan Harlock.

Se fossimo costretti a vergare un testamento – soprattutto spirituale – sarebbe confortante, auspicabile applicare il metodo Ennio (Morricone, assai simile a quello del Manzoni):

pensarci su, al cospetto della pagina intonsa e bianca, pensarci bene, per poi regalare all’umanità bellezza senza tempo, bellezza autentica, bellezza universale.

Come una musica inafferrabile, nel vento astrale.

Scorie scandalose

Pagina dello scandalo, non ho scritto sandalo; del resto, non sono degno di scrivere, né di allacciare i calzari, a chicchessia.

Chi sarà mai questo Chessia (assonanze, prima che ci colga il sonno)? Forse un lontano cugino di Carneade.

Non riusciamo a decidere in modo radicale una strategia operativa per eliminare e soprattutto non produrre monnezza inquinante sulla Terra, ma siamo già riusciti a colmare lo spazio sopra le nostre teste – spesso vacue, vuote – di detriti di fabbricazione antropica, compreso il moncherino di razzo cinese che il 4 marzo si schianterà ufficialmente sulla nostra Luna smarrita; battezzandola quale ennesima discarica abusiva dei nostri veleni, mentali e spirituali.

Bisognerebbe sperare in un Drago volante come la magnifica illusione sotto forma di aurora verde fluorescente, nel cielo d’Irlanda, nel febbraio del 2019, un drago sputafuoco in grado di eliminare all’istante con il suo alito venefico, salvifico, ogni corpo solido nel suo raggio d’azione; sarebbe comodo, troppo comodo e come sempre assolutorio per la nostra idiozia, la medesima da decenni; la stessa che, nonostante la drammatica situazione ambientale, per ignavia e pigrizia demoniache, ci spinge a illuderci sulla improbabile, inattuabile soluzione criminogena di sempre: nascondere polvere e briciole tossiche sotto il tappeto. Come nel Lazio, come a Roma, dove qualche anima bella, anzi brutta, pessima, mutando nome alle consuete, consunte schifezze di palazzo, ha creduto di poter riesumare impunemente uno pseudo progetto di discarica – abusiva già dalla sola idea, prima che criminale per il buon senso e per le leggi – accanto a Villa Adriana, patrimonio Unesco dell’umanità (sempre più lisa, quasi elisa, disperata), vicino alle amene aree collinari di Tivoli, un paradiso sul pianeta, se non ci fossero gli interventi offensivi dei miseri, miserrimi bipedi; inadatti al volo, planare e non solo.

Nel tempo del pan nazionalismo – o pannazionalesimo, come avrebbero detto i saggi all’osteria – di stretta osservanza europea (niente popò di meno che), non ci siamo accorti delle 30 guerre che dilaniavano il nostro piccolo pianeta, ma quando ci hanno imposto di condannarne una, ci siamo allineati, scattando in piedi all’unisono, sorvolando come bombardieri sulle armi costruite e vendute dalle nostre aziende, sicuramente a fine del bene. Come scrive Francesco Merlo, a certi iper cattedratici (ansiosi di censurare un corso su Dostoevskij, colpevole di essere nato in Russia), bisognerebbe regalare in formato audiolibro L’idiota; costoro poi forse ignorano, postilla personale, che spesso, perfino il re, annoiato dal servilismo bolso e acefalo di certi realisti più realisti di lui, per scuotersi dalla noia e rinnovare il sollazzo, ordina ai suoi soldati: celeri decapitazioni degli stessi laudatori, fino al giorno prima in gara spasmodica per magnificare le gesta, le imprese, i progetti audaci del sovrano.

Idee scandalose, in accezione negativa; non come il corpo nudo del Poeta, ritratto su pellicola dal fedele amico fotografo, non come il suo corpo straziato, riverso sulla rena (sopra un brandello di litorale popolare, trasformato in arena, per farne carne da macello, martire da offrire in estremo sacrificio alle menti ristrette, alle coscienze sdrucite): scandalosa ogni sua parola, perché il poeta vero, proprio come il vero profeta, scandalizza, deve scuotere dalle viscere, con le sue parole, con le sue azioni, con la sua stessa presenza fisica sulla terra, accanto a noi, in mezzo a noi; un destino lucente e crudele: condanna l’eletto a vivere dentro il consesso umano, additato, in fondo ostracizzato per la sua preziosa alterità, capace di abbracciare e scandagliare con la mente superiore ogni anima dei suoi simili e per questo condannato nel momentaneo transito planetario, all’invidia generale, all’odio insulso delle élite e delle masse – l’ipocrisia dello stigma collettivo, per rimuovere le colpe individuali – ad una suprema solitudine esistenziale. Dall’Olocausto – caustico finale – ai giardini dell’empireo: Olimpo, con pioggia di foglioline d’alloro.

Una Olivetti lettera 22 non è un orpello archeologico, ma la miniera delle parole, la fabbrica della fantasia, il tesoro dello zio, detto Mario l’aviatore.

La vera libertà non è mai gratuita e agli eretici, come premio, di solito spetta il rogo, da protagonisti:

sulla pubblica piazza, con mordacchia sul viso.

La guerra non mi è mai sembrata tanto schifosamente orribile come ora: ma non si è mai pensato cos’è una vita umana?” (da una lettera di PPP all’amico Franco Farolfi, estate 1943).

Agone

Discesa agli inferi, scendere, o risalire, nell’Ade; con o senza guardiani, ché in assenza di indicazioni, magari rischi di intraprendere la strada, quella giusta.

Speriamo non sia il sentiero delle buone intenzioni: tutti innamorati, appassionati della pace, ma la guerra fatale vanta sostenitori, corteggiatori – sponsor – migliori; meglio strutturati, economicamente, mediaticamente.

Calarsi, anche senza apnea, nei sotterranei, nei bassifondi, nelle viscere oscure dell’umanità; accorgersi poi di essere precipitati dentro lo stadio, non finale, non ultimo, di Domiziano, dannata – anche d’annata – memoria; sotto, dentro piazza Navona, senza sciocco mercimonio; purtroppo, senza fontane.

Servirebbe una botte di rovere, quale riparo e un lumicino non funebre, non funereo, per ricercare con costanza l’uomo; prima o poi, da qualche anfratto, da qualche recesso – senza allusioni – dovrà saltare fuori.

Nel buio, con ostinazione, coraggio, financo ottimismo ché a volte, più c’è luce – istituto della luce – più arduo distinguere le questioni, i dettagli essenziali. Vorrei essere trasparenza totale, per accogliere il cielo, mare calmo senza minima increspatura per riflettere fedelmente le cose, visibili invisibili. Marguerite e Margaret ci hanno mostrato come e cosa fare; se non le conoscete, presentatevi, con sollecitudine.

Lo sapete – avrete certo avvistato anche voi – Moby Dick, o il di lei daimon: come in un capolavoro di Miyazaki, galleggia, imperturbabile, sopra la piazza. Forse vuole verificare di persona – anzi, di cetaceo – se la leggenda metropolitana dello stadio riconvertibile in arena acquatica per naumachie abbia qualche fondamento.

Di sicuro, per non fare buchi nell’acqua, le fondamenta della piazza e dei suoi palazzi, affondano, poggiano, sullo stato, stadion, sotterraneo; stadio agonistico: buone corse, buon pancrazio, per tutti.

Dovremmo essere di nuovo e sempre in agone, come umanità, nei confronti della vita, della politica, prima di terminare in agonia afona da resa incondizionata.

Servirebbe una secessione, come quella di Klimt e dei suoi colleghi: spalancare finestre e orizzonti, per aerare ambienti asfittici, scardinare convenzioni, disarcionare mummie incartapecorite.

Vivere almeno per un giorno sul battello fluviale fantasma, ormeggiato in mezzo al Tevere; condividere pasti pensieri passioni progetti, con gabbiani e sans papier.

Congedarsi dalla giornata, osservando insieme a questi nuovi amici un tramonto marziano e un arcobaleno invertito, detto circumzenitale;

nato dalla rifrazione della luce su frammenti di ghiaccio nei cirri, a picco sopra di noi, ci invita a alzare la testa:

per sorriderci, con nuovi vividi colori.

Guerra è bello, per chi incassa

Chi sono io – io son chi sono, forse – per citare me stesso?

Tuttalpiù, mi cito in tribunale, reo confesso – confetto, sarebbe meglio, con mandorla di Noto, grazie – al cospetto della giuria più implacabile inflessibile: la mia coscienza.

Sai Bertoldo, lo scrisse anni fa, con dotte opportune citazioni, Alessandro Baricco: la schifosa guerra è bella, in senso perverso; esercita sugli uomini, dai primordi del nostro insano apparire, un magnetismo malato irresistibile: elmi corazze spade urla belluine strategie e tattiche l’ardimento l’audacia il sangue la crudeltà, talvolta, in casi unici più che rari, onore e empatia.

Le zampogne e i tamburi che incalzano, gli aedi che declamano: cosa importa a chi ama Marte – causa profitti senza limiti – dei bravi cittadini, dei bravi contadini, delle madri e dei bambini, dei vecchi che restano a terra, polvere sangue sudore, spazzati via dal vento, in un attimo? Fino a quando c’è polemos, c’è speranza di affari loschi, travestiti – in modo grossolano – da grandi questioni di principio: incasso io, incassi tu? Incassiamo noi, auto proclamati ottimati aristocratici, i popoli e il pianeta si arrangino da soli, o si rivolgano agli aruspici.

Guerra è pace, guerra è dovere categorico, guerra è bello, con le bombe intelligenti e i droni; guerra è magnifico, per chi incassa, non si incassa e gongola, con le pupille a registratore di cassa – Zio Paperone di Carl Barks, al confronto, appare un autentico filantropo – anzi, a matrioska nel paradiso fiscale: tanto dentro una cassa o in una voragine finiscono solo civili ignari di come si impugni una fionda, inconsapevoli del perché qualcuno voglia sganciare contro di loro ordigni letali. Come predicava solitario nel deserto l’odiatissimo Gino Strada – nel mondo delle menzogne il criminale peggiore è colui che racconta la verità – odiato soprattutto dagli ipocriti farisei che, in favore di telecamera, spergiuravano di amarlo.

Quando la farsa muta in tragedia, i comici peggiori, i più falsi e velenosi, invocano misure draconiane: sono gli stessi che stringevano solo pochi giorni prima patti inconfessabili, accordi remunerativi con i cattivi di turno, pronti a mimetizzarsi nelle tane per poi omaggiare, inchinarsi, lodare, dietro cospicua mercede, i cattivi successivi, nuovi, sostitutivi. Franza o Spagna purché se magna. Neanderthal si vergogna per noi.

La fiaba nera del più lungo periodo di pace mai vissuto – appunto: mai – dall’umanità, fiaba, perché il mondo continuava a essere dilaniato da massacri e olocausti a più latitudini, anche a nostra colpevole insaputa, conferma l’antico adagio di Trilussa/Proietti: dopo il macello, i soliti famigerati, tra tavole imbandite e crapule inaudite, sproloquieranno di pace e lavoro, per incamerare più quattrini di pria e rendere il popolo cojone , sopravvissuto alle bombe intelligenti, più rintronato e schiavo che mai.

Il bravo Maurizio Maggiani ha tentato di spiegarcelo con sagace ironia, attingendo all’etimologia: la guerra werra per i Germani significava gara, al massimo gazzarra agonistica tra le tribù, mentre per i nostri padri Latini, bellum, dalla radice accadica, belum ossia potere esercitato dal re e da bullu: senza eufemismi, abbattere, sterminare, distruggere. Purtroppo, ancora oggi sperimentiamo nella storia del progresso umano, quale delle due forme sia diventata predominante, totalizzante, monopolizzante.

Come in quel video degli anni 80 del mondo perduto – anima dispersa – del mondo dissolto, del mondo che se ne andrà in una dissolvenza nucleare – le genti stanche dei soprusi e delle vessazioni dovrebbero andare a prelevare con garbo (anche meno) gli ottuagenari rincoglioniti che, esaltati da pilloline di testosterone chimico, predicano la santità dei conflitti ma pigiando un tasto mandano a morire milioni di persone innocenti; dovrebbero rinchiuderli dentro un’arena blindata, costringerli a salire sopra un ring, accomodarsi sulle poltroncine e con bibite e patatine, assistere al deprimente catartico spettacolo della lotta all’ultimo sangue: dei sedicenti uomini forti, tutti contro tutti, tra loro; uomini forse, ominicchi di sicuro.

Il Carnevale finisce male, cantava profetica Casco d’Oro, ma si riferiva alle pene d’amore;

dopo più di mezzo secolo, quelli che avrebbero dovuto imparare dalle tragedie globali, stupida pandemia (pandemia della stupidità) compresa, non hanno ancora decretato il bando definitivo di armamenti e guerre.

Nonna Pina ha capito tutto, inutile preoccuparsi della salute e dell’equilibrio ambientale della Terra: con la soluzione finale nucleare, semplicemente non sorgerà alcun giorno dopo.

E in cassa giaceranno infine, alla fine della fiera, anche gli amici della guerra; però sarà una cassa extra lusso, di platino, con illuminazione eterna, alla deriva perenne nel cosmo:

vuoi mettere il privilegio.

LA GUERRA CHE VERRÀ (bonus track)

di Bertolt Brecht

La guerra che verrà

Non è la prima.

Prima ci sono state altre guerre.

Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Fra i vinti la povera gente faceva la fame.

Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.

Quasimodo (quasi, todo modo)

Pagina degli occhi di Quasimodo.

Guardarci dentro, guardare sul serio, per vedere, per precipitare negli abissi: della deformità, della schiavitù.

E’ stato Metropolis a creare lo schiavismo dell’uomo senza personalità nel mondo moderno, o viceversa, il mondo moderno a partorire l’aberrante incubo cinematografico di Fritz Lang?

E’ il despota che ama e rafforza all’ennesima potenza il suo dispotismo, o sono gli schiavi ad amare alla follia – scherzo o follia della mente? – la loro condizione di infelice, disperata assenza di libertà e coercizione?

Come era bello sopravvivere ubbidendo ai comandi dall’alto, ma di uno solo.

Con i Faraoni dell’Antico Egitto – prima che Kenneth Branagh sbracasse e in senilità si impegnasse per rovinare i capolavori di Agatha Christie – ci si spaccava la schiena da mane a sera a da sera a mane, trasportando lastroni di granito, ma le nutrienti scodelle di riso e lenticchie erano certe e gustose; abbronzatura gratuita garantita.

Quasimodo ci osserva dall’alto della sua cattedrale, prigione o rifugio, insieme ai suoi amici garguglioni – l’onomatopea in rima potrebbe ingannare – insieme alle sue campane, che fa cantare a squarciagola per risvegliarci dal nostro lungo sonno, letargo, torpore: lo sapete che i medici egizi già effettuavano operazioni chirurgiche al cervello? Lo sapete che – Vichinghi a parte – un navigatore islandese, Leif Erikson, raggiunse le Americhe 500 anni prima di Cristoforo (gridando dal suo drakkar: terra nova, terra nova!)? Lo sapete che la Bibbia di Gutenberg non fu il primo libro stampato con la tecnica dei caratteri mobili?

Gentile Michele Ainis, in fondo, scoprire che la nostra amata stimata venerata Costituzione, nella sua veste tipografica del 1948, differisce dalle copie amanuensi e dattiloscritte preparatorie, non è poi così sorprendente; tanto non la conosciamo lo stesso. Al limite dell’ignoranza, si potrebbe lanciare un grande concorso a premi: trova le differenze. Ai primi 10 fortunati, abili osservatori, nonché (e)lettori, spetterà il reintegro dei loro doveri/diritti sanciti dalla Costituzione: quella originale, ovvio.

Fiumane di adolescenti indolenti elettrici sciamano via, confusi infelici vocianti, mentre permane la sensazione che la voglia, la fame di vivere sia un’attitudine, una peculiarità da curare, da coltivare anche con feroce passione; la struggente gratuita bellezza del mondo cura – cura da tutelare, preservare – dovremmo capire che quella è la vera risorsa, per tutti.

Artemisia o Caravaggio? Caravaggio o Artemisia? Artemisia e Caravaggio, potrebbe essere la giusta opzione; Merisi, certo saprai che un tempo, Oloferne aveva un diavolo per capello e tanti grilli per la testa – non era semplice essere un generale assiro con beghe politico militari in Giudea – , ma Giuditta lo ha sistemato: per le feste e oltre. Con un taglio netto, ei fu passato remoto.

Caro Quasimodo, se un nuovo mondo ci sarà, se sarà possibile ricreare un nuovo consesso umano civile, anche dovesse trattarsi di una tirannia – illuminata più di ogni forma di governo o, todo modo, per volontà divina, riuscita malriuscita (la forma di governo, non la volontà divina) – spero si possa vivere dentro:

la tirannia della farfalla.

Prove tecniche (di Primavera)

Benvenuti nella vita, reale.

Così cantavano le lacrime causa paure, fobie che si sono geneticamente mutate in rabbia. Rabbia senza canali di sfogo, rabbia allo stato brado.

Palestre sociali ove allenare la rabbia, sfiancarla con fatiche immani: sono state chiuse, abolite, interdette; si resta interdetti al cospetto delle dinamiche fallocefali del potere.

I rimedi sono approssimativi, ne resterebbe uno, autogeno endogeno : tramutare la rabbia in piccoli gesti d’amore; con questi chiaroscuri – spalanca gli scuri e anche le finestre, per consentire all’ossigeno e alla luce di espandersi, ovunque – prevedo procedure farraginose per stabilire, davanti ad una zuppa di farro, cosa sia amore, cosa resti escluso dal novero.

Novizi dell’amore, a voi l’ardua scelta: in ritiro spirituale sulle rive di un lago montano di origine vulcanica, abbandonarsi alla contemplazione, o dedicarsi alla cura delle rive, tempestate da miriadi di sfumature di screziature di grigio nero lavico? Mentre acque e nubi si compenetrano, si confondono e cigni imperturbabili regali magici volano e nuotano, indifferenti con naturalezza alla dissonante presenza umana.

Ossigeno, rarefatto, fatto(si) raro in alta quota: scalare montagne e trovare ancora altro rumore, altra plastica letale, altro veleno, in quell’aria che era preziosa, più del platino.

Atarassia, disponibile in soluzione idroalcolica, in compressa zigulì, presso lo speziale? Mi servirebbe un infuso di atarassia – non avrebbe per caso foglioline di atarassaco per me? Grazie – perché il puro Cynar solitario del maestro Calindri non basta più per attutire, per alleviare, per parare i colpi delle frenesia, della schizofrenia, della crudeltà, di questa vita pseudo moderna. Logorio, una ottimistica chimera.

La memoria sarebbe un dovere morale, contro ogni forma di negazionismo, contro ogni deriva – de riva? erudito trattato geo filosofico sulle rive di Mompracem o altri scogli pirati? – pericolosa anti storica? Il noto intellettuale – uno dei tanti – lo sostiene con inusitata vigoria, ma non fornisce soluzioni o escamotage alternativi quando la memoria si dimostra nei fatti ingannevole più di tutte le cose, le altre.

Aspirare alla semplicità, senza essere sempliciotti; processare la complessità, nel senso di metabolizzarla per vivere con sintesi critica, un piede nella vita reale l’altro nel futuro, qualunque concetto nasconda questa parola; testa ritta senza tensioni, per immergerla nei sogni, nelle nuvole, nei progetti, i più arditi.

Le foglie di ortica – avrete spero anche voi assaggiato il risotto, senza cercare la peluria (dell’ortica) nei chicchi – sono già forti, verdi, brillanti; le primule bianche e gialle mostrano con cauto pudore la loro acerba, rinnovata bellezza: prove tecniche generali di Primavera.

Ennesima ciclica conferma:

la vita trionferà, ancora una volta; nonostante l’umanità.

Anzi, trionferà a prescindere:

con o senza.

Tra Euclide e i Maya

Pagina dell’inconcludenza.

L’inconcludenza, cosa sarà mai questa crisi da inconcludenza? Come quelle squadre del pallone, giocano bene per carità, fitte trame di passaggi, ma inconcludenti: non tirano mai verso la porta avversaria.

Si potrebbe applicare il concetto ai corteggiatori cortesi delle donne angelicate, ai poeti immaginifici senza versi (mi stai per caso facendo il metaVerso?), alle sette, o gilde degli alchimisti, dei borgomastri inconcludenti nei loro borghi natali, che, con arroganza e presunzione, si sono convinti di essere detentori di capacità e poteri per guidare carri chiamati paesi, aggiogando i buoi dietro alla fila dei veicoli lignei: per miracol mostrare al volgo, incredulo stupefatto credulone. Si sa, poi, quanto sia inutile recintare – Jethro Tull dove sei, con il tuo flauto di Pan? – quando i buoi sono fuggiti da anni, quando la geometria ci suggerisce che tutto è formato da infiniti punti: come delimiti l’infinito, ammesso tu sia, anche in minima parte, parente genetico di Leopardi?

Uno dei fratelli Bennato – ben nati davvero – cantava Sono solo canzonette, per togliere veli di inutile, retorica mitologica dalla musica popolare, leggera e/o colta che fosse: fosse che fosse, la volta è diventata buona, anzi propizia e i cataloghi delle canzonette, ammesso siano firmate da autrici/autori vagamente noti, quando non colonne erculee della storia artistica mondiale, ora valgono più dell’oro: qualcuno giudica questa corsa multinazionale all’incetta come fosse una svendita dal robivecchi o rigattiere dei tempi defunti, qualcuno invece – considerato il lungo periodo di sofferenza (anche, insofferenza) pandemica – lo considera una sorta di indennizzo e comunque un importante segnale di vitalità. Chi può, nababbo si fa, gli altri, tirano a campare, auspicando di non tirare le cuoia.

Sono più vivi e vegeti, insieme ai loro vegetali prediletti, certi popoli ritenuti estinti – chiedi chi erano i Maya, chiedilo alle stelle – o altri ritenuti civili e progrediti, proni alle bugie dei peggiori mediocri dell’umanità?

Il capodanno dei Maya garantisce che questo sarà l’anno del Cervo, ma si sa, i segni del cielo sono spesso ingannevoli e si prestano a molteplici, contraddittorie interpretazioni: anno di stabilità ed equilibri, come sostengono i discendenti degli antichi sacerdoti o ennesimo anno da cornuti, come direbbero gli amici miei? Sii astuto come un cervo; ma l’astuzia non è la peculiarità della volpe? Appunto, quod erat demonstrandum.

Q.E.D.: il gruppo rock che ha già soppiantato e travolto tutti gli antagonisti sulla scena planetaria: rock filosofico, rock di geometrica potenza, poco incline ad Euclide. Il loro brano più celebre? Flectar Non Frangar.

Raccontami, o ninfa serenissima, custode del giardino, di quelle vite nate sulla Livenza, amori odj commerci conflitti; narrami le gesta di donne leggendarie e ominidi confusi, celebra con canti accompagnati dalla cetra, il trionfo della Natura, dei cicli naturali, dei tesori visibili appena sotto la superficie increspata di acque cristalline: alghe pluviali, come braccia vegetali, per carezzare il fluire dei destini nel Creato.

Pare che la Nasa – che fiuto – abbia spedito nel cosmo 500 semi di specie arboree terrestri, per capire se possano sopravvivere e maturare anche in assenza di gravità e in condizioni ambientali molto diverse da quelle abituali; pare che gli Alieni abbiano gradito l’omaggio e li abbiano trovati di loro gusto e gradimento; hanno infine ricambiato, inviando sul nostro pianeta altri 500 semi, subito piantati e ribattezzati Moon Trees, romantici Alberi della Luna. Con questi chiari di Luna, le loro fronde, ululano.

Ciao Alby, come stai? Talvolta ho la sensazione, spiacevole non saprei, che i Maya, Euclide, il mio computer, mi conoscano più di quanto mi conoscano i miei amici, meglio e in profondità di quanto io conosca me stesso; con buona pace di Socrate.

Il salto dai Maya ad Euclide, dagli Euclidei al Mondo Dopo; salto quantico, non pindarico, salto di specie – specie se salto:

mi si nota di più, se salto come scimmia nuda o se resto nella caverna a giocare con le ombre cinesi?

Duello al Sole

Pagina del duello, al Sole.

Sfidare il Sole a duello – chissà che fine avrà fatto il guanto di sfida, soprattutto se in maglia di ferro – o sfidare qualcuno a duello, singolare tenzone (non tendone), sotto il Sole? Sarebbe d’uopo chiedere consiglio a D’Artagnan, assai ferrato – nel senso delle lame – efferato nel settore.

Se il gruppo pop si chiama Propaganda – per sole Donne, di Sole Donne, non donne sole – e il brano più celebre, celebrato, non cerebrale, si intitola – perché i brani si distinguono dai titoli, anche nobiliari, non hanno nomi, non sono registrati all’anagrafe, ma alla siae – Duel. Se Cindy Lauper, 40 anni dopo, diventa regina dei video musicali on line, antesignana oltre i tempi, massimi.

I particolari all’apparenza più ininfluenti, i dettagli, i più marginali, sono quelli che innescano le micce della suggestione, che pungolano a seguire tracce d’immaginazione, a raccogliere briciole di realtà oniriche: Duel sulle infuocate autostrade statunitensi, più colabrodo delle nostre, inseguiti da un mostruoso tir assassino, guidato da un’ombra nera malefica, forse la parte oscura di noi stessi.

E’ sempre un giorno stupido quando muore un amico giovane, insensato non saprei, ingiusto; ingiustizia sommata a somme ingiustizie, quale risultato può offrire? Ai nostri piccoli occhi mortali, solo un grumo inesplicabile, inintelligibile. Resta, deve restare edificante più che mai, la gratitudine per i momenti belli, per le condivisioni preziose del tempo, dei gesti, delle piccole cure.

Come sosteneva l’artista Escher: il mondo è fatto a scale, confortato in questa sua visione inclusiva del consesso auspicabilmente civile – tutti prima o poi dobbiamo affrontare scale, anabasi catabasi continue – dal musicista Bach, noto per le sue fughe. Una conferma ulteriore del concetto basilare: scale di servizio e/o anti incendio, in certi frangenti, allungano la vita.

Scrutare l’orizzonte, per cogliere segnali di un imperscrutabile disegno universale, anche non divino, anche solo accennato, con sapienti rapidi tratti di matita, di carboncino; un vascello volante illuminato da un sole doppio, uno che filtra dalle nubi, l’altro dai marosi; un castello di Cornovaglia, sospeso sul filo, insieme a un gruppo di funambole capaci di sfidare il crollo delle capacità di ognuna;

uno stormo triangolare di gabbiani che scavalca in ascesa diagonale un ponte sul nulla, mentre lo stereo diffonde le note introduttive della lirica in musica Gli Uccelli, del mai abbastanza rimpianto, compianto, piantato pilastro nella nostra storia migliore: Battiato, fu Ciccio.

Accedere, incedere, mai cedere – solo il passo, alle Signore – con inspiegabile baldanza dentro il recinto, detto ok corral (meglio un recinto per il bestiame o un camposanto litico dismesso?), per il duello finale, con nella testa quel motivetto che fa così, di Morricone, Ennio;

sfida finale a tre, consapevoli che quando un uomo con i propri limiti incontra il proprio doppelganger portatore insano degli stessi limiti, rovesciati, quell’uomo è dannato.

Rimane il terzo sfidante, speriamo vinca, ancora e sempre:

Elio fiammeggiante.

Silenzio

Pagina del silenzio, invocato reclamato – a gran voce! – desiderato bramato necessario.

Non uno dei tanti, ma quel silenzio carico pregno denso di attesa, attese, anche dolorose, anche lancinanti laceranti.

Il silenzio incombente che precede come una overture rossiniana il tutto, ché il tutto, poi, giunge sempre, a valanga. Inarrestabile.

Gentile Anthony, ce lo hai insegnato proprio tu, con la tua formidabile intelligenza, con la tua lingua nuova travolgente sconvolgente: dovremmo diffidare di chi predica e sostiene di applicare gli strumenti del bene ad ogni costo – benefattori invasati? – siamo poi così sicuri che altri da noi sappiano con certezza cosa sia il nostro bene? Anche la retorica della bellezza salvifica potrebbe essere ingannevole oltre modo: ne abbiamo conosciuti di appassionati di scoiattoli, piccioni, perfino di Mozart e Bach che poi, non solo protetti dall’oscuro manto delle notti, si abbandonavano alla violenza crudele, veri drughi del male: totale, senza redenzione.

Prendere, prendersi cura di se stessi in primis, con la saggezza dei felini, prendere per donare, donare senza ritorno, senza attendere il domani; anche chi promette doni – concessioni – e ritorni (alla casa della Madre e del Padre?) alla sedicente normalità, desta cupe preoccupazioni e motivi di inquietudine, come fossimo incatenati ad una mitologica incudine.

Prima delle armi, sempre, senza se, senza ma, senza discussioni, la pace eterna, per vivere operosamente, al bando definitivo armi e guerre: per il riposo, avremo tempo modi e maniere, tutta l’eternità successiva.

Nelle curve del silenzio, potremmo trovare perfino un po’ di amore, per poi accoglierlo, con silenzioso stupore, come vibranti poesie di Neruda e Tagore.

Annegare nell’Oceano del Silenzio, per ritrovare la voce, la propria;

naufragare grazie all’Oceano del Silenzio su spiagge silenti, quiete, per riuscire a distinguere di nuovo le Voci:

quelle della dignità e della giustizia.

Pandemie: Achab o Frost?

Pagina delle pandemie virali, non solo, non in via esclusiva, legate all’era dei virus mutanti.

Purtroppo, dai primordi – bagordi balordi? – dell’Umanità (la u minuscola sarebbe più appropriata), le autentiche pandemie epidemie epiche riguardano da molto, troppo vicino, le disuguaglianze sociali e le logiche claustrofobiche, soffocanti, predatorie, del potere.

Buongiorno, quindi, a chi nei mesi scorsi – scorsi via in fretta, a nodo, anch’esso scorsoio – con faccia bronzea (ma non bella come i masculi di Riace, con annesso ex sindaco eretico) si erano, improvvidi meschini, investiti travestiti da paladini, promotori della campagna per assegnare il Nobel per la medicina (pace o pece?) – già molto ammaccato, per opacità tutte sue – ai caporioni delle multinazionali farmaceutiche; detentrici esclusive e poco collaborative dei brevetti di tutti i farmaci più importanti e necessari al momento sulla Terra, aziende a due gambe, perché troppo facile e assolutorio sarebbe associarle al biblico Leviatano: nel corso dell’ultimo anno, gramo per i popoli, esse hanno realizzato utili pari a 1.000 (!!!) dollari al secondo, creando 5 nuovi miliardari (fonte: Oxfam, articolo pubblicato su Altreconomia, febbraio 2022); i vaccini, non solo quelli imperfetti di nuova generazione, per i paesi in via di sviluppo restano un miraggio nel deserto, una chimera, appassita: infatti, in quelle regioni del nostro Pianeta, le persone che muoiono contraendo il coronavirus detto covid 19 sono, in percentuale, quasi il doppio rispetto a chi vive nei famigerati, cosiddetti paesi ricchi nord occidentali.

Se non fossi il caritatevole samaritano – virtuale – che sono, vi chiederei: avete mai incontrato, dopo lauta lieta colazione, una Panthera tigris altaica, meglio nota come Tigre bianca (albina, senza offesa né discriminazione caleidoscopica) dell’Amur, la magnifica possente Tigre siberiana? Di cuore, vi augurerei prima o poi, di farne una conoscenza ravvicinata, e dopo la comprensibile espressione di meraviglia sui volti e nella voce, vi inviterei a spiegare a Lei tutte le vostre, certamente valide, ragioni: buon simposio.

Le pareti del cervello sono, dovrebbero essere, mura portanti del castello chiamato donna/uomo; speriamo siano, restino abbastanza – a sufficienza, mai con sufficienza – libere, libere per esercitare la professione specifica, quella meravigliosa ginnastica mentale conosciuta con il nome di sinapsi – beato chi recita a menadito il greco, antico: Zorba – pareti spoglie per dipingere, per appendere fiori nuovi o quadri: di Van Gogh, Artemisia, Caravaggio, Tamara, Hopper, Vettriano, Frida e via così, ad libitum; immagini sontuose, per alimentare l’immaginazione.

Quando sugli argini incontro persone scampate a guerre, persecuzioni, carestie – anche e in larga parte per colpa mia, del mio egoismo cieco – le saluto con sincera empatia, ma mi resta sempre il dubbio di non essere degno di rivolgere loro nemmeno una parola.

Nel coacervo, nel marasma, nell’inestricabile ginepraio di commissioni e comitati di origine e diretta dipendenza parlamentare, ne esiste uno che avrebbe, come missione precipua e sacra, il controllo della sicurezza – niente di meno, niente di più – della nostra immalinconita Repubblica; ebbene, codesto comitato, nonostante gli ultimi 7 anni – di guai varj ed eventuali, comprese certe irrituali repliche istituzionali – siano stati in assoluto i più caldi da quando la scienza ha cominciato a registrare fenomeni meteo e temperature della febbre del Pianeta, sostiene l’insostenibile tesi della necessità di accompagnare la sedicente transizione ecologica con un raddoppio dell’accaparramento di energia da idrocarburi: una perfetta applicazione da manuale – anzi, da romanzo – della famigerata, funesta sindrome di Achab, il capitano pazzo che condusse alla mattanza il suo equipaggio, per inseguire demoni e ossessioni personali.

Dovremmo imparare a memoria le poesie di Robert Frost e dalla memoria, trasferirle e metabolizzarle con l’anima – ove disponibile – per capire, in modo definitivo, che niente è più effimero illusorio evanescente dell’oro; il mondo finirà, con fuoco o ghiaccio, nessuno può ancora stabilirlo:

potrebbe concludersi con una doppia condanna, con un epilogo doppio, chissà quanto catartico, sempre per colpa della algida cupidigia dell’uomo e/o della fiamma incontrollata delle sue insane pulsioni.

Sempre attingendo al buon Frost, potremmo auspicare che dopo aver creato da soli la notte più lugubre, sarebbe saggio non oltrepassare l’ultimo bagliore dell’avamposto, l’ultima fioca luce della nostra civiltà.

Project UFO

Pagina dello sdegno, della sorpresa, dell’indignazione, ma in grandi, rumorose quantità contro un nuovo Project UFO.

Gli scienziati bocciano un loro collega che, attraverso un documentato libro, sostiene l’esistenza, non probabile, ma certa sicura garantita al limone coltivato su Melpomene – fosse anche solo un pianeta e non una Musa ispiratrice, potremmo festeggiare con danze e canti – , degli Alieni.

Quante erano le dee dell’Olimpo e quali i loro attributi? Quante le muse e di quali materie si occupavano? Se esiste il Mal d’Africa e colpisce anche coloro che non ci hanno mai posato piede, mi sorprende di meno apprendere dell’esistenza della malinconia di Melpomene, ma non incamminiamoci su viali tortuosi e complicati.

Alcuni oggetti misteriosi, avvistati di recente nella nostra galassia e sprovvisti perfino di green pass, non sarebbero stelle o comete o asteroidi, ma astronavi o manufatti alieni. Lo afferma – sulla base dell’osservazione delle traiettorie e dei riflessi di luce cosmica sulle loro superfici – sempre lo stesso studioso che cerca, come novello Galileo, la verità là fuori; ci sono o ci sarebbero più cose in cielo e in Terra di quante ne possano prevedere le nostre fallaci, limitate filosofie? Non trascurando – anzi, forse sarebbe opportuno oscurarli – che i satelliti, le miriadi di nostri satelliti artificiali, lanciati in orbita sopra e all’insaputa delle nostre teste, con le loro luci di posizione, stanno sfregiando anche la vista del manto stellato notturno.

Caro Greg, ammettiamolo: oggi, arrivassero gli alieni, stropiccerebbero antenne occhi e eventuali tentacoli, osservando molti più extraterrestri qui tra noi sulla Terra, di quelli presenti a gozzovigliare nelle peggiori bettole della saga di Guerre Stellari, o sul lato oscuro della Luna, tra Popolo di Vega e Meganoidi.

Lo stesso ET, precipitasse adesso per il classico guasto al velivolo cosmico, allibirebbe e si direbbe: ma sono già rientrato a casa, senza nemmeno telefonata d’urgenza per richiesta soccorso interplanetario?

Va bene, le sciocchezze virali non si cambiano (soprattutto se garbano ai fantomatici mercati e poi lo ha detto anche la Rai), ma tra resilienza, green economy, Costituzione green per riforma (verde bile, di rigetto per la nostra idiozia), bum (!!!) dei like sui social e derelizione – deiezione morale? – quasi quasi, anche gli ospiti Alieni, preferirebbero la seconda; avessi sottomano un vocabolario, saprei scrivere il significato del lemma, ma non esageriamo con la perniciosa cultura. Tutto troppo connesso, ai condizionali.

C’era una volta la borghesia, che organizzava le rivolte in piazza – tanto poi, in piazza, a prendere botte e fucilate, scendevano soprattutto i villici – creando falsi miti di progresso; la sana antica borghesia, in allegra compagnia delle genti, quella del darwinismo sociale, è stata divorata dalle compagnie transnazionali, le stesse che, senza badare ad accuse di megalomania, allestiscono finte crisi geopolitiche, con autentiche crisi umanitarie da guerre, armate ambientali, su scala planetaria, per maggiori profitti e glorie finanziarie; vuoi mettere la differenza.

Dove custodiranno poi gli immensi tesori accumulati? A Fort Knorr? No, in quel maniero di cemento armato e metallo, solo i dadi vegetali degli antichi druidi, insieme alle pietre non d’oro, di granito, del curling, praticato dai 333 giovani e forti italiani.

Il tapino ET, Kunt per gli amici della futuromania, al dunque della vicenda, qualora sbarcasse adesso nel nostro giardinetto condominiale, nonostante nei decenni l’Umanità abbia spedito nello spazio messaggi di pace, brani musicali, poesie, rischierebbe di essere accolto a suon di bombe, però intelligenti e tanto festose;

se ne ripartirebbe, forse mesto, certo ammaccato e disilluso, pensando:

come mai si sono estinti animali prodigiosi e progrediti quali i dinosauri? Invece, questi bipedi si sono moltiplicati a dismisura e hanno infestato il Pianeta azzurro; prima del decollo ascensionale verticale, il classico saggio venerando – immancabile, imprescindibile – si recherebbe da lui e abbracciandolo per un congedo consolatorio, gli racconterebbe una istruttiva storiella di Gianni Rodari, quella della volpe che campò una lunga vita, fingendosi morta e divorando tutte le galline che ogni volta organizzavano una cerimonia funebre in pompa magna, credendo di essersi liberate per sempre dalla temuta, astuta predatrice.

ET, sfrecciando di nuovo verso lo spazio, libero, con un irresistibile sorriso, ironico sardonico, aggiungerebbe però un piccolo quesito finale:

le storielle sono belle, perché ognuno le interpreta a piacimento, tra voi chi sono le galline, chi le volpi?

Tra me e te, chi è il vero ufo?

P.S. Con un caro saluto e un abbraccio al Marziano a Roma, il leggendario Marziano di Ennio Flaiano; ma questa è davvero un’altra storia, o forse, sempre la stessa.

Moise o Edmun: si parte mattatori

Pagina del Kean.

Non Kent – Clark o la contea – ma Kean, Edmun, il più grande di sempre; queste locuzioni (non locuste lacustri) mi fanno sempre rabbrividire, perché non ravviso i termini di paragone: né tematici, né, ancora di più, spazio temporali. Mi fido della parola, dei veri esperti (Gassman padre, Proietti Gigi).

Kean, lo riscrivo per ribadirlo: non l’ennesimo, il solito calciatore, ma il celebrato, acclamato, leggendario attore delle tragedie scespiriane.

A 7 anni, fuggire da un istituto scolastico, per incompatibilità, refrattarietà alle regole, ai dogmi educativi religiosi culturali; imbarcarsi su una nave come mozzo tuttofare, per scoprire che a bordo – torni a bordo, balordo! – la disciplina è più rigida e iniqua che sulla terraferma; fingersi storpio e malato, in modo così convincente, da riuscire a gabbare noti lazzaroni, quali i marinai: a quel punto, smettere di recitare, indossare maschere, diventa impossibile, diventa il destino.

Un talento immenso, esagerato, tracimante, da sconfinare spesso nei vizi, forse inevitabili per chi è stato dotato da Madre Natura di troppa sensibilità, troppe capacità, troppa passione, in ogni ambito e momento della vita; lascia allibiti sapere che alla fine i lati oscuri dei geni somigliano molto, si potrebbe dire: combaciano, con quelli dei poveracci comuni, dei diseredati dalla vita; nel caso specifico, donnine dai costumi allegri (più spesso, prive di costumi) e dipendenza devastante dall’alcol.

Caro Giorgio, capita, a volte, di sentirsi come il protagonista di quel romanzo di Bassani, tuo omonimo: passeggiando pigramente in un paese della bassa, fermarsi a osservare senza troppa attenzione la vetrina di una bottega con esposti poveri volatili imbalsamati (esistono ancora imbalsamatori? magari, amatoriali?) e all’improvviso sentirsi come un airone abbattuto durante una battuta di caccia all’alba, dalle parti del Delta del Po; uno sprazzo di calma, apparente, quasi di inspiegabile felicità, decidendo senza motivo di porre fine all’esistenza; poi, dopo il rientro a casa e una cena frugale, ipnotizzati dagli stessi, eterni programmi televisivi, addormentarsi sul divano e svegliarsi la mattina successiva, per riprendere intorpiditi e indolenti, l’incolore, insapore, inodore, molesta routine.

Il talento superbo, supremo, giustifica e basta a saldare le nefandezze, i debiti contratti con la società, con i propri cari? Il dibattito è aperto, da millenni; una risposta univoca, definitiva non esiste e forse nessuno mai sarà in grado di trovarla.

Era un uomo, la spiegazione banale, la più semplice, la più aderente alla realtà, la nostra: quella di animali limitati che per un tempo infinitesimale, si trovano a calpestare la crosta del Mondo, al cospetto spesso di problemi e quesiti, non solo pratici, giganteschi, spaventevoli, talvolta sconfinati, quanto l’Universo.

Ci si illude di dominare, si finisce dominati, dalle sregolatezze più che dalla genialità (si esaurisce anche quella, come la pazienza altrui, come i fegati corrosi dalla cirrosi); quando va di lusso o buona fortuna, si chiude con una salomonica patta, ma l’epilogo è noto, per tutti:

l’uscita di scena, almeno quella, lo stile del congedo dalle assi dell’esistenza terrena, dipendono da noi, dalla nostra volontà:

l’ultima, la più importante.

Visioni

Pagina delle Visioni, anche da Pejote, anche dei simpatici Visoni, ma vivi.

Orsi polari che si affacciano alle finestre degli avamposti più settentrionali esistenti sul Pianeta, quelli abbandonati dai bipedi; attorno a quelle che di fatto sono ormai le loro case, possiamo notare vegetazione curata e senza scarti o rifiuti, e, soprattutto – dettaglio non ininfluente – la totale, preoccupante assenza di ghiaccio e neve.

Il nostro paese è figlio, chissà quanto legittimo, di un passato non sempre adamantino, con il quale non ha mai fatto un vero redde rationem morale collettivo; forse così si spiegano oscure presenze nei palazzi rinomati e sceneggiate istituzionali anacronistiche, umilianti per le casse dello stato e soprattutto per l’intelligenza dei cittadini, rituali retaggio ingombrante di epoche e regimi che dovremmo rinchiudere negli archivi polverosi, sigillandoli una volta per tutte. Invece.

Dai buchi neri della patria, a quelli rotanti nello spazio che da un po’ di tempo inviano segnali luminosi alla Terra – cinefili, questi buchi neri, hanno certo visto anche loro Incontri ravvicinati del terzo tipo – potremmo trarre energia con un’efficienza pari al 150%, superiore a ogni fonte mai nemmeno immaginata; al momento, la piccola non trascurabile difficoltà, pare sia costituita – come segnalano puntualmente astrofisici e astronomi – dalla mancanza di tecnologia adeguata all’uopo e alla bisogna, ma gli scienziati restano fiduciosi: prima o poi, gli umani saranno in grado di rendere energeticamente fruttuosi, cedendo a poetiche visioni, la luce delle stelle e il buio delle galassie.

Visioni dal passato della Via Lattea: una notizia buona e una cattiva, per noi terrestri e anche per gli extraterrestri: pare che in effetti nella galassia siano esistite altre civiltà. Potremmo affermare che la nostra, molto più recente e in fondo giovane, sia quasi una civiltà adolescente. Fino a qui, restiamo nell’ambito delle note confortanti, quello che invece potrebbe e dovrebbe un po’ allarmarci, riguarda l’epilogo delle popolazioni aliene: pare siano estinte da molto tempo e le cause sarebbero da attribuire a olocausti nucleari e/o mutamenti climatici incontrollabili Una sorta di monito, non presidenziale, molto di più: del genere, civiltà avvisata, mezza salvata (se i padiglioni auricolari e soprattutto le menti, sono aperti e ricettivi).

Permangono come sempre i dubbi: vaghiamo su un Pianeta che dista 25.000 anni luce dal centro del Tutto, ma le galassie si stanno allontanando o avvicinando? In particolare: l’Universo prima o poi terminerà il proprio viaggio? Se è partito, dove arriverà?

Visioni, giunte fino a noi dalle prime forme di scrittura: anche se qualcuno resta scettico, Mama Africa si rivela ancora e sempre una fonte ricca di siti archeologici meravigliosi per gli studiosi – antropologi e non solo – desiderosi di capire sempre più e sempre meglio quando e come sia nata una tecnologia portentosa, quella del linguaggio scritto; i reperti più recenti pare confermino: i nostri avi, poco tempo dopo essersi collocati in posizione eretta, avvertirono la necessità di descrivere il mondo nel quale si trovarono a vivere e lottare per la sussistenza: l’ispirazione per i primi tentavi di grafia simbolica e semiotica – via via resi più semplici per un utilizzo più rapido e funzionale – pare sia sgorgata dai sogni, perché dai primordi ebbero l’intuizione che, oltre la caccia per la mera sopravvivenza, esistesse qualcosa di più prezioso e indefinibile, altro rispetto alla concreta quotidianità.

Visoni oniriche per interpretare la realtà, o viceversa.

Visioni, spartizioni, in senso lato: esiste qualcosa di più prezioso intimo perfetto della condivisione di pensieri, fiato, umori? Nemmeno la congiunzione carnale carnascialesca, allegra può raggiungere quelle vette di passione e compartecipazione – anche solo per brevi istanti – al destino, alla vita di qualcuno, altro da noi.

Il bacio, a ciascuno il suo: quello di Hayez, quello di Klimt, quello di Giuda; quello degli angeli caduti, oppure quello affidato al vento, da Neruda.

Il flusso pseudo informativo ininterrotto – tacitando visioni, illusioni, prospettive chimeriche – ha il potere di rendere ogni argomento banale, sovrapponibile, intercambiabile a qualsiasi altro; se ogni tema viene poi presentato in termini spettacolari, con toni celebrativi e trionfalistici, enfatici, parossistici, l’effetto marmellata scaduta, nauseabonda, diventa inevitabile; ad esempio, ho davvero compiuto enorme fatica per distinguere, per orientarmi, in queste settimane, tra notizie su pandemia, Quirinalia – minima moralia? – , pettegolezzi delle fantastiche costumiste dal sedicente festival delle canzonette;

a proposito, davvero credete che alcuni poverelli di spirito, propagandati quali artisti, siano maledetti, dannati e scandalosi, in senso etimologico? Dopo quel capellone barbuto di Gesù, pura illusione o ipocrisia: ai suoi tempi – che tempi – rinnegava la proprietà privata e le ricchezze, predicava la solidarietà tra gli esseri umani – e la praticava sul serio – spalancava il regno dei cieli agli ultimi della Terra, abbracciava lebbrosi e prostitute.

Infatti, lo hanno inchiodato: non solo alle sue visioni.

Sovranità (regalità?)

Pagina della sovranità, pagina sovrana.

Inchinarsi davanti ad un trono, no, ma al cospetto di una sovrana, la questione muta aspetto accento pensiero; se poi la sovrana è una grande, bella pagina, scritta in modo magistrale, non solo merita l’inchino, ma tosto il levare il copricapo, segno di rispetto e di ammirata deferenza.

Un’isola isolata – tautologia ontologica – in mezzo alle nuvole di un qualche cielo, una comunità isolata – che fa: insistisce? – di circa 200 anime: anime non saprei, ma un paio di centinaia di bocche da nutrire, senza dubbio. Con molti dubbi sulle possibilità di riuscire nell’impresa alimentare, con infiniti dubbi sulla capacità di disporre di risorse agricole, energetiche, financo medico curative, in qualche modo. Senza tentare di leggere l’immane Ulisse di James Joyce, ci si può cimentare nella sfida.

E’ l’emergenza che crea il sovrano o il sovrano crea emergenze continue per arrogarsi e dispiegare un potere di investitura quasi divina, per esercitarlo senza limiti, senza rispetto di vincoli di alcun tipo, legali morali etici?

Siamo passati dalla teoria storica di Erodoto – la Storia è creata dai grandi re e dai grandi condottieri – alla teoria Bloch – la storia è costruita da tutte le persone che la abitano e la attraversano; sempre secondo Bloch, meglio poi non fidarsi troppo della memoria e delle testimonianze dirette: è uno degli attributi più fragili, più mutevoli, meno attendibile degli individui e delle masse. Le reminiscenze sono sensazioni vivide, immagini nitide e fortissime, ma producono un lungometraggio spesso rimontato a casaccio, imperfetto, con clamorosi errori e vuoti narrativi, descrittivi, con clamorose topiche di trama.

I nonni sono per tradizione millenaria i depositari, i custodi della memoria, eppure, qualche volta – scherzi delle scienze – possono assurgere al ruolo di paradossi viventi: nel cosmo è così; se solo potessero viaggiare nella dimensione spazio temporale sarebbero perfetti testimoni da spedire su e giù per il continuum cronologico, a osservare e trascrivere – in tempo reale, è il caso di scriverlo – gli avvenimenti che vorremmo ricostruire in modo dettagliato e soprattutto coerente. Se si viaggia nel Tempo, ammettendo la sensatezza dell’espressione e soprattutto la fattibilità, estrema attenzione ai tachioni con il tachimetro della velocità luce manomesso, occhio alle curve pericolose, non quelle di Jessica Rabbit, ma quelle spaziotemporali chiuse – non le paratie dell’inutile ma costosissimo mose veneziano – di tipo temporale.

Mi sono perso, nel tempo e nel vaniloquio.

Sovrane acide, può capitare anche a corte, senza stringersi troppo per evitare i pericolosi assembramenti: dieta sbagliata, per lieve distrazione; Siracide – mai detto sì, al racide, anche perché, ignoranza crassa a parte, non ci hanno mai presentati – citato molto spesso dai dotti, negli ultimi tempi dell’impero. Saremo giudicati – dunque, è proprio vero che se non siamo sempre sul banco, degli imputati, siamo sempre al cospetto di una qualche commissione d’esame – per tutte le parole inutili che abbiamo pronunciato, sprecato in vita: cribbio, posso già appellarmi alla cassazione – o alla cassata sicula – posso già sperare in un condono, di quelli all’italiana, quelli una tantum che in realtà diventano, essi, eterni?

Un’autentica sovrana non ha bisogno di sbandierarlo, non ha bisogno di gran pavese al suo passaggio, né di pavé lastricato in oro per camminare:

una vera sovrana, quale sei Tu, Monica, eterna ragazza, anche senza pistola, con la luce negli occhi nei capelli nella persona, con corde vocali che modulano una voce magnetica, perfetta nella tragedia, nella commedia, capace di commuoverci e divertirci, fino alle lacrime, sempre con il rispetto e la cura per le parole e per gli interlocutori.

Come dici Tu:

il mondo non è di chi si alza presto, ma di coloro che ogni mattina sono felici di alzarsi, con occhi nuovi e nuovi sorrisi per il resto del Mondo.

Buon nuovo viaggio.

Tra le spighe nella nebbia

Se perfino un buco nero genera stelle, crea, immagina futuri – anteriori posteriori futuribili, io a cosa servo?

Notizia buona o pessima? Per chi ha sempre creduto in altri mondi nel cosmo, una gioiosa conferma.

Le stelle figlie di quel nero vuoto – domanda sciocca – sono impastate in proprio con la creta primigenia, oppure vengono aspirate da altri universi e poi catapultate nel nostro?

Il Buco Nero Artista potrebbe diventare uno strumento utile per lanciare gruppi di persone – non necessariamente turisti allo sbaraglio – nel giardino fiorito – no Eden, sobrietà – in quello di Claude Monet, per una colazione (di lavoro, giammai) idilliaca, bucolica, anche arcadica; ne avremmo bisogno, assai.

Da ragazzo passeggiavo spesso presso le rive, le sponde, gli argini del Reno; al mattino ante lucano, quando un lucore flebile tentava di intrufolarsi e farsi notare tra le fitte maglie della nebbia, compatta uniforme, quasi imbattibile: sapevo che anche lui era già lì, quel vecchio misterioso squinternato pittore, da una vita deciso a catturare l’istante preciso e irripetibile del primo albeggiare e del primo fotogramma visibile della sagoma scura dell’antico mulino, tra alte spighe di grano, avamposto ormai abbandonato di civiltà rurale, ma draconiano contro le ingiurie dell’incuria umana e del passo inesorabile di Kronos.

Una abitudine sana che coltivo ancora, con costanza.

Anche tra gli uomini bravi, esistono quelli più bravi e quelli, nonostante tutto, nonostante ogni esasperante tentativo di melassa politicamente corretta (corrotta), indispensabili; così, qualcuno riesce a diventare grazie al proprio ingegno e alle proprie portentose qualità un aggettivo, come Federico Fellini – felliniano – qualcuno, un saggio detto popolare, come il tennista iberico Rafa Nadal – quando credi non esistano più speranze, pensa a Nadal.

Mondo marcio! Nessuna divagazione da rapper, solo una semplice considerazione; andrebbe circostanziata: non il mondo, non l’umanità, una parte, ma come nella teoria della mela bacata nel cestino di quelle buone, è più facile che la decomposizione morale si propaghi dai pochi ai molti, mentre per invertire il procedimento di solito servono generazioni, investimenti illimitati in cultura e educazione, ottimi modelli ed esempi concreti, soprattutto familiari. Come dice e scrive il critico Tomaso Montanari viviamo in un certo senso nell’epoca del Tintoretto, in una temperie sociale globale immersa in quella luce meridiana eppure malata, luce finita di una congregazione antropologica le cui strutture, i cui modelli sono morti e in decomposizione, eppure per ignavia viltà pigrizia, rifiutiamo di registrare la realtà e soprattutto di reagire, anzi, programmare per tornare ad agire; agire i nostri destini, individuali e collettivi, per edificare una società globale finalmente fresca e nuova: democratica equa ecologica.

Cara Isadora, me lo hai insegnato tu: la ciucaggine può essere una risorsa, se equivale alla caparbietà tesa verso un ampio orizzonte, diventa un peccato mortale, se sinonimo di ignoranza conclamata, auto compiaciuta, reiterata.

Diventare crisalide, crisalide cruciale, auspicando nella trasformazione in farfalla: sempre più spesso, ci affidiamo a gusci vuoti, incartapecoriti, aridi, finiti. Quelli non sono gusci del miracolo, solo tombe calcinate da riti stantii, anacronistici, anti storici.

Ieri, quel vecchio eccentrico – l’ultimo degli infimi, come si definisce lui – mi ha parlato per la prima volta:

ragazzo, se domani qualcuno troverà in te delle qualità, stai certo che sono dentro te già oggi; la gente giudica in fretta, senza conoscere; anche qui, dove mi apposto sempre a lavorare, loro vedevano solo erba inutile, ma era grano in attesa di maturare. Ascoltami, di notte, guarda prima le stelle e poi dormi e sogna la tua vita come un dipinto, quando sarai di nuovo sveglio, dipingi la tua vita con i colori dei tuoi sogni.

Che strano, oggi sono tornato per parlare con lui, ma ho trovato solo erba alta e raggi solari arancioni che facevano capolino nella nebbia, per una volta, remissiva.

Nelle segrete

Pagina delle segrete vie, sotterranee, carsiche in caso di fiumi, arcane traiettorie.

Parole d’ordine, frasi convenute, in forma di haiku classici, cui rispondere con haiku di pari livello e valore, però coerenti a quelli dei guardiani dei portali.

Orientarsi con un antico orologio da taschino – 85 anni di obsolescenza attiva – riesumato dai cimeli di famiglia: perfettamente funzionante. Esso. Cosa resterà di questi anni pandemici, brutti stupidi spietati, incapaci perfino di volare via? Quell’orologio abbinato alla bussola, sua coeva e cugina, di primo, anzi primissimo grado.

Mancherebbe un libro, il libro della Vita, a questa preziosa compagnia, ma sceglierlo, tra le migliaia, pare ora, ancora, impresa improbabile.

Per un giorno, solo per un giorno, giocare a pallone nello stadio Maracanà, insieme ai verde oro, se poi ci fosse Zico, meglio; oro verde, già, ne sparlano tutti – chiacchiere vuote, preferirei i crostoli, grazie – ma le chiacchiere dovrebbero essere bandite, ridotte a zero, come quelle letali emissioni di natura antropica che mai elimineremo, perché siamo ipocriti nei meandri più segreti di noi stessi; le nostre anime dannate angelicate, miasmi e meraviglie.

Per uscire a rivedere il cosmo, quando ti trovi recluso, segregato nelle segrete stanze, talvolta serve come ossigeno, una rottura: frantumare lo stallo, la stalla, financo gli specchi, e buonanotte a tutte le scaramanzie, cartomanzie, superstizioni, alle quali nessuno crede, ma, in fondo, teme che siano vere. I cocci di bottiglia o di specchi servono, soprattutto quelli di forma esagonale: tasselli di un mosaico immaginato, inventato dall’astronomo italiano Guido Horn, un destino nel nome di ognuno. Horn: Corno o tromba che sia, nato nella Trieste austriaca ma ebreo di famiglia, combatté per l’Italia nella Grande sanguinosa, indecente guerra: con le stelle nella mente e nel cuore, intuì che forse, per osservare con attenzione i segreti della volta cosmica, sarebbe stato più preciso e anche più economico realizzare non telescopi ciclopici con specchi enormi, ma ‘binocoli’ spaziali con lenti costituite dai famosi frammenti esagonali. Ancora oggi e nel futuro sfruttiamo e sfrutteremo quella sua formidabile idea.

Le verità che rammentavo erano verità del cactus, del resto la realtà è una pianta grassa, ricolma di aculei; esimio speculatore edilizio, se cerchi un nuovo inquilino da sistemare in collina, cercalo tra gli indigeni detti anche autoctoni (sempre meglio degli auto scimuniti): magari non sarà un genius, ma il vantaggio è che sarà già in loci, loco – matto più che mai.

Talvolta, dagli oscuri segreti meccanismi che regolano le nostre vite sociali e politiche vorremmo davvero evadere, ribellarci, ma il potere dei numeri – a proposito di kabbala, numerologia e filosofie occulte e sciamaniche – se non ci incatena, in qualche misura, ci condiziona: il 13 è un simbolo di buona o cattiva sorte? Un tempo arcaico vide gente esultare controllando 13 vaticini calcistici azzeccati su piccole schede targate Sisal/Totip. Meglio abbracciare il senso tibetano per il Creato e apprezzare le buone invenzioni umane, da ogni dove, di qualunque inventore geniale con ottimi propositi siano; anche perché, nel Mondo Dopo, altri 13, Lucifero e i suoi sodali, Angeli ribelli per tradizione traduzione e anche tradimento biblici, pare abbiano perso energia, intenzione, voglia di allestire nuove sommosse, contro i poteri pre costituiti:

rassegnazione o ribellione alternativa, l’ardua scelta e soprattutto azione, spetterà al solito consesso, quello delle donne, degli uomini & alieni varj.

Anche alla luce del Sole, fuori dal piccolo scrigno segreto.

Corde

Lo sapete voi, più e meglio dell’ignoto, indegno compulsatore seriale.

Ci sono verità indimostrabili scientificamente, eppure vere, più del vero, oltre ogni enciclopedia:

il Mondo è sorretto da corde.

E chi regge le fila, anzi i fili, mi correggo: le corde?

Corde non solo marinaresche, corde non solo spirituali, corde musicali, perché la scintilla primigenia è nata da un suono, primordiale rudimentale sperimentale finché si vuole, ma un Suono.

Suono creAttivo, risonanza genitrice del Creato e di tutte le meraviglie collegate.

Forse, giovani musicisti, liberi e ribelli, artisti di strada, per le strade di questo bizzarro pianeta: forse – speriamo sia così – sono loro a dare vita al concerto.

Alzi la mano chi non conosce l’Alieno: David Bowie; il cognome letale di un famigerato coltellaccio, forse perché le sue note, le sue parole erano affilate nella fucina dell’intelligenza extraterrestre, erano perfette in un mondo di giganti, di titani, spesso poco inclini al dialogo, all’accoglienza dei profughi cosmici. L’adorabile Alieno venne tra noi da un altro pianeta, lo stesso non si può dire della hostess terrestre che ebbe anche lei il destino volante, donna caduta dal cielo, non per miracolo, ma causa disastro aereo: senza paracadute, senza ali angeliche, senza energie parapsicologiche, si salvò e divenne, ad honorem, aliena, nella considerazione dei suoi stessi consimili. Alla colonna sonora, pensate voi. Siamo tutti al netto dei nostri titoli di studio, absolute begginers: principianti assoluti dell’esistenza.

Se mezzo secolo e 10.000 metri di altezza vi sembrano pochi, potremmo sempre provarci insieme: un balzo collettivo e via, verso nuove emozioni, nuove avventure; forse, forse al cubo, quando qualche presunto politico vaneggia di rose di nomi all’altezza per incarichi istituzionali, si riferisce a questo. Potremmo da oggi invocare la prova del 9, per la verifica sul campo di atterraggio: nel vuoto senza paracadute di seggi blindati, di leggi ad personas, di cadreghini multipli contemporanei. Sarebbe un piccolo passo per l’umanità, un grande balzo in avanti – finalmente – per la nostra vetusta struttura socio politico culturale.

Corde corde corde (di chitarre), chi ha tante corde vive come un pascià e a piedi caldi se ne sta; parafrasando – parafrasi o perifrasi? questo un altro ansiogeno dilemma – una vecchia divertente canzoncina, troviamo il senso ironico della vita artistica di Bob Dylan; da sempre poco incline ad accordarsi, accodarsi alle mode, ai movimenti, alle correnti del golfo del momento, dopo aver ceduto alla solita bieca multinazionale multimediale i diritti dei suoi testi, da poco, ha pensato bene di cedere anche quelli su ogni suo brano musicale, passato presente e futuro. Buona pensione di lusso, naBobbo Dylan! Potrai acquistare corde di chitarra in platino, da qui all’eternità.

Altro che Nobel per la letteratura, i parrucconi incartapecoriti di Stoccolma avrebbero dovuto conferirti quello per l’economia, caro coerente alla tua personalità, Robert Zimmermann: non ti capirono nel Mondo Prima, fosti sì rivoluzionario della musica, ma non il menestrello della sedicente rivoluzione giovanile, furbo sessantottina: furba, nel senso che molti pseudo profeti di quella stagione, si sono poi sistemati da veri carrieristi senza peluria sentimentale, senza coscienza, nei più vari, avariati consigli d’amministrazione delle compagnie ultra sovra nazionali e delle banche, sanguisughe del globo; riuscendo anche a piazzare in classifica stomachevoli diari personali, finto intimisti, finto nostalgici per i migliori anni: della turlupinatura collettiva, come troppo spesso, nei secoli dei secoli.

Sogno arcadico, poco futuristico: volare tra gli alberi con le corde – pardon, liane – di Tarzan, nella giungla africana o in quella urbana, poco importa: anzi, al richiamo dell’Uomo allevato dal Popolo delle Scimmie, bisognerebbe proprio restare in attesa per osservare, all’interno di una megalopoli soffocata da acciaio, cemento e smog, quale animale sarebbe in grado, se non di rispondere, almeno di percepire il suo possente urlo di richiamo, di chiamata (non di chiama, per carità) alla rivolta contro ogni sopruso, contro le ingiustizie.

L’ultima frontiera dell’Umanità: il cuore di tenebra dell’Universo – o degli universi alternativi – anche se permane forte il dubbio che quella vera resti, ora e nel futuro, se verrà: la mente umana con i suoi derivati.

Attenzione alle corde, la tentazione di annodare può sempre giungere di soprassalto e poi non è detto che nei paraggi si trovino Gordio e la sua spada; vennero esploratori, vennero con la chiara volontà di fondare colonie, poi, sopraffatti dalla bellezza dei luoghi, restarono avvinghiati, legati come avessero trovato delle terre materne natali.

Evadere dalle regole della finta società, sulle corde del suono, sulle sequenze, frequenze, frequentazioni dei viaggiatori mistici tra le dimensioni; illudiamoci di impostare i parametri, il risultato finale sarà, nell’ipotesi migliore:

una meravigliosa sinfonia aleatoria.

Gru, dilemmi

Comincia sempre così, da un dilemma o da un piccolo, insignificante accadimento quotidiano;

banale quanto basta eppure tessera del domino, senza causa apparente, senza fato contingente, stringente: innesca la caduta progressiva, inarrestabile di tutte le altre tessere o con punto di svista colmo di ottimismo, permette alle nere tessere di produrre cinesi creativa?

La Luna, la mezza Luna influenza le nostre scelte, le nostre opzioni, a metà? Possiamo attribuirle responsabilità e colpe? possiamo scaricare su Selene le nostre omissioni, le missioni fallite, le inadempienze, i nostri avariati limiti strutturali, cui non vogliamo porre rimedio, per inedia, per ignavia?

E’ la gru, braccio meccanico della nostra sedicente civiltà che persevera nell’idiozia – ce ne vuole, per reputare lo sviluppo simbolo e sinonimo di progresso – a spostare in cielo la mezza Luna, forse fertile (se custodisse davvero riserve acquifere), o è il nostro miglior satellite naturale, a determinare gli spostamenti, i movimenti, le azioni di forza della macchina, come fosse una marea, che s’illude di scalare le sfere universali, ma resta mesta abbarbicata, incatenata dalla gravità, alla cara preziosa crosta terrestre?

Non ho trovato dilemma con peculiarità organolettiche che lo rendano solubile, diluibile con l’effetto, o almeno l’affetto – senza affettazione – del tempo; non saprei dire se i miei territori siano luciferini, beati, mistici, certo io che li attraverso, incerto incespicante spesso inadatto, sono viaggiatore anomalo.

Catafalchi, sepolcri imbiancati, cariatidi cullate da geremiadi che non sono giochi olimpici riservati ai soli figli di Geremia o a coloro che indossano quel nome; in certi lunedì più ferali di altri – non feriali, magari ferroviari – quando un’inesplicabile malinconia, sorda ad ogni invito di fuga, assale l’anima come parassita infestante, la mente vaga e talvolta perfino sogna, grazie a Giuni l’Artista suprema: uomini di notte, ai tabernacoli di vizi, vanno in cerca dell’amore e sono tanti, dentro una novella Babilonia.

Vorrei disporre della gru progettata da Battiato & Sgalambro, la stessa utilizzata da Gill, unico ultimo vero discepolo: la gru metafisica, in grado di sollevare l’Essere, anche quello senza qualità;

sollevarlo, in tutti i sensi, in ogni senso possibile, meglio ancora se impossibile.