Young person with backpack overlooking ancient stone ruins in a mountainous landscape at sunset

Alba melanconica

Qualcuno – insonne, o mattiniero assai, causa afa tropicale – se lo sarà chiesto;

qualcun altro, magari la stessa persona, dopo arguti ragionamenti, speculazioni filosofiche, intuizioni geniali, avrà risposto, alla fatidica domanda, al quesito, non da quiz generalista, esistenzialista, al domandone da 100 pistole (non armi, opere di bene):

a che ora è la fine del mondo?

Una curiosità umana che aleggia, anzi incombe, da un certo lasso di tempo: mille e non più mille

La musica pop/rock si è infine appropriata della questione, non così peregrina (pellegrina?), come potrebbe apparire ai meno avveduti; penso a Ligabue – non Antonio, come mi verrebbe istintivo indicare, ma Luciano – il quale, nel 1994, riscrisse la canzone originale del 1987, opera di Michael Stipe e dei suoi REM, forse già ‘orfani’ di religione, ma smaniosi di domande cruciali.

Fine del mondo – prima o poi, accadrà (valutando il QI di certi bipedi, prima) – come lo conosciamo, anche sconosciuto, ma loro (i REM) garantivano di sentirsi bene; entrambi, Michael Stipe e Ligabue, furono spronati da motivazioni impellenti, diverse, ma, così narra la leggenda, ispirati da uno stesso episodio storico: nel 1938, il grande attore e regista statunitense Orson Welles, organizzò negli Usa uno scherzo radiofonico con finalità sociologiche (la pervasività e la credulità di massa, orchestrata dai media), intitolato La guerra dei mondi – mi rammenta qualcosa.

Dopo la trasmissione, un’ondata di panico generale si diffuse in molti stati a stelle e strisce, al centralino del New York Times giunsero centinaia di telefonate, con richieste di aiuto o spiegazioni sulla “drammatica situazione“. Un uomo, in particolare, seriamente e con tono grave, chiese: “A che ora è la fine del mondo?“.

Non so se Massimo Troisi, con la sua ironia partenopea, avrebbe risposto (non mi permetterei mai di attribuirgli parole, intenzioni); forse, lo immagino io, si sarebbe servito, dopo aver indicato un fantomatico orario, di una sua celebre battuta: “Mo’ me lo segno“.

Fole a parte, il premio Nobel per la Letteratura, l’ungherese Laszlo Krasnahorkai, non ci concede margini di speranza, meno che mai di leggerezza: il nostro mondo è già finito, continua ad agitarsi inutilmente, solo per pigra abitudine, per inerzia.

Eppure, da qui, nonostante le macerie, di noi stessi e delle nostre variegate civiltà, potremmo recuperare un esile barlume di coscienza collettiva, capire perché le comunità, ad un certo punto della loro parabola, optino per “la rinuncia a giudicare e per la delega ad altri del peso e della responsabilità della libertà“. Magari, ripartire, tentare, con vera, buona volontà.

Nonostante noi, la speranza si annida nei luoghi, o nelle cose, o negli esseri meno pensabili; cosa direste, voi, se, invece dell’epilogo, la salvezza del Pianeta dipendesse da un semplice cespuglio? Non potrei compulsare senza esitazioni e dubbi questa conclusione, però l’ultima creatura letteraria di Dario Voltolini (Il cespuglio, per le tipe e i tipi di Aboca), mi induce, nell’alba agreste, ad abbandonarmi, senza ritegno, né vergogna, a tale modesta speme; auspicando non si tratti dell’ultima dea, ma della prima, per la rinascita, dell’armonia e della bellezza.

Il cespuglio giramondo, globe trotter vegetale, vaga per le contrade della Terra e sparge ovunque tutti i semi raccolti e custoditi durante il suo viaggio; con l’obiettivo finale di raggiungere Central Park e collocare l’ultimo, prezioso seme.

Altro che distopia, per scomodare un tema passato.

Socrate, Sigmund Freud, a me: il male oscuro, caro e affascinante per gli intellettuali, mi attanaglia e mi tormenta?

Tra i primi baluginii del nuovo Sole, battagliero e luminoso (perfino troppo) di questi strani giorni e i miagolii affettuosi delle feline del borgo, insisto nella mia folle opinione:

le storie distopiche releghiamole agli archivi antichi, le abbiamo ampiamente superate in curva, più e più volte, con la distruzione dell’Ambiente, consegnando le nostre vite all’IA, consentendo ai plutocrati criminali di scatenare guerre a scopo di lucro che annientano popoli.

Non vagheggiamo un ritorno all’Utopia – come diceva quel Saggio, non è un’idea irrealizzabile, basta trasformarla in progetto concreto – , stop presunti derby letterari o sfide filosofiche all’OK Corral, chiediamoci senza appello:

a che ora (ri) comincia la vita vera?

Se la memoria fosse un inganno

Molto citata – senza essere Cita – spesso e volentieri a sproposito: invocata, auspicata, incensata; chissà poi perchè.

Si fa presto a dire, evocare la memoria: quale?

Niuno lo sa, niuno la conosce: davvero.

Memoria (forse, memorie) umana o memoria artificiale, quella dei computer che già hanno conquistato il sopravvento, in attesa, molto breve, di rimpiazzarci; ecco il primo bivio fatale, fatidico, decisivo.

Bivio non casuale, bivio del destino.

Il destino, inesorabile, bussa alle porte: impossibile non aprirgli, o simulare l’assenza, magari il sonno, financo un malaugurato scambio di persona, una sfortunata omonimia.

Il destino, anche senza titoli accademici – dottore? certamente mi confondo – è dotato di una memoria formidabile, senza necessità di artifici, senza ausilio di quella tampone, senza abbisognare di espansioni di quella definita RAM (dagli esperti, di cosa non si sa).

La Quaresima spalanca le sue braccia ampie e avvolgenti, ma il folle, ilare, burlone Carnasciale – con o senza scialle, con maschera d’ordinanza – resta in agguato; la memoria, talvolta faceta come Lui, agisce per confonderci, per indurci in errore, in tentazione e ridere della grossa, di noi, dei nostri buffi errori, della nostra ingenua credulità.

Del resto, non è semplice districarsi tra memoria sensoriale, a breve o lungo termine; ognuna possiede sue caratteristiche, ognuna si dispiega – dipana? – in circostanze e ambiti molto precisi, idonei, appropriati.

Di solito, ma anche no.

Potrei autocitare un aneddoto minimo, trascurabile, per carità, ma esemplificativo: per anni, ammiratore della Lady del Giallo, Agata Christie, vidi innumerevoli e svariate volte il lungometraggio tratto dal celebre romanzo Assassinio sul Nilo, ma sempre solo ed esclusivamente il primo tempo. Nei meandri della memoria, personale e fallace, nonché birbona, si sono accumulati decine di inconvenienti che, nel flusso del tempo – regolare o meno – , mi impedivano un tranquillo assistere al valzer degli eventi, fino all’agognata, auspicata, trionfale conclusione; epilogo, se preferite.

Tutto questo si è protratto, replicato con insolite varianti, per un decennio almeno – doppio piano quinquennale, senza essere mai stato confinato in Siberia; per ora – , con il dubbio, sempre più cocente, mai angosciante, che gli ostacoli alla visione completa del film fossero solo una pia, chimerica illusione. O uno scherzo della vulcanica, pur non essendo etnea – Erminia, non il vulcano – Nonna trinariciuta: amena (non armena) e brillante più che pria, più che mai, più di sempre.

La memoria, dunque: solida, sfuggente, multiforme? Molti la descrivono così, come un puzzle, con incastri mutevoli; non una ‘cosa’ unitaria, piuttosto “una collezione di sottocomponenti che interagiscono tra di loro“. Potremmo affermare, anche senza essere o crederci siffatti, esperti e studiosi, che esistono molto e varie memorie, distinte e dissociabili o, viceversa, complementari e componibili; se così, posso compulsare.

Scherzi di memoria, rinfrescare la memoria, scrivere le proprie o altrui memorie, annotarsi una memoria, memoria da elefante, o, al contrario, da pesce; mandare a memoria (come l’Ave Maria, si diceva, eoni fa), richiamare alla memoria, mandare a memoria (non a spasso o peggio), memoria di Pico della Mirandola, o Giobbe, se vi risulti più biblicamente simpatico; a memoria d’uomo, alla memoria, anche se al momento – evento naturale e impossibile da evitare – , come disse qualcuno – preferirei di no.

Potrei ulteriormente divagare e perdermi negli antri di questa funzione cognitiva del nostro cervello, della nostra intelligenza (in senso lato, molto diretto); potrei complicarmi il post, se non la vita, citando “argutamente, dottamente“, Sigmund Freud, la sua psicanalisi, la sua definizione di memoria, “non come semplice registrazione del passato, ma come un processo dinamico e ricostruttivo, centrale nella teoria psicoanalitica”. Potrei, lo voglio?

Ricostruzione, rimozione e inconscio, ricordi di copertura, traumi, amnesia infantile, terapia per recuperare i ricordi rimossi ed evitare la coazione a ripetere. Mi sento ubriaco, la capa gira, la piccola mente fallace è fuori causa per iper accumulo. Potrebbe andare peggio, potrebbero piovere reminiscenze.

Esistono anche persone che dispongono per predisposizione – la memoria si può allenare, in palestra o su strada? – di un ampio, incredibile Palazzo della Memoria, ma si tratta di ‘personaggi da romanzo‘.

Come scriveva Lewis Carroll, in Alice nel paese delle meraviglie: “è una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro“.

Sia come sia, quando, nel giardino della pre esistenza, hanno assegnato e distribuito le memorie/i cervelli, sulla mia teca era appiccicata una targhetta, con sopra scritta una definizione incomprensibile;

qualcosa tipo:

AB NORMAL.

La montagna incantata

Pedalo in montagna senza fretta, senza illusioni agonistiche fuori tempo – il mio – , progettando, vagheggiando escursioni naturalistiche: per osservare, ammirare, farmi ispirare, inspirare ciò che resta dell’aria sana, dell’atmosfera azzurra e fresca, simile a una sorta di ideale purezza.

Miraggio, chimera.

Salire in alto, sempre più in alto, diceva qualcuno; contro il logorio della vita moderna – rispondeva un autentico gentiluomo – non resta che sedersi in mezzo al traffico e bere l’amaro calice, che sia estratto di carciofo o altro intruglio. Nel frattempo, il logorio si è tramutato in nevrosi, patologia deflagrante in questi caotici giorni contemporanei.

Un secolo fa, avremmo potuto inerpicarci sul Monte Ventoso, come Petrarca (in sella o senza il fidato velocipede), verso il Mortirolo, verso lo Zoncolan, lato non professionistico, quindi, ancora più difficile e faticoso; imbatterci nei ruderi, abbandonati all’oblio, di un antico sanatorio, riflettere sui flussi e riflussi, sulla risacca della storia e su come l’uomo, definito prima di Cristo, con molto ottimismo, ‘animale sociale‘, ripeta gli stessi orrendi errori e regredisca, a uno stadio non calcistico, non belluino (rispetto per le belve), ma di sciocco, crudele, senz’anima, manichino.

Non a caso – mai per caso – due giganti dell’intelletto umano, Sigmund Freud e Thomas Mann, davano alle stampe, al pubblico dominio, nello stesso fatidico triennio (1921 – 1924), due opere fondamentali, capolavori che preannunciavano all’Europa e al mondo il miserevole, miserabile crollo dell’Occidente; ecco perché, magari in altura, forse sarebbe utile e doveroso rileggere con la giusta attenzione la ‘Psicologia delle masse e analisi dell’Io‘ e ‘La montagna incantata‘. Per non finire vittime sacrificali di imbonitori lestofanti, capaci di mandare al massacro interi popoli, per lucro personale. Inutile vergarne i nominativi. Famigerati più che mai.

Nessun uomo, essere umano, è un’isola; o una baita solitaria, restando in quota. Lo scrisse in un suo famoso poema John Donne (poeta, saggista, religioso), nel 1624 (!): il significato intrinseco, anzi, esplicito, è chiaro e incontrovertibile: le nostre vite individuali, le nostre voci, acquistano senso, dignità, importanza solo calate nell’arcipelago dell’umanità. Non siamo tristi monadi, non siamo soli al cospetto della pervasività della tecnologia e della potenza extra legale delle multinazionali (che ormai hanno surclassato i sistemi legali dei singoli stati nazionali), ma siamo forti, in quanto comunità umana cooperante e attiva, fattiva. Spesso non lo sappiamo, o ci inducono a dimenticarlo, a travisare, eppure è così.

Dovremmo ritrovare le forze per esercitarci nuovamente con la metafisica, non astrattismo filosofico fine a sé stesso, ma strumento valido ed efficace, lo sostiene il filosofo Vittorio Possenti; per combattere il nichilismo, per non arrendersi inermi al temibile ‘così va il mondo’, di chi sguazza nello status quo.

Ci travolgono con incessanti mutamenti che non offrono stabilità, abbiamo perso la forza della speranza; ma sono ottimista, credo nel ritorno all’eterno e non nell’eterno ritorno: mette in gioco la libertà del singolo“. Nel consesso, nella società ormai globale.

Speriamo che gli schiaffi gentili del vento d’alta montagna sappiano, possano ridestarci alla vita;

appena in tempo, prima del tracollo:

ultimo e finale.

Nel vortice dei petali

Pagina della Collina dei Papaveri, fuori stagione.

Collina dei Papaveri e delle Papere, Collina degli Stivali e vecchi scarponi, Collina del Vento, talvolta munita di gallerie di e per Eolo, collina mai arbitraria, colle dal latino tardo, non a caso sede di austeri palazzi istituzionali.

Collina dei Ciliegi, la più celebrata, ma non di Battisti, quella nipponica: vi sarete certo dedicati anche voi all’incantevole tradizione dell’hanami, anche voi avrete scelto come simbolo del vostro percorso di vita il sakura, coraggio purezza lealtà caducità, ma bellezza sublime e ciotole di riso in abbondanza.

Godzilla è un dinosauro geneticaMente modificato a causa delle radiazioni nucleari o un lucertolone eversivo? Pronto – in tavola, da surf! – a invenzioni a prova di Bomba H e di Guerre Fredde, proprio oggi che i poli si sono ‘liquesi’ come ghiaccioli all’Equatore? Radiato a vita millenaria, mille in aria, stasera non è aria da mille e non più mille (l’interpretazione è sempre settaria) dalla sua Setta?

Massa e potere, potere delle masse, attento amico il potere ti ammassa, tutti soli ammassati senza più cervelli né anime migrate trasmigrate migranti; psicologia delle masse e analisi dell’Io Tu Egli Es Ego? Stendiamo una tovaglia da pic nic anche se non si potrebbe, perché i focolai sono ormai nelle famiglie e dove dovrebbero essere collocati altriMenti, vostra disGrazia? Qualcuno ha interpellato i Lari e i Penati (forieri di pene, a senso unico e non doppio?), oppure abbiamo lanciato in aria la solita monetina da 100 lire come si faceva per scegliere in modo scientifico matematico scevro di dubbi la facoltà universitaria? Lari, Larici piangenti, anzi Salici Sapienti.

PierPaoloPasolini sapeva, tutto e/o comunque troppo, ma senza prove, oppure stava accumulando dati date riscontri incontri pericolosi, in attesa di pubblicazione? Orde di nemici della Verità, orda di ordalie, non fate l’orda che poi tracima; dopo secoli di ordalie coatte, ora ci sottoponiamo a quella dei tracciamenti – tamponi tampinati tamponamenti – esperimenti esasperamenti, ma per il bene comune; nell’avanzatissimo III millennio avrà altri nomi, ma siamo rimasti all’ordalia, all’autodafé, al rogo mediatico sanitario sociale sociopatico politico, anche vagaMente antropologico.

Se sei non catalogabile, sei contagiato contagioso contaminante, vera mina vagante, lucciola dentro la lanterna.

Da Hokinawa a Hokkaido, sulle tracce invisibili eterne di Hokusai e Basho, volando in un vortice di petali di ciliegio, cercando pietendo in una tazza di profumato té la propria identità, il proprio ruolo nell’Universo, o anche solo un ramo su cui appollaiarsi appisolarsi appigliarsi. Con questi spifferi, è un attimo scompaginare scompigliare scomparire, dentro orizzonti incerti tremolanti balbettanti.

Avevamo i famosi tre colori – verde bianco rosso, eddai! Edda lo sai, come vorrei – sono stati sostituiti dal rosso arancione giallo; la battaglia dei colori primari, per approdare al rosso assoluto, passando tra rosso relativo e eventuali sfumature, non quelle improponibili illeggibili imbarazzanti di romanzetti frustrati frustranti, da frustare, letali per l’Eros; quanto ci mancano le lascive compulsive compiante Lanterne Rosse Rivoluzionarie; qui sventola la zona gialla, per fortuna ignoriamo che nel linguaggio del Mare non segnala da secoli antiche balere, ma navi in quarantena, con a bordo belle epidemie in corso in corsa con regale patente di corsa, Epidemie Corsare, soprattutto di stupidità.

Nei prossimi lunghi inverni del nostro scontento, il mondo adotterà il colore unico;

come sarebbe confortante udire il fischiettio e il canto dei Venti, chi hanno in Rosa i Venti (? fantacalcio ?), Rose nel Vento in cerca di lievito, Madre da quando i Padri hanno abdicato.

In fondo, abbiamo tutti un po’ abdicato, da noi stessi e dall’Umanità, ma i crudeli tempi moderni impongono misure draconiane, misure per misure (misura alla seconda?), misure ottenute con il metro algoritmico, per non ammettere che le nostre riforme epocali valgono meno di ectoplasmi di ribaldi logaritmi, schiuma dei 7 Mari.

Sensei Kobayashi, aiutami illuminami insegnami Tu:

“Poni fine ai lamenti, o insetto/ non vi è Amore senza Addio/ nemmeno tra le Stelle/”.

Sono pronto, Capitano Haddock: salpiamo con l’ultimo esemplare del Liocorno e andiamo alla ricerca del Rosso, non su verdi tavoli di case casse casette di gioco azzardato, ma del Tesoro di Rakam il Rosso.