Reminiscenze (scienze?) olfattive

Pagina delle reminiscenze, riminesi, o delle scienze delle estati vitellone di Rimini.

RiminiScienze o Scienze di Rimini; non trascurerei Cesenatico, culla di liberi pensatori, artisti, navigatori, ciclisti; sulla montagna, tra le brume del bosco soffia impetuoso il respiro di Marco, ha il mare dentro: forse per questo vola con la sua bicicletta sulle asperità emerse dagli abissi, forse per questo insegue ancora la sua onesta pulita profondità, per alleviare la sofferenza, per estirpare il tormento, per vincere finalmente la gioia luminosa di un eterno abbraccio familiare.

L’amore non è solo questione di sole – certe sòle… – cuore, ma spesso di odore, nel senso più ampio e variegato del senso: uno dei 5, quello prettaMente olfattivo.

Nella vita ci vuole naso! Come garantiva Rantanplan cane piantagrane, affezionato compagno canino di Lucky Luke, teorico segugio, dal fiuto fallibilissimo soprattutto al cospetto dei fuorilegge più famigerati; nella vita, nei marosi della vita ci vuole tanto naso e altrettanta – tanta davvero – fornitura di terga e forse la combinazione tra le due caratteristiche può, se non garantire, assicurare talvolta risvolti positivi, a certi pantaloni; sempre ammesso non concesso – ottriato – non si tratti di pantalonacci da galeotti ché mica tutti siamo fratelli dei Fratelli Dalton.

Ci vorrebbe tanto naso, come quello sì infallibile per il tartufon, il naso di Gianna – non Nannini, sempre alla ricerca di un bello impossibile ma ragazzo di Europa, assai gelosa – Gianna, Donna musicale di Rino, Gaetano; a naso, mi sono perso e sì che non ne sono sprovvisto.

Anche la gentilDonna in abito canarino aveva naso, mentre chiedeva all’autista Ambrogio di verificare la tenuta ondulatoria e sussultoria della lussuosa vettura, prima di esclamare languida: la mia non sarebbe proprio fame atavica, piuttosto un languorino di sangue blu da brioche; il fedele dipendente esclamava, sempre inguainato nella inappuntabile livrea: Mia Signora, ce l’ho qui la brioche!

Con classe, senza volgarità, senza eccessi popolari, tumulti populisti ante litteram.

Beato Colui, dotato di naso archeologico subacqueo, riesce a immergersi in acque verde smeraldo – già questo un tesoro – davanti alle coste d’Israele e trovare per incanto la Spada nella roccia sul fondale; Excalibur, ex Mare, ex Nautilus.

Servirebbe naso sopraffino per fiutare la menzogna e sbaragliare come birilli del bowling i menzogneri, quelli che architettano i complotti e poi abbindolano le genti, convincendole che il complotto non esiste e che coloro che tentano di smascherarlo e disinnescarlo siano citrulli, malati di complottismo da b movie fantascientifico anni ’50; più che una macchina della verità – avete presente Trinca e Cruciani e lo scandalo calcioscommesse negli anni 80? – attendiamo con ansia una macchina della menzogna, anti menzogna, una bestia cibernetica che denudi di colpo, con un solo colpo di braccio, di maglio robotico, o fulmine cosmico in alternativa, i grandi spudorati mentitori, senza nemmeno mentine per l’alito, pestilenziale.

Con il pennello o bombolone panna spray – pennello grande, grande pennello, mega pannello? – nel naso a scrivere sui muri: il global warming non esiste, mentre la marea sale e ricopre tutto ciò che ci resta, anche gli stessi muri di quell’edificio; in effetti il global final warning è (ri)suonato da tempo e siamo fuori, di testa e anche tempo massimo. Un fazzoletto, non di carta, di stoffa, ché la seta sarebbe sprecata, per soffiare il naso, il nostro, per asciugare i nostri begli occhietti, lucidi di lacrime, ma spenti.

Rinoceronte, rinoplastica additiva, forse erro – sono errabondo, lo confesso senza pudori – l’addizione o la moltiplicazione servirebbero, eccome: della materia grigia, nasi ne abbiamo in abbondanza; in ogni caso, androidi cyborg droni evoluti al cubo potranno imitare surrogare l’olfatto, ma il nasino più famoso illustre grazioso della Storia, non sarà mai raggiunto, né superato (con deferenza parlando):

Cleopatra – non patria, anche, la Sua – regina d’Egitto e non si tratta di espressione ingiuriosa e/o sarcastica.

Vivere un giorno saziandosi di sola e pura Meraviglia.

Attraversando in solida barca a vela la culla marittima chiamata Mare Nostrum, per trovare tra onde e nuvole ritrovare gli Dei, fiutarli nel Vento, chiedere loro di tornare a narrare le loro storie le loro formidabili imprese perché da quando non abbiamo più creduto in loro, tutte le caratteristiche negative degli inquilini dell’Olimpo si sono riversate sulla Terra.

Nella vita ci vuole orecchio per cogliere il canto portato sulle ali di Eolo, ma anche naso per fiutare buone storie, quelle che creano comunità, quelle che diventano casa per i Popoli, parole come semi preziosi per coltivare i campi del Futuro.

Non facciamoci prendere per il naso, non di solo pane vivono donne e uomini – devo aggiungere tutte le infinite sfumature? – sarebbe una buona pietra emiliana di partenza non avere anelli al naso, o almeno inutili orpelli. Anelli e orpelli, soprattutto se in ferro, appesantiscono.

Mai sottovalutare le conseguenze dei nasi nella nebbia, anche perché nel nostro piccolo Mondo Dopo è ormai così fitta che rischiamo di rovistare con le dita in quello del nostro vicino;

come sosteneva Ionesco – regista di fosforo del football club teatro dell’assurdo – un naso che vede, ne vale due che annusano.

Ignoranza beata (santa?)

Pagina della società poco sana, inclinata, pendente, poco incline alla salute, mentale soprattutto.

Una società che bandisce l’idea della Morte è morente moribonda forse già deceduta;

decaduta certamente.

Una società che brandisce l’arrogante convinzione di essere onnipotente e allontana espelle rifiuta come un tabù letale l’idea dei limiti inevitabili intrinsechi naturali, è già limitata. in disfacimento, destinata al più fragoroso e doloroso dei fallimenti.

Una società che idolatra le immagini in movimento, immagini false e vuote che innescano azioni interazioni reazioni continue e ininterrotte non ha una pallida idea del vero significato di Immagine, della potenza dell’Immagine e di tutte le conseguenze che comporta l’adorazione di una vera Immagine.

Una società che idolatra false immagini è grigia perché ha già ucciso ogni forma di immaginazione che è l’esercizio, la fatica, l’imperativo categorico che sgorga deriva origina dal trovarsi di fronte all’Immagine.

Quando la preparazione alla corsetta domenicale, caro Francesco, soprattutto la delicata fase della vestizione – come cavalieri apocalittici postmoderni, per scrivere una bischerata – dura molto più della stessa biciclettata, temo sia giusto, necessario, opportuno porsi delle domande esistenziali e magari anche rispondersi, in fretta e senza ipocrisie.

Il magico mare di Otranto riserva sorprese, ora e sempre e questa volta sono magnifiche, garantito da uno scettico nonché ‘premeditato’ nei confronti delle sedicenti sorprese; un autentico tesoro recuperato a 800 metri di profondità grazie a un sottomarino teleguidato, grazie ad una intelligenza umana e tecnologica davvero intelligenti e preziose, almeno quanto il carico databile VIII secolo avanti Cristo, oggetti e prodotti che raccontano ancora una volta l’emozionante, mirabile Storia dell’Umanità in cammino in viaggio in perenne esplorazione. Dalla Magna Grecia con furore con passione con amore.

Sinodo sinodo sinodo, i profeti esortano Donne e Uomini a intraprendere la via del sinodo – non sinedrio – non un parlamento, né una sciocca futile auto celebrativa convention, come rammenta con delicata precisione il priore Enzo Bianchi: giusto per restare in tema di classicità, dal greco antico: cammino comune, quindi camminare insieme; potrebbe spiegarlo con esempio pratico Bia la sbarazzina breton, spietata cacciatrice di coccole quale sia il vero significato: fiducia reciproca, responsabilità, coscienza. Nessuno esclude che il sinodo possa seguire traiettorie diagonali, ellittiche, sinusoidali. Sinodo sinusoidale, non vi suona accattivante?

Ci sono gli imbonitori del marchio verde che con il sopraggiungere del periodo natalizio – con annessi film ‘buonisti’ di Frank Capra, lui sì che era Capra – in preda all’ansia del venditore h24, tentano di svuotare i magazzini ancora ricolmi di dosi di magico siero; con l’acquisto di una dose finale extralarge riceverete direttamente a casa vostra con consegna Space Shuttle Star Trek – start rec? (già citata, ma repetita gioverà a qualcuno) – di smart phone ultima (ultima davvero, purtroppo) generazione per il rin tin tin tracciamento di sé stessi, ché ormai in questo Mondo Dopo ritrovarsi è divenuto necessità esistenziale. Marketting suggerisce di ipnotizzare bambini e adolescenti, coloro che di solito orientano suggeriscono decidono d’impeto e imperio le strategie di consumo delle allegre famigliole italopiteche.

Non vorrete essere responsabili di suicidi collettivi da ‘frustazione professionale’ di commessi viaggiatori immobili, ma pervasivi?

Solo me ne vo – andrei? Andrei per i boschi superstiti? – per l’urbe recondita, o si trattava dell’Universo?

Da particelle ribattezzate camaleonti – i Camaleonti, che gruppo e che (dino)sauri mediterranei! – forse gli scienziati riusciranno a svelare – illuminare – il mistero fisico della materia oscura o delle oscure materie: forse l’Umanità vedrà la luce, forse intraprenderà il cammino sul rigenerante percorso della Luce.

In una buia oscura malfamata taverna – la famigerata ‘fetid tavern’ – di qualche porto, nacquero racconti leggendari e perfino i cocktail, ma anche questa potrebbe essere solo una leggenda da fumi alcolici, però intrigante affascinante divertente; forse qualcuno raccontò qualcosa di simile a Melville a proposito di cetacei giganti e cacciatori marittimi degli stessi, certo, come avrebbe chiosato Don Mondin il matematico salesiano, l’autore ci ha poi pensato molto e ci ha molto messo del suo: la Balena Bianca non avrà riscosso un immediato successo editoriale, ma diventando Moby Dick è assurta a capolavoro letterario e di diritto è entrata nell’immaginario, immaginifico umano planetario.

Conoscete per caso, fato (fato non foste per vivere come un Bruto…) – ah Fata!!! forse non si può più dire e nemmeno pensare – destino il celebre eroe greco antico Gnor Izein? No? Siete in buona ampia compagnia, me compreso, in testa alla lunga coda, di ignorantelloni: avrei più frequentazione per mia massima colpa con il suo gemello perfido, Ignor Are, anche se talvolta mi coglie un banale umanissimo sospetto:

che la di lui figlia, legittima, madamigella Ignoranza, sia non solo beata, ma santa, quando salva anime in perenne tumulto, non solo meteorologico.

Anche se Re Martin Luther mi riporta sul sentiero della Ragione, con una carezza e una breve riflessione:

figliuolo, nonostante tu sia un bianco occidentale, sappi che nulla sul Pianeta è più pericoloso di una sincera ignoranza unita in connubio con una coscienziosa stupidità.

Cavalli infernali di Troia

Avete mai notato al mattino, nelle prime ore del mattino:

la luce del Sole lenta e ritrosa, prudente pudica, a Oriente si insinua e sostituisce il manto notturno, poi libera e gioconda splendere in piena pace, mentre la gentile risacca delle Nubi blu cobalto, viola intenso galleggia nel Cielo, le onde gravitazionali delle Nuvole, rimbalzano contro la barriera corallina geologica delle pre Alpi, delle Alpi, argine e al tempo stesso preziosa cornice?

Avete mai notato lo stupore, l’incredulità dei paladini indefessi dei lavoratori, quando finalmente li incontrano, dal vivo in presenza di persona? Restano di sasso, come se incontrassero lo sguardo della Gorgone, come se realizzassero che loro non sono esseri mitologici – loro i Lavoratori – ma esistono davvero, nella realtà reale, non in quella virtuale, nemmeno fossero protagonisti al massimo di programmi ludici tipo Sim City.

Di Sin City parlerei solo a pochi adepti, complottisti, però. Del resto anche Jigen, infallibile pistolero nonché solido sodale di Lupin III, proprio come pochi di noi, considera quest’epoca così volgare – in contumacia del Volgo – così noiosa.

Avete mai notato il capo dei paladini, abbracciato felice sorridente gongolante al Re dei Draghi, cavallo di Troia – chiedo venia ai Cavalli e alle Troiane, grande opera anti militarista del teatro greco classico – inviato fidato delle forze oscure del Male che però si presentano con la maschera del Progresso e della Tutela delle persone e del Pianeta?

Epèo
di Parnasso, il focese, costruí,
per consiglio d'Atèna, un gran cavallo,
pieno i fianchi d'armati, e lo sospinse,
simulacro funesto, entro le torri.

Avrete certo anche voi notato i nuovi spot, le nuove reclame, nelle quali all’improvviso compaiono miriadi di simpatici animali domestici addomesticabili, miriadi di bambini più o meno addomesticati e simpatici e schiere di adulti preoccupati per il futuro delle nuove generazioni – esistono o sono come i Lavoratori? – per la salute della Madre Terra, per la salvezza difesa tutela di una nuova figura retorica leggendaria, chiamata biodiversità, rappresentata al meglio dall’industrioso (messaggio subliminale) Popolo delle Api? Maia o Magà? La seconda forse per accomunarci, prepararci a quel suo destino ed epilogo, prima grami, poi catastrofici.

Avete mai provato a esercitare il diritto di critica contro il marchio verde bile, senza il quale per legge iniqua illegale non si può lavorare – la Costituzione1948 nella sua teca piange disperata – ma senza contratto e senza tutele di salute e sicurezza invece sì, altrimenti si minano le basi dell’inviolabile Dogma del Mercato?

Avete partecipato anche voi alle esequie dei Sogni e delle Illusioni che chissà poi in base a quale legge cosmica tendono a morire spesso all’alba? Forse perché Sorella Morte è mattiniera e soffre d’insonnia: millenni e millenni di consigli per preparare nuove efficaci tisane rilassanti, ma ancora la formula magica non è stata trovata, Lei poi ha più familiarità con il conto delle teste che con quelle di belanti zompanti pecorelle, fuoriuscite superstiti da antiche età degli interminabili tediosi intervalli televisivi.

A proposito, qualcuno di voi, tra i più saggi pii illuminati, un attimo prima della fine del Tutto, gentilissimaMente vorrà spiegare all’Umanità intera cosa siano i film ‘belli però lenti’? Giù le mani dai lenti, quando mani ansiose curiose percorrevano veloci in tre minuti – ci avete fatto caso? la durata di una ripresa sul ring pugilistico – spazi territori inesplorati proibiti recintati, mai immaginati, nemmeno negli universi onirici, nel Mondo Prima assai più vasti e variegati (senza intento polemico).

Avete notato anche voi il Fronte del porto, unico cuore ancora rosso pulsante vitale, solidale, difensore estremo contro il traffico di armi, contro i marchi d’infamia? Se dalle finestre spalancate verso le banchine, sui magnifici portuali di lotta e buon governo, buona applicazione di filosofie morali e fieraMente politiche, vi sgorgassero dal cuore poesie canti invettive – celebrative – vergatele, non necessariamente non solo su pergamene, unitevi a Loro, condividete pane companatico, anche pensieri come petali floreali, se avvertite nel petto impeti rivoluzionari inestirpabili.

Non sembrerebbe più lieve anche emigrare da questa dimensione, se con il coraggio e l’ironia di Mata Hari, ci rivolgessimo con un conturbante sorriso ai nostri plotoni, d’esecuzione, per scoccare loro un ultimo bacio di commiato e magari di arrivederci? La dipartita è certa, ma mai escludere clamorosi ritorni.

Morale della favola, favole senza morale e soprattutto senza moralità, la morale è sempre quella: fai merenda con Brighella; pifferai più o meno magici, imbonitori, cantacontafrottole – in assenza di ambulanti di gustose frittole – incantatori da tre soldi ma delle tre carte, cavalli di troia ormai scappati dal recinto, da troppo tempo:

prestiamo sempre attenzione estrema – prestiamola agli sbadati – per non finire poi a dare estrema unzione a noi stessi in primis; occhio ai bottegai di ogni genere di sconforto, di ogni settore merceologico e di provenienza, ché come avrebbe detto il Brutto – quello era un grande filosofo all’interno di un capolavoro –

sapete, cavalli dell’inferno, di chi siete figli voi?

Di una grandissima: Troika.

P.S. Colonna sonora di Ennio Morricone, grazie.

Ritornelli, re friend (?), mantra

Pagina del solito ritornello (tornello discriminatorio?):

ti svegli al mattino e il grillo parlante si è già posizionato presso la tromba d’Eustachio, per suonare l’adunata il saluto alla bandiera, il silenzio no perché altrimenti che grillo parlante sarebbe; poi non si chiama mica Ninì Rosso.

Una canzoncina, ché il grillo non solo blatera senza freni, talvolta gorgheggia, un motivetto che si insinua nel cervelletto e non ti abbandona più per l’arco della giornata – arco di Robin, balestra di Guglielmo – la senti senza interruzioni, come una profezia (prof e zia) che ti insegue senza tregua, rimbomba nella scatola cranica e in quella delle scale, musicali condominiali: fare l’amore nelle vigne.

La Marianna la va in campagna sperando che il Sole non tramonti, più per fare l’amore nelle vigne con Pier, o suoi equivalenti: cavalieri aiutanti garzoni capponi; la Marianna come Casanova, Giacomo, sa che l’amore è vita, la vita è amore e il transito terrestre diventa inutile grigio triste e sprecato se non lo si affronta giorno per giorno con la voglia di cambiare, con inesauribile gioia di vivere.

Lo diceva anche Nonna Erminia, a quasi un secolo d’età, anche se le Signore sono sempre oltre Kronos: io voglio vivere! E chissà chi ha plagiato chi, chiederò lumi ai Nomadi. Credo più alla Bersagliera sicula, mi perdoneranno gli Amici di Novellara.

Hola Ramiro, inseguendo il Bianconiglio si trovano sentieri nascosti, invisibili agli scettici, percorsi e perché che conducono a pasticcerie magiche, oniriche, vigne coltivate solo da persone di buona volontà buona indole buoni sentimenti, nelle quali l’uva e la volpe sono amiche per la buccia e reciprocamente si aiutano e si sostengono nei momenti di difficoltà. Ramiro, la bicicletta la coppola la cagnolina e il palco del teatro, per gli Amici certo, ma non solo: tutti invitati, con un prerequisito fondamentale; il lasciapassare? No, la voglia di imparare e di meravigliarsi, non per la realtà virtuale aumentata – non vi bastano gli aumenti incontrollati incontrollabili delle bollette? – ma per le magnificenze della realtà reale, del nostro Mondo, della nostra comune Madre Gea.

Parte piano il nuovo swing anche se il vecchio inciso non c’è più, l’incisione nemmeno e il grammofono chissà in quali soffitte sarà rotolato, riposto, abbandonato in solai cantine, trafitti da polvere ragnatele memorie pesanti, leggere, felicità intermittenti, come certe antiche linee telegrafiche tele post grafologiche, telepatiche; i musici a cottimo hanno tentato di sviluppare un nuovo re friend – un re amico o almeno amichevole, invece che altero indifferente algido, come di consuetudine? – forse mi confondo, si trattava del refrain;

Servirebbe la biblioteca occulta, segreta, quella con i manoscritti dei mantra, in tibetano o vedico, da recitare come fossero Ave Maria – confondere i piani, tracciare la mappa genetica, delle verità – una formula magica, polifunzionale, traumaturgica contro ogni trauma, tram in senso contrario all’imboccatura del tunnel, avversità fabbricate da avversari potenti e soprattutto scorretti;

caro Grillo metamorfico tu che canti la serenata per ridestarmi dal torpore e soprattutto conquistare una compagna, artropode onnivoro (forse onnisciente?), solo questo posso dirti, citando un vero Eugenio, a mo’ di mantra, lirica senza lira, purtroppo:

quello che non sono, ciò, tutto ciò che non voglio.

Giapponesi nella Giungla

Uno, ne resterà solo uno.

In effetti, il leggendario soldato giapponese nella giungla delle Filippine era rimasto solo uno ultimo, convinto che la II guerra mondiale non fosse ancora né mai terminata;

mi chiedo ancora chi e come riuscì a convincerlo del contrario. Con quali parole con quali argomentazioni con quali gesti riuscì nell’impresa.

Se come sostiene con acuta analisi Werner Herzog, regista cinematografico e intellettuale, ognuno di noi prepara con cura maniacale, con senso religioso, il proprio teatro e il proprio copione per mettere in scena nella vita reale lo spettacolo che più gli somiglia – somigliante in modo più o meno verosimile alla propria anima, ai propri desideri, ai propri pensieri – quanto sarà rimasto deluso e triste e abbattuto quel povero ultimo milite (mite, forse dopo qualche ragguaglio e consiglio) nipponico, ultimo samurai, ultimo uomo nell’intricata vegetazione?

Tutti, a partire dai suoi compagni d’arme, dai suoi connazionali, lo avevano dimenticato, lo avevano ‘rimasto solo’.

Pensate solo per un minuto – dedicate un vostro solo minuto al giapponese che stava bene nella giungla, monade nomade autosufficiente – al trauma di quest’uomo, nel frattempo asceso al giardino celeste: un tempo, nel tempo dei tempi che furono, se qualcuno gli avesse detto ti mandiamo in Siberia perché non sei stato fedele all’Imperatore e alla Patria, si sarebbe disperato per la perdita dell’onore, forse si sarebbe suicidato con la katana; mi chiedete: perché in Siberia? Perché no – risponderei – e poi non lo so, inutile tentare di scovare un preciso significato ad ogni avvenimento (in fondo, dalla giungla filippina alla taiga siberiana, cosa muterebbe per un vero samurai?);

se oggi fosse qui si preoccuperebbe di essere confinato in un luogo divenuto troppo caldo, così caldo che il permafrost si fonde come gelato da passeggio all’equatore, la subsidenza fa sprofondare il terreno, gli incendi da siccità scoppiano come mortaretti durante il Veglione di Capodanno a Fuorigrotta.

Onoda era un fantasma nella giungla, diventato giungla lui stesso; la Natura – dice qualcuno – è indifferente; potrebbe essere davvero così, indifferente, se riuscissimo a vivere con Lei, come noi fossimo Lei e non predatori dell’arca perduta e soprattutto predatori, di senno perduto; l’ultimo samurai ci è riuscito e magari sarà stato un perdente, uno sconfitto mai: ha rispettato sino all’ultimo le sue consegne morali, nei decenni dal 1945 al 1974 aveva capito che il mondo era cambiato e non era più il suo antico mondo, ma si era convinto – potrebbe qualcuno con incrollabili motivazioni negarlo? – che tutti gli aerei passati nel frattempo in volo sopra la sua testa, e che mai lo rintracciarono né avvistarono, partecipassero in fondo ad altri conflitti. Come spiega bene sempre Herzog, era un fantasma – il milite del Sol Levante – che aveva allestito il suo palcoscenico perfetto, un fantasma dell’opera della sua memoria, la più astuta ingannatrice dentro di noi, perché non solo fabbrica ricordi falsi, ma ci induce a riorganizzare quelli veri secondo un copione accettabile, piacevole, che garbi alle nostre sensibilità, alle nostre anime, ove questo concetto non appaia eccessivo e fuorviante.

Del resto se un uomo di cinema che garantisce non esistano sogni durante il sonno, ma solo a occhi spalancati dopo robuste camminate, un regista capace di girare un lungometraggio ipnotizzando l’intero cast, facendo trasportare una nave su una montagna – o viceversa? – e vagando anonimo con una telecamera in mezzo alla brulicante folla di Tokyo, converrete anche voi che l’impresa di Onoda non appaia più così surreale fantascientifica extraterrestre innaturale impossibile.

Ciao Peter, vorrei diventare Kubriko, interpretare tre parti in commedia – uno e trino, nella Trinacria, ma senza smontarmi la testa – essere così bravo e convincente da proporre un’esegesi per analfabeti di andata e ritorno, un’esegesi comprensibile per tutti, a tutti della filosofia del Dottor Stranamore, quello che propugnava una vasta, opportuna selezione eugenetica per la riduzione dell’Umanità, con il diritto alla vita concesso solo ai migliori; per tacere della sindrome della mano tesa, fedele per riflesso incondizionato a zio Adolfo; lo so Peter, lo so, chiedo l’impossibile, ma se uno sogna, da dormiente o sveglio, deve farlo alla grande.

Giapponesi nella giungla, a questo traguardo dovremmo tendere;

ultimi, del nostro genere, forse, per un unico, ultimo grande spettacolo, senza repliche in cartellone:

che trionfo, però.

Bye Bye Baby

Pagina del divario, la proverbiale forbice che si amplia sempre più, fino a disarticolarsi, compiere una spaccata perfetta – furto con suv? – roteare su sé stessa a 360 gradi e ripartire a mangiare ritagliare sforbiciare dalla casella di partenza:

sperando restino integre e disponibili, partenze e anche caselle, ché proprio come le risorse della Madre Terra, non sono infinite non sono illimitate non sono senza regole.

La forbice non è digitale, ma quella delle ricchezze sempre più in mano ai pochi, già pochissimi, sempre di meno; ricchi alla nausea, egoisti accaparratori, nauseanti maleolenti: non sono astronomo, astrofilo sì, cartomante nemmeno, magari rabdomante a mia insaputa, sarà per questo che la cara preziosa antica Luna, anche Lei corrucciata perturbata, sta aumentando le distanze da noi; forse non abbandonerà mai del tutto l’orbita dell’ex Pianeta azzurro, nemmeno al cospetto di un nuovo Big Bang, ma il messaggio scritto nel firmamento con tanto di firma siderale (no pec, no spid) è a prova di equivoco, Ella ha deciso di mantenere ampie algide distanze dai bipedi.

Nella loro Turris Eburnea, padroni di fonti energetiche sempre più esose sotto ogni aspetto, monetario e ambientale, si illudono di conquistare gli Oceani del cosmo a bordo di ridicole navicelle; gusci di noce sarebbero più sicuri e preziosi: circondati da cyborg guerrieri e pietosi replicanti cibernetici del gemello oscuro di Ippocrate, negromante mercenario – non Ippocrate, il suo doppelganger criminale (doppelgangster?) – fabbricano inaccessibili farmaci, mirano all’immortalità, non sapendo che forse come fantascienza insegna l’immortalità sarà per tutti, noi, ma non per chi non seppe non volle, impedì con dolo, di condividere sorti e pane.

Se non avete mai visto recitare Joan Crawford, non vi siete mai nemmeno avvicinati al Grand Hotel del cinema, non avete mai assistito alla Danza di Venere, né udito il canto della chitarra di Johnny, un uomo chiamato chitarra, non ritroverete mai Baby Jane e dunque, giunti al dunque e alla fine della tiritera, mi spiace per voi, agnostici; potreste rimediare cullandovi con canzoni di Joan Baez o, letteralmente, rifarvi gli occhi con le opere di Joan, Mirò: Cifrari e Costellazioni per interpretare questo mondo che abbiamo capovolto, ma senza amore, Amore per le Donne delle Donne con le Donne e Amore per i compagni fratelli umani, temo che finiremo sui tetti a giocare con gomitoli assai ingarbugliati, insieme a gatti randagi, senza più riuscire a districare la matassa, senza più ritrovare il capo del filo.

Senza ritrovare le Parole, esaurite ormai, sdrucite da troppi decenni di maltrattamenti, violenze, depauperamenti: la vera Libertà nasce dalla testa, solo se sai se hai se sei intimo, con le parole, per immaginarla crearla costruirla; come la Bellezza, identico medesimo ragionamento, procedimento.

Bye bye Baby, Baby Jane – Totò Baby? – Lei Baby Jane, Nostro Padre Tarzan:

la strategia della Rupe Tarpea si impone, su scala globale.

Resteranno solo i migliori, i più forti, resistenti, adattabili tra gli Schiavi;

in attesa di un novello Spartacus.

Bye Bye: Bombay, per cambio nome ufficiale – Manuel Agnelli dovrai aggiornare testo e performance live – o forse era Bye Bye Pompei, fino all’ultimo lapillo? Ragioni storiche, indiscutibili.

Bye Bye Popeye, e non parliamone più.

Anima Sinfonica

Sognando Fernando, sognando Pessoa.

Se le alte aspettative individuali travalicano la realtà, come Mammuth storici travalicavano i passi alpini, abbandoniamoci al concerto degli strumenti di cuore e anima, anima e core,

Come dicevamo a Roma nell’antichità: all’anima de li mejo animacci tua, senza anima senza cuore, dove andrai?

Un buon cuore potrebbe tornare sempre buono, soprattutto se dimostra nei fatti, con i fatti di essere anche solido e robusto.

Animare la realtà, la vera anima della festa. Il presente rimasto alle spalle in retroguardia non retrograda, per coprirci le spalle e scaldare l’anima quando i tempi, non solo meteo, saranno bui gelidi tempestosi. Come nei giorni opachi di questo mondo attuale.

Guardare dentro l’anima, sperando di non trovare l’abisso che scruta rovista ribalta, dentro di noi.

Caro Lucignolo, talvolta nella vita per restare in piedi non basta essere teste, di legno, è necessario essere sostenuti da un endoscheletro, un’anima, de fero; come certi pugni in guanti di velluto che sarebbe stato opportuno sferrare al momento opportuno, sulle facce di bronzo di certi figuri oggi assisi su poltrone luride.

Nell’Antichità, non sappiamo più nemmeno se la parola in questione in sé – almeno Lei – per sé abbia senso compiuto in formazione o da compiersi sotto forma di profezia, cercavamo le Anime, tentando di sintonizzarle tramite improbabili manopole, tentavamo di visualizzarle su arcaici curvovisori in vetro spesso e solo nei rari momenti di inaudita fortuna, Esse comparivano sempre avvolte in una misteriosa nebbia grigia, tempestata di puntiformi luminescenze.

La maschera è follia, ma se la Follia è un dono degli Dei, possiamo considerarla patologia o dono divino? Sotto la maschera il vuoto, con classe però, sotto la maschera l’anima, sotto la maschera l’inganno manifesto – manifesto dell’inganno per generazioni e popoli colpiti da narcolessia – pseudo paladini della Verità, un po’ dentro un po’ esterni alla rigida cerchia impermeabile del castello dell’imperatore, abiurano per accedere all’insana distribuzione delle briciole spazzate con disprezzo e noncuranza dal desco imbandito, briciole infette.

Se la natura divina di persone e cose rende superiori a ogni realtà terrestre mondana quotidiana – superiore persino alla saggezza umana come spiega la filologa e grecista Professoressa Veronique Boudon Millot – la Follia, di qualunque tipo essa sia (amorosa, poetica, creativa) è oltre l’immaginabile e l’inimmaginabile, in stato grado collocazione celeste rispetto alle questioni del Globo, un universo apparentabile all’Iperuranio delle Idee, quelle vere quelle geniali quelle lucenti e perfette.

Augusto, divino augusto Artista, padre spirituale, davvero nobile di fatto e non di presunto sangue, avremmo dovuto trovarlo progettarlo edificarlo quel riparo per noi, troppo tardi ormai per tutto:

speriamo che almeno le Anime siano riuscite a coalizzarsi, organizzarsi, emigrare.

Forse non sono un palombaro dell’Anima come Fernando, forse non ho ancora individuato gli strumenti musicali – soprattutto scordati e dissonanti – sul fondo, di certo non conosco la mia interiorità e non la riconosco come un melodioso concerto.

Di concerto, per certo, certificato, comincerei a preoccuparmi se votassi per i sedicenti vincenti:

sarebbe il segno inequivocabile che lo scrivente o i candidati o tutti assieme meschinaMente hanno commesso degli errori, pacchiani lapalissiani;

qualora dovessi verificare una lugubre sciagurata sintonia tra le mie opzioni elettorali e i risultati finali, significherebbe solo una avvenuta mutazione transgenica, della mia Anima.

Se fossi il sogno di un sognatore, vorrei essere per lui, un bell’incubo, per rendergli interessante il viaggio onirico, per stimolare in modo adeguato la sua, di anima.

La mia anima reclama, esige quiete: Realtà, se proprio devi, ribussa, domani.

Croci Borgomastri Tamerlani

Tempi duri, tempi grami, tempi bui per i Borgomastri, non solo di Borgorosso.

Tempi difficili, felicità in briciole, arduo ritrovarle, servirebbe Pollicino.

Colpirne uno, per educarne cento: questo precetto era valido ai tempi d’oro; ora che il Globo è affollato da troppi miliardi di persone – ché i miliardi monetari sono saldamente nei forzieri dei soliti famigerati sospetti, molto noti – il nuovo diktat comanda: schiacciarne uno per scoraggiare potenziali emuli in tutto il mondo, meglio se portatore sano e onesto di idee buone eque giuste.

Distruggerne uno con forca giudiziaria, per rieducare tutti gli altri ché il Pianeta deve andare nella solita rotazione, non come Giove irriverente che viaggia nel cosmo controcorrente; arriveremo presto anche da lui e nonostante sia omonimo del capoccia degli Dei, lo conceremo per le feste, sistemandolo come meritano i ribelli utopisti. Giove non viaggia al contrario, come il treno onirico di Paolo Conte? Pazienza, conta il principio, nessuna carota, molte bastonate.

Ventidue e non più ventidue. Numero interessante questo 22, sotto il profilo cabalistico e sotto quello del simbolismo e della numerologia: a caso, ma ognuno se vuole, può cercare su manuali cartacei o digitando su Gogol per scoprire le anime nel sottosuolo della rete; 22 sono le lettere dell’alfabeto ebraico, 22 è il numero che indica l’Universo, 22 i capitoli del libro dell’Apocalisse la cui etimologia rivela il senso della affascinante, difficile parola greca: non catastrofe finale, ma rivelazione della Verità, attraverso segni prodigiosi che tutti saremo chiamati – alla cattedra – a decifrare in prima persona.

Ventidue, come gli imputati per la voragine peggiore di un buco nero galattico che ha decretato il fallimento della Banca dell’Etruria; tradotto in termini pratici, tantissime persone ridotte sul lastrico per colpa, per dolo degli squali della finanza criminale e del credito furfantesco. Chi ruba molto sta in libertà, cantavano saggiamente i Nomadi in una canzone dedicata a Mamma Giustizia, bendata in quanto imparziale, ma disarmata al cospetto della assenza di morale e di etica di troppi uomini. Così la corte si è pronunciata, in punta – o tutta in piedi sulle punte dei piedi – di codici, assolvendo tutti i 22.

Mamma Giustizia intanto si reca nell’officina di Vulcano, per temprare per migliorare il filo della propria spada. Se la vana legge degli uomini calpesta la legge morale, saranno guai e sciabolate.

Ventidue, più a Sud, ventidue capi d’imputazione per il sindaco povero – nel senso letterale dell’aggettivo, così povero che due legali di buona volontà lo hanno difeso senza pretendere emolumenti – di Riace, paese dell’Accoglienza e dell’Integrazione etnica, questo sì vero modello preso ad esempio e studiato in tutto il Mondo.

Ventidue capi per me possono bastare, una abnormità abnorme come nemmeno Jack the Ripper, Al Capone e Tamerlano messi insieme; timeo Temur o Timur Barlas che da discendente di Gengis Khan, sarà anche stato zoppo – Tamerlano, nessuna parentela con l’omonimo fondatore della pregiata ditta di pizzi e merletti – non recava doni, ma arrecava solo invasioni lutti distruzioni, un vero stratega, condottiero, guerriero mongolo, nel senso del Popolo della Mongolia. Ecco, facile poi l’equazione Tamerlano – Lucano, ma la pubblica opinione ha capito, nonostante il giudizio sprezzante del giudice aberrante: i cittadini non capiscono la sentenza, perché non hanno letto tutte le carte dell’inchiesta. Sarebbe stato meglio leggere le carte della Gitana, depurate umanamente dalla Luna Nera, sarebbe stato meglio non creare surrettiziamente strumentalmente il crimine che non esisteva: qualcuno ha sostenuto che nel codice penale non esiste ‘il reato di trattativa stato – mafia’, in compenso è apparsa come per magia, una magia cattiva, il reato indicibile, scandaloso di Umanità e Accoglienza.

Reo confesso di aver sottratto Persone alla morte da migrazione, da sfruttamento, da schiavitù; quindi ‘colpevolissimo’, e sapere che nell’arco teso della Storia ogni vero profeta, ogni vero filantropo sia stato osteggiato e spesso perseguitato non conforta, disillude, nausea che i banditori dei regimi abbiano l’ardire di chiamare questa feccia democrazia, giustizia di un paese democratico repubblicano, financo cristiano.

Come da amara vignetta di Biani, qualcuno sul Golgota commenta, dall’alto di una grezza croce lignea: 13 anni di reclusione, tutto sommato gli è andata bene.

Avrebbero anche potuto imporgli l’ostracismo dal Pianeta, spedendolo da solo nello spazio dentro un razzo, come la povera Laika: del resto, la conquista commerciale, la spartizione coloniale del cosmo è già un dato di fatto, soprattutto da quando gli astronomi hanno scoperto che alcuni asteroidi provenienti dalla fascia – non le leggendarie ali della storia del calcio, fascia degli asteroidi – sono formati in massima parte da preziosi, per noi bipedi schiavi della tecnologia, metalli, in quantità forse superiori alle attuali riserve terrestri: una sorta di concupito bocconcino spaziale, miniere volanti da registrare e trivellare quanto prima da parte delle multinazionali cannibali.

Potrebbe tornare utile un Borgomastro astrale, attenzione che non si monti la testa, come Urano e Venere potrebbe trattarsi di funzionario che ruota in senso orario rispetto al proprio asse, quello che in astronomia viene definito moto retrogrado quindi rotazione contro corrente – eccoli, ci siamo arrivati – rivoluzione non solo dei satelliti gassosi, ma agli schemi prestabiliti, rotazione contraria al moto comune prestabilito; si sa come sono certi corpi celesti anomali, si comportano in modo astruso:

certo si sono intrufolati clandestinamente da altre galassie, galassie aliene e hanno violato i confini, i sacri confini della nostra.

Ecco, Lucano sarebbe il borgomastro perfetto, borgomastro tra le Stelle, borgomastro nell’Universo, tra raggi cosmici dimensionali, su una barchetta solo in apparenza fragile, in rotta misteriosa ma sicura verso l’incantamento, trasportando i codici – non di togati confusi facinorosi – i codici segreti della Vita, codici petrarcheschi:

beata e bella Anima che di nostra umanitade Vestita vai, non come l’altre carca.

Vacua Immortalità

Tempi grami anche per l’Immortalità.

Nel Mondo Dopo dura 4 mesi, un’Immortalità a scartamento ridotto, spuria, a tempo determinato, una immortalità formato Raider – immortalità lavoretto? funzionicchia? – anche l’Immortalità ha perso appeal, non è più influencer – perfino il correttore di bozze automatico strabuzza gli occhi al cospetto di codesto lemma – , è diventata banale come la pizza 4 stagioni, quelle che non ci sono più e, di sicuro, non sono quelle di una volta (una tantum?).

Siamo così evoluti avanzati progrediti che siamo riusciti a brevettare l’immortalità con obsolescenza programmata, un autentico trionfo della scienza, della ricerca – tu quoque Diogene? – dell’onnipotente mercato globale.

Troppo facile nei medioevali tempi arcaici acquisire l’Immortalità e spassarsela per l’eternità; fine dei furbetti senza dazio, fine del sollazzo (assonanze libere) ad libitum, fine della pacchia ai danni del pil.

Vuoi l’immortalità, la brami, la desideri? Paghi ma sai che poi dovrai periodicamente aggiornarla per renderla attiva nel quadrimestre successivo, come uno ‘smart phon’ qualunque, come uno studente somarello – trotta trotta che il Mondo era bello, solo pay per live, ovvio – chiamato negli ultimi giorni del periodo a rimediare alle topiche alle magagne alle insufficienze accumulate per demerito, pigrizia, ‘lavatività’. Immortale indolenza.

Highlander pronto a dimettersi, per lui perdere la testa, sarebbe il meno: sono stato immortale, lo ammetto, ma a mia insaputa;

anche i cari saggi incantevoli vecchietti di Cocoon si giustificano: non rompeteci le uova nel paniere e poi non sono nostri acquisti, ci sono piovute in giardino da qualche galassia lontana lontana;

Achille, eroe mitologico al momento claudicante, chiede esenzione dal ticket: sì, sono titolare di immortalità, ma imperfetta, causa mancata completa immersione. per responsabilità altrui (Teti mamma nereide un po’ distratta, un po’ maldestra; Stige fiume dispettoso).

Ci sarebbe poi tutta la vastissima teoria pletora platea di quelli che immortali ci si credono – Immortali forever youngs – ma per loro al vaglio del governicchio ‘migliorissimo’, c’è tutta una serie di provvedimenti legislativi ad hoc, draconiani come nella tradizione, quella peggiore.

Non mi chiamo Greta Garbo, ma ho una pessima notizia da scrivere: la Fonte dell’Immortalità (o eterna giovinezza), quella dell’Eden, causa crisi climatica irrisolta, si è inaridita; rivolgersi ai nuovi rabdomanti.

L’Opera d’Arte rende immortali anche senza essere Dorian Grey; ti basterebbe dipingere una Pietà uguale a quella prodigiosa realizzato da Jacopino del Conte.

Le tenebre e la luce di Caravaggio forse saranno il simbolo dell’ancestrale lotta mortale tra Male e Bene, come del resto la Sua stessa anima tormentata: certo, nei suoi più formidabili dipinti, i personaggi appaiono incatenati ad una faticosa opprimente quotidianità e al tempo stesso invischiati in una invincibile eternità; il Merisi sarà anche morto giovane, solo e abbandonato, assassinato dai suoi demoni e da nemici invidiosi del talento, ma avreste voi l’ardire di negare la Sua propria gloriosa Immortalità?

Sarete contenti anche Voi – lo auspico – nell’apprendere che gli antichi Uccelli, i pennuti quelli veri, quelli usciti dal Mare in forma di pesci e poi capaci di evolversi fino a diventare signori dei Cieli (quindi portatori sani nonché volanti di Immortalità) forse per antipatia abbattono i droni fattorini delle multinazionali del commercio; intelligenze superiori.

Dovremmo rivedere presto il nostro concetto, la definizione di immortalità: gli scienziati paleontologi hanno appena scoperto un nuovo tipo di Dinosauro mai classificato prima e in Cina – la via per il Katai anche se non sempre foderata di seta riserva sorprese agli esploratori, ancora oggi – sono state rinvenute molecole organiche in un fossile datato 125 milioni di anni fa; di fronte all’immortalità e all’eternità, bazzecole, ma per noi bipedi fallibili limitati un effetto contundente, anche in preda alla tentazione di rendere reale il cinematografico hollywoodiano parco giochi giurassico: un divertimento assoluto farsi inseguire da mastodonti poco dialoganti, molto carnivori, sperando si convertano in corsa alla dieta vegetariana.

Sono tornati, dopo 35 anni, ancora morti come allora, eppure più vivi che mai: gli zombi amici di Dylan Dog, stavolta a colori; mentre il Mondo Dopo implode nella propria dissolvenza, loro festeggiano un’alba nuova, un carnevale caleidoscopico per rallegrare il Globo; mi ripeto? Certo, contengo moltitudini, di contraddittorie repliche del Pianeta che fu. Immortale. Almeno fino a quando reggerà la memoria, la mia.

Voi siete per caso ingegnere navale? Dunque, come potete affermare che il Titanic stia affondando? Aggiungerei, senza tema senza smentita, che quel rumorino sordo che Voi affermate essere stato l’impatto dello scafo con un iceberg vagabondo, non trova riscontro correlazione con i fatti: non vedete? Le stelle brillano come diamanti incastonati nel cielo notturno, l’orchestrina suona allegra senza cedimenti. Mi avete convinto Dolcezza – si può ancora azzardare galanteria, senza essere accusati di sessismo o di tentativo di molestie sessuali? – riservate l’ultimo ballo per me.

Un whisky scozzese, senza ghiaccio, grazie.

Brindiamo a questa vacua, frivola, immorale:

immortalità.

Torneranno, Pantere Nere e Segni divini

Pagina dell’Auspicio, pagina del Vate – senza erre finale – pagina del Vaticinio, pagina degli Aruspici e degli Auspici.

Ne hanno avvistata Una in Kenya, dopo quasi un secolo di assenza giustificata; l’hanno fotografata, a Sua insaputa, dicono gli ingenui. Una Pantera Nera, finalmente.

Torneranno, le Pantere Nere e sarà gioia festa danza, ma non per tutti.

Democrazia democrazia, per chimera che tu sia, tu mi sembri una follia. In troppi, ci riempiamo la bocca con questo fantasma che si aggira per l’Europa da secoli, ma quando la evochiamo, non abbiamo nemmeno una vaga idea né storica, né semantica, di quello di cui blateriamo, senza posa senza sosta senza (as)soluzione, di discontinuità.

Sarebbe opportuno, ma non democratico, affidarsi agli specialisti – orrore – per capire qualcosa, per acquisire almeno i rudimenti che ci consentano poi di partecipare a un dialogo – Oi Dialogoi – con una cognizione minima, se non con/per una vera Causa. La figura del tiranno, esempio casuale, era ontologicamente lontana dalla concezione contemporanea, talvolta era addirittura invocato dagli stessi Cittadini quale autentico salvatore della Polis; perché come diceva quel tizio, quel mihi ignoto est senza essere milite ignoto, ad Atene usava così; non solo nel senso degli usi e costumi, ma nell’accezione legale della faccenda: se non rispettavi le leggi della democrazia, ti facevano un paiolo così (o nel paiolo, ti immergevano). In fondo, comportandoti da birbone, risultare ostracizzato dall’assemblea dei 500 corrispondeva quasi ad una grazia degli Dei, quelli veri, inquilini del vero Olimpo.

La Libertà, autentica senza trucco senza imbroglio, si raggiunge giorno dopo giorno, con fatica pazienza certosino lavoro: semplice naturale e all’unisono impresa più ardua del Mondo, perché bisogna in primis lavorare sulla e dentro la nostra testa, per liberare la Mente.

Solo gli imbecilli non coltivano dubbi, sarei propenso ad affermare di esserne quasi certo; caro Amleto, tu che sei competente in materia onirica, confortami, ne ho bisogno ora; tranquillo, fa più male la paura della morte che la zuzzurellona Morte in persona (o della persona). Già questa considerazione da sola, dovrebbe spazzare via le mediocri afflizioni del periodo.

Grazie Amleto, principe di Danimarca che hai liberato il Tuo regno, talvolta è arduo capire seguire il Tuo ragionare, però ho la sensazione che le certezze possano essere letali come antichi veleni di Lucrezia, mai i dubbi, che spingono al viaggio, alla ricerca, alla navigazione perenne (infatti, per N) verso l’oceano della Vita.

Credo a tutto, ho fede in tutto – ergo, diventa vero l’opposto – comunque sono favorevole alle iniziative libertarie, genere lasciapassare verde: per opportuna verifica, non per scetticismo o peggio disfattismo, chiedilo alle Pantere Nere, assistiamo insieme alla loro felina risposta.

Sofonisba, appassionata di sax soprano, saprai ormai che il GP – gran premio della??? – dura 12 mesi, mentre la potenza magica del rimedio che dona l’immortalità, circa 4: Miracolo! Pentiti e convertiti, immantinente, su questo continente.

Bisognerebbe interrogarle, chiedere loro anche se il passato sia andato davvero così, forse Loro con sorniona saggezza risponderebbero con tono indolente annoiato: il passato – ammesso esista – è difficile da afferrare, non sta mai fermo, come una bandiera in un giorno di forte vento.

Il Denaro e i Meccanismi, individuarli, seguirne il percorso a ritroso – senza ritrosie, con coraggio e determinazione – per rintracciare l’origine, i Burattinai che muovono burattini pedine servi, non sempre e non solo in carne e ossa: in tempi andati, ante litteram, tempi sospesi forse ma non sospetti lo scriveva già una celebre complottista dell’epoca, Agatha Christie, in un romanzo datato, come lo scriba, 1970 – non lo digito per vantarmi. Il Passeggero per Francoforte può apparire stravagante, ma da qualche parte sul Globo capita sempre qualcosa di imparentato connesso con la stravaganza, però dagli effetti concreti assai, sulla vita dei bipedi, anche se i politici sono sempre troppo presi dalle loro agende di impegni per osservare la realtà.

A forza di leggere, sono diventato distopico, ma presto arriverà l’unica soluzione – soluzione finale? – nel frattempo, sperando nella reclamizzata transizione, verde anche quella – spero di non tramutarmi in dispotico.

Si sa come funziona, si parte da una apparente profezia distopica e in un attimo il dispotismo diventa virale. Hai voglia poi a progettare rimedi sterilizzanti.

Gli Astronomi – che perditempo, sempre con la testa tra nuvole e stelle – hanno individuato una nebulosa, anzi nube molecolare (non antigenica, quindi valida per Astro GP) interstellare, l’hanno immortalata e qualche buontempone (ne trovi ovunque, perfino tra gli scienziati) ha pensato di nominarla Gesto di Dio: a parte la confusione ingenerata ingenerosa al confronto con i famigerati goal di pugno sgraffignati da Maradona – ah giusto, quella era la mano de Dios – l’ammasso di gas e raggi cosmici pare disegni nel firmamento un gigantesco sfacciato sfrontato Dito Medio.

Come la scultura di Cattelan in faccia alla Borsa meneghina, ma più grande, nel Cielo, in faccia a noi terrestri.

O tempora, o mores: un inequivocabile Segno Divino.

NUVOLE&PENSIERI, ANCHE SENZA MESSICO

A chi appartengono le Nuvole?

A coloro, eccellenze dell’Umanità, che le hanno inventate:

Aristofane Fabrizio De André John Constable.

Per interposta concessione di Andrea, Mantegna, che nelle fantasiose bizzarre forme cumulonembi ravvisava, con immaginazione e sensibilità, lineamenti originali fattezze superbe di volti, umani naturali cangianti.

Noi siamo come le Nuvole, vaghiamo nelle tenebre: forse, nonostante il buio, ho preso un abbaglio, Lucciole per lanterne – e considerati i mostruosi rincari delle bollette energetiche, sarebbe soluzione ottimale, finalmente davvero ecologica, sostenibile.

Unica pecca – non pec, peccarità – trovarle, le Lucciole: un tempo di quel Mondo Antico che fu, andando allo stadio del calcio in allegra combriccola cantante, ne osservavi in quantità, lungo la storica strada Pontebbana, giungevano a sciami nella fresca vegetazione e nei sentieri ai lati del tracciato principale; alcune, perfino in camper. Globalizzazione, della virale idiozia, ha danneggiato anche Loro, colpo di spugna senza anima a un universo bucolico, più umano perfino nelle sofferenze, nelle nequizie – non liquirizie, purtroppo – sociali.

Ai grandi media, auto incensati auto proclamati, sfugge la comprenzione (idioma triestino, spero sempre che le Mule di San Giusto cantino con rinnovato, indomito ardore), in primis della realtà: annaspano, delirano di sedicenti galassie, nebulose per essi incomprensibili inintelligibili, di scettici rispetto al Dogma imperante, composte solo – incredibile visu et auditu (non esiste peggiore ‘sordillo’, di chi non intende audire) – da Persone, alcune simili a noi (!), che ogni giorno camminano lavorano soffrono, si battono per sopravvivere in mezzo al frastuono e al caos, creati dalla bolgia dei rozzi cibernetici; discettano del Futuro, meno male che per benedizione cosmica, essi non ci saranno. Il Futuro sarà. Semplice, naturale.

Ci mancano gli anelli, le compagnie degli anelli al naso e degli anelli di congiunzione, tra noi e le Scimmie, o più probabilmente, viceversa; abbiamo fondato questa sciocca pseudo civiltà occidentale sulle non culture dello sfruttamento infinito, dello spreco e dell’emergenza permanente, ma oggi, ipocritamente ri convertiti a una (in) vocazione verde, ci raccontiamo la fandonia della ‘transazione ecologica’, con durata variabile dai 15 ai 30 anni – a insaputa della crisi climatica, ovvio – fidandoci e affidandoci agli stessi cialtroncelli criminali che si sono ingrassati, come nemmeno Creso, grazie alle bieche strategie del capitalismo fossile. Una risata, amara, ci seppellirà.

Giornata del Sogno e speriamo della Grande Tribù dei Sognatori, quelli che auspicano vagheggiano vaticinano viaggi e avventure infinite, come HP, come Corto Maltese, come Marco Polo, e anche come Marco Steiner; sognare di piantare Alberi sulle Nuvole, ricadrebbero poi sulla Terra sotto forma di pioggia e crescerebbero ovunque, per la buona salute del Pianeta e dei suoi abitanti, spesso ignavi incauti inconsapevoli. Come dici figliuolo caro, non è possibile piantare alberi sulle nuvole? Forse non per chi accecato dal profitto li uccide con motoseghe e fiamme dolose anzi dolorose, ma almeno una Donna saprebbe farlo: biologa, attivista keniota di etnia kikuyu, Wangari Muta – mai – Maathai, Nobel per la Pace 2004, ha speso donato dedicato la propria vita al popolo arboreo, alla difesa e sviluppo della Vita e della cultura vegetale; forse risulta difficile presso civiltà che invece di privilegiare giganti della categoria, quale è il Generale Sherman (Sequoia Gigante della California, alta come un palazzo di 20 piani) consegna nelle mani dei generali, fusti forse ma in divisa mimetica, la salute delle persone. ,

Nulla è impossibile ai Sognatori, quando trasformano un’apparente utopia, in progetto concreto: e buonanotte, a chi non ci crede.

Datemi una leva – non sulla testa, grazie – e forse, non riuscirò ad acchiappare le Nuvole per la coda, ma tenterò di sollevarmi dal Mondo, sul Mondo:

a patto chiaro – amicizia lunga – che la leva in questione non sia renitente.

Causarum cognitio

Pagina del latinorum, dell’eloquio forbito biforcuto astruso, pagina dei polli renziani, nel senso del Tramaglino.

Si beccavano tra loro, incauti sciocchi, invece di fare fronte comune contro il rischio decapitazione propedeutica al viaggio finale in pentola padella calderone.

Porgere l’altro braccio, nei secoli dei secoli: il vero patriota altruistico non nutre dubbi, si fa inoculare da qui all’eternità. Attento, camerata, il camice di Ippocrate ti ausculta, in ogni momento. Che disfattista complottista, questo Ippocrate (chi era costui? un buon cavallo su cui puntare forte?).

Ogni causa ha i suoi fatti o i fatti suoi: lo strumento democratico previsto dalla Costituzione per consentire al popolino bove, forse pio, di esprimere ogni tanto il proprio parere, se non la volontà, è divenuto sterco del demonio, mentre aedi e menestrelli che si sfamano nelle greppie degli inaccessibili palazzi, cantano le lodi della ristrettissima – cerchio, quanto magico chissà – accozzaglia governativa che a colpi di clava, pardon, di fiducia, porta avanti e impone decisioni e progetti; mai discussi nella sacra aula dell’ormai leggendario Parlamento. Cinque mazzate, pardon bis: cinque fiducie in 48 ore, una pentafiducia, pentavalente – ma vale? – come certi sieri miracolosi cumulativi.

Compito della ricerca, non solo della filosofia che in ogni caso abbraccia in modo ampio e ecumenico ogni branca – fernet o branchia? – del sapere, dovrebbe essere l’individuazione precisa e analitica delle cause dei fenomeni; miliardi di cause legali, miriadi di fenomeni più o meno paranormali, ma, si sa, la sommatoria dei fenomeni, non sempre produce grandi risultati; servono sempre i cari vecchi mediani, gli artigiani della fatica, per fare, se non quadrare il cerchio, almeno una solida botte tonda. In caso di vendemmia o acqua alta potrebbe tornare buona, molto più di certe eccellenze.

Avete mai posato lo sguardo sulla Scuola di Atene? Di Raffaello, potete trovare se non l’Artista in carne e ossa – non lo escluderei a priori – nella Basilica di San Pietro, l’Opera, un autentico capolavoro, una meraviglia pittorica che offre ai meno distratti una sintesi di abilità e erudizione, riuscendo nell’arduo compito di creare un punto d’incontro, un connubio superiore tra cultura pagana, cultura classica, cultura cristiana. Chi offre di più?

Gli aspiranti Marziani colpiti e affondati dalla scientifica cognizione del dolore e della delusione; il Rosso pianeta sarebbe in realtà  – ardita connessione – una sorta di fetta biscottata tondeggiante, senza quindi nemmeno una goccia d’acqua disponibile. Milioni di terrestri pronti a class action per ottenere il rimborso dei ticket, per restituire i red pass, per cancellare le procedure burocratiche di richiesta di cittadinanza. Per i più inconsolabili, pronte cittadinanze assai marziali in molti paesi del Globo che ormai offrono e garantiscono questo tipo di diritto costituzionale. Nel frattempo, abbiamo anche scoperto che i raggi cosmici sono peggio dei radicali liberi, usurano terribilmente, soprattutto gli oggetti volanti indecifrabili e tutti coloro che non deliberano, perché non conoscono, o viceversa.

I cerusici e gli alchimisti del Mondo Dopo rassicurano il variegato popolo, l’eterogenea galassia degli Esitanti: i rimedi miracolosi di nuova concezione, di immacolato concepimento, di indubitabile effetto traumaturgico, sono certi (di cosa, di grazia?) certificati santificati dall’unico Dogma; se qualcuno, casualmente, dopo assorbimento, accusa – ci vogliono prove inoppugnabili, caro Lei – malesseri e/o decessi, sappia che la colpa può essere attribuita, distribuita solo al caso (da cui, l’espressione vernacolare: eccheccaso!), al destino cinico e baro, alla propria colpevolissima carenza di fede, e per questa, non bastano gli integratori. Comunque, al momento – gli amanuensi e i miniaturisti sono esosi assai – hanno catalogato solo gli effetti perversi dei filtri preistorici, infatti alle domande del volgo, rispondono: stiamo elaborando i dati. Per i lutti, l’elaborazione è laboriosa complicata, dai tempi incalcolabili.

Non vorrei sottrarre lavoro a Cassandra, me ne guarderei bene; eppure, avverto una sinistra sensazione;

la nuova pandemia virale è già tra noi, con il suo lucente sgargiante abbagliante nome di battaglia, in bella evidenza sul cartellone del teatro off:

Nessuna Correlazione.

Maturi, molto (troppo?) maturi

Pagina dei Fantasmi che riemergono dal Mare del Presente, quello lasciato alle spalle.

Fantasmi non solo in carne e ossa, ma simpatici, vero Luca?

Non siamo diventati vecchi, maturi, molto maturi, speriamo non così tanto – troppo maturi? – dal cadere dai rami e spiaccicarci al suolo; maturi sì, ma abbarbicati tenacemente all’Albero. Confidando che non giunga il consueto famigerato Borgomastro traumatizzato arboreo da piccolo e con la fissa del progresso a base di cemento e idrocarburi.

A proposito di idrocarburi, ora che perfino il Drago capo ha ammesso che la crisi del clima è grave quanto la virale pandemia, cosa potremmo inventarci per alimentare qualche oncia di speranza, qualche microgrammo di potenziale salvezza non del Pianeta, ma della razza umana vile e dannata? Di certo, serviranno a poco gli Orologi del clima nelle città – monumenti all’ipocrisia – e gli ispiratissimi discorsi dei sedicenti politicanti e/o industriali illuminati (fulminati?), bronzee facce capaci di dire che la transazione – transizione, mannaggia ai lapis freudiani – ecologica è santa buona giusta, ma non va perseguita (infatti, molti di loro andrebbero perseguiti) con furori ideologici. Se qualcuno ha un qi straordinario in grado di decrittare queste frasi, sia gentile: mi fornisca delucidazioni, con parole semplici immediate comprensibili. Anche se perfino la bravissima intellettuale scrittrice divulgatrice culturale Chiara Valerio sembra sia sul punto limite di gettare la spugna: il problema del paese non da oggi, ma da decenni, è di natura semantica, utilizziamo un vocabolario sempre più sparuto spurio sparito spaurito e per questo non riusciamo a capirci, nemmeno sui temi più elementari.

Lo studente più intelligente del Mondo disporrebbe di un qi pari alla stratosferica cifra di 230, come siano stati in grado di valutarlo, non riesco a immaginare: super qi, super infelicità, o, al contrario, super qi per super visioni in grado di ampliare gli orizzonti umani e del bene comune? Un’intelligenza così ampia potente evoluta, cresciuta all’ombra del doping cerebrale? Con super siero magico o senza? Dal basso del mio mesto qi, continuo a fidarmi più della magica pozione dei Galli, preparata solo con ingredienti naturali a partire dal vischio e dall’arrosto di cinghiale, rispetto al rimedio taumaturgico, in teoria scientifico, ma qualificato miracoloso: senza offesa per il buon santo Gennarino, partenopeo caro al mio cuore, che il suo dovere, semel in anno, lo assolve, egregiaMente.

A loro insaputa, alle nostre latitudini longitudini solitudini, molti troppi sono affetti – anche affettuosi, per carità – dalla sindrome dello Struzzo; mangereste a colazione uova di struzzo con pancetta affumicata? Teste sotto la sabbia, per non incontrare la Realtà, nemmeno con lo sguardo: mentre in Cambogia, patria dei Khmer rossi, un coraggioso ragazzo, capitano coraggioso di 16 anni, autistico, appassionato di Storia e Politica, soffre, recluso in carcere da giugno, reo di avere espresso in un video on line aspre precise critiche contro il governo del suo paese.

Giorgio, lo avresti mai immaginato che la letteratura fosse una bugia? Lo sosteneva anche quel burattino ligneo chiamato Pinocchio: i frutti della Fantasia, sono in fondo bugie, belle e buone chissà, ma bugie. Elogiasti lo scrivere oscuro, ma alla luce del Sole, oscuro ma non troppo, io Chiara e l’Oscuro, auspicando non si rivelasse il lato oscuro della letteratura. Un uomo, un autore, un intellettuale, nomato Manga – si scherza, talvolta, per non piangere – saggista eccelso, polemista quando e quanto basta; non vorrei essere il ferale latore di ferali notizie, eppure in questi strani giorni del Mondo Dopo, i referendum previsti dalla Costituzione quali strumenti essenziali della vera democrazia, sono affossati dai media servili, derisi e turlupinati da una mediocre classe impolitica, mentre istituzioni ormai zeppe di zappe e analfabeti costituzionali, lieti di servire i poteri economici autoritari, giulivi, definiscono gli scandalosi lasciapassare discriminatori: geniali passepartout (o grimaldello e cuneo?) della Libertà, pseudo normalità; non quella accademica, di Pisa, purtroppo.

Autunno incombente, tempo di migrare, transumanze umane animalesche;

cadono le foglie, speriamo non i frutti, troppo maturi, senza paracadute.

Alba chiara o dolcetto di

Pagina dell’Alba, di un giorno nuovo o del nuovo giorno, quotidianità semplice, non gallonata.

Ogni alba foriera di premesse o promesse, attenzione che tutte non finiscano in rimessa, ché rimetti a noi le nostre promesse quotidiane, per redimerci da premesse, non sempre allettanti né consolanti, né all’altezza, anzi.

Dacci oggi il nostro lutto quotidiano, per allenarci, per non illuderci, ma anche il nostro letto di spine – ottimo per aspiranti fachiri – di petali di rose e poemi, alcove lascive come certi imenei, ove consumare e consumarsi in fugaci ardori; contando sulla presenza di estintori efficaci efficienti, periodicamente controllati.

Donne che vivono corrono ballano con i Lupi; non è detto né scritto che poi alla fine delle fiere, tornino a casa: soprattutto quando la sedicente magione e/o patria – radici patriarcali o catene? – è un nodo scorsoio, di corda rugosa che imprigiona tortura uccide.

Rammenta, se l’albero dà frutti aspri, non li renderai più dolci abbattendolo; come non salverai la Casa Comune, la Madre Comune – Gea celeste – affidandola alle cure degli stessi criminali che per mezzo secolo e oltre l’hanno offesa, vilipesa, sfruttata, violentata.

Attento anche alla forbice, non solo sociale economica culturale – il digital divide, una gazzosa con birra, al confronto – ma a quella genetica; se Ti parleranno di dna sartoriale, su misura, comincia a diffidare; potrebbe curare malattie, potrebbe inocularle o tagliare bipedi su misura anche quelli, ritagliati perfetti per diventare, ancora di più, manichini del potere. Abito, manichino, quanta confusione in sartoria, occhio a non perdere il metro, di tutte le cose.

Per la cronaca, storica: non solo il primo nucleo umano, anche la prima sartoria nacque in Africa. Se non credete a me, chiedete a Vianello, Edoardo.

Pedalando tra le nubi: in quell’atmosfera sospesa, carica di attesa e di tensione, per un evento fenomeno accidente atmosferico, annunciato previsto calcolato, dal modello matematico; la nostra app di riferimento un tempo si chiamava Colonnello Bernacca e per i più audaci, sporgersi dalla finestra. Avete mai fatto caso al profumo dell’aria pochi istanti prima che cominci la picchiata delle gocce di pioggia verso la beneamata Terra?

Anche i morti viventi hanno fatto il ’68 del 1900, non a caso hanno vissuto la loro notte di gloria proprio nell’anno simbolico – iconico? – indicato quale abbrivio della contestazione giovanile giovanilistica gioviale dei Ragazzi, rivoluzione vera presunta formale, più o meno globale; virale no, ancora non usava: o forse virale ante litteram, pensando ai cari Zombi di Romero. Certo, più incalliti infuriati in spirati degli attuali viventi, assai smorti, nel loro pensierino unico solitario, nella loro pseudo ribellione, incasellata.

A proposito di mostri, nella migliore più ampia più latineggiante accezione: orrorifico genetliaco Mister Dog, Dylan Dog. I tuoi primi 35 sono stati uno spettacolo d’arte varia ma unica, nel tuo genere. Fumetto di avanguardia e di rottura, anche in questo caso, in senso positivo. Nel preistorico 1986, facesti comparsa nelle edicole italopiteche e subito – immagino che da ex dipendente cimiteriale e ex alcolizzato, appassionato del cinema horror in bianco e nero, avrai goduto come non mai – celebrarono, ingenui, il Tuo trapasso rapido a vita migliore, ma non editoriale. Invece, lentamente inesorabilmente, dopo un quinquennio di agonistica agonia – piano quinquennale, anche bolscevico, dunque – dylaniasti, no, dilagasti sul mercato, fino ad assurgere a fenomeno culturale pop. Forse a Tua insaputa e esclamando aaaargh, proprio come il molesto campanello di casa a Craven Road, Londra.

Grazie Dylan per le emozioni e i capolavori di letteratura disegnata che hai saputo donarci in questi anni, grazie al Tuo papà e primo mentore, Tiziano Sclavi.

Grazie per la lezione, i veri mostri troppo spesso siamo noi: o quelli che si annidano nelle tenebre inesplorate, inespresse delle nostre piccole anime.

Nell’alba nuova, dolcetti o vendetta, dei Morti Viventi

Greggi Pilastri Mammut

Come diceva il Principe, principe popolare e della risata, dell’ironia – intelligente – italiani, arrangiatevi.

Totò si riferiva ad argomento serio vitale essenziale, nei mesti giorni attuali registriamo – con disappunto di qualcuno, con il lutto da prefiche di altri – la prematura dipartita dell’immunità, quella del gregge; hanno decretato i soliti poteri pseudo forti l’inadeguatezza l’arretratezza la sopraggiunta obsolescenza del concetto stesso (della immunità, quello di gregge, vive prolifica e, invece di lottare, pascola insieme a noi):

cade così miseramente nella polvere uno dei pilastri su cui si reggeva il Dogma.

Chiedi, alla polvere.

Tranquilli, non si diffonda l’inquietudine sociale, perché armate di volenterosi instancabili operai al servizio, hanno provveduto a sostituire il pilastro superato, con un altro nuovo scintillante più resistente che pria, perché quando un pilastro viene abbattuto – bowling? – il Dogma trae comunque nuova energia nuovo vigore dai suoi fedelissimi adepti e soprattutto dai suoi Sacerdoti e Profeti che meglio ne faranno proselitismo presso le greggi di cui sopra.

Morto un pilastro, lo si rimpiazza – proprio come si fa con gli umani antiquati – al grido di Viva il Dogma, nei secoli dei secoli.

Il capo dei giannizzeri del Mondo Dopo, custodi dell’ortodossia ha però lanciato l’allarme, i nemici e i complottisti anti Dogma si stanno organizzando per una tremenda violenta strategia della tensione – alta o bassa, chissà, a sorpresa come la Pasqua con le sue uova di cioccolata, con sorpresa – che mira a destabilizzare la quiete sociale; quiete, più aderente: la stasi (rammenta qualcosa?), l’encefalogramma senza pericolose onde, la dorata catalessi che garantisce una società tranquilla inerte dolcemente passiva, il sogno proibito di ogni governante, di ogni mastodontica multinazionale.

Forse per questo adesso qualcuno si è fatto balenare nella capa la bizzarra idea di riportare in vita i Mammut; senza aver preso in considerazione l’ipotesi che quel Popolo così intelligente e avanzato – beffato dal Big Asteroid – potrebbe finalmente riprendere il controllo e il dominio sull’intero e dell’intero Pianeta; speriamo che i Mammut siano generosi almeno quanto gli antichi Faraoni d’Egitto: lavorare in condizioni di schiavitù agli ordini dei colossi preistorici va bene, ma sulla doppia scodella quotidiana di lenticchie per i lavoratori, i sindacati non devono transigere.

Come potrebbe apparire comparire sparire un Quarto Stato versione preistorica – preistorici a chi? ditelo ai Mammut, se avete cuore fegato polmoni – o un quarto stato versione 4.0 Mondo Dopo, dipinto non da Volpedo, ma da quei furbi maneggioni che piatiscono voti elettorali vantando la loro intransigenza sui lasciapassare per i bipedi di serie – a,b,c ma non a scelta – misteriosamente selettivamente smemorati dei diritti dei doveri degli statuti delle costituzioni, in un tempo arcaico, sane robuste financo intelligenti, le costituzioni?

Il calamaro gigante degli abissi marini, in arte Kraken, non solo esiste ma pare sia munito, lui, di una intelligenza straordinaria; speriamo in quella, q.i. 160 e lode. Garantito, al limone.

La razza umana è ormai superata, ammettiamolo: dagli eventi, in tutto e per tutto, facciamo spazio; lo aveva previsto nel lontanissimo 1956 Gunther Anders: niente violenza da genocidio, meglio condizionamento collettivo da tv o via social, con progressiva eliminazione dell’istruzione, totale immersione degli individui in una società dell’emozione fatua continua e ininterrotta, ridicolizzando le eventuali poche cellule di resistenza/renitenza all’unico pensiero globale – ordine e sicurezza – con eventuali accuse infamanti di terrorismo e eversione dello stato di diritto nei confronti dei reprobi; inoculazione costante della fobia di essere espulsi per sempre dal sistema, di essere reietti, eietti dalla massa, poco critica e depositaria di pochi piccoli diritti residui: sport on line, sessualità virtuale.

Tutto considerato, meglio tentare di godere del prossimo balletto – non paso doble, ma triplo – della argentea Selene, tra i cavalieri Giove e Saturno; anche se la Luna rallenta ormai la folle corsa della Terra, non possiamo non continuare a restare inebriati dal suo fascino magnetico.

Finirà tutto in gloria, – andrà tutto bene, non avevano in effetti specificato per chi o cosa – gloriosamente, cantando in coro Gloria di Tozzi, l’Umberto:

la carica delle 600, la carica dei burattini androidi ri caricati dalla comparsa comparsata cumparsita dei nuovi Soli nella Galassia, la carica dal Mediterraneo e dalle Alpi, con sincronica manovra a tenaglia, dei Mammut;

esperienza millenaria, intelligenza futuribile, finalMente delle Menti progredite.

Dì di festa, meglio di ‘quello della festa’

Domenica – celebrazione della e almanacco del giorno dopo o del giorno dopo giorno – dì di festa;

di festa, l’ho detto.

Prudenza, sempre e comunque, come insegnava il Principe Totò: a maggiore ragione – a ragione maggiorata – durante i dì (detti plurimi varj e anche eventuali) di festa, per evitare che si trasformino nei dì della festa, di qualcuno, ignaro o meno, consapevole o consenziente, auto votato (come certi politicanti) al martirio, che poi diverrebbe assai poco festivo.

Le preposizioni sono importanti, come le parole; le proposizioni anche, come le proposte: pro posizioni oltranziste, propositive, umanitarie, senza tralasciare le pro posizioni tantriche, ché la realtà si compone anche di gioie sensuali reali.

Al ballo di Adriano – o a quello di Simone? – non sono stati invitati i Pitti (nemmeno i Putti i Puttini le Puttine, ma grande è la confusione ormai sotto e su, nello stesso Cielo), mancanza di tatto, penuria di feluche, ma è come se un invalicabile vallo di incomunicabilità fosse stato scavato tra noi e loro. Se una delle grandi lacune dell’Umanità è rappresentata dall’esistenza dei confini, aboliamoli! Per legge universale. Abbiamo abolito leggi e principi della fisica e della biologia, con leggi giuridiche miracolose, capaci di rendere sostenibili ed ecologici gli orrendi fori nella crosta terrestre e nei fondali marini, di trasformare l’organismo dell’uomo in quello di Superman, resistente ai veleni nell’acqua potabile e nell’atmosfera, saremo in grado di scrivere, anche male, anche letterariamente cacofonica, una leggina per cancellare uno sciocco tema divisivo? Divisivo, nelle accezioni più ampie e variegate dell’aggettivo.

Se a Roma durante le ottobrate più calde e luminose cammini per le vie del quartiere africano, potresti avere la sensazione di essere nel centro di Massaua, Addis Abeba, Asmara, non sempre non rigorosamente in questo ordine geografico urbanistico antropologico; non giurerei nemmeno sulla sensazione, nel senso che potrebbe essere realtà, grazie a quella sorta di incantamento che fluttua e vibra nell’aria capitolina pre autunnale.

Un piccolo peschereccio, forse ormeggiato forse alla deriva nel mare finlandese, durante un tramonto identico per luce e colori a quelli stupefacenti, visibili dal Giardino degli Aranci, quando il Fiume il Mare il Cielo si confondono e si fondono e non si capisce cosa rispecchi cosa: la mente trema di passione e dubbio, perché resta un mistero se quel natante stia galleggiando sull’acqua o sia sospeso, liberato dalla gravità, nelle particelle atmosferiche; illusione ottica, magia dell’immaginazione, dimensione onirica, ove tutto è vero, soprattutto l’improbabile, dove tutto può accadere.

Potrebbe accadere che un esplosivo rigurgito solare del 13 settembre, colpisca o lambisca o raggiunga anche solo per mero turismo dilettevole il pianeta Terra; gli astronomi al momento non sono in grado di fornire risposte certe – ma stanno calcolando traiettorie cosmiche a 360 gradi – in ogni caso, se e quando, il tentacolo fiammeggiante dovesse avvicinarsi, sarebbe arduo imporgli di esibire il lasciapassare verde, Lui ha già di suo il Sun Pass.

Caro Maestro Gustavo, dialoghiamo insieme passeggiando nel porto antico di Trani, parlami spiegami ancora il Qohelet: dimmi cosa sia – oggi ieri e domai l’Umanità, o ‘casa accogliente’ noi crediamo possa essere – regalami gli strumenti per orientarmi tra tenebra abbagliante e luce ottenebrante, per raggiungere se non la letizia plena, almeno una briciola di grazia per abbracciare i segni della, dalla Vita, come appunti per un’esistenza dignitosa.

Ricky Shane al Piper di Via Tagliamento – che nome pericoloso e foriero di ardore bellico – cantava a sua insaputa e molto ante litteram l’inno dei dubbiosi, insieme all’amico Bob, uno dei No Pass, No siero, anche No pasaran; incredibile quanto i criminali pronti a controllare e deturpare le vite, le menti, le coscienze delle Persone, siano pronte a utilizzare miriadi di simbologie subliminali negative, mentre deridono e condannano al rogo coloro che vedono limpidamente la Realtà, infangandoli con calunnie indecenti.

Quando sono senza conforto, senza speme, invece di spremere inutilMente meningi proprie e altrui in pensieri indotti asfissianti, mi abbandono alla corrente energetica, mi tuffo e mi lascio trasportare da onde gravitazionali diagonali, immagino sogno desidero di balzare in un’altra dimensione, ma in qualità, identità ontologica e fisica di lumaca, lumaca di cortile, da cortile, cortese presenza nel giardino delle Parole e dei Silenzi:

ponderosa e lenta per Natura, per necessità, per scelta; lenta per corbelleria popolare, chiedete ad Achille piè veloce se sia mai riuscito a raggiungerne una, riflessiva, ma in eterno spostamento, capace di variare punto di vista, di gioire di ogni minimo passo, lasciando una traccia di bava non per inquinare, ma per aprire un percorso anche mnemonico, un percorso per altri esseri viventi, un sentiero per farsi rintracciare dai suoi simili;

una via per ritrovare sé stessa, durante trasmigrazioni cosmogoniche, o nei momenti di confusione smarrimento crisi.

Lo spleen diabolico di Fu Manchu

Don Antonio, dove sei?

Scontri epici, tra un intellettuale prete – forse non convinto, di indossare la tonaca, non dalla Cultura – e un adolescente ingenuo, rintronato dai Sogni, in crisi perenne tra l’imperativo categorico del giusto dovere e la naturale necessità di ribellione all’ordine, pre costituito.

Spleen e dintorni, esistenzialismi varj e assortiti, epici romanzi ottocenteschi, gotici, e non solo; tedium vitae e l’eroismo nell’atto supremo del suicidio eroico, trafiggendosi il petto con il pugnale, non con la volgare, vigliacca arma da fuoco, dopo una breve inutile vita di passioni fatue, scelte mancate, oceanici carteggi amorosi, senza orizzonti.

In questo contesto romantico, stabilite Voi se per temperie culturale dell’epoca o per vano sentimentalismo individuale, si inserisce la ferale anche un po’ feriale notizia dell’addio alla mondanità del discusso, ambiguo, per alcuni geniale, Dottor Fu Manchu: “Mi ritiro, vado in pensione, mi rottamo da solo, in questo mondo non mi diverto più. Nessuna possibilità di architettare congiure intrighi complotti, grandiosi come un tempo che Fu, grandiosi come… me“.

La sera conosce cose che il mattino nemmeno immagina – al meriggiare, pallido e assorto, non solo spremute di Sole e agrumi contro il logorio della vetustà, ma inedite sorprese – con un teutonico motto, di spirito e/o saggezza, simuliamo serenità.

Sarà arduo metabolizzare il congedo del Dottor Manchu, Fu Lui, ante litteram, in tempi oscuri ma non sospetti – non ancora – a insegnare ai Suoi seguaci la lezione fondamentale: chi controlla le parole e le informazioni, stringe il Mondo nel proprio pugno (verrebbero alla mente certi scherzi proto scroto goliardici in ambito militaresco, ma sopra sediamoci sui dettagli scabrosi).

Chiaro limpido lapalissianissimo: non può più esserci posto per un Complottista nato in una realtà dominata, disegnata, creata momento per momento, da chi possiede tutti i capitali – di conseguenza, le Capitali – del globo; costoro, anche se furbi ma non intelligenti – ché sempre, la furbizia è negazione dell’Intelligenza – possono permettersi il lusso di comprare tutti i vocabolari esistenti sulla Terra e comandare agli scriba mercenari di mutare ad libitum il significato stesso delle parole, di tutte le parole fino ad oggi conosciute, anche di quelle sconosciute, anche di quelle ancora da inventare (per creare nuove realtà funzionali ai loro progetti), per sovvertire senso significato significante etimo dei vocaboli sgraditi, quelli che con la loro semplice permanenza passiva in un impolverato decrepito incartapecorito Dizionario, minaccerebbero di mettere a repentaglio reputazione, piani mesti, di sbugiardarli beffardamente agli occhi dell’affezionata platea di Popoli universali.

Se avete vecchie enciclopedie cartacee, vecchi dizionari, cartacei anch’essi, perfino gli Antichi 15 (generazione 1970 presente, conosce bene il prodotto) custodite tutto gelosamente, anche con le armi, visto che siamo in guerra: quando meno ve lo aspettate, potrebbero cambiare il significato o abolire le Parole sgradite al potere.

Dallo scudo spaziale, allo scudo enciclopedico: ecco, questo sarebbe davvero un segnale di Progresso.

Fratello Maggiore, dove sei? Non ti conosco, e forse oggi mangi anche Tu a quattro palmenti nella greppia della Vecchia Fattoria dei Maiali, ma quanto avrei bisogno della Tua autorevolezza, delle Tue illuminanti parole.

Speriamo caro Paul, come invocavi Tu, che Eolo gentile distribuisca ancora effluvi di menta e timo, tutto il resto è paccottiglia, chissà quanto letteraria.

Viaggio al termine della Notte, ma se la Notte fosse infinita? Questa è la notte di un destino, dovrei vorrei correre come il vento, non c’è tempo per riposare dormire ancora, provare a correre come il Vento e forse riuscire a essere di nuovo libero.

Adorati Fiori del Male, in alto i calici, brindiamo alla partenza – no dipartita, per dove, poi? – del diabolico Dottore, con l’Assenzio spumeggiante:

non confondetevi con le bocce di arsenico, vero Igor?

Sooner – crooner? – or later

Page of My great expectations, maybe: grandi speranze, grandi aspettative, in attesa sui marciapiedi della vita; me stesso o le speranze, in attesa dell’altra parte, sull’altro lato della strada.

Sooner or later, ti ritrovi all’improvviso sul lato polveroso, sconnesso (dal web finalmente) della via, quello dedicato in esclusiva ai paria della società; sooner di quanto tu possa immaginare, prima è meglio è, non si sa per chi; meglio affrontare l’accidente come un crooner, grande ineffabile swing e andare, a briglia sciolta, senza briglia, meglio ancora.

Se non vi garba crooner, apprezzerete chanteur de charme, anche se toglietevi dall’immaginario Alain Delon e il suo amico Jean Paul Belmondo, per tacere dei registi Nouvelle Vague (o Vogue?): un bel Mondo sul serio.

Come commentava Nonna Erminia, sicula di temperamento e forma mentis superiore, chi visse sperando, morì cantando. Magari non come Bing, Crosby, però accontentiamoci: cuor contento, qualcuno l’aiuterà.

Fare una passeggiata, sul lato selvaggio, con calma e compostezza: certo, non sono escluse correlazioni, non mancheranno i rischi e da Cernobbio, Mario caro, potresti finire in men che non si dica – cosa vorrà mai dire questa curiosa espressione? – a Chernobyl; ma tutto ormai è di dominio pubblico, visto che la conoscenza propedeutica alla de liberazione (trattato sulla) è negata per legge – siate etici, responsabili, altruistici – e una bella serie virale su qualche piattaforma non si nega a alcuno.

I processi della sedicente giustizia indigena talvolta endogena financo ansiogena hanno durate spropositate e collezionano salatissime multe continentali, eppure pare che questo spreco di denaro pubblico e questa palese violazione negazione di equità non susciti – sushi – indignazione, né presso la solita bieca stantia manica politicante, né presso i principali danneggiati, gli pseudo cittadini.

Para dossi dei tempi, non paradossi cronologico storici, proprio follie disumane quotidiane nelle cronache dal Mondo Dopo: il rimedio miracoloso pensato progettato sperimentato nel fu Belpaese molto probabilmente non nascerà mai – dove sono ora i pro vita mea, li mortacci tua? – causa mancanza di supporto supposte monetarie, causa mancanza di cavie bipedi, già troppo inoculate dagli intrugli forestieri, poco avvezzi poco propensi poco collaborativi nel sottoscrivere liberatorie con le quali si accollano collari rischi conseguenze, fisiche e economiche, del rito magico.

Paradosso al cubo: gli stregoni ammettono che per almeno altri due anni i loro magici rimedi avranno lo status di sperimentali, ma ormai la Gente crede che dopo 5 miliardi di inoculazioni, tutto sia a posto, normale, risolto e quindi il babbeo che sosteneva: molto più facile ingannare un Popolo che poi convincerlo di essere stato ingannato, può andare a coricarsi per l’eternità, picconandosi da solo.

In guerra e in amore, secondo il vecchio adagio – se è antico, adagio per forza – tutto sarebbe lecito; figuratevi voi se Marte e Eros dovessero stringere un patto, un’alleanza per costringere i riottosi a piegarsi alla suprema legge del bene – già scritta così, suona lievemente coercitiva – con accorate lacrimevoli missive, portate diffuse dai latori degli Alchimisti; missive che invitano, ora con toni tragici, ora con toni minacciosi, a riflettere sull’importanza del sacrificio altruistico. Missive, forse autentiche, forse apocrife, vergate in stile non dissimile dalle grida dei Signorotti delle Gilde – cartacarbone, ciclostili di un Mondo andato – capaci di commuovere, come nemmeno il buon Mario Merola, re della sceneggiata fu mai capace. Un trionfo, un capolavoro di letteratura dolorosa.

Celebriamo il connubio tra jazz e blues, per congedare il pubblico, in bellezza: Perry, Como fai a incantarci ancora?

Como vorrei che Tony, Emilio e Johnny formassero il Trio confidenziale della Meraviglia e poi un Ensemble con Natalino, Frank e Michael, senza mai tralasciare Ella, Ida, Liza.

Chi mi ama, mi segua, disse il Bel Tenebroso: fu così che s’incamminò, fischiettando ‘solo me ne vo’ per la città‘.

Sognando, cercando, sperando, in tutti quelli che più non aveva, mentre la folla mascherata ignorava il suo dolor (forse, un sassolino nella scarpa).

Altruismo selettivo altrove

Pagina degli Altruisti, tendenti tentati in tensione: per/verso la Filantropia.

Non lo fo per piacer mio, ma per dare una gioia a Dio.

Le loro scelte sono mono orientate, l’unico orizzonte è la gioia il benessere la sicurezza, degli altri.

Commovente proposito progetto intento; lo faccio per i miei simili: ah signora mia, trovarli l’ardua ardita ardente impresa!

Non mi ritengo superiore, unico sì; il resto è noia fuffa imbroglio.

Vorrei guardare negli occhi, tutti questi improvvisi improvvisati implacabili altruisti: ti conosco mascherina, infatti la patina dell’amore sconfinato, senza limiti senza condizioni, cade subito. Sempre presto, troppo presto, prima dei preliminari di champions, della ‘benefattura’.

Amo tutti, ma alle mie regole, con le regole quelle stabilite da me, con precisione geometrica euclidea: sono accogliente dialogante comprensivo, ma solo se condividi in toto le mie idee, convinzioni, valori.

Famiglia sì, ma come fosse una rigida caserma. Magari dell’epoca spartana, nell’antichità severa ma giusta – circa – del Mondo Prima.

Pluralità di visioni, le mie; punti di vista altri, a mia personale insindacabile – il minimo insindacabile – selezione.

Tutto molto bello altruistico perfetto, un mondo di filantropi: sai che pacchia per i miliardi di beneficiati; senza offesa, la parabola discendente – o era una metafora? meteora? Maledette figure, retoriche – del buon pastore consola e riscalda il cuore, soprattutto se sei una pecora.

Non è conforme, adatta, consigliata se sei un pericoloso inafferrabile impenitente fuorigregge. Un maverick, uno che non vuole farsi marchiare incasellare inoculare, né con codice a barre – a sbarre? – né con sieri miracolosi, da fonte ignota – mihi ignota est – sconosciuta, questa davvero aliena. Egoista, criminale, financo terrorista che sui media e presso l’opinione pubblica – pubblica opinione, quindi opinione dalla dubbia reputazione? – fa più presa, come mastice della memoria, futura: il passato è trapassato, peggio per esso.

L’altruista vero resta nell’anonimato, quello 4.0 del Mondo Dopo, annuncia sui social la sua intenzione, propensione (sua) di fare del bene; poi si vedrà, a seconda dell’indice – talvolta sarebbe meglio, il medio – di gradimento del pubblico; a scanso scapito di equivoci, si muove sempre nell’ambito urbano con lo staff della comunicazione. Nulla resti segreto o non pubblicato dell’onda altruistica selettiva, strumentale paradigmatica (paraterga).

Maristella, Franco, bisogna ammetterlo, senza vittimismo, senza ipocrisia: scegliere oggi l’arduo sentiero dell’altruismo è votarsi – ai soliti santi – al martirio; o hai la predisposizione genetica o ti servono sponsor adeguati. Sarà un caso o la previdente previdenza sociale della provvidenza (laica), ma tutti i neo altruisti dell’epoca, hanno frequentato a vario avariato titolo nutrite schiere di inserzionisti generosi, disposti a foraggiare la loro meritevole umanitaria azione, senza alcun favore baratto compenso: solo una piccola, non influente né cogente né condizionante – per fortuna, quasi tutti ignorano il Congiuntivo – citazione, una breve fugace rapidissima inquadratura del logo, o utilizzo incondizionato del prodotto/dei prodotti dell’azienda, in questione.

In commedia.

Ragionare con un altruista incallito è quasi sport estremo – provateci voi – se però nel suo incessante prodigarsi dovesse farsi male o procurare inavvertitamente – sia chiaro – danno, si paghi le cure, paghi eventuali rimborsi alla società, all’urbe di appartenenza. Tutto limpido, tutto costituzionalissimo: ha scelto lui di fare l’altruista, mica esiste un obbligo medico scientifico normativo che lo costringa, obtorto collo, a spargere semi di bene negli altrui giardini.

L’Altruista solitario ai titoli di coda – del suo magnifico cavallo (e/o yacht di lusso) – cavalca/naviga verso uno splendido tramonto mozzafiato (verso resort di lusso su atollo tropicale) e voltandosi lentamente verso la telecamera che stringe su di lui, con il fiero volto in primissimo piano 3d ultrahd, dice al suo folto vasto virale pubblico:

“E non voglio che mi si dica GRAZIE!”.

P.s. Sorseggiando un Martini dry, con oliva. Tiè.

Manna mannaia mannaggia

Pagina della Manna, per qualcuno.

Lo sapevate – io no, reo confesso d’ignoranza crassa – che la manna esiste? Si tratta della meravigliosa linfa estratta dalla corteccia di alcuni Alberi – Frassini – sapienziali (Essi), incisi in punti e modi sapienti; se proprio potessi optare, mi fionderei sulla variante – della manna non di altri prodotti – denominata cannolo, variante sicula, auspicabilmente.

La manna pura, eletta – forse per questo le si attribuisce origine celeste – è un vero miracoloso, potente rimedio naturale, quindi non rivelatelo ai tecnocrati del siero portentoso.

Manna, divina o meno che tu sia, tu mi appari una badia: meglio un badile, anzi una affilata mannaia.

Evviva l’emergenza sanitaria, nello stato di emergenza tutto si può fare, tutto diventa lecito, soprattutto imporre dall’alto, proprio come una spietata mannaia che piomba dal cielo – Mazinga Z, dove sei? – decisioni autoritarie, obblighi incostituzionali, restrizione dei diritti.

Cara, ho perso l’aereo e/o il treno, anche perché non mi ci fanno più salire a bordo, in compenso mi si sono ristretti, non solo i 7000 caffé che bevo per distendere i nervi, ma i diritti, quelli fondamentali, quelli costitutivi costituzionali; secoli di massacri di uomini civili, di battaglie sociali scaricati buttati nella turca, anzi nell’inceneritore e/o nel reattore nucleare, tornati improvvidamente all’improvviso di moda, argomenti trendy, cinguettii topic del giorno; con buona pace – eterna – di passerotti, usignoli, allodole.

Siamo passati dalla repubblica delle banane, a quelle dei ‘cingolati già caloni‘; ti svegli un mattino in questo meraviglioso Mondo Dopo, paradiso perduto per qualcuno, di opportunità inusitate per altri (i soliti): tutto un rinascere, un rifiorire, un risorgere di trivelle verdi, centrali post atomiche, ma sono sempre quelle perché anche nell’universo della fissione il vintage tira, inceneritori ma chiamateli termovalorizzatori, perché valorizzano la monnezza, soprattutto se la trasformano in lucro incessante, per i padroni del vapore.

Ambiente? Salute – salutatemi la Salute, caramente – ? Diritti inalienabili (cribbio, rivolgetevi agli Alieni, tanto ormai Marte è a un tiro di remo da Tiro)? Se si sgretolano, la colpa è di chi dice no; c’è sempre qualcuno che dice no a tutto: no vax – in effetti la morte della sanità pubblica e la resa a quella privata e alle assicurazioni è senza ombra, del dubbio, opera di questa potentissima setta – , no tav, no mose (a proposito, i suoi padrini hanno ammesso che Venezia farà la fine di Atlantide), no bridge solo poker.

L’Autunno porterà in dote, in dono vini novelli e castagne, senza pane purtroppo, invece del tepore dell’ottobrata capitolina mitologica, le incandescenze dei roghi per gli eretici, per i disfattisti, per gli eterni dubbiosi anti Dogma salvifico: questo è il tuo unico rimedio miracoloso, non avrai altro siero all’infuori di me; per tacere delle varje inoculazioni, da qui all’eternità; in fondo, è un attimo.

Caro Stephen, genio fragile, una supernova a pochi milioni di anni luce dalla Terra minaccia sfracelli: come ha commentato un astronomo buontempone, immaginiamo fosse stata supervecchia; esisterà il bonus rottamazione per i fenomeni astronomici, cosmo agonici?

Dovremmo scendere – da dove? – in piazza, occupare, affollare come pazza folla le piazze, le agorà del Globo, per dire al piccolo vertice della piramide di denaro: ci state rubando i giorni, chi depreda giorni alle Persone è il peggiore criminale esistente, perché in nome del totem denaro/potere sottrae il dono/tesoro più inestimabile: la Vita stessa.

Come accadde in Albione nell’arcaico, forse mai esistito, anno del Signore (o di qualche signore) 1752, ma questa è un’altra storia e hanno preferito trasformarla, derubricarla, catalogarla alla voce Leggende, invenzioni narrative.

Se 11 giorni sottratti, Vi appaiono – così è, se Vi appare – pochi.

Walt, più volte ti era stato segnalato che non solo le parole, anche i simboli sono importanti e possono ferire, soprattutto quando sono molto meno innocenti di come e in quale contesto appaiano e siano diffusi. Basta marachelle.

Il Mondo Dopo sta andando verso dove non si sa, ma a velocità inusitata: come nella vignetta di Mastro Massimo Bucchi, una pallina bianca ex azzurra che salta nell’enorme roulette dell’Universo e resta con il fiato sospeso (la pallina, non l’Universo), in attesa di capire sapere rassegnarsi alla casella finale di destinazione che le toccherà per sorte, per caso, per accidente:

speriamo che il Gran Croupier non sia il solito gran para flu. Gambler, di nome e di fatto.

Un giochino da bambini, fischiettando un motivetto orecchiabile e inquietante, come M mostro di Dusseldorf; manna mannaia, mannaggia a voi, c’aggia fà… M. mai come in questi tempi appare molto umano e compassionevole assai, comparato a certi draghi del Mondo Dopo, che mai più tornerà alle quote di prima.

Addio scommesse, addio Monti, manzoniani e non.

p.s. Mannaggia, ultima ratio, ultima oncia di Manna: affidarsi al Lupo, ovviamente: mannaro.

Aganis o Strie: Streghe!

Vedere le Streghe!

Seguire il canto delle Sirene o quello delle Streghe? Dov’è l’inghippo il tranello la buggeratura? E se Sirene e Streghe fossero in combutta o parenti o affiliate o addirittura sempre le stesse Incantatrici, con nomi e fogge diversi, per meglio confondere le ingenue vittime?

Vorrei seguire il suono del cacerolazo – pentole pentoloni come tamburi, come in Argentina durante le vibranti proteste contro il fondo senza fondo monetario globale – delle Streghe: nella mia percezione, suono molto più armonioso, armonico, affidabile di certi flauti flautini, fraudolenti e ‘flautolenti’, dal castello del potere.

Aggregarmi con fiducia all’esercito delle Streghe, ché l’auto proclamato esercito del bene appare inquietante e senza umanità; meglio un esercito di non morti, molto più empatici e tolleranti, di queste masnade di non vivi, al servizio mercenario dei soliti sospetti.

Ci vorrebbe un’inchiesta di Maigret/Gino Cervi, in alternativa di Arturo Jelling (come Arturo Conan Doyle) o Duca Lamberti: per fortuna la sabbia non rammenta i traditori di tutti, autori di infamie e crimini, contro l’Umanità, nel suo complesso.

L’esercito dei buoni spaventa più delle Streghe, obtorto collo, ma anche torto muro, di Roma, per forza uno passa a parteggiare campanilisticamente per le Signore della Magia, per lo Tsunami di Hokusai e, come ultima spiaggia, con la sabbia del precedente capoverso, per gli Alieni, quelli molto cattivi, cattivissimi.

Attento, Astron, non affacciarti alla bocca del vulcano, non sporgerti sull’abisso, non cercare il Ragno nella crepa del muro, potresti essere costretto a rimirare il lato oscuro, non solo dell’Universo, ma il tuo personale; meglio un sabba di Strege, meglio un Saba, Umberto, meglio un sabato del villaggio, gallico. Cerchiamo pianeti replicanti della Terra, ci andrebbe bene perfino Mercurio l’incandescente, ma le foto dallo spazio profondo – selfie cosmici? comici, non tanto – ci mostrano catastrofi a catena, buchi neri, oscuri cuori di tenebra voracissimi che sgretolano con folle rapidità milioni di stelle e interi mondi.

Grandi come Lebowski o Valerosi, cioè con valori, come Borja: per amore, solo per amore, di una Donna di una Città di un’Idea, scendere dal dorato irreale palco dei professionisti e accettare di calcare campi dilettantistici; essere come Valero, vivere da uomini, non lasciarsi seppellire nel campo degli zecchini: non esiste e qualora esistesse sarebbero falsi, nemmeno di cioccolato fondente, gli zecchini.

Quando sarà, unico dato certo, tornare cenere e lasciandosi cullare dal vento che spira sempre sul e dal Castello di Odino, planare dolcemente in campo, il Campo delle Streghe. Non voglio essere tumulato nel campo dei luoghi comuni, anche perché come analizza con arguzia lo storico Carlo Greppi ‘anche non pensare per luoghi comuni’, si è trasformato in un affollato luogo comune; metodo socratico e navigare verso nuovi oceani, senza fobie, consci di non sapere, ansiosi assetati affamati di nuove conoscenze che incredibile visu possiamo partorire, anche da noi stessi; una volta liberati dagli ormeggi falsi che ci impediscono di prendere il largo.

Maledette Streghe, nere o rosse; lasciapassare obbligatorio per dimostrare che non potete più ammaliare, in caso contrario recluse nell’antro e sequestro di tutte le scope di saggina o a reazione. Vietato ogni consesso, sesso compreso.

Lasciarsi cullare inebetire ipnotizzare illuminare dal canto di lis Aganis – grazie, Claudio Aita – delle Strie, delle conturbanti Streghe: anche a costo di arrostire insieme a loro sul patibolo, come quelle di Salem o senza sconfinare troppo come quelle nostrane sui troppi roghi sempre pronti anche alle nostre latitudini, preparati con cura, estrema, dai bravi cittadini rispettosi delle regole, smemorati della legge morale.

Le Streghe come il Gran Nolano, come Giordano Bruno, perché chi ragiona in autonomia dice, sempre, anche con la mordacchia, anche tra le fiamme, l’amica Verità.

A differenza di chi si confessa.

Jungle of Stone

Cedo alla dura legge – ma legge? – del marketing:

infarcire il testo, scritto o parlato per me pari (non) son, di inglesorum, giusto per restare in disparte, occultato, occulto, mimetizzato, travisato – nel volto e nelle mie esternazioni – e osservare, decifrare, interpretare l’effetto che fa.

O il suo contrario.

Jungle of Stone, Heart of Stone, Age of Stone, età evo del vetusto mondo litico: ho calato subito il tris, resto in mutande o foglia di fico, anche se temo che non basterà a coprire le vergogne della sedicente civiltà umana occidentale.

La giungla di pietra; benvenuti nella giungla urlavano i Guns n Roses qualche annetto fa o anche più: non solo in fuga da NY, molto presto gli esodi programmati, subito alternati a nuove clausure globali – seguendo l’agenda del nuovo regime politicamente scorretto – diventeranno la quotidianità.

Quotidianità mesta dal cuore di pietra, narrata cantata celebrata da quei rapper, un tempo ribelli anti conformisti atei, improvvisamente caduti sulla via della pandemia – hanno visto la luce – improvvidaMente ri convertiti alle vie del Signore (a Sua solenne insaputa); lieti di averla scampata, per celebrare la loro incrollabile fede, dichiarano odio eterno e guerra senza quartiere a tutti coloro che magari pensano in altro modo o semplicemente coltivano ostinatamente l’arte del dubbio e del dialogo; forse questi fu rapper hanno confuso equivocato scambiato Dio con il lucido lucente apotropaico cornetto vermiglio partenopeo, parte napoletano.

Insomma, qualcuno asserisce di essere entrato in contatto con l’Altissimo, grazie al covid: Grazia, Graziella la bicicletta e grazie ar… covid che hai visto l’Altissimo, aggiungerei se fossi ancora cittadino romano; nel mio piccolo, senza ausilio virale, solo dopo serata molto eolica e nipponica, con bicicletta da corsa su è giù per la Pedemontana ho avuto un’autentica visione: mi è apparsa la Madonna, dietro un castello, dentro un’edicola, votiva – votiva l’edicola, non l’urna elettorale, giusto per chiarezza e precisione.

Si resta di sasso, talvolta, per le grandi scoperte della scienza; per la prima volta, ritrovato su un’isola dell’Indonesia – dove sarà mai? – il Dna completo di una donna vissuta in un gruppo umano arcaico litico, risalente a 7.300 anni fa: un’inezia per l’Universo, un lasso enorme – attenti a non farsi accalappiare – per noi bipedi miserelli; rinvenuto il codice genetico, ora tenteremo di interpretarlo, magari chiedendo lumi in una seduta spiritica ad Alan Turing.

Persiste la vaga sensazione che resuscitare resti un enigma insolubile, non liofilizzabile; le conferme sono tante: pare che la decrittazione sia riuscita solo una volta, Frankenstin a parte.

Gli scazzoni – pesci di acqua dolce, senza doppi sensi – sono scomparsi dai nostri fiumi; erano sentinelle e ambasciatori di corsi fluviali sani e puri; del resto, la nuova frontiera dell’ambientalismo governativo prevede trivelle verdi, prevede a Capri fonti di energia completamente rinnovabili e ecologiche, ma a partire – forse – dal 2036 (fuga dai Faraglioni, o Faraglioni in fuga dalla nostra stupidità): prima, disco verde, ma alle vecchie pratiche distruttive, con lasciapassare allo sversamento dei veleni di ogni tipo in mare. Altri paesi, nella scia esemplare di Danimarca e Costarica, certo meno moderni sviluppati avanzati di noi, hanno formato una lega – non quella che vorrebbe costringere a pagare chi sbaglia, dimenticando selettivamente i 49 milioni che deve allo stato, ma la Boga (Beyond Oil and Gas) – per uscire definitivamente dall’economia fossile e dalle sue logiche perverse; poverini.

Sarebbe bello aggregarsi al triumvirato della Cultura: Angelo Floramo, Alessandro Venier, Mauro Daltin;

in viaggio su Molly, adorabile scalcinato furgone reduce dagli anni ’80 del 1900, con il fiume a bordo, seguendo tragitti fluviali, dalla sorgente alla foce; discutendo amabilmente sul genere dei fiumi – femmina o masculo? – scoprendo la vera carta d’identità oro geografica e le storie affascinanti delle Persone che vivono attorno a quei percorsi (Tagliamento e Isonzo); apprezzare la Metafora del Ponte, ovvero la necessità di sviluppare nella propria esistenza la peculiarità di sapersi distruggere e ricostruire, proprio come certi fantastici passaggi sopraelevati, utili a congiungere rive che si fronteggiano senza contatto;

capire, infine, di essere ontologicamente pre socratici, socratici, pre moderni:

in buona sostanza, convintamente paleolitici.

Digestio

Pagina della prima digestio, quella che fit in ore.

Fit nel senso che avviene si produce si manifesta, non nel senso del fitness che per qualcuno tra l’altro, farebbe male alla salute.

Maledette lingue morte, vi amo, anche se siete classiche e soprattutto razziste.

Ore pasti, ori fizi non contini; Lei con quella bocca può dire quello che vuole: ma Le pare.

Eruttare fa bene, dopo i pasti, meglio se regolari: i pasti – senza telefonate minatorie della santa tranquillità – e le eruzioni; eruzioni vulcaniche, obbligatorietà di puntigliosità, con l’arietta che tira. Anzi, spira, sperando di spirare il più tardi possibile.

Se giungesse l’ora fatale, potrei non essere presente, soprattutto a me stesso.

A dare retta agli ultimi – in ordine cronologico, non assoluto – studi della scienza (rigorosamente con iniziale minuscola umile sperimentale e dialogante), le potenti manifestazioni dei vulcani garantirebbero alla Terra, a madre superiora Gea, un momentaneo sollievo con significativo abbassamento della propria temperatura. Una sorta di naturale panno fresco per alleviare il Pianeta dalla febbre divorante che lo attanaglia negli ultimi sciocchi decenni.

Tutto si digerisce con gli adeguati succhi gastrici, anche le restrizioni reiterate dei diritti e delle libertà costituzionali; così le discutibili norme emergenziali causa pandemia, vengono utilizzate – questi sì pretesti pretestuosi fuori contesto – per punire chi manifesta contro la realizzazione di sedicenti grandi opere che di grande hanno solo la distruzione di ambiente e salute, e – Lapalisse docet – i profitti delle aziende coinvolte.

Del resto, siamo passati dal cantare al karaoke collettivo ‘mi ricordo montagne verdi’, a ‘mi ricordo trivelle verdi’: non è difficile commissionare i testi delle canzoni che approvano/autorizzano strategie contro ambiente e salute ai parolieri più funzionali all’uopo, con opportuna oliatura di parole e arrangiamenti, e l’LP – vinile questo sconosciuto – il concept album come si diceva in quell’evo lontano del Mondo Antico anticato antiquato è servito, stampato, pubblicato; senza obiezioni, con il plauso unanime plebiscitario della sedicente critica specializzata.

Digerire, separare, soprattutto certe notizie, il grano dal loglio (non luglio con il bene che ti voglio): individuata nuova classe di pianeti in qualche parte dell’Universo, potrebbero favorire l’origine e la proliferazione di microorganismi molto resistenti, grazie alla presenza di oceani di una temperatura mite e di atmosfera ricca di idrogeno; la scoperta di alcuni astrofisici di Cambridge – contrari alla Univerexit – ha però scatenato nuovi appetiti di dominio e ridestato la caccia alla vita aliena; l’unico dubbio resta quel condizionale, questi Pianeti hanno già fatto sapere che eventuali sedicenti umani, soprattutto se multimiliardari, saranno respinti se sprovvisti di alienapass e ricacciati dentro qualche buco nero per autostoppisti galattici clandestini.

Come digerire bocconcini di bufale, non campane né dall’Apulia felix, no: le bufale degli ex professionisti della fu informazione, quella che un tempo al servizio della democrazia e dei cittadini faceva le pulci ai poteri/potenti; il rimedio miracoloso a stelle e strisce da strumento emergenziale, avrebbe ottenuto la definitiva approvazione da parte della gilda alchimistica indigena; peccato che leggendo meglio tra le righe – uffa, tutte quelle fitte parole vergate in albionico idioma – emergerebbe la solita realtà paradossale, per chi di solito la distorce a proprio uso e consumo.

Difficile digerire anche la storia dei fantasmi di Sabin e Elvis, arruolati a forza e a loro insaputa, tra le schiere degli aedi pro fluidi traumaturgici; fossero vivi e/o risorti, sai che carezze a tempo di rock agli ipocriti del Mondo Dopo; sempre più numerosi, ma a quanto pare, tutto ha una data di scadenza, perfino la presenza dell’ossigeno nell’atmosfera del prezioso pianeta Terra.

Comunque, anche l’Asteroide in rotta di collisione con l’Azzurro Pianeta, ha diramato via twitter e instagram la sua decisione finale: cambio rotta cambio stile cambio strada, non digerisco gli impatti, soprattutto con gli uomini.

Orizzonti perduti nella tua luce, non si scordano mai – come strumenti divini perfetti – e forse anche i segni i sogni più belli, prima o poi, inattuati, finiranno:

‘metalbolizzati’.

Futuro? Vegetale

Pagina dei viaggiatori immobili.

Esploratori sedentari, cartografi della geografia dell’Anima, urbanisti dell’architettura del pensiero;

centri urbani rinascimentali, borghi sentieri montani che sono persone o lo diventano grazie a formidabili racconti, i più varj, quelli indimenticabili che attraversano gli Oceani di Kronos.

Scarpe consumate, attraversando tempeste, con dolore con gioia, sotto o verso il Sole, eppure andare come imperativo categorico anche se è un infinito; sì viaggiare, con la mente come Paolo, con le gambe come Giampy; tornare a un qualche nido consola, ma procedere, oltre ogni barriera, è ancora e sempre più bello, anche senza essere Ulisse.

Chi ha inventato il Male? Senza blasfemia endemica: forse Dio stesso? Perché? Chiedetelo a Lui. L’Albero della Vita è unico, con infinite fronde e ramificazioni: alcuni sono il Bene, altri il Male, il piccolo uomo si trova innestato al centro del fusto, spetta al tremulo, incerto bipede decidere di volta in volta quale via arborea scegliere e percorrere.

Un eterno vagare al limitare del bosco, tra regioni ragioni in conflitto dialogico umorale morale; equilibrio serenità perenne ricerca dell’optimum, per sé e per la comunità. Non limitare – imitazioni sì grazie, solo dei cicli naturali – i danni, astenersi dal perseguirli per ottenere vantaggi più o meno reali, più o meno necessari in un’ottica miseramente – rammentando che anche Misery non deve morire – egoistica e individuale.

Siamo robot, androidi, umanoidi; sempre con l’ineliminabile difetto di fabbrica: crediamo di essere centro modello pietra angolare, non solo di quanto esiste nell’Universo, ma anche di tutto quello che ancora deve essere immaginato progettato realizzato.

Viaggiatore immobile, come le piante.

Se davvero ad ogni reincarnazione – dopo opportuno esame, preferisco non conoscere i nomi dei commissari – si effettua un balzo evolutivo, al prossimo giro non necessariamente di giostra, auspico di diventare un rappresentante del regno vegetale.

Mi sento bio ispirato, vorrei diventare una graziosa e gentile Mimosa pudica – astenersi sciacquette, aspiranti veline – per partecipare volontariamente (a questo, fornisco il mio convinto assenso) al celebre esperimento René Desfontaines: scarrozzato per le peggiori vie di Roma e/o Parigi – messa cantata – da un bipede che traina una botticella, sballottato con sobbalzi e singulti sugli storici, ma poco funzionali sanpietrini, mostrare coram populo che dopo un inziale moto di repulsione verso le vibrazioni con automatica chiusura delle mie foglioline, con il trascorrere del viaggio mi abituo e torno a mostrare con eleganza e pudicizia la mia bellezza, senza più battere ciglio ai disagi.

Lo conferma anche Stefano Mancuso – di Lui potete fidarvi, professore e scienziato di fama mondiale – memoria senza cervello centrale, adattabilità ad ogni situazione, ad ogni rapido mutamento, architettura modulare, nessun centro decisionale, ma una diffusione capillare – l’Amore occupa i capillari molto lentamente – che consente movimento e percezione della realtà senza apparente spostamento fisico, sistema che non spreca, ma produce energia, sostenibilità ecologica totale – altro che new green deal – robustezza, tantissima intelligenza distribuita e cooperativa.

La rivoluzione, il vero Futuro possibile; dall’Uomo vitruviano – bellissimo, per carità – destinato però a trasformarsi in uomo macchina, come nell’incubo nemmeno troppo distopico di Metropolis, ad una nuova speranza:

salvarsi ed evolversi, diventando Piante.

Cocchi e Buoi dei paesi tuoi

Lo speziale ciarlatano intimò alle donne e agli uomini di fatica: non si parla degli effetti nocivi degli elisir traumaturgici, lo impone la santissima – nemmeno troppo – Inquisizione.

Gogna tortura rogo, sono in fondo pene lievi e dense di umanità per chi osa avanzare – avanzi tu, nel senso di lei – perplessità dubbi addirittura dissenso nei confronti dell’indiscutibile, supremo Dogma; come supremo, avrei preferito Doppler, matto con la fissa di dominare il Globo – fosse l’unico – ma almeno capace di suonare un fantastico organo a canne in modo sublime.

Siamo i primi al mondo per fanfaluche e non rammento più se si tratti di eco balle – perché sia chiaro le balle che spariamo sull’ecologia sono spaziali più di quelle del film di Mel Brooks – o antiche monete, false, magari veloci golette di pirati, Falene attirate dal fuoco, cenere che vola via su bolle d’aria; abbiamo le trivelle sostenibili, da Titano, ma in Danimarca nonostante i possenti ricavi le mettono definitivamente al bando – non di concorso o annuncio del banditore comunale – in Cina i fedelissimi del Celeste Impero sono diventati campioni nella produzione e commercio di cocchi elettrici, o elettrificati, giusto per rammentare ai miscredenti che la vita è tutta una scossa, un brivido sopra le follie, un coacervo, ma di emozioni continue.

Caro Conte Vlad, sapete che questo è davvero il momento più lieto e propizio per i vampiri di anime? Prosperano dilagano imperano durante epidemie – soprattutto di idiozia – e guerre: senza allusioni, senza offese, senza volontà polemica.

Ottavio, Amico mio, cos’è il genio? Ah, saperlo. Riadattare vecchi calzettoni calcistici dimessi e dismessi – lavati e profumati, per puntiglio di cronaca – a guaine per borracce ciclistiche in metallo; il Pianeta è uno e uno solo, meglio riciclare prima che decida di rottamarci, tutti. Anche in bicicletta, andare in fuga sarebbe impresa vagamente improbabile.

Come diceva quello? Al millesimo sfilatino di pane, persino a Fantozzi balenò un leggerissimo sospetto; con gli avventi avversi dei magici miracolosi rimedi, non accade lo stesso, ma si sa, i maghi i cerusici gli speziali al servizio dell’Oscurità non dispongono della stessa materia, grigia, del noto Ragioniere.

Poi, caro Bertrando, patriarca non per caso né a caso o casaccio, le gilde dei tecnocrati dell’energia infernale e dei rimedi miracolosi, hanno assoldato a cifre faraoniche gli scriba e gli aedi più noti e popolari per cantare – incantare – le masse volgari con le presunte meraviglie da essi stessi prodotte e immesse sul mercatone globale del Mondo Dopo e dentro le vene dei bipedi. La reclame è l’anima de li mejo commerci, a patto che siano i loro.

Sbarazzina Belinda, i tuoi occhi sono azzurro rugiada, azzurro color di lontananza e infinito, nei quali si rischia di annegare; rammenti quel tempo della tua vita mortale, quando la tv programmava la serie fantascientifica – adesso lascienzah ufficiale è diventata ultra fanta – Star Trek? Presto trasformata nella fantasia dei liceali buontemponi, dediti alla registrazione su audiocassetta delle canzoni di successo trasmessi dalle radio, in start rec.

Umberto Eco mi ha confermato in sogno che passare da start rec a start big res, reset per i non addetti, è un attimo: lo dicono e lo scrivono i capoccia del big three – tutto big nella loro ottica, perché s’illudono che il loro agglomerato criminale sia ‘too big to fail’, ma non rammentano la storia di Davide e Golia – il grande Tre, non il grosso Albero (tipo Sequoia sacra), club esclusivo dei più grandi fondi d’investimento, con all’interno tutte le multinazionali del web, dell’energia, delle armi, del farmaco; insomma, quelli che in assenza di opposizione, decidono a piacimento le nostre sorti, contando su uno stato permanente di crisi allerta terrore, causa epidemie, guerre e catastrofi naturali.

Quando le balle vengono propagate dalle massime cariche istituzionali politiche religiose, possono essere classificate come fuck news o sono semplici verità alternative?

Mi consenta: pampalugo sarà Lei.

Le Mogli si sono dimesse, restano cocchi e buoi, speriamo almeno questi siano dei paesi tuoi e non fulcro dell’ennesimo complotto smascherato – senza maschera, senza vergogna – contro l’Umanità; sapendo, come da saggezza popolare, che esiste una Forza Motrice superiore a quella dei buoi, Quella che nel Mondo Prima, dal big bang in poi, ha sempre garantita la rotazione della Terra intorno al proprio asse;

in ogni caso, resteranno i cocchi e, poco auspicabilmente, saranno cocchi amari per ogni singola persona di buona volontà e mente libera.

Omero e i collettivi

Omero, chi era costui?

Forse non un personaggio solo, ma il primo collettivo letterario della Storia, una specie di Luther Blissett ante litteram?

Non ditelo all’ex calciatore inglese che indossando la maglia del Milan segnò un memorabile goal in un derby meneghino, umiliando in elevazione un certo Fulvio Collovati, campione del mondo (nessun parallelismo con Pelé nella finale del 1970, che si materializzò all’improvviso sopra una nuvola dell’Azteca per sorprendere uno sbigottito Burgnich, solo per rendere l’idea).

Collettivo letterario come il Bardo, William Shakespeare? Chissà. Sono così belle le leggende letterarie che sarebbe un peccato mortale, un oltraggio deturparle o tentare di demolirle con teorie verosimili, ma strampalate.

Restiamo concentrati sul narratore cieco, privo forse della vista fisica ma dotato di una straordinaria visione interiore, una inventiva e una sensibilità all’ennesima potenza, senza le distrazioni delle immagini del reale, più o meno reale.

Omero gruppo di autori, Omero cane nero e sfortunato, come Calimero, con le pupille opache, ma capace con il fiuto e con la percezione delle vibrazioni del Mondo di individuare capire interagire con gli esseri viventi attorno a Lui.

Abbandonato tanto tempo fa, dal solito bipede sciocco del Mondo Prima, che lo riteneva animale inutile e forse con questo giudizio sprezzante e inumano classificava solo sé stesso.

Autisti con una mano sola, autisti di veicoli a trazione tradizionale, non traditrice, non pilotata da una app, da una intelligenza artificiale in remoto, remota nel senso di virtuale, non lontana nel tempo – magari, sarebbe magnifico – batteristi di gruppi rock con una sola mano di poker, capaci di sbaragliare gambler professionisti e batterie, nel senso della sezione ritmica non delle pentole.

Falsi profeti, dalla mente cieca, ottusa: promettevano futuri da nababbi – a nababbo morto? – da sceicchi da emiri, ma dopo 20 anni di trivellazioni il romanzo storico narra solo di devastazione ambientale e assoluta povertà: sociale culturale morale, tranne che per multinazionali e sodali.

I saggi orbati, i facitori con maschere senza occhi, con facce senza volto né pupille, consiglieri ispiratori, eminenze grigie senza scala – grigio unico uniforme, a perdita d’occhi per restare in tema – della politica occidentale, quella auto proclamata superiore e vincente causa mercato, ha percepito che la sedicente democrazia non è esportabile in altre culture in Popoli con storie differenti dalle nostre, soprattutto a suon di bombe; difficile inculcare loro che stai donando libertà, insegnando l’arte della vera vita democratica, mentre fai a pezzi povera gente, donne bambini anziani, senza esclusione, perché dall’alto dei nostri bombardieri, noi siamo spietatamente inclusivi.

Meno male che quello di Emergency ha lasciato il campo, un guastafeste rompiballe in meno.

Narrazione di leggendari sabati del villaggio, prima del villaggio ai Comboniani e di infiniti meriggi balneari, su sabbie selvagge infinite che nella fantasia della passione diventavano gli stadi più belli del mondo; con il calcio – lo abbiamo capito solo oggi in questo disumano Mondo Dopo, in cui tutto sembra lontano dall’uomo – trait d’union, detonatore buono, pretesto virtuoso per aggregazione sociale; meraviglioso lo sport, meraviglioso perché era il medium che ci permetteva di stare insieme, di dialogare, di condividere emozioni; come dice il nostro grande campione Luca, voi siete stati gli esempi, gli educatori nell’accezione latina, quelli che sapevano condurre con il sorriso con la gioia con la purezza e la semplicità.

I pomeriggi più belli sono stati insieme a Voi, grazie a Voi: Gino, Toni, Cesco. Irripetibili, eterni.

State preparando i campi nel Cielo, lunghi tornei impegnativi, perché saranno iscritte le squadre più forti della storia: Real Comboniani e ByByOne World Team (Triveneto docet).

La parabola del seminatore prodigo è perfetta, prodigo ma non sciocco, generoso perché getta chicchi di grano sano e forte a piene mani, sapendo che prima o poi riuscirà ad attecchire su terra ricettiva e fertile: con tutto il rispetto, niente male nemmeno le parabole di Zico.

Gli occhi dell’Anima vedono lontano, oltre: anche nel buio ancestrale dell’Universo.

C’era una volta

Pagina del C’era una volta, senza nostalgie, senza ubbie da falsi storici, sedicenti età dell’oro, inganni prodotti dalla memoria burlona e mistificatrice, anche senza matrice da falsaria.

C’era una volta un Re, quello cantato dai Nomadi, pronto a mandare al massacro mille bravi cittadini e mille bravi contadini, ignorando il dolore di madri e giovani spose, inutili massacri per sete di vanagloria e potere;

c’era una volta un Re – un altro, una macchietta una burla umana – quello narrato in un formidabile sketch da Gigi Proietti; questo personaggio faceva morire sì, ma solo dalle risate, per benedizione creativa.

C’era una volta il potente Mago Merlino, che dall’alto della Torre Torrione Terrazza fortificata – abusi edilizi anche a Camelot? – aiutava il Re Artù con polverine magiche (doping ante litteram?): chissà mai se quelle misteriose sostanze furono autorizzate con procedura d’urgenza dalla Congrega di Maghi e Fattucchiere, chissà se quei misteriosi ritrovati furono efficaci davvero oppure fallaci e facilmente contrastabili; leggenda narra che il Sovrano puro di cuore e di pensiero cacciò i perfidi Cavalieri Neri dalla Brittania, ma le Leggende tramandano verità parziali, arricchite abbellite infiocchettate, senza chiedere permesso, né verifica alla Storia, maestra senza più allievi.

C’era una volta una gigantesca chiatta dei Tecnocrati capace di navigare sulle rotte dei mari settentrionali del Pianeta, alla ricerca di fonti arcane di energia, energia inesauribile e potentissima; gli esperimenti e le trovate dei Tecnocrati si erano spesso conclusi con effetti disastrosi per i Popoli e per la Madre Terra, ma ancora una volta regnanti poco lungimiranti ottusi avidi, avevano concesso loro carta bianca, totale libertà di azione manovra sperimentazione.

In attesa di nuovi scoppi, nuovi eventi catastrofici.

C’erano una volta povere donne solitarie, magari innocenti vecchiette (senza arsenico, né merletti), definite streghe; forse l’assenza di relazioni sociali le aveva un po’ inselvatichite, ma vivevano in case di marzapane e preparavano ottimi prelibati dolci al forno; attiravano bambini certo, ma Hansel e Gretel, fratelli reietti da un padre orco, non furono certo magnanimi con la loro megera personale e poi si diedero ad una carriera di sicari mercenari di presunte maliarde dedite alle arti oscure. Fortunelli i due fratellini a non essersi imbattuti in certi pifferai poco magici, molto mefistofelici di certe fiabe nere nerissime del Mondo Dopo, fiabe non necessariamente teutoniche. Pifferai che non invocano, ordinano: lasciate che i bambini vengano a noi, per sempre. Emuli, discepoli di Saruman, lo stregone perfido e doppiogiochista del Signore degli Anelli? Quello, al confronto, era un dilettante e qui per sbaragliare questi emissari del male ci vorrebbe altro che una nuova battaglia campale, sul modello – Lego? – Fosso di Helm. Stroncarli, magari, per sfinimento, costringendoli alla sequenza completa e al making of più backstage, completo.

Tutto questo c’era una volta, per fortuna non più. O no?

This World is my unique oyster.

Make Love your goal.

Speriamo che nel frattempo non abbiano inserito l’Amore universale nella mappa degli obiettivi previsti dall’Onu, altrimenti, mio caro bianco Cavallo dei Matia Bazar e della reclame Pino Silvestre, hai voglia a correre e campare, prima di incontrare nuova fresca vigorosa erbetta (da brucare).

Lacune lacunari lacustri

Pagina dei Quattro, i 4 del Lago.

Loch Ness con Nessie o Laguna Nera con Misteriosa creatura subacquea poco importa, anzi molto: più Creature entrano, più varietà possiamo ammirare.

Quattro su quattro, nel senso dei laghi: ottima media.

I 4 partirono baldanzosi per esplorare i 4 Laghi montani, causa assembramento degli ultracorpi turistici, non riuscirono nemmeno a scorgere un ruscelletto e tornarono mogi in baita, suonati come pifferi, anche quelli di montagna, per solidarietà.

Immaginare i quattro lacustri – aspiranti tali, senza intenzione di prosciugare i laghi residui – acquartierati tra i canneti, tra cespugli spontanei, attenti intenti a auscultare il gracidare il gracidio delle rane ranocchi indigeni, mimetizzati tra piantine gongolanti di umidità, verdi di clorofilla, evitando quelle carnivore, molto carnivore e affamate, spesso assai.

Carnivori, come certi multimiliardari, che però affidano ad agenti d’immagine e uffici stampa messaggi da diffondere a reti unificate, tramite media mercenari, ai Popoli, ai giurati – chi giura di solito spergiura, recita a soggetto un copione falso, come le teste di Modigliani del 1984 – di certi premi screditati, scaduti, di latta anche arrugginita: siamo martiri per la scienza, interpretiamo la ricerca come fosse una missione. Missione segreta per conti segreti, alle Cayman.

Basterebbe guardare con poca attenzione, osservare, scansionare minuziosamente volti e occhi di queste persone così filo antropiche per sobbalzare, al cospetto di pose sguardi lineamenti, vagamente somiglianti a sembianze naziste del Mondo Prima – erroneaMente ritenute archiviate in via definitiva, via che non esiste sullo stradario della Storia – inquietanti impressioni, anche per la confidenzialità con la quale i sedicenti cani da guardia della Democrazia, scodinzolano invece fedeli ai piedi dei potenti globali, confezionando per loro familiari sigle da social e soprannomi da sciatto marketing cattura simpatie.

Per esempio, una certa K.K.: manca una cappa – cappa o spada – per il tris perfetto. Omettono in modo consapevole, calcolato l’identità dei veri Autori di alcune fondamentali scoperte per il bene dell’Umanità, con il difetto terribile dell’assenza del fine di lucro; Scienziati estromessi dalla cerchia degli idoli da mostrare alle Genti, in quanto non fidelizzati non asserviti, non plagiati plasmati al/dal sacro indiscutibile Dogma.

Siero per tutti, compresi i neonati; siamo passati nell’arco di pochi decenni dal tentato golpe del generale Borghese, a quello trionfale di general Siringa; deliri così palesi e lapalissiani da risultare saggi consigli illuminati, da buon pater familias, ché anche i generali, in fondo, tengono famiglia.

Non riusciamo ancora a valutare tramite voto – rigorosamente virtuale – se il paese abbia compiuto il fatidico passo in avanti – piccolo o grande, per le sorti del Mondo – sulla bocca del vulcano; un progresso, un processo, un profluvio?

Finire dentro una Lacuna, non solo culturale; frazione con innumerevoli segherie e aziende di legnami, ma con soli 41 abitanti; alcuni magari fan dei Lacuna Coil, sia in fase goth sia alternative, però metal, perché, volenti o nolenti, siamo tutti prigionieri del Delirium totale.

Meglio sedersi su uno scoglio di avvistamento a Otranto, al momento – non monumento – opportuno gridare ai villaggi: Mamma li Turchi o li Kataioti (non qatarioti), nel senso di quelli dal Katai, insomma i Cinesi; dalla via del Mare con seta o anche senza. Si stava meglio, quando forse in effetti stavamo meglio, a nostra insaputa, ma osservando il post – non sul web – anche il feroce Salatino per tacer del bello guaglione O’ Sarracino, brilla di luce quasi amichevole e confortante.

Come in certe memorabili lezioni del Maestro Manzi, il papà di Orzowei ‘corri ragazzo vai e non fermarti mai’, quando la Rai era davvero mamma e si premurava di garantire agli Italiani un’alfabetizzazione e scampoli di Cultura, il più possibile ampi accessibili comunitari. Sulla nera lavagna bastava aggiungere dopo la V maiuscola una muta, discreta h e come per magia compariva una Vacca, sacra per gli Indù, venerata anche qui da noi.

Se rispondendo in modo esatto a un test completo di cultura generale – la cultura, non quello di prima – otteneste in premio un lasciapassare per una serata al ristorante insieme alla vostra famiglia, siate attenti alle ordinazioni che pronuncerete ai camerieri: confondersi, sull’onda del sentiment del momento e dell’emozione è un attimo: gradiremmo del tinello tonnato.

A questo punto, dall’altalena ricoperta di muschio, meglio attendere l’emersione dal lago – quello invisibile ai droni e alle masse – della Creatura, di quel mostro nell’accezione latina che diceva di non essere pacifista, ma nemico della guerra.

Un autentico Mostro.

Istigatore privato

Pagina dell’istigatore privato.

Non investigatore, non il classico duro anche un po’ travagliato eroe hard boiler – o era boiled? – alla Sam Spade o Phillip Marlowe, maschi rudi a stelle, stalle montane, strisce e stelline cinematografiche nordamericane.

Nemmeno Dylan: Bob, Thomas o Dog.

Agente provocatorio, certo, non all’Avana, della savana, ma da una vana evanescente postazione, cameretta con vista su porzioni di Realtà.

Se fossi foco, magari fico; foco no, anche perché qualcuno mi ha anticipato di qualche secolo, poi per vocazione, più che Cecco, sarei Grisù, o in alternativa, Calimero.

Se fossi investigatore, sarei un Duca, Lamberti, creato dalla fervida fervente effervescente immaginazione con macchina scrittoria incorporata, di Giorgio Scerbanenco: un ex medico, radiato dall’Ordine per aver praticato eutanasia su una paziente terminale; reo di attuare non la cultura della morte, meglio comunque rammentare che il ciclo naturale la prevede, ma quella dell’umana empatia, della pietas, della fede, anzi fedeltà non in un dogma, ma nella filosofia di un certo Ippocrate.

Un istigatore, privato di diritto alla parola, istigatore all’osservazione, anche con la ragione più impura, all’uso spudorato sfacciato spericolato dell’intelletto.

Un freak – Elephant Man mi commuove ancora – freaks out nonostante Diane Arbus, ché ostracizzati da sale del ballo è fenomeno risibile, più preoccupante dai luoghi della Cultura, dell’Arte, della Bellezza.

Discriminato per utilizzo indiscriminato, o suo tentativo: dell’intelletto e del dubbio, soprattutto davanti al troppo ossessivamente reclamizzato.

Cerchiamo di non perderci di vista, in primis, noi stessi; non perdiamoci d’animo, né di panza, Sancho.

Tutto procede bene, andrà sempre meglio: crediamo ai messia dei sieri miracolosi, che non immunizzano, forse attenuano – per tacere di effetti imprevisti a medio lungo raggio nella grande Incognita, ma una sorpresa su cinque sarà per uno tra noi – però se avvampano di fiamme le isole del Mediterraneo, se tra i boschi del Comelico Superiore un lago un tempo ampio si riduce ad una pozzanghera, se l’Onu ammette che i gas serra in atmosfera mai avevano raggiunto questa concentrazione, negli ultimi 2 milioni di anni, scrolliamo con fastidio le spalle.

Fondamentale il lasciapassare verde, farlocco, per accesso privilegiato al Mojito Party.

Erogatori di benzina ricoperti da muschi e licheni, più simili a dolmen post litteram che a manufatti di tracotanza tecnologica, con cartello esplicito: fare il pieno è accanimento terapeutico (Massimo Bucchi docet).

Istigatore autorizzato a diffondere la Regola di Dudlé, dopo esplorazioni boschive in territori mistici, dopo ritrovamento della Stuà, diga lignea che incanalava torrenti impetuosi per affidare loro il trasporto di possenti tronchi fino ai villaggi a valle;

Regola di Dudlé, non Bublé Michael, non maRcelleria né Orosticceria, riFabbrica dell’organizzazione urbana e del consesso civile, non stravolgendo ma creando comunità cooperativa tra i Popoli e la Natura.

Alla faccia di resilienza e new green deal.

Area 51, astenersi cerca Tempo

Pagina degli Alieni.

Sono entrato mani e piedi nell’area 51, senza fobie.

O si tratta di una mia personale chimera, un miraggio, un’ombra tremula onirica.

Area 51, deserto del Nevada, la meta preferita da Ufo e Alieni, là fuori – molto fuori, di sicuro – dove nemmeno Scally e Mulder da X Files con passione, sono mai riusciti a trovare la mitica Verità, o brandelli di quelle che ricordavamo.

Non saprei dire né digitare, ma almeno un alieno, uno solo l’ho incontrato: me stesso.

Alieno con gli occhiali da sole in stile Cary Grant, ove risulti impossibile emulare quello stile e soprattutto essere Cary Grant; con anello magico non della Compagnia dell’Anello, la solita compagnia di giro della Terra di Mezzo degli Hobbit – nella vita bisogna coltivarne almeno uno, di Hobbit – anello dono prezioso del Negus, quello vero; capelli argentati, rarefatti sempre più, con fatti rari da raccontare, dentro radici tenaci, abbarbicate ora e sempre alla Vita e sue meraviglie.

Cercatori del tempo perduto, archeologi delle epoche d’oro, illusionisti di qualche Eldorado, umano, terrestre. forse universale.

Occasioni possibilità progetti perduti come troppi orizzonti nei quali la Fantasia avrebbe potuto tutto, o quasi: non rimpiangerli, come canti filosoficamente Tu caro Franco, ma quanto Tempo speso male che non tornerà.

Panta rei, Peter Ray: il fiume è sempre lo stesso da millenni, eppure l’Acqua, uno dei pochi elementi veri e fondamentali, sa rinnovarsi in ogni istante, placida o impetuosa, fresca, brillante anche quando il parassita bipede la offende, la inquina, crede di poterla piegare schiavizzare sfruttare a piacimento.

Sciocco uomo, vane le tue leggi, inique quando si allontanano dai confini della Natura.

Apulia, Atene: gli Aedi con la cetra comincino subito a comporre inni, a innalzare verso il cielo peana per celebrare l’apoteosi olimpica; i paesi del Mediterraneo bruciano ardono letteralmente, non solo di passione, ma le adorabili Caretta Caretta, nonostante tutti gli agguati letali che nei decenni abbiamo teso loro, preferiscono le nostre coste, i nostri mari – nostri in comodato d’uso – per allestire nuovi nidi, per allargare le famiglie. Ci accordano stima fiducia cortesie al momento immeritate, salvo smentite, salvo eccezioni lungimiranti e meritorie.

Petit Marcel, assieme a Te non ci sto più, la tua ricerca è troppo impegnativa; passerò a casa di Guy, magari almeno lui ha escogitato una chiave, una tattica, una formula letteraria per scandagliare, per recuperare, per improvvisare no – già troppi improvvidi improvvisati – per capire, o intuire briciole della realtà, del Mondo e degli uomini.

Questa non è una crisi sanitaria, non solo; la vera emergenza riguarda la ragione – lumi spenti, altro che scetticismo anti scientifico – e forse come sostiene con acume Ferrante, Ludovica, ancora di più lo Spirito; la carne è debole, lo abbiamo capito lo sperimentiamo di continuo dall’alba del percorso, ma lo spirito del tempo è addirittura loffio.

Se riuscissi ad ignorare con distacco ironia atarassia le premesse errate ipocrite false dei discorsi pubblici, se potessi cancellare la velenosa politica dei social media – ancora non sono riuscito a comprendere la loro utilità presso i Popoli – capaci di diffondere la propaganda pro carburanti fossili, mentre tutti professano la loro anima – animaccia de li mejo – verde pronta però a censurare i dubbiosi raziocinanti, se con uno sforzo di volontà riuscissi a non registrare che gli Alberi sono morti e forse anche Gea furente non se la passa troppo bene; stendo un tendone di pietà sul governicchio della fasulla transizione ecologica, quello delle scelte epocali e rivoluzionarie, così avanti da essere riuscito a inventare le trivelle sostenibili e nuove deroghe ad libitum ai peggiori pesticidi nel settore agrario. Forse, lorsignori e famiglie, sono per costituzione – non la Costituzione – tecnicamente immortali.

Ignorando questo e molto altro, raggiungerei non il Nirvana – nevermind – ma una certa quota astrale di serenità, un equilibrio cosmico, funambolismo universale.

Un giorno raggiungerò Asmara, seduto al Caffè Italia incontrerò l’ombra della mia identità, inseguendo Antilopi sull’Altopiano, aggiungerò raggiungerò forse nuovi Sogni.

Nella mia piccola anima.

Grazie.

Ultra mega iper

Iper immune a me? Iper immune sarà lei, con tutta la sua discendenza, fino alla terza generazione; generazioni ravvicinate di terzo tipo.

Iper immune a chi, a cosa? Iper immune, impermeabile all’ironia, come certi scienziati a gettone, molto social poco collaborativi, pochissimo colLaboratori: frequentano più twitter delle sudate carte, più tik tok dei sudatissimi esperimenti; ironia codesta sconosciuta – εἰρωνεία mia, non esagerare o Ti ammonisco per dissimulazione – , la sparano grossa, la pietra, poi nascondono la mano, infine – canovaccio consunto – con la maschera tragica degli incompresi, si lamentano di essere stati travisati; se indossi maschere, il travisato sei tu.

Iper immune, deve essere una nuova peculiarità dei parlamentari italopitechi, quelli che votano in modo compatto e disciplinato leggi e provvedimenti che non leggono; o non li leggono – forse non sono pratici di letture – o non capiscono, tertium non datur. Votano norme incomprensibili illogiche incostituzionali, come se slavinasse; senza un fremito senza un battito di ciglia né del cuore, ché fossero talvolta esposti al batticuore forse non avrebbero cuore di approvare a cuor leggero sempre contento certe misure per misure irricevibili, inumane. Delle quali mai – e dico giammai – sono pronti ad assumersi responsabilità, politiche civili penali; del resto, persino i loro fidati fedeli fantomatici aiutanti, i famigerati portaborse e/o galoppini, lavorano al nero, non di seppia, purtroppo.

Iper immuni, ai codici alla legge fondamentale, alla deontologia, quella dell’onore della dignità del rispetto: della Vita e dei suoi cicli naturali; il rimedio iper immune naturale sarebbe quasi a costo zero, mentre quello artificiale, griffato brevettato dalle multinazionali costa un occhio della testa: volete mettere però, quanto risulti più trendy?

Iper immuni all’invasione degli ultra centri commerciali, dei mega mercati globali; ove fuggire quando nel Mondo Dopo si è ormai consolidato il passaggio dalla paura dello spazio vuoto – tipica dei nostri avi Latini – , al suo più spaventoso opposto?

Iper immuni agli hacker, ma solo se tentano di intrufolarsi dalla Russia con amore, quelli nostrani sono innocui e poi da quando le nostre identità digitali analogiche fisiche civili sono disponibili e soprattutto commerciabili coram populo – attendevo da tempo l’occasione per sfoggiare un po’ di latinorum, dopo tutto questo dispendio di albionico idioma ad minchiam – cosa volete che sia? Terrorismo, solo quello diffuso mediaticamente, per occultare vergogne istituzionali e politiche.

Complottismo a geometrie variabili, complottismi a orologeria, complottismi selettivi: da esibire o deridere alla bisogna.

Iper immuni al concionare filosofico, ma terribilMente pratico del Filosofo lagunare, simpatico ai micro poteri, quando contiguo e/o organico (composto organico?) al sistema, meglio se solare – l’aggettivo più abusato per sciatti coccodrilli pre confezionati: iper esecrabile, mega condannabile se critico e/o, peggio mi sento/peggio per lui, dubbioso tentennante tintinnante nella speculazione intellettuale sulle contraddizioni e sulle clamorose falle dell’impianto generale e del generale, quello caro al Palazzetto.

L’offerta è super, anche se nel titolo e nei patti non figurava, il risparmio mega, l’occasione ultra, il fesso iper non solo testuale, nel senso dell’ipertesto, in assenza di capolavori letterari; convenienza garantita, da chi e soprattutto cui prodest? Il latinorum abbonda nella bocca degli intrallazzatori e degli sciocchi, meno male che qui si digita.

Iper immuni – per somma fortuna – alla logica aristotelica, come direbbe l’amico radicale Maurizio Bolognetti: comparare le mega cifre sanitarie tra questa estate e quella precedente, scoprire ultra novità, sorprendenti, nonostante il siero miracoloso.

La vera clausura definitiva riguarda solo le capacità cognitive del popolo, ma il tesserino verde – ultra mega iper verde – concede le libertà, alcune: esclusive – assai esclusive – selezionate per voi dall’Algo algido Ritmo:

libertà concesse con spirito liberale, come concesse erano le costituzioni ottriate dai re illuminati nell’800 di qualche secolo del Mondo Prima;

ultra iper mega Estate 2021, per gentile concessione: è qui la festa?

ConCeduta!

Stress Test

Pagina del test, stress test.

Vita nova nel novo mondo, quello del dopo, pieno di stress, riservato non più a colletti bianchi in doppio petto e cravatta, esteso democraticamente a tutti – lo stress, sia chiaro, non lo stipendio: non venite poi a manifestare con cartelli – carrelli del supermercato, sempre utili – contro qualche regime, immaginario, perché si sa, la dittatura peggiore comincia sempre dentro noi stessi.

Diceva un vero guerriero: l’arma più potente nelle mani degli oppressori è la mente degli oppressi.

Stress test, da non confondere con lo strass, anche perché sono anni che dalla scalinata in piazza di Spagna, non scendono dive né si arrischiano donne, sotto stelle spente o accese. Todo modo, stress strass sempre di roba e ambiente sintetici si tratta.

Siamo tutti un grande popolo di crash test dummies; avete certo contezza dei dummies, simpatici – magari vagamente anonimi e impersonali – manichini, utilizzati dalle grandi aziende automobilistiche quali cavie all’interno dei nuovi veicoli in produzione, per verificare la sicurezza del mezzo. Spesso – poveri inanimati fantocci – sono destinati a una fine nota, non per questo meno orribile. Davvero, non vi sentite anche voi empaticamente coinvolti, affratellati ai dummies, vittime dei complotti universali delle lobby del trasporto privato? Privato di umanità, privo soprattutto, non schivo nemmeno boschivo, ma temo si fatichi ormai a cogliere differenze sfumature peculiarità.

Per un dummy, scarto della cruda truce realtà, il domani può riservare solo sfracellamento o terribili mutilazioni permanenti, per lui il futuro è un terno al lotto; avete mai tentato la sorte, gentili bipedi, all’Eterno al lotto, quello al banco del?

Il Medioevo è trandy, è fico, è sexy: talvolta, mi chiedo come mai non mi abbiano conferito ancora medaglie d’oro al valor civile, per tutte le vite che ho salvato dalle stragi, stragi che vorrei commettere quando leggo o sento sedicenti scrittori/letterati/intellettuali/giornalisti esibire la propria cultura pop, con trovate da bassissima lega markettara.

Magari vivessimo nel Medioevo o Evo di Mezzo (Tolkien docet?), anche se in fondo tutti noi viviamo sempre in mezzo a un evo, epoca di passaggio mutazioni mutamenti mormorii mormorazioni morie cambiamenti; non lo percepiamo, ma la colpa non è certo scaricabile sul periodo storico.

Se non credete a me – e fate bene! – crederete a un vero storico: Alessandro Barbero. Il Medioevo buio brutto sporco cattivo, foriero solo di ingiustizie catastrofi disgrazie, lo abbiamo inventato noi, non furono secoli oscuri, la gente, nonostante la durezza della quotidianità, non era nemmeno ipocondriaca, né attanagliata da orribili paure fobie preoccupazioni o angosce, per l’incombere dell’anno 1000. Barbero garantisce di avere recuperato contratti di locazione, sottoscritti nel 999, a pochi mesi dal balzo nel millennio successivo.

Sempre lo storico, docente/romanziere più televisivo, mediatico (a sua insaputa) del nostro strano tempo rammenta, con discrezione, che il forzatissimo parallelo tra le epidemie del Mondo Antico – la peste, non necessariamente di Camus e/o Manzoniana, in primis – e la nostra ‘adorata’ pandemia, non regge alla prova della Storia, dei concreti fatti, dello stress test: le malattie di quelle epoche uccidevano in fretta anche un terzo o metà delle popolazioni; la paura tanto evocata dai media per screditare gli scettici del siero è poco più di un escamotage banalissimo e sciatto; la vera parola chiave della contemporaneità è sicurezza, una autentica ossessione per noi ‘moderni del III millennio’.

Ogni tema, ogni argomento è stato relegato in secondo piano, a ballerino di ultima fila, a comparsa silenziosa, come quelle che magari vengono uccise o sono già morte nella prima inquadratura del film: sicurezza sicurezza, primavera di bellezza, dolce chimera sei tu. Gerarchie ribaltate, in nome di uno pseudo valore, se solo considerassimo – stiamo sereni, gente – che siamo ontologicamente imperfetti, limitati transeunti, talvolta, unti chissà se da qualche Signore, autentico però. Auspichiamo risposte affermative, astenersi da quelle positive, per evitare complicazioni complicanze condoglianze.

La gilda degli speziali fabbrica rimedi magico taumaturgici del costo di produzione pari a tre zecchini neri (di rame) a boccetta, ma li offre sul mercato al modico prezzo di 24 zecchini, d’oro: pretende dal podestà il riconoscimento araldico di benefattrice della Città.

Una cortese madama mi apostrofa: o grullo, placa il tuo vano sbraitare, quando vai dal fornaio tu te, ti lamenti per il ricarico? Replico: venerabile Madonna, Maremma benedetta, l’argomentare tuo parrebbe fuori sesto, ma se Tu sei contenta, godi e buon pro ti facciano, la focaccia e il siero miracoloso; passerò per bischero, pazienza, non possiamo tutti essere gran dottori.

Attendiamo impazienti il Rinascimento novello, l’invocato neo Umanesimo, anche se ogni umanesimo vanta il proprio neo: come il Medioevo, anche l’Umanesimo soffre di fantasiose ricostruzioni, di fama buona o cattiva più o meno meritata, più o meno veritiera.

Colombo, non l’inventore di ritrovati lapalissiani, Cristoforo, pose piede sul nuovo continente (per noi ingenui) e chiuse il sipario sul Medioevo.

Andò davvero così?

I progressi scientifici, i tumulti delle civiltà e quelli sociali, lo sviluppo impetuoso dei commerci e quindi una circolazione maggiore di denaro e ricchezze, le invenzioni rivoluzionarie chiamate sestante e bussola, arrivarono di colpo? Come colpo di teatro, per dare un colpo fatale e finale al periodo tenebroso?

Il Rinascimento, caro Leonardo, fu la coda del Medioevo, la figlia legittima e prediletta di primo letto dell’Evo di Mezzo o un’Era Intonsa, fresca di conio, di zecca, di fucina, di bottega di arti e mestieri, di narrazioni di abili poeti cantori menestrelli?

Ai Dummies questa e tutte le altre, ardue risposte; sono certo poco loquaci, però pare siano immuni, almeno loro, allo stress.

Anche senza sorseggiare Cynar.

Uomini o caporali (colonnelli)?

Lacrime nel vento, lacrime sotto la pioggia.

Diluite dalla pioggia, non cancellate. Come l’etereo volto di Rutger Hauer nella ormai storica scena finale di Blade Runner, pioggia torrenziale che tra l’altro sarebbe stata utile per domare l’incendio ai Bastioni di Orione, a Troia assediata, a Roma, rogo che costò la reputazione al povero Nerone.

Il cittadino ciclista è la sciagura peggiore che possano immaginare gli amministratori delegati delle multinazionali del libero regime – libero il regime, di fare come gli pare e piace – neoliberista globale: una iattura, una catastrofe in grado di sbaragliare strategie di marketing, di abbattere raffinati giochini di borsa, di azzerare i lauti dividendi spesso esentasse in quanto non tracciabili (altro che green pass) dei soci della compagnia; la bicicletta è con le sue ruote l’inciampo trascurabile che manda a rotoli il sistema, il piccolo ingranaggio che con i dentini ai quali si aggancia la catena manda a gambe all’aria l’ingranaggio ciclopico del Mercato, il mezzo di trasporto più detestato e temuto nei consigli d’amministrazione. Il ciclista di solito è orientato alla convivenza pacifica, viaggia senza inquinare, adora gli armonici equilibri della Natura: converrete anche Voi che non esista un nemico più perfido per l’IperFondaco globale?

Non so se gli Androidi sognino davvero pecore elettriche – chiedetelo a Philip K. Dick – talvolta mi chiedo quali siano i sogni dell’Umanità nel Mondo Dopo, mi auto interrogo anche su quali siano i miei sogni. Calderon, oh Calderon, Tu dalla barca, potresti suggerire qualche nuova fantasia, all’altezza delle tue? La vida es sueno, ma questa somiglia più ad un incubo, da mancata o complicata digestione, post simposio luculliano. Per ingordigia indecente, ci siamo pappati tutto il Pianeta, a occhio sulle croci, la cuenta – por favor – sarà salata assai.

Lo spunto gustoso – non lo spuntino – offerto da Alessandro Bergonzoni con una sua brillante spigolatura dalle pagine di Robinson: quello che ci riguarda, quante volte ci ha già guardati sorvegliati vegliati? A forza, di guardarci, non si è ancora stufato? Abbiamo scoperto, incredibile nevvero? che il Popolo dei Castori è abilissimo nell’ingegneria idraulica, potrebbe aiutarci a risolvere tanti ormai famigerati problemi, vicino ai fiumi e ai laghi: abilissimo, non miracoloso; il resto del lavoro, spetterebbe, finalmente, all’Uomo, ridestato dal lungo inspiegabile sonno. Della ragione, in primis.

Come fa notare con arguzia Stefano Massini o come lo interpreto secondo esegesi mia personale: siamo passati dal piccolo spazio pubblicità delle Bollicine di Vasco da Zocca – o dall’intero cd degli Afterhours a disposizione per promuovere un’azienda, invece di sprecarlo per una musica inutile – allo spazio a pagamento; attenzione, non per tutti, con buona o cattiva pace, eterna, dei romantici Pirati del cosmo della nostra infanzia. Voli spaziali, poco pindarici molto esclusivi, solo per i riccastri della Terra, quelli che obnubilati dai conti bancari si reputano dei di un qualche olimpo di ordine minore, quelli che – hai visto mai – fosse vero che Gea presto deciderà di espellerci dal Suo regno, tentano di raggiungere mete alternative. Immoralità, di livello siderale, senza la bellezza delle Stelle.

Mentre in Israele, dopo il quarto tsunami virale, hanno inaugurato – primi al Mondo, record olimpico – il terzo girone di inoculazioni – perché il siero miracoloso è ancora in fase di rodaggio, miracoli sì ma a tassametro – alle nostre obliquitudini, registriamo con soddisfazione il cambio di passo della comunicazione istituzionale. Dal macabro ‘ricordatevi che dovete morire, voi’ con annesse parabole belliche, al tono piacione e festaiolo per lanciare nell’etere il nuovo claim vincente: no vaccini, no party!

Più del dovere civico, potè l’irrinunciabile voglia estiva di movida.

Questo colpo di genio, unito all’arrivo nei bazar virtuali del nuovo gioco prezioso, ottimo per la stagione – il Cantacovid – ha mutato le sorti i destini gli orizzonti, della pandemia non si sa, ma degli incorregibili vacanzieri di sicuro. Compra anche Tu il Cantacovid, il karaoke connesso a Tik Tok, già virale nell’Universo, per divertirti senza limiti, né Great Pass nelle lunghe sere d’estate; invita anche tutti gli amici, tutto il quartiere, nemmeno l’afa (o l’aifa) potrà fermarci – chi fermerà la musica, anche se l’aria diventa elettrica?

Se tutte queste lodevoli iniziative non dovessero ottenere gli effetti auspicati sperati programmati ai tavolini delle buvette governative, nessun timore:

si passerebbe dal governo tecnico di salvezza delle anime e unità d’intenti particolari, a uno nuovo, più energico più marziale, come da desiderata di certi aedi mercenari che vagheggiano città pavesate, ma blindate militarmente e lunghe marce popolari per raggiungere i poli, d’inoculazione. Anche perché gli altri, nel frattempo, forse saranno già liquefatti e perduti per sempre, come certe belle patrie.

Uomini lo eravamo un po’ meno da un po’, ma uscendo dalla farsa dei caporali – kapò, come diceva quel Caimano – di giornata, per giungere alla tragedia smascherata della Giunta dei Colonnelli, almeno guadagneremmo qualche punto in chiarezza, dell’immagine, delle prospettive.

Si sa, i colonnelli rivendicano – anche da sobri – pieni poteri e vantano carta bianca.

All’immensa, eterna anima di Totò, compete per meriti artistici la risposta: adeguata e definitiva.

Rebus enigmi misteri

Pagina del Rebus più grande del Mondo: l’Umanità.

Servirebbe a illuminare se non la soluzione almeno i contorni, i profili, le sagome – che sagome, questi bipedi! – una storiellina sufi (tutti saprete chi sono i monaci sufi, giusto?) su angeli e demoni, no mi correggo se sbaglio, e sbaglio alla grande immodestamente: un diavolo e un demone a passeggio vedono una scintilla di Verità cadere dal cielo; subito un uomo si precipita a raccoglierla e resta affascinato dall’intensità e dalla pura chiarezza della luminescenza di quel frammento cosmico; il diavolo, il povero diavolo, chiede al demone se non sia almeno in parte preoccupato; il demone con tranquillità, quasi noncuranza, risponde che davvero non serve agitarsi né allarmarsi perché in breve tempo quell’uomo e i suoi simili trasformeranno la preziosa scintilla in un opprimente dogma.

Cosa dovrebbe insegnarci questa parabola, della scintilla di Verità? Chiedetelo ai monaci, cribbio, già non decodifico me stesso, non pretenderete che vi offra – a gratis, tra l’altro – interpretazioni e risposte alla complicatissima realtà circostante; anzi, realtà multiple per universi multipli.

Il multiplo dell’Universo quale risultato finale ottiene? Mistero. Non dite infine che manco di generosità: al rebus ho aggiunto con solare munificenza anche un fantastico mistero, per tacere discreto dell’enigma, ma mastico poco il francese. Pardon.

Su Marte c’è o c’è stata vita? Vita sempre secondo la nostra logica limitata terrestre, secondo, ma prima e soprattutto dopo, ci sarà tantissima Vita, infinite forme di esistenze che i nostri piccoli occhi mortali non vedranno; comunque, dai laghi essiccati, ai rettili mutanti e camaleontici, a incomprensibili onde radio, anche Marte nonostante l’invasione delle nostre ultra sonde e ultra robottini esploratori del Cosmo, resta un mistero inesplicabile. O si tratta di un enigma, magari un rebus, però universale?

Quante dosi, figliolo? Non si fa in tempo a creare una santa religione dopo opportuna costruzione di un Dogma del Siero miracoloso – tanto che San Gennaro ha tuonato come fosse un vulcano presso le sedi competenti – che i soliti scienziati idolatri, ma scaltri, hanno già cominciato a mettere in dubbio l’efficacia dei portenti contro le varianti con inziale Delta: serviranno nuovi, innumerevoli, periodici rinnovi del patto con il Demone di cui sopra e con le sue arti cerusiche. Chi sopravviverà, vedrà. Forse, crederà, convertendosi, non necessariamente in questo ordine di cose, pensieri, parole, azioni e del Mondo. Enigma.

Nel Mondo Prima, nelle arti e nei mestieri, esistevano codici deontologici, forse fallaci, perfettibili, talvolta ipocriti, poco critici molto falsi, per tutelare dignità e riservatezza, diritti umani inalienabili delle Persone coinvolte; oggi, i fabbricanti e gli spacciatori di narrazioni della presunta realtà non esitano per qualche oncia d’oro in più, a spiattellare rivelare gettare in pasto al pubblico più belluino e delirante, i dettagli più delicati di ognuno, meglio se attinenti a morbosità efferate su casi umani o che vedano come vittime Bambini; da deontologia a scelta dei deodoranti da supermercato, per coprire gli effluvi maleolenti, della a moralità, della ferocia mentale, della assenza, di umanità in primis.

Vorrei deambulare allegro per i 62 chilometri di portici – patrimonio artistico dell’Umanità – del centro storico della dotta godereccia Bologna, trastullandomi con l’ascolto di filosofi illuminati che discettano di pandemie virali e virologi certo competenti in qualche materia, mentre con passione discutono di Heidegger ed esistenzialismo; vorrei essere lieto come un Arcobaleno che in un baleno allieta e fugge via; vorrei che i miei pensieri fossero sempre liberi e vagabondi nel Cosmo, come frequenze di Radio libere e ribelli degli anni ’70, del 1900.

Riuscirà l’Uomo, giunto all’ultima missione, a svelare il mistero, sciogliere l’enigma come fosse il Nodo laocoontico o gordiano – meglio senza spade, anche se ne ferisce più la tastiera che la catapulta – a risolvere il rebus più grande del Creato?

Forse, ma a spanne, sarebbe meglio si astenesse, sportivamente. Pellegrinamente, come una Nuotatrice olimpica che dopo 20 anni dedicati alla disciplina e 5 finali olimpiche, percorre l’ultima vasca della carriera con gioia serena, con gratitudine:

sorridendo a ogni bracciata.

Vagando, tra parassiti e vocabolari

Quella sottile differenza, quella sottile linea di confine – mentale, quella impercettibile accezione, sfumatura lessicale, significato.

Approvare, come da etimologia latina: ammettere per buono, abile, riconoscere idoneo a; difficile ipotizzare equivoci.

Autorizzare, come sopra, nel senso della ricerca pervicace dell’origine etimologica: dal francese autoriser, a sua volta giunto dal vituperato medioevo – gallico – auctorizare, concedere facoltà di fare qualcosa, giustificare a compiere una certa azione.

Eppure, oceani lagune d’incomunicabilità, spazi incolmabili di egotismo e faziosità ideologica ci impediscono – in perfetto connubio con preoccupanti ondate sempre più vigorose di analfabestismo funzionale e di ritorno e di riporto – di dialogare e soprattutto comprendere, non solo la complessa realtà del Mondo, la Natura, ma dei dialoghi, delle parole tra di noi, sedicenti umani; non citiamo poi il linguaggio scritto.

Una persona a me ignota, virtualmente mi ha caldamente consigliato con tono sprezzante di consultare il vocabolario più spesso; accolgo volentieri questa sferzata, anche se la stessa persona non sa che non trascorre giorno senza che io chieda il prezioso ausilio del volumone vero cartaceo con all’interno i significati di tutte le parole o quasi; anche se, proprio questo mio salace saladino salatino, cioè – pardon – salace critico, non percepisce la chiara enorme differenza di significato tra approvato e autorizzato.

Non sembrerebbe impresa ardua la comprensione, eppure. Forse i participi passati possono risultare spiazzanti nel Mondo Dopo, basato su frullati di eterno un po’ ripetitivo stucchevole presente; mentre almeno in questo campo, mi vanto di essere competente e assai efferato: quello dei passati, nel senso di antichi, datati, arcaici.

Ché la vexata quaestio riguarda ormai il mono argomento, non avrai in questi anni altro pensiero al di fuori di esso: il virus pandemico; non credo ai bugiardini scritti dagli stessi fabbricanti del siero magico perché, è cosa nota e giusta, come da loro nome tecnico, i bugiardini mentono per definizione (anche nell’unico caso in cui affermano il vero); mentono quando ammettono pubblicamente che il miracoloso risultato dei loro sforzi compressi in pochi mesi, è stato bollato dalle autorità competenti – auspicabilmente dovrebbero esserlo e magari essere indipendenti dai giudicati – come autorizzato con procedura d’urgenza (carico da 11!) e non approvato; non approvato.

Ammissione a denti stretti, lontana da quella rubrica dell’Enigmistica – la Settimana – intitolata risate a denti stretti, perché in questo caso specifico, in questo ambito che coinvolge la salute di tutti i Popoli del Pianeta, da quasi 2 anni, mi sembra ci sia poco da ridere.

Per tacere dei mutamenti climatici che stanno accelerando la crisi ambientale: catastrofi sempre più frequenti – alluvioni e tempeste fiammeggianti, almeno alle immagini della tv crederete – carestie, al punto che dopo mezzo secolo di sonnolenza, perfino dentro il palazzo di cristallo dell’onu, qualcuno si è ridestato dalla lunghissima pennichella, per lanciare un monito, prevedibile e tardivo: l’Umanità rischia l’estinzione. Nel frattempo, per par condicio, bruciano all’unisono il Canada e la Siberia, verso la quale nessun dipendente potrà più essere destinato per punizione dal titolare dell’azienda, a smerciare ghiaccioli.

Non finirà il Mondo, meglio essere di una chiarezza spietata o crudele onestà: il Mondo semplicemente troverà nuovi equilibri, nuovi cicli armonici, una volta eliminato in modo definitivo il parassita chiamato Uomo.

Quasi rimpiango il tempo dolce delle televendite del duo Wanna Marchi/Mago Do Nascimiento: una coppia di imbonitori, di imbroglioni, però onestamente veracemente palesemente riconoscibili; se poi qualche furbacchione ha voluto farsi truffare, volpino lui.

Dovremmo ispirarci all’omelia di don Massimo, relativa al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci per sfamare una folla inaspettata di affamati, di Parole e companatico; il vero miracolo non è stato solo la moltiplicazione, ma la cura e la raccolta dei frammenti di cibo caduti nell’erba, da conservare per nutrire gli affamati il giorno dopo, la preoccupazione e il riguardo per gli avanzi e per gli ultimi degli ultimi; come farebbero Gioacchino e Anna perché in ogni nonno arde una scintilla divina, perché il vero amore è prima di tutto rispetto, respectus, dal verbo latino – aridanghete! – respicere, guardare indietro, curarsi di quelli che arrancano annaspano non tengono il passo.

Oggi viviamo immersi nel flusso costante e inarrestabile delle menzogne e delle insidie; come non fidarsi dei grandi professionisti dell’informazione che accusano quella sporca dozzina di professoroni o ricercatori – certo già radiati da ogni albo, come ha scritto un sedicente scrittore prezzemolone – rei di fabbricare i due terzi delle mozzarelle di bufale sui sieri magici, con lo scopo di lucro/profitto, mentre siamo consapevoli che le multinazionali sono associazioni di dame damigelle damine, di carità?

Come non fidarsi, altro esempio frequente ma casuale, di quel generalone che con tono affettuoso e paterno rassicura tutti noi?

– Viviamo in un paese libero, ma a settembre pretenderò sulla mia scrivania l’elenco completo di quanti non sono d’accordo (cit.).

Senza discutere.

Guerre certezze merletti

Venezia, la Luna e Tu (tu, nel senso di lui, quando c’era lui)?

Venezia, non la magica unica città su palafitte che ci siamo giocati tra mostri turistici del mare e trivelle sostenibili, ma il palazzo e anche la piazza, capitolini: balconi panoramici e adunate oceaniche; gli oppositori si mimetizzavano bene, anche i favorevoli però, soprattutto un minuto dopo la caduta.

I proclami del governicchio diffondono panico e malcontento; dobbiamo sorbirci come amaro calice l’accozzaglia dei migliori, quelli che recitano – con scarso talento – ogni giorno di più scene obsolete, da Cinegiornale Luce, che avremmo preferito rimanessero sepolte negli archivi storici e nelle teche Rai.

Credere, obbedire, inocularsi; chi non si inocula è nemico della patria e sarà passato per le armi seduta stante, stante la comoda seduta degli ex servitori dello Stato e dei Cittadini, servitori arroganti che vollero farsi padroni, imperatori, dei di tutto e soprattutto delle vite, di Tutti. Costituzione e Democrazia, queste sconosciute; chi può, si compri o inventi la Macchina del Tempo e se ne vada nell’Atene del V secolo, prima: non solo del Mondo Prima, proprio prima dell’avvento del Cristo. Chi crede, vedrà.

Pericle, chi sarà mai stato costui?

A proposito, caro Giudice di Berlino – ove per la cronaca non vige obbligo di dosi, né lasciapassare – o caro Giudice di Norimberga – Dike ingolfata, nel Mondo Dopo – nelle rare pause ricreative seguite anche voi la docufiction Virology? Ciancio alle bande, alle masnade, alle intruppate politico affaristiche: procurato allarme e falso ideologico, soprattutto da parte di figure istituzionali, potrebbero configurarsi quali reati di rilevanza penale? Nel senso del bagno, tipo Cayenna, senza sete di vendetta, senza animosità, con tanta fame arretrata di giustizia.

Qualcuno sosteneva fosse molto più facile ingannare un popolo che dimostrargli di essere stato gabbato. Anzi, di solito, i dubbiosi e gli scettici, o anche solo coloro che tentano di ragionare, si ritrovano appiccicate sulle vesti lettere scarlatte, gialle stelle dell’Orsa Minore, condanne a ghigliottine e roghi in piazza che verranno presto rispolverati e riallestiti, con l’approvazione e il tripudio delle folli folle fallaci.

La Storia povera Maestra, rimasta senza Alunni (del Sole): sconfortata per i renitenti i reticenti i repellenti della Memoria, ha deciso di scappare, da Scuola, lasciando però un messaggio, sulla lavagna: “Tanto mi avevano già cancellata”.

Yoghi Bubu il Ranger, che bella vita bucolica – senza offesa – laggiù nel Parco di Yellowstone; a proposito cari Orsi, forse almeno voi sarete in grado di ascoltare dialogare comprendere; dalle elementari (quanti esperti avrebbero bisogno di ripartire da quelle) in poi, le mie Maestre, i miei Docenti, hanno sempre posto come premessa fondamentale di ogni materia, ogni disciplina Tre semplici principi, così puri limpidi intuitivi che potrebbero capirli perfino tutti i fenomeni dei media italopitechi: non si fa minestrone di argomenti di natura diversa, ma non si ragiona per compartimenti stagni; credo a niente, a meno che non mi si dimostri solidaMente il contrario; la scienza non è… una scienza esatta, tantomeno un dogma, procede per tentativi e fallimenti (spesso sono più importanti i fiaschi, non solo quelli colmi di prelibato vino).

Legalizzati non solo la metafora e il gergo bellici, ma anche le misure peculiari dei conflitti brutali, siamo davvero nella pugna; se potete, se ne avete voglia, a/e Volontà: siate soldati, ma dell’Estate, e guerrieri patrioti del/per il Sole, chi oggi resisterà alla violenza e alla mestizia, meriterà davvero l’affetto ecumenico delle Donne e degli Uomini del Futuro.

“Avete dei dubbi?”; “Ho sempre dei dubbi, le certezze granitiche portano spesso dritti al cimitero; e una guerra, anche contro un esercito meno attrezzato del nostro, non è mai una passeggiata”. (Una donna di troppo, Giorgio Ballario – Edizioni del Capricorno).

Se alla fine, avvertirete impellenza invincibile di magici intrugli per riposare sereni, cercate on line il logo arsenico&vecchimerletti, e ordinate presso il gran bazar virtuale il nettare delle adorabili Sorelle Brewster:

è davvero portentoso!

Deliri roghi deserti

Sospesi, appesi, coesi; forse.

Vivere tra coloro che sono sospesi, nel limbo, nel purgatorio; sopravvivere tra coloro che sono appesi, come gustosi salami suini, in attesa di affettatrice; sopravvissuti come sull’isola del tesoro dopo un terribili naufragio, coesi ma sperduti, auspicabilmente lontani da questa onorata società del Mondo Dopo.

Sospesi, come diritti universali inalienabili: gli oscuri poteri ancora non lo dichiarano pubblicamente, ma la sospensione definita temporanea, è solo un lungo passaggio intermedio con la prospettiva dello spegnimento finale e definitivo.

I poteri oscuri hanno pazienza, il logorio è talvolta invisibile impercettibile ma più costante e corrosivo della goccia d’acqua che scava la roccia; con una differenza palese, lapalissiana – a posteriori, nei posteriori soprattutto – la goccia crea sculture e comunque resta fonte di Vita, il logorio dei servitori del buio innesca guerre tra umani, lascia in eredità macerie desolate, aridi deserti salati, senza più speranze, nei quali perfino i miraggi non trovano più cittadinanza, né accoglienza.

Sospesi sui fili, a più di cento metri dall’asfalto mefitico, bandiere nel vento radioattivo di città fantasma, come cantava un tempo il Poeta iberico; ghost town, febbre dell’oro ci hai rovinati ché l’illusione del benessere e dell’accumulo – tumulo – è sempre premessa di rovina garantita, se non hai chiaro dentro di te la definizione esatta, perfetta di cosa sia davvero ricchezza. Vado a fare fortuna, si diceva baldanzosi tracotanti superbi nel Mondo Prima, ma spesso è la Fortuna che gioca con i destini degli ignari ignavi inani – da non confondere con i Nani da giardino, sette per sette Sorelle cenerentole; la caligine della ruina e di Kronos ricopre tutto e tutti, se le azioni non seguono la rotta astrale delle energie universali.

Chiedi a Erodoto chi fosse Serse il condottiero, quale esito maturò nella eterna tenzone tra Hybris e Dike; spade contro bilancia, bendata. Puoi decidere di disprezzare i tuoi simili, puoi decidere di ignorare le forze della Natura, convinto che scavare montagne e mutare il corso dei fiumi ti renda invincibile, onnipotente: tanti cari ottimi auguri, mentre Auguri Aedi Lacché mercenari intonano lodi sempre più sperticate, sempre più celebrative.

Di solito, la celebrazione, è l’ultimo adempimento formale prima della tumulazione.

Celebrare il G8 genovese di 20 anni fa, doveroso, nevvero? La lezione fu chiara, all’epoca solo lezioni in presenza, decisamente più efficaci: colpirne 50.000, inermi a braccia alzate, per educare gli altri 8 miliardi; per terra, sulla Terra il sangue i denti le ossa frantumate a manganellate, insieme ancora e sempre agli stessi tumori, oggi metastasi: finanziarizzazione dell’economia, scomparsa dei diritti dei lavoratori e dei cittadini, globalizzazione inumana, satrapia totale delle multinazionali. Ottimo lavoro, non si può negare, nemmeno oggi.

Osservate le foto per favore, create da voi un collage o un puzzle, come fosse un giochino, non troppo divertente, in verità: senza riferimenti a fatti persone cose leggi governi attuali – o invece proprio così – provate a distinguere (un bravo con lode senza bacio accademico) le facce, le espressioni peculiari tra i vari generali della Terra dell’ultimo secolo; evidenziate le differenze in quel coacervo di torve pose marziali, mostrine sontuose, stellette a go go, parole e azioni autoritarie, draconiane, senza l’ombra di un sorriso, di un pentimento, almeno un dubbio.

Caro Bobby, hai meditato sulle immagini riprese dal satellite, uno qualunque, immagini sconvolgenti, raccapriccianti sul Bootleg Fire che marcia incontrastato sulle piste dell’Oregon? Avrai certo visto antichi film o letto antichi libri, anche a fumetti, sulla leggendaria Oregon Trail, la pista dei migranti dell’Ovest, quella dei tipici carri coperti trainati da buoi e muli. Ecco, oggi laggiù un tornado di fuoco avanza scatenato e nessuno è in grado di prevedere quando come e dopo quanti danni si placherà. Tu però stai sereno e continua a sproloquiare di trivelle sostenibili; facciamo così, inversione dell’onere della prova (scientifica, ma vera): inversione della sindrome Nimby, comincia a trivellare in modo verde sostenibile ecologico nel giardino di casa tua, poi, nel caso, dacci tue e buon pro pnrr ti faccia.

Se Ti sei allenato all’Infinito, con l’Infinito, la tua anima non vacillerà per le alterne sorti terrestri, per gli alterni alterchi mediocri del breve fugace transito per le vie del Mondo.

Gentile Ilaria, prezzemolina tuttologa, aspirante presidenta, della Repubblica o di Repubblica (o altro super quotidiano nazionalpopolare, meno male che nessuno li legge più), sovrapponibili in modo perfetto, in quanto sempre di banane si tratta: questo è.

Così è, se vi appare; se non vi appare; l’immagine potrebbe essere appannata, sfocata, confusa;

potrebbe essere un problema di connessione debole, o, più probabile, di sinapsi sfibrata:

ogni tanto, andrebbe attivata.

Aminta il pastore, le sue greggi

Ecumene, Periplo, Paolo Rumiz.

Ho capito, a stento, solo Paolo Rumiz;

grande autore, grande esploratore.

Chiare fresche dolci acque, almeno un tempo, nel Mondo Prima. Le acque per Natura per vocazione per identità ontologica sono simbolo della femminilità, eppure spesso ci ostiniamo a maschilizzarle; un fatto evidente, spiegato bene da Rumiz che nelle sue dotte illuminanti peregrinazioni ha tratto conferme e prove, a una teoria dimostrata in concreto non solo da liberi filosofi, ma da menti libere con libero pensiero e sentimento: nessun elemento meglio dell’Acqua e quindi del Mare rimanda in modo potente al protettivo abbraccio corporeo del ventre materno.

Si può ancora scrivere e pensare Mamma, senza essere tacciati di arcaica forma mentis? Si può ancora riconoscere che la responsabilità e al tempo stesso il potere più grande e magnifico è stato attribuito alla Donna, con la sua precipua qualità chiamata: procreazione?

Oh perché non sono io tra i miei pastori, non come padrone, solo quale ammiratore della categoria – transumanza e transustanziazione non sono sinonimi, meglio ribadire, anche se forse sono entrambi processi che riguardano il divino – ; cani pastori, certo, ma anche Aminta mitologico pastorello. Lui potrebbe magari spiegare la tendenza di molti gruppi umani a farsi gregge, eppure nelle ere arcaiche – quei selvaggi, trogloditi – erano coscienti dei dati di fatto inoppugnabili: anche i demoni più potenti non potevano modificare o cancellare il libero arbitrio dell’uomo, a meno che non fosse l’incauto bipede a firmare di sua sponte un contratto, nel quale, in modo esplicito, rinunciava a questa facoltà.

Fine pena mai, immunità per il gregge mai, purtroppo. Il magico siero allontana la chimera, favorisce le alterazioni transgeniche. Troppi mutanti in giro, ormai e non per colpa della movida festaiola, estiva o della torcida calcistica; anche gli X Men appaiono spiazzati confusi infelici indecisi.

Segni segnali forse sogni, chi avrebbe dovuto capire chissà cosa ha recepito, ma chi per sua natura aveva già spalancato i canali della percezione cosmica, ha capito da quel dì lontano lontano; caro Torquato, come tu mi insegni ogni favola pastorale è in realtà un dramma, infatti è ripartita con più violenza che pria, con nessuna umanità, la caccia ai ribelli, le persone sane e magari addirittura serene. Rovinano i piani non si fanno inquadrare non si rassegnano non si arrendono non si uniformano conformano appiattiscono, maledetti; vedi, esimio Tasso che la metaforica bellica non fu utilizzata da subito a caso? Servirebbero gli interventi ausiliari e salvifici di Sylvia e Dafne, servirebbe una nuova Arcadia impenetrabile per i resistenti del III millennio, servirebbe una cosmonave Arcadia del Mondo Dopo.

Una neo mitica Arcadia inespugnabile, con obbligo di lasciapassare per i richiedenti cittadinanza, non per spirito privo di empatia e accoglienza, ma per vitale tutela, considerando il virus di nazifascismo che pare aver contagiato molti, troppi della banda dei buoni. Ora, ennesimo esempio della sindrome non cinese ma globale, si sono inventati le trivelle sostenibili, per compiacere le multinazionali dell’inquinamento fossile, indispettite anche solo a sentir parlare di svolta ambientale ecologica; a molti amministratori delegati, poverini, andavano di traverso i cocktail e gli stuzzichini degli aperitivi sui rooftop (Eh???) panoramici esclusivi.

Nel frattempo, chissà che fine avrà fatto Aminta. Pare che la pastorizia gli risultasse stretta, pare che la vita bucolica lo tediasse, pare abbia preferito farsi Re, dei pastori delle greggi delle terre. Se non ci frantumassero l’anima, potremmo quasi inspirare fiducia, aspirare ad un pizzico di gioia di vivere.

La variante delta sta mutando, velocissimamente, in variante dittatoriale, meno male che – in teoria – dovremmo per Costituzione essere forniti di robusti anti corpi. In caso contrario, dosi a go go di punturine ri costituzionali.

La vera gioia è talvolta racchiusa in piccole cose: una spaghettata alla bottarga di Tonno rosso di Marzamemi, ad esempio.

Una bottarga e via, con il sorriso.

Sakura si sposa Speranza, l’Albero: Fiori di Ciliegio

Cuba Libre, non ti sopporto più.

Capitan, mi Capitan: il brigantino è in mano nostra; Ottimo, ciurmaglia, dirotta su Cuba; No, giammai, Cuba no mas.

Castristi, castranti, castrati a me – all’improvviso, quante voci bianche filoliberiste nei liberi autorevoli professionali media occidentali – Cuba regime disumano, oppressivo, assassino (ha rubato banane a Palermo?): lo stesso che durante la fase cruciale della prima clausura pandemica ha inviato in Italia un’equipe medica di alto livello, prezioso ausilio per le terapie intensive nostrane, in stato di apnea; agonia causa annientamento politico della sanità pubblica, non causa suono flautato di Pan Demia.

Maledetti cubani, sempre in sella alla moto del Che: furbi, spietati, lo hanno pianificato per sviare i sospetti dai loro comandanti, dal loro Buena Vista Social Club; ma noi, grandissimi figli di Machiavelli non l’abbiamo trangugiata – la pinta di rum? – noi scafati più che mai conosciamo, se non le leggi del Mondo, quello del marcio mercato, per questo insistiamo a regalare vagonate di soldi pubblici ai criminali della guardia costiera libica; a noi non la si fa (meglio: do re mi ciak gulp!), guardate come stoppiamo l’invasione, come risolviamo il problema, alla radice. Con voto concorde dei parlamentari, ignari dell’articolo 11. e anche di tutti gli altri: in fondo la Costituzione 1948 vige, a nostra insaputa.

Vituperare la pagliuzza cubana nell’occhio altrui, per non riconoscere la trave di regime piantata qui da noi, nell’occidente libero e democratico, piantata ove a ognuno garba maggiorMente; un antico vezzo, addirittura biblico.

A proposito di problemi, Ambiente antipatico e dispettoso: non facciamo in tempo ad annunciare in replica per la miliardesima volta – con l’invidia rosicona del commissario Montalbano – la svolta storica dello stop alle emissioni in Europa, che Giove Pluvio, un po’ alterato, devasta furibondo il nord del continente, quello vecchio: il continente, non il nord. Comunque, piano con la super green transition, potrebbe essere dolorosa, per le care multinazionali fossili: pensiamoci ancora, riflettiamo, cerchiamo un compromesso. In fondo, che fretta c’era, maledetta Primavera?

Cade e auspichiamo sia lieve l’atterraggio, il bicentenario delle nascite di Dostoevskij e Flaubert; chi erano costoro? Coincidenze parentele somiglianze? Forse niuna, unica caratteristica comune: leggere, che fatica. Peccato, perché nonostante i duecento anni, le loro opere non sono antiche, ma parlano del nostro ipotetico futuro. Santa pazienza, quanta pazienza ci vuole con i Demoni di Madame Bovary.

Gli inoculati contagiano e possono contagiarsi – o viceversa, con la zuppa è sempre pan bagnato, anche senza vino – quanto gli oculati: non pensate male, maliziosi, oculati perché utilizzano gli oculi per non precipitare nei loculi; non a tutti i figli del Signore è stata concessa la facoltà di risorgere dal sepolcro – la tomba nella roccia, non la sacra spada – dopo il terzo giorno, anche perché la pietra da rimuovere, di solito, pesa come un macigno.

Da ‘Albé, facce Tarzan!’, a ‘Albé facce Ercole!’, il salto è notevole.

All’ennesima volta che i Prosciuttisti (copyleft Ludovica Ferrante, grazie) – coloro che si coprono le pupille con notevoli prosciutti di San Daniele e/o Sauris – negheranno la realtà davanti ai loro occhi, concederemo il regio fregio titolo di negazionisti ad honorem?

Ovomaltina maltodestrina ivermectina, Amico Sportivo scegli la colazione più sostanziosa, la più opportuna per la salute; le varianti le abbiamo ribattezzate con le lettere dell’alfabeto greco antico – torna utile, a comando – per essere politicamente corretti, per non suscitare il comprensibile sdegno delle aree geografiche rovinate dalla calunnia mediatica; la delta e la epsilon, disponibili però solo presso le migliori concessionarie, tenendo a mente, molto, anzi assai bene a mente, che il rischio, per il doppio inoculato, risulta doppio, quando non all’ennesima potenza. Per eccesso di varianti, abbiamo già esaurito le lettere.

La Terra, autarchica, risolverà da sé tutti i dilemmi più angoscianti, angosciosi, arrembanti.

Da qui all’eternità, magari non sarà un attimo, in ogni caso, sarebbe bello assistere da invitati alle nozze tra Sakura e l’Albero Speranza: Fiori di Ciliegio per tutti, come da leggenda nipponica;

magari, chissà.

Lucciole lanterne deserti farfalle

Pagina dedicata alle Lucciole, le poetiche oniriche lucciole.

Noi siamo come le Lucciole, viviamo nelle tenebre: una dedica musicale alle gentili antiche peripatetiche. O agli insetti volanti che nelle notti di primavera estate – in quel Mondo leggendario nel quale ancora esistevano addirittura le quattro stagioni – facevano volare la nostra fantasia, accendevano nel cuore e nell’anima speranze illusioni passioni, ci facevano vibrare in armonia con il Creato, diapason umani, ci rendevano consci felici di essere vivi, ci regalavano frammenti di Vita, ancora più veri vividi intensi.

Siamo spenti dentro, la nostra aridità sta spegnendo anche le care preziose Lucciole: distruzione dell’ambiente adatto alla loro riproduzione ed esistenza, iper inquinamento luminoso, decreteranno presto l’estinzione dell’ennesima specie, folle corsa finale al depauperamento definitivo della biodiversità terrestre.

Perfino dal Deserto, quello vero, quello del Sahara giungono messaggeri di Vita e di Speranza, auspicando che non debbano imbattersi nel loro volo con certi leaderini nazional populistici: pretenderebbero l’immediato rimpatrio, se non il cannoneggiamento da parte della nostra triste contraerea. Farfalle, multi cromatiche Farfalle, danzanti Farfalle. Vanesse del Cardo, tenaci capaci di volare per 12.000/14.000 chilometri tra andata e ritorno – anabasi/catabasi non le distinguo dall’arcaico 1989 – per raggiungere la Scandinavia partendo dall’Africa sub sahariana, dove l’aumento di vegetazione durante l’inverno favorisce la ricerca di cibo e garantisce la giusta atmosfera per continui, frequenti accoppiamenti.

Dal Sahara alla Scandinavia, sulle ali dei Venti e dell’Amore.

Vaneggiare vanesi evanescenti; nuovo o vecchio conio, lessicale monetario farmaceutico (oggi sceneggiata napoletana, con la variante Funiculì Funiculà, virologi musicali d’eccezione: i Tre Tenori, quelli veri); si fa presto a dire petaloso, ma fu vero neologismo o ennesimo espediente markettaro? Ai poster e soprattutto ai voluminosi tomi linguistici delle accademie – non tomini piemontesi con crusca – l’ardua sentenza, a meno che non vogliate interpellare direttamente Durante, quello con il naso adunco, con il fiuto per i lemmi, aquilino quanto basta, quello degli Alighieri (Noschese? Ottimo funambolo delle Parole anche lui).

Pochi scherzi, ci si può fregiare del titolo di campioni lessicali, solo e solo quando le parole forgiate dalle nostre cape fresche resistono e sono utilizzate di frequente per almeno due generazioni; tanti gli improvvisati, pochi i veri Artigiani lessicali; apriamo la carrellata americana alla Sergio Leone con Dante in persona, con inurbarsi, nel senso di entrare in città, magari civilmente e non da bipedi poco o punto inurbani; Antonio Zaroto, davvero un bella scoperta, più che bello un tipo, anzi tipografo, capace di inventarsi il nome del proprio mestiere miscelando elementi greci e latini; il caro Giovanni, Keplero cui chiedere di farci da Satellite, spia per rivelarci le nostre magagne più gravi, satellite della regina, non solo sulla scacchiera del gioco, ma su quella della Vita; sperando che Antoine – Ti hanno tirato le pietre? – Lavoisier (accidenti alle Sue Leggi!) ci conceda ancora ossigeno, soprattutto per il funzionamento delle sinapsi; che la dynamis – forza di greca, classica memoria – sia con Te, Alfred Nobel, esplosivo inventore di polvere pericolosa, ma anche di riconoscimenti alla Cultura; Professor Benedetto, non ci metta in Croce per le nostre profonde lacune culturali, vanificare la buona volontà degli ignoranti autodidatti sarebbe un peccato; infine, ultimo ma non dolce, l’Oms con il vocabolo che da quasi due anni ci toglie lucidità, covid; ma non se moriremo democristiani, nemmeno avremmo intenzione di perire covidfobici.

Lucciole per Lanterne e non si capisce se si tratti di un baratto alla pari, di una curiosa espressione metaforica, di un suggerimento per geniali soluzioni: pagare le lucciole con lanterne o viceversa, dotare le lucciole di lanterne, sempre utili in certi ambiti, contesti professionali. Virtualità e pandemia hanno distrutto un florido fiorente settore; sempre attuale l’esortazione di Totò: da ‘le hanno chiuse’ a ‘le hanno spente, gaudenti arrangiatevi!’ il passo è davvero troppo breve, un attimo, un battito di ali, di una Vanessa.

O di una magnifica superstite, la Lucciola Superiora.

Lei ci esorterebbe con grazia: non confrontate mai il futuro con il presente, ma imparando dal presente, sarete in grado di cambiare il futuro (non per caso, migliore allieva del letterato e militante anti fascista, Franco Antonicelli).

Parli come badi, sa

Stia attento, alla pagina all’eloquio all’elogio – funebre? speriamo di no – parli come magni, cioé, parli come badi, sa.

Misuri le parole – le misurai, cretino ci sta perfettaMente – moderi il tono delle casse e della voce, lei di alto non possiede che quello: il tono. Anche se oggi siamo tutti un po’ più su di tono, accade ed è bello, quando il Cielo sopra le nostre teste si tinge d’azzurro e di quel vituperato tricolore, che spesso non meritiamo: mai viceversa.

Lasciare andare ciò che è stato – scurdammoce o’ passato (non di pomodoro, però) – accettare ciò che è (talvolta, anche senza gli eccessi di Jack the Ripper, la tentazione sorge), nutrire fiducia in ciò che sarà: nulla contro la saggezza tibetana, per carità, ma ecco, giustappunto, un appunto, facile fare filosofia, da Tibetani.

Beato il Maestro Rumi, grande mistico e poeta musulmano, dalla Persia con splendore – senza trascurare la misticanza, dei Popoli e delle Culture, come sempre è stato dall’alba dei tempi e perfino dei templi – Lui sì era in grado di dialogare con l’Universo; evento foriero di speranza che un prete cristiano lo citi nell’omelia domenicale, quale paradigma di saggezza, esempio operativo; elevate – talvolta lavatele o proprio levatele di mezzo – le Parole, non il tono della vostra voce, “perché è sempre la pioggia che fa crescere i Fiori, mai il tuono”, (nonostante Thor possa dimostrare inquietudine e disaccordo).

Come dice Fratello Belfiore: “Siete ubbidienti? Siete bravi bambini al cospetto delle presunte autorità ri costituite, quando con atteggiamenti marziali e autoritari – autentiche macchiette, parodie di sé stesse – Vi impartiscono ordini contrari a ogni libertà, contrari a ogni diritto, a ogni legge naturale o principio costituzionale? Siete uomini o caporali? Siete – nessun riferimento a persone o situazioni reali attuali – generali Martufello o SturmTruppen cameraden?”. Abbiate dubbi, ponetevi domande, anche marzulliane, ma ponetevele. Alle mostrine l’ardua gagliarda maschia risposta, meglio se con magiche pilloline blu: rinvigoriscono la risposta, pseudo virile. Virale, poco sicura.

Dovremmo elevare i pensieri e il susseguente agire; sproloquiare di svolta o addirittura di rivoluzione verde, non ci rende paladini dell’Ambiente: auto elettriche con batterie impossibili da riciclare e/o smaltire, infinite colate di cemento, sostituzione di milioni di televisori ancora funzionanti con altri di nuova generazione con il pretesto di un balzo di tecnologia (in nome o per l’utilità – leggasi utile – di chi?), milioni di cozze dischiusesi e perite sulle coste canadesi (come sono lontani i tempi del sogno di una casetta in Canadà, oggi si rischierebbe di finire arrostiti, all’interno di quelle pareti lignee) a causa delle innaturali temperature atmosferiche, causate dall’idiozia umana. Siamo in un baleno passati dalla moria delle vacche – tempi magri, come Voi ben sapete – alla moria delle Cozze, con profondo cordoglio per i malcapitati mitili.

Il lato del marciapiede sul quale passeggia – passeggiatrice peripatetica? – Sora Ragione di solito, malgrado le raccomandazioni e i protocolli a rotta di collo (ossocolli), è sempre affollatissimo, peggio di Via del Corso il primo sabato dei saldi. Eppure, tra torto e ragione, esistono infinite praterie: se ti aggrada dialogare, avviati su quei sentieri, prima o poi, verso imbrunire, ci incontreremo.

Summit riunioni conferenze stampa, prima dopo durante cene delle beffe, beffarde per i destini dell’Umanità e di Madre Natura. Istituzioni politiche sociali religiose, dovrebbe recuperare ispirazioni aspirazioni vocazioni sinodali: cosa ho scritto? Bravo chi me lo spiega. Sinodo, non assembramento assembleare con lauto convivio, ma cammino comune. Camminare con.

Uomo, se ti riesce, esci dal tuo limitato orizzonte, per camminare dentro te stesso, dentro il mondo, che sia quello Prima quello Dopo o entrambi, insieme agli altri uomini;

verso gli altri uomini, mai contro.

Zelo più zelo, sempre zelo fa, non certo zelo al cubo; la Paura è un nobile sentimento che meriterebbe rivalutazione, ma le fobie che ci soffocano e imprigionano sono frutto in larga parte della nostra immaginazione, magari bene alimentata da collaudati meccanismi di controllo e repressione:

dovremmo considerarle come paletti di legno che bloccano le porte delle nostre percezioni, delle nostre facoltà più pure e vitali, le nostre ferite sono solo varchi da cui penetra la Luce.

Non ci resta che un’opzione, bruciare quei paletti, ricominciare a Vivere e Camminare:

insieme.

Gazze ladre e arance meccaniche

Pagina dedicata alle simpatiche Gazze, quelle ladre: con grazia, con destrezza.

Potrebbe essere una loro caratteristica biologica, naturale, oppure frutto della consueta, famigerata disinformazione di regime; diffamazione a mezzo stampa – stampa dimezzata infingarda collusa – su larga scala.

Il Merlo indiano parla, o canta, visto che si chiama Mina, parla e canta anche senza essere sottoposto a terzo grado e luci abbaglianti – di terzo tipo – sugli occhietti vispi; ma non è un informatore un traditore un pusillanime. Gracula Religiosa dell’Himalaya, se telefonando potessi chiedere un Tuo intervento magico, Ti chiamerei: sacumdì sacumdà, né gioia né dolore, né noia né stupore, né argento né carbone, pace equità giustizia, agli Uomini, solo grazie alla loro buona tenace volontà. Ciao, poveri diavoli.

Registriamo con allertato allarmato allucinato stupore l’invasione di Vespe aggressive con pungiglioni sfoderati e Gazze ladre – non gli Uccelli, di Hitchcock o meno – di diritti democrazia buon senso, senno perduto; un solo Ippogrifo in servizio permanente affettivo non basterebbe per andare di nuovo in missione sulla parte nascosta di Selene, a recuperare miliardi di senni, in esilio satellitare.

La Gazza ladra di Gioacchino, Rossini – grande musicista, sontuoso gourmet – è un’opera semiseria, un po’ come questo Mondo Dopo, nel quale sopravviviamo in bilico tra farsa e tragedia.

Pirati, Fratelli della Costa, schiuma sana dei Sargassi, avete mai considerato l’heavy metal dell’età medievale? Colonna forse non erculea, alla fine del Mondo conosciuto, là dove esisteva Atlantide, ma colonna sonora d’ispirazione ribelle, contro ogni sopruso, mentre il vascello personale issa sul pennone Bandera Negra: Satania dall’album del 2000 e mai più 2000, Finisterra, di Mago di Oz, gruppo iberico, autore di musiche e liriche quanto mai adatte, propizie, propedeutiche.

Ah Benvenuti nella nuova era, in un mondo senza dolore,
senza amore né immaginazione,
dove la pioggia sazia una foresta che non puoi vedere
se non navighi in rete

Sorella Luna
Ha smesso di pettinarsi
Beh non riusciva a trovare, no
Il riflesso nel suo specchio, il mare Guarda fin dove la ragione
può vedere che il sole è tramontato
Cavalcando una nuvola di carbone e gas mortali
Andarono in cerca di un fiore bene

Fratello Sole
Stanco dell’illuminazione
Alimentato da
un disco rigido e un terminale

Oh-oh, in Satania sei I
tuoi pensieri programmati
Oh-oh, premi il pulsante
Naviga nel mio mondo, wishes.com

Costruisciti un paradiso, un amante virtuale
Invia i tuoi orgasmi via e-mail
Disegna un tenero bacio o un gesto d’amore
Apri un file e salvalo Acquista un programma
speciale per piangere
Dove in lacrime
Puoi scegliere la varietà

Oh-oh, in Satania sei
i tuoi pensieri programmati
Oh-oh, premi il pulsante
Naviga nel mio mondo, wishes.com

La voce del tuo maestro Sono
legato al tuo cuore
Ti concedo un futuro
In cambio della tua libertà Oh-oh,

in Satania sei
i tuoi pensieri sono programmati
Oh-oh, premi il pulsante
Naviga nel mio mondo, desideri.com

Oh-oh, in Satania sei
I tuoi pensieri sono programmati
Oh-oh, premi il pulsante
Naviga nel mio mondo, desideri, desideri, desideri.com


Ladri di vite e di domani, di speranze e orizzonti, si riuniranno per l’ennesima volta a Bruxelles, il gran convengo delle testoline di Gazza, e per gli umani liberi saranno decisioni amare come cavoletti; mangeranno sbaferanno si ingozzeranno a quattro palmenti e per la 1000° volta partoriranno la svolta epocale, sempre la stessa: riduzione delle emissioni dei gas serra del 55%, rispetto ai livelli del 1990!

Anche Elio ha deciso di ritirarsi su un’isola deserta, o forse una nuvola cosmica di carbone e gas letale, alla ricerca di quei fiori che non trova più, non riesce più a illuminare sulla Terra.

Fiori e magari opere – di bene – in memoria dei cinque milioni di martiri ogni anno, vittime della crisi ambientale di origine antropica, mentre oscuri araldi e banditori diffondono in modo capillare, martellante il virus, il morbo più temibile: quello della paura che obnubila raziocinio, compassione, empatia.

Quando le grida soppiantano i ragionamenti, i fuochi nella notte sono quelli delle orrende pire, i roghi degli eretici che bruciano con la mordacchia alla bocca, perché le loro parole terrorizzano il potere, anche in mezzo alle fiamme.

Abbandoniamoci ad un sabba dionisiaco esoterico, il sabba degli uomini liberi che ancora sognano, sulle note suonate da arpe e viole elfiche, bipedi che non vogliono farsi marchiare, non vogliono consegnarsi rassegnarsi alla schiavitù, del pensiero e delle emozioni imposte da una machina, una qualunque; giogo, lasciapassare, somministrazioni di sostanze sperimentali: sono violenze, prevaricazioni incostituzionali crimini contro l’Umanità, l’esercito di Ippocrate si opporrà alle schiere mercenarie della casa di carta farmaceutica globale.

Cedi, figliolo, lasciati iniettare il siero della felicità sintetica virtuale, ti concederemo (con cedere) un futuro, in cambio di poco: la tua libertà. Cedi e non sarai più costretto a stare qui incatenato, con lo spalancapupille, davanti a uno schermo che riflette – almeno esso, riflette – h24 immagini di decessi terribili, da pandemie, le più varje.

Hai optato per il cocktail giusto, bravo caro Alex, vedrai da oggi come starai bene, grazie alla rieducativa ‘cura Ludovico’: a proposito, lo sapevi che il grande regista Stanley Kubrik aveva scelto proprio l’ouverture della rossiniana Gazza ladra quale perfetta atmosfera ritmica per la sua Arancia meccanica?

Centri di gravità, ombelichi permanenti

Ombelico ombelicale , al bando bombe e tombe.

Don Onfalo, Vi aggrada il mio scudo ombelicato? Che magnifico chiostro, quello del Bramante.

Sbellicarsi, come lieto auspicio: dalle risate, perché nelle risaie del Mondo la vita resta ancora agra amara grama. Umida.

Recidere rescindere troncare, di netto: cordoni ombelicali, spesso cordoni umanitari, ché dobbiamo pensare prima ai nostri, prima a quelli di casa nostra, soprattutto affari.

Io: brevissimo sintetico, praticaMente nullo, diario quotidiano.

Ombelico rivoluzionario, sensuale eppure materno; scoprire l’ombelico: è nato prima l’ombelico o il grande varietà del sabato sera in tv? Correva l’anno 1970, nel Mondo Prima (prisma).

Chissà se gli anni corrono alle Olimpiadi, di certo, fuggono le vite degli uomini.

Ombelico sconvolgente, Artista futurista elegante, Raffaella da Bellaria – l’aria bella della Tua terra ti faceva bella, davvero – portatrice sana composta armoniosa di ombelico nudo; nudi alla meta, metà nudi: ombelico in fuori, pancia in dentro.

Lady Ombelico, ballando con naturalezza e semplicità, contro ogni pregiudizio prevaricazione pre concetto, sapendo con convinzione che il preconcetto non è l’ouverture di un pensiero, ma la sua indecorosa negazione.

Non so se esista una sola grande chiesa laica che va da Bellaria Igea Marina alla Cordigliera delle Ande, non so se un caschetto biondo e due gambe guizzanti siano icone così potenti da sbaragliare censure e ipocrisie, ma esiste una sola grande Umanità che ogni tanto, quando guarda nello specchio non cercando la propria immagine riflessa, riesce a visualizzare i volti di tutti noi, delle Persone, dei Popoli. A tutte le latitudini, annullando distanze egoismi solitudini.

Un ombelico di gravità permanente, leggerezza immanente, centro di attenzione e rotazioni gravitazionali cosmologiche cosmogoniche, centri per il lavoro; il lavoro nobilita, ma solo se comprende diritti e dignità, come da Costituzione, non neo schiavitù spacciata per pseudo modernità epocale.

Amici fragili, ma amicizie fortissime, Amici silenziosi: quando l’esempio è sostanza, solo sostanza, pura sostanza, zero apparenza e rare rarefatte parole; anche le parole rischiano di diventare inutile zavorra, convenevoli rococò, retorica sentimentalista; l’incontro tra due grandi Introversi non sfocerà mai in un romanzo, ma in un legame romanzesco epico, contro ogni logica e a insaputa della identità ontologica dei due Uomini in questione: Rombo di Tuono e Faber, Faber e Rombo di Tuono. Legami di sangue spirituale, legami di affinità elettive geografiche morali etiche, la Sardegna come scelta e filosofia esistenziale, le scelte di vita ribelli, l’innato senso della Giustizia a favore degli esclusi, contro ogni forma di prevaricazione e potere. Un solo incontro, molti sguardi, molte sigarette, pochissimi fronzoli: Gigi Riva e Fabrizio De Andrè, artisti unici irripetibili, ognuno nella propria Disciplina. A teatro in uno spettacolo di Federico Buffa e Marco Caronna, rivive il momento del dialogo muto tra i due, “con l’aiuto del nipponico telefono del Vento, escamotage magnifico per la tutela e conservazione della Memoria, perché i fatti e soprattutto le Persone che non sono più qui fisicamente, non sono mai davvero perduti se qualcuno li rammenta”.

Ombelichi ambientali, dovrebbero essere quelli che ispirano ogni nostra nuova strategia socio economica mondiale: non da oggi, né da domani come prevedono i fumosi ingannevoli menzogneri progetti governativi nazionali e planetari. Da ieri.

Chiedi alla Generazione Z, alle Ragazze e ai Ragazzi di 15 anni d’età chi fosse Arne Naess, filosofo e alpinista norvegese: altro che resilienza, sostenibilità e multinazionali fossili riverniciate di verde. Fu Lui, vero autentico gigante del Pensiero delle Vette e delle vette del pensiero a fondare l’Ecosofia, padre creatore nobile della Deep Ecology, in netto contrasto e opposizione – quando si dice essere agli antipodi – con l’ecologia usa e getta; ecologia da spot, ecologia markettara da indossare oggi alla bisogna, come certi sedicenti sindaci, pseudo amministratori delegati di qualcosa, politici intrallazzatori del bieco storto Mondo Dopo. Ispirato da Spinoza e Gandhi, il professor Naess fornisce non precetti teorici, ma autentici prontuari per la vita pratica degli umani attraverso saggezza ecologica e armonia: perché noi siamo l’Aria che respiriamo. Nessun pauperismo punitivo, di cui blaterano gli ipocriti aedi prezzolati del regime liberista, ma “profondità e ricchezza dell’esperienza, eliminando uno dei dogmi cari alla miope, ottusa società tecnologica, quella del consumismo senza limiti: l’intensità”.

L’Ombelico del Mondo è profondo, ventre materno che protegge e alimenta la profondità della Gioia e non l’effimera superficiale felicità, il gemellaggio delle filosofie non il loro strumentale contrasto permanente, il perseguimento del bene dolce, mai più il dominio dei pochi eletti sui molti condannati.

Gli stormi delle Rondini anche quando sorvolano l’Altopiano eritreo non perdono la flemma, la livrea, la trebiSonda, l’Ombelico universale; come dicevano Nonna Erminia e i vecchi Lupi di Mare: Rondine in volo radente, pioggia imminente;

non so se gli stupidi possano partire alla riscossa, ma galleggiare dentro i Fiumi in piena, forse sì.

Ombelico all’insù.

Iato

Pagina dello Iato, specifico subito a scanso di equivoci, scansioni, scansie: non ho detto Cato.

Cato Fong, maggiordomo, fido nel senso di fidato, non felino, assistente maestro e allenatore alle Arti, marziali; cinese, ma non sono razzista e nutro molta stima per le antiche civiltà e per il popolo dei Pipistrelli.

Referenziato ottimaMente dall’ispettore Jacques Clouseau della Surete.

Mentre scrivo, non sarebbe davvero il lasso da rodeo propizio opportuno adatto per combattere, né sul serio né per allenamento; anche se resta la percezione che il momento della pugna stia per giungere, stia per sopravvenire il redde rationem, così i grandi sostenitori della metafora bellica troveranno appagamento, pagamento e pane duro, per i loro dentini.

Sarò pedante – no Dante, no party – puntiglioso avrò le pigne, dentro la capa: non ho scritto nemmeno Jago.

Lo iato è forse una iattanza, una iattura (frittura)? Etimo etimo, salvaci tu, dalla nostra abissale pomposa pavida ignoranza: ignoro, quindi sentenzio. Sprofondo nelle mie orride lagune culturali. Sono morti i tempi – al bando i tempi morti, a morte i sommi capi – del conoscere per deliberare; e poi, scusi, Lei chi conosce, se nel frattempo i sani 6 gradi di separazione sono stati divelti, spianati, annichiliti: da social vergognosi in quanto senza vergogna, da bipedi ormai inumani, metà app metà gregge.

Tanto cresce la monità – concetto derivante dalla Sacra Mona, culto delle genti venete e friulane – di gregge che i Lupi del branco pregustano già lauti abbondanti pantagruelici banchetti. Avete già scaricato l’imperdibile app ‘InMona’? Tutto va in Mona, Madama la Marchesa; tutto è bene, quel che finisce in Mona; se son Monalise, fioriranno (saggi di proverbiale saggezza popolare).

Iato mio, iato mio, per piccino che tu sio – De Sio, le Sorelle partenopee – sei più perniciosetto di uno sbadiglio, sempre mio; mi apro come fossi una cozza non più abbarbicata, spalanco la bocca coprendola, per pudore per rispetto, della bocca e delle parole che potrebbero fluire, senza controllo senza briglia senza autorizzazione.

Non voglio lasciapassare, né anelo marchiatura come bestia da soma.

Iattanza è un menare: vanto, sempre meglio del povero cane per l’aia. Una millanteria, una mattanza di fatti e verità, un’ostentazione, del nulla. Eterno ma reiterato, purtroppo.

Vedo che il tuo iato è grande quanto il mio: il divario, l’Oceano ormai placido e silenzioso – non ne sarei così sicuro – tra la vita che avrei voluto e quella svolta, un po’ a braccio, un po’ a mente, non sempre libera; uno svolgimento un po’ così, con quella faccia un po’ così di noi che la scriviamo direttamente in bella, tanto che alla fine del componimento non si capisce se la versione sia quella definitiva o solo la brutta copia. Uno iato enorme tra i Sogni che facevano volare, che trasformavano un traballante armadio del ripostiglio in una formidabile cosmonave e in un magico portale per viaggiare tra i Tempi, e le più modeste grigie aspirazioni poco ispirate attuali, in un mondo dopo nel quale perfino il naturale istinto di sopravvivenza viene censurato come disfattismo anti sistema, ribellismo, negazionismo.

Di cosa, di grazia?

La Grazia l’Umanità la Bellezza le negate e le uccidete voi che instillate fobie paura terrore contro la Vita, contro gli esseri della razza: umana.

Confidare di nuovo, ancora e sempre nei miraggi della Fantasia, unici ormeggi approdi viaggi sicuri per un’esistenza se non gloriosa, dignitosa, impugnando penne bussole matite spade, del Sole:

perché tutti un giorno siamo stati protagonisti al fianco del Principe Valiant della più grande e bella avventura del Mondo.

El Bandolero no global, stanco

Meglio trovare, ritrovare in fretta il bandolo della matassa: di Arianna;

prima che qualcuno utilizzi una bandoliera – pallottole e/o siringhe – per stanarci, in modo definitivo.

Ancora una volta anche nel Mondo Dopo abbiamo dimenticato il Futuro, dietro le spalle, sotto i tappeti non più volanti, dentro discariche colme di monnezza, soprattutto immorale. La politica, ignava collusa, confidava prima sui fedeli manganelli di stato, adesso sul virus che impone sacrifici estremi in nome della salute.

Genova per noi era una magnifica Cassandra che aveva indicato in modo chiaro e indiscutibile tutte le degenerazioni criminali di un modello di sviluppo economico marcio all’origine; degenerazioni cristallizzate, cui hanno solo cambiato nome e colore sulla copertina dei dossier riservati, nei palazzacci del potere.

Genova ribelle, abbarbicata sul Mare, Genova caleidoscopio di vite affamate di equità e giustizia, Genova multietnica ché il dialogo il confronto l’incontro non sono – mai – il problema, Genova da marciapiede, sotto braccio a Don Gallo il prete della strada: solo se cammini nel Mondo abbracci tuoi simili, calpesti i sentieri nelle loro stesse scarpe, lo osservi con i loro occhi; Genova musicale, eravamo tanti lillipuziani ma un Pianeta diverso era ancora possibile, danzando insieme, mai clandestini sulle note delle canzoni di protesta di Manu Chao.

Si dice, dopo 20 anni: è cambiato tutto, la rete da pesca virtuosa che connetteva i movimenti popolari e i collettivi degli attivisti si è dissolta, è rimasta solo quella virtuale, becera volgare foriera di odio sociale; la tragedia non greca, moderna: tutto è cambiato per restare fermo, non siamo cambiati noi quanto e quando avremmo dovuto, abbiamo ceduto, siamo regrediti, ripiegati in ordine sparso dalle piazze, ripiegati su noi stessi, dentro il nostro guscio vuoto di valori, monadi egolatriche, terrorizzate, a sciami vaganti uggiolanti, con un orizzonte che non supera il tinello di casa o il terrazzino, affacciato su conglomerati urbani, disumani; già solo il quartiere di residenza – appartenenza no, troppo impegnativa – appare un’inaffrontabile prateria celeste, immensa sconfinata pericolosa, come la nazione dei Nativi nordamericani.

I semi di Porto Alegre, Seattle, Napoli, Genova non moriranno, la memoria resta, non si uccide la Vita; non si canta l’Amore, perché l’Amore è il canto stesso.

Vent’anni dopo non è solo un romanzo di Dumas, ma una festa celebrativa, declinata nelle forme e nei modi più stravaganti e personali: nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere – esempio non casuale – servitori con una idea distorta e malsana della funzione rieducativa della pena, hanno organizzato una mattanza contro i detenuti, forse con il pensiero fisso alla Scuola Diaz (macelleria messicana) e al carcere ligure (lager) di Bolzaneto. Peccato che alcuni pseudo politici quando devono scegliere con chi schierarsi, scelgano sempre il lato oscuro della forza e mai, nemmeno per sbaglio, la grande bussola chiamata Costituzione (nella quale tra l’altro troverebbero le argute risposte a ogni dubbio laico, ma non sono adusi alle letture buone e giuste).

Il vecchio Bandolero rivoluzionario è stanco, gli pesano la bandoliera le botte le ferite – soprattutto dell’Anima – le mille battaglie, quelle perdute e forse più amare quelle vinte, quando poi attorno ai falò sotto la grande Luna piena rossa d’orgoglio e meraviglia, si riponevano progetti comuni e comuni ideali, per azzuffarsi sulle virgole e gli aggettivi dei racconti e dei poemi, poco epici, piccini assai nelle miserrime rivendicazioni personalistiche. Il decrepito ribelle per scaldare almeno le budella se non antiche passioni, vorrebbe ora scolarsi in pacifico silenzio almeno un ottimo whisky, ma con l’aumento impetuoso della febbre terrestre, l’inopinato scioglimento di poli e ghiacciai gli ha annacquato anche l’ultima consolazione, quella super alcolica (grazie, Massimo Bucchi).

Una notarella ambientale merita sempre un po’ di spazio: altro che spillover – salto di specie dei virus, ormai il bistrattato Pipistrello cinese è stato scagionato – il vero problema resta lo spill, tradotto in gergo popolare: il continuo sversamento in cielo mare e terra delle schifezze inquinanti derivanti dalle attività insostenibili e criminali – nonostante l’ampio utilizzo di vernice verde – a cura delle multinazionali dell’energia fossile. A cura dei loro profitti. Stop.

Voi g8, noi 8 miliardi: uno degli slogan dei gruppi no global, così etichettati dai soliti sciatti impresentabili media, andrebbe rispolverato e tenuto a mente oggi, per mandare a monte, in soffitta definitivamente il liberismo criminogeno; coniare sciocche classificazioni è un empio, scellerato tentativo di liquidare senza pagare l’opportuno dazio del caso: idee o persone foriere di idee altre dal conformismo imperante, dallo status quo dei soliti famigerati: così gli anni ’70, fermento prezioso e variegato, sono stati bollati nelle cronache dei dominatori nell’ombra, quali anni di piombo, confinando nel dimenticatoio i grandi progressi sociali, le molteplici iniziative e correnti solidali culturali artistiche.

Come scrivono in questi giorni gli emeriti infaticabili mai arrendevoli amici di Altreconomia, da Genova ripartiremo per rammentare rammendare riannodare con nodi marinareschi il Futuro, prenderemo il largo da Genova, su bastimenti carichi traboccanti stracolmi: di Futuro, stavolta indelebile come i Sogni di Piazza Alimonda, come i piani di viaggio di Brignole stazione centrale, salpando e veleggiando grazie all’energia dei Giovani che non hanno bisogno di spiegazioni sul mai estinto conflitto sociale cre-attivo (Popoli versus Regime multinazionale), perché lo incarnano.

Come diceva il mai troppo citato, seguito Don Andrea Gallo:

Le parole di Gesù sono tremende: maledicono tutti coloro che non lavorano per la giustizia sociale e il bene comune.

Coop affabulazioni macchine del tempo

Pagina del confabulare, senza trascurare l’affabulazione e la fascinazione, derivante dalle parole, dal loro suono sussurrato, come se dovessimo rivelare un segreto o comunicare qualcosa d’importante dentro quegli interminabili afosi meriggi d’estate, con tono controllato, per non arrecare disturbo ai parenti intenti alla gustosa pennichella. Fabule, novelle per tutte le stagioni.

Etimologia, scienza che rivela il mistero più bello del Mondo, quello relativo all’origine e al significato delle Parole. Cooperazione dell’affabulazione, iper coop dell’espressione umana, corporazioni di arti e mestieri ma aperte, al pubblico e ai privati, soprattutto di mezzi.

Sororità sororato sorore, forse concetti che riguardano in modo precipuo sorelle e sorellanze, equivalente equipollente di fraternità, ma con quel tocco magico femminile in più: più sororità per tutto il Mondo?

Ripensare la società, ripensare l’economia: per edificare una società nuova, non abbiamo alternative. Nuova davvero, su basi alternative, su fondamenta diverse, scavate abbandonando subito le arcaiche obsolete strategie di sopraffazione dominio consumo indiscriminato, di risorse e vite.

Ecosocialismo, magari, come auspicato dal professore di filosofia teoretica – anzi, teo eretica – Roberto Mancini, commissario tecnico, del pensiero equo; niente paura, non sarà un marxismo riverniciato di verde – sulla pessima scia degli incredibili, ipocriti trasformismi delle multinazionali, di colpo tutte virtuose dell’ecologia e del rispetto dei diritti umani – ma una filosofia socioeconomica attenta all’equità alla giustizia alla tutela del Pianeta; se non capiremo che siamo parte dei cicli della Natura, con tutti i limiti ma anche le grandi potenzialità connessi, Gea Madre superiora, molto pria che poscia, semplicemente deciderà di proseguire il proprio cammino, in solitaria in autonomia, in totale libertà dagli infestanti – poco in festa – parassiti bipedi.

Cambiare noi stessi, in primis, mutare – mutazioni finalmente benefiche – l’urbanismo selvaggio e le sue degenerazioni; mai più informi casermoni nel nulla, servi della gleba di macchine e mercato senza anime, ma redivive forme di convivenza sociale (connivenze elettive), collaborazione, neo umanesimo urbano estetico civico, per neo comunità antropologiche, grande alleanza tra tribù di quartiere, ché la Città riconquisti, come nel Mondo Prima, la sua vocazione di spazi per l’incontro tra gli Uomini. Come nella capitale catalana, chiamata Barcellona, dove la municipalità è Donna.

Meno veicoli a motore, al bando il cemento, più Cultura Arte Parchi Biciclette, invitando la Sirenetta di Copenaghen a spiegare i segreti per realizzare progetti così ambiziosi, così necessari, così urgenti. Città ideali, ideali nelle città, anche senza incomodare Leon Battista Alberti e tutto il Rinascimento italico, quello originale.

Tornare all’antico, piccolo coeso capillare, per coltivare Fiori di Zafferano, nella Terra del Sole del Mare del Vento, meglio nota come Salento.

Vivere come il popolo Vedda dello Sri Lanka? Nomadismo nella giungla, raccogliendo radici e miele: forse vagamente estremo, molto salutare – non il Gioca Jouer di Claudio Cecchetto – assai sostenibile; la propensione genetica dei Vedda alla monogamia, potrebbe essere accolta con favore, dalle signore e eventuali personalità ecclesiastiche, pronte al giudizio morale, all’ordalia pseudo divina, anche nel fitto intricato panorama arboreo di una jungla.

Senza smog, esulterebbero anche i polmoni.

Godetevela, questa pseudo libertà, finirà un minuto dopo il Ferragosto; da lì, al Natale, sarà questione di un baleno; a proposito, da nuovo dpcm omnibus: il Natale quest’anno non sarà celebrato né concesso, causa arrivo della variante Klaus, dalla Lapponia con viralità; risparmiate soldini e soprattutto non inquinate ancora il globo con le sedicenti mascherine salva vita, monouso, quasi peggio della plastica letale.

Navigare sì, ma con i ritmi vitali della Caretta Caretta.

Mascherina o non mascherina? Cambiano i tempi, mutano geneticaMente i dilemmi: se mi traviso il volto e poi, dico per dire, rapino banche dalle quali di solito siamo rapinati un po’ tutti, noi ingenui risparmiatori e contribuenti, secondo vostro illuminato e autorevole parere, potrei andare incontro a controversie con Mamma Giustizia? E se adducessi come attenuante che con la mascherina – chiedete a Zorro se sia favorevole o contrario – mi sento più tranquillo e altruista, pensando alla mia e soprattutto all’altrui tutela della Salute, pubblica o meno, il giudice supremo si mostrerebbe clemente?

In ogni caso, andrà tutto bene. Travisare il proprio volto – anche se per alcuni sembra davvero imperativo categorico – resta un reato, secondo il codice, quello penale: viva il libero arbitrio, o era viva l’arbiter?

Meglio entrare in confabulatorio, con spirito apotropaico parlando, che in altri ambulatori. Primo requisito: la salute e beato chi la vanta, in portfolio e soprattutto dentro sé stesso.

Abbiamo creduto di essere i depositari dell’onnipotenza, perché utilizziamo computer tecnologie applicazioni virtuali, molto virali: le pandemie potranno indicare all’Umanità la Cura, se, stimolando con fiducia la creatività delle giovani generazioni, saranno strumento per riscoprire che l’antichità è stata la saggia giovinezza del Mondo (più arduo continuando a eliminare lo studio dei classici greci e latini, condannati oggi per presunto razzismo);

nel 150, prima di Cristo, sull’isola greca Anticitera – Antichi Greci, vi detesto, inventori dell’Onniscienza – avevano ideato progettato costruito la Macchina del Tempo: meccanismo a ruote dentate che senza tema di smentita calcolava alla perfezione fasi lunari, solari, mesi, giorni, perfino le date per il versamento dei tributi e quelle dei principali avvenimenti sportivi.

Veri rivoluzionari, ante litteram, ante revolutionem:

mai dimenticando che la rivoluzione astrale è solo il naturale ritorno di un corpo celeste alla sua casa, quella di partenza.

Alfa delta omega, varianti alianti vitamine

Pagina del dilemma, di stagione: ferie o vacanze?

Ferie sono storicamente quelle di Augusto, accolte bene – senza dubbio – ma una festa di fine lavoro agricolo, una lieta concessione del Potere; solo dopo qualche secolo, non sempre mirabile, quando ci siamo ritrovati popolo repubblicano e democratico – vero? – grazie alla Costituzione scritta per noi con il sangue e le menti dei Grandi, si sono trasformate in un diritto civile umano inalienabile.

Vacanze sono altro, sono un regalo che decidiamo di fare a noi stessi: vacatio, non legis, né governativa, ma astensione dai doveri quotidiani, quelli da rispettare in ogni istante dell’anno, solare o legale (terrore nei palazzi della politica) una sospensione dal tram tram, un breve periodo durante il quale è lecito mollare gli ormeggi e navigare a vista su rotte impreviste e sconosciute. Catartico necessario rigenerante. Uscire da noi stessi per rientrarci, forse più consapevoli, più saldi nelle convinzioni e nei progetti.

Dilemma, dolce dilemma anche senza stil novo: vacanze provenzali, di amori e atteggiamenti cortesi, donne reali angelicate molto concrete: da non innalzare mai sui piedistalli delle statue, ché oggi una insensata furia iconoclasta, senza vocabolario, pretende di abbattere e/o lordare tutto quello che non capisce, non conosce, non ha studiato, nemmeno per sbaglio di striscio o di struscio.

Vacanze, per non pensare più ai misteri della Repubblica, ove un presidente troppo cauto e timido invoca verità più solide su crimini che gridano vendetta contro il Cielo, anzi contro le istituzioni, commessi oltre 40/50 anni fa: la verità vera scolora impallidisce, anzi arrossisce di vergogna, in vece nostra.

Non pensare più ai magnager, quelli che sono artefici dei crolli di ponti scuole case, ma per auto assolversi, blaterano di costruzioni edificate con difetto prima della nascita – la loro e delle strutture; non si rendono conto che la puerile scusa diventa una terribile, imperdonabile aggravante delle loro responsabilità, delle loro colpe, delle loro nefandezze, contro l’Umanità in primis.

Non pensare più al pnrr e bravo chi traduce e spiega cosa diavolo sia; meglio il sacro prrrrrrrrr, ché come enunciava con poesia e maestria Edoardo D.F. il pernacchio è un’arte, quindi non adatta a questi mediocri travestiti da furfanti, o viceversa; allungano gli artigli e ghermiscono i soldi dei contribuenti, quelli riservati alla transizione ecologica, deturpata violentata degradata a solita famigerata transazione sporca agli amici degli amici, per reiterare stupide attività antropiche, però letali, contro la Terra, contro la Salute di tutti noi.

La prima canzone di successo di Louise Veronica Ciccone si intitolava Holiday e non suoni blasfemo, né il 45 giri in vinile, né l’accostamento tra sacro e profano, tra alto e basso – sconsigliabile sempre capovolgerli e/o scambiarli – ma quelle sì, erano sul serio vacanze di Madonna; chissà se almeno una volta nella Sua vita, Miriam abbia potuto concedersele.

Non pensare ad Alfa – base Alfa? – ad Omega, a Delta, come fosse una struttura di intelligence, ma sarebbe meglio d’Intelligenza; non si capisce più se parlino in codice – alfa numerico cifrato cuneiforme – se starnazzino, sempre viva le Oche, di vitamine o grassi, se annuncino varianti al piano regolatore, al naturale corso degli eventi.

Meglio salire sull’Aliante dell’Infanzia, quello con le ali di polistirolo e volare sospinti dal vento caldo, dell’Estate e dei Sogni – ché in estate i fantasmi sono più forti, più vivi.

Osgood, ma non capisci proprio niente: sono un uomo.

Pazienza, nessuno è perfetto.

Billy Wilder, Marilyn, Jack & Tony, dove siete? Ispirateci la vacanza perfetta, il road movie più divertente, da girare nelle nostre pallide vite.

La battuta finale più bella di sempre nella breve storia del Cinema, sia lezione monito divertimento, prospettiva non solo Nievski.

Più grande Baryshnikov o Nureyev? Fred Astaire o Roberto Bolle? Forse, meglio Ginger Rogers o Carla Fracci? Propendo per Ginger, sempre sorridente su tacchi persecutori.

Some like it hot (la cantavano i Power Station, ma erano sempre i Duran Duran), a qualcuno piace caldo, nonostante l’estate: non solo il jazz, il sassofono, perfino il caffé.

L’animale che mi porto dentro vuole tutto, si prende tutto, perfino una tazzina di sopraffino espresso italiano.

Comunque sia, lapalissiano chiaro luminoso:

anche in vacanza, vacui più che mai, vuoti senza paura, difficilmente riusciremo a trovare l’alba dentro l’imbrunire.

p.s. I nottambuli, al limite, li confonderanno.

Quori, liquori, qomplotti: Pace?

Mappe: nautiche geografiche urbane catastali, zattere sestanti bussole, volta stellata o soleggiata, per seguire inseguire miraggi raggi sogni, isole del tesoro inesistenti eppure di tanto in tanto visibili; oasi, progetti perfino, talvolta, non sempre non solo allo spuntare dell’alba, dopo opportuna nutriente colazione.

Seguire orme, mai consapevoli se siano reali, tracciate come cartine topografiche, camminare su sentieri aperti da altri uomini o da spiritelli, entità ‘burloniche’ burlesche, pedinare – non pettinare – orme, le proprie, impresse sulla Terra in altre vite, per ri percorrere o correre a ritroso, tentando di non incespicare, non frantumarsi contro ostacoli solidi liquidi psicologici immaginari, inseguirsi fino all’origine, se non del Tutto, almeno di sé stessi. Capire forse, osservando la cellula ontologica primigenia, la propria personalità le proprie inclinazioni declinazioni limiti potenzialità, inespresse soprattutto, per liberarle gridarle lanciarle: a spron battuto (si dice ancora?), ventre a terra sul Pianeta.

Occhio alla scelta della zattera, non sia quella della Medusa; attenzione in caso di naufragi – in seguito forieri di insane nostalgie – agli scogli e alle invasioni di meduse marittime tropicali, magari esteticaMente meravigliose, di solito velenosissime urticanti letali. Ci siamo tropicalizzati, annessi e connessi tutto compreso; anzi, compresi no, inclusi intruppati assemblati alla rinfusa, sì.

Il critico d’arte, per eccesso di sapere e letture, per arrotondare spigoli spigole asperità della vita quotidiana, si propone si offre quale levantino mercante di opere al migliore o anche al peggiore offerente, purché facoltoso, con larga facoltà di spendere spandere innaffiare di moneta sonante frusciante, va bene lo stesso anche silenziosa ma abbondante, di peso specifico, di corso valido, per correre poi a baloccarsi nei paradisi terrestri. Un falso patentato: più patacca dell’originale, qualche ganzo gonzo in ansiosa ricerca di legittimazione culturale intellettuale sociale nei salottini boni delle oligarchie, per fortuna si trovano ancora: questo, diciamolo senza ipocrisia, regala speranze, se non di futuri scenari, di agiate carpe – capre? – cioé, di agiatissimo carpe diem. Chi gode, non si contenta, di poco.

Orientarsi, ma con la Q, perché ogni sano complotto, più o meno rispettabile rispettoso rispettato, inizia con la Q, di scuola – dell’intrigo, magnifico rettore Fu Manchu, in arte diabolico con l’ausilio di una batteria di ‘qanon’ – Q di cuore, anche di ventre basso o alto, più ‘lardominali’ per tutti;

con la Q di quote per allibratori alligatori, ché qualcuno scommetterà ancora sul futuro istantaneo solubile liofilizzato e non solo su ancore di salvataggio, sistemisti sistemici di roulette clandestine, ‘quadrimani’ qualunquisti del gioco, quando in gioco ci sono vite, destini, sorti delle umanità, varie variopinte, varie pinte di birra per corroborarci, per cantare in Qoro: il canto degli Italiani, dopo aver studiato attentamente le mirabili biografie di Novaro e Mameli.

Anche per oggi non raggiungeremo il quorum: gli esperti garantiscono che il referendum poverello è logoro, obsoleto, superato; la democrazia e la volontà popolare sono divenute di colpo impopolari, noiose ripetitive, peggio delle asfissianti repliche televisive nelle torride estati del globo con temperatura interna raddoppiata rispetto a 15 anni fa.

Un vero grande Qomplotto comincia sempre da questa lettera, o da una missiva, segreta, cifrata: un agente Q, non sempre all’Avana, un pendolo, un magistrato o leguleio diventato romanziere; in attesa del dolce naufragio della civiltà – chissà quanto civile – come l’abbiamo conosciuta o soprattutto rappresentata raffigurata auto raccontata a noi stessi (ahinoi sventurati), per renderla presentabile e vagamente degna; quando la Natura sarà tornata padrona, anche della nazione umana, potremo viaggiare su quelle direttrici cancellate dalla flora e dalla memoria, un tempo chiamate autostrade: senza fretta, alla giusta andatura, un viaggio fino al termine della notte, senza necessità, l’imperativo categorico cattedratico, per rabbia per amore di sfondare barriere, per giungere oltre.

Oltremare oltreconfine oltremodo, todo modo.

Sorseggiamo liquori tramando su una poltrona, mentre – come in una delle fulminanti vignette di Altan – una matrona ci avverte: scade il tempo per salvare il Pianeta; noi, mezzi addormentati, con gli occhietti chiusi, rispondiamo blandamente: ancora cinque minutini. Battute assimilabili agli orgogliosi rutilanti annunci di politicanti, iper super extra capitani d’industrie che annunciano tronfi trionfanti, la fine dell’era dell’economia fossile dal 2040; o, al più tardi, per qualche lieve intoppo sempre da prevedere, nel 2050. Intanto, non si contano sversamenti fuoriuscite perdite incontrollate e incontrollabili di gas e petrolio dalle sicurissime tecnologicissime avanzatissime infrastrutture, ovviamente verdi, con susseguenti vittime umane e irreparabili avvelenamenti ai pochi ecosistemi superstiti, ma cosa importa: le azioni borsistiche borseggiatrici volano, le balle e la bolla anche, gli azionisti gongolano, quantificando i dividendi pro capite. Se a breve, non esisteranno più pro né contro e nemmeno cape, pensanti di sicuro, più o meno sante, più o meno sane, pazienza.

Luther Blisset, Wu Ming o Jim Douglas M.? M. non il mostro di Dusseldorf, Morrison angelo ribelle del rock, quello vero, quello che disorienta, lascia senza fiato, come dentro un incubo, inseguiti da un grosso predatore, invisibile, del quale percepiamo la famelica inquietante, presenza, l’alito caldo, quasi l’acquolina che secerne pregustando il momento in cui le nostri carni diventeranno suo succulento fiero pasto.

Sono vero, vivo, umano troppo umano; normale: spero proprio di no.

Ci sarà un auspicato risveglio? Per quanto devastato il corpo, lo spirito cresce in energia. Perdona a me Padre, perché (talvolta) so quello che faccio. Voglio ascoltare l’ultima Poesia, dell’ultimo Poeta – grazie Jim.

Perderemo la guerra tanto invocata agognata agonizzante, perderemo la partita a scacchi con la pandemia – impostata con grottesca strategia – perderemo la sfida alla crisi climatica, perché gli Scienziati, per una volta concordi, hanno già affermato che il collasso della nostra casa comune sarà più rapido di quanto previsto fino a oggi;

sarebbe importante che ci preparassimo, con la tenacia di monaci tibetani, a vincere, per una volta prima opzione, la Pace.

Per il Poi, del Mondo Dopo.