Pazza Gioia dello Smarrimento

Pagina della pazza gioia, gioia per la pizza.

Pazza pizza gioiosa, abbandoniamoci alla pazza gioia, anzi passa gioia – prego, prima tu, graziosa creatura del cielo – passa gioia senza freni, passa la gioia, eccome, soprattutto quando e se ti illudi che sia eterno il sollazzo.

Gaudeamus: della sacra pizza.

Finché ce n’è – si scriverà davvero così? per fortuna, la glossa madre è un’opinione da balera – meglio tutelarla, averne cura, dimostrarle gratitudine. Del domani, anzi dell’istante successivo, certezza alcuna. C’è o non c’é? Ci è o ci fa.

Balliamo sul filo, non si sa se sia più rassicurante quello teso tra due vette irraggiungibili o quello affilato a puntino del rasoio di Jack Occam; optare per una colonna sonora adeguata in previsione – ah, la previdenza – di una fine, per un fine, per il fine del Mondo, quale abbiamo creduto di conoscere: i più coltivati nei vasti campi dell’anima, vorranno lasciarsi cullare al congedo dalla sonata (o era una sinfonia di fine vita in Leningrad?) numero 7 di Shostakovich, le persone più popolari magari preferiranno votare, ma solo in caso di attacco nucleare – opzione Kubrick – per la canzone We’ll meet again, della Vera diva Lynn;

anche se il giorno dopo, il centro città potrebbe somigliare più al deserto dei Tartari, che a quello immaginario, avventuroso di Tartarin di Tarascona. Al netto, della scorta dei Leoni dell’atomo.

Attenzione alle fumate – figlie e figli dei fiori, ci siete ancora? – mentre con il lanternino, anzi, con l’insopportabile luce blu di schermi inesauribili, cerchiamo l’uomo giusto o quello meno sbagliato tra torme e tormenti di bipedi senza qualità, le enormi aggregazioni gassose bianche o nere, non indicano solo un esito, un risultato di uno spoglio, ma potrebbero segnalare, eruzioni cutanee, esplosioni, di gioia.

Qualcuno gioisce di sicuro in questo Mondo Dopo: pare che l’era dei virus mutanti non abbiano cambiato le tradizionali abitudini inique in vigore tra i gruppi più o meno umani, che prevedono l’aumento indiscriminato della ricchezza dei soliti noti, all’aumentare delle difficoltà, delle angosce, delle disdette – delle vacanze, senza dubbi – di tutti gli altri, senza santi né sarti in paradiso (fiscale).

Lasciate o raddoppiate? Loro raddoppiano.

Vi arrendete? Come dicevano agli avversari con ghigno beffardo i mitologici – quelli sì – blancos del Real Madrid, negli anni ’50 del 1900, quando in Iberia e sui campi della Coppa dei Campioni, i trofei erano loro appannaggio per diritto di piedi, divini; miedo escenico? Paura del palcoscenico? Molto di più, anche senza fantasmi o misteriose maledizioni. A proposito, adios senor Gento e grazie per ogni meraviglia.

Sfidare la morte, ma al chiaro di Luna, come se non sfidassimo la Nera Signora ogni giorno, anche nel pieno fulgore del Sole; auspicare che almeno una volta nella Storia – che bella storia sarebbe – trionfi la rivolta degli appesi (non gli insaccati, sia chiaro), quelli che da sempre patiscono per la repressioni delle voci, dei diritti, della libertà;

rammentare di andare, nella giusta stagione, a raccogliere le fragole nel loro posto, quello giusto e rammentare la domanda della commissione d’esame a quel giovane aspirante dottore: qual è il primo dovere di ogni medico? Per tacere del buon caro vecchio Ippocrate, chiedere perdono.

Anche Tolkien smarrì il sentiero, in una terra di mezzo, forse la sua, ma vivendo una favola per adulti, soprattutto, raccontandola, trovò un piccolo pittore di foglie e un albero meraviglioso che gli (ri) donarono coordinate e sensi, dell’orientamento esistenziale:

l’Albero della Vita, quello che, (d)al centro dell’Universo, sostiene e alimenta tutto il Creato.

Mondo liso, per tacer di Monnalisa

Pagina dei lavoretti domestici, do U know bricolage?

Hai voglia Piero, a metterti carponi, o disteso; hai voglia ad avvitare tutte le viti del mondo, se la vite principale è spanata, dipanata, appannata: impanata? Dopo il pasto, digestivo effervescente.

Sbrogliare la matassa del brico o del bruco che evolve in farfalla non è semplice: dipanare la matassa, il broglio anche e soprattutto elettorale – ci facciamo buggerare da una vita e anche più – il brogliaccio: la commedia agra della razza umana in fondo resta la stessa, perché ci siamo incaponiti – incagliati? – a seguire, inseguire sempre il canovaccio unico (canovacci e strofinacci, molto utili in ambiente domestico), il mono canovaccio: non possiamo dunque pretendere grandi sorprese, grandi novità, sensazionali risvolti ai pantaloni, ai volumi cartacei, alla trama della commedia dell’arte del caro vecchio liso Mondo.

Indolenza, pigrizia: pigro, magari come Ivan Graziani nel 1978, carezzare Monnalisa, trafugarla – donna (tra)fugata, sempre baciata – nasconderla in una lignea cassetta per le patate, trasportarla in un vecchio solaio o un antico fienile e ammirarla senza posa, per giorni, per mesi, per rivelare, carpire, metabolizzare il segreto di quelle pennellate, di quel sorriso; anche un po’ beffardo, tipico della donna superiore che ha capito tutto e conosce le tue vergogne, i tuoi difetti: i più intimi, i più scandalosi.

Cielo (D’Alcamo)! Mio marito! Nasconditi nel covone, presto:

«Tu me no lasci vivere   né sera né maitino.
Donna mi so’ di pèrperi,   d’auro massamotino.
Se tanto aver donàssemi   quanto ha lo Saladino,
  e per ajunta quant’ha lo soldano,
  toc[c]are me non pòteri a la mano».

Lena, perché sei Tu (Madda)Lena, prostituta honesta che facevi impazzire gli uomini con la tua avvenenza senza pari, senza mai incrociare autentiche rivali: anche Merisi da Caravaggio perse il lume, della ragione, ma non dell’Arte – e creò la camera oscura – e Ti innalzò a modella eterna della eterna celestiale vergine; uno scambio di divini doni, il vostro.

Cercare paradisi terrestri – non solo fiscali – negli atolli, mai satolli, tropicali, scoprire svegliati di soprassalto o da un assalto di sopra, la natura profonda e vulcanica di quelle isole: lava, cenere, lapilli, tsunami e il cha cha dell’Apocalisse è servito, magari insieme ad un raffinato cabaret di frutta, anch’essa tropicale, e fantasiosi cocktail al rhum, rigorosamente al rhum. Anni ruggenti, dei Tropici.

Fare i fessi – la giara fessa, di Mastro Luigi, Pirandello – farsi credere fessi, per meglio rendere fessi gli altri: un altro trucchetto antico come la professione più antica, la prostituzione – quella intellettuale, a partire da certi graffiti sulle pareti delle caverne – che però, inspiegabilmente, funziona sempre e miete ad ogni stagione migliaia di tontoloni.

Riparare con mastice portentoso la giara, raccogliere i sassolini lavici neri che come aliena neve scendono dal cielo, scrigni naturali dei codici segreti, esistenziali, del nostro Universo;

i meno sciocchi, o solo i più cari agli dei, lo capiranno, li accoglieranno nel loro palmo disteso, li conserveranno in quelle antiche anfore:

per (ri)generare il Mondo Nuovo, da quello Prima.

Voyager (Aldebaran)

Pagina dei Venti, non del Venti – Paolo Rossi, ragazzo immortale – la Rosa dei.

Il vento scompiglia, agita, favorisce o inibisce i voli, pindarici pitagorici, dei prototipi o proto tipi. Senza offesa, senza discriminazioni: astenersi piloti automatici, attenersi alle istruzioni, umane.

Il vento dispone di ali e moto, propri, ma può spezzare quelli altrui, spezzare e anche spazzare, via, definitivamente.

Nel fatidico anno – a proposito, esistono anni incolori, senza accadimenti? – 1989 (Mondo Prima, MD) una sonda terrestre di esplorazione cosmica, denominata Voyager, appurò misurò comunicò alla base posta su Gea Madre che i venti di Nettuno raggiungevano i 2100 km orari; roba da far impallidire di scorno la più potente bora triestina o il più selvatico tornado americano. Improbabili, su Nettuno, anche perché le guglie del suo tridente regale sono acuminate, assai, gli aperitivi gli apericena gli afterhours all’aperto.

Nel 1989, cadde uno – uno solo dei troppi – muro della vergogna e dell’idiozia umane: forse, con tutte le molle le pinze sterilizzate le precauzioni del caso (mai per caso), qualche refolo nettuniano giunto fino a noi senza menzogne, senza infingimenti, aiutò quelle mani assetate di libertà e di vita, coadiuvò l’opera demolitrice e per una volta meritoria, di quei picconi della rivolta, amata rivolta; avremmo dovuto imparare la lezione: non voltare mai più le spalle alle iniquità.

Siamo renitenti, eterni ripetenti, alla leva calcistica della classe 1970 e soprattutto alle lezioni di Maestra Storia.

Sarà capitato anche a voi di avere un rumorino nella testa, per poi all’improvviso accorgervi che si tratta del meraviglioso frastuono che produce il Valhalla, non solo quando cadono certi sedicenti dei – poverini – ma quando crollano miseramente i tetri castelli, i miserrimi teatrini di inveterate menzogne: anche i miracoli e le magie sono tollerabili semel in anno, come la follia, come l’inverarsi dei sogni, l’eccesso non crea dipendenza, solo letalità.

Nelle migliori taverne dell’Universo, degli universi unicorni alternativi, esplorando senza tregua senza conflitti ogni multiverso, anche quelli senza pluri identità, sarà lecito, auspicabile indossare tutte le maschere, le proprie, quelle altrui, per capire come ci si sente: pesanti e soffocati di sicuro, ma, optando, tutto l’anno sarà Carnevale.

Caro Nettuno, gigante cosmico, algido pianeta blu, chissà quali sono le tue impressioni – anche fotografiche, letterarie – quando le Pleiadi incontrano Selene (e viceversa); altro che Singapore (con tutto l’onorevole, oneroso rispetto), vorrei un destino da apolide consapevole su Aldebaran e dintorni;

in fondo, partendo dalla Luna, dovrei percorrere appena 440 anni luce:

sono un discreto camminatore, nello zaino inserirò il manuale per marciatori astrali.

Gennaio è una ninfa

Pagina delle belle mattinate di gennaio, quando sono belle.

Aria tersa nonostante l’inquinamento, luce cristallina, il mondo intero appare limpido, nonostante le anime umane restino torbide.

Nuove grandi speranze dalla scienza medica, perché oscura resta la mente dell’uomo, ma anche il cuore non scherza, anzi: spesso organizza scherzi birboni e quando li allestisce, di solito, non pratica sconti. Ecco perché, in periodi confusi e bui, da Baltimora giunge una notizia che induce se non alla festa, alla cauta soddisfazione; dai quesiti da pòrci, ai cuori dei pòrci che dopo opportuna modificazione genetica possono essere trapiantati nelle casse toraciche dei bipedi che hanno consunto i propri.

Da cuore di cane – sempre sia idoLatrato il fidato amico – a cuore di porco, senza offesa e senza allusioni, né illusioni alla fattoria animale di orwelliana memoria, almeno per oggi.

Non sottovalutare mai il potere e le conseguenze dell’Utopia: non si tratta, come da limitato limitante manuale, di idea non realizzabile, ma di idea così fulgida in grado di trasformare il reale, in un sogno, in un’altra realtà o nell’abbrivio di una navigazione verso qualcosa che prima non c’era e forse ci sarà, sarà raggiungibile; dipende dipenderà solo dagli utopisti e dalla loro fiera determinazione.

Per noi dinosauri del Mondo Prima, Histoire d’O era questo, solo questo: un romanzo e il film tratto dall’opera letteraria, non la palingenesi della aVariante di un virus; amica Belinda, dal nome di una mela, però peccaminosa, qual è il limite tra eros e prevaricazione? Il quesito non sussiste se per orientarti, segui le vaghe stelle della costellazione chiamata Rispetto, della dignità e delle persone.

Qui Rinale, a voi studio: al colle nomato Quirinale, sceglierei per il meglio – o era miglio? – un cardinale; così, tanto per cambiare tutto, in modo che niente cambi mai, sul serio.

Un tempo nel Mondo Prima, marzo era il mese dei giardini e delle idi – congiure (kompottisti!) – ti dovevi guardare dai repentini mutamenti meteo e dalle coltellate vaganti, ma almeno il tuo quotidiano groviglio poggiava su qualche pilastro, solido, indistruttibile; in questa epoca mesta, senza più nemmeno una festa, dovrai/dovremo coprici le spalle – senza garanzie di successo – dalla pandemia galoppante e dai magici richiami, il cui abuso, uso massiccio, rischiano di causare più maleficio che tutela: ora lo ammettono, ad alambicchi stridenti, gli stessi alchimisti dell’imperatore.

Gennaio è una ninfa dalle rosse chiome, leggiadra leggera, dal respiro magico fresco e profumato, la riconosci dal nitore della pelle diafana, dal nitore del cuore, nuota veloce tra vortici di acque verdi rubino: tra la Luna e gli epici falò epifanici – inesistenti ormai – saremo noi all’altezza, meritevoli di sua cugina, Nuova Primavera?

Speriamo non tardi ad arrivare:

auspichiamo, soprattutto, che arrivi.

Vecchie rimembranze, nuove pagine (?)

Pagina dell’anno dopo, il terzo nel Mondo Dopo, in un soffio di vento.

Siamo un soffio anche noi, lo sono le nostre vite, un sospiro, poco più, poco meno.

Speriamo di non essere mai un soffio loffio o di essere negazione dell’Essere: invidio la cara antica Drosphila – Drosofilla del mio cuor – Melanogaster, imprigionata incastonata cristallizzata nell’ambra millenaria, però nel suo momento migliore, all’apice della forma, allo zenith della gioia.

Siamo carovane, siamo come le carovane di quei pazzi autentici che fiondandosi verso l’Ovest, verso la leggendaria epica frontiera – naturale, immaginaria, tracciata a tavolini dai soliti squallidi affaristi – si illudevano di accedere a un nuovo Eden, si auto convincevano di costruire una vita nuova. Famiglie senza patria, senza arte né parte – solo partenze – avventurieri affamati assetati di emozioni al limite della sopportazione, immancabili famigerati delinquenti senza scrupoli. Nulla di veramente nuovo sotto il Sole, dall’alba dei tempi.

Pagina nuova per vecchie rimembranze: abbiamo perduto molto durante i secoli, non solo l’Arca dell’Alleanza tra umano e metafisico, tra umano e trascendente, ma anche quella dell’Intelligenza, il bene supremo dell’intelletto, l’intelligenza reale raziocinante, funzionante; l’arca degli aforismi – se 50mila pubblicati vi sembrano pochi – Arkadij Davidovic, russo che dal suo universo dei sogni raccoglieva e traduceva per noi motti di acume e spirito, acuminati.

Cara dolce Compagna, non inganniamoci: può sempre tornare utile imparare le leggi dell’esistenza, compresa l’inesistenza.

Abbiamo dovuto congedare e salutare, chissà, in auspicio solo momentaneamente, anche mister Larry McMurtry: la sua colomba solitaria e i suoi sporchi eroi di Laredo, quasi tutti tipacci poco raccomandabili, coacervo più di difetti e limiti che di lucenti qualità – per questo, molto umani, molto carnali se così sia possibile definire personaggi letterari – hanno saputo raccontare meglio di ogni saggio storico, meglio di tutte le celebrative pellicole hollywoodiane, più e più in profondità di altri romanzi della corrente o del genere, se preferite, la falsa epopea del citato – eccitante – West nord americano.

In fondo, in fondo alla pista polverosa, al raschiare dell’ultimo barile di acqua potabile, si tratta della solita vecchia storia:

quella dell’uomo che combatte contro la genetica paura di vagare nell’insignificanza, durante la sua labile comparsata terrestre, affannandosi a imprimere anche solo una piccola traccia originale, su un frammento di selce.

Palm Beach Gardens

Pagina delle palme, palme delle mani e della flora

Al palmare degli pseudo potenti, preferirei i palmares, quelli completi con tutte le sconfitte, che a vincere, almeno una volta, almeno grazie allo stregone – o era lo stellone, strillone? – sono bravi molti, se non tutti.

Palma o palmo della mano? Chi sono io per dirimere un’ambiguità storica che ci trasciniamo dal tempo degli antichi Romani? Meno male che la Storia l’abbiamo già cancellata.

Fenomenologia dei fenomeni, astrali, certo, i migliori – ma fenomeno e migliore possono essere considerati equipollenti? – vorrei che il Professor Eco, anche dalla sua dimora empirea attuale, ci facesse dono di tante (Dante) bustine, quelle di Minerva capitolina, per interpretare, fino a dove si può con il raziocinio oltre con l’immaginazione, tutti questi fenomeni narcisi: un po’ troppi, un po’ debordanti rispetto ai risultati concreti, rispetto alla prova del 9 della realtà.

Camminando palmo a palmo nel tuo territorio, finirai prima o poi nell’imbatterti in piste meno battute, meno frequentate; troverai un ferreo cancello completamente cannibalizzato dalla ruggine e sorgerà spontaneo il desiderio di oltrepassarlo, nulla attrae più degli enigmi, soprattutto quando i muretti di antiche case diroccate, sono già crollati, picconati senza pietà dall’incuria umana e dal potentissimo manto di Kronos.

All’improvviso, scorgo dentro un meriggio surreale, Battiato che proprio durante la materna controra sicula, deambula alla ricerca dell’ombra della luce, stagliandosi tra due palme nel suo giardino della pre esistenza, o forse nella dimora onirica di Milo etnea. Con un solo balzo in diagonale, ha raggiunto l’Uno al di sopra del bene e del male, mentre io avvinghiato al pavimento, brancolo a fatica, a fatica tento un’insana, fallace individuazione delle ombre che mi circondano.

Servirebbe come pane e datteri tra le palme, un esegeta professionale, capace di spiegare le barzellette raccontate da Ciccio l’Etneo, soprattutto quella del cammello che entra in un bar, si mette di profilo e cade; ma solo il pensiero di quel mistico siculo buontempone e barzellettiere scatena la risata sana e gustosa. I grandi, quelli veri, coniugano profondità leggerezza ironia semplicità: la semplicità è vicina al divino, rammentava il filosofo Manlio Sgalambro.

Con palme speranzose, corriamo a brevettare le invenzioni, le più belle, le più sorprendenti: la fila per accedere alla sospirata carta burocratica è quasi infinita, perché le invenzioni vere – si sa – hanno mille padri (e le madri?), in compenso disastri e nefandezze ,meschini, restano abbandonati davanti agli orfanotrofi e ai conventi.

La fotografia aiuterebbe come prova testimoniale?

Lo sai che lei è proprio un dagherrotipo? Piano con le parole, dagherrotipo ci sarà lei e tutta la sua stirpe.

Osservate con attenzione i panorami, durante le albe di gennaio: le montagne azzurre color di lontananza appaiono così vicine che si ha l’illusione di poterle carezzare con i palmi; a mezzogiorno, nonne a spasso con nipoti sui tricicli, regalano sprazzi, pennellate residuali di umanità.

Se qualcuno resterà, tra eterno ritorno dell’atomo e avanzate di novelle armate virali, inginocchiato o meno, con palme impolverate o verniciate di bianco – polvere terrestre – rivolgerà un doveroso, categorico ringraziamento, al Cielo:

più su, oltre, forse non si potrà.

Leopardati, forse

Pagina del forse, parola più bella del vocabolario;

non lo dico io, lo scrisse Giacomo, Leopardi.

Dalle truppe cammellate di certe schiume dei sargassi, mucillagini infestanti delle nostre società in disgregazione, alle truppe leopardate, anzi leopardiane: un bel passo in avanti, il passo del Leopardi. Forse.

In ritirata, sulla collina, almeno, anzi ameno, buen ritiro. Forse.

Vivere, sopravvivere all’ombra, nell’ombra dello ieri, prima che venga Domani, a esigere tributi decime gabelle balzelli – anche sul posto – omissioni, ossessioni. Forse.

Le vite degli uomini si intrecciano come fili di canapa, anche quando questi uomini non si incontrano mai, anche quando percorrono epoche distanti o lievemente comunicanti tra loro; credereste all’incredibile forza vitale – resilienza, vade (nel) retro bottega – di un infaticabile, orgoglioso lavoratore nipponico, capace di sopravvivere a 2 ordigni atomici, per poi concludere il cammino terrestre a 93 anni, da attivista contro il nucleare? Credereste alla forza del destino, del fato, del caso – dadi in un bussolotto nelle mani degli dei capricciosi – che si abbatte sull’esistenza di un intellettuale francese, nemico dichiarato dell’atomo nocivo e della meccanica senza anima, il quale scegliendo un giorno di viaggiare non in treno, come inizialmente previsto, ma in auto, muore a causa di un incidente stradale? Non saprei dire se esistano sottilissimi gangli invisibili che ci collegano tutti all’Uno metafisico o se sia in fondo possibile trarre, se non una morale, almeno qualche piccola preziosa lezione dalle vite degli Altri che non sono noi: più che il presunto ritorno dell’atomo verde di pseudo IV generazione, temo gli istinti voraci amorali acefali del bipede, forse progredito nelle tecnologie esterne, ma rimasto bloccato alla prima generazione, primordiale e belluina. Forse.

La scienza – ah, questa scienza, sostitutiva di Mamma Rai, quante cose fa solo per noi – ci avverte (chissà poi perché gli avvertimenti più mediatici, mediatizzati della scienza somigliano sempre più a minacce, a ricatti) che un enorme asteroide nomade nel cosmo rischia di schiantarsi sul nostro Pianeta in data 6 maggio, con effetti potenzialmente catastrofici: asteroide vagabondo non ti temo, hai il passaporto in regola? Hai completato il ciclo di inoculazioni di magico rimedio? Sei fornito di apposita, regolare mascherina ffp2 – anche quelle di Zorro o Diabolik, potrebbero andare bene – per atterraggi all’aperto o nei locali pubblici? In caso contrario, schiantati da qualche altra parte nell’Universo.

Ti invio il messaggio, l’imperativo categorico in codice, tramite alfabeto, Alfabeto Forse.

Lo Zibaldone dei pensieri non equivale a un rassegnato zì badrone: il potere è contenuto nelle mani del tiranno o nelle passività dolente di chi si rassegna senza combattere alla schiavitù? Eterno dilemma che non significa lemma doppio, casomai, angosciante problema al quadrato. Forse.

  1. L’immaginazione è il primo fonte della felicità umana. Quanto più questa regnerà nell’uomo, tanto più l’uomo sarà felice.
  2. L’arte non può mai uguagliare la ricchezza della natura.

Giusto per non smentire la fama di inguaribile ottimista, anche un po’ zuzzurellone del Leopardi:

sempre forse;

sia chiaro, senza tentennamenti.

Ombre Comete Piccole speranze

Pagina delle fallaci sensazioni, da non confondere con sensazioni falliche;

si cambia del tutto genere e gli esiti potrebbero risultare lontani e inattesi.

Ombre grigie, ombre nere – per tacere delle ombre rosse – vagano indistinte nella nebbia che tutto rende indistinguibile e ovattato, eppure periglioso, in ogni gocciolina potrebbe annidarsi, mimetizzarsi una minaccia, reale o immaginaria non fa differenza.

La verità minuscola che ricordavamo si può cambiare, mascherare, cancellare, ma se non riusciamo a definire un sasso in giardino, sarebbe opportuno non arrischiare dialogici dibattiti sui massimi sistemi.

Chi può ragionevolmente scandagliare i propri abissi e a stretto giro degli angoli, acuti, gli abissi altrui? Un uomo grida il proposito di perire e farsi tumulare sul posto di lavoro, potrebbe apparire un’esagerazione causata dall’esasperazione di un periglio momentaneo, invece è una filosofia personale, un piano di vita, o di congedo, dalla vita.

La disobbedienza meditata alle illusioni coercitive del potere è già felicità, la resistenza – prospera abbondante munifica – sia frutto da curare nel presente, maturo per il futuro: la Compagnia della libertà e della dignità, della coerenza e della consapevolezza soppianti presto quella delle Indie, o meglio, le sue voraci, spietate nipotine.

Brancolare mendicare pedinare l’eco, dei propri passi, a ritroso nelle dimensioni, negli eoni, nelle esistenze: tornare a Babilonia, Alessandria d’Egitto, Atene; imparare davvero finalmente democrazia, oratoria, catarsi dagli orpelli, i più ponderosi, i più ingombranti, soffocanti.

Ombre non solo, non sempre orientali, giochi di dissolvenze, incrociate, abbracciate: prologo, epilogo, entità separate, identità precipue o identiche fasi alternate, intercambiabili a seconda dello scorrimento della pellicola, del montaggio analogico, delle direzioni di marcia, con passo costante?

Le parole, queste sconosciute, talvolta non sono abbastanza, talvolta, una sola può tracimare nell’eccesso; gli auguri sarebbero fuori luogo, in loco nel Mondo Dopo anche gli àuguri preferiscono eclissarsi:

meglio ricominciare con cautela e leggerezza, confortati da un ricordo bello anche se falso (o bello, proprio in quanto falso), inseguendo una piccola luce, forse verde.

Magari per avvistare – se non appuntare come biglietto mnemonico sull’anta del frigorifero – la Cometa Osceola:

perché i sogni dei Popoli non devono morire, perché i Popoli devono restare in cammino.

Dolce naufragare, senza soluzioni

Pagina di chi cerca le soluzioni, si scervella, si danna nella ricerca.

Nella settimana enigmistica, tutto almanaccando, è facile: basta pazientare la settimana successiva per trovarle già belle e stampate, a chiare, visibilissime lettere.

Frugando nelle proprie tasche diventa operazione più complessa, quando non impossibile – adoro le missioni impossibili, tanto poi arriva Tom Cruise che a 90 anni salta dai grattacieli senza stuntman sostitutivo – di solito le tasche hanno ceduto, lise da tempo, nel corso del tempo; le soluzioni le briciole le monetine si sono disperse lungo tutto il percorso e riportarle nelle mani o nella memoria è magia riservata a pochi, illuminati.

Antonio De Curtis, il principe partenopeo, talento comico quindi tragico, inarrivabile, sosteneva non solo sulle sue esili spalle – grazie a spalle straordinarie – sceneggiature talvolta imbarazzanti, ma anche ispirate teorie filosofiche: nei tempi di crisi, gli intelligenti si prodigano per trovare e costruire soluzioni, mentre gli stuoli di imbecilli si affannano a individuare colpevoli.

Ecco, Mergellina, abbiamo un problema: oggi gli imbecilli sono quasi tutti inseriti nei quadri di comando; peccato che nessuno – o pochi sparuti, quattro gatti indomabili, direbbero gli stolti – frequenti vocabolari e accademie etimologiche, sarebbero magnifiche scoperte – non tutte le scoperte sono di per sé stesse magnifiche – ineffabili emozioni al cospetto della autentica natura di parole chiave, quali: natura, maestro, ministro.

O mangi questa ministra – pardon, minestra – o la getto dalla finestra; la saggezza popolare può essere ingannevole, più di ogni cosa, ma di ogni cosa – non l’avessimo perduta, dispersa assieme alle soluzioni – fornisce una qualche traccia, solida molto più che apparente, almeno perlomeno, più o meno, indiziaria.

Avessimo ascoltato le Nostre Nonne, i Nostri Nonni, non saremmo qui e ora così, ridotti ai minimi termini, con pochi termini, di paragone e pensiero; poche parole, banali, equivalgono spesso a zero pensiero. Senza nemmeno zenzero.

La memoria tanto celebrata è un processo di costante riscrittura dei fatti accaduti – noi bipedi, in particolare, abbiamo una memoria affidabile poco affabile, quanto quella di un monocolo unicellulare: chi controlla il passato, controlla il presente, determina a suo sghiribizzo il futuro. Quanta nostalgia di un fratello maggiore

Come in una fulminea, fulminante vignetta di Mastro Altan: quanti pensieri in codesta realtà, se rinasco, spero di reincarnarmi in un sasso. In alternativa alla formica e al mandorlo precedenti.

O nel Pi, quello ellenico classico, naufragando per i Sette Mari, dolcemente, in compagnia di una maestosa Tigre, del Bengala o della Malesia: una o entrambe, comunque una benedizione.

Amor vincit omnia: rinascere mandorlo o formica?

Non sarà un magico rimedio, ma una vera magia a risolvere ogni problema.

Il meteo moderno, virtuale, basato su complicati astrusi calcoli e modelli matematici di riferimento, ha gà diramato l’avviso urbi et orbi, più, meglio di una benedizione – o scomunica – papale:

prepariamoci ad un epilogo d’anno (danno?) anticiclonico!

Sperando in un prossimo, ravvicinato, imminente, divertentissimo concerto dal vivo dei Raggi Fotonici.

Una stalattite e una stalagmite, con lungimiranza e pazienza e volontà paleolitiche, hanno atteso circa 20.000 anni, ma finalmente hanno coronato il loro sogno, il loro desiderio romantico: sono riuscite a incontrarsi e soprattutto scambiarsi un tenero – tenero, magari non proprio – bacio d’amore, lungo, appassionato, in stile via col vento, senza decollo, senza straziante abbandono finale.

Questo delirante anno ignobile, denso di ecoballe più o meno spaziali, molto mediocri, si avvia alla conclusione; interroghiamoci: è questo il momento fatidico del giro di vite? Quesito meno banale di quanto possa apparire di primo acchito; racconto horror, azione meccanica riparatoria, ciclo completo di esistenze?

Fossimo giunti al necessario balzo evolutivo, vorrei reincarnarmi in una formica, non atomica anche se questo insetto meraviglioso, nel suo piccolo (stabilito da chi?), talvolta s’incazza e giustamente di brutto; raccontava Mister Wilson from Alabama Blu Sky: se un extraterrestre fosse planato sul nostro amato pianeta milioni di anni fa in missione esplorativa, avrebbe fatto ritorno al suo mondo convinto, pronto a testimoniare con precisi dati alla mano – mano? – che il Popolo delle Formiche presto sarebbe diventato guida e modello predominante sulla Terra.

Le Formiche sono la dimostrazione che non serve un cervello grande, ma un grande cervello: solidi legami sociali e una complessa organizzazione dell’ordinamento comunitario, le rendono imperturbabili ai disastri causati dalla stupidità arrogante dell’uomo; eppure, proprio come le Api, l’inquinamento derivante dalle attività antropiche senza limiti, senza regole, minaccia la loro esistenza. Qualora dovessero estinguersi, sarebbe il rintocco finale della campana anche per i presuntuosi bipedi; invece, dovremmo trarre ispirazione da quegli insetti proprio nei peggiori momenti delle crisi peggiori, per mutuare e trasferire nel consesso globale quella così definita eusocialità che ci consentirebbe, senza mai più ricorrere a conflitti armati, di arginare e/o addirittura risolvere i problemi colossali dai quali, nei quali ormai non riusciamo più a districarci.

Forse, sottolineo tre volte forse, l’amore vince e sbaraglia ogni ostacolo, ogni difficoltà, riesce a sbrogliare matasse di ogni genere e tipo, però, come ha dimostrato il brillante professor Giorgio Vallortigara, psicobiologo dell’Università di Trento, anche l’inferenza transitiva ha la sua importanza, la sua notevole funzione – anzi, è essa stessa una funzione, logica – vitale: saper distinguere gli ordini di grandezza o quanto certe situazioni siano favorevoli o meno, spesso aiuta a vivere o sopravvivere meglio. Soprattutto, a differenza delle narrazioni trancianti e semplicistiche, gli ultimi pioli della scala sociale, stimolati dalle necessità, le più varie e urgenti, sviluppano notevoli capacità mentali, molto superiori ai sedicenti leader: se accade tra polli e pulcini, facile possa verificarsi anche negli ovili umani.

Per Capodanno vorrei ripercorrere il viaggio evolutivo del mandorlo, magnifica pianta giunta fino a noi per merito dei navigatori Fenici; una traiettoria quasi millenaria che in periodi più recenti, suscitò e solleticò l’interesse e la fantasia creative di Vincent Van Gogh e Henri Matisse;

rinascere formica o rinascere mandorlo, questo il dilemma finale:

La quercia chiese al mandorlo di parlarle di Dio e il mandorlo fiorì“.

Grazie al poeta greco Nikos Kazantzakis, sarebbe meraviglioso congedare il 2021 con afflati finalmente lirici.

Comete Congiunture Code

Nel bel mezzo di un gelido inverno,

anzi, nel prologo di un inverno gelido – del resto, dobbiamo in qualche modo giustificare gli aumenti stratosferici, esponenziali, del costo del gas.

All’inizio dell’inverno del nostro scontento, o del nostro scontento invernale, per un ampio delta di ottime ragioni che però non migliorano la situazione, generale; generale come il Generale Inverno, quello contro cui si sono – durante la Storia – scornati tutti i presunti, presuntuosi grandi.

Cercare tracce nella neve o perfino nel ghiaccio, tramite carotaggi: tracce dei terrestri, presenti passati futuri ipotetici, segnali di vita, orme di terrestri esodati, esondanti, esoinscheletriti (neologismo senza logica).

Il corvo grigio nero appollaiato sull’antenna televisiva – una delle tante, troppe del labirinto urbano asfittico, asfissiante – fiero scruta il cielo, si pulisce con cura le penne, non lo turbano, non lo spettinano le onde elettromagnetiche e forse – magari – sarà lui, impassibile signore se non del Cielo, dello spazio aereo circostante, a carpire il mio tesoro. Oppure, con la sensazione di affidarlo ad ottime zampe, sarò io stesso a esclamare: a te il mio scalpo.

Chissà se qualche alieno astrale immagina di esplorare l’Universo attraverso diorami – non sono i rami dell’albero divino – vedute di paesaggi cosmici che, a differenza di certe ormai spente menti terrestri, offrono vedute prospettiche tridimensionali, orizzonti ampi fantasiosi caleidoscopici; a breve, non solo nel presepe natalizio, ma nelle vetrine: diorami quali documenti storici, avamposti, avanzi di briciole di memoria umana, ricostruiranno per noi, in vece nostra, al posto del nostro impegno vitale che mai si concretizzò, con elementi superstiti del regno vegetale e di quello animale, l’ambiente naturale, negli eoni del Mondo Prima identificato con il matronimico Eden.

Si spalanca il portone, si chiudono le finestre, anche se perfino case e palazzi hanno cessato di ridere per eccesso di volgarità; sigillate bene le finestre – se possibile non quelle del cervello – per evitare spifferi pifferai, correnti non evolutive, solo malsane; nel frattempo, con lieve ritardo, con impercettibile diacronia, il signor Mastorna, tornato da uno dei suoi viaggi più onirici di quelli di Marco Polo, distribuisce a tutti i condomini pacchi regalo, con all’interno omaggi, a sorpresa.

Ritrovarsi a Venezia, per smarrirsi tra le fitte brume lagunari di Corte Sconta; accendere un lumicino, con l’illusione di trovare Fata Morgana e risolvere gli arcani, quelli più fitti inestricabili inafferrabili.

Mose o Mosé attenti a non mutare, fallire, scombinare gli accenti: esibisca i suoi nocumenti, cara grande nave – o anche acqua granda di ritorno a San Marco – cosa fa? Concilia?

L’astrofisico Daniele Gasparri, cervello italico nel deserto di Atacama, Cile, ci ha regalato immagini meravigliose della sorprendente cometa Leonard, subito ribattezzata cometa di Natale, un po’ perché ha attraversato il nostro cielo dell’emisfero sud il 25 dicembre, un po’ perché i suoi fantasmagorici ioni azzurri le conferiscono la forma e l’aspetto di un albero di Natale in volo nell’Universo: speriamo che molti di noi siano stati ispirati da quella luce per intraprendere un cammino nuovo, qui sulla Terra.

Del resto, proprio la scienza astronomica ci insegna che l’allineamento fisico dei pianeti del nostro sistema solare, come fossero una composta fila di clienti britannici in attesa dell’apertura dei grandi magazzini a Londra, non rappresenta un fenomeno impossibile, né sconvolgente; si è infatti già verificato nel 1805 e nel fatidico – calcisticamente -1982;

la notizia meno buona, è che la prossima congiuntura astrale favorevole, pardon, congiunzione, si verificherà solo nel 2357: giusto in tempo per l’abbrivio delle prime vere azioni concrete della solo  chiacchierata transizione ecologica.

Se nel frattempo la situazione sarà deteriorata, speriamo nello stellone, anzi in un altro passaggio della cometa:

per tentare di acchiapparla per la coda.

Eclissi natalizia

Natale sì, ma a oRanghi ridotti.

Circondati da invitati solo positivi, perché abbiamo bisogno di gente che pensi bene, agisca e parli meglio; i grigi convitati di pietra, restino confinati nella loro insopportabile preistoria.

Perfino l’Albero del Natale, logoro logorato, ha sbottato con un messaggio ecumenico alla sedicente umanità: adesso basta, non frantumatemi le palle, soprattutto quelle più brillanti e trasparenti che filtrano i raggi anti crepuscolari.

Per questo periodo e per tutti quelli che lo seguiranno – auspicando non s’incammini da solo, come quel pallido clone di Forrest Gump che aveva esortato le folle: chi mi ama, corra dietro a me – Fantasia al Potere e soprattutto anche nel podere, nonostante il bandito della transazione ecocida abbia già diramato l’ordine dal circolo dei kriminals oil fans: per contrastare il rincaro bollette (con il rinculo, si sa, la botta è sempre centuplicata), riattivare tutti i pazzi pozzi estrattivi già chiusi; l’Ambiente e la Salute? Vadano a farsi benedire.

Tanto, tra pandemia e miscredenti dei rimedi, le schiere cui sbolognare ogni colpa, sono dense di potenziali capri da asfaltare – letteralmente, concretamente – sull’altare dell’idiozia umana, però virale.

Eclissi del cuore natalizia, più grave una eclissi solare, anche perché senza Elios hai voglia a raccontare balle di Natale sulle fonti alternative; nel 1869 il governo italiano – non si inventa mai qualcosa di nuovo, purtroppo – istituì una bella commissione, però scientifica, con l’incarico preciso di osservare studiare relazionare fotografare (pensa un po’, caro il mio Garibaldi innamorato, esistevano già la fotografia e la fotografia astronomica) l’eclissi solare prevista per il 22 dicembre 1870. Come punto d’osservazione privilegiato fu individuata la Trinacria, in particolare l’ex convento cappuccino di Terranova – nomen omen, prima che diventasse Gela, martire di veleni industriali – e il castello svevo di Augusta.

Farà sorridere, ma tutta la strumentazione scientifica, sofisticata e all’avanguardia per l’epoca, fu trasportata via mare – in volo sarebbe stato davvero fantascientifico – dal piroscafo Plebiscito, utilizzato già per la marziale spedizione dei Mille, quelli con le camicie rosse; nel Mondo Prima, usava così e tutto tornava: utile alla bisogna.

Camicie rosso sangue, camicie rosso natalizio, per quanto banale possa apparire – così è, se vi appare – mascherine rosso scarmigliato, scapigliato per travisare i mille (non quelli sopra citati) volti, le mille cause della malinconia.

Rileggere la biografia di Vespasiano (Totò truffa ’62 docet) – l’ape laboriosa che spiega paziente alla mosca insolente quanto sia meglio vivere tra i fiori rispetto all’immondizia – o le sagge regole di Sun Tzu?

Mai trascorrere il Natale discutendo con un cretino: da vero professionista, ti fa scendere dall’albero, ti porta sul suo campo di gara e ti batte con l’esperienza. A quel punto, si potrebbe notare a fatica la differenza tra i due contendenti.

Sarà impopolare, sarà politicamente scorretto, sarà considerato dalla megera mesta unione europea attività rivoltosa, ma me ne infischio:

Natale buono, ove possibile.

‘Brokken’ Wings, eppure volare

Incontri, immagini, momenti fatali, quelli che causano un tuffo al cuore e fanno sgorgare il desiderio – non rudi voglie preistoriche – di tuffarsi nel cuore degli eventi, nelle anime, nelle vite della Storia.

Caldeggiare una mozione, caldeggiare le caldarroste, al solito angolo tra piazza San Lorenzo in Lucina e via del Corso, caldeggiare l’Evoluzione, auspicando non resti nell’aere il solito sentore di aria fritta.

Temo che la volontà o la scelta autonoma di diventare viaggiatori – prima di puntare alla Patagonia – passi per un apprendistato da bibliofili, o, in alternativa, da aspiranti raccontatori, narratori di biografie di uomini straordinari. Vite poco incasellabili, uomini e donne molto alternativi.

Volare sulle note di opere e giorni, opere durante i giorni, giorni necessari a comporre un’opera completa; melomani, incalliti, trombe di Eustachio allenate al melò con o senza dramma, sul pentagramma di sicuro: la Cavalleria è rusticana, anche se non siamo Pagliacci? Orsù, la commedia umana è quasi finita, speriamo di averla interpretata spesso con quella rimarchevole fiamma della regina Eloana nel guardo.

La vita ci interroga dalle culle in poi, dopo una vita spesa tra continue interrogazioni – non necessariamente parlamentari – continui esami quotidiani, sarebbe bello, almeno una volta, invertire i ruoli: interrogare la Vita.

Mi piacciono i fusti, certo: soprattutto quelli che contengono con forza sicura e inaudita capienza certe sublimi birre belghe, scovate negli anni, nei decenni, dai miei Amici del King’s: bere una birra ogni tanto è un inebriante piacere, sia dunque birra del Re.

Ritrovarsi – più semplice e naturale, perdersi, tra il Kentucky e la Carnia – in certi fetidi bar, fuori da ogni tempo, con un’atmosfera mefitica, una sapiente miscela di stagnante residuo di secolare nicotina di pessima qualità e disinfettante di equivalente bassa qualità, con tavolini di formica verde, dalle superfici graffiate, ogni graffio una stagione: Anziani seduti lì da un’eternità, disputano saggiamente accalorati tornei di briscola e tresette; anche senza essere un ammazza sette o un rodomonte spacca timpani con le sue fandonie, percepisco la grandezza di quegli Uomini, dalle ali in apparenza spezzate, eppure maestri di volo. Non solo pindarico.

Da un paesino affacciato sul Mar del Giappone – come vi ero arrivato, chissà – udire il fischio lancinante di un mercantile invisibile: inganno della mente, allucinazione uditiva, richiamo, avvertimento? Vorrei chiedere lumi al Maestro Kitaro Nishida, nato nel 1870, un secolo esatto prima di me, molto più avanti di me – almeno un millennio – per sapienza, filosofia, intelligenza: “Il suono del nulla, ragazzo mio; dovrai apprendere le leggi dell’Universo, annullando il falso idolo di identità individuale, imparando a mediare il significato tra vocaboli fonetici e vocaboli visuali; la sintesi nel superamento dell’apparente realtà, ti condurrà all’Uno supremo, al Tutto”.

Caro Hans, non so se lettura e scrittura abbiano il potere di educare, addirittura salvare, redimere, riscattare vite, come accaduto a Wagamese, nativo canadese, cresciuto libero e selvaggio dalle parti del Lago Ontario e diventato scrittore per scelta:

di certo, come in altri lidi e a diverse latitudini, anche l’olandese viaggiante Jan Brokken confermerebbe, possono aiutare a immaginare di ‘librarsi’, oltre i confini, oltre le prigioni, dentro e sopra le Nuvole.

Interludio domenicale

Pagina del postludio.

Preludio, interludio, postludio: ludico o afferente al?

Misteri della controra, quella non meglio specificata fase postprandiale, tra l’epilogo del gozzovigliare e lo sprofondo inconsapevole nella pennica; chiedere lumi per informazioni più specifiche agli Amici del Sud del Mondo, dove la gente, i Popoli vestono solo dei propri colori e danzano nella vita, con ritmi e tempi giusti.

Avventurarsi per i vicoli del Vomero o nella Partenope sotterranea, incontrando il Monaciello, interludio presagio premonizione, benedizione propedeutica? Perdersi nel chiostro, del munasterio di Santa Chiara, assistere travisati trafelati – dentro un confessionale barocco – alle prove del coro, con vista, in vista della festa del periodo, del perdono o del patrono. Festa di Popolo, popolare, nella piazza del popolo.

Interludi ottimamente retribuiti intorno al Mondo, quello di una volta: tra un romanzo e l’altro, beato lui per il suo mostruoso talento, il signor Simenon, fantastico reporter – quanto Ti detesto (tutta invidia) Monsieur Georges – si dedicava da globetrotter all’esplorazione dei luoghi più affascinanti, da Capo Nord a Tahiti, transitando pigramente per le Galapagos; dedicandosi, senza troppo successo, almeno in questo, all’attività di investigatore. Edgar Allan Poe, solo con la potenza della deduzione, riuscì nell’impresa di risolvere un delitto misterioso, all’apparenza insolubile inestricabile; al papà di Maigret no, con sommo scuorno – vergogna, in lingua neapolitana – dimostrazione plastica, pratica che tra la letteratura e la realtà esistono notevoli iati di separazione.

Postludio nebbioso, con Elio timido tra le brume mattutine, in attesa dell’approdo dell’arca dell’alleanza, dell’amicizia, della Legge, da rispettare oltre ogni convenienza, oltre ogni tentazione, oltre ogni limite, fisco mentale morale: Una, solo Una.

Gaudio tripudio, lucida ludica cultura di Giovanni Pico, fantasmagorica girandola – Mirandola? – di saperi interdisciplinari, ante litteram: miscelare senza presunzione, senza prevenzione filosofie greca, latina, ebraica, araba; per offrire se non risposte definitive alle domande fondamentali dell’Umanità, nuovi spartiti musicali, per orientare la spaurita ciurma umana in nuove, migliori, collaborative, empatiche navigazioni universali.

Preludi sublimi, per eludere sorte ria e grama, per edificare salvifiche necessarie sempre troppo posticipate sorellanze/fratellanze, per concludere in crescendo, tipo l’ouverture del Guglielmo Tell rossiniano;

quello era un preludio, certo, ma almeno il nostro congedo sia in grande stile:

uscita di scena sì, al galoppo.

Infiniti

Quanti sono gli infiniti?

Domanda oziosa, forse.

Quesito peregrino pellegrino sciocco, ma le curiosità sono sempre ammesse e lecite, le risposte meno, anche perché di solito non giungono mai per tempo.

Per Alessandro Magno – al secolo messer Bergonzoni – dovremmo farci un giro nei reparti eternità, scopriremmo così che quotidianamente nascono degli infiniti; se le culle del paese sono vuote di bebé, ci consoleremo con il boom degli Infiniti.

Mi vuoi bene, più o meno infinito?

Il tarlo aleggia arieggia galleggia e la vita resta sospesa, come certi respiri, interrotti, non si sa se sul più bello; nel caso contrario, tutto sommando e molto sottraendo, meglio.

Annus horribilis, anno né fasto né infausto, anno esausto, esaustivo per certi versi e anche per certa, troppa trippa, anzi prosa, in eccesso, in esubero, spuria però di necessaria esuberanza.

Anno nefasto senza Nestore, impeccabile imperturbabile maggiordomo della tenuta di Moulinsart; per accedere ai molto segreti del castello – e della vita – sarebbe prima necessario convincere lui, incorruttibile e fedelissimo, a fornirci le mappe e le chiavi di accesso; più sicuro e sano, mantenere in vita dubbi e curiosità.

Servirebbe un principe Namor degli Abissi, invincibile cui chiedere non solo quanto è profondo il Mare, ma soprattutto di proteggere quell’infinito mistero blu dalle voglie rapaci delle multinazionali pseudo green; i fondali marini sarebbero disseminati di pietre ricche di litio, nichel, cobalto, manganese utilissimi per la fabbricazione di quelle pestifere batterie dei veicoli elettrici; la transazione ecocida incombe, poco importa che alla devastazione dei fondali oceanici si oppongano minuscole isole stato e centinaia di scienziati. Ormai dovremmo aver capito che la sola scienza buona è quella che garantisce come santa e giusta la spoliazione infinita delle risorse naturali. La pazienza di Madre Gea però non lo è, infinita.

Gli architetti sono qua, hanno in mano le città; ora rivendicano di essere non solo i maestri degli spazi saturi urbani, ma anche etnografi: sostengono sia ormai quasi impossibile distinguere tra città, aree suburbane, aree rurali; quindi se tutto è città – anche il povero Infinito fuggito in collina? – bisogna studiare attentamente le reti di relazioni umane e su quelle ridisegnare e edificare o riedificare nuovi/antichi ‘contenitori’ per consentire incontro e dialogo tra quegli strani bipedi, nel Mondo Prima umani, oggi chissà.

Dalle follie per la villeggiatura in ameni siti campagnoli campestri bucolici (senza offesa), alle follie per le campagne militari – siamo in guerra, giusto? – per l’inoculazione massiva massiccia di massa dei magici miracolosi rimedi; infiniti rimedi traumaturgici per infiniti disagi globali, mentali soprattutto, eppure il morbo dilaga.

Credere in Dio e nella Scienza è operazione facile, non mi costa nulla; auspico forteMente che anche loro – Dio e la Scienza, o chi per essi – credano un pochino nel sottoscritto; chiedo venia Sir William Golding per il furto con goffaggine e fuliggine, però con tanta gratitudine per l’efficace battuta.

Per restare nel tema infinito della potenziale tentazione del dominio dell’uomo sulla maggioranza dei suoi simili: l’uomo produce il male, come le api il miele. Lo stesso Signore delle Mosche allibisce: distopica sarà vostra sorella, cioè, intendo dire, la vostra realtà. Quando la distopia del reale esagera esonda esubera dai canoni del genere, senza essere esuberante (come la prosaica prosa di cui sopra), diventa solo contundente.

Infinito esoterico, due cerchi, sovrapposti, identici per forma ed energia anche di fronte ad uno specchio; connessi tra loro non tramite una strettoia ma in un punto, varco dimensionale. Il Tutto poggia sul Tutto, l’armonia e la rotazione dei cicli vitali sono senza inizio e senza fine.

Dovremmo imparare a camminare nei sandali di Tagore – o farci prestare i suoi occhi e in comodato d’uso, cucire la sua anima dentro di noi – ogni nostro passo diventerebbe un tratto di matita nell’Infinito, ogni nostro gesto, un confronto con l’Eterno: vis a vis.

Stupor Mundi

Stupor Mundi, Stupor Mundi, perché ci hai abbandonati?

Stupor Universi, Puer Apuliae, Puer Stupinigi (forse no), stupende stupefacenti, poco stucchevoli visioni.

Scomuniche plurime per eresia, talvolta costituiscono autentiche patenti di valore al merito: civile umano culturale.

Il Mondo non lo abbiamo inventato noi adesso, per fortuna: le velocità di crociera delle civiltà sono sempre state molteplici, ad uso e consumo, alla bisogna dei Popoli nei cangianti contesti: il ritmo del Sud scandiva nel 1200, nel fantasmagorico Medioevo e dintorni, l’evolversi delle Arti della Cultura delle Scienze, delle riforme sociali e del diritto.

Se allibite per i mitici animali sfogliando bestiari dell’Asia, quella musicale gucciniana, non oso immaginare le vostre incontrollabili stupefacenti stupefatte reazioni, doveste mai imbattervi negli animali – meno mitici, assai più insidiosi – da Stupidario dei giorni dell’Avvento, in questo Globo stordito del Poi.

Un Poi molto lontano – non ci somiglia per niente! – da quello che cantavano i Micronauti in Futuromania.

Nemmeno la guerra è più la stessa; finché c’è emergenza – stato di perenne – c’è, purtroppo, speranza. Non per gli umani. Ventidue mesi consecutivi, un record mondiale, anzi, 22, una rosa completa per partecipare alla competizione; quella calcistica resta al momento un’ipotesi, una chimera del Qatar, quella sanitaria, oibò, senza soluzione, di continuità.

Stupefacente fu, la disfida: chi lanciò il guanto, chi lo raccolse; Amundsen e Scott scommisero tutto e tutto di sé stessi tra di loro, con l’idea fissa il sogno l’ossessione di raggiungere via mare per primi il Polo Sud. Il ghiaccio bollente fu appannaggio dell’indomito intrepido norvegese, ma tu sentinella che vedi? La consueta catastrofe psicocosmica per gli uomini semplici? Quelli il cui nome è talmente piccolo da risultare troppo ingombrante per essere stampato sui libri di Storia o nominato nei documentari? Meno male che ai tempi nostri, i due generi sono ormai desueti, poco frequentati, pochissimo bazzicati.

Certe memorie non si cancellano, restano custodite nelle ribaltine segrete in fondo al cervello; ribaltine che all’improvviso inaspettatamente si aprono da sole e inondano la mente e l’organismo con la loro essenza, trascinandoci catapultandoci senza possibilità di appiglio scampo fuga, in quello che eravamo.

Lo sapevi che El Zorro, in principio fu un prete? Tra tonaca e mantello nero, in fondo, poche differenze: il curato padre Miguel Hidalgo y Costilla, suonando le campane del villaggio di Dolores Hidalgo – sono io stesso confuso dalla toponomastica e dalla intricatissima nomenclatura messicane – il 16 settembre 1810 chiamò esortò incoraggiò il Popolo del Messico all’insurrezione contro i dominatori ispanici; perché quando l’oppressione è senza limiti, la rapidità di reazione e ribellione può sempre infrangere le catene e il molesto giogo degli oppressori.

Stupor Mundi, Stupor Mundi: adolescente predestinato ai fasti, crescesti in Magna Grecia, come uomo anche Tu cadesti preda di abbagli ed eccessi, ma fosti un ponte intellettuale, spirituale, in carne e ossa tra Occidente e Oriente; governatore illuminato, multiculturale e soprattutto visionario:

vero, perché la Trinacria era tutto il Sud, impero indiscutibile del Futuro, all’epoca mirabolante.

Convocate nella vostra cattedrale il Cancelliere Aulico, fatevi insegnare il più bel sonetto della Scuola Sicula e pregate:

per il subitaneo ritorno nell’Universo di un Novello Stupor Mundi.

Amenità pre (anti?) natalizie

Pagina davvero dentro, completamente immersa sommersa, nel teatro dell’assurdo.

Chiedo venia e anche valium per la banalità, assai poco kafkiana, poco beckettiana: non la banalità, l’azzardato accostamento.

Pagina reietta al cubo! Pagina strappata – che dottorone, parla proprio come un libro strappato, un re fosco stappato – tra i lamenti, non i suoi, della solitudine, in una stanza silenziosa, tra pile impolverate di vecchi volumi e bagliori incandescenti del Sole al tramonto.

Pagina miscredente, pagina eretica che osa criticare, mettere in dubbio il pensiero (suvvia, pensiero… non esageriamo), pensiero unico, alias Dogma;

pagina meschina che cede alle coatte manipolazioni, quindi inaffidabile a prescindere, soprattutto dopo la presunta resa alle dita minacciose, autoritarie che l’hanno sfogliata, esaminata da cima a fondo, fino all’ultimo punto. Pagina mercuriale – da non confondere con il mattinale, ammesso qualcuno ancora sappia cosa fu – pagina in perenne conflitto contro sé stessa, contro i propri limiti e difetti, adesso ancora di più.

Amenità – menate, avrebbero detto i sociopatici anni ’70 – pre natalizie, ma resta imperativo categorico non debellare violenti e violenza: salvare il Natale. Messaggio ecumenico, molto condiviso, oscuro però, quasi quanto la comicità dentro uno scaduto cine panettone.

La carica dei 608 (decessi) ‘correlati’ a Balaklava; morire in Crimea, galoppando furiosamente contro mura inespugnabili, contro serrate fila di cannoni tonanti è forse meno eroico di chi muore per qualche non meglio precisato, non previsto effetto fatale dei rimedi magici? Rimedi così magici che di colpo – il giorno successivo – le vittime si riducono a 16 – sempre troppe, ammettono dolenti gli aedi della gilda – meglio di 608; una grande carica, divenuta piccola, piccola così: una carichetta.

Come sapeva quel duro, quel dritto dal cuore tenero di Fred, nelle notti buie e tempestose, anche una piccola può sparare, al cuore.

Pagina della Resistenza, mai sterile o futile, mai. Resistenza adeguata, resistenza resiliente (tié, beccati ‘sta resilienza di ritorno!): la strategia generale resta adamantina, mutano le tattiche per raggiungere l’obiettivo, Mahatma docet.

Pagina apparentemente piegata, per autotutela: che disguido, che scivolone, che topica. Pagina come Mercurio il dio e come il mercurio: alata, inarrestabile; liquida impetuosa, quando sembra incanalata, scivola via, ovunque, più inafferrabile che pria.

Puoi chiedere tutto a questa Pagina, tra le righe delle Pagine non esistono segreti barriere giudizi pregiudizi: sarà la pagina cartacea di un preistorico elenco telefonico a sconfiggere l’arida impersonalità della matrix ipertecnologica; fidatevi di Simenon, tutti i suoi Personaggi uscivano in carne, ossa, difetti, misfatti dagli elenchi cartacei degli abbonati ai servizi telefonici del Mondo Prima.

L’Anima della Pagina è intatta, la struttura stava cedendo, come in quei giorni di abbandono a Roma.

La fine sarebbe stata nota – forse nobile? – molto prevedibile, molto stupida: quando le forze nemiche sono soverchianti, si può simulare alleanza, perfino resa, meglio galleggiare dentro una fontana, fingendo annegamento. 

Certe pagine sono sorelle vere di Michele Strogoff, il corriere dello zar: simulano cecità, mancanza d’orizzonti, ma rifiutano, respingono in autonomia gli inchiostri letali, corrivi, corrosivi.

Un’amazzone in sella al proprio fidato puledro arabo, al trotto sugli argini, osserva il panorama; campi esausti, montagne innevate, fiume inquinato dai liquami del progresso e della civiltà.

Nonostante l’aria così sporca, nonostante questa storia sempre più sporca, scocca il momento di benedire le affinità elettive, serrare la Simbiosi tra le Pagine:

quelle Resistenti.

Sciamano praticante

Si fa presto a dire Corvo.

Corvo sarà lei e tutta la sua famiglia.

La maldicenza impera, comunque meglio Corvi che disumani.

Invochiamo Lug, dio Lug: la divinità che padroneggia mille arti, divinità regale, divinità di Luce, così lontana da certe lugubri interpretazioni postume, fanatiche, condensati di arrogante ignoranza.

Se Lug affida al Corvo i suoi messaggi, cifrati o meno, avrà un ampio ventaglio di buone motivazioni.

Mi fido più dei vaticini di Lug che di quelli dei sacerdoti del Dogma; mi affido alla lancia Sleabua non per diventare invincibile, solo per proteggermi da chi vorrebbe farmi la bua, chissà poi perché.

In Gallia, lo chiamavano Lugus, i Romani lo identificarono – al netto dei miei personali conflitti d’interesse e d’immagine – Mercurius Artaios e Mercurius Moccus, protettori rispettivamente dell’Orso e del Cinghiale (animale molto apprezzato a Roma, anche all’epoca dei fasti dell’Impero): naturalismo ante litteram? Forse no, però le due presunte Bestie: che portamento, che finezza, che regale possanza.

Adoravamo i fratelli Corvi quali messaggeri degli Dei, non solo di Lug; perché da sempre – loro, gli alati – sanno parlare, sono giocherelloni, dispongono di notevole memoria e perfino, certamente superiore al nostro, di un innato senso dell’umorismo, grazie al quale talvolta si fanno beffe dei loro colleghi e degli ingenui bipedi.

Come nella Bella e la Bestia: cara lo sai, ti amo così tanto che non consentirei a nessun altro di chiamarti bestia.

Lo scemo del villaggio – senza essere principe o granduca – riteneva corvacci neri tutti quelli che non erano d’accordo con lui, o che osavano profetizzare esiti incerti, ingloriosi per le sue scombiccherate avventure; come sia finita, si sa: i Corvi suonano liberi il loro urlo rock dal cielo, lo scemo vive di bassi imbrogli, di mancette da parte di fresconi al cubo.

Al Corvo saggio e lucente chiederei:

qual è il confine tra altruismo e autolesionismo? Ha senso parlare o pretendere altruismo se questo comporta violenza fisica e psicologica contro un individuo? In quale articolo della Costituzione o in quale empireo etico/morale si configurerebbe uno scempio così vergognoso e criminale?

Confidando in un cortese riscontro, l’amico scrittore Paul Auster ha fornito qualche indizio: l’esperimento umano è fallito, per eccesso di stupidità; pochi esempi pratici però lapalissiani: incapacità di affrontare la pandemia in modo razionale e con approcci multi livello, mancanza di reale volontà di affrontare la crisi climatica che condurrà, con un miliardo di anni di anticipo sul previsto, all’estinzione della vil razza umana e dannata; la Terra poi, indifferente e superiore, proseguirà il suo percorso nell’Universo.

Stendermi sulla collina sotto l’albero dei Corvi, sciamani praticanti, in attesa, dolce; più o meno come fossi sulla riva di un fiume: attesa però, non di cadaveri dei malintenzionati, ma delle perle corvine. Non credo sia stato Odino a cacciarli via dalle sue spalle, temo siano stati gli insulsi uomini a dare loro la caccia, per paura e per invidia.

Caro Corvo hollywoodiano forse, come sostieni Tu, non potrà piovere per sempre, di certo non hai mai frequentato le lande del nordest italico: tentando di trovare nella sabbia di qualche spiaggia le conchiglie che propiziano sorti buone e progressive, sarà bene segnare sul taccuino di viaggio che di solito la fine è propedeutica: a nuovi inizi, a nuove relazioni, giuste ed eque, con Madre Natura;

Bimbi e Corvi guideranno i Popoli rigenerati:

per insegnare loro ex novo – palingenesi generale – i pilastri della Vita.

Amletismicità ermetica

Sicofante o Sicomoro, questo è un altro bel dilemma.

Sicofante nel senso di delatore: spregevole spregiativo spregiudicato; nel senso etimologico: colui che di propria audace iniziativa, denuncia un crimine o un criminale: egregio civico cittadino.

Certo, Sicomoro, sempre un gran bellissimo ficus; poco importa se dall’Africa o dal Medio Oriente; importante sarebbe non fare naufragio di civiltà umana, ma l’argomento è poco cool, al momento; e poi chissà, non serve per essere eletti, nemmeno in punta di soglio – non sogliola, alla mugnaia – di San Pietro e/o Quirinale.

I frutti di codesto fichissimus sono infiorescenze o viceversa? Magari, per aumentare la confusione sotto questo cielo rosso sanguigno, unisessuali, ma tentiamo di restare in equilibrio precario, senza esagerare.

Senza esagerare con l’equilibrio – ché la sana follia potrebbe offendersi – senza esagerare con il precariato, ché già l’umana condizione abbonda di precarietà.

Traditori di tutti, in primis di sé stessi: cedere al minimo compromesso, il misfatto è già compiuto, senza nemmeno mercede da intascare; impiccalo più in alto il Giuda Iscariota, ma quando sei tu, a chi puoi affidare il delicato compito? Forse a Ramon, ma quel sicario – né sicofante, né sicomoro – maneggia meglio le armi da fuoco.

Più eroico morire impiccati o sparati, per riscattare un minimo di dignità personale?

Più eroico sorbire la dose magica semestrale o l’arrivo improvviso dei rimedi, appurata l’incredibile apatia, la sorprendente indolenza delle ampolle degli speziali ufficiali, con bolla imperiale controfirmata dal Podestà, quello dell’ultimo giro di banderuola? Giostra momentaneamente abolita.

La Storia siamo noi, gente infima, gens minuta che racconta storie al minuto, al dettaglio; la storia siamo noi, ma noi, chi? Nell’Annuario del who’s who – o del wto – non ho mai trovato la voce noi né storia, a dire il vero, non ho mai trovato nemmeno le voci. Speriamo che qualcuno, prima o poi, faccia le nostre veci, edificando una vera storia nuova.

Se come scrive Alberto X, la fotografia ci costringe a credere che il passato sia successo, alle Fotografe affido la testimonianza di chi eravamo, di chi fosse questo scriba virtuale se non virtuoso; alle Fotografe capaci di conoscere le Anime – perché se non le riconosci non le vedi non le cerchi prima, le Anime – non potrai mai scattarle, descriverle in/con un fotogramma.

Quanti fotogrammi pesa davvero un’Anima? Si può soppesare un’anima in fotogrammi? Anatomie di pochi, brevi, istanti, però fatali, decisivi.

Una Giubba Rossa fuggita da un solco in vinile di Battiato, ritta nella sua divisa, si staglia contro il Cielo, osservando una solitaria Pattinatrice di bianco agghindata: evoluzioni su un laghetto ghiacciato, immacolata anima immaginifica multi cromatica, fragile delicata generosa Poetessa del Ghiaccio.

Amleticismi di basso impero, mentre brucia Babilonia – i suoi prodigiosi Giardini pensili, no –

e crolla anche Babele, con tutti i babilonbabbei del tempio.

Ridere ci seppellirà, liberi

Pagina della/nella Santa Barbara: se brancolare nel buio dei dubbi esistenziali vi affanna, attenti a non accendere cerini, svedesi, zolfanelli, la verità rivelata potrebbe avere effetti esplosivi.

Pagina dei Clown, quelli un tantinello – fuori o anche dentro il tinello – malefici, abrasivi, disturbanti; come l’Elmo X garliniano (Mastro Alberto Garlini) nella Bologna vera nell’immaginazione del 1977, degradata a territorio di guerriglia dagli esperimenti repressivi del criminale dottor K; eppure quella sorta di Joker degli anni plumbei, inoculava dubbi a profusione: si può ridere di tutto e di tutti? Anche della violenza e dei martiri? Anche della manipolazione delle menti e delle coscienze da parte di poteri più o meno forti, più o meno occulti? Risposta imperativa: si deve ridere, soprattutto in mezzo alle cariche, tra il sibilo sinistro delle pallottole e la scia incendiaria delle molotov, ridere sopra e dietro barricate, di masserizie o dentro catapecchie pericolanti, destinate al crollo, all’implosione alla prima vibrazione causata dall’incedere inarrestabile dei cingolati armati.

A proposito di manipolazione – mani in alto, vi arrendete senza condizioni? – il capitalismo consumistico imperialista (per restare sull’onda d’urto dei ciclostilati di denuncia di studenti artisti ribelli degli anni ’70) non ha vinto, ha stravinto a mani basse: ci aveva già tramutati in perfetti automi consumatori, senza più spirito critico, né autonomia decisionale; nel Mondo Dopo ha osato l’inosabile ed è riuscito a rendere ognuno di noi una merce – di basso costo, di scarsa qualità – con stampigliato un meraviglioso codice a barre (con il blocco geopolitico produttivo di provenienza);

tutti con il nostro unico meraviglioso incancellabile codice a sbarre.

Da dietro quelle sbarre, brilla il sole senza ombra;

anche dal fondo delle fetide immateriali nostre prigioni, in alto i calici; libiamo e soprattutto, insieme e grazie al Re dei Pagliacci, sbellichiamoci.

Se schiatteremo dalle risate, li avremo fregati buggerati sbeffeggiati.

Forse per l’ultima volta, ma vuoi mettere la soddisfazione:

una crassa risata ci seppellirà, però liberi!

Sogni segni promesse

Pagina dei Sogni quelli che di solito – da vulgata cinica o semplicemente pratica – muoiono all’Alba.

Eppure l’Alba è essa stessa una promessa o comunque una premessa, indispensabile; conditio sine qua non. La condizione terrestre del siamo qua noi e fino a quando siamo qui, converrà sognare: almeno questa attività resta ancora gratuita e forse – non ne sarei così sicuro – non controllata.

I Sogni sono la materia di cui siamo composti, insieme all’Acqua; scivolano via, evaporano, si adattano, hanno natura carsica, possono fluire impetuosi, inarrestabili; altro che controlli di psicopolizie in assetto anti sommossa onirica. I veri Sogni sono i mattoncini del DNA dell’Araba Fenice, viaggiano attraverso dimensioni, ere, eoni, universi, i più varj ed eventuali. Se ne abbatti uno, esso si moltiplica all’ennesima potenza, per sporogenesi. Come avviene con la mattanza degli Alberi.

Trasogno o sono desto? Forse, ipnotico.

Sia tersa nel senso più ampio ed etimologico la navigazione quotidiana, come i segni scritti nel Cielo, senza macchie e senza paure, del Mattino.

Maximilian ce lo canta da anni: l’Immaginazione aiuta ma non è che possa fare miracoli; se sei un burattino di legno in un mondo di pescicani – e il pescecane in fondo non è nemmeno il predatore peggiore – non diventerai un genio in carne e ossa o nella lampada (o era una lampara?), nemmeno facendoti raccomandare da fate turchine e grilli parlanti.

Come scrive Fabio il Narratore imparerai l’arte della fuga – colonna sonora durante la ritirata precipitosa, una sonata di Bach – e soprattutto della sopravvivenza, del vivere se non sopra una colonna dorica, almeno dentro il ventre del bistrattato pescecane; ambiente umido e oleoso, però a clima temperato, spettacoli garantiti, magari non proprio in chiaro, ma continui grazie a candele e ombre proiettate sulle pareti, non del cervello, della panza; in sottofondo echi lontani (chissà poi perché) del sax solista della melodia principale di Us and Them, mentre i Pink Floyd sul lato oscuro della Luna, finalmente riuniti, offrono all’Universo il concerto epocale, quello più spettacolare di tutti i tempi e anche templi, del Rock.

come insegna la Storia del Mondo:

non restano i migliori, solo i para normali che come sciocche banderuole si adattano alle correnti di Eolo, a quelle di Nettuno, al flusso imposto dai dominatori, del momento.

Se anche il Vento diventasse radioattivo – speriamo con Radio Libere – come profetizzavano i Righeira, indossare sombreros non ci salverà da una ‘scapigliatura’, con sfumatura alta.

In attesa dell’Apocalisse, nel senso del segno (o anche sogno, se vi aggrada di più);

se i nostri cuori rotoleranno nel fango,

accada almeno sul Lungotevere in festa:

finale.

La memoria dei Mammuth e delle Pietre

Facile battuta: alla razza umana servirebbe un hard disk quantistico (come sono aggiornato!), una Memoria quasi infinita, come quella dei Mammuth.

I Mammuth si sono estinti, però se lo ricordano bene! Soprattutto, rammentano i perché e tutte le eventuali sciocchezze che hanno commesso; poi certo, una cospirazione universale contro di loro ha giocato sporco, eliminandoli in blocco ma questa è materia per paleontologi e storici.

Sei forse tu paleolitico? Dunque, abbi almeno la dignità del Silenzio.

Io da paleolitico quasi parente dei Flinstones e soprattutto di B.C. posso continuare a compulsare sciocchezze, virtuali.

Litico, appunto (litico, anche con me stesso, appena sveglio al mattino): perché oltre alle memorie virtuali esistono quelle delle pietre, altroché miscredenti malfidati. Per tacere, dei paradossi – dossi stradali? – che non sono paradenti o para bellum o para parti delicate, ma forse ci arriveremo; nel senso, a intenderci non ai sospensori utilissimi ai discepoli di Tersicore.

Le pietre emiliane soprattutto hanno voluminosa memoria – da suscitare l’invidia di Pico della Mirandola – ma anche quelle del Foro Romano e quelle del Partenone, se proprio non volete considerare la mirabile Magna Grecia (peggio per voi, senza offesa): interrogate in modo giusto e adeguato, ne avrebbero da raccontare.

La memoria, la memoria, della storia, delle Storie; un registro scolastico compilato quotidianamente con piccole volute – le volute di fumo azzurro lontananza, azzurro nostalgia – imprecisioni e ai posteri non sarà demandata l’Adua sentenza, ma tramandata una piccola verità storica, parziale, aggiustata, a uso e consumo.

Memoria, per chi volesse affrontare la sfida, Proust e Joyce vi attendono a braccia e tomi spalancati.

Pietre nella testa, quelle calpestate in epoche diversi, in snodi drammatici della vicenda umana sul pianeta, da Aristide e Hermes; se 22 e 14 anni vi sembrano pochi molti giusti, per affrontare le prove sovrumane imposte da guerre atroci, in Africa, in Europa, decise da uomini aridi pavidi gretti avidi: stupidi.

La memoria dei virus mutanti è formidabile – ah, ci fosse ancora il covo di quei formidabili pirati salgariani, dell’Emilio, che da bambino avrebbe voluto imparare non solo a navigare, ma a disegnare il Vento – meno quella dei bipedi che in teoria dovrebbe vigilare sulla nostra salute e garantire un’equa distribuzione delle risorse, comprese quelle scientifiche mediche farmacologiche.

Non ci sarà mai vera Giustizia fino a quando lo stato riterrà evasore un Poeta Inventore come B.M. – non il sedicente duce,m a Benito Martinuzzi – nullatenente causa affannoso inseguimento di un Grande Sogno, mentre continuerà a trattare con guanti bianchi i furfanti della grande evasione, quelli che uccidono scuola, ricerca, salute pubbliche.

Un gatto di pietra può ispirare un paradosso della branchia meccanica della fisica quantistica, conservando agilità e magia prettamente egizie, dell’antichissimo Egitto; se non mi ritenete affidabile né credibile – giustamente – crederete a Erwin Schrodinger che nel remoto, nel senso di lontanissimo da noi, 1935 utilizzò anche molta ironica fantasia per evidenziare quanto la meccanica quantistica applicata a un sistema fisico macroscopico portasse a risultati irridenti il buon senso quotidiano: noi, come il celebre gatto, possiamo essere considerati all’unisono vivi e morti, come i portentosi rimedi potrebbero senza dogma essere considerati efficaci o perfettamente inutili; del resto la ricercatrice sudafricana Coetzee – omonima di un grande Nobel della Letteratura – nonostante si sia sgolata per spiegare che Omicron causa sintomi lievi nonostante la rapida trasmissibilità, non è riuscita a evitare il solito allarmismo mediatico, con crollo delle borse e psicosi globali, peggio di quando sulla Terra giunsero i rettili alieni chiamati Visitors.

I Mammuth marciano, magari in modo flemmatico, le memorie quantistiche – memorie di Adriano, memorie di un Quanto – no, quindi sono utili non solo quali intelligenti animali da compagnia, ma nel caso, da soma;

le memorie virtuali di un comunissimo pc o quella di una chiavetta usb sono leggerissime volatili frivole, possono fuggire disperdersi scomparire nello spazio più o meno infinito;

quelle dei colossi litici no, non saranno pratiche da trasportare o portare, hanno il vantaggio però di essere – di solito, perfino in questo Mondo Dopo – stanziali:

sai sempre dove trovarle.

Nel cielo vespertino, nel mare intestino

Sabato del villaggio, chissà come si vive nel villaggio al sabato.

Cielo vespertino, primo astro della sera: una magnifica illusione, il primo astro il più alto una stella morta che irradia Bellezza nel cosmo anche dopo migliaia di anni luce dal trapasso.

Il collasso di una Stella, tragedia, ciclica necessità o benedizione?

Vorrei essere quella scia di vapore – più o meno innocuo – di quell’aereo che strumento illusorio anch’esso ci fa credere di essere i signori e padroni del Globo; vorrei essere quella tremolante momentanea scia che riverbera e rifrange gli ultimi bagliori di Elio vagabondo imperatore del nostro sistema solare; doppia illusione – meglio di certe dosi doppie, di schiaffoni morali – ma che estatica meraviglia, che impagabile sorsata di Vita.

Spariamo razzi nel blu, inseguendo meteore e pianeti, dimentichi, smemorati – del legno e della clorofilla – di tutto, del tutto, di noi stessi, della nostra humanitas, in primis.

Sabato livido, la ferita qualche volta si sutura, i lividi e le cicatrici mai; come diceva quello: migliaia o milioni di morti causa guerre, fame, epidemie – soprattutto di ingiustizia e sfruttamento – sono algida statistica, un solo soldato o ministro del Dogma caduto in qualche battaglia, diventa un lutto nazionale/mondiale, un martire perfetto per imbrigliare il sentimento, le anime in subbuglio delle masse.

Come se le Donne e gli Uomini, i Bambini e gli Anziani, Migranti, transitassero solo attraverso il nostro piccolo mare, ci siamo colpevolmente ipocritamente disinteressati di tutti gli altri sentieri di tutti gli altri mari; chissà se ogni vittima che annega e precipita sui fondali marini, come avviene nel Firmamento, si tramuta in una stella degli abissi, pronta a donare nuova vita, altra bellezza, ma anche a richiamarci alle nostre non più differibili, enormi responsabilità.

Come ammonisce Don Di Piazza – novello Fra’ Cristoforo – l’Avvento della vita nova, non è misticismo, contemplazione, culto dell’effimero, ma dialogo con noi stessi, tra noi della auspicabile razza umana, confronto sincero con la dimensione metafisica, preghiera attiva, azione per il bene comune che diventa:

la forma più sublime e nobile di preghiera e gratitudine per l’Universo, per la Gioia della Creazione e del transito terrestre.

Teoria del cuneo (e della mazza)

Titolo volutamente enigmatico, fuorviante, ammiccante o ammaccante.

Dipende dal punto di osservazione, dalla vista dell’osservatore, dal dito che indica e dalla Luna, più o meno riottosa, più o meno luminosa.

Teoria non complottista, meglio sgomberare il campo virtuale dagli equivoci della clandestinità da tastiera: i rimedi, tutti per tutto il vasto campionario dei mali, funzionicchiano, nicchiano, soprattutto, ma non è proprio il caso di essere pedanti e pignoli.

Natale è prossimo e sarà bellissimo, come auspicava un tempo nel Mondo Prima, Anna dai capelli rossi; scomparse le efelidi, non sempre sbocciano, la festività più cool dell’anno – red? chissà – se non bellissima, sarà normale, come da decreto legislativo del sultano. Nell’evo antico incivile rozzo senza miracoli della scienza, qualcuno vagava alla ricerca dell’autentico spirito natalizio, nell’attualità tutto è stato reso più efficiente e pratico: Natale di serie A per gli adoratori del dogma, bravi cittadini; Natale di serie B per i pariah, per gli eretici che tra l’altro saranno condotti al rogo in Campo de’ Fiori, al posto della Befana.

Così con un vero colpo di prestigio del prestigioso gabinetto ristretto del sultano, saranno salvati all’unisono – uni suono, suono unico, un po’ monocorde molto rassicurante – Scrooge, Santa Claus e la bislacca vecchina che, nonostante gli acciacchi e le molte primavere sulla gobba, si ostina a volare nelle notti di gennaio, su scope senza riscaldamento.

Cara Mafalda, non vorrei, perché potrebbe sembrare accanimento anti gerontocratico…Eppure, da giorni, ci frantumano i timpani con la storiella didascalica dell’anziano signore piemontese 92enne che in un affollato ristorante romano, ha richiamato l’attenzione di un trafelato cameriere per farsi controllare in modo molto teatrale, poco sabaudo, il famigerato lasciapassare verde bile: forse nostalgico dello Statuto Albertino, quindi di una costituzione ottriata, con le libertà graziosamente concesse da un sovrano, illuminato a giorno finché vuoi, ma sempre sovrano e titolare di tutti i poteri. Qualcuno potrebbe ribattere che questo invece è altissimo esempio di civismo e legalità. De gustibus.

A proposito poi di narcisi che rifiutano il portentoso rimedio per inguaribile narcisismo, mi sovviene quella scena di un lungometraggio di Nanni Moretti: mi si nota di più se in un locale affollato richiamo ai suoi doveri (???) un dipendente o, se in modo discreto, sollecito il titolare a osservare i sedicenti protocolli di sicurezza?- Mi si nota di più se poi esco dall’affollato locale capitolino (immagino che a Torino o Milano certe caotiche incivili situazioni non capitino, mai) e torno sereno a casa o se i miei amici si precipitano a telefonare alle redazioni nazionali per raccontare con dovizia di particolari la mia epica impresa?

L’attempato ma ancora vivace signore in questione, eroe nazionalpopolare in quanto campione di divulgazione scientifica (!!!), negli anni ha sostenuto la non pericolosità degli inceneritori e la mancanza di impatti ambientali significativi con le estrazioni petrolifere in mare; ma sono impercettibili, trascurabilissimi, oziosi dettagli. Certo, Egli ha tutto il diritto di non trascorrere le proprie serate tra le mura domestiche, confortato da brodini caldi di vero pollo, plaid di vera lana e intrattenimento a base di ennesime repliche dell’ispettore Derrick e della Signora in giallo; noi avremmo il diritto di tentare di campare senza articolesse moraleggianti ispirate dalle sue vicende private.

La mazza del titolo è quella dell’hockey, trasformata in grafico dal climatologo statunitense Michael Mann; espediente ideato molti anni fa per rendere visibile a colpo d’occhio, a impatto – un colpo di mazza fa indubbiamente male, soprattutto a freddo e senza casco – gli effetti dei mutamenti climatici; da 20 anni l’industria fossile tenta di negare l’innegabile, di indossare maschere di verde ipocrisia, di strumentalizzare e dirottare sui singoli cittadini le responsabilità di un disastro globale imminente; oppure di utilizzare il catastrofismo – ‘vera pornografia climatica’ – come il famigerato cuneo, la strategia del cuneo degli antichi Romani, il divide et impera che dopo millenni funziona ancora, facendo litigare tra loro gli attivisti, riducendoli a ‘inattivisti’, inconcludenti litigiosi.

Anche perché il bailamme sotto il Cielo è sempre più grande e la situazione sarà ideale – per i soliti famigerati sospetti – ma i focolai, quelli di protesta popolare, si moltiplicano ovunque sul Globo: contro il furto e la distruzione dei diritti e delle risorse; tanto tuonò che piovve e stavolta potrebbe essere un nuovo diluvio universale, poco piacevole; altro che inconsistenza utopica della bistrattata decrescita felice.

Le grandi decisioni delle istituzioni nazionali, mondiali e delle multinazionali dell’energia non sono più procrastinabili, devono essere prese adesso, anzi:

ieri.

Alla ricerca del buon senno perduto

Pagina degli Astolfi, discendenti d’Astolfo e di tutti i relativi Ippogrifi.

Pagina della Congregazione degli Astolfi ché gli Orlandi furiosi si sono moltiplicati in modo esponenziale – sempre stato problematico il mio rapporto con gli esponenziali, soprattutto se alti papaveri gallonati – e quindi per recuperare i senni fuoriusciti senza permesso, sono ormai necessarie pattuglie specializzate.

Qualcuno vaneggia di colonizzare il nostro amato satellite Selene, ma la parte oscura già pullula di senni, sarebbe sciocco e ridondante, invasivo e imperialista, impiantare colture artificiali e soprattutto reattori nucleari.

Senni ogm e/o radioattivi? Anche no, grazie. Sono malconci già così.

La dittatura sarà solo immaginaria – speriamo, non nella dittatura, ma finalMente nell’Immaginazione al potere, potere della e alla Immaginazione – e Big Pharma un delirio complottista, ma chiedete a quei Popoli presso i quali non sono disponibili vaccini, né farmaci ‘banali’ (banali presso gli opulenti sfruttatori occidentali); chiedete a quei Popoli nei quali la tubercolosi sembrava arginata o sconfitta e invece torna a annientare vite umane, ‘grazie’ alle filantropiche multinazionali che vendono i farmaci e i test diagnostici a prezzi siderali e pretendono di farlo solo attraverso accordi bilaterali, per ottenere profitti ancora più cospicui. Profitti ottenuti letteralmente sulla pelle delle Persone povere e bisognose.

Qualcuno avrebbe addirittura voluto assegnare a questi ‘eroi’ un Nobel. Non basterebbero tutte le aule giudiziarie del Globo, se fossimo spietati come loro, se avessimo un’idea malata della Giustizia, intesa solo come forma di vendetta, invece di momento formativo per tutta la collettività umana; fermo restando una doverosa, equa espiazione per chi si macchia di crimini contro la razza, umana o contro la Casa Comune.

Per recuperare un po’ di senno globale, Tutte e Tutti dovremmo nuovamente camminare all’interno del circolo Uroboros – circolo inclusivo arabo pitagorico – il divino Serpente primordiale (Jim Morrison docet?) che si mangia eternamente la coda, ma non si fagocita né digerisce, dando ritmo al ciclo della nascita e della morte senza soluzione di continuità, con un moto circolare ascendente che consente di viaggiare tra le dimensioni, per avvicinare sempre più l’Uno originale.

I capi tribù continentali vagano nel loro recinto all’affannosa ricerca del senno, non trovandolo, né il senno né il bandolo né la matassa – quella sì, la ingarbugliano pro domo loro – invocano ausilio dalla scienza; quando infine, la risultanza con poca esultanza, mostra al volgo un chiaro conflitto tra pretese evidenze scientifiche e realtà, sorge un ennesimo inconfessabile dubbio: a chi credere, alla scienza o alla realtà? A cascata: la scienza e la realtà non avrebbero potuto consultarsi in anticipo? Se non in presenza, almeno in video conferenza, tanto ormai; il dubbio finale: la scienza interpellata dai capi tribù, ufficiale finché volete, è la scienza vera? Al senno di poi, la pulizia delle fosse dei fossati e l’ardua sentenza.

Chi non ha testa abbia buoni galoppini, chi comanda – cosa? – abbia buoni servi, se sciocchi, meglio.

Come da vignetta umoristica, piena di buon senno: la principale causa di morte nel Mondo, resta la Morte; urge campagna di sensibilizzazione, pubblicità progresso #StopMorte.

Tornerebbero alla memoria episodi cruciali dell’epopea del ciclo arturianoArthur Zico? Magari – quando alcuni fedeli cavalieri della Tavola Rotonda (di legno, come canta Gianluca Gill discepolo di Battiato, mica dell’ikea) si lamentarono presso il fabbro di corte: fabbro, le tua corazze non ci proteggono abbastanza; impossibile; ti diciamo che è così, sono state trapassate dai sassolini, lanciati contro di noi con le fionde dai figli dei Cavalieri Neri; ma le mie corazze hanno evitato che i colpi fossero letali; mai udito prima che fossero letali i colpi dei sassolini; la colpa è di quei cavalieri che credendosi immortali grazie ai riti magici di Merlino dall’alto della torre, non indossano mai le corazze da me abilmente forgiate; fabbro, questo tuo discorso è privo di logica di buon senso di senno assennato; oh bella, tronchiamo qui questa disputa polemica, sarete nobili cavalieri di Re Artù, ma siete forse voi dei fabbri miei pari?

Grazie, Prode Artista Matteo Brandi, per il senno propedeutico all’ispirazione.

Se il sonno della Ragione ha generato mostri, non oso immaginare: il sonno del buon senno.

Luna mattutina, giornata sbattutina, Luna mattiniera, navigazione avventuriera.

Orsù, ciancio alle bande, la clessidra corre rapida:

il sen è poco, oppur ci manca, recuperiamolo tosto, prima di dover issare definitivamente

Bandiera Bianca.

Pazzo pazzo mondo di tasse e tamponi

Paaaazo, divinoooooooooooooo mondo di tampon tax und taxis, non quelli gialli che un tempo decollavano, né la nobile famiglia blasonata, ma – pane al pane vino al vino, beati coloro che ne hanno – le orrende gabelle.

Thurn und Taxis, nobili principi da nobile principato, inventori del servizio postale moderno, gioco da tavolo di stampo teutonico, origini italiche dalla famiglia del Tasso, quello della Gerusalemme liberata, non della golosa cedrata, celebrata anche dalla voce della Tigre di Cremona, per i non addetti: Mina.

Mina virtuosa, Mina internazionale e intergenerazionale: se le Tribù di Giovani manifestano – senza mascherine, in teoria senza produrre inquinamento (anche se permangono dubbi sulla autenticità della Flotta di Pedalò che avrebbe invaso i porti di Glasgow) – per rinfacciare agli impotenti della Terra ignavia e inadeguatezza, cantando in coro Parole Parole Parole; certo, manca come elemento fondamentale la voce di Alberto Lupo; consoliamoci con le vignette spiritose di Lupo Alberto.

Attenzione poi ai club, alle balere, alle stazioni balneari che espongono Bandiera Gialla; nel Mondo Prima simbolo di ribellismo giovanile, anelito di libertà, almeno nei gusti musicali e con la danza; nello scombinato Mondo Dopo, simbolo della quarantena, come in origine sulle navi costrette a restare in alto mare, per segnalare la presenza a bordo di letali epidemie e per evitare la diffusione del contagio nei porti del Globo; meglio sfumare in una grigia indistinta dissolvenza, meglio non pensare al secondo Natale consecutivo a scacchi, dietro le sbarre, con i codici a sbarre di tristi regali, senza calore senza gioia umana.

Per accedere alle sale del ballo, biglietti salatissimi, tamponi ogni 12 ore, ritenuti validi solo in caso di esito positivo (cui prodest?); in caso di negatività, complottismo boicottaggio palese dai soliti famigerati swing terroristi.

Aumenta a dismisura, galoppa veloce l’inflazione per non citare ogni tipo di bolletta, eppure fioccano più della neve natalizia, lodi sperticate al governo che non c’è – non in senso antico e istituzionale – e alla fantasmagorica ripresa economica, merito sedicente di una serie impressionante di sigle acronimi anonimi – vi siete iscritti anche voi alle sedute degli acronimi anonimi? – una litania così lunga, oscura, incomprensibile che nemmeno gli autori sarebbero in grado di rammentare e/o spiegare l’ipotetico significato.

Giusto un paravento ché nella realtà le questioni e le vite vanno in altro modo e da altre parti e paraventi servono più nemmeno alle scenette a favore di telecamere, da quando il nostro mare e le nostre isole e coste sono spazzate tempestate tormentate da scionj tornados bufere, mai visti in precedenza.

In Irlanda – verde di natura e non per marketing – quasi tutti si sono sottoposti al rito magico di protezione, eppure detengono il record mondiale di contagi: nessuno però dubiti o discuta la Gilda degli alchimisti, né il Dogma miracoloso.

Restiamo umani, nonostante gli apocalittici, apocalittici poco integrati molto integralisti; apocalittici nel senso di profeti mercenari di sventure, non in quello etimologico di disvelatori di verità, anche perché pare che i bipedi poco apprezzino le verità, poco siano propensi a registrarle, nemmeno quando sono conclamate gigantesche enormi, come il buon Godzilla e loro camminando, ci vadano a sbattere.

L’Alfabeto Forse – il più diffuso e onesto dall’alba dei Tempi e anche dei Templi – di Maurizio Maggiani ci invita a riflettere sulla inquietante potenziale radice comune del trittico: amore amaro avaro; dotte dissertazioni filologiche glottologiche etimologiche filosofiche non mi appartengono per mancanza di predisposizione attitudini culture, purtroppo. Amore egocentrico egoistico non può che possedere un forte retrogusto amaro, pretenzioso di attenzioni e dolcezze esclusive per sé, avaro avarissimo nell’elargizione altruistica; l’avaro immaginario di Moliere? No, quello della porta accanto o peggio, nella stessa casa.

La Libertà è un fatto semplice, una cosa minuscola ma non minima: andare con una bicicletta in stazione, balzare su un treno – anche in corsa, per gli spericolati esperti – e tornare a Trieste; non so se quella di Svevo per capire le mille anime della Mittel Europa, rimasta nostalgica orfana di un imperatore immaginifico ideale; o quella di Scerbanenco, sempre bellissima, ma dall’atmosfera incombente inquietante come la triade del Maggiani dolente nell’incertezza della sorte tra pace e guerra, tra l’appartenenza a un blocco atlantico o a quello a polarità sovietica, crocevia di mille interessi diversi confliggenti;

in fondo, ognuno di noi è un mondo, a parte, che entrando nell’orbita altrui crea attriti dissonanze, contende spazi; un pazzo universo di tasse gravitazionali e tamponamenti cosmici, in attesa di un giorno senza più buchi neri, oppure sì, se davvero come nella migliore tradizione fantascientifica fossero portali dimensionali.

Da Indiani metropolitani, sarebbe un sogno diventare Indiani galattici, resistenti – non resilienti, per carità – come i nobili Popoli Nativi delle Americhe del Mondo Prima;

più nessuno, né con balzelli iniqui, né con sedicenti leggi “potrebbe portarsi via la nostra autentica identità, quella scritta dentro ognuno noi”.

Zulù nella Giungla

A Fanna affannati, appannati, nella vista nella mente nel fisico.

In Pedemontana, cercando meravigliosi Muli, intelligenti parlanti infaticabili alpini, nella chimera di sfuggire all’innalzamento dei Mari, cercando antichi campi di calcio, per campali battaglie calcistiche, con tutto il paese pronto a intervenire, in caso di sconfitta.

Chiesette sgarrupate, campanili sghembi ove risuonano campane di bronzo, fantasma.

Niente (di) male, purtroppo anche per questa settimana, niente gusto Malaga, nelle gelaterie artigianali del territorio; peccato, non tutti i vecchi gusti meritano di finire senza gloria rottamati.

So quello che faccio, faccio quello che so, o, almeno credo m’illudo; faccio quello in cui credo, mente ferma, fermaMente: peggio mi sento.

Mai scorderai la chitarra e l’attimo in cui tutto cambiò, l’aria si fermò e gli avvoltoi e i cecchini, sui tetti delle case, sulle colline, sopra attorno alla città; arrivò il generale Inferno – anche un po’ infermo, senza discriminazione, sia mai – senza disco, con il categorico obiettivo di inoculare tutti, per forza d’amore, o per amore o per forza;

non disperdiamoci in chiacchiere.

Gas da inalare, questa la geniale soluzione per distribuire meglio i miracolosi rimedi, come in quel vecchio film di HitchcockIntrigo Internazionale, roba riservata ai veri komplottisti – stormi di aerei sopra i centri abitati, ma anche sopra distese agricole, foreste, mari, catene montuose: tutto in un colpo unico, anti crittogamici e elisir batteriologici la nuova Umanità sarà servita, di barba e capelli. Effetti collaterali pochi, q.b., quanto basta, quanto basta a loro; si sa, non pretenderete di ottenere il progresso senza corrispondere una giusta mercede(s?), vero?

Il cetaceo nuota placido nelle acque verde smeraldo, si avvicina lentamente, con giustificata prudenza, qualcuno dice con rispetto; nuota sotto la barchetta di una coraggiosa Donna solitaria, una danza cerchi concentrici, senza aggressività, senza gesti di nervosismo o paura per alcuni minuti; anche una lieve spintarella alla minuscola imbarcazione pare più una sorta di giocoso invito a interagire che una baldanzosa provocazione: sembra quasi che tra il gigantesco mammifero e la rappresentante umana si svolga un dialogo, in un codice arcano antico eppure comune, come se la lingua originaria delle Creature del Mondo fosse ancora inscritta, dentro ognuno di noi, depositata con cura dentro il DNA.

Pane tanto pane, quantità quasi infinite di pane, ricavato dalla plastica riciclata: forse fantascienza, eppure nelle fabbriche segrete di Indastria, ultimo avamposto urbano tecnologico dopo la grande ondata nucleare, Conan ragazzo del Futuro, assiste proprio a questo ‘miracolo della scienza’ (va così di moda, la scienza miracolosa): sarebbe un vero bel colpo, perché in un solo colpo risolveremmo il problema dell’inquinamento da plastica e quello della fame; ma forse, per il secondo, dovremmo solo imparare a dividere il pane quello disponibile, evitando che nostri Sorelle Fratelli finiscano a vivere gettati a terra per le strade delle città o accampati dentro immense discariche di monnezza, come fossero rifiuti rifiutati, scarti della razza umana, così egoista da non accettare in primis i limiti, naturali.

Ah cosa sarà mai questa crisi, cosa saranno mai questi limiti?

Quelli descritti da Agatha Christie, anno fatale o di grazia, a seconda dei conflitti d’interesse, 1970: quando la scienza, nuova religione di stato anzi di globo, crede di potersi baloccare oltre, oltre ragione oltre etica oltre metafisica, rischia di diventare non solo fonte di mali indicibili, ma arma finale di fine di mondo. Un’autentica complottista ante litteram, questa Agatha; Agatha, Tu mi stupisci.

Perdersi nella Giungla della Realtà, insieme agli Zulù di lingua Bantù, (ri)scoprire la superiorità della civiltà africana, pensando agli articoli di Antonio Gnoli, all’incredibile identità di vedute sulla vita dell’Uomo e della Donna nelle opere di Dante, Proust, Joyce: l’esilio o il peregrinare senza fine resta l’unica patria senza confini, infinita come la grandezza di queste menti che ci interrogano con le loro profezie e ci mostrano come questo Mondo Dopo sia già al passo d’addio, “allo stadio finale”, ma solo per convincerci dell’urgenza di edificarne uno nuovo:

forse migliore, forse più umano.

O, semplicemente umano.

Z (Alfa Omega)

Pagina dei Baldi.

Pagina dei baldi giovani: attenti però, basta distrarsi un attimo, per diventare di colpo: Ribaldi.

I potenti del mondo, le multinazionali – più potenti di tutti i più potenti del mondo, assemblati insieme, senza mascherina (dovrebbero indossarla per Vergogna, virale) – il sistema mediatico dei giornalisti al seguito sono ormai concordi: la Generazione Z salverà il Pianeta.

Sorvolando sul piccolo dettaglio, molto influente, che il Globo, come sempre, si salverà da sé stesso medesimo, quando certe accozzaglie raggiungono l’uniformità omogeneizzata del pensiero – pensiero? adesso non esageriamo! – avverto ucci ucci un certo olezzo di gabbatura, un’auretta maleolente di raggiro cosmico, poco comico;

Alfa Omega, elementi chiari, dal significato multiplo però preciso in ogni circostanza; generazione Z, nel senso di ultima generazione tecnologica o tout court, ultima generazione della breve storia umana?

Conoscevo in un certo tempo del Mondo Prima, la lega Z e un Eroe che piombava dal Cielo per redimere e riscattare Donne e Uomini, sofferenti in schiavitù sotto il tallone di qualche dittatura scellerata inopinata crudele; ma tutto questo è finito, rivive solo nelle inutili nostalgie di qualche gerontofilo.

Forse sul serio, seriaMente la tanto decantata – il buon vino deve essere lasciato a decantare, a respirare in un’adeguata ampolla, prima della divina degustazione – generazione Z si ergerà in piedi, da cenere e ruderi della pseudo civiltà, per salvare tutto e tutti, però osservando certe azioni poco combacianti con gli slogan e gli ideali urlati a squarciagola e certe incerte, traballanti, zoppicanti opinioni su cosa siano dittatura e democrazia – spesso confuse o sovrapposte in una inquietante marmellata sintetica – dovrebbero con umiltà iscriversi a corsi intensivi, con applicazioni di saggi scritti a mano – amanuensi – e saggi di pratiche quotidiane di autentica Democrazia;

no surrogati, no ogm.

Scansando gli equivoci, soprattutto certi equivoci figuri, devo confessare la mia adorazione venerazione nei confronti della Gioventù – Forever Young (Alphaville) è più di un programma di filosofia politica – di quella età dell’incertezza che sembra auto alimentarsi all’infinito per durare da qui all’Eternità, età dell’incertezza totale nella quale sgorgano dal cuore solo certezze apparentemente incrollabili, età di scoperte emozioni sensazioni terribili e irripetibili; Gioventù che potrebbe davvero realizzare ogni cosa, Gioventù che ha sempre il grandissimo pregio di rivolgere sguardi limpidi e luminosi verso gli Orizzonti, per camminare in avanti, senza schiaccianti some sulle spalle, senza sacche colme di gigantesche pietre precipitate dal Passato.

L’Emilio, l’Educazione e Rousseau (il Filosofo, non la piatta piattaforma nella rete) – non tassativamente in ordine di apparizione – sono certamente fuori moda, fuori argomento, fuori dai social, eppure certe citazioni, più o meno dotte, più o meno opportune, sarebbero sempre utili, per vecchi vecchi e per giovani aspiranti vecchi:

Non importa tanto impedirgli di morire, quanto farlo vivere. E vivere non è respirare: è agire, è fare uso degli organi, dei sensi, delle facoltà, di tutte quelle parti di noi stessi per cui abbiamo il sentimento di esistere.

Come scrive Ernesto Assante, la Generazione Maneskin è rock per istinto, rock per antonomasia, rock per anagrafe, anche senza citare il Nobel contro voglia Bob Dylan;

ma dopo il giusto doveroso omaggio a Rocky Horror Picture Show, fondamentale diventerà la capacità di captare il momento per deporre calze a rete, rossetto e mascara, per dimostrare di essere giovani dentro e non artificiali prodotti della Cerchia delle Cariatidi, in aspettativa di poltrone da Cariatidi sostitutive.

Neurospar

Pagina del Natale vicino, nel senso di Natale prossimo, non insopportabile confinante di casa;

tutti in fila da Neurospar, tanto il virus intellIngente non accende focolari durante lo shopping.

In offerta, strepitosa stRenna natalizia: sedie elettriche – ovvio – scontate del 50%, caschetti 4.0 massima sicurezza con cintura di forza incorporata per trasvolatori sui nidi del cuculo, stivali delle sette streghe, per sabba natalizi, ai confini del ‘circo’ (po)polare artico, ai confini della realtà.

Navigare con Marco Steiner, quale nostromo letterario, verso la Terra del Fuoco, per riscoprire il dramma e soprattutto il dono di Prometeo; naufragare verso un’isola tropicale, osservare una impossibile aurora boreale con tutte le sfumature del blu e del viola, mentre dal mare emerge una roccia a forma di pugno che stringe un rigoglioso Albero della Vita, con ampie fronde formate da miriadi di foglie, dipinte con tutte le tonalità della clorofilla.

Si riuniscono ampie fronti vetuste, inutilmente ampie e inutilmente antiche; ormai abbiamo capito che il documento finale sarà il solito compromesso al ribasso, compromesso ribaldo, compromesso di cui si vergognerebbe un vero filibustiere dei sargassi; compromesso di persone avariate, compromesse con il regime fossile, rovinate ormai dai troppi compromessi, mentre il futuro di ogni generazione è compromesso, segnato da migliaia di ipocrite, fatue promesse.

Senza vestigia, senza mano umana, lasciare che sia la Natura a ingegnerizzare il necessario mutamento del Pianeta, unica vera soluzione.

Come accaduto 60 anni fa nel Regno Unito, perché esistono anche notizie positive, come segnalato dalla professoressa eco attivista Maria Rita D’Orsogna; un gruppo di scienziati britannici, veri scienziati, decise di avviare un progetto sperimentale di riconversione, ante litteram e molto prima che tutto venisse riverniciato da una falsissima patina verde: un campo agricolo da solo senza interventi non richiesti ha rimesso a posto ogni cosa; non come in alcuni centri urbani indigeni, ove le municipalità vantano immaginifici record di piantumazione arborea, ma la qualità dell’aria resta mefitica.

Un vero Artista è partito, celebriamo l’Artista e con ipocrisia la sua indigenza finale, forse fatale, quasi a dimostrare, in modo plastico e crudele che le passioni autentiche arricchiscono l’anima, ma difficilmente generano agi materiali e profitti pecuniari; Dino Pedriali era così, con le sue immagini scavava nelle anime nude, per questo le foto in bianco e nero dell’amato amico PPP destarono scandalo, perché il corpo nudo e crudo – poco prima della pianificata mattanza subita – del Poeta che aveva capito e individuato i colpevoli della distruzione della repubblica democratica e della convivenza civile, rappresentava il più potente atto di accusa e disvelamento dei crimini e degli abusi, di tutti.

Ora, di nuovo insieme, potranno creare capolavori, nell’Iperuranio delle Idee.

La corsa dell’Umanità per la conquista della sedicente pietra filosofale – una a caso – è diventata parossistica, parodistica, paradigmatica della poca sensatezza di certi miraggi – forse abbagli – più e peggio della corsa all’oro sulle rive dello Yukon, laggiù nel Klondike.

C’era più poetica razionalità, concreta speranza nella danza con le forchette e nel pasto senza cibi di Charlot, con le scarpe lise e bucate, che negli ultimi due anni della parabola degli uomini sulla Terra.

Nuovi virgulti di neuroni – vigorosi freschi fantasiosi – non li troveremo in offerta sugli scaffali del supermercato di quartiere o di periferia.

Né all’interno di panettoni farciti, sempre più industriali, sempre più cari e indigeribili.

E se mai a qualche malpensante sorgesse il dubbio che le nostre menti possano essere un po’ bacate, tranquilli; la risposta per gli astanti pubblici o meno, è già stata elaborata da Randle Patrick McMurphy:

no, le nostre menti sono/sarebbero meravigliose stupende macchine, della scienza.

La rivoluzione delle Api

Luci a San Siro, Golden Rivera da un po’ non segna più, almeno non con il pallone.

Fuochi piccoli nella nebbia densa come maglia di ferro, fuochi ai bordi delle strade, fagocitati dal vecchio che avanza come torma militare, fuochi nel porto, invaso dalle nebbie mefitiche, più che da Migranti.

Luci della Ribalta e anche – cara a Fabio il Narratore, quindi ai malati di Narrazione – luci della ribaltina per scrivere di notte nella notte sulla notte e chissà se basterà viaggiare fino al termine del buio e all’estremo limite del Mondo Dopo, per non cadere di sotto. Confidiamo nelle possenti spalle di Titano.

Se girando un film in un’area protetta, spettacolare esteticamente, funzionale alla bisogna, comparissero i No Ciak, come dovrebbe reagire la produzione? Intanto, qualora la pellicola si rivelasse un flop al botteghino e sul successivo mercatino di riparazione delle web tv, avrebbe pronti infiocchettati auto immolati i capri, quelli espiatori; fanno sempre comodo e anche tanta compagnia, in questo incomprensibile – oddio… – Mondo Dopo.

L’Universo conosciuto segnala la presenza – all’improvviso uno sconosciuto alle porte della Via Lattea! – di decine di Pianeti potenzialmente più ‘abitabili’ della cara, vecchia, obsoleta Terra: del resto, qualche anno luce di cammino in più o in meno quale differenza potrebbe mai fare, con la prospettiva realistica dell’Eternità, partendo da qui, adesso?

Geppetto parte per un tour, un povero diavolo come tanti; costretto dalle ristrettezze della vita grama a sostituirsi al suo burattino – o al sogno di realizzare un burattino di legno, un sorta di surrogato di un figliuolo vero – per non disperdere le memorie del sottosuolo (auguri Fedor Dostoevskij), ché senza più parole, nemmeno una briciola di verbo nelle tasche tarlate, diventa complicato capire esprimere creare il mondo, almeno il proprio piccolo mondo, sempre più antico.

Un tour senza lusso senza nastrini senza lustrini, con altri demoni disperati, come lui, un tour da pagliaccio, triste, stralunato surreale; per questo, bersaglio ideale di scherno beffe canzonature, delle genti senza cuore.

Affacciarsi alla finestra, notare i tizi della finestra di fronte, indistinguibili mentre di sera fumano placidi guardando il Mar Nero; scrivere lettere dopo avere aperto la ribaltina, scelto con calma carta pregiata, penna e inchiostro poco simpatico, ponderare le parole delle missive da spedire alla famiglia, ideale, e soprattutto al mio giudice, non so se a Berlino o a L’Avana; accorgersi, alzando gli occhi ad un compatto gruppo nebuloso grigio sporco, quanto somigli alla neve sporca, nella quale affondava piedi senza stivali il viaggiatore solitario del giorno dei morti. In attesa di tornare all’hotel, quello della Natura.

Scoprire che gli scherani del sultano vietano le manifestazioni di protesta, in quanto gli assembramenti arrecherebbero nocumento all’economia e alla salute pubbliche; categorico invece, non vietare gli assembramenti sui mezzi pubblici e sulle stesse vie viali piazze dei centri urbani, propedeutici all’acquisto compulsivo nei negozi; logica ferrea, logica scientifica, tanto come dice Kristina di Romolo e Akira, i virus, educati e pazienti, ci attendono alle uscite.

Robert, forse non lo sai: i due tizi che millantano di avere inventato la tua tecnologia farmacologica nuova, ora che i dubbi sull’efficacia del rimedio contro il primo – l’apripista, il battistrada, lo scalda pubblico, l’avanguardista – dei bacilli dell’esercito virale dell’era pandemica, si stanno moltiplicando in ogni angolo, pertugio del Globo, con ammirevole tempestività, annunciano alle folle la possibilità – tra cinque anni, dopo opportuno, necessario piano quinquennale – grazie a loro (ovvio) di sconfiggere il cancro e l’Alzheimer; così Geppetto non solo tornerebbe alla vita, ma di colpo, ritroverebbe tutte le parole dell’Universo.

Nel frattempo, i due tizi – il Gatto e la Volpe, falsi invalidi nella satirica versione degli Oblivion – realizzano nuovi ricavi record, grazie alle azioni quotate in borsa, non quella di Ippocrate ed Esculapio; gli eredi del buon Sabin, intanto, masticano amaro e danno del fesso al proprio illustre antenato.

Pretendo una task force di Biovigilanza attiva e la pretendo formata da esseri superiori e di comprovata, certificata competenza: le sacre Api, Sentinelle della Biodiversità!

Pretendo la Democrazia, non quella del V secolo di Atene, quella delle Api, vere amiche dell’Umanità, capaci con rito collettivo di scegliere ogni anno il programma politico migliore, per il bene comune.

L’ecocidio è solo un complotto inventato da ambientalisti radicali? Cosa sareste disposti a fare – anche commettere omicidio? – per scongiurare l’ecocidio? Serge Quadruppani, Amico del commissario Montalbano, docet.

La rivoluzione delle Api è pacifica:

chi adotta un’arnia, salva tutto il Mondo.

Pochi eretici guerrieri

Ancora domande, sempre domande, domande su domande

Chi erano le tre (una e poi trina) Parche – attenti a non confondere e sostituire le vocali, per non incorrere in equivoci imbarazzanti, si sa che gli abitanti dell’Olimpo sono suscettibili – figlie di Zeus (siamo sicuri? senza offesa) e di Temi, senza tema di smentita? In Omero erano Una, forse causa vista incerta offuscata, Omero parco – non fatevi venire in mente quesiti da porci – Esiodo munifico le aveva triplicate, ma la Triade di sorelle incuteva timoroso rispetto, deferenza allarmata: la filatrice della vita, la fissatrice della sorte e la irremovibile fatalità della morte non suscitavano, né riscuotono clamorosi consensi popolari.

Se siete uomini e amate le Donne, non sussurrate alla vostra compagna – Tesoro, come sei parca stasera…

Finale a sorpresa!

Nemmeno oggi, immersi come siamo in continui ininterrotti bollettini epidemiologici dal fronte globale, ci siamo appassionati alle funzioni professionali delle Parche; viviamo o tentiamo di sopravvivere sul continente più fedele al magico rimedio, eppure, come strillano araldi di ventura (aedi mercenari causa mercede pro domo loro, loro dei committenti) pare che si stiano sviluppando focolari, un po’ ovunque: chi scatena i focolari sono dunque modernissimi Lari e Penati – la faccenda e i gomitoli s’ingarbugliano nel guazzabuglio della vita post qualcosa – ossia protettori della salute della sicurezza della sacralità della casa e della famiglia?

Essere confusi è lecito, talvolta, riannodare il bandolo – mai le bandoliere – pura cortesia.

Senza magico rimedio si muore, ammonisce Sauron, con il suo unico occhio infuocato (serve un buon collirio) – nel paese dei Ciechi (si può dire ancora o il Kollettivo Omero farà causa?), il briccone con un occhio solitario diventa imperatore – espierò in ginocchio sui ceci, ma, scriba arcaico, sono rimasto abbarbicato alle poche traballanti (in)certezze del Mondo Prima: soli si muore, senza l’Amore.

Qualcosa che dovrebbe proteggere e protegge poco e male, deve essere reso obbligatorio dallo Stato laico religioso, anche nei confronti di chi non lo vuole – obtorto collo, collo torto, ho davvero male al collo – in modo da proteggere i presunti già protetti; in ogni caso, se questo qualcosa che non protegge, protegge poco e/o per poco tempo, oltre a non proteggere, innesca reazioni avverse con danni gravi e/o letali, dimostra che in realtà funziona, perché stimola una risposta. La logica c’é? Trovatela Voi.

Fare è sempre meglio del non fare???

Non sono laureato, né negli atenei prestigiosi italiani, né nelle strade della vita, né nelle università telematiche, forse per questo non riesco a comprendere l’altissima, finissima, sopraffina logica dei Cerusici dogmatici (super) che questo ci raccontano. Invoco clemenza e perdono, dalle Parche e dalle Muse, altre figlie di Zeus, assai prolifico. Magari con l’intercessione di Duse, Eleonora, Vate permettendo.

Tutto quanto fa spettacolo? O, tutto quanto, tutto sommando, fa spettacolo?

La nuova frontiera del marketing, la guerriglia inurbana contro il cliente; se il prodotto è difettoso e/o inefficace la colpa è dell’acquirente che viene condannato a restare in casa, con lo stigma sociale sulla porta, condannato a pagare una esemplare sanzione pecuniaria, per consentire alle aziende infamate da questi utenti finali meschini e insulsi, di perseverare nella fabbricazione di altri prodotti, ancora più scadenti; ma con appeal e promozione, istituzionali e garantiti.

Pochi eretici guerrieri, della notte, soprattutto nella notte, cercando il Cavaliere Oscuro, magari per un semplice salto giù al bar dei Phillies, per due chiacchiere rilassanti, o per un iconico selfie.

Pochi eretici e Guerrieri, testimoni consapevoli, al cospetto di testimoni inconsapevoli, di quanto accade nella realtà, di fronte ai loro stessi nasi.

Pochi eretici guerrieri, pochi di sicuro, retti ancora meno, eretti nel senso di verticali: una risicata minoranza, rumorosa assai – come dicono malelingue velenose, spargi calunnie – causa scricchiolio delle ossa, perché, fatto scientifico notorio, camminare verticali, soprattutto contro vento, contro mandria, contro corrente:

affatica, consuma dolorosamente spina dorsale e intero sistema scheletrico.

Per ovviare, meglio un perfetto regresso involutivo: quadrupedi e passa ogni paura (strisciare, meglio ancora).

Hanno sconfitto per noi Povertà e Morte (e nemmeno siamo grati)

Pagina della Gratitudine per la Gilda degli Alchimisti.

Pagina dovuta doverosa categorica: il lieto annuncio è stato dato ai Popoli, ma non tutti hanno capito la portata – quante portate, figliuolo? golosaccio! – del dono del miracolo che ancora una volta in questo Mondo Dopo ci hanno offerto, un miracolo da mostrare, all’Universo.

Hanno creato dal nulla il pillolo, pardon, la pillola che al 98% di efficacia sconfigge la Morte; avete capito più o meno bene? E’ così, nessuno dubiti, non siate premeditati, come contro i magici sieri: lo stesso Cavaliere, Antonius Block, di ritorno – ah, l’eterno leggendario ritorno del Cavaliere – da una qualche crociata, contro qualche infedele, ha commentato con pura gioia celestiale, finalmente potrò vincere quella dannata partita a scacchi, cara Morte stavolta ti farò nera.

Come dite, l’efficacia sarebbe più bassa? Incontentabili, pensate alla sicurezza.

Nel frattempo, il Re del Mondo – sicuri si tratti di lui e non di un usurpatore, malfidenti in servizio permanente affettivo? – ha spiegato le strategie elaborate per salvare il Natale; dal consumismo devastante, di stampo prettamente neo liberista? No, sciocchini: dalla pandemia dei non inoculati. Minoranza risicata – come certi pulviscoli partitocratici che mandano a rebelot (non confondere con Rebelote, il Ribelle) i magnifici lavori parlamentari – molto rumorosa, assai fastidiosa; se di minorati, ancora pardon, di minoranza si tratta, come può innevare innescare innervare una pandemia? Infedeli reprobi eretici, non sottovalutate, mai, le pandemie acustiche, inquinano e frantumano, perfino e in particolare i covoni, nei campi superstiti.

La Mega Gilda – un sogno, una autentica icona sexy, Rita H. – la Gilda delle Gilde dice che per disintossicare il Pianeta e salvarlo – soprattutto da noi, ma non credo, perché la soluzione dovrebbe essere radicale, moltissimo assai – dobbiamo piantare (non nel senso di abbandonarli) almeno mille miliardi di Alberi; oibò, si potrebbe nella parentesi temporale considerare l’ipotesi di smettere di massacrare quelli che già vantano solide radice dentro la Terra?

Magari aiuterebbe la Causa anche smettere di produrre quantità infinite di oggetti inutili però inquinanti, come se già il Domani fosse trapassato, trapassato come il duo horror Tatcher – Reagan: il loro liberismo senza limiti è molto più di una spada di Damocle, sull’Umanità.

Come racconta il Teatrante Sublime, Marco Paolini: nella continua sfida tra Amigdala (la nostra preziosa ‘Mandorla’ cerebrale che contiene l’equivalente del senso di ragno per SpiderMan) del sistema limbico e la regione frontale del cervello, 9 volte su 10, Essa trilla per ataviche reminiscenze di preistoriche inisdie, ma nell’unica volta che ci scuote a ragione, quella è la ‘buona volta’ che ci ha consentito – forse senza meriti – di giungere fino all’antro dell’Antropocene del Mondo Dopo, mentre sono stati condannati all’estinzione animali avanzatissimi, quali i Dinosauri.

Oggi siete più svagati e bighelloni del solito solitario – non l’Anellide, senza più compagnia in quanto troppo vorace – non avete nemmeno ringraziato il Gerarca supremo per la sconfitta della Povertà; sarà infine giunto il momento di denunciare che questi poveri sono sudici, sono loro i principali responsabili della lordura del Globo, con tutte le loro inaccettabili pretese a mani tese – vuoi mettere l’eleganza di certe braccia tese, inguainate in neri guanti di pelle, in nere essenziali divise marziali – mandano in crisi il magnifico sistema economico globale;

bravo Gerarca, sia lode a te, a te la vita eterna per la guerra senza confini ai poveri, così debellerai anche l’annosa questione della sovrappopolazione.

E della stringente penuria di risorse.

Cut up, Tarzan, Piave

Pagina del cut up, del check up, del kechup.

Jungla e dintorni, Tarzan con il coltello, tra i denti – difficile saltare da una liana all’altra e anche emettere il potente grido di richiamo per gli amici Animali – Batman nella notte, nero pipistrello, molto elegante e poi, si sa, il total black sfina ché con l’età anche il povero pipistrello di Wuhan avrà qualche maniglia dell’Amore, nella sua spelonca;

William S. (mi interrogo sempre sul misterioso complottistico significato di queste maiuscole con il punto) Burroughs cosa penserà, cosa inventerà, cosa scriverà, per noi?

Rimpiango tutto della mia vita mortale, anche quegli improbabili barrocci baracchini sghembi e sgarrupati, anti pandemici per forza e per miracolo etilico, parcheggiati in servizio continuato senza alternative, all’esterno degli stadi – mitologiche arene del Mondo Prima, atte a ospitare eventi sportivi e/o artistici, per il sollazzo baloccamento delle folle da distrarre dai temi importanti – con friggitrici sempre pronte a sfrigolare sanissime ciambelle o griglie di Vulcano, mai pulite mai disinfettate, per potenziare al massimo i sistemi immunitari, ove sfilavano trionfi di hamburger e hot dog, ripieni traboccanti esplosivi di check up (quello, nel caso qualche ora dopo l’ingurgitamento) anzi kechup e maionese di dubbie origini.

Mi è apparso un Angelo, ha sussurrato parole arcane; non al Cane, a me. Parole astruse incomprensibili inimmaginabili, per il sottoscritto scrivente: anche perché di solito il Messaggero sono io; certo, lavoriamo per ditte di posta e telecomunicazioni concorrenti, però: attento alle rivoluzioni, attento a chi promette di cambiare tutto – soprattutto in un/con un click (potrebbe trattarsi di suono onomatopeico del grilletto di una Colt45) – attento a chi la butta in caciara senza condividere pane e caciotta, attento agli spargitori effonditori di ammuina; rivoluzione è sì cambiare, tornando però alle Origini, ai Valori fondativi.

Innovare ma conservando le Basi, potenziando la Memoria: dei neuroni e degli anticorpi.

Avviso ai medicanti, ai naviganti, agli inquisitori in servizio permanente effettivo: anche i bersagli mobili, prima o poi, nel loro intimo s’incazzano; o si scassano, questo evento sarebbe da considerare peggiore del primo: un fortunale – chissà quanto fortunato o foriero di doni – si sfoga da solo, si esaurisce e si consuma nella sua stessa furia, un vascello avariato, naviga pazzo e pericoloso, incontrollato ingovernabile, per il vasto Mare.

Finire come Mastro Geppetto, incatenati al letto, con i pensieri fuggiti dalla testa come un nugolo di galline dall’aia; non sono cattolico né marxista credo solo alle poche cose che mi allietano la vita, credo nell’acqua e nella luce del Sole, nelle rondini e nelle lucciole che nonostante l’ecocidio si intestardiscono a tornare; mi guardo dentro la crisi e vacillo sul nulla, sono solo un corpo e come corpo morto, prima o poi, cadrò; ci vorrebbero nuovi geniali racconti dal confine, dai confini tra noi e l’irrealtà; Costanza tu sia marchiata o meno con l’infamia degli ominicchi, necessiterei di carta, penna d’oca sul cappello che noi portiamo, inchiostro nero virato seppia, calamaio, meglio sarebbe Calamandrei: abbattere ogni gerarchia, iniqua opprimente oppressiva, per instaurare un costituzionalismo sociale;

inutile negare, negare sempre, soprattutto le evidenze, la Verità non ci piace abbastanza, non è resiliente, non incrementa il pil, non garantisce la verde transizione, non è sexy;

alla patria, preferisco Madre Gea, alla nazione, il Mondo paese.

Sarò disertore, eretico, ma al falò delle vanità dei guitti di regime, anteporrò sempre e comunque La Leggenda del Piave, la sacralità di quella canzone, baluardo della nostra memoria e delle Vite di quei Ragazzi, Ragazzi per sempre.

A Loro insaputa.

Intelligenza, virale

Un brindisi all’Intelligenza.

In alto i calici, inebriamoci con lo spumante spumeggiante – anche la spuma della Trinacria sarebbe manna – e dedichiamo i nostri hurrà e le nostre benedizioni, i migliori auspici, anche senza aruspici in attività perenne, all’Intelligenza, virale:

lo diventi, che si diffonda come un virus pandemico, senza necessità di siero immunizzante a bloccarne la necessaria, salvifica circolazione massiva ecumenica.

Immune, non solo legibus solutus, sed etiam, virus solutus: eppure su un lemma di latina derivazione etimologica, le migliori menti si spaccano a metà in fazioni – frazioni, particelle, monadi ideologiche – si spaccano come mela trafitta dal dardo della giustizia e della libertà, vibrato scoccato dalla balestra – servirebbe una vera balestra per allenare le menti intorpidite – dell’eroico Guglielmo Tell.

Elvetico conquistare di dame e fanciulle, rinomato affabulatore – William… Tell a good story, please; thanks a lot – forse confondo l’arciere ribelle con il gentleman della racchetta, ma in fondo, quale differenza potrebbe fare nell’economia della nostra vicenda?

Quell’oscuro oggetto del desiderio, quella grigia eminenza virale intellettuale nell’inverno prossimo venturo del nostro scontento, prossimo venturo ma in piedi da quasi 24 mesi: riposati, vai in letargo, cosa ti costa?

Il booster fa ingrifare gli italopitechi medi soprattutto perché cultori di anglismi e esterofili per ontologia (ah, se solo avessero almeno una volta sfogliato le loro antologie scolastiche…), non hanno idea di cosa significhi: credono si tratti di un qualche futuristico marchingegno senza ingegno della transazione verde muffa, buono per potenziare l’auto iper inquinante, ma con bollino verde e trasformarla nell’Enterprise delle autostrade colabrodo del Belpaesotto.

Quando le opposte opinioni delle opposte fazioni, ma anche dei faziosi partigiani dello stesso quartierino collidono dopo eccesso di furore ideologico – sturm und tank – gli effetti rischiano di confondere o alimentare situazioni imbarazzanti grottesche farsesche: il grande capo della tribù degli alchimisti del Dogma dice che i non inoculati contribuiscono alla risalita del contagio, ma l’esperto globale di epidemie sostiene non sia possibile, causa lasciapassare delle libertà che ne limita ormai spostamenti autonomi e incontrollati. Come la storiella del lupo che in cima alla collina ringhiava contro l’agnellino alle pendici accusandolo di intorbidare la fresca acqua del ruscello; chiare fresche intorbidite acque ove più che le membra dovrebbero posarsi e rinfrescarsi molte menti e molte favelle, molte lingue triforcute.

Caro Epaminonda – Epam, in onda! – non sono Africano, non posso dunque lodare e amare la Culla dell’Umanità? Questo politicamente corretto vorrebbe ripulire a tavolino il linguaggio, l’Arte, la Storia, ma avvelenando le fonti delle Parole con varianti letali in quanto ipocrite, sparge solo un po’ di inutile cipria sulla Realtà, conservando intatte iniquità e ingiustizie.

Comunque, mio Padre è nato in Africa, tié!

Il paladino della Costituzione è il re dei complottisti, vede anti fantascientifici in ogni anfratto, in ogni angolo, ma poi si fa sfuggire dinanzi al naso il nemico di Alberi e Indios dell’Amazzonia, invitato alle cerimonie e alle cene istituzionali, come fosse ospite di riguardo; chissà se prima o poi lo zio d’America, citrullo ma multimiliardario , si deciderà – è un buon bisniss! – ad acquistare dal cavalier Trevi, l’omonima celeberrima fontana in Roma: prima che la pseudo cultura del cancellino ne cambi la denominazione e vi faccia affogare Anita e Marcello.

Materia grigia vulnerabile, intelligenza come acqua e pane:

che Tu sia emotiva motivata motivante, sbrigati a contagiarne, più che puoi, a più non posso.

Meglio ancora: organizziamo carbonari intelligence parties, con Ospiti d’onore cervelloni e lasciamoci infettare, Tutti.

Intelligenza, finalMente virale.

Fai della Zucca la tua meta

Pagina delle Zucche, per restare sempre sul pezzo.

Zucche, prelibato frutto di stagione, sinonimo e contrario di scatole craniche, con polpa grigia invece che arancione, più o meno presente, più o meno gustosa, più o meno polposa. Talvolta nelle scatole craniche puoi ritrovare solo altre scatole, vuote, matrioske mentali, senza sorpresa.

Messer Zuccavuotadiborgo vorrebbe rifilarci o infilarci dentro il suo mondo vuoto artificiale; dopo le facce senza libri, dopo autobiografie vuote spurie di protagonisti, l’involuzione finale: tutti prigionieri del grande nulla, ove ogni presenza è virtuale, ove tutto quanto appare è solo entità fantasmatica – anzi, magari – caro Marco, una sola rossa foglia d’acero, con le sue nervature meravigliose, pura arte naturale, fa scomparire i tuoi micro ambienti di bit, binari o quantistici poco importa.

Rassegnati, hai perso la sfida, prima della partenza.

Anche perché da Metaverso, a Mataverso, spesso è un attimo.

Raggiungere poi la Meta non è da tutti, non è per tutti: mille metri di altezza in Abruzzo, la ricompensa il panorama tutte le delizie locali l’ospitalità calda e amichevole dei circa 300 abitanti; poi si sa caro Burt quella sporca ultima Meta può costare lacrime e sangue; anche il cantautore ringrazia per l’inattesa campagna promozionale mondiale, in questo caso fortunato a costo zero, per una volta davvero.

Comunque, caro Marco, tu che non so quanto degnamente porti lo stesso nome del Polo che spesso andava in Katai, dovresti rammentare quanto cantava poeticamente Frankie, un po’ fissato nella volontà di recarsi a Hollywood Land: make Love your Goal, per i meno abituati – non per i meno abbienti, Loro lo sanno da sempre – fai dell’Amore la tua Meta.

La differenza di passo tra gli uomini nativi delle Americhe e quelli occidentali usurpatori: i primi sfiorano il terreno per rispetto verso Madre Gea, i secondi lasciano pesanti impronte, non solo ecologiche come chi si crede padrone del tutto, mentre basterebbe ogni tanto alzare gli occhi al Cielo per percepire la nostra insignificanza rispetto all’Universo. Antropocentrismo non solo demodé usurato sorpassato, anti storico anti razionale anti Legge universale: non siamo unità di misura del Tutto, casomai dell’infinitamente piccolo, infinitamente transeunte; non siamo pietra emiliana miliare d’angolo nemmeno della Via Emilia, tra la pianura padana e il Cosmo infinito.

L’armata dei fiumi neri in Sicilia, a cominciare dal Naro divenuto nero – non si pensi a razzismo o degenerazioni ideologiche – causa sversamento dei liquidi di risulta vegetale delle aziende che producono olio d’oliva, sono il solito flusso della cupidigia ma da zucche vuote: invece di inquinare uccidendo la fauna e la flora fluviale, quei liquidi sarebbero manna per rendere più fecondi i terreni agricoli.

Ci sono Cani sapienti che imparano comprendono assimilano anche più di mille parole, senza tema di smentita caro Salvo, una bagaglio culturale e linguistico molto più ampio e poderoso rispetto a quello di tanti nostri simili connazionali: del resto, provate voi, se gradite l’arduo cimento, a spiegare differenze tra con e da, tra immunizzazione e parziale protezione da conseguenze gravi: auguri.

In ogni caso, in ogni modo, cenere siamo e alla Terra torneremo: humus diventeremo e forse saremo finalmente utili;

la cultura della cura e del rispetto dei Morti – con susseguente globalizzazione dell’idea, a partire dalle Civiltà del Mediterraneo – della gratitudine per i Trapassati, delle porte dimensionali per lo scambio di amorosi sensi e doni tra dimensione terrena e ultraterrena sono stati inventati un po’ prima del vostro marketting, strapazzato da strapazzo:

evitiamo di essere così puntigliosi da voler stabilire chi siano i Defunti, chi siano i viventi, potremmo ricevere scherzetti invece di dolcetti.

Stanotte non siate insensibili, lasciate le tavole imbandite, Voi forse non sapete perché, Loro sì.

Comunque, citando l’Amico californiano Jim, Morrison, pur di non morire, sarei pronto a dare la vita (e una zucca).

Big Factory

Pagina della Gara

Facciamo la gara a chi ha il disturbo paranoide – paraninfo paratergico (nel senso del lato, lato B)? – più grosso, tra chi vede complottisti ovunque, soprattutto tra tutti coloro che non condividono le sue opinioni e chi invece ha il torto, la colpa inemendabile di scrivere – mettere nero su bianco, si sarebbe detto nel Mondo Prima – quello che accade davanti agli occhi di tutti, ma solo pochi riescono/vogliono vedere?

C’era una volta la Fattoria Betulla Bianca, rasa al suolo per lasciare il posto alla Big Factory del Super Cetriolo Ogm – le teste quadre del Montesanto hanno detto sì, dicono sempre sì, ai loro stessi progetti – cetriolone che in quanto super, con o senza mantello (ininfluente, il mantello), può anche volare, senza ali; non come la nuova compagnia (non dell’Anello al naso, purtroppo) che poi sarebbe la vecchia, ma con il nome decapitato: compagnia di bandiera, ruba bandiera bandiera che ruba, bandiera bucherellata dalle solite tarme, tare ataviche, incapace di decollare con o senza nebbia, sempre vorace di pubblici illeciti finanziamenti; chissà, forse, potesse utilizzare almeno il Jet Scrander di Mazinga Z, riuscirebbe a sollevarsi di qualche metro, dal patrio suolo. Tornando all’ortaggio, si sa che se vaga senza meta nell’aere prima o poi si getterà in picchiata, verso il primo casuale – o selezionato con cura, estrema – orifizio che avvisterà con il suo sensibilissimo senso degli spazi, aperti vuoti liberi.

C’è la factory dei cervelloni, quelli che con la loro scienza infusa inculcata hanno la pretesa di spiegare non le vele o le bandiere, ma quanto accade dentro le altrui teste: avrebbero costoro bisogno urgentissimo intensissimo di sussidio terapeutico, ma da parte di professionisti bravi, non equipollenti, al dunque, loro equivalenti.

Cercansi Vessilliferi – astenersi portaTempi grami – per bandiere di libera Gioia, in libero Universo.

La Mela dell’Eden ci è costata cara, ma anche i Pomi d’Oro del Giardino delle Esperidi; forse non un occhio o una testa, ma tanto oro quanto pesano, di sicuro e con l’economia fossile fossilizzata, sclerotica sclerotizzata, non rappresentano e non sono beni rifugio: né i pomi, né i Giardini, purtroppo.

Sai, Lavinia, credo esisteranno resisteranno sempre una Ragazza e un Ragazzo del Futuro in grado, capaci di parlare con i Gabbiani, capaci di redimere il Popolo della Terra, puri, così puri da avere la pazienza santa e religiosa di insegnare ex novo ai propri simili l’Amore per la Vita, il rispetto delle leggi naturali.

Quando non solo Ligabue – quello vero, Antonio il Matto – ma anche il montanaro di ‘discutibile cultura’ (ché se non la si potesse discutere e ridiscutere ogni giorno, non sarebbe) Guccini e Geppetto, non più mastro solo povero diavolo, perderanno le parole, sarà lecito preoccuparsi;

quando le istituzioni del paese dei balocchi democratici o sedicenti tali cominceranno a sostenere che le minoranze rumorose devono essere schiacciate in nome del dispotismo democratico, potremo abbandonarci tra le braccia ampie accoglienti, del panico; quando l’artificio del palcoscenico cederà di schianto, quando il telo del cencio grigio fumo che fa da fondale, grigio lacerato ma non per i tagli artigliati operati da Lucio, Fontana, si affloscerà, resterà nudo in tutta la sua evidente efferatezza, cruda crudeltà: il Mondo Dopo;

senza più nemmeno il pallido conforto di un finale finto lieto.

O viceversa, invertendo i fattori, della Fattoria, non muterà l’esito.

Orfani di miti, di caverne, di Platone, siamo solo l’ombra della Luce e delle parole già scritte.

Scarafaggi musicali metropolitani

Strisce pedonali tridimensionali, per salvare vite di ignari pedoni:

ignari di essere pedoni, ignari che l’attraversamento sullo zebrato sia diventato sport estremo, a tutti gli effetti con tutti gli onori ed oneri; tutti degni emuli di Manolo, il Mago dell’arrampicata free, libera da appigli legacci lacci lacciuoli.

Senza nemmeno leggi ad personam.

Free climber dal nome iberico, origini feltrine, nel senso di Feltre. Appigli ridicoli sono quelli di chi etichetta ogni stupidaggine – di solito ormai purtroppo – la più stupida, con la trita stomachevole formuletta markettara: idea geniale.

Eh Signora mia, le vere idee, soprattutto quelle buone, non si trovano a portata di mano e soprattutto a buon mercato, sugli scaffali dei super mercati.

Strisce tridimensionali, farebbero poi pensare ad altro, a sostanze poco lecite che fanno viaggiare nelle tre dimensioni, senza ausilio della fisica quantistica, direttamente nella quarta e nella quinta, e oltre, come il magico siero; che dopo circa 12 settimane, perde efficacia perde spinta motivazionale, perde affetto per la persona, nonché effetto cinetico e rende gli inoculati potenzialmente contagiosi e ‘virali’ (non solo su instagram) esattamente quanto come e dove, i non inoculati.

Cantami o Diva del peloso Achille, forse prode, delle sue battaglie campali campanilistiche – hey, Manolo, ma anche Mauro Corona (non il rampollo della birra con fettina di limone incorporata) scalavano i Campanili, a mani nude, a braccio, senza discorso scritto in anticipo dagli autori fantasma – campane nella brughiera, ché Lui, mitico eroe, sapeva per buon senso innato quanto l’aria aperta rendesse inoffensivo il temibile virus; se non abbiamo nemici rumorosi da combattere in assetto totale totalitario, abbiamo sempre schiere di virus, vecchi e nuovi, da fronteggiare in armi o con armi varje ed eventuali, bacilli germi – non del grano – microorganismi che si annidano e cospirano contro di noi, soprattutto negli insidiosi sconosciuti inesplorati ambienti domestici, almeno all’80%:

casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri una malia.

Pensa, caro Aldo, se la Costituzione1948 fosse ristampata con i caratteri tipografici in tre D: anche chi non ci si è mai intruppato, nemmeno per sbaglio per caso per errore, potrebbe finalmente confrontarsi con i vari articoli – tanti lo so, forse troppi, leggerla tutta è difficile, ritmo troppo lento, troppe parole – il vantaggio di notare tutti quei paragrafi anche senza gli occhialetti speciali 3D, inutili ma di moda negli Anni ’80; qualcuno poi si meraviglierà – resterà proprio a bocca aperta, occhio alle mosche e alle cimici – scoprendo che, proprio come denunciato da una sedicente ex politica, prezzemolina tv non si sa bene a quale titolo, le Madri e i Padri costituenti, da anti nazifascisti no komplotto, non avevano previsto la pandemia. Nemmeno l’idiozia, virale.

Aldo, beati Voi, che là dove oggi dimorate potete avvalervi e crogiolarvi della e nella Luce, bellissima eterna senza rincaro delle bollette.

Sul Valico di Forca d’Acero, tra Lazio e Abruzzo – 1538 metri di altezza, circa, compagna Francesca vestita di rosso, non li ho misurati di persona – puoi ammirare con mente libera e anima pacificata uno degli spettacoli più meravigliosi: quello delle foglie degli alberi in Autunno, un caleidoscopio magico, un trionfo della Vita e dei suoi cicli con infinite gradazioni di rosso arancione giallo. Senza nemmeno la necessità l’esigenza di aumentare la Realtà con effetti tre D, è già tutto lì, tutto vero, per chi ancora riesce a tollerarlo.

Valutare gli effetti pratici delle strisce pedonali tridimensionali sarà impellente e categorico: dai tamponamenti a strascico, causa brusche frenate, agli anziani che incespicano causa illusione ottica fraudolenta, alla non secondaria necessità di modificare all’improvviso storiche leggendarie copertine di LP in vinile di mitologici gruppi rock di capelloni, capelloni ex, però baronetti della corona, per meriti artistici.

Ve li immaginate i Beatles che invece di attraversare la strada (Abbey Road, 8 agosto 1969, quinto attraversamento), suonano i tasti bianchi dell’asfalto con i piedi?

Tutto sommato, effetto psichedelico degno di LSD – cosa sogghignate, sornioni? Lucy in the Sky with Diamonds – davvero Cosmico, Ragazze e Ragazzi!

Archimandrita

Pagina dell’Archimandrita, prima o poi capirò chi, cosa o anche casa sia.

Archimandrita da non confondere con l’Arcimandrillo, perché – viene da sé – un paio di maniche, il guidare le greggi (le Leggi?), altro, davvero altro genere, in mezzo alle greggi, baloccarsi.

Il Vincastro dell’Arcimandrita: prima o poi l’Acca, muta – muta d’accento e di pensier – ma burlona, la finirà di tendere tranelli e gli insulsi blogger smetteranno di compulsare lemmi incomprensibili (appunto, CVD).

Archimandrita delle greggi popolari popolane – le Popolane sono belle – tu che sbraiti arringhi le folle virtuali invocando onore per le vittime del virus, auspicando mordacchia, museruola, ludibrio pubblico, gogna coram populo, forse rogo nella piazza, per chi non la pensa – obtorto collo (se il collo ha sempre obtorto, la ragione dove dimora? Forse poco più in là) e anche mente – come te; tu che non menzioni mai, non concedi mai un minimo di pietas per i danneggiati i dannati i caduti sul glorioso cammino poco lastricato del magico siero, tu che parli spesso di te stesso e lodi sperticandoti le mani e le tonsille le tue luminose eccelse ineguagliabili qualità, tu hai almeno il Vincastro in regola? Omologato, senza rate arretrate del bollo?

Altri Arcimandrilli, nella jungla poco urbana, offrono paragoni letterari inusitati: le dosi del miracoloso rimedio – miracoloso, davvero per chi lo fabbrica e smercia sulle piazze del Mondo Dopo – sono come i Moschettieri, tre nel titolo ufficiale, ma quattro o un esercito nella realtà; non come i deludenti Fantastici QuattroMamma, deciditi a rivelarmi finalmente come dormono – che saranno anche fantastici, ma quattro restano, come i gatti nel vicolo dei Miracoli e gli amici al bar che ancora credono, tra una chiacchiera e una barzelletta, di avere il potere di cambiare il Pianeta.

Esiste una grammatica archimandrita della Malinconia? Magari servirebbe a orientare, orientarsi, trovare di nuovo, o un nuovo – tout court – Oriente; se malinconia deve essere, vesta almeno colori pastello, come diceva Fellini al giovane Piovani: malmostosa, ma capace di non prendersi troppo sul serio, auto ironica, musicale, perché anche nell’Amore non contano le parole – mica sono numeri, anche se numeri e numerologia restano fondamentali per l’architettura generale – conta solo la Musica. Musica pericolosa se le permetti di oltrepassare la corazza del suono, se lasci che diventi una vibrazione cosmica da incontrare affrontare esplorare senza tuta, spaziale ma per tutelare l’Anima.

Se potessi scegliere un mio Archimandrita personale – personal Jesus trainer, senza offesa – opterei per Gianni (Morandi? Rivera? Anche), in primis Rodari; a Lui chiederei lezioni nel peripato, deambulando sereni ciascuno con la propria copia della Grammatica, quella della Fantasia e non solo perché ‘anta/e litteram’ prese le difese della nostra sentinella nel Cosmo (Grendizer, grazie sempre Go Nagai). Non avrei paura, né onta, né terrore di sbagliare, perché se sbagliando s’impara, sbagliando spesso e volentieri, alla grande, s’inventa: la Fantasia della nostra mente/cervello sa creare sempre sentieri imprevedibili invisibili inaspettati.

In quattro, sempre e solo in quattro, con o senza Archimandrita – a proposito, ma Peppiniello di Capua può essere considerato l’Ammiraglio molto ammirevole dei Fratelli Abbagnale? – anche i Cavalieri dell’Apocalisse, sul calesse siderale; se posso, dovrebbero sbrigarsi a consegnarla, l’Apocalisse: quella vera, non il disastro finale, a quello stiamo già provvedendo da noi; no, servirebbe come il Pane quella etimologica, una bella sana robusta Rivelazione di Verità;

ci faremmo bastare anche solo un piccolo raggio, capace di filtrare da una impercettibile crepa sul muro nero.

Reminiscenze (scienze?) olfattive

Pagina delle reminiscenze, riminesi, o delle scienze delle estati vitellone di Rimini.

RiminiScienze o Scienze di Rimini; non trascurerei Cesenatico, culla di liberi pensatori, artisti, navigatori, ciclisti; sulla montagna, tra le brume del bosco soffia impetuoso il respiro di Marco, ha il mare dentro: forse per questo vola con la sua bicicletta sulle asperità emerse dagli abissi, forse per questo insegue ancora la sua onesta pulita profondità, per alleviare la sofferenza, per estirpare il tormento, per vincere finalmente la gioia luminosa di un eterno abbraccio familiare.

L’amore non è solo questione di sole – certe sòle… – cuore, ma spesso di odore, nel senso più ampio e variegato del senso: uno dei 5, quello prettaMente olfattivo.

Nella vita ci vuole naso! Come garantiva Rantanplan cane piantagrane, affezionato compagno canino di Lucky Luke, teorico segugio, dal fiuto fallibilissimo soprattutto al cospetto dei fuorilegge più famigerati; nella vita, nei marosi della vita ci vuole tanto naso e altrettanta – tanta davvero – fornitura di terga e forse la combinazione tra le due caratteristiche può, se non garantire, assicurare talvolta risvolti positivi, a certi pantaloni; sempre ammesso non concesso – ottriato – non si tratti di pantalonacci da galeotti ché mica tutti siamo fratelli dei Fratelli Dalton.

Ci vorrebbe tanto naso, come quello sì infallibile per il tartufon, il naso di Gianna – non Nannini, sempre alla ricerca di un bello impossibile ma ragazzo di Europa, assai gelosa – Gianna, Donna musicale di Rino, Gaetano; a naso, mi sono perso e sì che non ne sono sprovvisto.

Anche la gentilDonna in abito canarino aveva naso, mentre chiedeva all’autista Ambrogio di verificare la tenuta ondulatoria e sussultoria della lussuosa vettura, prima di esclamare languida: la mia non sarebbe proprio fame atavica, piuttosto un languorino di sangue blu da brioche; il fedele dipendente esclamava, sempre inguainato nella inappuntabile livrea: Mia Signora, ce l’ho qui la brioche!

Con classe, senza volgarità, senza eccessi popolari, tumulti populisti ante litteram.

Beato Colui, dotato di naso archeologico subacqueo, riesce a immergersi in acque verde smeraldo – già questo un tesoro – davanti alle coste d’Israele e trovare per incanto la Spada nella roccia sul fondale; Excalibur, ex Mare, ex Nautilus.

Servirebbe naso sopraffino per fiutare la menzogna e sbaragliare come birilli del bowling i menzogneri, quelli che architettano i complotti e poi abbindolano le genti, convincendole che il complotto non esiste e che coloro che tentano di smascherarlo e disinnescarlo siano citrulli, malati di complottismo da b movie fantascientifico anni ’50; più che una macchina della verità – avete presente Trinca e Cruciani e lo scandalo calcioscommesse negli anni 80? – attendiamo con ansia una macchina della menzogna, anti menzogna, una bestia cibernetica che denudi di colpo, con un solo colpo di braccio, di maglio robotico, o fulmine cosmico in alternativa, i grandi spudorati mentitori, senza nemmeno mentine per l’alito, pestilenziale.

Con il pennello o bombolone panna spray – pennello grande, grande pennello, mega pannello? – nel naso a scrivere sui muri: il global warming non esiste, mentre la marea sale e ricopre tutto ciò che ci resta, anche gli stessi muri di quell’edificio; in effetti il global final warning è (ri)suonato da tempo e siamo fuori, di testa e anche tempo massimo. Un fazzoletto, non di carta, di stoffa, ché la seta sarebbe sprecata, per soffiare il naso, il nostro, per asciugare i nostri begli occhietti, lucidi di lacrime, ma spenti.

Rinoceronte, rinoplastica additiva, forse erro – sono errabondo, lo confesso senza pudori – l’addizione o la moltiplicazione servirebbero, eccome: della materia grigia, nasi ne abbiamo in abbondanza; in ogni caso, androidi cyborg droni evoluti al cubo potranno imitare surrogare l’olfatto, ma il nasino più famoso illustre grazioso della Storia, non sarà mai raggiunto, né superato (con deferenza parlando):

Cleopatra – non patria, anche, la Sua – regina d’Egitto e non si tratta di espressione ingiuriosa e/o sarcastica.

Vivere un giorno saziandosi di sola e pura Meraviglia.

Attraversando in solida barca a vela la culla marittima chiamata Mare Nostrum, per trovare tra onde e nuvole ritrovare gli Dei, fiutarli nel Vento, chiedere loro di tornare a narrare le loro storie le loro formidabili imprese perché da quando non abbiamo più creduto in loro, tutte le caratteristiche negative degli inquilini dell’Olimpo si sono riversate sulla Terra.

Nella vita ci vuole orecchio per cogliere il canto portato sulle ali di Eolo, ma anche naso per fiutare buone storie, quelle che creano comunità, quelle che diventano casa per i Popoli, parole come semi preziosi per coltivare i campi del Futuro.

Non facciamoci prendere per il naso, non di solo pane vivono donne e uomini – devo aggiungere tutte le infinite sfumature? – sarebbe una buona pietra emiliana di partenza non avere anelli al naso, o almeno inutili orpelli. Anelli e orpelli, soprattutto se in ferro, appesantiscono.

Mai sottovalutare le conseguenze dei nasi nella nebbia, anche perché nel nostro piccolo Mondo Dopo è ormai così fitta che rischiamo di rovistare con le dita in quello del nostro vicino;

come sosteneva Ionesco – regista di fosforo del football club teatro dell’assurdo – un naso che vede, ne vale due che annusano.

Ignoranza beata (santa?)

Pagina della società poco sana, inclinata, pendente, poco incline alla salute, mentale soprattutto.

Una società che bandisce l’idea della Morte è morente moribonda forse già deceduta;

decaduta certamente.

Una società che brandisce l’arrogante convinzione di essere onnipotente e allontana espelle rifiuta come un tabù letale l’idea dei limiti inevitabili intrinsechi naturali, è già limitata. in disfacimento, destinata al più fragoroso e doloroso dei fallimenti.

Una società che idolatra le immagini in movimento, immagini false e vuote che innescano azioni interazioni reazioni continue e ininterrotte non ha una pallida idea del vero significato di Immagine, della potenza dell’Immagine e di tutte le conseguenze che comporta l’adorazione di una vera Immagine.

Una società che idolatra false immagini è grigia perché ha già ucciso ogni forma di immaginazione che è l’esercizio, la fatica, l’imperativo categorico che sgorga deriva origina dal trovarsi di fronte all’Immagine.

Quando la preparazione alla corsetta domenicale, caro Francesco, soprattutto la delicata fase della vestizione – come cavalieri apocalittici postmoderni, per scrivere una bischerata – dura molto più della stessa biciclettata, temo sia giusto, necessario, opportuno porsi delle domande esistenziali e magari anche rispondersi, in fretta e senza ipocrisie.

Il magico mare di Otranto riserva sorprese, ora e sempre e questa volta sono magnifiche, garantito da uno scettico nonché ‘premeditato’ nei confronti delle sedicenti sorprese; un autentico tesoro recuperato a 800 metri di profondità grazie a un sottomarino teleguidato, grazie ad una intelligenza umana e tecnologica davvero intelligenti e preziose, almeno quanto il carico databile VIII secolo avanti Cristo, oggetti e prodotti che raccontano ancora una volta l’emozionante, mirabile Storia dell’Umanità in cammino in viaggio in perenne esplorazione. Dalla Magna Grecia con furore con passione con amore.

Sinodo sinodo sinodo, i profeti esortano Donne e Uomini a intraprendere la via del sinodo – non sinedrio – non un parlamento, né una sciocca futile auto celebrativa convention, come rammenta con delicata precisione il priore Enzo Bianchi: giusto per restare in tema di classicità, dal greco antico: cammino comune, quindi camminare insieme; potrebbe spiegarlo con esempio pratico Bia la sbarazzina breton, spietata cacciatrice di coccole quale sia il vero significato: fiducia reciproca, responsabilità, coscienza. Nessuno esclude che il sinodo possa seguire traiettorie diagonali, ellittiche, sinusoidali. Sinodo sinusoidale, non vi suona accattivante?

Ci sono gli imbonitori del marchio verde che con il sopraggiungere del periodo natalizio – con annessi film ‘buonisti’ di Frank Capra, lui sì che era Capra – in preda all’ansia del venditore h24, tentano di svuotare i magazzini ancora ricolmi di dosi di magico siero; con l’acquisto di una dose finale extralarge riceverete direttamente a casa vostra con consegna Space Shuttle Star Trek – start rec? (già citata, ma repetita gioverà a qualcuno) – di smart phone ultima (ultima davvero, purtroppo) generazione per il rin tin tin tracciamento di sé stessi, ché ormai in questo Mondo Dopo ritrovarsi è divenuto necessità esistenziale. Marketting suggerisce di ipnotizzare bambini e adolescenti, coloro che di solito orientano suggeriscono decidono d’impeto e imperio le strategie di consumo delle allegre famigliole italopiteche.

Non vorrete essere responsabili di suicidi collettivi da ‘frustazione professionale’ di commessi viaggiatori immobili, ma pervasivi?

Solo me ne vo – andrei? Andrei per i boschi superstiti? – per l’urbe recondita, o si trattava dell’Universo?

Da particelle ribattezzate camaleonti – i Camaleonti, che gruppo e che (dino)sauri mediterranei! – forse gli scienziati riusciranno a svelare – illuminare – il mistero fisico della materia oscura o delle oscure materie: forse l’Umanità vedrà la luce, forse intraprenderà il cammino sul rigenerante percorso della Luce.

In una buia oscura malfamata taverna – la famigerata ‘fetid tavern’ – di qualche porto, nacquero racconti leggendari e perfino i cocktail, ma anche questa potrebbe essere solo una leggenda da fumi alcolici, però intrigante affascinante divertente; forse qualcuno raccontò qualcosa di simile a Melville a proposito di cetacei giganti e cacciatori marittimi degli stessi, certo, come avrebbe chiosato Don Mondin il matematico salesiano, l’autore ci ha poi pensato molto e ci ha molto messo del suo: la Balena Bianca non avrà riscosso un immediato successo editoriale, ma diventando Moby Dick è assurta a capolavoro letterario e di diritto è entrata nell’immaginario, immaginifico umano planetario.

Conoscete per caso, fato (fato non foste per vivere come un Bruto…) – ah Fata!!! forse non si può più dire e nemmeno pensare – destino il celebre eroe greco antico Gnor Izein? No? Siete in buona ampia compagnia, me compreso, in testa alla lunga coda, di ignorantelloni: avrei più frequentazione per mia massima colpa con il suo gemello perfido, Ignor Are, anche se talvolta mi coglie un banale umanissimo sospetto:

che la di lui figlia, legittima, madamigella Ignoranza, sia non solo beata, ma santa, quando salva anime in perenne tumulto, non solo meteorologico.

Anche se Re Martin Luther mi riporta sul sentiero della Ragione, con una carezza e una breve riflessione:

figliuolo, nonostante tu sia un bianco occidentale, sappi che nulla sul Pianeta è più pericoloso di una sincera ignoranza unita in connubio con una coscienziosa stupidità.

Cavalli infernali di Troia

Avete mai notato al mattino, nelle prime ore del mattino:

la luce del Sole lenta e ritrosa, prudente pudica, a Oriente si insinua e sostituisce il manto notturno, poi libera e gioconda splendere in piena pace, mentre la gentile risacca delle Nubi blu cobalto, viola intenso galleggia nel Cielo, le onde gravitazionali delle Nuvole, rimbalzano contro la barriera corallina geologica delle pre Alpi, delle Alpi, argine e al tempo stesso preziosa cornice?

Avete mai notato lo stupore, l’incredulità dei paladini indefessi dei lavoratori, quando finalmente li incontrano, dal vivo in presenza di persona? Restano di sasso, come se incontrassero lo sguardo della Gorgone, come se realizzassero che loro non sono esseri mitologici – loro i Lavoratori – ma esistono davvero, nella realtà reale, non in quella virtuale, nemmeno fossero protagonisti al massimo di programmi ludici tipo Sim City.

Di Sin City parlerei solo a pochi adepti, complottisti, però. Del resto anche Jigen, infallibile pistolero nonché solido sodale di Lupin III, proprio come pochi di noi, considera quest’epoca così volgare – in contumacia del Volgo – così noiosa.

Avete mai notato il capo dei paladini, abbracciato felice sorridente gongolante al Re dei Draghi, cavallo di Troia – chiedo venia ai Cavalli e alle Troiane, grande opera anti militarista del teatro greco classico – inviato fidato delle forze oscure del Male che però si presentano con la maschera del Progresso e della Tutela delle persone e del Pianeta?

Epèo
di Parnasso, il focese, costruí,
per consiglio d'Atèna, un gran cavallo,
pieno i fianchi d'armati, e lo sospinse,
simulacro funesto, entro le torri.

Avrete certo anche voi notato i nuovi spot, le nuove reclame, nelle quali all’improvviso compaiono miriadi di simpatici animali domestici addomesticabili, miriadi di bambini più o meno addomesticati e simpatici e schiere di adulti preoccupati per il futuro delle nuove generazioni – esistono o sono come i Lavoratori? – per la salute della Madre Terra, per la salvezza difesa tutela di una nuova figura retorica leggendaria, chiamata biodiversità, rappresentata al meglio dall’industrioso (messaggio subliminale) Popolo delle Api? Maia o Magà? La seconda forse per accomunarci, prepararci a quel suo destino ed epilogo, prima grami, poi catastrofici.

Avete mai provato a esercitare il diritto di critica contro il marchio verde bile, senza il quale per legge iniqua illegale non si può lavorare – la Costituzione1948 nella sua teca piange disperata – ma senza contratto e senza tutele di salute e sicurezza invece sì, altrimenti si minano le basi dell’inviolabile Dogma del Mercato?

Avete partecipato anche voi alle esequie dei Sogni e delle Illusioni che chissà poi in base a quale legge cosmica tendono a morire spesso all’alba? Forse perché Sorella Morte è mattiniera e soffre d’insonnia: millenni e millenni di consigli per preparare nuove efficaci tisane rilassanti, ma ancora la formula magica non è stata trovata, Lei poi ha più familiarità con il conto delle teste che con quelle di belanti zompanti pecorelle, fuoriuscite superstiti da antiche età degli interminabili tediosi intervalli televisivi.

A proposito, qualcuno di voi, tra i più saggi pii illuminati, un attimo prima della fine del Tutto, gentilissimaMente vorrà spiegare all’Umanità intera cosa siano i film ‘belli però lenti’? Giù le mani dai lenti, quando mani ansiose curiose percorrevano veloci in tre minuti – ci avete fatto caso? la durata di una ripresa sul ring pugilistico – spazi territori inesplorati proibiti recintati, mai immaginati, nemmeno negli universi onirici, nel Mondo Prima assai più vasti e variegati (senza intento polemico).

Avete notato anche voi il Fronte del porto, unico cuore ancora rosso pulsante vitale, solidale, difensore estremo contro il traffico di armi, contro i marchi d’infamia? Se dalle finestre spalancate verso le banchine, sui magnifici portuali di lotta e buon governo, buona applicazione di filosofie morali e fieraMente politiche, vi sgorgassero dal cuore poesie canti invettive – celebrative – vergatele, non necessariamente non solo su pergamene, unitevi a Loro, condividete pane companatico, anche pensieri come petali floreali, se avvertite nel petto impeti rivoluzionari inestirpabili.

Non sembrerebbe più lieve anche emigrare da questa dimensione, se con il coraggio e l’ironia di Mata Hari, ci rivolgessimo con un conturbante sorriso ai nostri plotoni, d’esecuzione, per scoccare loro un ultimo bacio di commiato e magari di arrivederci? La dipartita è certa, ma mai escludere clamorosi ritorni.

Morale della favola, favole senza morale e soprattutto senza moralità, la morale è sempre quella: fai merenda con Brighella; pifferai più o meno magici, imbonitori, cantacontafrottole – in assenza di ambulanti di gustose frittole – incantatori da tre soldi ma delle tre carte, cavalli di troia ormai scappati dal recinto, da troppo tempo:

prestiamo sempre attenzione estrema – prestiamola agli sbadati – per non finire poi a dare estrema unzione a noi stessi in primis; occhio ai bottegai di ogni genere di sconforto, di ogni settore merceologico e di provenienza, ché come avrebbe detto il Brutto – quello era un grande filosofo all’interno di un capolavoro –

sapete, cavalli dell’inferno, di chi siete figli voi?

Di una grandissima: Troika.

P.S. Colonna sonora di Ennio Morricone, grazie.

Ritornelli, re friend (?), mantra

Pagina del solito ritornello (tornello discriminatorio?):

ti svegli al mattino e il grillo parlante si è già posizionato presso la tromba d’Eustachio, per suonare l’adunata il saluto alla bandiera, il silenzio no perché altrimenti che grillo parlante sarebbe; poi non si chiama mica Ninì Rosso.

Una canzoncina, ché il grillo non solo blatera senza freni, talvolta gorgheggia, un motivetto che si insinua nel cervelletto e non ti abbandona più per l’arco della giornata – arco di Robin, balestra di Guglielmo – la senti senza interruzioni, come una profezia (prof e zia) che ti insegue senza tregua, rimbomba nella scatola cranica e in quella delle scale, musicali condominiali: fare l’amore nelle vigne.

La Marianna la va in campagna sperando che il Sole non tramonti, più per fare l’amore nelle vigne con Pier, o suoi equivalenti: cavalieri aiutanti garzoni capponi; la Marianna come Casanova, Giacomo, sa che l’amore è vita, la vita è amore e il transito terrestre diventa inutile grigio triste e sprecato se non lo si affronta giorno per giorno con la voglia di cambiare, con inesauribile gioia di vivere.

Lo diceva anche Nonna Erminia, a quasi un secolo d’età, anche se le Signore sono sempre oltre Kronos: io voglio vivere! E chissà chi ha plagiato chi, chiederò lumi ai Nomadi. Credo più alla Bersagliera sicula, mi perdoneranno gli Amici di Novellara.

Hola Ramiro, inseguendo il Bianconiglio si trovano sentieri nascosti, invisibili agli scettici, percorsi e perché che conducono a pasticcerie magiche, oniriche, vigne coltivate solo da persone di buona volontà buona indole buoni sentimenti, nelle quali l’uva e la volpe sono amiche per la buccia e reciprocamente si aiutano e si sostengono nei momenti di difficoltà. Ramiro, la bicicletta la coppola la cagnolina e il palco del teatro, per gli Amici certo, ma non solo: tutti invitati, con un prerequisito fondamentale; il lasciapassare? No, la voglia di imparare e di meravigliarsi, non per la realtà virtuale aumentata – non vi bastano gli aumenti incontrollati incontrollabili delle bollette? – ma per le magnificenze della realtà reale, del nostro Mondo, della nostra comune Madre Gea.

Parte piano il nuovo swing anche se il vecchio inciso non c’è più, l’incisione nemmeno e il grammofono chissà in quali soffitte sarà rotolato, riposto, abbandonato in solai cantine, trafitti da polvere ragnatele memorie pesanti, leggere, felicità intermittenti, come certe antiche linee telegrafiche tele post grafologiche, telepatiche; i musici a cottimo hanno tentato di sviluppare un nuovo re friend – un re amico o almeno amichevole, invece che altero indifferente algido, come di consuetudine? – forse mi confondo, si trattava del refrain;

Servirebbe la biblioteca occulta, segreta, quella con i manoscritti dei mantra, in tibetano o vedico, da recitare come fossero Ave Maria – confondere i piani, tracciare la mappa genetica, delle verità – una formula magica, polifunzionale, traumaturgica contro ogni trauma, tram in senso contrario all’imboccatura del tunnel, avversità fabbricate da avversari potenti e soprattutto scorretti;

caro Grillo metamorfico tu che canti la serenata per ridestarmi dal torpore e soprattutto conquistare una compagna, artropode onnivoro (forse onnisciente?), solo questo posso dirti, citando un vero Eugenio, a mo’ di mantra, lirica senza lira, purtroppo:

quello che non sono, ciò, tutto ciò che non voglio.

Giapponesi nella Giungla

Uno, ne resterà solo uno.

In effetti, il leggendario soldato giapponese nella giungla delle Filippine era rimasto solo uno ultimo, convinto che la II guerra mondiale non fosse ancora né mai terminata;

mi chiedo ancora chi e come riuscì a convincerlo del contrario. Con quali parole con quali argomentazioni con quali gesti riuscì nell’impresa.

Se come sostiene con acuta analisi Werner Herzog, regista cinematografico e intellettuale, ognuno di noi prepara con cura maniacale, con senso religioso, il proprio teatro e il proprio copione per mettere in scena nella vita reale lo spettacolo che più gli somiglia – somigliante in modo più o meno verosimile alla propria anima, ai propri desideri, ai propri pensieri – quanto sarà rimasto deluso e triste e abbattuto quel povero ultimo milite (mite, forse dopo qualche ragguaglio e consiglio) nipponico, ultimo samurai, ultimo uomo nell’intricata vegetazione?

Tutti, a partire dai suoi compagni d’arme, dai suoi connazionali, lo avevano dimenticato, lo avevano ‘rimasto solo’.

Pensate solo per un minuto – dedicate un vostro solo minuto al giapponese che stava bene nella giungla, monade nomade autosufficiente – al trauma di quest’uomo, nel frattempo asceso al giardino celeste: un tempo, nel tempo dei tempi che furono, se qualcuno gli avesse detto ti mandiamo in Siberia perché non sei stato fedele all’Imperatore e alla Patria, si sarebbe disperato per la perdita dell’onore, forse si sarebbe suicidato con la katana; mi chiedete: perché in Siberia? Perché no – risponderei – e poi non lo so, inutile tentare di scovare un preciso significato ad ogni avvenimento (in fondo, dalla giungla filippina alla taiga siberiana, cosa muterebbe per un vero samurai?);

se oggi fosse qui si preoccuperebbe di essere confinato in un luogo divenuto troppo caldo, così caldo che il permafrost si fonde come gelato da passeggio all’equatore, la subsidenza fa sprofondare il terreno, gli incendi da siccità scoppiano come mortaretti durante il Veglione di Capodanno a Fuorigrotta.

Onoda era un fantasma nella giungla, diventato giungla lui stesso; la Natura – dice qualcuno – è indifferente; potrebbe essere davvero così, indifferente, se riuscissimo a vivere con Lei, come noi fossimo Lei e non predatori dell’arca perduta e soprattutto predatori, di senno perduto; l’ultimo samurai ci è riuscito e magari sarà stato un perdente, uno sconfitto mai: ha rispettato sino all’ultimo le sue consegne morali, nei decenni dal 1945 al 1974 aveva capito che il mondo era cambiato e non era più il suo antico mondo, ma si era convinto – potrebbe qualcuno con incrollabili motivazioni negarlo? – che tutti gli aerei passati nel frattempo in volo sopra la sua testa, e che mai lo rintracciarono né avvistarono, partecipassero in fondo ad altri conflitti. Come spiega bene sempre Herzog, era un fantasma – il milite del Sol Levante – che aveva allestito il suo palcoscenico perfetto, un fantasma dell’opera della sua memoria, la più astuta ingannatrice dentro di noi, perché non solo fabbrica ricordi falsi, ma ci induce a riorganizzare quelli veri secondo un copione accettabile, piacevole, che garbi alle nostre sensibilità, alle nostre anime, ove questo concetto non appaia eccessivo e fuorviante.

Del resto se un uomo di cinema che garantisce non esistano sogni durante il sonno, ma solo a occhi spalancati dopo robuste camminate, un regista capace di girare un lungometraggio ipnotizzando l’intero cast, facendo trasportare una nave su una montagna – o viceversa? – e vagando anonimo con una telecamera in mezzo alla brulicante folla di Tokyo, converrete anche voi che l’impresa di Onoda non appaia più così surreale fantascientifica extraterrestre innaturale impossibile.

Ciao Peter, vorrei diventare Kubriko, interpretare tre parti in commedia – uno e trino, nella Trinacria, ma senza smontarmi la testa – essere così bravo e convincente da proporre un’esegesi per analfabeti di andata e ritorno, un’esegesi comprensibile per tutti, a tutti della filosofia del Dottor Stranamore, quello che propugnava una vasta, opportuna selezione eugenetica per la riduzione dell’Umanità, con il diritto alla vita concesso solo ai migliori; per tacere della sindrome della mano tesa, fedele per riflesso incondizionato a zio Adolfo; lo so Peter, lo so, chiedo l’impossibile, ma se uno sogna, da dormiente o sveglio, deve farlo alla grande.

Giapponesi nella giungla, a questo traguardo dovremmo tendere;

ultimi, del nostro genere, forse, per un unico, ultimo grande spettacolo, senza repliche in cartellone:

che trionfo, però.

Bye Bye Baby

Pagina del divario, la proverbiale forbice che si amplia sempre più, fino a disarticolarsi, compiere una spaccata perfetta – furto con suv? – roteare su sé stessa a 360 gradi e ripartire a mangiare ritagliare sforbiciare dalla casella di partenza:

sperando restino integre e disponibili, partenze e anche caselle, ché proprio come le risorse della Madre Terra, non sono infinite non sono illimitate non sono senza regole.

La forbice non è digitale, ma quella delle ricchezze sempre più in mano ai pochi, già pochissimi, sempre di meno; ricchi alla nausea, egoisti accaparratori, nauseanti maleolenti: non sono astronomo, astrofilo sì, cartomante nemmeno, magari rabdomante a mia insaputa, sarà per questo che la cara preziosa antica Luna, anche Lei corrucciata perturbata, sta aumentando le distanze da noi; forse non abbandonerà mai del tutto l’orbita dell’ex Pianeta azzurro, nemmeno al cospetto di un nuovo Big Bang, ma il messaggio scritto nel firmamento con tanto di firma siderale (no pec, no spid) è a prova di equivoco, Ella ha deciso di mantenere ampie algide distanze dai bipedi.

Nella loro Turris Eburnea, padroni di fonti energetiche sempre più esose sotto ogni aspetto, monetario e ambientale, si illudono di conquistare gli Oceani del cosmo a bordo di ridicole navicelle; gusci di noce sarebbero più sicuri e preziosi: circondati da cyborg guerrieri e pietosi replicanti cibernetici del gemello oscuro di Ippocrate, negromante mercenario – non Ippocrate, il suo doppelganger criminale (doppelgangster?) – fabbricano inaccessibili farmaci, mirano all’immortalità, non sapendo che forse come fantascienza insegna l’immortalità sarà per tutti, noi, ma non per chi non seppe non volle, impedì con dolo, di condividere sorti e pane.

Se non avete mai visto recitare Joan Crawford, non vi siete mai nemmeno avvicinati al Grand Hotel del cinema, non avete mai assistito alla Danza di Venere, né udito il canto della chitarra di Johnny, un uomo chiamato chitarra, non ritroverete mai Baby Jane e dunque, giunti al dunque e alla fine della tiritera, mi spiace per voi, agnostici; potreste rimediare cullandovi con canzoni di Joan Baez o, letteralmente, rifarvi gli occhi con le opere di Joan, Mirò: Cifrari e Costellazioni per interpretare questo mondo che abbiamo capovolto, ma senza amore, Amore per le Donne delle Donne con le Donne e Amore per i compagni fratelli umani, temo che finiremo sui tetti a giocare con gomitoli assai ingarbugliati, insieme a gatti randagi, senza più riuscire a districare la matassa, senza più ritrovare il capo del filo.

Senza ritrovare le Parole, esaurite ormai, sdrucite da troppi decenni di maltrattamenti, violenze, depauperamenti: la vera Libertà nasce dalla testa, solo se sai se hai se sei intimo, con le parole, per immaginarla crearla costruirla; come la Bellezza, identico medesimo ragionamento, procedimento.

Bye bye Baby, Baby Jane – Totò Baby? – Lei Baby Jane, Nostro Padre Tarzan:

la strategia della Rupe Tarpea si impone, su scala globale.

Resteranno solo i migliori, i più forti, resistenti, adattabili tra gli Schiavi;

in attesa di un novello Spartacus.

Bye Bye: Bombay, per cambio nome ufficiale – Manuel Agnelli dovrai aggiornare testo e performance live – o forse era Bye Bye Pompei, fino all’ultimo lapillo? Ragioni storiche, indiscutibili.

Bye Bye Popeye, e non parliamone più.

Anima Sinfonica

Sognando Fernando, sognando Pessoa.

Se le alte aspettative individuali travalicano la realtà, come Mammuth storici travalicavano i passi alpini, abbandoniamoci al concerto degli strumenti di cuore e anima, anima e core,

Come dicevamo a Roma nell’antichità: all’anima de li mejo animacci tua, senza anima senza cuore, dove andrai?

Un buon cuore potrebbe tornare sempre buono, soprattutto se dimostra nei fatti, con i fatti di essere anche solido e robusto.

Animare la realtà, la vera anima della festa. Il presente rimasto alle spalle in retroguardia non retrograda, per coprirci le spalle e scaldare l’anima quando i tempi, non solo meteo, saranno bui gelidi tempestosi. Come nei giorni opachi di questo mondo attuale.

Guardare dentro l’anima, sperando di non trovare l’abisso che scruta rovista ribalta, dentro di noi.

Caro Lucignolo, talvolta nella vita per restare in piedi non basta essere teste, di legno, è necessario essere sostenuti da un endoscheletro, un’anima, de fero; come certi pugni in guanti di velluto che sarebbe stato opportuno sferrare al momento opportuno, sulle facce di bronzo di certi figuri oggi assisi su poltrone luride.

Nell’Antichità, non sappiamo più nemmeno se la parola in questione in sé – almeno Lei – per sé abbia senso compiuto in formazione o da compiersi sotto forma di profezia, cercavamo le Anime, tentando di sintonizzarle tramite improbabili manopole, tentavamo di visualizzarle su arcaici curvovisori in vetro spesso e solo nei rari momenti di inaudita fortuna, Esse comparivano sempre avvolte in una misteriosa nebbia grigia, tempestata di puntiformi luminescenze.

La maschera è follia, ma se la Follia è un dono degli Dei, possiamo considerarla patologia o dono divino? Sotto la maschera il vuoto, con classe però, sotto la maschera l’anima, sotto la maschera l’inganno manifesto – manifesto dell’inganno per generazioni e popoli colpiti da narcolessia – pseudo paladini della Verità, un po’ dentro un po’ esterni alla rigida cerchia impermeabile del castello dell’imperatore, abiurano per accedere all’insana distribuzione delle briciole spazzate con disprezzo e noncuranza dal desco imbandito, briciole infette.

Se la natura divina di persone e cose rende superiori a ogni realtà terrestre mondana quotidiana – superiore persino alla saggezza umana come spiega la filologa e grecista Professoressa Veronique Boudon Millot – la Follia, di qualunque tipo essa sia (amorosa, poetica, creativa) è oltre l’immaginabile e l’inimmaginabile, in stato grado collocazione celeste rispetto alle questioni del Globo, un universo apparentabile all’Iperuranio delle Idee, quelle vere quelle geniali quelle lucenti e perfette.

Augusto, divino augusto Artista, padre spirituale, davvero nobile di fatto e non di presunto sangue, avremmo dovuto trovarlo progettarlo edificarlo quel riparo per noi, troppo tardi ormai per tutto:

speriamo che almeno le Anime siano riuscite a coalizzarsi, organizzarsi, emigrare.

Forse non sono un palombaro dell’Anima come Fernando, forse non ho ancora individuato gli strumenti musicali – soprattutto scordati e dissonanti – sul fondo, di certo non conosco la mia interiorità e non la riconosco come un melodioso concerto.

Di concerto, per certo, certificato, comincerei a preoccuparmi se votassi per i sedicenti vincenti:

sarebbe il segno inequivocabile che lo scrivente o i candidati o tutti assieme meschinaMente hanno commesso degli errori, pacchiani lapalissiani;

qualora dovessi verificare una lugubre sciagurata sintonia tra le mie opzioni elettorali e i risultati finali, significherebbe solo una avvenuta mutazione transgenica, della mia Anima.

Se fossi il sogno di un sognatore, vorrei essere per lui, un bell’incubo, per rendergli interessante il viaggio onirico, per stimolare in modo adeguato la sua, di anima.

La mia anima reclama, esige quiete: Realtà, se proprio devi, ribussa, domani.

Croci Borgomastri Tamerlani

Tempi duri, tempi grami, tempi bui per i Borgomastri, non solo di Borgorosso.

Tempi difficili, felicità in briciole, arduo ritrovarle, servirebbe Pollicino.

Colpirne uno, per educarne cento: questo precetto era valido ai tempi d’oro; ora che il Globo è affollato da troppi miliardi di persone – ché i miliardi monetari sono saldamente nei forzieri dei soliti famigerati sospetti, molto noti – il nuovo diktat comanda: schiacciarne uno per scoraggiare potenziali emuli in tutto il mondo, meglio se portatore sano e onesto di idee buone eque giuste.

Distruggerne uno con forca giudiziaria, per rieducare tutti gli altri ché il Pianeta deve andare nella solita rotazione, non come Giove irriverente che viaggia nel cosmo controcorrente; arriveremo presto anche da lui e nonostante sia omonimo del capoccia degli Dei, lo conceremo per le feste, sistemandolo come meritano i ribelli utopisti. Giove non viaggia al contrario, come il treno onirico di Paolo Conte? Pazienza, conta il principio, nessuna carota, molte bastonate.

Ventidue e non più ventidue. Numero interessante questo 22, sotto il profilo cabalistico e sotto quello del simbolismo e della numerologia: a caso, ma ognuno se vuole, può cercare su manuali cartacei o digitando su Gogol per scoprire le anime nel sottosuolo della rete; 22 sono le lettere dell’alfabeto ebraico, 22 è il numero che indica l’Universo, 22 i capitoli del libro dell’Apocalisse la cui etimologia rivela il senso della affascinante, difficile parola greca: non catastrofe finale, ma rivelazione della Verità, attraverso segni prodigiosi che tutti saremo chiamati – alla cattedra – a decifrare in prima persona.

Ventidue, come gli imputati per la voragine peggiore di un buco nero galattico che ha decretato il fallimento della Banca dell’Etruria; tradotto in termini pratici, tantissime persone ridotte sul lastrico per colpa, per dolo degli squali della finanza criminale e del credito furfantesco. Chi ruba molto sta in libertà, cantavano saggiamente i Nomadi in una canzone dedicata a Mamma Giustizia, bendata in quanto imparziale, ma disarmata al cospetto della assenza di morale e di etica di troppi uomini. Così la corte si è pronunciata, in punta – o tutta in piedi sulle punte dei piedi – di codici, assolvendo tutti i 22.

Mamma Giustizia intanto si reca nell’officina di Vulcano, per temprare per migliorare il filo della propria spada. Se la vana legge degli uomini calpesta la legge morale, saranno guai e sciabolate.

Ventidue, più a Sud, ventidue capi d’imputazione per il sindaco povero – nel senso letterale dell’aggettivo, così povero che due legali di buona volontà lo hanno difeso senza pretendere emolumenti – di Riace, paese dell’Accoglienza e dell’Integrazione etnica, questo sì vero modello preso ad esempio e studiato in tutto il Mondo.

Ventidue capi per me possono bastare, una abnormità abnorme come nemmeno Jack the Ripper, Al Capone e Tamerlano messi insieme; timeo Temur o Timur Barlas che da discendente di Gengis Khan, sarà anche stato zoppo – Tamerlano, nessuna parentela con l’omonimo fondatore della pregiata ditta di pizzi e merletti – non recava doni, ma arrecava solo invasioni lutti distruzioni, un vero stratega, condottiero, guerriero mongolo, nel senso del Popolo della Mongolia. Ecco, facile poi l’equazione Tamerlano – Lucano, ma la pubblica opinione ha capito, nonostante il giudizio sprezzante del giudice aberrante: i cittadini non capiscono la sentenza, perché non hanno letto tutte le carte dell’inchiesta. Sarebbe stato meglio leggere le carte della Gitana, depurate umanamente dalla Luna Nera, sarebbe stato meglio non creare surrettiziamente strumentalmente il crimine che non esisteva: qualcuno ha sostenuto che nel codice penale non esiste ‘il reato di trattativa stato – mafia’, in compenso è apparsa come per magia, una magia cattiva, il reato indicibile, scandaloso di Umanità e Accoglienza.

Reo confesso di aver sottratto Persone alla morte da migrazione, da sfruttamento, da schiavitù; quindi ‘colpevolissimo’, e sapere che nell’arco teso della Storia ogni vero profeta, ogni vero filantropo sia stato osteggiato e spesso perseguitato non conforta, disillude, nausea che i banditori dei regimi abbiano l’ardire di chiamare questa feccia democrazia, giustizia di un paese democratico repubblicano, financo cristiano.

Come da amara vignetta di Biani, qualcuno sul Golgota commenta, dall’alto di una grezza croce lignea: 13 anni di reclusione, tutto sommato gli è andata bene.

Avrebbero anche potuto imporgli l’ostracismo dal Pianeta, spedendolo da solo nello spazio dentro un razzo, come la povera Laika: del resto, la conquista commerciale, la spartizione coloniale del cosmo è già un dato di fatto, soprattutto da quando gli astronomi hanno scoperto che alcuni asteroidi provenienti dalla fascia – non le leggendarie ali della storia del calcio, fascia degli asteroidi – sono formati in massima parte da preziosi, per noi bipedi schiavi della tecnologia, metalli, in quantità forse superiori alle attuali riserve terrestri: una sorta di concupito bocconcino spaziale, miniere volanti da registrare e trivellare quanto prima da parte delle multinazionali cannibali.

Potrebbe tornare utile un Borgomastro astrale, attenzione che non si monti la testa, come Urano e Venere potrebbe trattarsi di funzionario che ruota in senso orario rispetto al proprio asse, quello che in astronomia viene definito moto retrogrado quindi rotazione contro corrente – eccoli, ci siamo arrivati – rivoluzione non solo dei satelliti gassosi, ma agli schemi prestabiliti, rotazione contraria al moto comune prestabilito; si sa come sono certi corpi celesti anomali, si comportano in modo astruso:

certo si sono intrufolati clandestinamente da altre galassie, galassie aliene e hanno violato i confini, i sacri confini della nostra.

Ecco, Lucano sarebbe il borgomastro perfetto, borgomastro tra le Stelle, borgomastro nell’Universo, tra raggi cosmici dimensionali, su una barchetta solo in apparenza fragile, in rotta misteriosa ma sicura verso l’incantamento, trasportando i codici – non di togati confusi facinorosi – i codici segreti della Vita, codici petrarcheschi:

beata e bella Anima che di nostra umanitade Vestita vai, non come l’altre carca.

Vacua Immortalità

Tempi grami anche per l’Immortalità.

Nel Mondo Dopo dura 4 mesi, un’Immortalità a scartamento ridotto, spuria, a tempo determinato, una immortalità formato Raider – immortalità lavoretto? funzionicchia? – anche l’Immortalità ha perso appeal, non è più influencer – perfino il correttore di bozze automatico strabuzza gli occhi al cospetto di codesto lemma – , è diventata banale come la pizza 4 stagioni, quelle che non ci sono più e, di sicuro, non sono quelle di una volta (una tantum?).

Siamo così evoluti avanzati progrediti che siamo riusciti a brevettare l’immortalità con obsolescenza programmata, un autentico trionfo della scienza, della ricerca – tu quoque Diogene? – dell’onnipotente mercato globale.

Troppo facile nei medioevali tempi arcaici acquisire l’Immortalità e spassarsela per l’eternità; fine dei furbetti senza dazio, fine del sollazzo (assonanze libere) ad libitum, fine della pacchia ai danni del pil.

Vuoi l’immortalità, la brami, la desideri? Paghi ma sai che poi dovrai periodicamente aggiornarla per renderla attiva nel quadrimestre successivo, come uno ‘smart phon’ qualunque, come uno studente somarello – trotta trotta che il Mondo era bello, solo pay per live, ovvio – chiamato negli ultimi giorni del periodo a rimediare alle topiche alle magagne alle insufficienze accumulate per demerito, pigrizia, ‘lavatività’. Immortale indolenza.

Highlander pronto a dimettersi, per lui perdere la testa, sarebbe il meno: sono stato immortale, lo ammetto, ma a mia insaputa;

anche i cari saggi incantevoli vecchietti di Cocoon si giustificano: non rompeteci le uova nel paniere e poi non sono nostri acquisti, ci sono piovute in giardino da qualche galassia lontana lontana;

Achille, eroe mitologico al momento claudicante, chiede esenzione dal ticket: sì, sono titolare di immortalità, ma imperfetta, causa mancata completa immersione. per responsabilità altrui (Teti mamma nereide un po’ distratta, un po’ maldestra; Stige fiume dispettoso).

Ci sarebbe poi tutta la vastissima teoria pletora platea di quelli che immortali ci si credono – Immortali forever youngs – ma per loro al vaglio del governicchio ‘migliorissimo’, c’è tutta una serie di provvedimenti legislativi ad hoc, draconiani come nella tradizione, quella peggiore.

Non mi chiamo Greta Garbo, ma ho una pessima notizia da scrivere: la Fonte dell’Immortalità (o eterna giovinezza), quella dell’Eden, causa crisi climatica irrisolta, si è inaridita; rivolgersi ai nuovi rabdomanti.

L’Opera d’Arte rende immortali anche senza essere Dorian Grey; ti basterebbe dipingere una Pietà uguale a quella prodigiosa realizzato da Jacopino del Conte.

Le tenebre e la luce di Caravaggio forse saranno il simbolo dell’ancestrale lotta mortale tra Male e Bene, come del resto la Sua stessa anima tormentata: certo, nei suoi più formidabili dipinti, i personaggi appaiono incatenati ad una faticosa opprimente quotidianità e al tempo stesso invischiati in una invincibile eternità; il Merisi sarà anche morto giovane, solo e abbandonato, assassinato dai suoi demoni e da nemici invidiosi del talento, ma avreste voi l’ardire di negare la Sua propria gloriosa Immortalità?

Sarete contenti anche Voi – lo auspico – nell’apprendere che gli antichi Uccelli, i pennuti quelli veri, quelli usciti dal Mare in forma di pesci e poi capaci di evolversi fino a diventare signori dei Cieli (quindi portatori sani nonché volanti di Immortalità) forse per antipatia abbattono i droni fattorini delle multinazionali del commercio; intelligenze superiori.

Dovremmo rivedere presto il nostro concetto, la definizione di immortalità: gli scienziati paleontologi hanno appena scoperto un nuovo tipo di Dinosauro mai classificato prima e in Cina – la via per il Katai anche se non sempre foderata di seta riserva sorprese agli esploratori, ancora oggi – sono state rinvenute molecole organiche in un fossile datato 125 milioni di anni fa; di fronte all’immortalità e all’eternità, bazzecole, ma per noi bipedi fallibili limitati un effetto contundente, anche in preda alla tentazione di rendere reale il cinematografico hollywoodiano parco giochi giurassico: un divertimento assoluto farsi inseguire da mastodonti poco dialoganti, molto carnivori, sperando si convertano in corsa alla dieta vegetariana.

Sono tornati, dopo 35 anni, ancora morti come allora, eppure più vivi che mai: gli zombi amici di Dylan Dog, stavolta a colori; mentre il Mondo Dopo implode nella propria dissolvenza, loro festeggiano un’alba nuova, un carnevale caleidoscopico per rallegrare il Globo; mi ripeto? Certo, contengo moltitudini, di contraddittorie repliche del Pianeta che fu. Immortale. Almeno fino a quando reggerà la memoria, la mia.

Voi siete per caso ingegnere navale? Dunque, come potete affermare che il Titanic stia affondando? Aggiungerei, senza tema senza smentita, che quel rumorino sordo che Voi affermate essere stato l’impatto dello scafo con un iceberg vagabondo, non trova riscontro correlazione con i fatti: non vedete? Le stelle brillano come diamanti incastonati nel cielo notturno, l’orchestrina suona allegra senza cedimenti. Mi avete convinto Dolcezza – si può ancora azzardare galanteria, senza essere accusati di sessismo o di tentativo di molestie sessuali? – riservate l’ultimo ballo per me.

Un whisky scozzese, senza ghiaccio, grazie.

Brindiamo a questa vacua, frivola, immorale:

immortalità.

Torneranno, Pantere Nere e Segni divini

Pagina dell’Auspicio, pagina del Vate – senza erre finale – pagina del Vaticinio, pagina degli Aruspici e degli Auspici.

Ne hanno avvistata Una in Kenya, dopo quasi un secolo di assenza giustificata; l’hanno fotografata, a Sua insaputa, dicono gli ingenui. Una Pantera Nera, finalmente.

Torneranno, le Pantere Nere e sarà gioia festa danza, ma non per tutti.

Democrazia democrazia, per chimera che tu sia, tu mi sembri una follia. In troppi, ci riempiamo la bocca con questo fantasma che si aggira per l’Europa da secoli, ma quando la evochiamo, non abbiamo nemmeno una vaga idea né storica, né semantica, di quello di cui blateriamo, senza posa senza sosta senza (as)soluzione, di discontinuità.

Sarebbe opportuno, ma non democratico, affidarsi agli specialisti – orrore – per capire qualcosa, per acquisire almeno i rudimenti che ci consentano poi di partecipare a un dialogo – Oi Dialogoi – con una cognizione minima, se non con/per una vera Causa. La figura del tiranno, esempio casuale, era ontologicamente lontana dalla concezione contemporanea, talvolta era addirittura invocato dagli stessi Cittadini quale autentico salvatore della Polis; perché come diceva quel tizio, quel mihi ignoto est senza essere milite ignoto, ad Atene usava così; non solo nel senso degli usi e costumi, ma nell’accezione legale della faccenda: se non rispettavi le leggi della democrazia, ti facevano un paiolo così (o nel paiolo, ti immergevano). In fondo, comportandoti da birbone, risultare ostracizzato dall’assemblea dei 500 corrispondeva quasi ad una grazia degli Dei, quelli veri, inquilini del vero Olimpo.

La Libertà, autentica senza trucco senza imbroglio, si raggiunge giorno dopo giorno, con fatica pazienza certosino lavoro: semplice naturale e all’unisono impresa più ardua del Mondo, perché bisogna in primis lavorare sulla e dentro la nostra testa, per liberare la Mente.

Solo gli imbecilli non coltivano dubbi, sarei propenso ad affermare di esserne quasi certo; caro Amleto, tu che sei competente in materia onirica, confortami, ne ho bisogno ora; tranquillo, fa più male la paura della morte che la zuzzurellona Morte in persona (o della persona). Già questa considerazione da sola, dovrebbe spazzare via le mediocri afflizioni del periodo.

Grazie Amleto, principe di Danimarca che hai liberato il Tuo regno, talvolta è arduo capire seguire il Tuo ragionare, però ho la sensazione che le certezze possano essere letali come antichi veleni di Lucrezia, mai i dubbi, che spingono al viaggio, alla ricerca, alla navigazione perenne (infatti, per N) verso l’oceano della Vita.

Credo a tutto, ho fede in tutto – ergo, diventa vero l’opposto – comunque sono favorevole alle iniziative libertarie, genere lasciapassare verde: per opportuna verifica, non per scetticismo o peggio disfattismo, chiedilo alle Pantere Nere, assistiamo insieme alla loro felina risposta.

Sofonisba, appassionata di sax soprano, saprai ormai che il GP – gran premio della??? – dura 12 mesi, mentre la potenza magica del rimedio che dona l’immortalità, circa 4: Miracolo! Pentiti e convertiti, immantinente, su questo continente.

Bisognerebbe interrogarle, chiedere loro anche se il passato sia andato davvero così, forse Loro con sorniona saggezza risponderebbero con tono indolente annoiato: il passato – ammesso esista – è difficile da afferrare, non sta mai fermo, come una bandiera in un giorno di forte vento.

Il Denaro e i Meccanismi, individuarli, seguirne il percorso a ritroso – senza ritrosie, con coraggio e determinazione – per rintracciare l’origine, i Burattinai che muovono burattini pedine servi, non sempre e non solo in carne e ossa: in tempi andati, ante litteram, tempi sospesi forse ma non sospetti lo scriveva già una celebre complottista dell’epoca, Agatha Christie, in un romanzo datato, come lo scriba, 1970 – non lo digito per vantarmi. Il Passeggero per Francoforte può apparire stravagante, ma da qualche parte sul Globo capita sempre qualcosa di imparentato connesso con la stravaganza, però dagli effetti concreti assai, sulla vita dei bipedi, anche se i politici sono sempre troppo presi dalle loro agende di impegni per osservare la realtà.

A forza di leggere, sono diventato distopico, ma presto arriverà l’unica soluzione – soluzione finale? – nel frattempo, sperando nella reclamizzata transizione, verde anche quella – spero di non tramutarmi in dispotico.

Si sa come funziona, si parte da una apparente profezia distopica e in un attimo il dispotismo diventa virale. Hai voglia poi a progettare rimedi sterilizzanti.

Gli Astronomi – che perditempo, sempre con la testa tra nuvole e stelle – hanno individuato una nebulosa, anzi nube molecolare (non antigenica, quindi valida per Astro GP) interstellare, l’hanno immortalata e qualche buontempone (ne trovi ovunque, perfino tra gli scienziati) ha pensato di nominarla Gesto di Dio: a parte la confusione ingenerata ingenerosa al confronto con i famigerati goal di pugno sgraffignati da Maradona – ah giusto, quella era la mano de Dios – l’ammasso di gas e raggi cosmici pare disegni nel firmamento un gigantesco sfacciato sfrontato Dito Medio.

Come la scultura di Cattelan in faccia alla Borsa meneghina, ma più grande, nel Cielo, in faccia a noi terrestri.

O tempora, o mores: un inequivocabile Segno Divino.

NUVOLE&PENSIERI, ANCHE SENZA MESSICO

A chi appartengono le Nuvole?

A coloro, eccellenze dell’Umanità, che le hanno inventate:

Aristofane Fabrizio De André John Constable.

Per interposta concessione di Andrea, Mantegna, che nelle fantasiose bizzarre forme cumulonembi ravvisava, con immaginazione e sensibilità, lineamenti originali fattezze superbe di volti, umani naturali cangianti.

Noi siamo come le Nuvole, vaghiamo nelle tenebre: forse, nonostante il buio, ho preso un abbaglio, Lucciole per lanterne – e considerati i mostruosi rincari delle bollette energetiche, sarebbe soluzione ottimale, finalmente davvero ecologica, sostenibile.

Unica pecca – non pec, peccarità – trovarle, le Lucciole: un tempo di quel Mondo Antico che fu, andando allo stadio del calcio in allegra combriccola cantante, ne osservavi in quantità, lungo la storica strada Pontebbana, giungevano a sciami nella fresca vegetazione e nei sentieri ai lati del tracciato principale; alcune, perfino in camper. Globalizzazione, della virale idiozia, ha danneggiato anche Loro, colpo di spugna senza anima a un universo bucolico, più umano perfino nelle sofferenze, nelle nequizie – non liquirizie, purtroppo – sociali.

Ai grandi media, auto incensati auto proclamati, sfugge la comprenzione (idioma triestino, spero sempre che le Mule di San Giusto cantino con rinnovato, indomito ardore), in primis della realtà: annaspano, delirano di sedicenti galassie, nebulose per essi incomprensibili inintelligibili, di scettici rispetto al Dogma imperante, composte solo – incredibile visu et auditu (non esiste peggiore ‘sordillo’, di chi non intende audire) – da Persone, alcune simili a noi (!), che ogni giorno camminano lavorano soffrono, si battono per sopravvivere in mezzo al frastuono e al caos, creati dalla bolgia dei rozzi cibernetici; discettano del Futuro, meno male che per benedizione cosmica, essi non ci saranno. Il Futuro sarà. Semplice, naturale.

Ci mancano gli anelli, le compagnie degli anelli al naso e degli anelli di congiunzione, tra noi e le Scimmie, o più probabilmente, viceversa; abbiamo fondato questa sciocca pseudo civiltà occidentale sulle non culture dello sfruttamento infinito, dello spreco e dell’emergenza permanente, ma oggi, ipocritamente ri convertiti a una (in) vocazione verde, ci raccontiamo la fandonia della ‘transazione ecologica’, con durata variabile dai 15 ai 30 anni – a insaputa della crisi climatica, ovvio – fidandoci e affidandoci agli stessi cialtroncelli criminali che si sono ingrassati, come nemmeno Creso, grazie alle bieche strategie del capitalismo fossile. Una risata, amara, ci seppellirà.

Giornata del Sogno e speriamo della Grande Tribù dei Sognatori, quelli che auspicano vagheggiano vaticinano viaggi e avventure infinite, come HP, come Corto Maltese, come Marco Polo, e anche come Marco Steiner; sognare di piantare Alberi sulle Nuvole, ricadrebbero poi sulla Terra sotto forma di pioggia e crescerebbero ovunque, per la buona salute del Pianeta e dei suoi abitanti, spesso ignavi incauti inconsapevoli. Come dici figliuolo caro, non è possibile piantare alberi sulle nuvole? Forse non per chi accecato dal profitto li uccide con motoseghe e fiamme dolose anzi dolorose, ma almeno una Donna saprebbe farlo: biologa, attivista keniota di etnia kikuyu, Wangari Muta – mai – Maathai, Nobel per la Pace 2004, ha speso donato dedicato la propria vita al popolo arboreo, alla difesa e sviluppo della Vita e della cultura vegetale; forse risulta difficile presso civiltà che invece di privilegiare giganti della categoria, quale è il Generale Sherman (Sequoia Gigante della California, alta come un palazzo di 20 piani) consegna nelle mani dei generali, fusti forse ma in divisa mimetica, la salute delle persone. ,

Nulla è impossibile ai Sognatori, quando trasformano un’apparente utopia, in progetto concreto: e buonanotte, a chi non ci crede.

Datemi una leva – non sulla testa, grazie – e forse, non riuscirò ad acchiappare le Nuvole per la coda, ma tenterò di sollevarmi dal Mondo, sul Mondo:

a patto chiaro – amicizia lunga – che la leva in questione non sia renitente.

Causarum cognitio

Pagina del latinorum, dell’eloquio forbito biforcuto astruso, pagina dei polli renziani, nel senso del Tramaglino.

Si beccavano tra loro, incauti sciocchi, invece di fare fronte comune contro il rischio decapitazione propedeutica al viaggio finale in pentola padella calderone.

Porgere l’altro braccio, nei secoli dei secoli: il vero patriota altruistico non nutre dubbi, si fa inoculare da qui all’eternità. Attento, camerata, il camice di Ippocrate ti ausculta, in ogni momento. Che disfattista complottista, questo Ippocrate (chi era costui? un buon cavallo su cui puntare forte?).

Ogni causa ha i suoi fatti o i fatti suoi: lo strumento democratico previsto dalla Costituzione per consentire al popolino bove, forse pio, di esprimere ogni tanto il proprio parere, se non la volontà, è divenuto sterco del demonio, mentre aedi e menestrelli che si sfamano nelle greppie degli inaccessibili palazzi, cantano le lodi della ristrettissima – cerchio, quanto magico chissà – accozzaglia governativa che a colpi di clava, pardon, di fiducia, porta avanti e impone decisioni e progetti; mai discussi nella sacra aula dell’ormai leggendario Parlamento. Cinque mazzate, pardon bis: cinque fiducie in 48 ore, una pentafiducia, pentavalente – ma vale? – come certi sieri miracolosi cumulativi.

Compito della ricerca, non solo della filosofia che in ogni caso abbraccia in modo ampio e ecumenico ogni branca – fernet o branchia? – del sapere, dovrebbe essere l’individuazione precisa e analitica delle cause dei fenomeni; miliardi di cause legali, miriadi di fenomeni più o meno paranormali, ma, si sa, la sommatoria dei fenomeni, non sempre produce grandi risultati; servono sempre i cari vecchi mediani, gli artigiani della fatica, per fare, se non quadrare il cerchio, almeno una solida botte tonda. In caso di vendemmia o acqua alta potrebbe tornare buona, molto più di certe eccellenze.

Avete mai posato lo sguardo sulla Scuola di Atene? Di Raffaello, potete trovare se non l’Artista in carne e ossa – non lo escluderei a priori – nella Basilica di San Pietro, l’Opera, un autentico capolavoro, una meraviglia pittorica che offre ai meno distratti una sintesi di abilità e erudizione, riuscendo nell’arduo compito di creare un punto d’incontro, un connubio superiore tra cultura pagana, cultura classica, cultura cristiana. Chi offre di più?

Gli aspiranti Marziani colpiti e affondati dalla scientifica cognizione del dolore e della delusione; il Rosso pianeta sarebbe in realtà  – ardita connessione – una sorta di fetta biscottata tondeggiante, senza quindi nemmeno una goccia d’acqua disponibile. Milioni di terrestri pronti a class action per ottenere il rimborso dei ticket, per restituire i red pass, per cancellare le procedure burocratiche di richiesta di cittadinanza. Per i più inconsolabili, pronte cittadinanze assai marziali in molti paesi del Globo che ormai offrono e garantiscono questo tipo di diritto costituzionale. Nel frattempo, abbiamo anche scoperto che i raggi cosmici sono peggio dei radicali liberi, usurano terribilmente, soprattutto gli oggetti volanti indecifrabili e tutti coloro che non deliberano, perché non conoscono, o viceversa.

I cerusici e gli alchimisti del Mondo Dopo rassicurano il variegato popolo, l’eterogenea galassia degli Esitanti: i rimedi miracolosi di nuova concezione, di immacolato concepimento, di indubitabile effetto traumaturgico, sono certi (di cosa, di grazia?) certificati santificati dall’unico Dogma; se qualcuno, casualmente, dopo assorbimento, accusa – ci vogliono prove inoppugnabili, caro Lei – malesseri e/o decessi, sappia che la colpa può essere attribuita, distribuita solo al caso (da cui, l’espressione vernacolare: eccheccaso!), al destino cinico e baro, alla propria colpevolissima carenza di fede, e per questa, non bastano gli integratori. Comunque, al momento – gli amanuensi e i miniaturisti sono esosi assai – hanno catalogato solo gli effetti perversi dei filtri preistorici, infatti alle domande del volgo, rispondono: stiamo elaborando i dati. Per i lutti, l’elaborazione è laboriosa complicata, dai tempi incalcolabili.

Non vorrei sottrarre lavoro a Cassandra, me ne guarderei bene; eppure, avverto una sinistra sensazione;

la nuova pandemia virale è già tra noi, con il suo lucente sgargiante abbagliante nome di battaglia, in bella evidenza sul cartellone del teatro off:

Nessuna Correlazione.