Darsi contegno

Pagina di una petizione: quando istituiremo una giornata mondiale dedicata alle giornate mondiali di qualcosa?

Ne abbiamo riservata una perfino agli asteroidi, compreso quello (politicamente corretto) che – forse – causò l’estinzione dell’avanzatissima civiltà dei Dinosauri.

Ci trastulliamo con queste miriadi di giornate – trastullarsi? baloccarsi in mezzo ai trulli? – per distrarre noi stessi (armi di distrazione di massa, sempre attuali) dalle questioni più serie più urgenti più cogenti; anche più bollenti, perché come sostiene qualche pseudo scienziato sarà anche vero che non esistono mutamenti climatici di natura antropica, però la febbre del Pianeta s’impenna e non accenna a contenersi, diminuire, darsi un contegno; convegno no, ne abbiamo visti a centinaia in questi biechi anni e sono sempre inutili raduni di incartapecoriti dirigenti, totalmente inadatti alla bisogna dell’ecologia e dei Popoli.

Caro Aldo, apri le porte, spalanca – spelonca? – i portoni della percezione: ne abbiamo bisogno, magari quelli delle coscienze e delle menti che al momento paiono chiusi a doppia mandata. Almeno spalanca le finestre, crea un mulinello, un ricambio d’ossigeno che favorisca le sinapsi.

I mari risalgono i letti dei fiumi per decine di chilometri e qualcuno esulta: l’acqua per la pasta è già salata, non solo, è anche già in ebollizione. I confini non naturali, geopolitici, uniscono o dividono? La risposta del saggio Maestro Magris è disarmante nella semplicità: di certo, separano. La matrice resta unica, ma l’uomo con arroganza e delirio di onnipotenza pretende di parcellizzare ciò che nasce comune, condiviso, universale.

Che belli i fiumi verdi, come l’Isonzo, davvero fiume più verde d’Europa, senza ipocrisie markettare: anche i fiumi uniscono, attraversano, collegano e si prestano a essere scavalcati da ponti, per connettere, ancora e sempre più.

Un tempo la tv non era un’arma di distrazione delle masse, né un sinistro medium concepito per indottrinare, ipnotizzare; era abitata, era costruita in modo umano e delicato, da persone e artisti che conservavano volti umani, capaci di regalare sogni emozioni sorrisi: capaci di irradiare ossigeno azzurro, aria di casa, aria di libertà. Sammy, dove sei?

Possiamo preoccuparci dello stato di stress delle obsolete, vecchie industrie occidentali, non pronte, sorprese, non attrezzate al necessario, non più procrastinabile processo di decarbonizzazione del Pianeta; dello stress della Terra, alla fine, pare importi poco a lorsignori, sempre gli stessi. Chissà se i politici e i manager leggono – sanno leggere, vero? – imparerebbero molto anche solo sfogliando l’ultimo report dell’Ipcc (il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, ente al di sopra di ogni sospetto di conflitti d’interessi): una transizione equa ed efficace, si può fare e si deve perseguire, perché abbiamo già oggi tutti gli strumenti per realizzarla. Senza ulteriori scuse e/o pretesti per favorire le multinazionali fossilizzate.

Mentre perfino la Grecia, culla di tutti i saperi e di tutte le arti, tradisce il ritorno ad una economia ecologica (del resto, l’UE aveva provveduto anni fa a rimettere in riga la Terra degli Dei), gli occhi speranzosi di chi vorrebbe salvarla questa cara antica Terra, cercano Venezia – la magica esoterica metafisica Serenissima – che a settembre ospiterà l’incontro tra i movimenti internazionali per la decrescita (non pauperismo, a scanso di equivoci), in nome della sostenibilità e della salute; perché ormai troppo spesso – come scritto dal professor Paolo Cacciari nel saggio Ombre Verdi – il capitalismo green è un imbroglio:

l’ennesimo, né bello, né buono.

Bianco, quanti giorni a Natale?

Il mondo avvampa, aspettando qualcosa.

Aspettando Corot, dipingo. Non sono più così convinto che la frase, il titolo – nobiliare? ancora? ampiamente post litteram – la battuta fosse di codesto tenore; aspettando, mi chiedo ancora chi aspetta chi o quale evento, avvento.

Sono io in attesa? Da solo? Accompagnato dai genitori con libretto personale e giustificazione ufficiale? Insieme a mio fratello, ad un gruppo di amici? Un assembramento o, peggio, una radunata silenziosa?

Chi è che aspetta? Solo questo angoscioso dilemma, già mi spacca il capello, il cuoio capelluto, il cranio.

Corot, chi fu costui? Lui sì – Giovanni Battista – per mio massimo scuorno, sapeva destreggiarsi con la pittura: essere beato e supremo. Vedutista sarà Lei, con tutto il Suo Paesaggio.

Tela bianca, pagina bianca, paloma blanca; scherzi, non solo di un dottore nomato Destino.

Foto bianca, scatto anomalo senza razzismo implicito esplicitato dai simboli; impressionare l’Universo – quale, di grazia? – che potrebbe essere una luce bianca, un foglio ancora in bianco, un pensiero vergine intonso.

Esiste ancora oggi, nel Mondo Dopo, un’isola laggiù, i cui abitanti indigeni – solo loro, davvero padroni della loro isola – si chiamano tutti Arturo; massimo della democrazia, peccato non siano (possiamo dare loro torto o condannarli?) un fulgido modello di ospitalità: se qualche estraneo fa solo la mossa di avvicinarsi o tentare lo sbarco, finisce infilzato o nel pentolone di acqua bollente (un po’ di razzismo nella coda velenosa, è quasi salvifico nell’era del buonismo ipocrita).

Tra l’altro, fischiettando e balzando di (Porto) palo in frasca, oggi la nostra spettacolare satellitare Luna è nuova, il Pianeta quasi, siamo noi ad essere consunti vintage vagamente avariati, anche se ancora qualche ironico con stile è convinto che il Mondo resti bello proprio per questo; nella morsa incandescente dell’afa – per citare decennali reportage giornalistici di eccelsa originalissima qualità – aumenta la voglia di deambulare nottetempo, con il fervore delle tenebre; magari dalla mezzanotte in poi, in rispettabile compagnia di Streghe e Vampiri.

Un giorno qualcuno scriverà racconti su un uomo fuori dal tempo prigioniero dentro un oscuro maniero senza cancelli, né ponti levatoi, non il solito re nudo, ma un altero inafferrabile duca; un giorno qualcuno scriverà decine di racconti in teoria fantastici – erroneamente scambiati per fantasy – sulla questione delle questioni: le iene del profitto sono gente misera, senza fantasia perché l’oro nero (neo globale) o petra oleum è il terribile nulla onnivoro; ci costringeranno, quelle parole, a spogliarci del superfluo, a tornare al punto zero che non sarà il nastro riavvolto della cassetta, ma la nuova presa di coscienza: senza fratellanza e condivisione, senza comune senso di umanità siamo niente.

Magari genitori biologicamente, eppure aridi, incapaci di generare qualcosa d’altro, da noi, qualcosa di utile e virtuoso non solo per noi.

Tutto scompare, fagocitato da un puntino luminoso – rubare Bellezza, rubare Sublime, trafugare e poi darsi alla fuga con tre Van Gogh (nel senso di quadri), relativo e ininfluente il volgare valore commerciale – abbacinante (come negli schermi delle antiche, rudimentali tv). Al bianco Natale, comunque: – 180 giorni; tanto ormai si sa, dopo le Ferie d’Augusto, plana rapido San Nicola.

Le anime empatiche sanno connettersi, anche senza bisogno di rete (virtuale e/o di protezione), come rammenta il grande avventuriero letterato Marco Steiner, citando il poeta W. B. Yates:

Credo nella magia, nell’evocazione degli spiriti, anche se non so che cosa sono; credo nel potere di creare a occhi chiusi magiche illusioni nella mente e credo che i margini della mente siano mobili, che le menti possano fluire l’una nell’altra, così creando o svelando una mente o energia unica, poiché le nostre memorie sono parti dell’unica memoria della natura.

Rivelazioni (apocalissi), rilevazioni

Pagina delle menti, allo stato bradipo.

Lasciando, abbandonando una comunità – grande, piccola, media che sia – senza regole, senza limiti, allo stato brado, rischiamo di ottenere effetti perversi, lontani dallo stato brado dei puledri selvaggi, nelle vaste praterie di un qualche pianeta.

Focalizzarsi, chissà poi il perché e financo il per come, su Lepanto, battaglia navale antica di una certa rilevanza storica, e anche di una certa risonanza: misteri della psiche, sempre la stessa dell’incipit.

Mannaggia alla miseria, perdonerete l’impeto e l’assalto; la miseria, come la disdetta, ci vede benissimo, è davvero scientifica, colpisce sempre con estrema precisione i soliti poveracci. Del resto, è anche colpa loro, sono sempre in troppi. Afghanistan, terra petrosa, terra del cuore, martoriata e martire, sii, se mai potrai, santa e salda nella resistenza, ad ogni nuova tragedia.

Il canto libero di Elisa è sempre più verde – Elisa Toffoli – e il suo ritorno musicale al Futuro è un giusto, auspicabile ritorno alla Natura; la Musica può e deve essere sostenibile, nonché veicolo per una vita equa, giusta ed ecologica: l’idea della Cantautrice sembra ancora oggi un’utopia o una provocazione, eppure la follia spesso è solo il sinonimo della visione di realtà alternative, in attesa di realizzazione concreta; biglietto agevolato per concerti con migliaia di spettatori che pedalando, consentono di realizzare spettacoli dal vivo, a impatto ambientale zero. Come direbbero le nostre amate Nonne: gambe in spalla e via andare, anzi, pedalare. Chi comincia?

Le congiunzioni astrali sembrano favorevoli: a breve nella volta cosmica il raro allineamento di 5 pianeti – piano pentaplanetario? – visibili a occhio nudo, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, ma vivo e aperto: avevo frainteso o iper inteso la notizia, scambiando visibili con vivibili; ormai da anni, dentro l’armadio, oltre agli scheletri e ai fantasmi, conservo una valigia pronta, con una sola giacca pesante, anzi pensante, e poche rimembranze, quelle più leggere: pronto a salpare. Purtroppo, anche stavolta si tratta di una fugace – lei sì, fortunata – illusione. Mercurio, però, con l’immeritata fama di egocentrico presenzialista, uscirà finalmente dall’ombra della luce solare e sarà ammirabile in tutto il suo notevole splendore.

Pare che, nonostante tutte le avversità storiche, Mama Africa conservi il primato di continente più fiducioso e ottimista nei confronti del futuro, ma solo per chi riesce – attrezzi e bagagli – a trasferirsi verso altri lidi; non saprei se interpretarlo come segnale positivo; certo, chi è pronto con la sacca da viaggio in mano o sulle spalle si conferma un inguaribile ottimista, o, in alternativa, un coraggioso esploratore dell’universo delle possibilità.

Citando indegnamente, parafrasando un Maestro che non meriterebbe sfregi – Borges – i libri sono estensioni degli uomini sui generis (sui generis le estensioni, non gli uomini, famigerati alieni): non sono strumenti materiali, quali una pala, un coltello o un’arma, ma sono prolungamenti della memoria e dell’immaginazione, sono estensioni delle anime che si materializzano e consentono a chi cede alla loro fascinazione, di librarsi e volare, negli spazi immensi, infiniti.

Il 24 giugno non è il 24 maggio, parrebbe, distratti da afa e zanzare, razionamenti idrici e incipienti crisi alimentari, una data come un’altra, una data anonima: ecco, oggi, ma nel 1910, nacque (fu fondata) l’Anonima lombarda che detta così sembra un’associazione criminale dedita ai sequestri, invece era la fabbrica delle automobili Alfa (nessuna notizia di Omega). In seguito, conquistata nel cuore da Romeo, divenne una vera industria moderna – Alfa Romeo, elementare Watson – capace negli anni di produrre vetture leggendarie, per coloro che amano il genere; anche una carrozzeria ribattezzata disco volante. A proposito, chissà mai chi inventò la fortunata espressione: forse un alcolista anonimo (anche lui), forse uno scrittore fallito, bisognoso di inventarsi un espediente letterario da dime novel per sbarcare il lunario o sbarcare sulla Luna, forse un inguaribile sognatore.

Apocalisse, ormai sappiamo che il tuo nome significa rivelazione e in te possiamo trovare l’accurata descrizione di uno sbarco di Ufo, ma nelle ere pre cristiane: saranno stati anche degli extraterrestri, quei visitatori, ma pare fossero buone forchette, sempre affamati e pronti a rimpinzarsi a quattro palmenti (avevano forse quattro bocche ciascuno?): tanto è vero che nei millenni è rimasta celebre l’espressione magnare a Ufo.

Ingozzarsi come l’anonima – mica poi tanto – sequestri multinazionale o sovranazionale che da decenni ha sequestrato le nostre vite, le vite dei Popoli del Mondo: hanno capito – essi – che organizzandosi su larga scala, controllando risorse energetiche, risorse alimentari, risorse economico finanziarie industriali, risorse medico farmacologiche, avrebbero tenuto in pugno chiunque, molto più e molto meglio di governi autoritari, dittatoriali; senza nemmeno più necessità di rapire qualcuno. Anche perché come si sa, dopo tre giorni, l’ospite diventa troppo simile agli avanzi di un pasto ittico.

Un tempo trapassato, fummo i Criceti sulla Ruota, ma nell’ambito dell’ultima serata sanremese, da vivere in gruppo, divisi in squadre in competizione surreale e ironica per riuscire a indovinare i vincitori della kermesse canora; per evitare però di restare su certe ruote di solito ingranaggi dentro le gabbie della società globale estrattiva che soffoca l’umanità – nell’accezione più articolata e ampia – dovremmo dedicarci quanto prima, prima che anche il troppo tardi sia scaduto, agli Orti:

delle culture, delle colture.

Rivelazioni, rilevazioni, carotaggi malevoli che promettono scenari prossimi venturi da vaso di Pandora, aperto da Cassandra.

Meglio e con una certa sollecitudine, la nuova società degli Orti, prima che qualcuno ci obblighi – e non si tratta di una grottesca esagerazione – a risolvere la questione climatica oscurando “quell’accidente di Sole“.

Ombre lunghe (e Lautrec?)

Pagina delle ombre lunghe – mai allungare l’ombra (a nord est sanno perché), soprattutto quella di nero – e delle ragnatele, sofisticate architetture realizzate dagli Aracnidi, forse gli stessi (immaginari) che tormentavano Toulouse Lautrec durante i suoi deliri etilici.

Frequentare antiche case chiuse da decenni – nel senso di dismesse – abbandonate per incuria, consegnate al degrado: quanti rudinassi – tradotto: ruderi – si potrebbero salvare, con accurate amorevoli ristrutturazioni, donando nuova vita agli edifici e alle comunità.

Esorcizzare o celebrare, rogo delle fobie e delle vanità – anche delle vacuità, già che ci siamo – o estasi, nirvana delle nostre paure, limiti, insicurezze più recondite, inconfessabili? Sfruttare la Luna e le sue fasi, razionare, razionalizzare l’acqua sempre più preziosa e soprattutto i falò: per una volta, impegniamoci ad evitare una delle piaghe bibliche estive.

Migrare in fondo è vivere, la nostra natura è migrante: se non fossimo geneticamente progettati per i cambiamenti, non esisterebbero le farfalle. Partire, qualche strappo in salita, talvolta, non è solo fatalità, ma necessità – individuale e collettiva – viaggiare intorno al mondo, nell’universo, non a bordo della solita, consunta navicella siderale, ma con l’onnipresente fidata bicicletta velocipede, quella con le ruote lenticolari: lenti per osservare meglio i dettagli – la bellezza – ruote che contengano lenticchie e pan di via, per l’opportuno, necessario sostentamento.

Sulle sponde amatissime della Via Lattea, mulini a vento solare e tulipani bianchi, non per razzismo cosmico, ma per sintesi finale dei colori di ogni genere, specie, pianeta.

Satelliti naturali, a migliaia, satelliti non in senso latino – schiera ristretta di mercenari a protezione del o di un dominus, uno qualsiasi purché munifico – ci osservano dall’alto per una visione ampia e completa delle cose; ombre lunghe inevitabili durante il primo giorno d’Estate, solstizio, giorno più lungo dell’anno con luce solare persistente. Giornata torrida afosa, anche senza indurre sé stessi in tentazioni pericolose, pensando ad alcove lascive. Quanto sono belle le Donne d’estate, mentre sfrecciano allegre in sella alle loro biciclette, indossando freschi abiti con motivi floreali, floreali Loro, in primis?

Da etimo latino (ancora?), latineggiante con latinorum, il solstizio è il sol dell’avvenire che si ferma (speriamo di no), ma la data in cui avviene il fenomeno si muove, muta, non rimane mai la stessa.

Stonehenge o Pantheon? Per tacere dell’innominabile – in questa mesta temperie – Russia, tra balzi sopra i falò propiziatori e dispersione di petali su chiare fresche dolci acque fluviali.

Dimmi, opta con chi e dove trascorrerai questo percorso quotidiano e forse saprai chi sei:

magari solo per le prossime 24 ore, mai senza gli occhi stra allunati dei Bambini e degli Artisti come Lautrec, capaci, loro sì, di viaggiare, immaginare, creare altri Mondi;

forse migliori, almeno per un giorno:

quello più luminoso.

Voracità e Costanza

Pagina della voracità, da fare un baffo a Gargantua e Pantagruel, anche se devo ammettere che non li ho conosciuti, né di persona, né di panza.

Buchi neri immensi, sempre più voraci; l’ultimo, in ordine di individuazione – inversamente proporzionale all’estensione delle sue fauci e al terrore che diffonde – pare riesca a fagocitare un pianeta grande come la Terra ad ogni secondo. Esagerato, placati! Certi eccessi si pagano e non gioveranno poi il digestivo Antonetto, l’amaro Giuliani, né la citrosodina (per tacere sommesso, commosso dell’Idrolitina e dell’effervescente Brioschi). Altro che Sottosopra della serie Stranger Things, queste sono realtà al limite del normale e del paranormale; anche se, certi soggettoni terrestri, meriterebbero – di diritto – di trovare collocazione nella bacheca.

Cara Odette, ti stupisci per la quantità d’acqua passata sotto i ponti nell’ultimo bizzarro biennio, ma forse il tuo stupore è pari e contrario al mio: reminiscenze confuse con il presente o premonizioni distopiche? In realtà, purtroppo, l’antico detto popolare deve essere aggiornato alla mesta condizione attuale: sotto le arcate e dentro i letti fluviali, di acqua ne passa sempre meno, anzi, quasi non scorre più alcunché.

Il professor Tommaso Montanari ci rammenta che – caro Lei, anzi, caro Lev – Tolstoj (non sToltoj), già all’inizio del divorato 1900 scrisse un pamphlet anti bellicista contro il conflitto russo nipponico, divampato tra il 1904 e il 1905: prevalse, se così si può ancora ragionare, il Giappone, restarono però sul terreno intriso di sangue, più di 200.000 uomini. Ricredetevi! fu il monito dell’autore di Guerra e Pace; ri crederci? Ossia credere ancora? Siamo stati buggerati già troppe volte e infatti – dura iniqua lex – ci siamo ricaduti, più stolti, noi sì, di quei gonzi che dopo essersi ubriacati nelle peggiori bettole dei porti, si ritrovavano a loro insaputa imbarcati a forza come mozzi o marinai di bassa lega su navi mercantili, più o meno in regola, più o meno utilizzate per mercimoni di contrabbando o altro indicibili traffici. Quanti segreti hanno divorato i Sette Mari.

Matanoite (Pentitevi)! Per esibire un po’ di greco antico – il metano potrebbe essere un casus belli, ma nello specifico non c’entra – come in fondo era scritto nel Vangelo, quello di Luca (13,3): ricredersi per non perire – come si dovrebbe cambiare (dentro) per non morire tutti in un infausto olocausto nucleare – ravvedersi e mutare in modo radicale il nostro sguardo, i nostri pensieri, i nostri modelli di riferimento, le nostre pietre angolari, miliari, emiliane, per evitare che diventino pietre d’inciampo, definitivo.

Avresti mai immaginato, amico Pericle, che 25 secoli dopo la tua era, ci saremmo ritrovati, noi sedicenti uomini del sedicente futuro progredito, a ragionare sul tema: senza un esercito, non esiste politica? Nel mio microcosmo, nella mia limitata visione, ho creduto che proprio alla politica spettasse l’arduo ma esaltante compito di indicare il sentiero e formulare i progetti per una società dei Popoli equa, senza sfruttamento, con la messa al bando definitiva di armi, profitto unico dio e soprattutto geopolitica (ergo, guerra).

Ci siamo divorati tutto, senza criterio, senza vergogna: il banchetto più salato, più dispendioso della storia, non solo le risorse del pianeta, ci siamo divorati tra noi – il conte Ugolino, un dilettante allo sbaraglio, al confronto – a partire dai nostri cervelli, dalle nostre coscienze.

Bisognerebbe imparare da Nino, l’eremita raccontato dallo splendido documentario Lassù, di Bartolomeo Pampaloni: si è ritirato a vivere in solitudine in un faro abbandonato sopra Palermo; siamo più soli noi – monadi brulicanti imprigionate dentro città asfittiche e case letali, schiave del mercato iper nazionale – o è più solo lui, auto ribattezzatosi Isravele (da leggere al contrario, per capirne il senso), per riavvicinarsi al Mondo, senza filtri tecnologici, senza barriere convenzionali, sociali, grazie alla creazione di mosaici naturali e artistici?

Credere a Nino, uomo libero, ri credere a Lucrezio Caro (Caro Lucrezio…), poeta e letterato latino, quello del De Rerum Natura, per intenderci:

la goccia scava la roccia, non con la forza, ma con la costanza.

P.S. Brani suggeriti: Metanoite – Antypas ; Citrosodina – Sergio Caputo.

Sensazioni onirico seleniche

Notti di lune giganti, notti da licantropi, notti di strade vuote, grigie all’infinito, male illuminate da luci sinistre, talvolta maldestre.

Nell’oscurità, il profumo suadente, sensuale, soverchiante del gelsomino, candido – innocente, fino a prova contraria – anche dove il buio è più fitto, inestricabile.

Una musica può fare o potrebbe tutto quello che gli uomini non vogliono, o tutti quei procedimenti processi percorsi troppo faticosi ormai per una società spappolata che pretende e si ritiene smart, fast, green. Eppure, è una questione di frequenze e sequenze: un diapason potrebbe aiutare, anche perché lui – Monsieur Diapason – ha le orecchie lunghe, assolute, sa ascoltare, sa vibrare al momento opportuno e replicando perfettamente le frequenze vincenti, convincenti – auspichiamo anche benefiche, salvifiche – potrebbe dirimere, risolvere, chiudere: in bellezza, anzi sulle note di una marcia, magari non trionfale, forse popolare.

Anche Irene, prima di scrivere romanzi poesie riflessioni, amava pedalare senza fretta: stimolava la concentrazione, sprigionava energie e fantasia, l’immaginazione in sella al potere, il più grande, il migliore. Oggi qualcuno scrive ispirate suite in sua delicata, dedicata memoria, anche non aspettando la tempesta di giugno, né quella d’agosto, che in teoria sancisce la partenza dell’estate: per dove? Ma per altri lidi, dove sia ancora estate.

Avrete certo potuto ammirare anche voi quel magnifico, storico scatto fotografico: Gino Bartali, fresco vincitore del suo secondo tour de France, felice ricoperto di polvere raccolta su ogni strada del paese transalpino, in apparenza nemmeno troppo stanco – ma lui era Bartali! – e alle sue spalle, con un sorriso buono, colmo di gratitudine e d’ammirazione, Fernandel; che uomini, che artisti, con quei volti inimitabili sarebbero stati di sicuro anche una straordinaria coppia cinematografica.

A volte, basterebbe pensarci un po’ su, ma anche sottosopra, o di lato, in diagonale; proprio come quel meneghino di Manzoni. Che soffriva di agorafobia, soprattutto in presenza della moglie: ognuno tragga – se può – i suoi spunti, le sue riflessioni.

Quante lune, figliuolo? Quante ne hai sognate con sano desiderio di raggiungerle, esplorarle? Attento alla risposta.

Siamo proprio sicuri che in Cielo volteggi una sola Luna? O una luna sole.

In queste notti bislacche, potrebbero arrivarne altre, non solo quelle presenti nei libri di Murakami Haruki.

Non oso immaginare connessioni, correlazioni tra i balzi pindarici: buon compleanno Studio di animazione cinematografica Ghibli, in Tokyo, Giappone (15 giugno 1985):

grazie per tutti i sogni a colori (come quelli di Kurosawa, in fondo), Sensei Miyazaki.

Svolazzamenti (utopie, del fare)

Volare con le bici da cross, quelle anni ’80.

Non si esce vivi dall’eterno ritorno agli anni ’80 del 1900 – vero, Manuel? – ma nemmeno dalla vita in generale, quindi meglio baloccarsi fino in fondo.

Volare in senso figurato, nemmeno troppo: avrete notato anche voi gruppi di allegri sbarazzini in sella ai fidati destrieri, con occhi freschi, colmi di sete d’avventura e esplorazioni senza fine, senza tema: senza tema prestabilito, senza tema di smentita, senza tema di paura.

Bisognerebbe serbare tutta quella ricchezza nei forzieri dell’anima, senza sigillarli, pronti per essere riaperti da adulti, durante le crisi, durante i soventi sciocchi smarrimenti, di sé stessi, in primis.

Volare con la bici, come i ragazzini amici di ET, volare con le bici grazie alle gambe, certo, ma soprattutto grazie alla fantasia, essere disposti a ruzzolare per le terre in cambio della possibilità di librarsi: meglio un giorno da Icaro, con ali di cera e/o polistirolo – si potrebbe imparare a volteggiare anche in caso di fusione delle ali meccaniche – che una vita secolare ai piombi, più o meno veneziani.

Vogliamo il pane e anche il companatico, da condividere con tutti i compatrioti della patria unica chiamata Gea. Le rose sarebbero magnifiche anche senza nome, lasciamole lussureggiare dove vivono; coltivate tutte le speranze o voi che trasite nella Terra dei Papaveri selvaggi, sempre con rispetto. Parliamo di pane perché il lavoro nobilita l’uomo, ma il pane lo nutre (sacco vuoto, non sta in piedi, diceva il saggio), mentre la schiavitù anche con un tozzo di pane quotidiano, abbrutisce ogni vaga forma umana; consapevoli di questo non trascurabile dettaglio, consci che frumento e grano saranno parenti stretti, ma non sinonimi, possiamo arrischiarci a riflettere? Saranno state anche utili – perfino necessarie – acciaierie e raffinerie, ma l’Apulia, esempio poco casuale di regione cara agli Dei, è conosciuta nei secoli per il suo vero oro: il grano dal quale gli autoctoni sanno produrre almeno 100 tipi di pane squisito e gli ulivi, meravigliosi e generosi, fornitori sani di quell’olio che molti regnanti di tempi andati, anelavano, considerandolo il condimento più buono mai assaggiato.

Anche se non lo meritassimo, Madre Terra è prodiga con i propri figli: nutrimento ce ne sarebbe per tutti, senza mercato globale paleo liberista. Discutiamo di armi e guerre, di nuovi assetti geo politici come fossimo al Bar Sport, nessuno parla mai di come costruire la pace, smantellando istituzioni belliche per loro scopo, per loro innegabile natura snaturata: solo una nuova società globale dei Popoli, basta sul dialogo, sull’equità delle relazioni e su un’economia generativa e ri generativa, potrà scrivere di nuovo sulla lavagna del mondo la parola domani.

Bisognerebbe dimostrare, avere, dispiegare lo stesso coraggioso temperamento poietico di don Antonio Loffredo, parroco irregolare di Santa Maria della Sanità, in Napoli: uomo del fare che ama Gesù, non crede nelle teorie di Hobbes ma in quelle di Antonio Genovesi, dice con schiettezza da scugnizzo, ma con visione da autentico manager illuminato che non può funzionare una politica statale assistenzialista e ipocrita, da fine ‘800; serve una triplice alleanza virtuosa tra stato, società civile, forze economiche private e la volontà di edificare ponti e comunità, con le persone al centro dei progetti.

Nel potente film di Mario Martone, Nostalgia, il personaggio a lui ispirato (tramite sceneggiatura tratta dal romanzo omonimo di Ermanno Rea) dice durante l’omelia funebre dell’ennesima vittima di camorra: noi siamo come i raggi di sole che ogni giorno si posano sulla munnezza, restano luminosi e non si sporcano mai.

Se finalmente l’ennesima proposta di nuova direttiva dell’Unione europea sulla due diligence – la diligenza dovuta e non nel solito, polveroso Far West – sulla responsabilità delle imprese, soprattutto le grandi transnazionali, per la violazione dei diritti e l’inquinamento ambientale diventasse non solo teoria, ma pratica quotidiana, concreta, ineludibile, si realizzerebbe finalmente il sogno di porre persone e ambiente prima, sempre per sempre prima, del profitto.

Se cominciassimo a prendere a modello don Loffredo (o, a scelta, don Bosco, padre Zanotelli, don Di Piazza, don Gallo prete da marciapiede e via continuando) potremmo forse farcela, impareremmo di certo a fare, senza chiacchiere.

Svolazzamenti, appunto: di fervida, fervente Utopia.

Watergate

Pagina della testa tra le nuvole, non si tratta di una novità: tant’è.

La buona notizia o novella se preferite: almeno una testa c’è, persa tra cumulonembi, però presente – magari non a sé stessa – comunque esistente.

Tra le nuvole, stormi di uccelli, anche quelli di Aristofane; lassù perfino Diogene, il quale, frustrato dalla ricerca dell’uomo sulla terra, ora tenta nello spazio aereo. Nubicuculia è o sarebbe una terra fantastica, ma se qualcuno è stato in grado di immaginarla, probabilmente è esistita, esiste, esisterà.

Città tra le nuvole, o anche città delle nuvole: non sempre poetiche, in alcuni casi nubi tossiche, per mano e per reiterata colpa sempre dello stesso bipede.

Quanto sarebbe bello, meraviglioso varcare in punta di piedi, dita, pinne il cancello d’acqua per poi galoppare senza superflue, superficiali inibizioni attraverso le verdi praterie della posidonia oceanica, la pianta sottomarina preferita dal dio Poseidone, quello del tridente (gioco spettacolare, votato all’attacco); oceanica ma caratteristica e essenziale per la salute del Mare Nostrum, se solo avessimo un minimo di riguardo, cura, intelligenza: la natura è collega della storia, maestre senza allievi. Nell’ennesima giornata dedicata con becera ipocrisia a qualcosa di fondamentale che poi calpestiamo per il resto dell’anno è singolare – ma non tenzone, casomai tensione – registrare la celebrazione degli Oceani insieme ai festeggiamenti per il genetliaco di Margherita Yourcenar: poetessa scrittrice intellettuale, amava l’amore i libri e la bellezza, perché chi ama il bello finisce per trovarne filoni d’oro anche nei gangli più ignobili del pianeta e dell’umanità.

Il cuore di tenebra non è appannaggio solo virile, c’è un cuore di tenebra della natura, quello degli abissi marini: eppure anche laggiù – come direbbe mio fratello, quanta vita (della quale colpevolmente nemmeno ci rendiamo conto) – quanta vita, quanta luce, anzi, quanta bioluminescenza; da questo e da tutto il resto, dovremmo trarre esempio, ispirazione, progettualità per capire come funziona il mondo, per imparare a vivere davvero in modo ecologico e sostenibile. Agli scolari più refrattari, più renitenti, più riottosi, saranno garantite ampie, robuste lezioni di sostegno e riparazione: nella classe del Calamaro colossale.

Gli oceani sono nel cuore del nostro cuore, ma – caro Willem – perché abbiamo discriminato, dimenticato, confinato i fiumi, un tempo nemmeno troppo distante, venerati maestri simili agli dei, artisti naturali capaci di disegnare il nostro spazio vitale e di garantirci le risorse più preziose per la nostra sussistenza? Le nuove generazioni non ci assolveranno – anche se nel mondo dopo perfino Mamma Giustizia sembra essersi assopita – ci giudicheranno implacabili per le deturpazioni, le distruzioni, i crimini che abbiamo commesso; ammesso resti memoria di noi, la nostra orma sarà rammentata come quella del colonizzatore più vorace e più stupido dell’universo.

Eppure, siamo animali, sociali; dovremmo recuperare più spesso questa nozione fondamentale per basare un nuovo consesso umano sulla cultura della cura, della conservazione per tramandare, sulla tessitura costante e ininterrotta di dialogo e confronto:

perché quello verso cui nutriamo e che nutriamo di autentica passione, quello che davvero amiamo con tutte le forze migliori di noi, non si può rendere oggetto di levantini mercimoni, né distruggere.

Cancello d’acqua veneziano con vista laguna, paratoia per accedere a conca fluviale con vista reticolo di canali, cancelli mentali auspicabilmente sempre sollevati con vista:

ampia e periferica, per evitare una volta e per sempre di commettere gli stessi (o)errori.

Anche se, perfino il Cancello d’Acqua statunitense, fu un momentaneo, illusorio lavacro per mondare le coscienze dopo l’ennesima guerra sterminatrice.

Potremmo provare, ultima ratio, con un rito propiziatorio:

previa raduno di tutti i Popoli, nel tempio litico scozzese del Dolcecuore.

Champagne (prosecco?)

Vorrei vivere dentro una frizzante champagne comedy, una vita da rosa purpurea del Cairo (senza allusioni, né doppi sensi); in alternativa, in un road movie, con Gianni e Pinotto.

Scendere dallo schermo, perché poi, mi chiedo ancora oggi? Restare in bianco e nero, eleganti poetici frivoli; tra grand hotel, sontuosi ricevimenti mondani, telefoni bianchi – cos’altro? – innocenti vanità, varie e assortite; ogni tanto un charleston – Charlton Heston? – per favorire il processo digestivo, assimilatore, ma con moderazione.

Non escluderei ai priori, dai priori, a priori l’ipotesi di vivere una vita da Zelig, poi mentre medito con più attenzione, mi balena – viva la Balena, non necessariamente albina – in capa la sensazione che il mondo sia già affollato di troppi astuti emulatori di camaleonti. I Camaleonti celebravano l’eternità, ma per loro era più semplice, considerato che l’orologio della piazza del loro villaggio si era fermato, senza un vero perché.

Champagne comedy, affascinante invitante, sempre con giudizio, o almeno libero arbitrio, ché da coppa di champagne a champagne molotov è un attimo; meglio la versione caprese – nel senso di Peppiniello – o optate per la versione punk – nel senso di Enrico con i suoi rombanti, effervescenti compagni di anni gloriosi, ruggenti, campali?

Alessandro il Grande Bergonzoni esprime un desiderio sensato, comune a molte persone e a molti popoli: in cielo tra le frecce tricolori, uno stormo di colombe arcobaleno; chi ha tempo non lo attenda, rischia di trasformarsi in Godot: ma come disse una volta un saggio tassista di Bogotà a Maurizio Maggiani, hay mas tiempo que vida, c’è più tempo che vita. Ognuno opti.

Miguel son mi, ma anche e soprattutto il professor Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino, torturato durante la dittatura militare, reo di essere un militante della resistenza guevarista. Ci informa e ci ammonisce sull’esilio di massa, esilio dell’intera umanità: l’epoca chiamata antropocene, epoca di passioni tristi, in realtà crolla da sola perché nasce dalla nostra stoltezza che ci ha portati a reputarci separati e superiori all’ecosistema, l’unico sistema di cui dovremmo preoccuparci e sentirci parte. Il nostro esilio quindi è stato più immaginario che fattuale, ma ha prodotto danni e distruzioni concreti. Si potrebbe aggiungere che il virus più mediatico sia (stato?) il virus perfetto per questo capitolo della storia, sedicente moderna: ci ha costretti a separare i nostri corpi dalla Natura, i nostri corpi dai corpi dei nostri simili, in una pseudo quotidianità nella quale domina e siamo dominati dalla virtualità algoritmica. Senza vero ritmo vitale. Ma il prepotente ritorno, la ineludibile riemersione della complessità ci immergerà di nuovo nella necessità di vivere secondo tempi che rispettino i tempi ciclici, alleati di una scienza che non ceda più alla tentazione di razionalismo colonizzatore, ma che sappia trarre ispirazione anche dalle arti, conciliando razionalità e credenza popolare. Le tentazioni di fuga in avanti – o quello che reputiamo avanti – ci allontanerebbero ancora una volta dalla vita, quella vera e naturale.

Torniamo umani, torniamo dall’esilio, il progresso inteso, anzi male inteso, solo come progresso tecnologico, annienta tutto: la nostra umanità e le fonti, a partire da quelle della vita.

Libiamo nei lieti calici – libagioni varje – di champagne, prosecco indigeno per i puristi:

mai più esilio, reale o immaginario da noi stessi, per inseguire falsi idoli; come ha scritto un altro grande professore, Montesano – non er Pomata, rispettabilissimo Enrico – ma Giuseppe: impariamo a diventare vivi, anche leggendo libri, unico strumento sovversivo che ancora abbiamo a disposizione, per gente che non si accontenta solo di una, solo di questa vita.

Santé!

Buse i fruts

Non avrai altro 10 all’infuori di me. Se mi hai visto giocare dal vivo, davvero, sarà così.

C’è stato un tempo della nostra vita mortale in cui un uomo venuto dal Brasile, da Rio de Janeiro, dimostrò che i palloni si potevano accarezzare, con i piedi.

Venne dalle spiagge di Copacabana, dal folle carnevale delle scuole di samba e dallo stadio Maracanà, venne in una sconosciuta, piccola regione di confine: indossò il cappello da alpino, parlò l’idioma locale come fosse il suo, lui carioca dal cuore puro amò – e fu amato senza limiti da – questa gente in apparenza dura e diffidente.

Una finta di Zico, soprattutto una sua punizione o calcio franco come usava dire una volta, aveva l’arcano potere di bloccare o almeno dilatare, sospendere la dimensione spazio temporale: si precipitava in una parentesi onirica nella quale tutta la magia del mondo diventava non solo possibile, ma reale. Parabole disse qualcuno, alludendo a racconti biblici e traiettorie euclidee; arcobaleni, scriverei io con più modestia: portenti della natura.

Eraclito, Mozart, Gabriel Garcia Marquez, Zico: funamboli dello spazio tempo. Poi una radio si sgola, gracchiando interferenze e una vecchia canzone brit pop e per quelle inspiegabili connessioni che nutrono i misteri e i poteri della musica e delle parole, all’improvviso alcune verità, alcuni segreti della vita e dell’universo diventano lampanti, accecanti, nonostante i percorsi tortuosi per raggiungerli: questo è il giorno, o dovrebbe/potrebbe esserlo, perché tu eri, sei, resterai il muro delle meraviglie, il nostro muro della fantasia, dell’allegria, della gioia, nel rispetto delle persone e delle regole.

Non esistono arrivi e partenze, non esistono addii e ritorni: esiste solo e sempre un eterno abbraccio, un eterno urlo di gioia verso il Cielo, come accadeva quando Tu disegnavi i tuoi arcobaleni. Due brevi, rapidi passi di rincorsa, la schiena si arcuava, la gamba destra diventava un tutt’uno con la sfera e all’improvviso sopra di noi – in noi – compariva l’iride.

Come dicevi Tu – questo lo hai imparato subito, naturale e spontaneo, come fosse un tuo colpo di tacco, o una tua punizione all’incrocio: buse i fruts.

Grazie Zico, mandi; simpri in tal cur.

Barricate rustiche

Viviamo, attraversiamo tempi rustici, mi garberebbe quindi sostare in meditazione in un rustico del piccolo mondo antico, dentro un comune rustico.

Andrebbe bene anche un albergo diffuso rustico, gestito da Mastro Giosuè, ove incontrare durante ritempranti passeggiate vespertine – con il favore e la protezione di divinità ctonie (???) – anime di vivi e trapassati, buffe congreghe di buoni diavolacci precipitati in disgrazia, bizzarre streghe, scampate ai roghi dell’invidia collettiva.

Essere accolti dal console indigeno, per educazione ascoltare le scuse accampate in aria, sulle nuvole, sui pascoli circostanti, per la mancata consegna delle chiavi del borgo; sostituite da meste schedine elettroniche, mentre greggi superiori belano vibranti per un immediato ritorno all’Arcadia della nostra giovinezza (che si fugge e si sottrae per tutta la via, o anche contrada).

A Campo de’ Fiori, sotto l’ombra assorta del Grande Nolano, erigemmo rustiche barricate, eravamo piccoli giovani goffi diavoletti (non di Cartesio, infatti, in seguiti, affondammo), illusi che gli entusiasmi i sogni le rabbie dei nostri anni verdi potessero scompaginare, spazzare via per sempre le muffe mefitiche degli anni grigi e bui. Erigere un mondo rustico, ma nuovo. Oggi il domani ammuffisce mesto sotto carri armati e infrastrutture petrolchimiche.

Talvolta il mondo fuori – fuori come un balcone – pare così ostile (il mondo in sé o i suoi abitanti fuori dal se) che vorrei fare come i vini, certi saggi preziosi meravigliosi vini: affidarmi al metodo barrique; barricarmi, senza barrire ovvio, dentro una solida botte di faggio e via procedere con la navigazione, superficiale o sottomarina. Metodo barrique da non confondere con il metodo barracuda: quello va sempre bene, a Wall Street, per tacere dell’orso e del toro. Bambolina barracuda, non scherzare, liberami dalle catene, posa le lame, restiamo amici se vuoi, in fondo a certe notti, non è tempo per noi che ancora ci nutriamo l’anima di sogni.

Le barricate sulle piazze virtuali non le fai più per conto della borghesia ma delle multinazionali che creano falsi miti di giga illimitati e accesso libero alle piattaforme streaming; già solo così, dovremmo versare non fiumi di parole, ma di lacrime amare.

Se il mercato globale, con la turlupinatoria illusione di darci tutto, ci ha in realtà resi spurj di tutto, a partire dall’anima, barricate contro ogni satrapo mercatista sono diritto inalienabile dell’uomo. Caro Lucio, meglio una lucida disperazione o un’appannata felicità? Comunque, consolati, Totò, grande principe della scena e della parola, perché non solo era amico degli animali, ma anche un grande lettore: dal tuo calzolaio di Vigevano, vittima e critico della stessa società inumana di cui era emanazione sociale, ha mutuato una delle più celebri battute del repertorio: il mondo è bello perché avariato.

Barricate a oltranza, senza corpo ferire: mettete dei fiori nei vostri cannoni, auspicando siano quelli della Jamaica, certo e comunque meno dannosi di quelli bellici;

alle bordate di regime, risponderemo con le nostre campanule, con le nostre barricate:

no pasaran al cospetto delle nostre barricate floreali. Per l’intanto (anche incanto).

P.S. Barricate rustiche, scegliendo per cena, casomai, un allettante vassoio di feroci salatini, rustici.

Di fiamme, semi, decolonizzazione

Datemi un martello, ma senza dirlo a Gandhi.

Cosa ne vorrei fare? Picchiare in testa qualcuno? No, giammai. Nemmeno si trattasse di astuti amministratori delegati di multinazionali fossili, quelli che indossano maschere di cartapesta verniciate – anche male e grossolanamente – di verde; per confonderci, per mimetizzarsi.

Se volessi percuotere con quel martello le pareti metalliche di infrastrutture gas/petrolifere, per risvegliare con quel klangore, non solo i padroni dell’energia, ma anche i popoli occidentali ancora ipnotizzati, di colpo – espressione quanto mai calzante – diventerei un criminale (un terrorista, nella novella vulgata giurisprudenziale); eppure i governi di quasi tutti i paesi del pianeta continuano a concedere permessi – a condizioni sempre più convenienti sul piano economico e sempre meno rigide su quello delle tutele ambientali – alle compagnie targate Big Oil: in questo caso, nessun crimine, solo diritto alla libera intrapresa. Eppure, anche certi economisti premi Nobel, oggi ammettono che il mercato neoliberista globale non è stato solo un fallimento, ma una disgrazia – questa sì epocale – per il Mondo.

La casa comune brucia sempre di più e il grido più forte non solo di dolore, ma di rabbia si alza dall’Africa: ignorare le ragioni del continente madre, il più grande, non sarebbe solo grottesco, ma stupido. All’ennesima potenza e non potremmo certo chiedere ausilio al draghetto Grisù, pompiere provetto.

Andreas Malm attivista ambientale svedese e docente universitario di ecologia umana, nel suo provocatorio saggio Come far saltare un oleodotto (pubblicato in Italia dai tipi di Ponte alle Grazie) sostiene che le azioni di protesta non violente ormai non servono più nemmeno alla visibilità della causa ambientalista, anzi, superare i limiti di quella strategia è diventato non solo inevitabile, ma auspicabile. I cambiamenti climatici causati dall’inquinamento di origine antropica sono sempre più accelerati e devastanti: possiamo ancora ignorare migliaia di vittime, specie animali ed ecosistemi annientati, siccità, incendi, milioni di persone costrette a migrare? Quindi, carissimi Paolo e Roberto, voi vorreste convincermi che criminale è chi danneggia una pompa di benzina o fora un oleodotto?

Quel concertino a colpi di martello servirebbe a comunicare un messaggio, moderna bolla sulla pubblica piazza; sedicenti signori, la pacchia è finita, firmato in calce da: Rita Pavone (virtuosa dell’attrezzo ante litteram) Thor e anche Vulcano.

Anche Rupa Marya e Raj Patel, entrambi professori, ricorrono alla metafora fiammeggiante, partendo dal punto di vista che non considera più i nostro corpi entità separate dal mondo naturale e dalle forze sociali: tutte queste componenti sono costitutive dello stesso grande organismo. I nostri corpi mortali sono deboli e infiammati, quindi molto più esposti alle malattie – le nuove patologie virali pandemiche non sono casuali – perché abbiamo indebolito il pianeta, anzi lo abbiamo letteralmente messo a ferro e fuoco. Ne parlano in modo ampio e circostanziato nel loro saggio a 4 mani, Infiammazione. Medicina, conflitto e disuguaglianza (Feltrinelli): un libro di argomento medico, politico, sociale, economico? Una sapiente analisi che non trascura alcuna di queste materie, anche perché sarebbe folle credere di comprendere la realtà scomponendola in camere stagne, in alambicchi sterilizzati non comunicanti. Ci sorprenderemo nello scoprire che le popolazioni indigene hanno ‘teorizzato’ l’esposoma, ovvero da sempre sono coscienti che l’insieme delle influenze ambientali e sociali cui siamo sottoposti dalla nascita alla morte, influenza in modo determinante la nostra salute. Il covid dunque sarebbe il risultato fatale della volontà umana di dominazione su ogni forma di vita sul pianeta. Non supereremo questa e le altre crisi se non ci convinceremo della necessità della medicina profonda (deep medicine); primo passo, un radicale mutamento di pensiero: non più, mai più, economia rapace di sfruttamento in nome del massimo profitto, ma economia della cura, della rigenerazione, dell’accoglienza. Lo sapevano bene i nostri nonni e bisnonni: i semi si conservano e si condividono, le radici si innaffiano e si proteggono, in modo comune e inclusivo: non perché lo stabiliscono eventuali leggi umane, ma perché il cuore sa che questo è giusto.

Se davvero volessimo salvare il pianeta e noi stessi, dovremmo – seguendo l’esempio di 8 milioni di organizzazioni contadine, non per caso all’avanguardia e già in marcia su questo percorso virtuoso – accettare come primo gesto di buona volontà che i malati siamo noi, nella nostra forma mentis e che la medicina è una soltanto:

abolire il capitalismo neoliberista e decolonizzare la Vita.

Oro, non per forza alla patria

Pedalare tra i campi, accompagnati da uno stormo radente e festoso di rondini.

Il mattino avrà certo l’oro in bocca, però per prudenza – nei confronti del mattino – eviterei di ripeterlo con frequenza: esiste il rischio che qualcuno si metta in testa di farglielo sputare, con le buone o con le cattive.

Ore in palio, al palio di contrada. Volete ore da vivere o oro? Dentro la pentola in cima al palo, una pregevole, gradita sorpresa. Forse. E la cuccagna?

La buona educazione richiede un lungo, faticoso, laborioso processo di apprendimento, quella cattiva è immediata, soprattutto le truci applicazioni pratiche. Per la semplicità, la sobrietà, lo stesso; si raggiunge scalando vette, scalpellando via tutto il superfluo.

Forse l’amore è apolide e somiglia a qualcosa che muore – del resto, cosa non deperisce per obsolescenza geneticamente predisposta? – ma anche solo la reminiscenza di un amore, continua a restare amore.

Ogni tanto, qualche sedicente guru – grandissimo figlio di paragnosta – ci vorrebbe convincere a mutare punto di vista (vita?), ma chi osserva il mondo da una bicicletta, lo sa e lo fa, per istinto e necessità; come Giuan Guareschi, da Milano alla Riviera romagnola e ritorno, a colpi di pedali, nel 1941. Prima di don Camillo e del compagno Peppone. Sapeva che in bici lo spazio diventa la dimensione dell’infinito. Le carovane, come sosteneva Alvaro Mutis, sono simbolo di nulla, essenza ontologica, teleologica della deriva; la nostra, anche se fingiamo di ignorarla. Resta il racconto, quello in e dal velocipede: è eterno movimento, senza le sbarre e le barriere della fissità del ricordo (ingannevole la memoria umana, più di ogni cosa)

Come un cammello in una grondaia, certo; come l’ombra della luce; come un orologio svizzero al polso di un cieco: per il passato, gli storici veri, ma se volessimo vivere ancora un po’, potremmo scegliere poeti comandanti, intimi conoscenti, anzi amici del futuro:

magari in bicicletta, dentro campi di grano.

Per mutare, con le mani (permuta manuale?)

Tanto per cambiare – ma anche, tanto per cantare – vorrei vestire i panni di Giovanni Drogo; forse si chiamava Giuseppe? In fondo, nessuno lo conosceva davvero.

Indossare una divisa che non mi appartiene, lontana da ogni mio ideale, durante un’alba livida, afosa, con un sole nascente così pallido evanescente da convincermi che sia finto. Osservarmi allo specchio per verificare se il mio aspetto formale sia in ordine e proprio come Drogo – non drogo alcunché, né mi sono mai drogato – accorgermi di non provare la tanto attesa soddisfazione; la felicità, per pudore, meglio non menzionarla nemmeno.

Precipitare senza fretta, dopo una vita di interminabili, improbabili attese – alle fermate dei mezzi pubblici romani che somigliano tanto, troppo a quelle della vita – nel romanzo dell’attesa senza fine; sperare dentro la fortezza Bastiani – bastione allegorico di tutte quelle realtà immutabili di cui siamo prigionieri per nostre ignavia e indolenza – in una bella scaramuccia, gazzarra con orde di Tartari; i quali, dispettosi come non mai, o forse lontani cugini di Godot, non arrivano mai all’appuntamento. Fortezza dei Bastiani non più trafitti da dardi crudeli, ma finalmente Bastiani ostinati e contrari?

La vedetta giura vendetta per questa noia psicocosmica – se fossi colto, mi azzarderei a digitare spleen, ma don Bruno mi rifilerebbe a ragione uno scappellotto – più letale di un colpo di mortaio: li mejo mortai tuoi, esclamavano i romani arruolati a forza non nella legione di Cesare, ma in quella straniera. Anche perché Franza o Spagna, finché se magna, magnamose pure le palme del deserto.

Non lo facevo cosi arido e granuloso; non esistono più le lande di mezzo cammino: se non ti stai trascinando esausto, allucinato dal sole impietoso – questo sì, reale – disidratato, in cerca di un’oasi o almeno di una sala da the con gentili odalische/i, come puoi ingannare il tempo e la morte? Cosa puoi trovare nel deserto? Profeti pazzi, predoni, scorpioni, forse visioni?

Maledetto Tartaro, nel senso del fiume infernale e anche della placca che si deposita sullo smalto dei denti umani: quando dormi, se riesci, meglio non digrignare. Potresti atterrire e mettere in fuga i tuoi incubi preferiti. Una tartare di tonno rosso di Marzamemi, con pistacchio di Bronte?

Romanzi dell’attesa, strategie dell’attesa, scritti dal temporeggiatore; per tutta una vita mortale aspetti la vita, poi quella a bordo del bus – cui qualcuno darà alle fiamme, nottetempo – che a tutta velocità scavalca impunemente, beffardamente la tua fermata di riferimento, dal finestrino ti rivolge un sonoro pernacchio e si congeda con un perentorio, definitivo marameo. Consapevoli che la malvagità e la violenza non sono degli insetti, della vegetazione, dei fenomeni – naturali! – solo degli esseri presunti umani.

Ci si dovrebbe sempre rivolgere alla poetica saggezza di un Fiore:

chiediamo perdono, anche in posizione verticale;

tutto ciò che scorre in modo circolare, entro le leggi della Natura, è vita, in purezza.

Passaggio in India (ritorno?)

Vestirsi d’arancione, ha ancora senso?

Perfino il re nudo un giorno disse al bambino che continuava a indicarlo, ridendo – ridendo chi? il re o il bambino? – Piccino, la pace è una cosa bellissima, ma se non costruisci prima la giustizia, te la godi poco.

Organizziamo nuovi festival, nuovi dibattiti, nuove manifestazioni: sperando sia ormai chiaro che la vera rivoluzione comincia dentro di noi ; speriamo che, a differenza delle famigerate risposte interiori, non sia come, spesso nella/durante la storia, quella sbagliata.

Una canzone può cambiare il mondo? No, però deturpare il panorama musicale del momento, sì.

Siddharta, chi era costui? Un giovinetto saggio, un’anima pura capace di ispirare destini o un precoce furfante immatricolato, un santone da quattro soldi o rupie, perfetto imbonitore e imbroglione di sciocchi, agiati, annoiati occidentali?

Misteri mistici, riti orfici, incantesimi mistici ma non troppo: se ti lasci sfuggire il lato pratico, perdi il senso, la misura, i punti cardini e anche quelli cardinali della dimensione nella quale stai sostando in un dato, preciso momento.

Se la realtà, empirica e metafisica, è costituita da infiniti punti, anche noi, nella nostra fase terrena e mortale siamo dunque esseri infiniti? Dobbiamo preoccuparci più della nascita o della morte? Nomi differenti dello stesso fenomeno, dello stesso processo? Se si tratta di processo, spero di essere contumace, soprattutto in caso di condanna al rogo in Campo de’ Fiori; mi sveglio dall’incubo, non sono così importante né soprattutto intelligente.

Torna il vaiolo tra i primati – panico presso le tribù dei ridicoli bipedi auto definiti uomini – tornano però – se 5 avvistamenti, pentaindiziato, vi paiono pochi – dopo circa 10 anni i Delfini nel Golfo di Trieste: mirare il mare, sarà ancora più bello, consapevoli che, nuotando, potremmo, finalmente, incontrare forme di vita intelligente ed evoluta.

Potremmo provare – empirismo puro e totale, totalizzante – almeno una volta a vagare, peregrinare, deambulare in India; passaggio o ritorno alle nostre antiche radici? Chiedendo dritte e compagnia al Mahatma e a Lord Attenborough.

Potremmo tentare di navigare nella luce bianca:

affogare nel Delta dei Colori.

Cadere nell'(I)sacco, con estasi

Pensare bene a quello che si ha da fare, fare bene – magari meglio – quello cui si è pensato.

Niente è come appare – il niente può apparire? – ma così è, o sarà, se vi appare; resterebbe da stabilire la cosa mirabile, soprattutto comprenderla, apprenderla, non appenderla quale fatuo trofeo di caccia della presunta ragione.

Cadere nell’estasi, cadere come corpo morto – a corpo morto, dritti come un piombo: fuso – cade, precipitare nel vuoto: esiste il vuoto, esiste assenza di materia, energia negativa, anti materia, materia oscura, esiste davvero la nostra essenza? Forse, come tentano di spiegare i mistici ai profani (troppi profani, troppi, davvero in esubero i profanatori della vita): non siamo mai nati, non possiamo morire, siamo piccole anime migranti, viaggiatori anomali in dimensioni universali mistiche.

Ciao cara, esco un attimo, vado a cercare l’era del Cinghiale Bianco, poi torno, forse; spesso sono proprio certi ritorni le fasi più perigliose, più insidiose, talvolta letali; come Pollicino, spero di avere lasciato tracce adeguate e intelligibili lungo il percorso, o almeno briciole per il sostentamento (nel caso, confidare nel Pan di via degli Elfi, auspicando di incappare in loro durante giornate di lieto umore).

La realtà, le realtà, la verità, le verità sono fluide: attenzione però, i fluidi si mescolano spesso e volentieri, allegramente, con ineffabile sollazzo, tra di loro. Tutto molto bello, tutto assai caotico. Kaos, imparare dal kaos, imparare da quel trattato di filosofia dei fratelli Taviani, intitolato Kaos, per puro caso, per caso in purezza, scritto come fosse – lo è – un capolavoro cinematografico, con l’attiva complicità di messere Luigi Pirandello.

Forse in Trinacria, come sostengono gli stolti, non accade mai qualcosa, non si produce mai qualcosa, almeno non nell’ottica deviata della società globale dominata dall’insostenibile mercato – a proposito se le parole sono pietre, come mai verba volant? – ma solo nella sicilianitudine puoi rinvenire, puoi ritrovare, capire te stesso, magari rispondere alla fatale domanda: io chi sono? Se e quando ti presenterai alla tua autentica identità ontologica, dovrai ringraziare la magia, l’alone metafisico dell’isola di Scilla e Cariddi; più che essere ricordato come fulgido esempio, peggio, come simbolo, dovresti temere il ricordo dei posteri e anche dei postumi: di certe, invereconde sbronze.

Quel ragazzo bislacco, una sorta di hippie post litteram – anche compagnone, a saperlo prendere – ci aveva avvisati: riposate nel giardino, ma il vostro sia sempre un riposo vigile. Invece, ci siamo distratti e soprattutto addormentati, anche perché l’essenziale resta invisibile agli occhi mortali. Sentinelle inutili, noi sedicenti uomini; del resto, nonostante tutte le incombenze responsabili, solo le madri non dormono mai.

Le metamorfosi sono parte integrante dei nostri codici genetici: più che un grande classico, una necessità dettata dalla volontà di sopravvivenza; per conferma, chiedere lumi a Dafne e Apollo, anche quelli immortalati dal Tintoretto veneziano. In fondo, i classici, non solo si adattano a ogni epoca, restando grandi e inimitabili, ma come scrive acutamente Melania Mazzucco, suscitano, oltre il tempo, nuove interpretazioni e nuove domande, perché a fornire risposte alla carlona sono bravi tutti; il vero genio riesce a porre di continuo, a getto continuo, nuove domande. La vita è un’eterna interrogazione: alla lavagna, davanti alla cattedra, in piedi al centro della classe o camminando amabilmente nel peripato ombreggiato.

Se caduta sarà, speriamo si concluda nell’Isacco, juta mistica di Ninive – con spuntino a base di pistacchi e datteri berberi – tentando di tradurre testi mesopotamici; quando ci affrancheremo dalla soma corporea, dalla schiavitù e dal peso incatenante dei desideri e delle passioni, ascenderemo di nuovo a realtà, quote più elevate, abbandonandoci a quell’ignoranza estatica, superiore ad ogni conoscenza empirica: la mente e soprattutto l’anima saranno finalmente libere, purificate, pure, senza bisogno di immagini e/o dimostrazioni, spesso contraddittorie, ipocrite, fuorvianti.

Francesco Franco Ciccio (uno e trino? al bando, al netto della blasfemia: però l’Uno al di sopra del bene e del male, sì), ci hai davvero spezzato il cuore – grazie Morgan, pirata navigante con pianoforte sull’Oceano di Silenzio – ci manca tutto della tua vita mortale:

eppure, la tua partenza è stata un bacio, un respiro ampio armonico salvifico:

con e verso l’Infinito.

Ganimede

Pagina di o del Ganimede, audace incorreggibile impenitente.

Ganimede, chi fu costui? Il punto, caro Don Abbondiomelius abbondiare, quam defungere – è che oggi non sappiamo, in primis, chi sia stato tu. Non siamo aquile, poco ma certo, nemmeno parenti alla lontana del regale (magari, poco legale) rapace che ghermì e rapì il Ganimede di cui sopra. Comunque, sia maledetto il latinorum degli Azzeccagarbugli, di ogni epoca e materia.

Sarebbe meraviglioso, emozionante organizzare una riunione carbonara a Oxford, nello stesso antico pub nel quale pare si riunissero papà Tolkien e tutti i suoi figli letterari – aveva optato per il connubio con madamigella Fantasia, alle nozze, ancella fu madama Creatività – più qualche convitato illustre, di volta in volta; a seconda dell’evolversi degli eventi nella Terra di Mezzo.

Un mio lontano cugino, di origini calobrosaudite, si è detto stupito per l’esito del neurovision song contest – avete contestazioni da presentare, con test e teste motivati? rivolgetevi all’Aja(x) – qualunque cosa sia; in effetti, con 59 guerre in atto nel mondo, grazie alla medaglia d’oro assegnata a Torino, ne abbiamo risolta, brillantemente (sempre non si tratti di ‘oro matto’) una; per le altre 58, bisognerà inventare ex novo – non ex nodo, altrimenti conviene rivolgersi direttamente a Gordio – festival canori pacifisti. Amadeus, Carlo Conti, financo Pippo Baudo si sono dichiarati pronti a condurre, a oltranza.

Vaghiamo con lampade rigorosamente a petrolio (di nuovo, molto trendy, quasi un dandy delle fonti fossili), con lanternine gentilmente fornite dalle lucciole che un tempo rischiaravano le tenebre, ora hanno fondato una fabbrica globale di lumini: ci siamo messi in testa non solo pigne, ma la fissa idea pazza di cercare le ombre, le ambre, non solo i fantasmi, ma le impronte psichiche lasciate dalle grandi donne e dai grandi uomini; coloro che ci hanno preceduti su codesti sentieri, inventandoli dal nulla o quasi.

Anche leggere il linguaggio delle fronde arboree ispiratrici e le narrazioni contenute nei solchi dei potenti tronchi, potrebbe aiutarci a meditare, riflettere, organizzare un programma operativo per riedificare, ritemprare, anche rifondare ove serva – qui e ora, a spanne – l’umano, civile consesso.

Il Ganimede è anche un corpo astrale, il maggiore dei satelliti di Giove – per Bacco, che notizia – più grande perfino di Mercurio alato; potremmo implementare il metodo Ganimede: sette giorni per completare un’orbita attorno al nostro pianeta madre, ma soprattutto – ottimo spunto per edificare armonia tra le genti – consonanza (vocalanza?) orbitale con gli altri satelliti: Europa e Io, nel senso degli altri satelliti gioviali (sangiovesi? gioviani?), non il mio rapporto più o meno in crisi con il Vecchio, consunto Continente.

Dovremmo tenerci stretti quelli che raccontano storie, non i troppi infausti loschi masnadieri menzogneri, ma i veri narratori: gli inventori di avventure sul mare, non solo liquido geografico, ma quello della mente e dell’anima mundi, gli unici in grado di inventare e/o ampliare i miseri ristretti orizzonti terreni, quotidiani.

Non conta appurare se l’amore di/per Ganimede sia paradigma, simbolo di quello omoerotico, saffico, fluido: conta solo l’Amore altruista. Le cose più belle sulla nera nuda Terra, le più splendide sono coloro che amiamo, le azioni più giuste e pie quelle che donano gioia e cure ai nostri prossimi, preziosi oltre ogni futile ricchezza materiale.

Non so se Amore e Bellezza ci salveranno – in rigoroso ordine alfabetico, alfanumerico in caso di piano B – potremmo cominciare noi; a salvarli, ovunque, anche da noi stessi.

Come disse il Saggio:

non chiedere cosa possano fare per te Amore e Bellezza, ma cosa puoi fare tu per essi.

Tuturial

Pagina degli ormai necessari tutorial – per tacere delle app – da non confondere con i tutùrial (alla Scala di Milano, in Sala Carla Fracci).

Ma dove vai, anzi, come fai (fare cosa? tutto) se il tutorial non ce l’hai? Scaricalo e apprendi, anche se prima dovresti scaricare un tutorial per capire cosa siano e come si debbano individuare e carpire, sempre i tutorial.

Abbiamo sostituito maestri e esperienza con la tecnologia e mi permetterei di constatare, osservando la realtà quotidiana, che i risultati si colgono eccome, come ciliegie mature, anche troppo.

Un tempo, le lezioni magistrali confluivano, approdavano, si materializzavano negli imperdibili annales (occhio al rispetto della doppia consonante), per essere poi consegnati non tanto – non solo – alla storia, ma a futura memoria per le generazioni successive; oggi tutto è più fluido, liquido, gassoso, impalpabile e non mi si accusi di notazioni moleste: la memoria è quella dei computer, sperando reggano i processori e l’energia, in caso contrario, catastrofe globale. Non escluderei la memoria nelle, delle Nuvole: cosa siano davvero è ancora materia di discussione, studio ma se posso azzardare una preferenza, la accorderei alle tesi dei saggi, dei poeti, dei folli.

Possiamo poi connetterci a tutte le mappe che riteniamo più adatte, ma se perdiamo l’orientamento o il senno – non di necessità virtù, non necessariamente in questo ordine – su Sgra Sagittarius A, il nuovo buco nero di ultima generazione fotografato al centro della Via Lattea, rischiamo di vagare nell’Universo senza mai trovare parcheggio da qui all’eternità (che fretta c’era?); impressionante sapere che il nostro amato Sole sia quattro miliardi di volte più minuto rispetto a Sgrà (origini veneziane?), ma nessuno si è mai davvero interrogato sui misteri del Sacro Gra di Roma ove perdersi negli ingorghi del traffico fa svanire come un miraggio anche il conturbante, onirico buco nero del nostro sistema solare; lo rende pallido, risibile, residuale.

Vuoi costruire pace e democrazia a suon di bombe? Scarica il tutorial; Vuoi rinunciare all’agricoltura biologica in favore di quella ogm (siamo in economia bellica, dobbiamo rincorrere la massima resa, qualunque cosa significhi)? Scarica il tutorial; Vuoi tutelare ambiente e salute, estraendo gas petrolio carbone e polverizzando ogni genere di rifiuto con gli inceneritori? Scarica il tutorial. Attenzione, con tutti questi scarichi di non scivolare nella massima cloaca – un po’, non suoni irriverente e azzardato il paragone, come il buco nero di cui sopra – diventerebbe poi arduo respirare, risalire in superficie.

Rivolgiamoci in massa – gli appelli e le petizioni on line spopolano (nel senso che fanno sparire drasticamente le popolazioni?) – al re degli sviluppatori: inventaci il tutorial dei tutorial, il tutorial senza generazione, quello definitivo: per insegnarci di nuovo a vivere su questa Terra, rispettando i limiti, coltivando pace libertà equanimità.

Valori e principi universali, sconfitti derisi calpestati anche per un periodo lungo, non sono mai fallimenti.

Leonardo, avrai certo notato anche tu, in questo periodo, il frenetico attivismo dei maschi delle rondini, dei passerotti, dei merli: rametti, ramoscelli, foglioline, raccolgono tutto questo materiale per edificare nidi; la loro è l’unica opera edilizia naturale biologica sensata sostenibile ecocompatibile, senza se e senza ma.

Sarebbe auspicabile che il grande popolo dei pennuti alati ci lasciasse un tutorial, prima della nuova stagione migratoria:

al peggio, rischieremmo di imparare a volare, anche senza ali di cera.

Dna alieno

Camminare senza fretta, volgere lo sguardo verso il cielo – cielo, mio marito? – notare un uomo sopra un tetto o sopra tutto; non un ussaro, forse un fantastico operaio, acrobata, in bilico su coppi vermigli, a sentimento: sdrucciolevoli alquanto.

Infiltrarsi in un vecchio condominio, metropoli dei fantasmi; aggirarsi per il giardino, vagare per i corridoi lastricati, scovare a colpo sicuro mura del passato, cercando antichi murales infantili; consapevoli che, dopo più di 40 anni, non possano essere ancora visibili, eppure con gli occhi dell’anima riuscire a scorgerli, brillanti come fossero stati appena vergati, dipinti, tracciati; tra l’altro, con pennelli e pigmenti davvero e unicamente naturali, addirittura vegetali.

Un gruppo di scienziati nipponici – 5 astronomi (bisognerebbe avviare una lunga, documentata digressione sul simbolismo del numero nella narrativa eroica del Sol Levante) – pare abbiano individuato tracce di Dna e Rna su frammenti di asteroidi (da non confondere con steroidi né impianti stereo) alla deriva nello spazio; come abbiano effettuato i carotaggi necessari, resta un mistero, non della fede, solo della scienza; i professoroni stavano in realtà tentando di individuare la base segreta dei Meganoidi, comunque, questa scoperta, potrebbe condurre – se confermata e corroborata da ulteriori indizi, nonché dettagli – ad una conclusione attesa da decenni: c’è vita o possibilità di vita nell’Universo? Come direbbe con arguzia il Maestro: un po’, soprattutto il sabato sera, con o senza febbre.

Alieni alienati, carosello galattico, traffico siderale congestionato – come fosse un apparato digerente umano, dopo peperonata serale – alieni pronti all’alienazione dei propri pianeti natale – nemmeno fossero nipotini di Santa Klaus – a titolo oneroso e/o gratuito, per consentire alle multinazionali dei bipedi di aprire nuovi mercati, di inviare i container eccedenti colmi di rifiuti tossici radioattivi. Alla fine del cosmo, Alien sembra tutto sommato un buon diavolaccio: magari donandogli un nuovo dentifricio e scorte illimitate di caramelline alla clorofilla.

Sai, Paola, abbiamo spedito ai limiti – i nostri, quelli che noi non riusciamo a accettare, comprendere, quindi oltrepassare – delle galassie note (astenersi costellazioni poco o zero mediatiche) manufatti, perline colorate, collanine bigiotteria varia, brani musicali: nessuno ha per ora ringraziato o contraccambiato, nessuno però si è nemmeno lamentato; chissà, prima di quanto si creda, dovremo necessariaMente organizzarci a turno per inviare anche nello spazio squadre di volontari addetti alla raccolta e rimozione dei rifiuti. Meglio un netto, ma cortese rifiuto, che la totale assenza di risposte (soluzioni, progetti).

Il vero duello, il vero dilemma resta sempre quello: restare umani o mutarsi in disumani? Ecco la vera ‘alienazione’. Sarebbe opportuno diventare gandhiani in ogni aspetto della nostra esistenza quotidiana, optare per la non violenza radicale, perfino durante il sonno e nei viaggi onirici, perché la sfida globale è applicare ora e sempre, qui, sulla nostra Terra, giustizia ed equità; non causare, né tollerare o, peggio, considerare incidenti di percorso fisiologici inevitabili: altre vittime, nuove vittime, nemmeno una sola. – No mas – mai più.

Sono tra noi, sono gli insospettabili, i vicini di casa più vicini – prossimi, parrebbe un’esagerazione – sono quelli che ai matrimoni pretendono di essere la sposa, ai funerali il caro estinto; affidiamoci ai paradossi, anche perché viviamo un’epoca nelle quali la verità è l’alibi dei mediocri e gli esperti sono aliene/i che dietro cospicua mercede spiegano al volgo i motivi scientifici degli errori nelle precedenti valutazioni (fornite dagli stesse/i, sempre dietro compenso). In eterno, ammesso abbia un senso: grazie al carciofino sott’odio.

Pensare al quartetto cetra (di musici suonatori di cetra?) o a quello Razumovsky: due violini, viola, violoncello, solo per autentici appassionati, anche senza orecchio assoluto; la distanza più breve tra due punti è sempre una linea diagonale, gli intervalli, le pause del tempo in un grande movimento affollato di note, chissà. Permane, amletico, il dubbio annoso, angoscioso del ragionare di e sui quartetti: 3 + 1, o 4 ab origine? Non cambierà molto nella sostanza, ma le premesse e le formule sono essenziali, meglio non fallirle.

Si sente aria di rivoluzione, si percepisce e si respira nell’atmosfera (con i brani degli Area) esigenza non più rinviabile di rinascite, si avverte – avvisare in anticipo non vale, addio sorpresa – voglia incontenibile di gioia e rivoluzione, come nei formidabili anni 70, di un qualche secolo fa:

rivoluzione autentica, senza chiedere concessioni e/o permessi preventivi alle autorità (più o meno aliene).

Oltre i primi piani

Pagina dell’elucubrazione: solo pensando a questa parola ho smarrito equilibrio, mentre la via non l’ho proprio trovata.

Elucubrare – pessimo vizio, dall’infanzia in poi – potrebbe avere relazioni pericolose con antiche candele di cera e con interminabili notti insonni, tentando di rinvenire senso, sensi, idee, frammenti di realtà e anche pane e circensi, perché no.

Sguinzagliarsi per l’urbe composita, tra insenature e golfi di ombre e ruderi, senza riuscire a distinguere le une – le urne funerarie e quelle elettorali, spesso sovrapponibili – dagli altri; gli altri siamo ancora noi o qualcosa è mutato? Abbiamo aperto le gabbie della tecnica e dei tecnicismi senza freni, ma le nostre anime hanno ritmi diversi, sono rimaste lontane, forse scollate decollate, da noi e dal mondo.

Nella notte di plenilunio, quando anche i ragni sono mannari, come incaute falene urbane o mitiche pubblicane dei mondi perduti, lasciarsi attirare dai segni di fuoco che si stagliano nell’oscurità, che risaltano dal buio – esterno o endogeno? – come fiammeggianti bassorilievi, magnifici e inquietanti.

Organizzare un sabba, sgorloniano, pasoliniano: esistenzialismi onirici, lo scandalo dell’arte, oltre i primi piani per traslocare ai piani nobili della vita e della natura, ritrovare o trovare il sacro dell’Universo, affidandosi ai veri sapienti cui chiedere lumi: i paladini delle civiltà rurali. Quelle viuzze, quei sentieri che conducono agli orti e ai campi, conservano intatti volti e cure, di genti che senza chiedere qualcosa, senza avere mai posseduto qualcosa, hanno lottato e non smetteranno, oltre la fine della società umana, oltre la scadenza delle dimensioni spazio temporali.

Veli e maschere, merletti architettonici, guglie surreali, labirinti con e senza Minotauro con le indicazioni stampigliate sulle muratura rossa arancia sicula sanguinella, per giungere all’incontro con il mitologico uomo bestia: anche se, per incappare in uomini bestia, non serve avventurarsi nei dedali storti storici tentacolari, bastano il traffico cittadino congestionato e i centri commerciali, prima e perfino durante i dì di festa.

Cortese papavero solitario, appostato sul ciglio della strada, come il passatore di antiche datate rime, di consunte contrade: tendimi un agguato, di ribelle indomabile bellezza.

In un’aia abbandonata, papaveri spontanei in gruppo: collettivo di papaveri proletari con macchina agricola dimessa, dismessa.

Oltre le apparenze, al di là di fatui miraggi, di maggio rendere omaggio ai soli esseri superiori presenti su questa nostra Terra, affidare loro il governo del Pianeta; non saranno perfettissimi, ma tra i bipedi sono le uniche entità capaci di creare vita e tutelarla:

grazie, Mamme.

400 colpi

Pagina dei 400 colpi al minuto, 400 battute – sarcastiche o tipografiche, libera scelta – 400 apprezzamenti (appezzamenti? sarebbe anche meglio, pensando ai tempi grami che ci attendono), 400 colpi di Truffaut, con o senza effetto notte; tanto poi, di notte, puoi sempre fermarti a chiacchierare con i portieri – lo sapete che ormai li hanno quasi tutti dismessi, dimessi contro la loro volontà, rottamati causa costi? – o tentare con le belle, anche se di solito, come da consunto copione, loro non ti degneranno di uno sguardo, nè ti concederanno ascolto e/o libertà di parola.

600 erano i prodi – prodi? pazzi, senza forse – della carica di Balaklava, altri 300 giovani (come si conviene agli eroi che muoiono tutti prima di aver compiuto 25 anni) quelli di Sapri – apriamo il dibattito sul ruolo meramente contemplativo, più o meno di certe categorie sociali: spigolatrici, preti, poeti – e siamo già a 900, anche senza Bernardo Bertolucci; se aggiungiamo i 300 leoni di Leonida alle Termopili, tocchiamo quota 1200: per un solo pezzo surreale, tutte queste vittime di guerre schifose e violenze insensate potrebbero bastare, ora e per sempre.

Meglio inerpicarsi, anche senza fiato né allenamento, su per i 300 scalini, per raggiungere la collina che consente poi una meravigliosa vista panoramica sul santuario della Madonna di San Luca, ove dedicarsi, finalmente, finemente ad attività agresti, bucoliche, arcadiche: cultura e colture, per rammentare a noi stessi che siamo parte attiva, ma anche dipendente, di Madre Gea.

Quanti passi, ragazzo? Quanti passi – 400? 600? 300? – ti separano dalla tua identità ontologica, quella autentica, solo tua? Avrai il coraggio, la determinazione, la volontà per colmare la distanza o ti accontenterai di essere un simulacro vuoto, anzi liquido, capace solo di adattarsi di volta in volta alla forma che altri o altri eventi determineranno a tua insaputa?

Il dubbio pare sia sempre pro reo, intanto tu corri, per non finire domani in una landa infestata di quella gramigna chiamata rimpianto; meglio il pianto. Corri, senza smettere con i sogni.

Pare che la scienza abbia determinato che le dimensioni contino poco: quelle degli asteroidi impattanti, in grado di causare un’estinzione di massa; massa è potere, ma non massa enorme, quanto basta per stroncare definitivamente le masse. Resteranno massi litici, noi non ci saremo per partecipare ai concerti celebrativi, per inaugurare nuovi obelischi mnemonici.

400 colpi al minuto, quelli della terribile Gatling: chissà perché ogni ritrovato della tecnica, ogni invenzione, fornisce all’omuncolo l’opportunità per essere riconvertito/a a bieco strumento bellico. Alle mitragliatrici, preferirei colpi di pistilli, coupe de foudre – in volgare, colpo di fulmine – colpi di genio, magari di teatro. Qualche colpo di teatro sulle teste, non si diventerà geni, si spera almeno: buoni attori, della e nella vita.

Tutti questi colpi di testa: colpa delle stelle, colpa delle Streghe – no, le Streghe no, hanno già pagato nella storia per colpe mai perpetrate – colpa, forse, di certi colpi di Sole;

si sa, i raggi uva, soprattutto poco filtrati, a capofitto sulle capocce, producono effetti stordenti.

Alla fine, proprio come Antoine, correremo insieme verso il mare, respirando forte – come colpi al cuore, di felicità – verso la libertà di essere, dell’essere (vivi e pensanti).

Busseremo alla porta di legno del Casale degli Iris e i nostri colpi con le nocche, ci ridesteranno:

in un nuovo mondo.

Solitudini e lamentazioni

Pagina, paginetta delle Solitudini, nel senso non solo della persona che si ritrova in una condizione esistenziale di esilio, abbandono, ma di un bipede che può rifilare sòle o in alternativa ottimistica, di latore sano di attitudini simili alle peculiarità di Elio – nel senso della stella fiammeggiante – e dei suoi fratelli, quelli che per loro fortuna non abbiamo ancora individuato.

Auspichiamo che dalle solitudini, certo ispide da affrontare, non si passi tosto alle stoltitudini, ché di stolti siamo circondati: senza più rammentare che lo stolto paradigmatico è il solito grullo che a bocca aperta s’incanta a guardare il dito e non la magnifica Luna piena e rossa che il dito indice invita ad ammirare.

La solitudine dell’ala destra è un bel tema, poetico narrativo filosofico – la politica aboliamola, per carità nei suoi confronti – per tacere dell’ala opposta e anche del povero portiere (di notte) prima di tentare di disinnescare un calcio di rigore in favore degli avversari.

Quante sono le solitudini? Almeno 11, ma se è vera la premessa, 11 solitudini, con uno sforzo immaginifico e personale di ognuna, possono forse diventare un collettivo.

Nel breve arco di una vita, quanta solitudine è tollerabile? Se sarai solo con la tua solitudine, sarai comunque in compagnia di essa: non so quale e quanto conforto potrà arrecarti, ma ti resterà molto spazio tempo per pensare, per piangere, per annoiarti. Una sorta di pulizia necessaria, di bonifica al tuo sistema in accezione ampia e completa: organica, fisica, biologica, mentale, spirituale per chi crede nella forza e nelle energie dello spirito (nei giorni del Premio Internazionale Nonino Distillerie, non dovrebbe essere impresa ardua, credere nello ‘spirito’).

Credere obbedire affidare qualcosa – un messaggio, una stele, un manufatto – allo spirito di corpo di quelle leggendarie solitudini divenute collettivo, magmatico, grazie ad una causa superiore, agglutinante, nonostante il glutine sia passato di moda, sia considerato ormai malefico e poco politicamente corretto, ortodosso. Un dosso nell’orto, problema o opportunità?

Il punto di vista, sempre che sia buona la vista e buono anche il punto stesso – tenere il punto, soprattutto quando è valido – è importante; più importante ruotare sull’asse, affidarsi al perno girevole senza giravolte per esercitare la propria capacità di osservazione da più lati prospettive distanze: la distanza sia giusta, ma tutto il Mondo e tutti i nostri simili siano tenuti vicini, al cuore o ciò che lo presuppone, rappresenta, sostituisce.

Rintracciare il topos, non il ratto (delle Sabine? Non credo che lo spirito del tempo sia più favorevole a certe imprese, chissà il genius loci), il luogo ove i sogni si ritirano: in meditazione, a riposare, a esaurirsi, anche a morire. Se si tratta di sogni umani, possono esalare l’ultimo respiro, l’ultima stilla di onirica energia; ancora una volta, poi, aggiungendo capitoli alla saga, risorgeranno come Fenici – intesi come i fantastici navigatori dell’antico Mediterraneo, come quelle arabe, alate – perché il nodo gordiano della solitudine non è l’auto consolatorio, ipocrita, meglio soli che male accompagnati; casomai, rifuggire dal male accompagnatorio o, meglio, dagli sciocchi, più pericolosi e letali rispetto ai soliti, immancabili intenzionati male.

Lungo il transito dell’apparente dualità
La pioggia di settembre
Risveglia i vuoti della mia stanza
Ed i lamenti della solitudine
Si prolungano

Le lamentazioni – occhio alle lame, rotanti e non – per questo mondo dopo vanno presentate allo specchio, all’immagine riflessa di noi stessi: il Principe De Curtis poteva permettersi di sputare negli occhi di certi volgari, pseudo artisti d’accatto, raccattati qui e là nei lisi salotti della creme sociale decaduta, dei sine nobilitate arroganti, dei parvenu non più pervenuti, nella realtà.

Sulla via possiamo incontrare certi tipi, ma certi tipi antropologici che non sono in grado di descrivere; soli, così soli, ma immersi nei loro pensieri – dunque, a voler puntualizzare, non solitari ma accompagnati da pensieri – che scrutando nella mente e scrutando gli astri nel cielo notturno, ad ogni passo rischiano di ruzzolare in un fosso, o in un pozzo, magari quello dei desideri e dei sogni di cui sopra, anche all’incontrario:

come quel tale, Talete, il presocratico.

Ada, splendida Ada, vorremmo, dovremmo essere come il tuo mare interiore: talvolta placidi, pronti a carezzare gli altri con le nostre onde più lievi, talvolta così burrascosi da preferire la solitudine;

però consapevoli che solo quelli con la carne a contatto con la carne del mondo possono ancora coltivare dolcezza, verità, sensibilità, pace e amore.

Veleni e bugie (stare, dove?)

Pagina dei veleni, nella nostra società: i più varj, nonché eventuali.

Tenere a mente, come nella canzone di quel menestrello dedicata a Pinocchio: la fantasia, in fondo, è solo una bugia; se bella, magari accompagnata ad altre consorelle, può anche – ipotesi migliore – originare magnifiche narrazioni.

Ora anche il Wwf ha scoperto che un terzo – forse più – dei cibi che ingeriamo con fiducia nel nostro organismo sono largamente inquinati da pesticidi: in particolare frutta e verdura. Per tacere delle sostanze che finiscono poi nelle falde acquifere. Verde, bio, biodinamico (tutto corretto, politicamente), riconvertiamoci all’ippica, anzi all’ittica – nell’Attica? – all’ittica dieta mediterranea, ignorando l’accumulo, questo sì bio, non troppo sano per noi; la peculiarità dei pesci nota con il termine di bioaccumulo, ovvero assorbimento di ogni sostanza, del tutto e del di più, senza drenaggio, senza filtraggio, senza opportuno discrimine, né discernimento delle realtà tossiche. Il DDT di Nonna Erminia oggi sarebbe un fantastico integratore, consigliato dai migliori nutrizionisti, dai medici più rinomati.

Keplero, Keplero perché ci hai abbandonati? Non so se fosti uno dei numi tutelari dell’astronomia o tu sia oggi una volgare imitazione tecnologica del Mondo Dopo, spedita a inquinare anche lo spazio cosmico, la volta stellata – ci fosse lo Stellone, quello di una volta – per individuare – intenzioni serie, astenersi autostoppisti galattici della domenica – altri pianeti al di fuori del nostro sistema solare; dal 1995 a oggi, pare ne siano stati localizzati circa 5.000, evento che ha solleticato le ambizioni dell’Impero (senza polemica) del Dragone, pronto con la propria flotta di cosmo vascelli all’avanguardia, per trovare e colonizzare un altro pulviscolo nell’Eternità, auspicando sia simile alla vecchia Terra, per dimensioni e condizioni bio (ancora?) climatiche. Passato di moda, stremato dall’iper sfruttamento senza regole né rispetto, il Pianeta Azzurro ha diramato un accorato appello ai suoi simili: se qualcuno suona al vostro citofono, datevi per assenti.

All’eco piazzola, prove tecniche di eco – quello di certi leggendari canyon dell’est e dell’ovest, per non scontentare alcuno – e di giusto conferimento e/o smaltimento dei rifiuti, i nostri: trovare all’ingresso una sorta di Pape Satan non di Aleppo, un indigeno, ma buono e perfino gentile: maglietta bianca da muratore, cappello di paglia e occhiali da sole, stile Antonello Venditti in concerto al Circo Massimo per celebrare l’anno magico di Roma (della Roma, calcio e basket), pantaloni ginnici in acetato, parlantina sciolta da dj, più che da agente ecologico; radiolina d’ordinanza – altro reperto anni ’80? – sintonizzata a tutto volume su Radio Ca’ del Liscio Casadei – casa del Signore, musica popolare da sala del ballo forse, ma celestiale.

Quando Giove e Venere, gli astri più luminosi, si incontreranno per il loro periodico romantico minuetto, vorrei essere in platea, vorrei che i Popoli fossero rinsaviti. Adesso, perché la vita è sempre e solo adesso.

Maestro Ermanno, tu che fosti, vivesti, creasti da Poeta e Uomo, oggi rischieresti la lettera scarlatta dell’infamia, anzi, uno dei tanti neo isterismi coniati (conati) da una stampa – è la triste stolida irregimentata stampa, bellezza (un po’ appassita, senza offesa) – quello che scivolerà via dalla Storia come neneista; credo, invece che Tu, sì, sapresti trovare le parole, quelle vere quelle giuste per raccontare le cose come stanno, non facendo cronaca né saggistica, ma, come sempre, empirea arte: ti schiereresti eccome, dall’unica parte sensata e umana: da quella dei poveracci e della pace.

Dalla parte degli splendidi larici che in autunno mentre gli altri alberi restano spogli assumono il colore dell’oro, dalla parte delle volpi che nelle notti invernali di plenilunio vagano felici sugli altopiani innevati, dalla parte delle bestie che, a differenza dei sedicenti uomini, di notte e di giorno, comunicano;

sanno parlarsi, vogliono parlarsi:

essi sì.

Carletto (Magno), Cartesio e il diavoletto

Pagina delle anime, pie. Sarebbe meglio degli anime nipponici, ma tant’è.

Qualche anima pia – Pia De Tolomei, Pia Zadora, ah Giusto Pio e pia te lo in … saccoccia – potrebbe per cortesia, anche fuori dalla corte, spiegarmi il cervellotico concetto di ‘armi più offensive e armi difensive’? Lo chiedo in modo accorato – e all’accorato non si comanda, si risponde – in modo serio; la serietà teorizzata da Ennio Flaiano in questo nostro (nostro? sarebbe forse il momento di osservare i colonizzatori che hanno conficcato le loro bandierine padronali nel suolo) paesucolo sdraiato, spiaggiato nel Mediterraneo: la situazione è sempre più grave – anche greve – ma per fortuna non è mai seria. Del resto, come dicevano quei raffinati intellettuali da balera, ogni tanto, dopo du’ spaghi, fattele, due risate (senza esagerare, ché dagli spaghi sarebbe un peccato esagerare, esondare con il Riso Sciocchi in ore, nella bocca dei Latini. Non Brunetto, quello poi era Conti da Nettuno, l’ala che inventava i cross al bacio, con palloni su cui era scritto ‘basta spingere’, nel senso migliore poetico pedatorio dell’immaginifica esclamazione.

Tu lo sai caro Gelindo, Rigel e Actarus esistono e sono corpi astrali, entità cosmiche bellissime e fondamentali, per le generazioni del ’70, fuori da ogni dubbio: perfino Actarus visse con cuore dilaniato – Dylan Thomas o Bob Dylan? Melius abundare: entrambi – perché aveva attraversato gli eoni e gli oceani dello spazio tempo, per ripudiare la guerra, per ripudiare le armi, nonostante il suo amico più fidato fosse una ciclopica (ma con due occhi, molto aperti) arma cibernetica.

Vaneggiando tuttavia – nel senso intuitivo, vaniloquio lungo tutta una via, senza inizio né fine – vorrei chiedere al vero fondatore della vera Europa come fece, come riuscì nell’impresa; soli, Lui e io, in quella leggendaria notte di Natale dell’800 (800 semplice, 8 secoli dopo la nascita e la rinascita del Nazareno, anno più, anno meno): mio lucente Imperator, Carlo Magno, solo per i compagni del calcetto Carletto, considerato che noi sconsiderati bipedi, dalla Maestra Storia non impariamo alcunché, potresti Tu, sommo professore, splendido figlio di Pipino il Breve (breve, in quanto laconico e conciso?), anche con metodi autorevoli e draconiani, trasmettere il tuo amore per la cultura, per l’arte, la tua immensa visione, la tua peculiarità di organizzatore supremo di burocrazia capillare, ma efficiente? Moneta e mercato unici sì, ma soprattutto materia grigia, diffusa.

Ogni tanto, per ripiombare nello sconforto, qualcuno scopre che il nostro sistema accademico si fonda sulle clientele e non sul merito, ogni tanto qualche masnadiero o anche masnadiera del quartierino, recita senza soggetto – ché la commedia dell’Arte era appunto Arte (avercene!) – per atteggiarsi a ‘vittima di macchinazioni e persecuzioni contro di me’, moscio scaduto avvilente stratagemma marchettaro per piazzare sulle bancarelle del mercato propri prodotti avariati, di solito libercoli autocelebrativi; oggi è il turno di una prezzemolona che rivendica senza vergogna – BUM! effetto onomatopeico, a scanso di equivoci – di essere la madrina (retaggio di domini matriarcali?) niente di meno che del paradigma della sanità circolare: fai la riverenza, falla un’altra volta, poi la capriola, infine per chiudere in bellezza, un’altra stoltezza. Con buona pace, dei giganti che inventarono la medicina autentica e la cura degli Umani qualche secolo prima che noi scendessimo dall’albero, anche esso maestro, al confronto del nostro QI collettivo, globalizzato.

Pare che nemmeno le memorie uscite dal sottosuolo, le memorie del male assoluto, riescano a motivare l’Umanità al cambiamento: se non ieri, dunque mai? Il vero guerriero non combatte, pratica l’Arte della Pace, sa che la vittoria è controllare il proprio lato oscuro, sconfiggere la conflittualità dentro di sé.

Grazie alle lievi, fragili farfalle che ancora, tetragone, caparbie, diffondono incanto; chi vede farfalle, comunica con il mondo onirico.

Alla riscossa stupidi, i fiumi sono in piena, potete stare a galla! In caso di avversa fortuna, donne pie vi piglieranno dai flutti, vi soccorreranno, vi ritempreranno attraverso frutti, belli e buoni.

Si pontifica da un pulpito immaginario, con veri palpiti, quando abbiamo da tempo esaurito capacità ed energie per offrire pessimi esempi.

Alzo la mano, non per pronunciare vane vanitose parole, mi offro volontario: mi tuffo per primo (e spero che la legge del Diavoletto di Cartesio sia ancora in vigore).

Cosimo, a cavallo

Pagina degli eterni ritorni.

Nella città del Giglio e di Durante degli Alighieri, dopo anni.

Perbacco! Realizzare all’improvviso, all’impronta e financo all’impiedi (la posizione eretta, verticale, favorisce o ostacola l’attività cerebrale? Una teoria si regge sui presupposti?): il tempo è una dimensione anomala, soprattutto se noi sedicenti umani attribuiamo allo stesso – o stessa? – caratteristiche non sue o imprecise. Il tempo è un gigantesco, immane – infinito? – brodo primordiale nel quale tutto galleggia, prima o poi lungo le varie rotte concentriche esistono le possibilità di imbattersi, intrupparsi in cose, persone, eventi che galleggiavano sulla superficie, lontano da noi.

Perbacco, scontrarsi con Bacco adolescente – Bacchino? Di certo, non Bacone – dalle parti degli Uffizi; il Bacco di Michelangelo Merisi da Caravaggio – caro viaggio, ti adoro – per realizzare che quell’immagine, quel giovinetto, quel ritratto era rimasto custodito a nostra insaputa nella memoria visiva e nell’anima e da quei luoghi, di sicuro misteriosi, spesso inaccessibili, se non attraverso arcane procedure, aveva continuato in modo incessante a solleticare fantasia, immaginazione, rapimento estatico per la Bellezza: nasce così, origina da lì la fatale ossessione per il genio Caravaggio?

Fare il perdigiorno presso Piazza della Signoria e notare – impresa poco ardua, in verità – un cavaliere in groppa al proprio formidabile destriero: cavaliere con destrezza. Cosimo, iccome tu stai, bischero d’un bischero. Fo’ la mia parte per mia contrada e mia patria, perché spero che li miei concittadini mi proclamino un giorno padre della patria e tu, maremma impenitente, bada bene: padre e patria de li tempi miei. Ridestato da un colpo di zoccolo o dal fastidioso trillo del cellulare di un turista penso al mio fortuito, fortunato incontro: il Cosimo de’ Medici, nonno di quel Lorenzo che fu magnifico, davvero e anche sul serio. Entrambi furono magnifici, entrambi capirono la strategica importanza nel tessere fitte trame di relazioni per poter realizzare progetti, entrambi fecero ampio utilizzo di risorse bancarie per incentivare cultura, arte, magnificenza: anche in questo caso, non nella concezione deviata e utilitaristica – se non in minima, trascurabile parte – che ne abbiamo noi moderni, noi evoluti, noi bipedi:

quelli che hanno appaltato il proprio futuro – non esiste il futuro senza il presente, non esiste il presente senza memoria dei presenti andati; il futuro, come diceva la Saggia nella sperduta foresta montana dei Sogni, è di chi se lo piglia – a droni e applicazioni, ma hanno deturpato, desertificato il proprio patrimonio delle parole a non più di 100 superstiti.

Un altro colpo di zoccolo, la capa gira: stavolta è il fiero, imponente quadrupede a parlarmi direttaMente, Oh grullo, rammenta la umana commedia, mica un ghiribizzo di mente geniale tanto quanto bislacca, ma un compendio dello scibile umano, dalla poesia alla retorica, dalla filosofia alla matematica all’astronomia alle più raffinate questioni teologiche, oh grullo, e voi?

Peccato, perbacco. Stordito, ammutolisco. Allibisco, nell’etimo originale, di allividire, restare livido:

causa scorno, vergogna, palese inferiorità.

Chiedo venia all’Arno, biondo schiumoso come birra, non da luppoli e fermenti passionali ma inquinamento antropico; un fiume non deve, non può, morire, ma un bipede sì.

In più, in peggio, quale rappresentante dell’involuto Mondo Dopo: indegno di posare le proprie membra – come fosse il Gange – più indegno di sciacquare i panni (e l’inadeguata glossa) nelle sacre acque.

Utopie, magnifiche però

Distopie, ne abbiamo? Oltre le cime: dei capelli, di rapa (memento: anche come rapa, non sembri una cima), delle vette – e perché no? vettovaglie – più impervie e inaccessibili.

Scendiamo in piazza, riempiamo le piazze per le resistenze – non solo elettriche – per l’ambiente, per ogni genere e tipo di vera equità, in contumacia, in attesa della politica. Temo che periodiche piazzate alle sedicenti classi dirigenti non bastino più.

Dopo l’abbuffata, l’indigestione di distopie, sarebbero gradite, auspicabili nuove, scintillanti Utopie, però magnifiche già dalla formulazione nell’empireo Iperuranio delle Idee; astenersi aridi cinici perdigiorno, anaffettivi, anacoluti, anaonirici.

Preparare per pranzo un Pollo alla Marconi – Guglielmo, quello del telegrafo senza fili, non Tell, quello della corda tesa – che grazie a misteriose leggi dell’energia elettrica (in codesta circostanza, con fili e trasmettitore) riusciva a rendere salterini anche i volatili avicoli defunti, spaventando oltre il possibile, domestiche e convitati, meglio se non di pietra; ché da cervelloni a burloni è davvero un attimo. La scienza avrà metodi e regole deontologiche rigorosi, ma anche la goliardia, non scherza: casomai, (si) burla con gaudio massimo e intima soddisfazione.

Sai, Ramira – Ramira besame, mucho – ti ritrovi dall’oggi al domani quadrupede diventato bipede (o viceversa), con terribili dolori alla schiena; sarà colpa dell’aspirapolvere e delle faccende domestiche? Potresti chiedere all’attrezzo direttamente, in questo strano mondo di seconda mano, non ci capiamo tra noi, ma abbiamo inventato ramazze parlanti. Nella caverna, molte ombre di sicuro, molti problemi di civilizzazione in meno: al netto della caduta della coda, o della sua ricrescita inaspettata.

Scandagliare gli abissi dell’Antartide per rinvenire il relitto della Endurance: il leggendario capitano Shackleton sarebbe fiero di noi e anche Francuzzo Battiato sorriderebbe, dalla sua attuale dimora nel giardino della pre esistenza. Dovremmo celebrare l’ostinata intuizione di Mensun Bound – no boundaries (senza confini), per i folli sognatori – che grazie ad un rompighiaccio fantascientifico e ad alcuni droni sottomarini è riuscito a localizzarla nel terribile Mare di Weddell, a oltre 3.000 metri di profondità. Non si tratterà della versione moderna di 20.000 leghe sotto i mari, certo lo scafo del mitico veliero resterà intrappolato – o custodito, per gli ottimisti – laggiù, quasi integro, come nel lontanissimo dicembre 1915, data della audace spedizione: gelo antartico che sarà ghiaccio del sud (bollente?), ma iberna molto più di quello settentrionale.

Annegare nell’oceano delle rimembranze, fallaci: un percorso ineludibile, per tutti. Tornare come il colpevole, sul luogo delle proprie radici, forse incerte, come le reminiscenze; anche a propria insaputa e contro la propria volontà: delle scale sgarrupate in muratura, un’antica logora terrazza coperta che, malgrado l’incuria degli uomini e gli affronti degli anni ineluttabili, resiste, ad ogni affronto, ad ogni confronto, ad ogni rimbombo. Un porta a vetri sbarrata e bloccata dall’interno, un uscio che ere geologiche fa qualcuno chiamava casa e oggi genera ondate concentriche di commozione.

Invocare il Mare, il dio del Mare o il mare come fosse esso un dio di qualche pantheon naturalistico; invocarlo in greco antico, tentare. Certo saprete che nella Grecia classica, soprattutto nelle regioni dell’Attica e dell’Arcadia, gli ascensori nei grandi alberghi per guerrieri, poeti, filosofi, artisti e immancabili turisti – a orde agostane – recavano solo due pulsanti: anabasi/catabasi.

Per guarire da ogni male, per superare ossessioni e manie, nessuna alchimia farmacologica, affidarsi alla talassoterapia. Dentro le conchiglie: narrazioni e canzoni e soprattutto splendide utopie, senza limiti né confini;

auspicando non si tramuti tosto in tostissima salassoterapia.

Avremmo già dato.

Porci cremisi

Pagina del progresso scorsoio, come lo definiva il grande poeta Andra Zanzotto.

Scorsoio, come il nodo dell’impiccato e non si tratta di un gioco, ma della croce – poco virtuale, molto solida – alla quale ci siamo appesi, optando per lo sviluppo di marca fossil capitalistica.

I veri Poeti hanno occhi formidabili, sanno guardare molto più in profondità, molto più lontano, scandagliando tutte e quattro le dimensioni principali, spesso anche quelle ancora non teorizzate, non individuate dalla fallibilissima scienza.

Pagina del rapporto Forrester che non è il rapporto Pelican – anche se le attinenze esistono, eccome – né si tratta del business plan di una casa di moda di infimo livello di Los Angeles; Jay Wright Forrester, ingegnere del Mit di Boston, già nel preistorico 1970, pungolato da quei pazzi del Club di Roma, fondato da Aurelio Peccei, aveva redatto un modello matematico che – mannaggia alle coincidenze – individuava nell’anno 2020 l’inizio del collasso finale della civiltà umana.

Un modello non campato in aria, non dedotto da un lancio nell’etere di dadi griffati Alea, né su oscuri indecifrabili incomprensibili vaticini, in stile Nostradamus: una previsione scaturita dall’analisi approfondita di quel criminale, suicida stile di vita incentrato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse comuni e sulla produzione senza limiti di merci di ogni tipo, incuranti dello spreco e del conseguente inquinamento, all’ennesima potenza. Di questo passo, il riscaldamento globale supererà i tre fatidici gradi centigradi – rispetto ai livelli del mondo pre industriale – al ritmo di una ouverture rossiniana, con un epilogo noto che, al confronto, le pellicole catastrofiste di Hollywood apparirebbero comiche dell’era del muto, interpretate da Ridolini.

Siamo precipitati nell’evo spurio, senza speranza e senza respiro: l’umanità forse si salverà – grazie a una qualche forma di memoria – mentre si estingueranno gli umani, rei della colpa più grave e inemendabile, avere mutato per egoismo egotismo, egolatria autoreferenziale la natura della morte, in cultura unica e monocratica della morte.

Chi guadagna con la guerra e con l’inquinamento è un farabutto, un criminale contro i Popoli e contro la Terra.

Stormi di biplani – esistono ancora, dunque? – graffiano un cielo colore carta da zucchero:

è come ritrovarsi catapultati dentro un film di Sensei Miyazaki, con un balzo logico, perfetto.

Parafrasando l’intrepido aviatore Marco Pagot, meglio diventare porci rossi che guerraforieri e avvelenatori, prima che anche la fase del collasso diventi irreversibile, meglio diventare porci cremisi (con le ali), per imparare:

a prendersi cura della Natura, del Mondo, di noi stessi.

Linee di luci (senza ribalta)

Pagina della rinascita, non della rinascente;

almeno oggi, al bando i commerci, i mercimoni, di ogni genere e specie; perché si comincia trasformando tutto in mercato, commerciando tutto, anche le risorse primarie che in quanto comuni non appartengono a qualcuno, e si rischia di diventare merci, prodotti con un prezzo e con una data di rottamazione, a nostra insaputa.

Bello avere la facoltà di commettere solo errori – i più marchiani, i più stupidi – potendo poi contare sulla rinascita, sulla resurrezione; seguire una linea, la propria, verso un luogo impreciso, imprecisato, perché, con alta probabilità, non esiste.

Lo spiegava con passione il buon professor Alfio: i punti che formano le linee sono infiniti, quindi le linee stesse sono infinite. Bisognerebbe trasformare in sentieri quelle che più ci somigliano, quelle che ci attraggono, quelle che emanano luci musiche odori parole che esercitano incanto e melodia sulla nostra, dentro la nostra anima.

Interrogarsi sempre, gli esami non finiscono mai, raggiungere infine la consapevolezza e la saggezza che l’eccesso di domande non conduce, anzi blocca, impedisce la deambulazione: il senso della vita deve restare un po’ misterioso, altrimenti quelle linee – belle per sé stesse, belle in quanto varie, infinite, adatte per ognuno di noi – rischiano di fuggire oltre l’orizzonte, di celarsi per pudore, di mimetizzarsi nella confusione del Mondo.

Chiedere un passaggio – passaggio anche in India – effettuare un passaggio, imparare ad andare oltre noi stessi, oltre gli egoismi; aprire percorsi e costruire ponti: non esistono altri modi, altri mondi che questi per raggiungere la vera liberazione, dai nostri lati oscuri, dai nostri vizi perversi.

Buona Pace, a tutta l’Umanità.

Valle oscura (salvare la selva e anche i selvatici)

Ritrovare il cammino, perdere il passo, sbagliare sentiero.

E’ facile accedere ad una valle oscura, anche se non sai come e cosa fare.

Se i nostri ricordi, la nostra storia, le storie di tutti noi fossero confinati dentro le nuvole, atmosferiche e virtuali, come potremmo poi accedervi, in caso di necessità? Il passato – scostumato, dispettoso – non è cristallizzato in una goccia d’ambra millenaria, è cangiante mutevole irrequieto, fuggevole, come il mercurio.

Rinominarsi, ognuno come gli garba, con l’identità che preferisce; da uomo a donna, attraversando tutti i gradi gradini, anche gradoni di Zeman, delle opzioni; come dice un vero uomo di mondo con pseudonimo femminile: meglio essere pesci rossi dentro la solita boccia o salmoni contro corrente che poi temerari abbandonano il loro fiume per scorrazzare tra i perigli imprevedibili dei vasti oceani?

La vera odissea è peregrinare verso l’ignoto o riapprodare a qualche Itaca, ignota forse più del cosmo sconfinato? Sono più astratte – l’altra faccia del pragmatismo? – le utopie dei ragazzi del ’68, o quelle dei giovani mutanti della generazione Z (Zorro? Una Volpe leader sarebbe sempre una benedizione) in questo Mondo Dopo, bislacco, ma prevedibile nelle solite magagne mancanze degenerazioni umane?

L’utopia è energia pulita e rinnovabile per alimentare progetti veri e rivoluzionari, o solo chiacchiericcio pseudo intellettuale, per darsi un tono? Tono su tono, dal visagista, quello delle dive, in contumacia di vere divine?

Attenzione: si fa presto a dichiararsi pronti al tuffo del salmone, per poi effettuare invece il salto della quaglia e finire dentro il solito, affollato ballo della cadrega, poltroncina, poltronissima, abusiva ma secondo la legge. Come certi disastri ambientali, crimini contro l’Umanità e contro la Terra, resi possibili seguendo pedissequamente i codici e codicilli di certe norme perverse.

I nazisti dell’Illinois sono insopportabili, ma anche quelli mimetizzati in certe sedicenti democrazie non paiono troppo affabili, né affidabili, soprattutto quando sparlano di pace, ma sono coinvolti mani piedi testa e pancia – anima no, sono sprovvisti dell’attributo – nel lucroso vortice affaristico di armamenti ed energie fossili; meriterebbero un giro di charrette calesse, carrello, biroccio che dir si voglia, per costringerli a imparare quell’oscuro oggetto del desiderio della stragrande maggioranza dei popoli terrestri: progetti partecipati di pace e democrazia.

Se perfino i gorilla della reclame esortano a restare umani, possiamo davvero deludere quel visionario che auspicava come festa per tutto il Mondo la capacità di fare la pace, prima – molto prima – di farsi la guerra? Con arguzia, Passepartout disegna perle: Darwin aveva intuito che sopravvivono non gli animali più forti, ma quelli che sono in grado di adattarsi all’ambiente, non aveva previsto che l’ambiente non sarebbe stato in grado di sopravvivere a certi animali.

Noah, maga di solito gentile, quale consiglio regaleresti ad una contea nella quale fiori, arbusti, erbe, vegetazione varia e variegata pare abbiano smarrito ogni traccia, anche minima, dei propri naturali profumi?

Qualcuno deve sempre, per forza, per amore, per amore della forza – con la forza dell’amore – comandare? Plebiscito – elmo di Scipio, o plebe di scito? – per designare un poeta alla guida o lasciarsi guidare a briglie sciolte, senza briglia alcuna né mordacchia, dalla sola, pura poesia? Dilemmi: la sentenza sarà ardua, ma rispettosa della metrica.

Alla fine, andiamo sempre tutti via;

la tragedia è questa, la vera valle oscura immensa, immersa nel terrore,

è quella abbandonata, quando fuggiamo via:

da noi stessi.

L’Uomo delle Stelle (vela gialla)

Integerrimi, integri o integralisti? Basta distrarsi per un momento ed è un attimo ritrovarsi nella categoria sgradita.

Pane e pasta integrali o tradizionali? Ardua sentenza: quanto logora optare, soprattutto se non hai nemmeno un grammo di pane e pasta.

E’ davvero caro agli dei chi vince una guerra? E se poi gli dei mutevoli e capricciosi si fanno cogliere dall’invidia – mosca dispettosa, però divina – e al presunto potente sottraggono ogni onore gloria favore? E’ davvero potente e illuminato chi dispone di armi formidabili e le utilizza per annientare nemici e amici sospetti, o chi rinuncia a profitti e celebrazioni per dismettere, smantellare armi e odj?

Chissà quale mastice, quali fragili sottili fili di seta tengono insieme gli amanti? Quali equilibri, dinamiche, motivi formano la formula alchemica dell’attrazione – puro istinto animale? – e soprattutto della persistenza nel tempo, simile alla resistenza di un antico maratoneta. In fondo, come dare torto a Don Abbondio: Carneade, messaggero di missive amorose, chi fu costui?

Sai Chiara, quanto ti ammiro e invidio, nell’accezione migliore e positiva del verbo? Bramo senza bramire ogni tua competenza, ogni tua intuizione, tutta la tua enorme, variegata cultura: i tuoi scherzi intellettuali, la tua capacità di mutare punto d’osservazione, premesse, conclusioni, proposte, progetti, previsioni; il mare d’inverno è come l’eternità, qualcosa che la mente non considera – magari desidera – e il nostro passaggio terrestre come l’affiche di un vecchio film d’essai, ingiallita dal tempo (il manifesto e anche la pellicola), scollata dai muri, trascinata alla ventura, dal caso e dalle raffiche del vento. Eternità spalanca le tue braccia, se esisti: sei una dimensione dello spazio o del tempo, sei una dimensione senza dimensioni, un’entità non euclidea?

Emigrare a bordo della zattera floreale nipponica, formata da fitti petali di ciliegio, seguendo la placida corrente del Fiume dei Sogni: l’immortalità mai – sarebbe immorale e anche tediosa – ma l’approdo alla Terra delle volontà finalmente buone e comuni, questo sì.

Vorrei affidarmi a Yuri, primo vero cosmonauta terrestre (russo, anzi sovietico, con la sigla CCCP stampata sul casco), primo uomo delle stelle: a lui chiederei qualche rassicurazione, se non conferme, né improbabili, impossibili certezze.

Dimmi, è vero che i sogni sono utopie da trasformare in progetti e non luci fatue come le stelle, raggi laser cosmici di corpi celesti ormai senza vita? Messaggi senza codice a rammentarci, ammonirci sulla nostra natura fragile, transitoria, transeunte.

Partire infine con lui, su una cosmonave, gialla come la vela di una magnifica imbarcazione chiamata Saba (Regina?), per tingere di giallo il mare, per distinguerci bene – ritrovarci? – dall’immensa distesa ondosa, ondulata, dallo stordente Assoluto fisico, metafisico:

intorno a noi, il silenzio estremo della quiete.

Quaresima bellica

La veloce gazza sarà forse ladra, ma anche gli umani – o presunti tali – non scherzano.

Non trasformiamo la discussione sulla gazza, nella consueta gazzarra, ideologica non più, di cortile nemmeno. Purtroppo.

Quanta nostalgia per i cortili, per le aie; nostalgia non fine a sé stessa, ingenuo sentimento per età dell’oro mai accadute, ma per quelle realtà fisiche ontologiche, quando le parole rarefatte, parche, avevano valore: inestimabile.

Meditare sugli amori e sulle occasioni perduti, sprecati, decidere se dai fallimenti e dalle disfatte si voglia, si possa – magari poscia, più che pria – imparare qualcosa. Struggersi di malinconia per eventi surreali, metafisici.

Il minuetto di appassionato corteggiamento di una coppia di rondini muove smuove anche l’anima più draconica – nel senso cercato e ricercato dell’astrologia araba – peccato siano in ritardo, le livree delle rondini; solo qualche ape, raminga e solitaria, fa capolino, timida.

Chiromante, rabdomante, oniromante, chiaroveggente: saranno queste le figure professionali più richieste; non in un prossimo vago futuro, ma tra pochi minuti. Essere senza tempo e avere memoria, oppure il contrario? Entrare nei e interpretare i sogni, quelli altrui: lavoro ad alto rischio. Come esprimere incautamente desideri, senza essere consapevoli che potrebbero inverarsi.

Homo sine pecunia imago mortis, sed etiam homo sine vidutam; le realtà e le verità non sempre coincidono, dipende, molto spesso – forse troppo – da chi le osserva e come, da chi inquadra una porzione del mondo e alcuni accadimenti; tra i Sumeri e gli Accadi chissà cosa penserebbero e direbbero, di noi e della nostra presunta civiltà. Somma sciocchezza attribuire a persone scomparse e decontestualizzate dal loro tempo mortale, parole opere omissioni, perfino opinioni e intenzioni di voto.

Servirebbe più di sempre una bella quaresima bellica, una quaresima istituzionalizzata laica (financo religiosa, melius abundare) delle armi e di tutti/tutte queste/i aspiranti guerriere/i, non per quaranta giorni: definitiva, perenne;

domenica delle palme bianche, palme in alto: vi arrendete?

Non al dono della pace – non è mai un dono, ma un progetto – al tempio, al tempo della pace, da costruire insieme.

Tramonti nucleari

Noi umani non saprei, ma la vita non si arrende, combatte, in direzione ostinata contraria, perfino stanziale: dentro mortiferi cemento e asfalto.

Sarebbe divertente raccontare ancora – dove saranno mai finiti narratrici e narratori? – la leggenda delle sette sorelle; ognuno poi ci leggerà quel che più gli aggrada e interessa, quello che custodisce dentro l’anima: le sette sorelle del petrolio degli anni ’70 (sono cambiate le sorelle, non il petrolio, né gli appetiti dei profittatori del petrodollaro); le sette sorelle astrali per i più poetici, le Pleiadi; le sette sorelle del calcio, quando quello italiano sapeva ancora coniugare risultati e divertimento (al netto degli intrallazzi, sempre presenti); le sette onde nel senso delle vibrazioni cosmiche; le sette indomite sorelle nel West, alla caccia di sette audaci, da impalmare; le sette – e non più sette – strane note musicali del pentagramma, per declamare prose e liriche con adeguata colonna sonora – mai più genere minore, minoritario dopo Ennio, Maestro Morricone.

Organizzare a Venezia, a mezzanotte, in Corte Arcana detta Sconta – senza sconti, per alcuno – tra opportune fidate ombre mercuriali, incontri letterari per pochi, fidati, fiduciosi adepti della lettura; portatrici sane di cultura – per passione, solo per passione – relatrici della quadrupla intervista con l’Autrice (o si dice autora?), con il gatto Zibibbo, con il Conte Dracula mai morto ma felice nuovo cittadino della Città Eterna, con Carl Gustav Jung per capire l’essenza della pace e della luce e archiviare consapevolmente guerra e tenebre; ospite speciale, a sorpresa, Mina Harker ora residente nella Serenissima, però travisata con artistica maschera artigianale indigena. Dirimere, una volta e per sempre, la differenza tra eternità e immortalità.

Esiste un impero del bene? Un ennesimo regime, una dittatura, una favola, la più gotica di tutte; forse per questo il Vampiro ha optato per vivere – se così si può intendere – tra i dolci refoli del Ponentino.

Come disse quel Profeta: il mondo vive ormai sul baratro di un’apocalisse continua, fondamentale restare immobili sul posto. Lo abbiamo forse preso un po’ in eccesso alla lettera, magari anche senza esegesi biblica; avessimo interpretato alla lettera, quella autentica, l’apocalisse – nel verso della parola – qualcosa avremmo capito. Sempre forse, visto che le forze languono, latitano, scemano.

Se la Montagna Sacra non va al viandante, vada il viandante – senza doppi sensi, né volgarità – al monastero litico scavato nella montagna; forse la frase e il suo significato erano altri alteri alterati, ma nell’epoca della pioggia torrenziale di bufale, rimesto anch’io nel siero caseario torbido.

Tramonti nucleari, tramonti inquietanti, disco del sole virato al seppia, ma di una fitta coltre di compatto pulviscolo di smog, cenere d’esplosioni, futuri sminuzzati nel tritacarte, quello dei consigli di amministrazione con annesso ‘termovalorizzatore’.

Sarebbe auspicabile un palinsesto delle menti, raschiare via tutte le incrostazioni fino all’ultimo invisibile brandello di memoria preconcetti pregiudizi: rinchiudersi poi da soli, a piccoli gruppi, infine a popoli dentro la stanza, quella delle parole, per imparare di nuovo, per imparare davvero, per dialogare sul serio.

Il Mondo nel frattempo è già andato oltre: erbe e fiori spuntano e germogliano, ribelli e spontanei dentro ogni crepa inerte arida sterile di quella che celebravamo e credevamo fosse una evoluta modernità.

Il Mondo è già oltre, oltre noi.

Pacifisti (guerraffondai)

Tre donne intorno al cor, sempre meglio che intorno al col.

Un incubo o un sogno? Il col, il collo o un colle, quello dove un bipede travestito da lupo sbraita contro un agnellino a valle, accusandolo di avvelenargli l’acqua del ‘suo’ torrente?

Forse le implacabili Erinni?

Inique sanzioni contro i renitenti alla patria e alle retoriche bellicistiche, ritorno immediato e massivo alle energie carbon fossili, basta inutili ciclabili che sottraggono fondi alle infrastrutture energetiche, alla sbarra immediatamente i pacifisti che per costruire la pace non vogliono la santa guerra, ma attuare una pace innocua passiva con la messa al bando definitivo degli armamenti e relativi commerci. Ecco i veri nemici dell’umanità: preferiscono il logos al benedetto istinto, la mente al ventre, l’anima al cuore sanguigno pulsante. Un bel colpo di clava in testa non fu mai scritto; considerate le premesse del III millennio nel Mondo Dopo, meglio darsela, a ‘gambe elevate’.

Ti stupiresti, quanto ti stupiresti se ti dicessi che il Gran Nolano – Bruno Giordano, centravanti del pensiero – aveva prefigurato con secoli di anticipo una società disumana nella quale, un potere centrale costituito da una ristretta cerchia di persone, sarebbe stato in grado di indirizzare e influenzare i gusti e i bisogni delle masse, controllandole a menadito, a loro totale insaputa?

Ci vorrebbero ancora dei pensatori così – mentre insistiamo nel richiedere pareri ai campioni dei disastri, quelli che hanno innescato il tracollo del Mondo – servirebbero Monaci della Parola, come Guido Ceronetti, capaci con totale laica fedeltà al verbo e con incorruttibile rigore morale di spiegarci vere origini, veri significati di tutti i lemmi, per scongiurare il pericolo che la nostra colpevole ignoranza faccia risorgere la Babele, definitiva.

Sono passati solo 4,5 miliardi di anni dall’incidente stradale sulla Via Lattea, dal botto cosmico da cui è nata come conseguenza positiva la nostra amata Luna, molto più di un semplice satellite; non fosse spuntata, 44 anni fa le truppe d’invasione del Re Vega non avrebbero trovato un avamposto adatto per la loro base e la storia, una delle più grandi storie della fantasia e dell’umanità, si sarebbe conclusa subito o avrebbe seguito percorsi diversi assai.

Tra l’altro, con un pizzico di maraschino e calma, appena risolverò l’equazione dimensionale spazio tempo, chiederò a Chiara Valeria, formidabile intellettuale e autrice, la possibilità di partecipare in veste di spettatore attivo – nel senso di sveglio e magari dialogante – agli incontri tra Carl Gustav Jung e il Conte Dracula: le loro appassionate considerazioni su natura e umanità meriterebbero vaste e attente platee. Nessuno più dell’elegante Vlad – Bela Lugosi o Christopher Lee? Entrambi – tiene alla salvezza e al benessere degli uomini, non solo per mere ragioni di sete ematica: il nobile transilvano ha capito che ognuno, perfino i non morti, sono legati a doppio filo, a elica doppia, agli altri esseri viventi; volenti o nolenti: questo dovrebbe di colpo offrirci punti di vista, perfino di svista, sui terribili problemi che angustiano il Pianeta e soprattutto sulle soluzioni che dovremmo adottare per risolverli.

Amavo il Conte Dracula – piuttosto che l’insulso Pinocchio – da tempi non sospetti, ora, di più:

potrebbe diventare il direttore generale dei Popoli Uniti della Terra. Versare ogni tanto qualche obolo di sangue, non dovrebbe spaventarci più di quello che stiamo combinando adesso, contro noi stessi, contro la casa comune.

Canne al vento, canne d’organo, canne di Amsterdam: a ognuno le sue, quelle preferite, le più adatte alla sua personalità; organizziamo la solita vecchia gara maschilista a chi ha le canne più lunghe, anche se, favoriti, per distacco, restano gli abitanti di aree lacustri.

Alla fine della fiera, delle vanità e delle frivolezze, stabilire il vincitore sarà comunque cerimonia inutile, ridondante, i veri patrioti – patria, mihi ignota est – saranno coloro che abbarbicati tenacemente allo scoglio della tipicità. No: errata corrige, quelle erano vecchie analisi dei professionisti della reclame glocale; abbarbicati alle canne del gas – non sarebbe meglio un’ultima spiaggia per mercoledì da leoni? – per amore della nazione (sappiamo che l’amore talvolta costringe a schiaffeggiare gli antagonisti di turno) avranno il supremo coraggio di dire basta alla dipendenza:

chiudendo, una volta per tutte, il rubinetto generale.

Sperando si tratti di quello collegato alla fabbrica dell’idiozia.

Zappa e potere (o podere)

Il potere della zappa ritornerà a estendersi su tutte le terre emerse e anche sommerse, in maggioranza dilagante, a breve.

Dal potere del cane – fatto notorio incontestabile, nonostante certe accademie hollywoodiane – al potere della zappa, il passo sarà naturale, anzi potrebbe trattarsi di paso doble, connubio auspicabile: evolutivo, finalmente.

Come diceva sbraitando un antico caporedattore sanguigno: Zappa! Lui non invocava Frank, il grande chitarrista, né celebrava l’utile fondamentale strumento; apostrofava i sottoposti – la manovalanza redazionale – quando commettevano strafalcioni, quando scrivevano castronate e/o castronerie (non prodotti gourmet Castroni); oggi, nel Mondo Dopo, resterebbe afono dalle urla, il potere delle zappe ha conquistato in modo capillare l’intero sistema mediatico informativo e se non ci credete, leggete a vostro rischio e pericolo anche solo i titoli delle prime pagine o un banale pezzo di colore nella sezione spettacoli: piccole botteghe degli orrori dilagano.

Lo sai Paco, che polpi e crostacei, nonostante siano invertebrati, sono dotati di intelligenza raffinata e sentimenti delicati, forse molto più di noi, ormai?

Charlotte, cresciuta tra cime tempestose, rassegnata in apparenza, ribelle con l’intelletto e la creatività, potresti spiegare all’umanità sempre più fiaccata da inquinamento e falsità, giochini di dominio e insaziabile voracità di profitto, che la tanto reclamizzata decantata – chi lo porta il decanter per il vino? – verità, non è altro che un modo alternativo di indicare un credo, una fede? Di quale verità parliamo quando le infliggiamo l’iniziale maiuscola? Del delta delle verità? Tutte raggrumate si potenziano fino a delinearne Una, l’Unica e sola – o sòla, alla romana – oppure si elidono? Quale fastidio e/o pericolo potrà mai costituire per noi e per il nostro sistema di valori una verità altra, se in fondo si tratta solo di un modo diverso di vedere e interpretare il mondo, se si tratta solo di una fede alternativa, vestita con fogge a noi sconosciute o mai incontrate prima? Quale folle insicurezza ci spinge a volerle abbattere a colpi di vanga? Charlotte, un giorno spero vorrai insegnarci la tua canzone.

Amico روبرتو, Rubirtu, dove sarai oggi? Quanto mi piacerebbe – chimera onirica – viaggiare insieme a Te, nel deserto, nella Terra di Dio, grazie al quale – credenti o meno in un’entità se non creatrice, metafisica, libera dai nostri limiti, dalle nostre grevi zavorre egoistiche – incontrare nomadi berberi, farmi insegnare la cerimonia del te e soprattutto l’abilità di cavalcare in mezzo alle dune, incontro alla Luna rossa, piena dominatrice del nostro cielo notturno.

Come considerava con stupore Elias Canetti, l’uomo ha attraversato secoli, millenni, eoni raccogliendo nella gerla la saggezza dei suoi predecessori, per poi ritrovarsi a camminare nell’epoca attuale, con immensa stupidità.

Il vero contadino, discepolo delle stagioni, filosofo della Terra sa che solo colui che trasporta ogni giorno i secchi con l’acqua che gli serve per vivere, conosce davvero il valore di ogni goccia:

questo il grande potere della zappa.

100 giorni

Pagina della grande sete.

Di verità, giustizia, equanimità, magari – se ne avanza – pace.

La grande sete del Mondo, anche di pioggia, perché senza una terra sana, irrorata da sana acqua piovana, la vita rischia di trasformarsi nel suo contrario; peggio, nella negazione – non annegamento, o forse sì – nell’inesistenza della vita, in ogni sua forma articolazione variante.

Cara Ursula, se più di 100 giorni senza gocce di pioggia su di te, ti sembrano pochi: tre mesi e oltre di siccità, aridità ambientale agricola, aridità spirituale umana intellettuale.

Cento giorni di te e di me, 100 giorni d’esilio all’Elba o altra isola a tua scelta – opta, magari fallisci, ma opta! – 100 giorni di bellissime sconfitte, meglio di un’unica grande vittoria crudele, senza arte senza parte senza poesia.

Cento giorni a scavare gallerie, vie di fuga, insieme a Faria, l’abate o insieme ad un sakem (Tatanka Yotanka) per scrutare gli orizzonti e i cieli, per intonare a Manitù inni votivi e propiziare la precipitazione, quella più urgente. Cento giorni d’assenza e poi? Bocciatura secca – secca, per forza di cose – o ennesimo inutile sfarzoso congresso a Vienna, per decretare secretare con Pulcinella l’impotenza, l’ignavia, la sciocchezza generale?

Può morire un fiume, si chiedeva Augusto Daolio in tempi già sospetti? Mentre apriamo il dibattito e giriamo la prima instant fiction fluviale, il grande padre Po ci saluta: mesta uscita di scena, senza passerella finale, senza concedere acclamati bis, purtroppo.

Sono più lunghi e duri da sopportare 100 anni di solitudine, oppure 100 giorni nella pazza massa, in questo delirante Mondo Dopo? Sotto i cipressi confortati dal pianto finale dei nembi, forse si respira aria nuova e fresca.

La sfida dei Cento nomi, o meglio dei 100 sinonimi perché – meno è meglio, scalpellare via il superfluo è diventata necessità vitale – ma se lo sai dire in modo ogni volta diverso armonioso financo bello, invii lampi d’intelligenza al Creato; 100 canti, 100 opere d’arte, 100 libri o almeno uno, una copertina l’avrai vista nella vita, un particolare un dettaglio una parola avrà scosso se non la tua coscienza, l’immaginazione, l’immaginario, l’istinto.

Com’era semplice la quotidianità con due sole, semplici verità, quelle di Agatha Christie, mentre oggi annaspiamo tra 100 verità, al minuto secondo e non sappiamo distinguere loglio da agosto.

Oggi i Rokes intonerebbero uno dei loro storici inni però all’opposto: è la siccità che se ne va e ritorna la pioggia; ma che colpa abbiamo noi, non sarà più cantabile per generazioni, ché di colpe e vergogne ne abbiamo cumulate troppe, non basteranno i 100 giorni di Caterina senza più casco d’oro a dissipare responsabilità ed effetti perniciosi.

Povere pernici, del deserto: anch’esse, nel loro micro universo, piangono lacrime di rabbia.

Biciclette

Quando un ragazzo eritreo, nato in mezzo alla polvere e alla povertà, vince per la prima volta nella storia una delle grandi classiche del nord nello sport chiamato ciclismo, io – perdonate l’invadenza personalistica – esulto, come avesse primeggiato un mio fratello.

In effetti, lui è mio fratello: così povero nell’infanzia che la vera ricchezza risorsa speranza sono state proprio quelle strade sgarrupate polverose insieme ad un catorcio che avrebbe dovuto somigliare almeno in qualche dettaglio ad una bicicletta.

Del resto, in una vecchia canzone, qualcuno chiedeva al Signore un grande dono: una bicicletta, per alleviare le fatiche di una vita dedita solo al lavoro salariato e agli inni cantati all’Altissimo. Un velocipede per evitare di recarsi al lavoro a piedi, per non tornare a sera inoltrata nella propria stamberga stremati, senza quasi più la forza per respirare.

Non vorrei celebrare troppo l’Eritreo che fece l’impresa, sarebbe una forma d’ingiustizia e anzi una sorta di razzismo al contrario – ché le tirate moralistico retoriche rivelano, confessano sempre l’ipocrisia, la doppiezza di chi vi si dedica con passione, da dedicare a altre, più impegnative, vere cause.

Pedalare, per inseguire i sogni, le lucciole, le comete, le stelle, le persone amate: pedalare per ascoltare meglio la musica del vento, interpretare i messaggi cosmici, raggiungere colline per scrutare panorami altri alti nuovi.

Come dicevano le nonne? Hai voluto la bicicletta? Se hai forato – nella vita, più che i copertoni – mettila in spalla (non le gambe) e pedala, se non vuoi che essa pedali te.

Sarebbe bello pedalare nella Vienna del 1948, quella divisa – divisa militare, giusto per rammentare la Storia – in quattro porzioni ognuna controllata dalle 4 potenze (quattro sberle nella padella delle nazioni) vincitrici, se così pare umano esprimersi, della II guerra mondiale; più interessante ancora girare in bicicletta nel sottosuolo della capitale austriaca, in bicicletta, insieme a guide d’eccezione esperte quali Graham Greene e Rollo Martins, alla ricerca delle anime perdute e delle memorie in quell’immenso dedalo fognario che consente di raggiungere in modo capillare e infallibile ogni anfratto della città, anche il più remoto e segreto.

Nel frattempo, in superficie, nel Mondo Dopo, avremmo necessità, urgenza, diritto a delle allegre gite domenicali pedalanti, anche per fuggire dall’invasione dall’inflazione di tutte le rivoluzioni e soprattutto di tutti gli eroi – non bastavano i supereroi dei lungometraggi cinematografici, spuri ormai di una quota minima di fantasia o afflato poetico – che ci sono piovuti addosso come tifoni tropicali negli ultimi due anni; un eccesso di rivoluzioni ed eroi: siamo in imbarazzo, non sappiamo più dove collocarli.

Nel frattempo, un anomalo – possiamo ancora definire anomalie le risposte traumatiche della Natura all’arroganza antropica? – rialzo di circa 40 gradi centigradi in Antartide, ha causato lo scioglimento di un’area ghiacciata vasta quanto l’intera Roma;

in vista dell’inondazione finale, sarebbe lungimirante cominciare ad allenarsi con i pedalò, o forse, meglio ancora, con le biciclette di ET, quelle volanti.

Nel frattempo, Lui, non solo non è tornato a farsi una pedalata sulla Terra, ma non ha più nemmeno telefonato.

Estremi, non di versamento

Cercare rifugio, riparo: nella Casa, in una casa, anche quella del Fauno, andrebbe bene.

Diaframma, intercapedine tra noi e la propaganda, perché – credo che l’esperienza sia condivisa ormai – tutto è diventato propaganda.

Decidere di diventare interpreti, delle persone in senso lato e ampio, più che delle loro parole: parole spesso depotenziate di senso, parole sensibili al dolore; parole che possono – potrebbero, potevano – raccontare e costruire mondi, o mondi ormai edificati solo di parole, vuote, e immagini ridondanti?

Archetipo, sarà un tipo d’arco? Sarebbe interessante approfondire la materia, non solo teorica, ma concreta, visto che a breve saremo di nuovo chiamati a dedicarci alla caccia per procacciare sostentamenti, per noi e per i nostri prossimi. In ogni caso, archetipo sarà lei, compresa tutta la sua tribù.

Sarebbe sempre doveroso e opportuno non lasciarsi sfuggire, tenere sott’occhio i paradigmi: verbali in primis, poi tutti gli altri; vite esemplari, modelli esistenziali, poco alla moda, pochissimo in voga.

Prossimi nel senso di vicini e prossimi, di un qualche futuro, nella versione, visione ottimistica della faccenda; eppure, come scrive in modo esaustivo Maurizio Maggiani, i monumenti sono lì, non solo a celebrare presunte grandi imprese, presunti grandi personaggi, ma quale monito molto solido delle nefandezze e degli errori madornali, da non replicare. Invece, chissà come, spunta sempre un però, un accidente, un imprevisto, una piega e anche una piaga, della storia comune del mondo. E il monito, monolitico o meno che sia, cade nella polvere dell’oblio, nelle onde dei furori insensati.

Forse per questo, ne stiamo abbattendo e/o oscurando a go go, perché sono ingombranti, fastidiosi, ci costringono – anche a nostra insaputa, nell’inconscio – a fare i conti con noi stessi, con le nostre ataviche responsabilità, con le nostre coscienze stratificate, incrostate: non risolveremo i dilemmi della nostra era, non scioglieremo i nodi gordiani, con sciocche proibizioni di romanzi immortali o eliminando dai testi di Storia i protagonisti imbarazzanti che appartengono ai nostri stessi popoli d’origine.

Qualcuno sosteneva con la ragione e con le spalle che la letteratura, o si occupa del fantastico, del magico, o semplicemente, non è – oppure si tramuta in altro genere; soprattutto oggi, con una primavera anomala a tinte fosche anche per le polveri e le ceneri delle guerre in corso, sono tentato di accogliere e fare mia questa importante, autorevole lezione; non fuga dalla realtà, ma tentativo di leggere, individuare tra gli atomi, dimensioni diagonali, alternative, rigeneranti.

Non sarà una risata a sommergerci, ma la nostra inarrestabile idiozia: censurare Gagarin, l’Albero di Turgenev – perché non radere al suolo il Giardino, quello dei Ciliegi? – perfino la povera cagnetta Laika e financo Oleg Blokin, solido centravanti sovietico, non ci restituirà il bene dell’intelletto, né quello comune. Quando abbiamo smesso non solo di capire il Mondo, ma anche di coltivare le regole – ora, qui e ora – della convivenza civile?

Michele, cantore della Costituzione, lo hai declamato e ripetuto spesso e temo non volentieri: se in una presunta repubblica democratica, si attuano forme coercitive delle opinioni individuali, se dai cittadini si pretendono cieca obbedienza e giuramenti coram populo di fedeltà alla patria, quel paese non si è già geneticamente mutato nel regime dittatoriale che diceva di contrastare, di detestare, di non volere più essere?

Vorrei essere allievo, anche pagante – appagato di sicuro – garzone di bottega dei Magnifici Sette del ’32 (1900): sembra un capolavoro di Kurosawa, per restare in ambiente cinematografico, invece si tratta di 7 registi nati nello stesso anno magico: Truffaut, Forman, Oshima, Tarkovskij, Malle, Reitz e Kluge, artisti convinti che attraverso grandi film sia possibile cambiare, in meglio in bella copia, il Mondo. Un po’ ci sono riusciti, perché gli spettatori dei loro lungometraggi di sicuro sono diventati persone più profonde e immaginifiche, ma se non hai mai partecipato a un cineforum pomeridiano del Cinema Don Bosco non sai cosa ti sei perso.

Lottare per scrivere questo Mondo Dopo in bella copia, gradita calligrafia: per ottenere il risultato saremo costretti a diventare tutti estremisti, estremisti scuola di Fratello Martin Luther King, “perché se una struttura sociale produce iniquità e povertà, deve essere riorganizzata, da cima a fondo“.

Estremisti per la giustizia, estremisti per l’uguaglianza, estremisti – oggi più che mai – per la pace.

Edicole e carrelli

Girare il mondo, come si gira una pagina.

Sfogliare il mondo, come si sfoglia un libro d’arte, di fotografia o una semplice rivista – ah signora mia che tempi, quelli della rivista e dell’avanspettacolo.

Girare il mondo, capovolgerlo: cosa fatta, capo ha – diceva Nonna Erminia – ma qui siamo al cospetto di un’umanità senza capo né coda (quella ci è caduta molti anni fa, forse e non a tutti); soprattutto, popoli succubi di capi mai ignari, inadeguati, collusi, rei.

Attraversare il mondo a bordo di un carrello, come quelli della grande crisi argentina, quelli utilizzati durante le oceaniche manifestazioni di piazza – i cacerolazos – proteste sonore, con stoviglie pentole posate, perché una rivoluzione nasce anche dalla musica, soprattutto se sono le Donne a decidere, a guidare.

Rammenterete certo quella pellicola hollywoodiana, quella eterna storia di eterni adolescenti, rimasti rinchiusi dentro un supermercato: a raccontarsi, a baloccarsi con i carrelli per la spesa, sfrecciando tra le corsie sui pattini, ascoltando musica dai walkman, aspettando le luci di una nuova alba. Che li avrebbe condannati, da adulti, al mesto ruolo di clienti del mercato senza leggi, senza regole, senza dei.

In questo contorto Mondo Dopo, le luci all’orizzonte sono solo quelle dell’ipermercato planetario, nella speranza che le merci e i beni primari non scompaiano mai dagli scaffali sui quali sono nate per sporogenesi; le genti abitano ormai dentro gli edifici commerciali, sono le nuove platoniche caverne delle ombre morali, delle ombre illusorie, illusionistiche.

Edicole votive trasformate in bazar multifunzionali, anche per decidere – e versare poi relativo obolo – a quale santo votarsi, per quale santo votare, in attesa che gli eletti non necessariamente del settimo cielo (astenersi settimo cavalleria, squadrone di vili assassini) possano, soprattutto vogliano intercedere: per qualcuno, se non per tutti.

Una rosa nera si staglia chissà come sulla crepa di un muro di cinta, in lutto per la perdita dell’empatia e anche della simpatia tra le persone; quando qualcuno parla di appelli per umanizzare la guerra, diventa più semplice, automatico, credere nella Terra di Mezzo di Tolkien, nel Popolo degli Ent, magnifici Alberi senzienti, parlanti, migranti.

Cosa sarà mai questa crisi? Ci sorprenderebbe scoprire – siamo proprio un branco di beluga (magari!) – che in lingua greca, quella antica, il lemma indicava una scelta, una decisione, una fase decisiva nell’evoluzione di uno stato, patologico o meno. Dovremmo abbarbicarci all’etimologia e proprio in questi tempi attuare una autentica crisi in senso umanitario, una scelta finalmente, non solo di Sophie, anzi magari optare con sofia e saggezza, accomunate in un solo destino: il nostro, comunitario equo condiviso ragionato.

Del resto – dalla parte del resto del carlino – il connubio tra corpo e loquela è atavico, inscindibile, eterno non saprei: il corpo e il linguaggio camminano insieme, ma le vere energie per sostenere entrambi sono le parole.

Senza parole non abbiamo il potere di immaginare: né le nostre anime, né il mondo che faremo; speriamo prima.

I poi li abbiamo terminati, anche al supermercato globale.

Ocra

Vortici di vento, turbini di foglie o mulinelli di polvere cosmica, orde di gabbiani affamati.

Enormi zolle rivoltate: di terra ocra, arsa arida, mentre più nemmeno da ogni ferita aperta, il suolo stremato riesce a reclamare, invocare pioggia e salvezza.

Ha scritto dei libri, poi è morto: riuscireste a immaginare un epitaffio più bello per chi coltiva velleità letterarie?

Nessuno come l’insopportabile, insostenibile Simenon riesce, attraverso una rapida essenziale minimale descrizione di azioni quotidiane, in apparenza banali e registrando piccoli gesti domestici senza importanza, a rivelare i fiumi carsici, torbidi che attraversano l’animo umano: quando esondano all’improvviso in superficie, rivelano quanto i bipedi auto proclamati uomini, siano piccole, infinitamente piccole cose; molto spesso, anche troppo, impastate con tanta tenebra.

Equinozio, cavallo fannullone o giorno equo, in perfetto equilibrio tra giorno e notte? Ribaltare il giorno e la notte, almeno tentare, per saggiare l’effetto che fa: di solito, in quel fugace breve istante del passaggio di consegne tra le due fasi, accadono eventi portentosi. Per chi crede, per chi sogna, per chi progetta e fa.

Sognare Mammuth verdi che incedono inesorabili sulla neve candida abbacinante; inesorabili come destini di migranti costretti ad avanzare scalare proseguire, fidandosi dell’etica o della deontologia professionale di mangiatori di pietre, detti anche passatori, chissà poi quanto cortesi.

Impossibile non tornare alla terra che tremò, 65 milioni di anni fa – inezie, bazzecole, quisquilie – impossibile non pensare all’asteroide impazzito che zigzagando senza criterio nel cosmo decise di collidere con il pianeta Terra e innescare la traumatica estinzione – traumatica per loro, in primis, ma forse anche per i destini del globo – dei magnifici Dinosauri.

Arduo non da oggi rimare, rimirare – anche limare, volendo – arduo il poetare d’amorosi sensi, rimembranze, belle membra posate in chiare fresche dolci acque, dolci notti trascorse ad ascoltare la musica del vento; arduo ricostruire, quando chi vorrebbe battersi, battere le piste per edificare ponti di pace, viene additato quale sedicente neneista: ennesima idiozia mediatica propagata ai portavoce prezzolati, senza un briciolo di dignità, senza un’oncia di fantasia. Da sottoporre immantinente a test culturali: sui dadaisti, sui nichilisti, sui nichelisti.

Parare i rigori, del generale Inverno e non solo; nel Mondo Prima, quando anche le storie del calcio, qualche volta sapevano essere romantiche, quando la Russia, anzi le Russie erano CCCP, perfino un uomo gigantesco, scolpito nel gelido marmo, con una maglia nera e un berretto stile basco, capace – unico portiere fino ai nostri strani giorni – di vincere il Pallone d’Oro, si faceva applaudire dai suoi tifosi, ma anche dagli avversari cui negava spesso e volentieri la gioia del goal. Accanito fumatore, Lev Ivanovič Jašin morì a soli 61 anni, ma resta anche nell’immaginario di chi non ha avuto la possibilità di vederlo in campo, un totem non solo di classe, ma di correttezza e educazione: leggenda narra che i pochi attaccanti capaci di infilare il pallone nella sua porta, si fermassero poi a chiedere scusa, quasi avessero commesso un peccato di lesa maestà. Il nostro Sandro Mazzola ha sempre sostenuto che il tiro dagli 11 metri fallito contro Jašin durante una partita tra Italia e CCCP non fu un suo errore perché “quel giorno, in quella partita, in quel momento, lui mi ipnotizzò“.

Quando pensi al potere del carisma, pensa all’etimo, pensa al Ragno Nero.

Difficile discettare di Primavera – prima vera cosa bella nella vita, il tuo sorriso ad ogni età – chissà se Sakura fiorirà ancora, chissà se ChoCho-San – con o senza fili di vapore, fili di seta – organizzerà una cerimonia del thé completa e vorrà danzare per noi:

per tutta l’Umanità, senza distinguo, senza esclusioni, quando la Terra non sarà più ocra per sete, ma di nuovo per fierezza e regalità.

Futilitarismo

Più è futile, più diventa utile, o tentano di piazzarlo così. Utile alla bisogna del mercato, senza tema e senza smentita.

Nel trionfo della futilità, nella militanza acritica del futilitarismo, lento muore il pensiero umano, lento – nemmeno troppo – tracolla il nostro amato pianeta. Lo amiamo, giusto?

Vorrei tornare ragazzo, non per me stesso, non per sempre, ma per confondermi tra i giovani di questo mondo dopo, per confrontarci dialogicaMente senza barriere, né pregiudizi; vorrei rincorrere quella coppia in via Zamboni, esortarla a camminare sempre con le mani intrecciate per sciogliere i nodi gordiani dell’iniquità, convincerla a conservare sempre sulla vita e sulle persone quello sguardo trasognato, sognante, curioso con dolcezza.

Sul selciato: tracce di vestigia, passi umani, giubilei celebrati con pioggia piovana, non solo immaginaria, e foglie di lauro. Sulle note di Io voglio vivere e Un pugno di sabbia incontrare sorelle e fratelli fino ad oggi sconosciuti, eppure veri senza confini, soprattutto mentali; perché dovremmo avere capito che i popoli sono una sola famiglia globale. Da Mama Africa verso l’infinito.

Sotto e lungo i portici più lunghi d’Europa, imbattersi in una confraternita del vino: che tu chieda alla polvere o all’elisir di Bacco – il colbacco è tornato di moda? perbacco – nei dettagli si annidano talvolta sagge verità.

Se poi noti qualcuno – magari tra i santi sans papiers di Piazza Grande – che tenta di accumulare riserve di stucco, non ti stupire, non restare di stucco con stucchevoli considerazioni e pensa ai ragazzi e pensa ai colori, quelli della via Paal.

Girare il globo – farlo girare? – grazie ad un mappamondo chiamato Magellano o a bordo di una futilitaria: importanti restano, ancora e sempre: gambe forti, cuori orecchie e occhi aperti.

Concediamoci un tempo dedicato al pensiero, un piccolo spazio: meglio, pensiamo ad un piccolo spazio – un’intercapedine di suolo di 10 centimetri, quando i centimetri contano – quello che ricopre la Terra, senza il quale non crescerebbero più piante e alberi; pensiamoci bene, prima di concedere ulteriori permessi alla disumana cementificazione, perché quel suolo pensa; anche in vece nostra e nei millenni ha dimostrato di saperlo fare in modo egregio.

Presto però, prima che la tenace foschia del futilitarismo renda ovattata e indifferente ogni cosa, prima che le nebbie del porto fagocitino anche tutti noi.

Incredulità

Pagina della Luna o delle innumerevoli, multiformi Lune; non solo nostre.

Lune storte, come il mondo, quando si sveglia dal lato sbagliato: arduo capire quale sia il lato giusto di un corpo sferico, più o meno.

Luna illuminata al 65%: avete qualcosa in contrario, da obiettare? Prendetevela con l’obiettivo, quello dei fotografi o al limite, limitare, con i responsabili dell’illuminazione su Selene; potrebbe funzionare come per il cioccolato, il migliore, quello fondente; percentuale di cacao, più è alta la percentuale, più è amaro: ottimo per chi sta dalla parte giusta, della percentuale.

La sospensione dell’incredulità è il meccanismo narrativo più antico dell’universo, ma negli ultimi 2 anni abbiamo esagerato un tantinello – fuori e dentro il tinello – ne converrete.

Una sciocchezza, una falsità, un’idiozia ripetuta migliaia di volte al giorno, h24 come si usa in voga, attraverso tutti i media a disposizione, in modo ossessivo compulsivo invasivo, diventa vera in un battibaleno (ribadisco, non ho mai capito cosa sia davvero): milioni, miliardi di persone, ipnotizzate dalla reiterazione perversa della falsa informazione, si arrendono e si convincono sia una verità. Tanto poi, i vari poteri – o anche solo uno dei tanti della scala gerarchica – in caso remoto di malcontento popolare generalizzato o locale, offriranno in pasto alle masse qualcuno da odiare, per ricompattare il popolo e, soprattutto, rinvigorire la fiducia nelle decisioni – le più abiette, le più inique, le più repressive – del governicchio di turno. Tutto ricomincerà in allegra armonia.

Incredulità: dolce chimera sei tu, inebriante passione, fortissima fragilità.

Le verità, i fantasmi delle verità – verità fantasma o ectoplasmi guardiani delle verità – si trastullano in un piccolo castello abbandonato, dismesso, quasi un rudere; un castelletto celato alla vista dei più, in ombra dietro l’imponente mole della cattedrale cittadina, castelletto che appare e scompare a giorni alterni, come certe targhe, come certe viste individuali, selettive: sulle mura, anzi sui mozziconi residui di merli (litici), cercando con attenzione e libertà – di animo, pensiero, sguardo – è possibile notare un piccione, guardiano e messaggero, delle antiche mura e dei segreti in esse contenuti.

Le verità non interessano, come avviene per la cultura: ormai ai popoli pare più appetibile l’intrattenimento, anche di infimo livello. Le verità impegnano, costringono alla presa non per i fondelli, ma di coscienza e conseguenti – queste sì – responsabilità.

Tutto sommato, meglio sospendere a tempo indeterminato l’incredulità, ormai al futuro non crediamo più – non lo sappiamo coniugare – potremmo tentare con la futurità inventata dal pedagogista brasiliano Paulo Freire: il vero avvenire accade quando si regala un’esperienza di bene condiviso.

Anche perché la sua Pedagogia degli Oppressi, sempre attuale, rischia di tramutarsi in opera eterna.

Utopie? La grande risorsa umana è stata quella di trasformare le utopie in progetti concreti: come le umili biciclette dei Paesi Bassi, mezzi di trasporto che riescono a diventare cultura condivisa, cultura per il bene collettivo, ponte meccanico tra gruppi sociali, religiosi, etnici storicamente divisi.

Se l’altra realtà, quella dei soliti oppressori, risultasse infine indigesta, per ottenere realtà alternative o almeno confortevoli, confortanti – per 30 secondi – ci si potrebbe affidare, ultima ratio, ai creativi del marketing.

Con respiro sempre più corto.

Astrattismi e furori

In preda ad astratti furori, si potrebbe cedere alla tentazione di concionare sul mondo, con la giusta distanza – equidistanza o equivicinanza, in caso di furbi parassiti – da veri intellettuali.

Intellettuali di ritorno, d’accatto, raccattati dove capita, ma nello storto mondo dopo, sempre più storto sempre meno mondo, anche ragionare di arance, maledizioni, insalate (non solo di matematica) diventa arduo: mancano le fonti affidabili, mancano i riferimenti, culturali geografici alimentari; elementari, in primis.

Un tempo, uno spicchio era uno spicchio, una persona era, come premessa ontologica, sé stessa, era il territorio in cui abitava e, prima di salire o uscire di livello con il cervello, verso insondabili astrazioni, serviva – come diceva il filosofo Sgalambro – partire da questo, per non incorrere, non solo in astrazioni fatue, ma bislacche erronee fallaci; sotto ogni punto di vista, di svista, di raffinato ragionamento.

Ché, hai voglia poi a recitare la parte dell’uomo di mondo, tre anni di militare a Cuneo, colto, rotto – frantumato proprio – a e da tutte le esperienze, uomo che ne ha viste di ogni e di ogni potrebbe raccontare, con dettagli e sapienza; se mai hai utilizzato un forcone una zappa una vanga, ma pretendi di impartire lezioni di cucina e cibo ad un contadino, uno vero, meglio tacere.

Non so quali sostanze favoriscano, fungano – funghi – da ausilio alla percezione, alla creatività, alla meditazione; sarebbe bello e beneaugurante se un ragazzo alternativo, sulla porta di casa, da solo, solo in compagnia della sua fantasia, scrivesse: Benvenuti nell’Ipnosi.

Un maiale volante, realtà o allucinazione? Sogno a occhi aperti o illusione indotta dai media? Eppure, negli anni ’70, queste erano eventualità all’ordine del giorno, in grado di causare panico in città, allerta presso le enormi oscure centrali elettriche, presso aeroporti con batterie di radar antidiluvio – o anti diluviani? – non progettati per rilevare suini; in grado di trasformare il tran tran quotidiano in angosciose ore di allerta, con l’aeronautica militare in rampa di lancio – con le lance in resta – e cecchini dei reparti anti terrorismo in assetto di guerra, anzi guerriglia; per dimostrare che non abbiamo inventato molto, anzi.

Sarebbe meglio attendere un fascio di luce bianca, in una stanza con parete o sfondo nero, per convogliarla, lasciarla fluire attraverso un prisma di vetro e restare a osservare l’effetto che fa.

Caterina, certo che la magia è reale: se la puoi pensare, prima o poi, la potrai rendere reale; se ancora non esiste nella nostra dimensione, qualcuno, magari proprio Tu che immagini e sogni così forte, la inventerà; per una volta: davvero per il bene nostro e di tutta la santa famiglia dei Popoli della Terra.

Sarà capitato anche a voi di avvertire disagio al cospetto di spiegazioni perfette, persino all’eccesso; così perfette, da stipare vagoni e vagoni di dubbi da viaggio, su ferro di rotaie. Qualcuno avrebbe la pretesa di convincermi che un piccolo paese aggredito da una super potenza militare, sia in grado di resistere con barricate di masserie, con trincee e pentole – rinforzate dai magnifici armamenti donati dalle nazioni che ripudiano la guerra – in stile cinque giornate di Milano, fatidico marzo 1848; super potenza comandata dall’emulo hitleriano di turno, vessato da bambino, cresciuto quindi con l’odio verso l’umanità, ma forgiato nel mito della gloria zarista (cesarista) – anche se, nazisti dell’Illinois a parte, in questa triste vicenda non è chiaro dove e quali siano – cattivo da manuale, villain paradigmatico, tanto che quelli dei fumetti, al confronto, paiono sbiadite, scolorite figurine. I buoni – o i buoi? – nel frattempo si riuniscono per parlare di pace a Versailles, con tanto di banchetti e foto ricordo, mentre la gente muore, di bombe e di fame; a Versalilles! Peccato sia assente, per superiori ragioni, il Principe di Metternich.

Forse, sottolineo forse, dovremmo domandare e domandarci – esigendo risposte – ‘cui prodest?‘: quali soggetti stanno traendo e trarranno i massimi profitti da questa ennesima, immane tragedia della stupidità umana? Tutto, ammettiamolo, con beneficio d’inventario, anzi, asinario: avremo almeno a disposizione consulenze circostanziate esaustive e intelligenti.

Tornando al nostro vero eroe, il Contadino, poeta della Terra:

potresti, con spocchia professorale, spiegare in tono accademico quanto sia buona e gustosa l’arancia in insalata, ma lui ti sconfiggerà dicendo, non solo che lo sa dall’alba dei tempi, ma che essendo lui costretto a coltivarla e a raccoglierla per pochi centesimi bucati, non guadagna abbastanza per acquistare il pane:

un’insalata senza pane è un insulto, una bestemmia, una delle tante, contro la dignità umana.

Scrivere sulla sabbia

In questo mondo di ladri, dura la vita per Robin Hood, Arsenio – non arsenico – Lupin, Diabolik.

Essere mussi, soprattutto volanti, è cosa buona e giusta; importante non trasformarsi in ciuchi, quelli di Collodi, né in pecoroni, alla mercé di lupi – andrebbe ancora bene – o degli immancabili volponi, quelli con gli stomaci iper tricotici e gli armadi colmi di code, di paglia.

Anche i ladri hanno perso aura romantica, lo stesso passator cortese – non era un calciatore bravo negli assist, o un atleta della pista specializzato nel passaggio del testimone – è stato retrocesso, degradato, incasellato a volgare brigante della strada; come se i colletti bianchi fossero viole di campo o stelle alpine.

La vita è un fiume, quello che, si spera, possa nascere domani; così le sere e i fiumi scenderanno su di noi, all’unisono. Con garbo.

Il mio amico magrebino – anche magrettino – Mustafa vede meglio e più lontano, tra le aride dune metropolitane; la sua bicicletta arrugginita e con ruote quasi quadrate è un cammello anziano e bolso che lo aiuta a trasportare la merce, abbigliamento vario, spesso di qualità di gran lunga superiore a quelle cianfrusaglie accatastate e spacciate ormai dentro i bazar – pardon, centri commerciali – della pseudo civiltà nord occidentale. Capisce gli uomini, senza tema di smentita o margine d’errore; quando la tua vita, la tua sopravvivenza, dipendono da una parola, dal tempismo di un gesto, dalla capacità di resistere a privazioni inaudite, migrazioni impossibili, l’acume e il colpo, d’occhio e d’ala, si sviluppano in fretta, all’ennesima potenza. Se riceve un gesto di gentilezza, porta la mano al cuore, senza affettazione: potrebbe insegnare empatia e pratica della comunità collaborativa nei migliori atenei: della Grecia, della Magna Grecia, del Pianeta.

Abbiamo recitato anche questa mattina la preghiera quotidiana per padre onnipotente, l’oro nero e per i suoi derivati, figli comunque illegittimi? Mi raccomando: con genuflessione incorporata, perché, oltre ogni chiacchiera da osteria istituzionale, oltre ogni promessa governativa che già contiene in sé la falsità e la volontà di non essere attuata, i Sacerdoti del fossile decidono ancora e sempre i destini dell’umanità raminga: chi vive e chi muore, chi prospera e chi finisce in rovina.

Con l’ennesima guerra giusta, il mercato godrà di nuovo di ottima salute: gli aedi mercenari nemmeno si vergognano più; con rinnovato vigore laudatorio hanno ripreso a celebrare in prosa e in musica – commerciale, avevate dubbi? – la magnificenza di fonti e impianti inquinanti (condannando senza appello gli ingenui, sciocchi ambientalisti, rei di dire no al vero progresso), la bellezza delle industrie nostrane di armi e armamenti, così efficienti così innovative da essere leader del mercato mondiale e campionesse al servizio dell’obsoleto, anacronistico, immarcescibile pil. Appunto, iper tricotici iper trofici, fuori dalla storia – cacciati fuori dall’istituto universale dalla maestra Storia – ma con i depositi blindati zeppi di zecchini, rupie, lingotti. Sarebbe bello si tramutassero in bit.

Aspetto il ritorno di Mustafa, da una delle sue peregrinazioni laboriose: spero voglia insegnarmi a scrivere sulla sabbia, anche a dispetto del vento, spero voglia insegnarmi a riconoscere i singoli granelli di sabbia e in mezzo a essi, l’abilità di ritrovare orientamento e orizzonti;

scrivere sarà attività aleatoria vaga indeterminata – sulla sabbia, poi – ma resta un viaggio che aiuta a comprendere e superare le nostre miserie, a recuperare la nostra dimensione dimenticata:

quella magica.

Comprimari anonimi

Se anche la follia mi diventa ordinaria – signora mia, mia signora – dove andremo a concludere le parabole?

Mi proporrei, indegno (il sottoscritto), a Simenon, non come protagonista; sarei felice di diventare anche solo un comprimario di uno dei suoi innumerevoli romanzi: non un aggettivo (come Fellini), né un avverbio, tanto non li utilizzava, li aveva eliminati, sfrondati su consiglio di Madame Colette che in spregio alla scrittura barocca e ridondante gli raccomandava: dalla letteratura, elimini la letteratura e tutto andrà bene.

Sono solo un portatore sano di nome, un tizio che auspica di finire – o ricominciare – dentro una pagina del Maestro, un nome da estrarre a caso dalla rete, anche perché oggi dagli elenchi telefonici cartacei sarebbe improbabile; in una riga, in un dettaglio impercettibile, uno stato d’animo passeggero o un anonimo passeggero di contorno, in qualche snodo di raccordo, quelli utili a collegare i passaggi determinanti delle umane vicende narrate.

Anche un autore buono, un uomo buono, quale Gianni Rodari, sottolineava l’importanza della capacità di pronunciare dei no, motivati; consapevole che rispondere spesso sì, in apparenza, semplifica la quotidianità; mentre la fermezza nell’opporsi, presenta sempre, prima o poi, un salato conto da pagare, senza abbuoni o biglietti omaggio, per il cinema il teatro, financo il circo, però moderno.

Caro Georges, José sarà mago, più che scrittore, però temo abbia ragione: la nostra cecità non è fisica, ma mentale; i nostri occhi funzionano, le nostre menti, invece, si rifiutano di vedere la realtà. Se deciderai di inserirmi in qualche tuo, avvisami, tramite piccione ambasciatore o pergamena, in bottiglia navale.

La cecità umana è follia o eminente idiozia? Non saprei, però chiedo: la Dea bendata è cieca o è una finta invalida? Di certo, la guerra ci vede benissimo ed è molto selettiva: sa bene quando palesarsi – del resto, è stata evocata per un biennio pandemico, forse l’ha scambiata per invocazione – sa bene chi colpire (i soliti poveracci), sa con precisione traumaturgica chi favorire; non fosse già così tanto impegnata, le si potrebbe chiedere di governare il mondo.

Non servono poderosi, ponderali – molto ponderati – tomi per analizzare la società e l’animo umani, per rivelarli; non servono blog, siti internet, vlog e chi è più virtuale (o virtuoso?) ne aggiunga: di solito, tutte le epifanie sulle deviazioni, devianze, meschinità sono ottimamente (chiedo venia per l’avverbio) mostrate, posate sulle gote rosse di vergogna e sulle coscienze scarlatte di colpa, dentro le pagine cartacee – di rado superiori a 200 – dei romanzi del pluricitato autore belga.

Per questo, non possiamo dirci, fingerci sorpresi o indignati, quando puntiamo l’indice contro le colpe altrui: siamo così ipocriti e in mala fede che tentiamo di occultare le nostre nefandezze, le nostre nequizie più malvagie, individuando un cattivo comune, un nemico di turno che funga da catalizzatore del male: da maledire, condannare, eliminare. Le pietre e le travi restano conficcate, nei nostri occhi, nelle nostre mani, lorde.

Con indolente leggerezza, nell’ambito di uno spettacolo brillante, anche Teresa Mannino, denuncia la nostra pseudo follia; le sue parole di ironica (non ho scritto iconica) saggezza, dovrebbero offrirci spunto, non solo per sorridere: per agire con intelligenza, con lungimiranza;

come razza, siamo diventati così stupidi e arroganti che ci illudiamo di migliorare attraverso la tecnologia, quanto la Natura ha creato e reso perfetto nell’arco dei millenni.

Nessuna sciocca invenzione, manipolazione umana, supererà mai un alto stelo di grano, né la corona di erbe spontanee che rendono i suoi chicchi unici, per proprietà nutritive e sapore.

Dalla guerra guerreggiata, alla guerra fredda, auspicando che il procedimento evolva in fretta in pace, anche fredda shakerata, da gustare, sorbire: con immenso piacere.

Pacifici anonimi incalliti (PAI, come le imbattibili patatine dell’infanzia), comprimari anonimi.

Però, pensanti.

P.S. Se Simenon fosse troppo impegnato in uno dei suoi viaggi intorno al mondo, come consolazione di lusso, mi appellerei a Jiro Taniguchi: comparire all’improvviso nel suo capolavoro L’Uomo che cammina, in compagnia del fedele amico a quattro zampe, sarebbe un onore; nel ruolo del camminatore, o nel ruolo del cane.

Lettera bacio testamento

Lettera a Te, caro carissimo Fedor.

Hai molte colpe, a partire dalla nazionalità di nascita: ucraino, russo, russo ucraino, viceversa o all’unisono. Che confusione, sotto il Cielo tutto è ingarbugliato, l’animo umano e la mente sempre più, all’ennesima potenza, dell’impotenza congenita.

Come in una fulminante vignetta di Mauro Biani, Tu pensavi molto, troppo, e, soprattutto, scrivevi; questo ha decretato la Tua condanna postuma, oltre a quelle subite in vita per le tue idee libertarie, poco gradite al regime degli zar. Qualcuno dice che la storia – a differenza di Paganini – offre repliche: la prima in forma di tragedia, la seconda con l’abito della farsa. Noi, qui, siamo giunti all’idiozia conclamata, dispiegata, rivendicata con orgoglio.

Incredibile quanto le tue opere contemplassero e analizzassero con il pantascopio dell’intelletto tutte le nevrosi, i limiti dell’uomo moderno; schiacciato dalla geometrica potenza degli edifici urbani, spersonalizzato dalla massa che sono tutti, tutti contro l’individuo solo, monade inadatta, incapace di reagire agire affermare un proprio pensiero, assalito dallo spleen, dalla noia del vivere che si muta spesso in risentimento, in odio anche per le offese non ancora ricevute e che rischia di tracimare in volontà di auto cancellazione o di annientamento dei propri simili.

Capisci anche Tu che meriti il rogo, la condanna alla damnatio memoriae.

Come la cultura latina, come Dante, come lo stesso Luigi Pirandello: ammirati, studiati in tutto il mondo, ma oggi meritevoli del marchio d’infamia, meritevoli di essere messi al bando, all’indice, rei in toto di non avere mai preso le distanze dal regime fascista, espressione impura di una pseudo cultura, autoritaria repressiva coloniale. Tié.

Si resta poi sbigottiti al cospetto dell’arrogante impudenza con la quale certi politicanti, ex o in attività, pretenderebbero anche applausi e patenti di santità per i loro ruoli, alquanto opachi, di consulenti speciali per aziende nazionali, auto proclamati, auto innalzati paladini dei prodotti indigeni sui mercati internazionali: misteriosamente, quasi sempre, tali prodigiosi prodotti sono armamenti letali o fonti fossili inquinanti di energia; mai parmigiano e prosciutti, per fornire un esempio banale, ma saporito assai.

Il tempo scivola via: come i Nomadi vorrei cantare non è stato tutto inutile, ma che le bombe non siano propense all’ascolto delle altrui ragioni, lo sapevamo prima di costruirle e venderle; mi preoccupano di più le sordità intellettive selettive delle degli smidollati smidollate in teoria rappresentanti del mondo dei buoni. Invio un bacio al cielo, consapevole che scrivere missive non sia mai stato una questione semplice; scrutando lo spazio, spero possa un giorno arrivare, da qualche galassia indipendente, l’Arcadia di Capitan Harlock.

Se fossimo costretti a vergare un testamento – soprattutto spirituale – sarebbe confortante, auspicabile applicare il metodo Ennio (Morricone, assai simile a quello del Manzoni):

pensarci su, al cospetto della pagina intonsa e bianca, pensarci bene, per poi regalare all’umanità bellezza senza tempo, bellezza autentica, bellezza universale.

Come una musica inafferrabile, nel vento astrale.

Scorie scandalose

Pagina dello scandalo, non ho scritto sandalo; del resto, non sono degno di scrivere, né di allacciare i calzari, a chicchessia.

Chi sarà mai questo Chessia (assonanze, prima che ci colga il sonno)? Forse un lontano cugino di Carneade.

Non riusciamo a decidere in modo radicale una strategia operativa per eliminare e soprattutto non produrre monnezza inquinante sulla Terra, ma siamo già riusciti a colmare lo spazio sopra le nostre teste – spesso vacue, vuote – di detriti di fabbricazione antropica, compreso il moncherino di razzo cinese che il 4 marzo si schianterà ufficialmente sulla nostra Luna smarrita; battezzandola quale ennesima discarica abusiva dei nostri veleni, mentali e spirituali.

Bisognerebbe sperare in un Drago volante come la magnifica illusione sotto forma di aurora verde fluorescente, nel cielo d’Irlanda, nel febbraio del 2019, un drago sputafuoco in grado di eliminare all’istante con il suo alito venefico, salvifico, ogni corpo solido nel suo raggio d’azione; sarebbe comodo, troppo comodo e come sempre assolutorio per la nostra idiozia, la medesima da decenni; la stessa che, nonostante la drammatica situazione ambientale, per ignavia e pigrizia demoniache, ci spinge a illuderci sulla improbabile, inattuabile soluzione criminogena di sempre: nascondere polvere e briciole tossiche sotto il tappeto. Come nel Lazio, come a Roma, dove qualche anima bella, anzi brutta, pessima, mutando nome alle consuete, consunte schifezze di palazzo, ha creduto di poter riesumare impunemente uno pseudo progetto di discarica – abusiva già dalla sola idea, prima che criminale per il buon senso e per le leggi – accanto a Villa Adriana, patrimonio Unesco dell’umanità (sempre più lisa, quasi elisa, disperata), vicino alle amene aree collinari di Tivoli, un paradiso sul pianeta, se non ci fossero gli interventi offensivi dei miseri, miserrimi bipedi; inadatti al volo, planare e non solo.

Nel tempo del pan nazionalismo – o pannazionalesimo, come avrebbero detto i saggi all’osteria – di stretta osservanza europea (niente popò di meno che), non ci siamo accorti delle 30 guerre che dilaniavano il nostro piccolo pianeta, ma quando ci hanno imposto di condannarne una, ci siamo allineati, scattando in piedi all’unisono, sorvolando come bombardieri sulle armi costruite e vendute dalle nostre aziende, sicuramente a fine del bene. Come scrive Francesco Merlo, a certi iper cattedratici (ansiosi di censurare un corso su Dostoevskij, colpevole di essere nato in Russia), bisognerebbe regalare in formato audiolibro L’idiota; costoro poi forse ignorano, postilla personale, che spesso, perfino il re, annoiato dal servilismo bolso e acefalo di certi realisti più realisti di lui, per scuotersi dalla noia e rinnovare il sollazzo, ordina ai suoi soldati: celeri decapitazioni degli stessi laudatori, fino al giorno prima in gara spasmodica per magnificare le gesta, le imprese, i progetti audaci del sovrano.

Idee scandalose, in accezione negativa; non come il corpo nudo del Poeta, ritratto su pellicola dal fedele amico fotografo, non come il suo corpo straziato, riverso sulla rena (sopra un brandello di litorale popolare, trasformato in arena, per farne carne da macello, martire da offrire in estremo sacrificio alle menti ristrette, alle coscienze sdrucite): scandalosa ogni sua parola, perché il poeta vero, proprio come il vero profeta, scandalizza, deve scuotere dalle viscere, con le sue parole, con le sue azioni, con la sua stessa presenza fisica sulla terra, accanto a noi, in mezzo a noi; un destino lucente e crudele: condanna l’eletto a vivere dentro il consesso umano, additato, in fondo ostracizzato per la sua preziosa alterità, capace di abbracciare e scandagliare con la mente superiore ogni anima dei suoi simili e per questo condannato nel momentaneo transito planetario, all’invidia generale, all’odio insulso delle élite e delle masse – l’ipocrisia dello stigma collettivo, per rimuovere le colpe individuali – ad una suprema solitudine esistenziale. Dall’Olocausto – caustico finale – ai giardini dell’empireo: Olimpo, con pioggia di foglioline d’alloro.

Una Olivetti lettera 22 non è un orpello archeologico, ma la miniera delle parole, la fabbrica della fantasia, il tesoro dello zio, detto Mario l’aviatore.

La vera libertà non è mai gratuita e agli eretici, come premio, di solito spetta il rogo, da protagonisti:

sulla pubblica piazza, con mordacchia sul viso.

La guerra non mi è mai sembrata tanto schifosamente orribile come ora: ma non si è mai pensato cos’è una vita umana?” (da una lettera di PPP all’amico Franco Farolfi, estate 1943).

Agone

Discesa agli inferi, scendere, o risalire, nell’Ade; con o senza guardiani, ché in assenza di indicazioni, magari rischi di intraprendere la strada, quella giusta.

Speriamo non sia il sentiero delle buone intenzioni: tutti innamorati, appassionati della pace, ma la guerra fatale vanta sostenitori, corteggiatori – sponsor – migliori; meglio strutturati, economicamente, mediaticamente.

Calarsi, anche senza apnea, nei sotterranei, nei bassifondi, nelle viscere oscure dell’umanità; accorgersi poi di essere precipitati dentro lo stadio, non finale, non ultimo, di Domiziano, dannata – anche d’annata – memoria; sotto, dentro piazza Navona, senza sciocco mercimonio; purtroppo, senza fontane.

Servirebbe una botte di rovere, quale riparo e un lumicino non funebre, non funereo, per ricercare con costanza l’uomo; prima o poi, da qualche anfratto, da qualche recesso – senza allusioni – dovrà saltare fuori.

Nel buio, con ostinazione, coraggio, financo ottimismo ché a volte, più c’è luce – istituto della luce – più arduo distinguere le questioni, i dettagli essenziali. Vorrei essere trasparenza totale, per accogliere il cielo, mare calmo senza minima increspatura per riflettere fedelmente le cose, visibili invisibili. Marguerite e Margaret ci hanno mostrato come e cosa fare; se non le conoscete, presentatevi, con sollecitudine.

Lo sapete – avrete certo avvistato anche voi – Moby Dick, o il di lei daimon: come in un capolavoro di Miyazaki, galleggia, imperturbabile, sopra la piazza. Forse vuole verificare di persona – anzi, di cetaceo – se la leggenda metropolitana dello stadio riconvertibile in arena acquatica per naumachie abbia qualche fondamento.

Di sicuro, per non fare buchi nell’acqua, le fondamenta della piazza e dei suoi palazzi, affondano, poggiano, sullo stato, stadion, sotterraneo; stadio agonistico: buone corse, buon pancrazio, per tutti.

Dovremmo essere di nuovo e sempre in agone, come umanità, nei confronti della vita, della politica, prima di terminare in agonia afona da resa incondizionata.

Servirebbe una secessione, come quella di Klimt e dei suoi colleghi: spalancare finestre e orizzonti, per aerare ambienti asfittici, scardinare convenzioni, disarcionare mummie incartapecorite.

Vivere almeno per un giorno sul battello fluviale fantasma, ormeggiato in mezzo al Tevere; condividere pasti pensieri passioni progetti, con gabbiani e sans papier.

Congedarsi dalla giornata, osservando insieme a questi nuovi amici un tramonto marziano e un arcobaleno invertito, detto circumzenitale;

nato dalla rifrazione della luce su frammenti di ghiaccio nei cirri, a picco sopra di noi, ci invita a alzare la testa:

per sorriderci, con nuovi vividi colori.

Guerra è bello, per chi incassa

Chi sono io – io son chi sono, forse – per citare me stesso?

Tuttalpiù, mi cito in tribunale, reo confesso – confetto, sarebbe meglio, con mandorla di Noto, grazie – al cospetto della giuria più implacabile inflessibile: la mia coscienza.

Sai Bertoldo, lo scrisse anni fa, con dotte opportune citazioni, Alessandro Baricco: la schifosa guerra è bella, in senso perverso; esercita sugli uomini, dai primordi del nostro insano apparire, un magnetismo malato irresistibile: elmi corazze spade urla belluine strategie e tattiche l’ardimento l’audacia il sangue la crudeltà, talvolta, in casi unici più che rari, onore e empatia.

Le zampogne e i tamburi che incalzano, gli aedi che declamano: cosa importa a chi ama Marte – causa profitti senza limiti – dei bravi cittadini, dei bravi contadini, delle madri e dei bambini, dei vecchi che restano a terra, polvere sangue sudore, spazzati via dal vento, in un attimo? Fino a quando c’è polemos, c’è speranza di affari loschi, travestiti – in modo grossolano – da grandi questioni di principio: incasso io, incassi tu? Incassiamo noi, auto proclamati ottimati aristocratici, i popoli e il pianeta si arrangino da soli, o si rivolgano agli aruspici.

Guerra è pace, guerra è dovere categorico, guerra è bello, con le bombe intelligenti e i droni; guerra è magnifico, per chi incassa, non si incassa e gongola, con le pupille a registratore di cassa – Zio Paperone di Carl Barks, al confronto, appare un autentico filantropo – anzi, a matrioska nel paradiso fiscale: tanto dentro una cassa o in una voragine finiscono solo civili ignari di come si impugni una fionda, inconsapevoli del perché qualcuno voglia sganciare contro di loro ordigni letali. Come predicava solitario nel deserto l’odiatissimo Gino Strada – nel mondo delle menzogne il criminale peggiore è colui che racconta la verità – odiato soprattutto dagli ipocriti farisei che, in favore di telecamera, spergiuravano di amarlo.

Quando la farsa muta in tragedia, i comici peggiori, i più falsi e velenosi, invocano misure draconiane: sono gli stessi che stringevano solo pochi giorni prima patti inconfessabili, accordi remunerativi con i cattivi di turno, pronti a mimetizzarsi nelle tane per poi omaggiare, inchinarsi, lodare, dietro cospicua mercede, i cattivi successivi, nuovi, sostitutivi. Franza o Spagna purché se magna. Neanderthal si vergogna per noi.

La fiaba nera del più lungo periodo di pace mai vissuto – appunto: mai – dall’umanità, fiaba, perché il mondo continuava a essere dilaniato da massacri e olocausti a più latitudini, anche a nostra colpevole insaputa, conferma l’antico adagio di Trilussa/Proietti: dopo il macello, i soliti famigerati, tra tavole imbandite e crapule inaudite, sproloquieranno di pace e lavoro, per incamerare più quattrini di pria e rendere il popolo cojone , sopravvissuto alle bombe intelligenti, più rintronato e schiavo che mai.

Il bravo Maurizio Maggiani ha tentato di spiegarcelo con sagace ironia, attingendo all’etimologia: la guerra werra per i Germani significava gara, al massimo gazzarra agonistica tra le tribù, mentre per i nostri padri Latini, bellum, dalla radice accadica, belum ossia potere esercitato dal re e da bullu: senza eufemismi, abbattere, sterminare, distruggere. Purtroppo, ancora oggi sperimentiamo nella storia del progresso umano, quale delle due forme sia diventata predominante, totalizzante, monopolizzante.

Come in quel video degli anni 80 del mondo perduto – anima dispersa – del mondo dissolto, del mondo che se ne andrà in una dissolvenza nucleare – le genti stanche dei soprusi e delle vessazioni dovrebbero andare a prelevare con garbo (anche meno) gli ottuagenari rincoglioniti che, esaltati da pilloline di testosterone chimico, predicano la santità dei conflitti ma pigiando un tasto mandano a morire milioni di persone innocenti; dovrebbero rinchiuderli dentro un’arena blindata, costringerli a salire sopra un ring, accomodarsi sulle poltroncine e con bibite e patatine, assistere al deprimente catartico spettacolo della lotta all’ultimo sangue: dei sedicenti uomini forti, tutti contro tutti, tra loro; uomini forse, ominicchi di sicuro.

Il Carnevale finisce male, cantava profetica Casco d’Oro, ma si riferiva alle pene d’amore;

dopo più di mezzo secolo, quelli che avrebbero dovuto imparare dalle tragedie globali, stupida pandemia (pandemia della stupidità) compresa, non hanno ancora decretato il bando definitivo di armamenti e guerre.

Nonna Pina ha capito tutto, inutile preoccuparsi della salute e dell’equilibrio ambientale della Terra: con la soluzione finale nucleare, semplicemente non sorgerà alcun giorno dopo.

E in cassa giaceranno infine, alla fine della fiera, anche gli amici della guerra; però sarà una cassa extra lusso, di platino, con illuminazione eterna, alla deriva perenne nel cosmo:

vuoi mettere il privilegio.

LA GUERRA CHE VERRÀ (bonus track)

di Bertolt Brecht

La guerra che verrà

Non è la prima.

Prima ci sono state altre guerre.

Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Fra i vinti la povera gente faceva la fame.

Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.

Quasimodo (quasi, todo modo)

Pagina degli occhi di Quasimodo.

Guardarci dentro, guardare sul serio, per vedere, per precipitare negli abissi: della deformità, della schiavitù.

E’ stato Metropolis a creare lo schiavismo dell’uomo senza personalità nel mondo moderno, o viceversa, il mondo moderno a partorire l’aberrante incubo cinematografico di Fritz Lang?

E’ il despota che ama e rafforza all’ennesima potenza il suo dispotismo, o sono gli schiavi ad amare alla follia – scherzo o follia della mente? – la loro condizione di infelice, disperata assenza di libertà e coercizione?

Come era bello sopravvivere ubbidendo ai comandi dall’alto, ma di uno solo.

Con i Faraoni dell’Antico Egitto – prima che Kenneth Branagh sbracasse e in senilità si impegnasse per rovinare i capolavori di Agatha Christie – ci si spaccava la schiena da mane a sera a da sera a mane, trasportando lastroni di granito, ma le nutrienti scodelle di riso e lenticchie erano certe e gustose; abbronzatura gratuita garantita.

Quasimodo ci osserva dall’alto della sua cattedrale, prigione o rifugio, insieme ai suoi amici garguglioni – l’onomatopea in rima potrebbe ingannare – insieme alle sue campane, che fa cantare a squarciagola per risvegliarci dal nostro lungo sonno, letargo, torpore: lo sapete che i medici egizi già effettuavano operazioni chirurgiche al cervello? Lo sapete che – Vichinghi a parte – un navigatore islandese, Leif Erikson, raggiunse le Americhe 500 anni prima di Cristoforo (gridando dal suo drakkar: terra nova, terra nova!)? Lo sapete che la Bibbia di Gutenberg non fu il primo libro stampato con la tecnica dei caratteri mobili?

Gentile Michele Ainis, in fondo, scoprire che la nostra amata stimata venerata Costituzione, nella sua veste tipografica del 1948, differisce dalle copie amanuensi e dattiloscritte preparatorie, non è poi così sorprendente; tanto non la conosciamo lo stesso. Al limite dell’ignoranza, si potrebbe lanciare un grande concorso a premi: trova le differenze. Ai primi 10 fortunati, abili osservatori, nonché (e)lettori, spetterà il reintegro dei loro doveri/diritti sanciti dalla Costituzione: quella originale, ovvio.

Fiumane di adolescenti indolenti elettrici sciamano via, confusi infelici vocianti, mentre permane la sensazione che la voglia, la fame di vivere sia un’attitudine, una peculiarità da curare, da coltivare anche con feroce passione; la struggente gratuita bellezza del mondo cura – cura da tutelare, preservare – dovremmo capire che quella è la vera risorsa, per tutti.

Artemisia o Caravaggio? Caravaggio o Artemisia? Artemisia e Caravaggio, potrebbe essere la giusta opzione; Merisi, certo saprai che un tempo, Oloferne aveva un diavolo per capello e tanti grilli per la testa – non era semplice essere un generale assiro con beghe politico militari in Giudea – , ma Giuditta lo ha sistemato: per le feste e oltre. Con un taglio netto, ei fu passato remoto.

Caro Quasimodo, se un nuovo mondo ci sarà, se sarà possibile ricreare un nuovo consesso umano civile, anche dovesse trattarsi di una tirannia – illuminata più di ogni forma di governo o, todo modo, per volontà divina, riuscita malriuscita (la forma di governo, non la volontà divina) – spero si possa vivere dentro:

la tirannia della farfalla.

Prove tecniche (di Primavera)

Benvenuti nella vita, reale.

Così cantavano le lacrime causa paure, fobie che si sono geneticamente mutate in rabbia. Rabbia senza canali di sfogo, rabbia allo stato brado.

Palestre sociali ove allenare la rabbia, sfiancarla con fatiche immani: sono state chiuse, abolite, interdette; si resta interdetti al cospetto delle dinamiche fallocefali del potere.

I rimedi sono approssimativi, ne resterebbe uno, autogeno endogeno : tramutare la rabbia in piccoli gesti d’amore; con questi chiaroscuri – spalanca gli scuri e anche le finestre, per consentire all’ossigeno e alla luce di espandersi, ovunque – prevedo procedure farraginose per stabilire, davanti ad una zuppa di farro, cosa sia amore, cosa resti escluso dal novero.

Novizi dell’amore, a voi l’ardua scelta: in ritiro spirituale sulle rive di un lago montano di origine vulcanica, abbandonarsi alla contemplazione, o dedicarsi alla cura delle rive, tempestate da miriadi di sfumature di screziature di grigio nero lavico? Mentre acque e nubi si compenetrano, si confondono e cigni imperturbabili regali magici volano e nuotano, indifferenti con naturalezza alla dissonante presenza umana.

Ossigeno, rarefatto, fatto(si) raro in alta quota: scalare montagne e trovare ancora altro rumore, altra plastica letale, altro veleno, in quell’aria che era preziosa, più del platino.

Atarassia, disponibile in soluzione idroalcolica, in compressa zigulì, presso lo speziale? Mi servirebbe un infuso di atarassia – non avrebbe per caso foglioline di atarassaco per me? Grazie – perché il puro Cynar solitario del maestro Calindri non basta più per attutire, per alleviare, per parare i colpi delle frenesia, della schizofrenia, della crudeltà, di questa vita pseudo moderna. Logorio, una ottimistica chimera.

La memoria sarebbe un dovere morale, contro ogni forma di negazionismo, contro ogni deriva – de riva? erudito trattato geo filosofico sulle rive di Mompracem o altri scogli pirati? – pericolosa anti storica? Il noto intellettuale – uno dei tanti – lo sostiene con inusitata vigoria, ma non fornisce soluzioni o escamotage alternativi quando la memoria si dimostra nei fatti ingannevole più di tutte le cose, le altre.

Aspirare alla semplicità, senza essere sempliciotti; processare la complessità, nel senso di metabolizzarla per vivere con sintesi critica, un piede nella vita reale l’altro nel futuro, qualunque concetto nasconda questa parola; testa ritta senza tensioni, per immergerla nei sogni, nelle nuvole, nei progetti, i più arditi.

Le foglie di ortica – avrete spero anche voi assaggiato il risotto, senza cercare la peluria (dell’ortica) nei chicchi – sono già forti, verdi, brillanti; le primule bianche e gialle mostrano con cauto pudore la loro acerba, rinnovata bellezza: prove tecniche generali di Primavera.

Ennesima ciclica conferma:

la vita trionferà, ancora una volta; nonostante l’umanità.

Anzi, trionferà a prescindere:

con o senza.