Mondi in apparenza lontanissimi, linee parallele che, in teoria, non dovrebbero incontrarsi mai:
reportage (interviste, saggi, articoli) e disegni, in realtà, sono facce – potenti – della stessa medaglia, complementari, strumenti che ci aiutano a comprendere fatti, eventi, snodi delle umane vicende, altrimenti complicatissimi, o poco appariscenti, ma dalle conseguenze decisive.
Sintetizzando, in modo forse eccessivo, potremmo dire che “il fumetto fa la storia“; ne è convinto Joe Sacco, antesignano del genere: si è laureato convinto di essere un giornalista pronto a scrivere articoli memorabili per i quotidiani, ma, ottenuto il lauro, si è ritrovato a pensare per immagini, ha cominciato a vedere le persone reali con nuvolette sulla testa che racchiudevano le loro parole, tentando di immaginare i dialoghi come una sceneggiatura per realizzare avvenimenti disegnati.
Requiem for Gaza è un esempio perfetto di questo, reportage “ibrido” (disegni + interviste) realizzato dallo stesso Joe Sacco e dal giornalista, premio Pulitzer, Chris Hedges. “A Gaza – spiega Sacco – non c’è stata la guerra di Israele contro Hamas, è stato perpetrato un genocidio. Spazzati via università, ospedali, moschee, siti culturali, devastati i terreni agricoli e demolito più del 90% degli edifici“.
L’autore ha dovuto scegliere se disegnare i crimini e la distruzione o tentare di restituirci la tragedia dei palestinesi, raccontando le persone, il loro tentativo di aggrapparsi alla vita, nonostante tutto. “Ci sono tanti modi per mostrare i fatti, il disegno rende intime le cose. Ho voluto mettere in luce le dinamiche di una famiglia nel contesto di un genocidio, come i componenti interagiscano tra di loro e perfino con il gatto; ho voluto mostrare come hanno affrontato il dolore, i crolli psicologici, come hanno perseverato nel lottare“.
Sacco, in qualità di giornalista disegnatore, ha osservato tante realtà difficili e lui stesso, come autore, si è trovato in difficoltà (in India una grossa casa editrice ha boicottato le sue opere), ma non rinuncia alla speranza: “Votare non significa automaticamente democrazia. Personalmente, detesto i politici che mettono le persone l’una contro l’altra; sì, in definitiva, ho ancora fiducia nelle persone“.
Improprio, forse, con quanto analizzato finora, ma non è possibile ignorare una tendenza ormai insopprimibile dal punto di vista culturale: anche il manga è donna. Forza creativa e propulsiva inarrestabile, il fumetto nipponico da tempo ha spalancato i portoni del settore per mutare atmosfera, per offrire percorsi e sentieri alle mangaka (disegnatrici) – a spanne, siamo alla quarta generazione – , una evoluzione giunta fino a noi, soprattutto dal covid in poi, quando il fumetto del Sol Levante ha ottenuto un irresistibile boom.
Saka Mikami, Paru Itagaki, Marco Koinata, Yuu Watase, sono i nomi delle quattro autrici che hanno saputo imporsi non solo in terra giapponese, ma a livello internazionale. La più matura (56 anni) ha intrapreso il suo percorso quando il settore era territorio completamente maschile, personaggi, storie, autori recavano impresso quel marchio; ma con pazienza, perseveranza, duro lavoro e talento, le ‘shokunin‘ (artigiane) del disegno, hanno saputo aprirsi un varco e tracciare nuovi sentieri. Oggi, le loro narrazioni, da quelle classicamente sentimentali, fino al fantasy, dimostrano appieno che l’uomo è sì un animale sociale, ma che vive di racconti e, come certifica Veruska Motta, responsabile editoriale dell’area comics del celeberrimo festival Lucca Comics and Games, “c’è qualcosa che parla proprio a noi, di noi, e lo fa con la forza del fumetto, parola unita all’immagine, meccanismo che riesce ad attivare i nostri sensi“:
Per continuare il volo pindarico tra i temi – eppure, esiste un invisibile filo indistruttibile che tutto tiene – aggiungo la bicicletta, mezzo di locomozione nato lo stesso anno di Frankestein; inizialmente criticato – dai luddisti o Lombroso? – e presentato con sospetto; la ruota gira in mezzo a noi dal 3500 a.C., giusto per evidenziare che abbiamo impiegato vari millenni prima di giungere all’invenzione che, nonostante tutto, continuerà a permetterci di attraversare il nostro mondo e conoscere le altre persone e le loro vicende, senza sosta.
Lo sostiene anche Fabio Genovesi che, sulla Lettura del Corriere della Sera, ci regala un lungo meraviglioso articolo – excursus – sulla storia di questo mezzo, sulla storia antichissima delle ruote, sulle peculiarità della bicicletta, “il cui fruscio inconfondibile è quasi l’unico suono preferibile al silenzio. Ci abbiamo messo cinquemila anni per partire, non ci fermeremo mai“.
Sarà conflitto d’interessi, ma pedalare è come leggere un buon libro, anche a fumetti, assistere a uno spettacolo teatrale, a un magnifico film, fosse pure un disegno animato, osservare una mostra in un museo:
ci insegna a riconoscere la bellezza inestimabile di tutte le vite, della Vita.

















































