La solitudine, dei portieri e dei funamboli

Pagina – o paginetta, come quella di Didimo Chierico? – su Stradivari, Antonio.

Varie strade, strade varie, ma come avrebbe detto l’inimitabile Professor Alfio, Strativari, liutaio insuperabile e insuperato di Cremona, o forse cuoco sopraffino di una lasagna fenomenale, tra la via Emilia e il delta di Venere.

Entrambi, il liutaio e il cuoco, allievi misteriosi e straordinari di ottimi maestri; entrambi molto bravi – i ragazzi di bottega – poi, all’improvviso e anche in modo sorprendente, talenti senza pari. Alchimia alchimia, per arcana che tu sia, tu mi sembri una magia.

Soli, come portoni serrati – in assenza di ritmo – a doppia mandata, come portici deserti ove nessuno passeggia più conversando amabilmente, solitari come portieri d’albergo, durante desolati inverni urbani.

Caro Wim, sei un inguaribile, impagabile ottimista se davvero pensi che il simbolo della solitudine sia il portiere della squadra negli istanti che precedono la sfida contro un avversario sul dischetto del rigore. Per conferma, chiedi a Giuliano, finora l’unico – a livello di ipocrisia ufficiale – calciatore italiano sieropositivo della storia. Sesso droga rock and roll, nelle allegre combriccole dei vari Dieguitos manileste, alla fine della bisboccia però, nessuno tocchi – si avvicini, fisicamente, umanamente – all’appestato: non erano solo discolacci, bravi guaglioni, erano piccoli uomini, anzi: uomini piccoli, ominicchi. Forse. Un Giulio lasciato solo in più, che differenza potrebbe fare, rispetto alla fama e ai profitti garantiti dal sistema delle menzogne?

Sequenze frequenti di solitudini, più di undici, di sicuro: sequenze e frequenze, frequentazioni frequenti e frementi, menti in sequenza. Menti all’opera per decifrare una sequenza, quella di Fibonacci. Forse lui potrebbe spiegare come mai quegli strumenti a corda restino ad oggi i migliori mai creati da mano umana artigiana, perfetti nelle forme lignee, perfetti nella geometrica produzione di suono musicale, voce umana dell’armonia universale eterna. Dipingere ispirati dalle teorie del Fibonacci di cui sopra, nome di battaglia, anzi scienza, di Leonardo Pisano – sempre meglio un genio pisano alla porta che menti morte in casa – che a essere puntigliosi lasciò la successione – numerica e omonima, grande preziosa eredità – dopo essere stato il collettore e il fautore della sintesi tra la geometria euclidea e la scienza matematica di calcolo di origine islamica. Come minimo, meriterebbe una medaglia di traditore della patria europea, fosse vivo ai nostri mesti giorni.

Non confondere mai il Liber abbaci, con il libro degli abbracci – bello lo stesso, ma non della stessa materia trattiamo – o peggio con il romanesco Libro (di Sora Lella, forse) degli abbacchi. Silvia, rammenti ancora l’abaco elementare che ci insegnò a contare gli scandalosi numeri arabi?

Per espiare, per emendare, per perdonare le mie 11 solitudini personali (formazione completa, schierata con la tattica 3 – 4 – 3), vorrei imparare da un trattato enciclopedico l’arte del funambolismo e poi camminare sul filo teso tra una biblioteca civica poco frquentata e un campanile diroccato, dentro un cielo arancione e viola, insieme all’Uomo dell’aria e all’Uomo a colori; ognuno insieme agli altri, ognuno con il bagaglio comunitario delle proprie solitudini e dei propri limiti, in viaggio verso un apparente orrido cosmico oscuro, varco dimensionale per raggiungere sentieri siderali, lucidare stelle opache, salvare vecchi sogni, immaginarne e allevarne di nuovi.

Le mie lacrime nel vento del tramonto troveranno presto compagne di ventura:

in viaggio etereo, cureranno i mali del Mondo, cominciando dall’aridità delle anime, dalla desertificazione dei giardini sentimentali.

Aldo Moro, ancora?

Pagina, l’ennesima, dedicata al Presidente.

Mancato, in tutti i sensi, il Presidente della repubblica del destino, quello che non abbiamo mai avuto; ucciso. Da una pletora di sicari. Lo statista – Lui sì – pugliese e il futuro di un paese che sarebbe stato diverso, assai.

In una sequenza molto potente di Esterno notte (serie tv di Marco Bellocchio) – effetto notte sull’Italia inconsapevole, da quel 16 marzo 1978 – Aldo Moro trascina se stesso e una enorme croce lignea per le strade di Roma, durante una via crucis da incubo nella mente dell’amico pontefice Paolo VI. Il coro tragico, composto da soli uomini, da coloro che dicevano di stimarlo, di essergli debitori per la formazione e la carriera, addirittura pronti a spergiurare di volergli bene, è fermo a osservarlo: individui distanti, decisi a non intervenire per alleviare la sua fatica, o per tentare di salvarlo dalla mattanza; un’immagine simbolica che non necessita di troppe, né di minime interpretazioni.

L’uomo dell’aria ha scoperto camminando su un esile filo teso sul baratro del Mondo che l’atmosfera non è trasparente, ma formata da particelle caleidoscopiche; lo aveva scoperto anche un bambino degli anni 70 che si chiudeva spesso dentro un vecchio armadio nel ripostiglio domestico: perfino il buio in realtà è denso di colori, ma quello era un varco magico per viaggiare nelle dimensioni spazio temporali, per esplorare l’Universo.

Quando dalla tua finestra vedi un tramonto commovente, con le nuvole che si tingono nella tavolozza di un grande artista per poi camminare di nuovo veloci nel cielo, se non esci a inseguirle, a viverlo, quel momento sarà irripetibile, perduto. Non esistono più profeti, mezzi profeti, sapienti dotati di πρόνοια, la capacità di vedere oltre, lontano e di organizzare gli eventi nel modo migliore per tutti; salutare non conoscere né poco, né molto il proprio futuro, ma nell’incertezza del cammino, sarebbe stato un privilegio procedere con Te al nostro fianco.

La luce è la sommatoria dei colori – o i colori sono il risultato della scomposizione della luce? – l’oscurità forse non è la sua negazione, ma l’altra metà, necessaria a renderla visibile, fondamentale per esaltarne le caratteristiche; così come l’Iscariota fu il traditore funzionale a rendere attuabile il piano divino, così i troppi Giuda nell’incubo di Paolo VI e nella nostra storia, hanno certo distrutto il sogno di una vera Italia compiutamente repubblicana e democratica, consegnando Aldo Moro non (solo) al martirio per mano di carnefici acefali: ma all’eternità degli Uomini giusti.

Nonno Ermes il Bersagliere – ermetico di nome e di fatto – davanti al servizio del tg sull’agguato di via Fani, sentenziò amareggiato: oggi la democrazia italiana è morta.

Come sostiene Simona la Scrittrice, mostrami le questioni, non spiegarmele, non analizzarmi, sarebbe superfluo, anzi peggio, inutile: eppure l’anelito alla conoscenza e alla comprensione è umano, almeno quanto la nostra componente bestiale. Capire – sottolineo capire, non giustificare o minimizzare – sarebbe fondamentale per progredire; aiuterebbe nuove leve di nuove generazioni a non incorrere di corsa, con furore, negli stessi errori e orrori.

Mister Neanderthal si dissocia, nega di conoscerci, soprattutto smentisce con forza – con la forza delle sue ragioni – di essere nostro parente.

L’auspicio resta immutato, Noretta Donna coraggiosa, Donna tenace nella dignità:

se non solo dopo, alla fine del viaggio, nella nuova dimensione, ma anche qui, ogni tanto, filtrasse luce fresca e pura, sarebbe bellissimo.

Orante

Pagina orante, meglio: dell’orante. Da non confondere con orate, per evitare commistioni forse blasfeme, però umane, umanissime, tra sacro e profano.

Se quell’orante – non odorante, forse ignorante, come siamo tutti noi fragili mortali, immortalati da troppe immagini, pochi gesti – è colui che prega, adorante nei confronti della meraviglia dell’Universo, dovremmo riscrivere un pochino di paginette sulla storia del senso religioso insito nell’anima dei bipedi, molta moltissima storia del nostro rapporto millenario con il Sacro.

Pregare sempre – potrebbe essere il titolo dell’opera – senza stancarsi mai: orate et (e)laborate, senza accampare affanni. Possiamo tentare con impegno e con convinzione di distinguerci, di appartarci dalla massa, dalla società di massa e di masse, ma nonostante indicibili sforzi anche noi siamo massa, nella massa e qualche volta messa. Impossibile restare ai margini, facile cadere preda dell’emarginazione e le differenze non sono dettagli marginali.

Una storia d’amore adolescenziale che attraversa le epoche, può resistere agli urti della cronaca spicciola, non alle mutazioni del cuore; si possono sostituire i fatti con le opinioni, renderli equipollenti, ingannare la memoria dei Popoli, soprattutto quando i Popoli sono emotivi e geneticamente senza memoria a medio, lungo termine, ma i fatti in se stessi, restano integri: nei millenni, cristallini, adamantini. Le risposte sono Altrove, seguendo giovani impavidi che camminano sulla battigia, andando incontro ai flutti, per abbracciare alte spumose onde ribelli.

Non sono in grado di stabilire e valutare similitudine e parallelismi tra Riace – mi rammenta qualcosa, una vicenda di migrazioni che ci accomuna e ci affratella molto più di quanto si possa ammettere nelle banali temperie quotidiane dei nostri tempi – e San Casciano dei Bagni; certo, senza tema – ma ispirando molti opportuni temi scolastici – di smentita, possiamo considerare quei bagni di fango e acque calde davvero salutari e propizi di lunga vita, se 2300 anni vi garbano e non vi sembrano eccessivi, o addirittura noiosi e insopportabili.

Lineare A, Lineare B, Aramaico, Etrusco: puoi rivolgerti a gogol traduttore – meglio Gogol, ha più familiarità e attitudine con le anime dei trapassati – oppure alle equipe delle magnifiche e magnifici studiosi che queste cose, anzi lingue, conoscono e frequentano con impegno e assiduità; siamo il paese, baciato dagli dei, che detiene il 70% del patrimonio artistico mondiale su suolo, per tacere di quello sotterraneo, mai individuato, né trafugato dai tombaroli professionisti – non esistono più i tombaroli di una volta (CIT.) – e che ci racconta di civiltà e genti di origini svariate che per vicissitudini varie e eventuali si sono amalgamate, producendo cultura e autentico progresso. Senza inutili spiegoni o pipponi pseudo dotti.

Facce di frolla (magari!), facce di bronzo abbondano in ogni epoca, ma queste che sono giunte fino a noi attraversando gli eoni e le dimensioni spazio temporali, sono davvero portentose; chissà se meritiamo questo prezioso carico residuale, recapitatoci dalla storia e dalla sapienza e dedizione delle/dei Sapienti, o se il carico residuale, sempre troppo esteso, sempre insopportabile, è costituito solo dalle nostre vergogne.

Sono questi scavi archeologici, gli unici cunicoli che ancora dovremmo autorizzare attraverso i nostri già troppo martoriati territori e fondali. Subsidente sarà lei e tutta la sua famiglia: trivella trivella, qualcosa resterà?

Un tempo la preghiera laica del mattino consisteva nella lettura della mazzetta dei quotidiani, oggi, forse, meglio astenersi; meglio abbarbicarsi a preci dedicate alla sacralità della Vita, con le note di Ennio, immortali musiche nel vento, o con i brani di libri steineriani (Steiner, Marco, Amico di HP e Corto Maltese): qualche segreto magico emergerà, qualche nuovo orizzonte sarà finalmente illuminato.

Mentre troppe guerre sono padrone della Terra – per citare il Povero Cristo di Vinicio Capossela – vorremmo trasformarci in quel gruppo bronzeo orante, per chiedere una grazia, grande:

non essere più strane macchine che sbattono le une contro le altre (PPP docet), ma tornare semplici, meravigliosi esseri umani.

Vita plastica e nuvole

Pagina del Mancuso, Stefano.

Per scriverlo con le sue parole – ma non solo, nel senso che anche altri scienziati, intellettuali, artisti, semplici cittadini del Mondo (in fondo, ognuno di noi è anche qualche volta un po’ tutto questo) – lo denunciano: dal 2020 in poi, sorbole raccapriccianti, i materiali prodotti dall’uomo hanno superato la vita (tutti e tutto ciò che vive) nell’occupazione di spazio sul Pianeta, in termini di peso specifico e volumetrico.

Sani! Continua a urlare Marco Paolini in un meritevole e meritorio spettacolo che denuncia tutto questo e soprattutto le sue conseguenze, facendoci sorridere amaraMente e con la mente che sorride e mastica amaro, riflettere. I trisavoli dicevano che, in fondo, nella vita, l’importante è la salute, ma i disincanti delle ere successive ci hanno indotti a replicare con cinica ironia: avercela.

Sarà come sempre solo una bieca questione di quattrini – e dunque, al dunque, i diritti, tra i quali la preziosa salute, restano appannaggio di vetri appannati, di esclusiva proprietà di chi, avendone accumulati da rendere pallido Creso, può permetterseli – ma la sedicente evoluzione umana e il sedicentissimo progresso (in realtà, solo crescita dopata del mercato neoliberista) appaiono l’approdo finale dell’umanità stremata dalla regata plurimillenaria; sia lode a PPP perché come lui nessuno mai ha saputo, dall’infanzia alla morte violenta, raccontare e scandagliare il XX secolo, l’Italia e tutte le ipocrisie e nefandezze dell’animo degli uomini, nessuno come lui ha saputo diventare carne, sangue e vita vissuta, consumata, delle sue stesse opere.

Soffochiamo tra cemento, asfalto, metalli, plastica, mentre potremmo respirare poesia, perché le soluzioni esistono e non sono quelle che conducono alla povertà generalizzata – come se fosse una colpa, o un virus pandemico, nella strumentale visione di chi detiene le leve del potere – ma, forse, alla vera felicità. O a varie forme alternative e armoniose di felicità comune.

La creatività si accende quando meno te lo aspetti, quando credi che la tua situazione sia spiacevole o addirittura dolorosa; bloccati, ostaggi di un conglomerato congestionato di immobili scatolette di latta – se ti sembra caotico il traffico di Napoli, Roma, Milano, cimentati con quello di Tokyo – respirando gas venefici, a chi mai potrebbe venire in mente, balzare in capa, tutto un universo popolato da formidabili robot che, a seconda del libero arbitrio e del cuore di coloro che di volta in volta ne assumono il controllo, hanno la facoltà di rendere il pilota un dio benevolo o un demone annientatore? Non siete, non siamo tutti Go Nagai. Per scrittori e artisti delle immagini è facile declamare quale proprio motto il detto latino nulla die sine linea – frase attribuita a Apelle non figliolo di Apollo, ma comunque artista – più complicato per bipedi comuni che come tratto di demarcazione e orientamento hanno spesso solo la propria linea d’orizzonte degli eventi quotidiani personali. Eppure, ciascuno potrebbe rendere i propri limiti e la propria stranezza punti di forza e di svolta dell’esistenza. Un’acrobata circense zoppa, un’ala destra con una gamba più piccola dell’altra a causa della polio contratta durante l’infanzia, un autore sull’orlo della paranoia tormentato da personaggi creati dalla sua mente, mai messi scena e che, all’improvviso, non si accontentano più solo di comparire in uno spettacolo teatrale, ma avanzano la pretesa di vivere, nella realtà reale.

Rinunciare ai propri documenti d’identità, provare il brivido da sans papier – quali documenti, se quel filosofo rompiscatole ammoniva di continuo Conosci te stesso! – con il sogno dolce di offrire una propria novella, poesia o disegno per essere riconosciuti nella propria identità, senza margine d’errore: come David Wiesner, uno tra i più grandi illustratori viventi, capace di disegnare storie che non hanno necessità, corredo, aggiunta di testi scritti. Testa tra le nuvole, nuvole di fantasia al galoppo dentro la testa: immagini così potenti e immaginifiche da rendere espliciti anche i vuoti, da riuscire a parlare a chi sa vedere – i Bambini – anche in totale assenza di parole, dialogo muto grazie a una gamma infinita, un caleidoscopio emozionale così vasto che anche solo una battuta onomatopeica risulterebbe un orpello ridondante.

Fabbriche in cielo che dalle ciminiere espellono magnifiche nuvole, non gas inquinanti, come quella fabbrica terrestre, antitetica alla vita, produttrice di nuvole artificiali e letali. Volare tra le nubi di multiforme fogge e ingegno, come solo i Bambini sanno fare, magari in compagnia di uno strano, bizzarro elegante signore con bombetta in testa, perché le Nuvole sono vive e vagano in cerca di amici. Ritrovarsi dentro realtà metafisiche, madidi di gocce a forma di pendole e clessidre, dopo una corsa a perdifiato su piazze scalene poco euclidee, una dopo l’altra, senza soluzione di continuità, in compagnia di tigri di carta colorata.

Cestinare una volta e per sempre il ciarpame delle merci e delle parole inutili, ingannevoli, ipocrite degli Uomini:

lasciare che i Fanciulli, “molto più perspicaci degli adulti nella lettura delle immagini, capaci di vedere molto di più“, contemplino le meraviglie del Mondo, inventando nuove narrazioni, nuove parole vere;

per raccontare una storia nuova, per (ri)generare un’Umanità pronta a sognare, senza più interruzioni.

Le storie (dalla notte e le altre)

Pagina delle storie, quelle che sgorgano di notte.

Dentro un antro buio con rudimentali rupestri graffiti, con l’impetuoso affiorare dei flutti di parole di un fiume sentimentale carsico, tra i fumi del tabacco e degli alcolici dentro una stamberga berlinese del primo 900.

Sgorgano irrefrenabili, istintivo primordiale bisogno umano di raccontarsi, di raccontare. Come sostiene Corto Maltese marinaio nonché gentiluomo di fortuna e lungo corso – anche lungo i corsi si narrano amabilmente molte storie – affinché esistano storie non servono personaggi, né trame, davvero necessaria è solo la memoria. Storie senza memoria sono come vasi vuoti – magari preziosi Ming, ma vuoti (horror vacui) – una società senza memoria diventa in fretta una bomba a orologeria, pronta a deflagrare: annientando tutti e tutto, senza remore, senza pietà.

Le storie nascono sulle e dalle gambe degli uomini, prima ancora che nelle teste e nei cuori; nascono con gambe in cammino e occhi bene aperti sui sentieri del Mondo, sulle vite degli altri da noi.

Dalle crepe su muri diroccati spiare senza vergogna la storia, le storie, come si trattasse di uno schermo di qualche antico cinematografo d’essai; di solito i fantasmi sono attori fantastici.

Da una finestra spalancata su un’ottobrata anomala quanto insana, le voci dai cantieri, le voci dalle case, le voci dagli e degli alberi, entità vegetali superiori, coacervo di poteri arcani e meravigliosi. Hai notato anche tu – vero? – che quest’anno l’autunno è torrido come quello degli anni 70, eppure appare e si mostra sottotono?

Quando parti alla scoperta di nuove storie, presto ti accorgi che si amplia la tua personale percezione degli orizzonti che già esistono ma spaventano per l’immane vastità, si illuminano le tue aree di tenebra, si sviluppano le risorse dell’anima e delle mani per fronteggiare gli ostacoli e gli imprevisti, si moltiplicano all’ennesima potenza gli incontri con altri storionauti, pronti a collaborare alla scrittura delle storie, pronti a ampliare la comunità solida e solidale.

Nutrimenti comuni, infiniti punti di vista e anche di svista;

miliardi di storie intramontabili.

Psicologia silvana e transizione umanistica

Pagina del silenzio che ferisce. Fero – ‘sta mano pò esse piuma o pò esse fero – fers (Fersen, il Principe?) tuli latum blem blum ferre. Siamo davvero ai ferre corti, con la nostra scienza senza coscienza.

Il tuo silenzio mi ferisce; ritrovarsi alla guida dentro un incubo, però reale, parlando ad un navigatore satellitare ermetico (e se lo dico io), silente ormai da decine di chilometri, immersi in un traffico veicolare caotico e ferino (come il salame? no, quello almeno è felino);

oh, navigatore satellitare silente, come i tapini addetti dei fast food nelle moderne – moderne? – stazioni ferroviarie contemporanee, ormai tramutati in automi umani – ex umani automizzati – formattati per servire meccanicamente orrendi orridi panini a persone altrettanto, parimenti (menti parificate) silenti silenziose, mute che dialogano con difficoltà attraverso un rudimentale linguaggio gestuale, coadiuvati eterodiretti da strumenti elettronici in contatto continuo e ininterrotto con terminali video che emettono luce blu elettrica disumana, fredda.

Inservienti e clienti inconsapevoli che scaldano i posti a coloro che presto li sostituiranno in toto e per todo modo: automi veri, sofisticatissimi droni senzienti, Cyborg che ruberanno loro non solo il lavoro, ma il posto in società, ruberanno non l’anima – ché forse quella sdrucita da tempo, l’abbiamo smarrita da soli per incuria permettendo tutto questo – e dunque le nuove battaglie sindacali dell’evo 4.0 saranno adeguate alle intemperie dei tempi pseudo moderni: cyborg sostitutivi degli umani sì, però – sul punto saremo tetragoni e inflessibili – cyborg di progettazione e costruzione orgogliosamente nazionale.

Non uno sparo, ma finalmente una voce nel buio: fra 800 metri, girare a destra, imboccare – siamo in uno spot plasmon? – via (non è uno scherzo, purtroppo) via Ke Guevara. Forse non ho capito io, molto probabile, non si trattava di pronuncia sbagliata, ma di affermazione di meraviglia e ammirazione: Ke Guevara, l’Ernesto!

Ke Guevara certo, ma anche Ke Scipione, Africano per giunta e per Bacco: a Zama, Annibale e tutto il suo parco di Elefanti non se la passarono bene. A proposito, vi sarete chiesti spesso anche voi dove accipicchia sorgesse questa Zama; Africa settentrionale, indicazione un po’ vaga, ancora peggio se le stesse accreditate fonti storiche ci raccontano che all’epoca esistevano addirittura tre insediamenti urbani con lo stesso nome. Grande è sempre stata la confusione sotto il Cielo e speriamo che almeno quello resti lo stesso e non ci frani sulla capa.

Dormire, pensare, sognare forse, ma sognare come fanno le foreste: ci credereste voi? Esiste una biologia neurovegetale, forse se imparassimo a pensare e soprattutto a sognare come le Foreste riusciremmo a comporre la frattura tragica esiziale tra noi e la Natura. In fondo, i nativi dell’Amazzonia – come ad esempio i visionari (con qualche coadiuvante micologico) Runa – ci insegnano che il cosmo in ogni sua espressione possiede un’anima, un grande respiro vitale che pervade l’Universo; perché non potremmo anche noi cominciare a vedere il mondo attraverso le stesse immagini che ‘vedono’ gli alberi? L’antropologo Eduardo Kohn, origini familiari che meriterebbero una saga romanzesca, da anni sostiene sia giunto il momento per l’antropologia di varcare nuovi confini, esplorare i sentieri che conducono oltre gli steccati ormai vetusti tra cultura e natura. E’ stata l’artificiosa strumentale acefala separazione tra Popoli e habitat a farci deragliare ad un passo dal disastro ecologico finale.

Caro Orhan, che ti dibatti nelle notti della peste, o delle pesti varie variabili duplici, anzi molteplici, insegnaci se puoi, se ti senti generoso, a cavarcela nelle circostanze – con circospezione che non è l’ispezione del circo – complicate e misteriose di questa vita sedicente moderna.

Servirebbe una vera transizione umanistica, come predica e bene per il bene comune Gael Giraud, economista gesuita: generazione 1970, questo depone a suo favore. Sostiene da anni – guardato a vista con sospetto dai suoi colleghi – che serva presto, da ieri, riscrivere i codici del capitalismo per archiviare quello neoliberista e generare invece quello ecologico; rottamando una volta e per sempre il famigerato PIL, “misura stupida delle cose, in quanto distorta, ristretta, parziale”. La transizione ecologica senza benessere comune non esiste, infatti al momento non esiste ed è anzi ipocrita perché i più importanti gruppi bancari mondiali continuano a finanziare e a scommettere solo sulle fonti fossili, ridipinte – anche malamente, maldestramente – di verde. Serviranno in fretta gli antichi valori europei per fondare un nuovo umanesimo e una nuova antropologia relazionale.

Non ci credi, figliuolo? Eppure, senza nemmeno necessità di arrampicata sugli specchi con o senza ventose, già negli Atti degli Apostoli – siamo non nella campo personale della fede, ma in quello dei testi storici – nelle prime comunità cristiane i beni essenziali erano condivisi; anche per San Tommaso d’Acquino, la res communis è superiore ad ogni diritto alla proprietà privata. “Per questo – sostiene con convinzione Giraud – i cristiani europei potrebbero rivelarsi decisivi per il cammino verso una democrazia decentralizzata, nella quale i beni fondamentali per la sussistenza dell’Umanità sono beni comunitari”.

Dovremmo, prima o poi, magari come evoluzionaria forma di class action globale, chiedere tutti – nel senso di tutti i Popoli – la cittadinanza dell’Ecuador, primo paese al Mondo a riconoscere Madre Natura come soggetto portatore di diritti: pare eccessivo formulare la richiesta di inserire questo semplice articolo in tutte le Costituzioni del Mondo, affinché diventino sane e robuste?

Possiamo, dobbiamo riuscirci; psicologia silvana applicata e scienza psichedelica:

il gioco è (sarà?) fatto.

Di alcove lunari e ucronie

Pagina della mente, dell’immaginazione e delle mani di Milo Manara: magara!;

pagina di tutte le sue Donnine, della sua creatività, della sua capacità di distinguere i narratori in 2 categorie: gli dei e gli immanenti, quelli che devono abitare nelle loro storie.

Pagina delle storie senza una trama – rammenti Federico da Rimini? – trame di canto, trame di episodi anche minimi, ma con personaggi formidabili.

Divagare attorno al Kamasutra, manuale poco ginnico, molto lirico filosofico; dipende sempre dalle matite di chi lo disegna: l’eros e la seduzione sono elaborazioni culturali.

Pagina dell’ingresso trionfale o anche solo popolare nel mondo di Ucronia; parola che qualche illustre docente dovrebbe con gentilezza farmi prima capire spiegare assimilare. Azzarderei ad un potenziale, potente connubio tra Utopia e Kronos – mi rammenta una canzone – una sorta di what if, non intellettuale culturale, quello dei fumetti: frequentavo i sentieri di Ucronia a mia totale insaputa, leggendo le storie disegnate di Batman, Spider Man, dei Fantastici Quattro, quando i loro autori, in vena di sperimentazione, andavano a briglie sciolte sulle selvagge piste delle ipotesi alternative rispetto alle caratteristiche e ai fatti biografici salienti e consolidati dei personaggi.

Mi sono perso, la vera disdetta, forse, è che ogni volta mi ritrovo.

Vittima colluso o paraflù (reo confesso, e il fesso sono io), delle ineffabili – certo conoscerete, anche senza menare il dito per l’aia, l’etimo completo e reale del lemma – farneticazioni della mente; imparare molto di più sulla solidarietà e sul ciclismo durante – non degli Alighieri – una pedalata di tre giorni a ruota libera che nel mezzo secolo antecedente (tutto ciò che è umano cede, tranne l’anima e gli assi cartesiani che le forniscono la rotta) o solo precedente.

Vox populi, vox Dei, certo, potrebbe essere; a parte fasi storiche durante le quali i Popoli parrebbero afoni, siamo però sicuri che verba populi, equivalga e/o coincida con verba Dei? Una questione fondamentale, meno peregrina di colui che si fa indegno, virtuale portavoce – per restare in tema – dell’angoscioso dubbio; se non a me, chiedete opportune documentate certificate risposte a uno dei più grandi esegeti biblici viventi. Attenti alle teste.

Ucronia è come la crisi, tutti si chiedono in città, sui mezzi di trasporto, al bar, al lavoro: cos’è mai questa ucronia? Cosa sarebbe accaduto se Caino fosse stato un fratello amorevole? E se Lucrezia Borgia, invece di distillare veleni, fosse diventata la più grande inventrice – si può scrivere, senza tema di incorrere in ire funeste di Erinni a caccia di cause? – di bibite del mondo? Ancora: se Napoleone fosse riuscito a invadere la Russia, oggi a Mosca come vivrebbero i cittadini? E se a Hitler fosse stata concessa un’opportunità di diventare davvero artista, invece di un complessato rancoroso imbianchino con smanie da onnipotente satrapo universale?

A proposito, l’amato Michelangelo Merisi in arte Caravaggio era un’anima inquieta, tormentata, ma le sue tele raccontano una storia diversa sul suo conto; non attaccabrighe lestofante, ma impulsivo cavaliere – armato di spada – in difesa delle Donne umiliate, maltrattate, violentate; la luce splende su e dentro di lui e questa pare sempre di più verità, molto lontana da una suggestiva ipotesi ucronica.

Se i Robinson – nel senso del naufragio – fossero stati una tipica famiglia italopiteca in crociera, potreste voi immaginare le loro avventure sull’isola deserta? Una storia simile (quasi) la scrisse Emilio, l’ex bambino che desiderava disegnare il vento e che nemmeno per un solo istante si è fatto vincere dalla tentazione di trasformare Mompracem in una piccola isola mediterranea, né di attribuire a Sandokan e Yanez nazionalità tricolore: sarebbe finito tutto a tarallucci e vino – sia con Lord Brooke, sia con la setta dei Thugs (saranno stati anche sacri, ma sempre strangolatori) – con pantagruelica spartizione di ogni anfratto terracqueo e ogni risorsa, disponibile e/o indisponibile.

Vagheggia Paloma Blanca, vagheggia più che puoi: se oggi, 530 anni fa, quel Colombo di Cristoforo, approdando a San Salvador, avesse toccato, posato il piede, invece che nel Nuovo Mondo, in un Mondo Nuovo, come sarebbe proseguita la navigazione dell’Umanità?

Voliamo sulla Luna – verso il Sole ci abbiamo già provato nell’era mitologica, meglio imparare se non dalla Storia, almeno dalle storie – insieme a Icaro:

sarà totale nel Suo splendore, solo per noi, si trasformerà in un’alcova ecumenica – senza condanne contro presunti lascivi imenei – indurrà e veglierà sull’Amore selenico – finalmente ognuno come gli garberà, come tra Parva e Shiva di milomanariana creazione – perché in fondo il vero potere delle comunità di Ucronia è correggere i tempi bui.

Dove si rischia che imperversi il nulla letale, dal nulla inventare nuove strade, forgiate con la Luce.

Hysteria

Pagina di una vita fuori sincrono.

O quasi. Sentirsi spesso sfasati rispetto ai tempi e soprattutto ai modi del resto del Mondo; senza arroganza, né prosopopea da fenomeni paranormali, presenti già in eccesso a ogni latitudine, longitudine e financo solitudine.

Partire in bicicletta per un tour del FVG, con dentro le orecchie – la testa? quale testa? – il cuore, lo storico brano Hysteria dei Def Leppard; se siete davvero abili psicolabili cicloabili, cimentatevi voi alla batteria rock senza un braccio. O in sella, senza una gamba.

Progetti, vade nel retro: giammai! Almeno un vago programma, un brogliaccio – quel brogliaccio brutto e unto vergato in via Merulana – un inconsistente canovaccio, molto utile a improvvisare sketch divertenti, irriverenti, di parossistica parresia e soprattutto asciugare stoviglie appena lavate. Del resto, le stoviglie sporche, si lavano in casa, propria per i più fortunati. Fino a ieri.

Pedalare per sensibilizzare: in sella ad una delle più formidabili invenzioni dell’Umanità, sotto un diluvio non universale, parecchio antipatico sì, mostrare alla luce del Sole – o meglio, ai raggi del nostra stella madre, la più luminosa, rifratti da infinite gocce di pioggia – che la patologia vigliacca fugge da chi pratica attività sportiva. Pedalata collettiva, comunità ai pedali formata da persone un po’ speciali, con qualche marcia in più o con sensi di marcia comune che consentono di affrontare nello specifico il diabete – ma vale anche per altre patologie – senza piombare nello spaesamento, nel labirinto delle fobie, nel naturale senso di solitudine e abbandono che potrebbe ferire di primo acchito al manifestarsi certificato dello spiacevole ospite. Si fatica, si canta, si ride, si condividono cibi, companatico, bevande, in gruppo per affrontare con vigore le difficoltà, per vivere bene, meglio, totalmente la Vita. Il Mondo è già bello di suo; quando condividiamo passioni, quando diventiamo empatici e collaborativi, lo trasformiamo nel giardino dell’Eden.

Crescimbeni e Gravina, chi mai saranno stati costoro? Eppure, per spirito d’emulazione, nei confronti di questi novelli carneadi del 1690, progettare e realizzare, in silenzio e senza averne l’aria, una neo Arcadia: una risposta ancora una volta di piccole comunità, un movimento circolare concreto, rigenerativo, contro ogni forma di cattivo gusto, contro ogni sostanza di cattivi pensieri. Arcadia ellenica, Arcadia nave pirata con la bandiera della libertà, quella vera, un luogo nel quale le qualità dell’individuo siano valorizzate non per vanagloria o profitto, ma per il bene comune.

Isteria, non nell’accezione greca antica, frenesia malata di individuare civiltà aliene – la nostra non è già abbastanza alienata? – e nuovi pianeti abitabili, in tutta teoria (ah, le smanie seleniche goldoniane delle villeggiature transplanetarie);

il Pianeta più bello, l’unico per noi, è quello sotto i nostri piedi, sotto le nostre ruote con i raggi:

basterebbe smettere di deturparlo, basterebbe amarlo.

P.S. Questa non è isteria, ipocondria, ma pura parresia socratica.

Festa dell’oblio (no festival memoria corta)

Pagina dell’Alzheimer, ogni anno una festa per questa patologia neurodegenerativa.

Non in senso stretto, festa intesa come celebrazione per sensibilizzare, per evitare che la società – come spesso avviene per le realtà e addirittura per le persone poco gradite – dimentichi e cancelli la malattia della dimenticanza.

Qualcuno, colto preparato sensibile – ha scritto che l’uomo più che un animale sociale è un animal obliviscens, un animale che oblia: una vita di sacrifici fatiche studi per apprendere e poi magari in pochi mesi, un colpo di spugna e dentro di noi tutto torna, in modo crudele imprevisto inaccettabile, tabula rasa. Un palinsesto su cui niente e nessuno potrà più vergare segno o parola.

Talvolta eliminare rimembranze è una necessità, una forma di salvezza attraverso il sale dell’oblio: sale che disinfetta le ferite e oblio per distruggere quanto ci ha fatto male, fino a spingerci quasi alla pazzia o al suicidio. Ma il sale non solo cauterizza, può servire – delenda Carthago – anche a rendere sterile un terreno sul quale sono rimaste solo macerie.

Percorrere una strada che non esiste, eppure vera concreta di asfalto grigio topo, come scrivevamo alle elementari negli anni 70. Una strada nella quale mai ci eravamo imbattuti in precedenza o un portentoso parto della nostra immaginazione? Le vie della mente sono infinite e non hanno bisogno di asfalto e cemento.

Qualcuno sostiene – non Pereira – che la malattia della dimenticanza causi ai volti l’espressione da Lion’s face: magari. C’è chi cerca gli occhi della Tigre, ma se li incontra, prega che sia impagliata e trema lo stesso come foglia travolta dal vento degli eventi. Sarebbe bello anche perdendo l’hard disk della materia grigia, conservare un secondo stomaco – a Napoli lo ribattezzerebbero, come il caffé, stomaco sospeso – quello sociale; come le formiche, una sacca di cibo di riserva da mettere a disposizione di chi sta male e per vari motivi non riesce a procacciarselo. Emulare il grande popolo delle formiche: mettere a disposizione della comunità, del bene comune, i propri talenti e le proprie competenze, come i giovani della parrocchia veneziana di Santa Maria dell’Orto che dopo tanto impegno, passione, studio, lavoro recuperano l’archivio storico della chiesa e la pergamena preziosa con l’atto di morte di Jacopo Robusti (o Comin, errore, scherzo di memoria?), forse più noto come Tintoretto pintor.

Perdersi tra i sentieri della vita, per averne cercate e vissute troppe (vite); smarrire la memoria per avere sognato troppo, senza mai tradirne e/o abbandonarne uno (sogni); perdere la bisaccia onirica, senza perdere se stessi.

Immergersi nel fiume dell’oblio per emergere uomini nuovi; poi essere solo nuovi uomini e cercare disperatamente il fiume gemello, quello del buon ricordo, ove risalire la corrente come leggendari salmoni o annegare, lasciando però al pianeta dopo (futuro?), almeno un frammento positivo, una scheggia degna di rimembranza: rimembranza azzurra, dove immerse le belle membra colei che a ognuno pare Donna.

Per quando l’Umanità sarà finalmente maggiorenne, adulta, saggia – come una filosofa presocratica che sapeva quanto la scrittura fosse uno strumento diabolico e meraviglioso – potremmo erigere una Fletcher Memorial Home, quella immaginata da Roger Waters: ove rinchiudere tutti i mali del mondo, senza connessione con l’universo o con i metaversi, applicando finalmente la soluzione finale, senza soluzione di continuità, e in questo caso, solo in questo, conferire pieni poteri all’Oblio. Se vuoi uscire dal labirinto, spalanca le porte della percezione e segui il suono della chitarra di David Gilmour.

A patto che la festa dell’oblio non diventi il festival della memoria corta:

nel paese che cancella minuto dopo minuto quanto avviene, regno incantato della replica delle repliche.

Virus o meteo

Siamo transitati a nostra insaputa, dal modello Giuditta, a quello matematico. Un modello che da variabile è diventato come il diamante della reclame: ora e per sempre. Nessun senso, nessuna correlazione.

Peccato sia obsoleto – fuori moda? Fosse solo così – e inadeguato. Ci basiamo per stessa ammissione dei responsabili su modelli previsionali (che dovrebbero poi attivare la complessa macchina di allertamento e intervento) ampiamente inadatti alla realtà geofisica del nostro paese. Per tacere del fantomatico leggendario piano di messa – cantata ma funebre – in sicurezza del territorio, anche questa ferma, bloccata, paralizzata in una clessidra guasta e soprattutto mai attuato. Ci sono però, immancabili puntualissimi corvacci del malaugurio, gli occupanti delle istituzioni che inviano il loro cordoglio e le loro promesse di pronto aiuto da parte dello stato. Quale e quando non è dato sapere, sarebbe anche scortesia porre domande.

Ci si accapiglia per la scapigliatura energetica, ma se avessimo ripassato la storia – anzi, se la Storia ci avesse fornito una giusta e vigorosa ripassata – sapremmo che l’energia, sarà stata certo utile alla crescita economica/tecnologica, ma da subito, proprio dall’800 più 1000, è stata foriera di terribile impatto sul pianeta; organizzate una seduta spiritica (ci sono ancora politicanti molto abili in materia) e chiedete a qualche londinese dell’epoca: nebbia oscura per le strade, sporcizia, malattie respiratorie, tutto in nome del dio carbone. Alle anime belle piacerà conoscere la vera vita, la vita vera di Viki il Vichingo, impavido guerriero dei Mari, costretto però ad abbandonare la Groenlandia nel Quattrocento: per timore di un nemico più potente? In senso molto lato, la cupidigia umana che spesso sfocia in idiozia: la mancanza di legname a causa di eccesso di abbattimento di alberi, la terribile crisi del legno, ante litteram.

Non si tratta di avere ragione o torto, non siamo alle sagre di paese di una volta con la giostra del Sarracino o l’Albero della cuccagna o il palio del Cinghiale; qui, purtroppo, non ci saranno vincitori, solo sommersi e arsi. Chiedetelo al fiero popolo Klamath, tribù di nativi un tempo padroni a casa loro dei territori rigogliosi tra California e Oregon. Chiedetelo al grande lago omonimo, ormai praticamente arido, a causa dell’innalzamento esponenziale della temperatura e delle conseguenti, inarrestabili tempeste di sabbia. La siccità da attività industriali antropiche modifica la quotidianità, i territori, mette a rischio estinzione la vita stessa. Perfino di coloro che mettendo – è il caso di dirlo – la testa sotto la sabbia, si rifiutano di ammettere la crisi climatica. Una morte asciutta, di bagnato e salato solo le lacrime, forse.

Sembrerebbe una banalità, eppure, spesso, dobbiamo ricorrere alle antiche, voluminose – a volumi, infatti – enciclopedie cartacee, o ad altri oscuri oggetti dell’arredamento: i libri. Uno di Telmo Pievani ci rammenta dal titolo che la Natura è più grande di noi; siamo entrati incoscienti nell’emozionante era delle pandemie, ma noi stessi siamo un coacervo – non una mandria di cervi al galoppo, magari – di batteri e virus, addirittura a miliardi. Cerchiamo affannosamente nuove potenziali super Terre nelle profondità dell’Universo, chiediamo alla scienza la formula alchemica dell’eternità, ma nel 2200, con i ritmi attuali, la temperatura sarà mediamente più alta di circa 8 – 10 gradi centigradi. Se non fossimo sciocchi, vedremmo in faccia la realtà: dal 1970 a oggi, il 60% di mammiferi, uccelli, pesci e rettili è sparito dalla nostra piccola, fragile casa comune. Ci illudiamo che le sofferenze e le morti per mancanza di cibo, acqua, cure, catastrofi avvengano solo e sempre a degli imprecisati altri, lontani e lontano da noi; ma come cantava Umberto Tozzi, gli altri siamo noi. Non dimostriamo di essere animali intelligenti. Organismi meno appariscenti ci superano in materia grigia: api, vespe, termiti e formiche, solo per citarne alcuni, imparano e evolvono insieme all’Ambiente. Noi siamo come i modelli matematici dell’incipit: fermi, paralizzati nella nostra arrogante presunzione di superiorità.

Prometeo (pro meteo?) oggi verrebbe incatenato a Chernobyl o a Fukushima (scegliete voi l’incidente nucleare sicuro e verde che vi garba di più), o forse, versione più credibile, si auto incatenerebbe per protesta: ho rubato il fuoco per voi, ma voi siete riusciti a spegnere perfino il Sole, quello dell’intelligenza. Virus, meteo, inquinamento: opta di quale morte dobbiamo perire, tanto, come dice il principe degli Esegeti, siamo tutti potenziali funerali.

Nel gran finale, non ci serviranno l’inglese e nemmeno l’esperanto, temo; speriamo almeno di apprendere sul gong l’arte della Crisalide: se non diventeremo farfalle nell’Uno universale, potremmo almeno aspirare a diventare coma la Luna di Saturno, scoperta da Galileo, quella che dopo l’esplosione in miliardi di frammenti, originò i caratteristici anelli del pianeta gassoso.