Un’ennesima feria d’Augusto, un’ennesima stagione umana, passa e va.
Su un sentiero, tra le Dolomiti, appena fuori Toblach (Dobbiaco), tra pascoli di ruminanti con campanacci, fabbriche di legname e/o alpeggi, senza soluzione di continuità, ma con lo stupore degli umani moderni, che poco sanno e tutto hanno obliato, compare un carrarmato – non funzionante, si spera – che segnala la presenza del Bunker Muzeum. Museo, monito per le donne e gli uomini di buona volontà.
Per rammentarci o insegnarci ex novo, che qui, non troppo tempo fa, si combatteva e si moriva – mattatoio umano – in nome, presunto, di confini nazionali, sempre per la cupidigia e l’idiozia di pochi presuntuosi, illusi di essere padroni del mondo.
Meglio recuperare lucidità e coscienza, grazie all’aria frizzante di queste montagne, perché le guerre, che reputavamo incubi del passato, incombono su di noi e la crisi climatica irreversibile, non ci concederà tregua. Ignorando la nostra pretesa di vivere in un perenne stato di villeggiature e svago.
Sarebbe opportuno e appropriato sostare, approdare, in prossimità di un golfo mistico; non in senso cristiano (anche, se volete), ma nel senso di “relativo ai misteri, iniziato ai misteri”. Della vita, in primis, dell’Arte e della Cultura, in rapida, appassionante sequenza.
Se vi capitasse di transitare dalle parti di Dobbiaco, drizzate le vostre antenne personali e scoprirete, proprio di fronte alla stazione ferroviaria – conservata in stile tardo ottocentesco – una magnifica struttura, contornata da un rigoglioso parco. Si tratta dell’ex sontuoso Grand Hotel locale, ora saggiamente riconvertito a ostello per l’accoglienza dei viaggiatori, centro di formazione per giovani musicisti, centro culturale e biblioteca pubblica.
Qui custodiscono i segreti, qui ci/vi spiegheranno con una fantastica installazione circolare, dettagliatissima ma fruibile e interattiva, che queste leggendarie e spettacolari montagne, regno della verticalità e del cromatismo più ipnotico, possiedono una struttura, uno scheletro litico (roccioso).
Un’anima stratificata formatasi durante un lento processo formativo che continua da milioni di anni e che conserva la memoria stessa del nostro unico, prezioso Pianeta. Le Dolomiti, in realtà, come tutte le catene montuose del globo, si trovavano in fondo al mare, emerse in seguito agli sconvolgimenti originati dallo scontro sismico tra le placche tettoniche africana ed europea.
Migliaia di esseri viventi si sono avvicendati, estinti, compresi i mastodontici dinosauri. Ognuno, ogni trasformazione, ha vergato, per così compulsare, traccia del proprio passaggio.
Ravvediamoci in fretta – stile Speedy Gonzales o Bip Bip (Achille no, surclassato da una simpatica tartaruga) – perché, mentre la Natura plasma la realtà senza fretta alcuna (come esplicava don Mondin, ere fa, Manzoni ha potuto comporre i Promessi Sposi “perché ci ha pensato su”), noi presunti umani, in meno di un secolo, ci stiamo istradando verso l’estinzione e verso lo stravolgimento della Terra, come la conoscevamo.
Richard Wagner, grazie anche alla lungimiranza e al mecenatismo di Ludwig II di Baviera, ha fortemente voluto e potuto mutare il teatro dell’opera, creando, tra l’altro, il “golfo mistico”, la buca che rende invisibili agli occhi degli spettatori i maestri dell’orchestra e il suo direttore.
Se noi perseverassimo nel trascurare il canto d’avvertimento “dell’arcipelago delle Dolomiti” (sfruttamento intensivo e indiscriminato delle risorse, persistere nell’utilizzo delle energie fossili), saremmo fagocitati dal pluri citato golfo mistico;
alla fine dello spettacolo, però, niente applausi, nessuna riemersione.

















































