Fiery ethereal birds fly out of an ancient burning book on a library floor.

Esilio volontario

I libri non bruciano, hanno scritto i tipi in esilio sull’Isola di Robinson; senza interpellare il buon Venerdì.

Ottimismo sfrenato, o illimitata fiducia nel potere salvifico della cultura?

Forse, non bruceranno – tra l’altro, considerata l’odierna voracità energivora, potrebbero diventare un auspicabile ausilio – ma, ancora oggi, anche per chi non ne ha mai letto neppure uno, rappresentano un arredo indispensabile: di classe, se non altro.

In alternativa, possono essere utilizzati come ‘tacchia’, o zeppa, se prediligete: per mobili e suppellettili antichi e claudicanti. Se non ci credete, o nutrite perplessità, chiedete con fiducia al ‘conte’ romano Montesano.

Non bruceranno, ma ditelo a quel bravo ragazzo di Guy (Montag, o Ray Bradbury, attento papà letterario), vigile del fuoco che, dopo aver conosciuto la misteriosa e ‘distopica’ Clarisse, invece di attizzare roghi di volumi, per ossequiare un regime autoritario (tirannico?), si ribella, unendosi – scandalo, anatema su di lui – a un gruppo di intellettuali; per salvare i libri, memorizzandoli.

Ancora, chiedete informazioni brucianti a Fabio Stassi, romanziere e intellettuale italiano di vaglia; dopo lo shock pandemico, si è reso conto che non avrebbe più potuto scrivere romanzi come prima. Non ne avrebbe avuto le risorse, sarebbe stata una reiterazione di azione culturale – magari di soddisfazione – eppure, ormai priva di senso. Così è nato Bebelplatz, resoconto autobiografico sul suo viaggio negli istituti italiani di cultura in landa teutonica, da Amburgo a Norimberga. Un viaggio di formazione e riscoperta: il 10 maggio 1933, a mezzanotte, non streghe e vampiri, ma folle di fantasmi abilmente (mente?) esagitati e indottrinati dal regime nazista, diedero l’assalto a biblioteche e librerie, per trafugare gli odiati libri e accendere falò propiziatori – per così compulsare – per inaugurare una nuova era, “perché l’uomo tedesco del futuro, non sarà più un uomo fatto di libri, ma forgiato dal carattere“. Del resto, così aveva sentenziato Joseph Goebbels, arringando la folle folla, a Bebelplatz, in Berlino.

Un’era di violenza, di censura, di bombardamenti sui civili, di continue distruzioni di tomi; a dimostrazione, amarissima considerazione, che i criminali globali dei giorni, nostri hanno copiato a piene mani dalle lordure del passato; anche l’antichità, basti pensare al rogo doloso della leggendaria biblioteca d’Alessandria d’Egitto, non è esente, né fu immune, dal commettere crimini contro l’umanità.

Fabio Stassi scopre e ci racconta che in questa moltitudine di autori e autrici invisi agli hitleriani, ci furono anche 5 ‘reprobi’ nostri connazionali: Pietro Aretino, cantore delle libertà rinascimentali; Giuseppe Antonio Borgese, utopista e cittadino del mondo; Ignazio Silone, antifascista radicale; Maria Volpi, narratrice disinibita e divulgatrice del diritto delle donne al piacere e all’indipendenza; Emilio Salgari, antimperialista convinto e per questo notissimo e idolatrato in Sudamerica.

Una conferma di quanto ogni lettore sia considerato pericoloso e dannoso dal ‘potere’, in ogni epoca, ad ogni latitudine; perché sa viaggiare con la mente, si pone domande, è curioso, alimenta di continuo l’immaginazione. Leggendo impara la ribellione, il rifiuto del conformismo.

I libri, per fortuna o destino, sono arabe fenici.

Non accendo roghi – di qualsivoglia natura – accendo la volontà di perpetrare e difendere, la cultura e i libri.

Come ha scritto Alberto Manguel, scrittore e traduttore: “Da qualche parte nel mondo una mente sta ideando parole da tracciare con la mano e da decifrare con gli occhi in mezzo al fumo e alle ceneri“.

Per questo, qualora servisse, sceglierei l’esilio volontario, come Guy Montag, per questo allenerei la memoria – non dell’IA! – per tutelare le preziose parole scritte:

Le parole hanno il potere di distruggere e di creare. Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo“.

Forse, lo insegnò Buddah, forse si tratta solo di una bella leggenda;

però ci offre speranza, contro tutto il male sulla Terra.

50enni animati

L’Unicorno irrompe a spron battuto – nemmeno fosse l’immortale destriero bianco di una antica reclame – nelle nostre anguste stanze mentali e accende, ci porta in dono, reca seco (con sé), una salutare scia luminosa d’immaginazione.

Pochi giorni di anno 2026 – siamo sicuri? – e già agogniamo, in modo spasmodico, il prossimo, ma fingiamo, tentiamo di resistere agli urti della nostra vita mondiale; magari, poggiando, avendo fiducia in loro: eroi, eroine, nati dalla fantasia, “non dalla logica, o dai dogmi, per questo nessuna macchina, per quanto potente e evoluta, potrà mai fare davvero letteratura“.

Le donne e gli uomini, peculiarità rarissima, anzi, unica, annoverano un potere, il loro unico super potere, insito, non replicabile: come dice lo scrittore Julio Cortazar, “possiedono l’immaginazione, per sperimentare il mondo nella mente, prima di sperimentarlo nella carne“. Le flebili parole, la fragile narrazione, aiutano i bipedi a prepararsi, a strutturarsi, a organizzarsi per affrontare la vita, per escogitare soluzioni alle sue inevitabili difficoltà.

Nessun problema nel risolvere problemi, piccoli e grandi; solo l’imbarazzo della scelta: meglio il Golem o la ‘famigerata’ IA, meglio Pandora o gli algoritmi, con relative app? Tempo fa, avremmo ingenuamente scherzato: ai poster (i), l’ardua sentenza.

In realtà, meglio l’umano, fallace, ma dotato di formidabile creatività, limitato, ma capace di superare i limiti con la sua empatia, piccolo, ma capace di ritrovare la rotta anche sballottato dai marosi, grazie alla sua moralità. Alberto Manguel, altro scrittore, ci dice che le macchine non saranno mai in grado di concepire un personaggio “ineffabilmente complesso come Pinocchio“, potranno, al massimo, fornire una brutta copia, “una falsariga di pseudo Alice“, mai una copia dell’originale. Macchine, ottime ‘alleate’, non individui senzienti e indipendenti dall’uomo. Persino le ‘entità portentose’, “se gestite con noncuranza, possono rivoltarsi contro i loro inventori“.

Jeanette Winterson, scrittrice – curioso, citare solo persone che vivono e si occupano di ‘cose intangibili’ come le lettere – ci offre un punto di vista altro: “l’intelligenza alternativa, non artificiale visto che ci serviamo di miriadi di oggetti che sono artificiali, non naturali, è ciò di cui il genere umano ha bisogno ora, visto che il nostro modo di pensare ci sta conducendo verso l’estinzione, attraverso il collasso planetario o la guerra globale“.

Eppure, nonostante tutto, confidiamo ancora, forse chimericamente, nei 50enni animati; meglio, in chi, bambino, si è appassionato e, attraverso e grazie a loro, ha saputo costruirsi un’esistenza con priorità e valori morali, ineccepibili, indistruttibili.

Ape Maia – il più popolare insetto animato alle nostre latitudini – celebrato con una mostra, e, addirittura, con un musical; non solo, anche Heidi, Goldrake, Candy Candy, Capitan Harlock, Lupin III, Conan, Jeeg, Remi, Anna dai capelli rossi. ‘Anime’ fragili, come le parole cui accennavo più su, anime giunte dal sol Levante, diventate in breve, parte del nostro patrimonio culturale, “perché – come spiega Marco Pellitteri, professore di Media, nonché grande esperto di fumetto e animazione nipponici – queste serie hanno plasmato l’infanzia di una generazione, in un momento di trasformazione sociale e mediatica unica. La loro forza è stata la capacità di travalicare l’epoca della prima messa in onda, generando un codice affettivo e narrativo condiviso. Le storie di amicizia, lealtà e scoperta di sé, sono universali e atemporali“.

Non resta che travasare questi ‘anime’ nei governanti e plutocrati contemporanei e l’impresa sarà compiuta;

o, in alternativa, sostituirli: direttamente con questi personaggi di ‘fantasia’, o, per interposto interprete, con la comunità di noi, 50enni (suppergiù) ‘animati’.