Aggiungi un titolo (e un posto al desco)

Non indugiare mai con lo sguardo sulle fiere pupille di un qualche predatore, non approfittare mai della proverbiale bonomia di un marsupiale, pacifico e vegetariano, nelle intenzioni.

La conosci la storia del nipponico a Cartagena? Neppure io, chiedo in giro con curiosità per colmare la mia lacuna. C’è sempre qualcuno pronto ad alimentare di nuovi aneddoti la leggendaria rivalità scacchistica tra Alechin e Capablanca, ma anche in questo caso – la necessaria virgola, aggiungetela voi – arduo distinguere tra invenzioni letterarie e resoconto storico.

Potrei, dovrei consultare Fabio Stassi e Paolo Maurensig, loro sì autentiche fonti, preziose miniere di gustose rarità storiche, immaginifiche; munifici dispensatori di saperi e di racconti, di storie che come tessere del mosaico, con certosina cura, perizia, pazienza vanno a comporre il complicato mosaico della Storia.

Aggiungi un titolo – autentico o virtuale – al tuo curriculum, tanto tra distopie multiversi metaversi (delle Scimmie?) sotto sopra (in primis, la Terra degli Italopitechi), la lista delle eventuali competenze e delle medaglie, vale come il due coppe e comunque meno della lista della spesa, quella delle sane, virtuose mai virtuali massaie dei tempi che furono. A proposito, l’ultima della scienza, quella con la acca, però muta (d’accento e di pensier): forse il Tempo, nel senso di Kronos, non esiste. Una scoperta, come definirla, vagaMente datata: Lui poi cosa ne pensa? Mi sta bene, a patto che tutta la società globale venga ridisegnata, ex novo, ex fantasia, considerato che al momento ogni singolo aspetto, anche il più infimo e/o intimo si basa proprio sui granelli di sabbia dentro la clessidra. Il tempo è una dimensione, qui presso il Pianeta Terra, una convenzione, una circo convenzione per ingannare bipedi limitati e mortali, che s’illudono d’essere onnipotenti, eterni.

Partire, partire sempre e comunque; vascelli alla rada in porto, con scafi integri e mele (vele) perennemente ammainate sono uno spreco, un peccato mortale: festival degli Hobbit – in contumacia dei rappresentanti della Terra di Mezzo, assenti per protesta – a Edimburgo, una qualsiasi cerimonia dentro giardini nipponici o sul Mar del Sol Levante. Levati da davanti ché mi oscuri il Sole e l’intelletto.

Chi mi ama mi segua; fu così che mi incamminai da solo. Ah sì? Non mi tange, correrò da solo. Bravo, corri e non fermarti. Non pensare a noi, ce ne faremo una ragione, di vita.

C’era una volta una sottomarca di Rodomonte (quelli che a parole spaccano montagne, nella realtà, altro), al bar del ‘Ciambellino‘ (rivale del Ciambellone) diceva che un tempo, in ambienti importanti, lo chiamavano drago; come negli stereotipi peggiori e più frusti, ne raccontava 6 o 7 alla volta, di imprese immaginarie e spesso gli astanti restavano a bocche così spalancate, da dimenticare di trangugiare la solita quantità di vinaccio dozzinale; quando un giorno qualcuno cominciò a porgli qualche domanda più specifica sulle sue presunte avventure mirabolanti, prima glissò, poi si eclissò, non senza sibilare una sorta di terribile vaticinio: senza di me, l’apocalisse – non quella etimologica, quella catastrofica. Speriamo sia almeno un apo calesse.

Ci sarà ancora un uomo in cima ad una duna, pronto a stagliarsi contro il cielo notturno, pronto a diluire la propria sagoma avvolta in una morbida veste di lino contro una gigantesca Luna dorata, pronto a scrutare l’orizzonte, capace di dire (l’uomo, non la Luna, né la duna) ai propri simili: non la carenza, ma gli sprechi e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, condanneranno il genere umano all’estinzione.

Hiroshima e Nagasaki del mio cuore, siete lontane, geograficamente, ma vicine alla sede dell’anima; ancora troppo attuali. Avremmo dovuto dire da quei giorni terribili, tutti i Popoli della Terra, mai più, sul serio. Non per la foto ricordo dei capi di stato o per l’ennesimo fatuo documento d’intenti ipocriti. Possiamo farlo ora, subito:

abolire la guerra, senza se senza ma, come chiede Emergency, la creatura di Gino Strada.

Per tutte queste ragioni, aggiungi tu il titolo e magari un posto al tuo desco.

Voci e memorie

Voci qui, e nel contempo, altrove.

Voci dentro, voci fuori, fuori campo, fuori fuoco.

Presenti, oniriche, metafisiche forse, voci portate dal vento, disperse dalle lunatiche maree.

Una voce poco fa, una risata come fosse pianto, un pianto come fosse risata. Labili confini, menti labili, labili sentimenti.

Nulla è più ingannevole dell’esperienza sensoriale, nulla è più ingannevole della memoria, fabbricante e levantina spacciatrice di reminiscenze false, di epifanie immaginarie, di vite mai vissute.

Non confondere mai un simposio campano – siculo o in Apulia – con uno campale, il secondo potrebbe risultare assai indigesto; c’eri forse tu, con occhi e taccuino e penna, a Canne? Fosti tu testimone diretto degli eventi della battaglia? Tra i corpi martoriati, nella polvere e nel sangue, raccogliesti forse tu le ultime impressioni, gli ultimi sospiri di quei soldati? Parlasti direttamente con il generale Annibale per farti spiegare per i tuoi (e)lettori i segreti della tattica bellica che gli permise di annientare l’esercito romano, disponendo un numero di soldati pari un solo terzo rispetto a quelli del potente, temibile, quasi imbattibile nemico?

Tra la alata vittoria e l’amara, velenosa sconfitta c’è sempre un dettaglio, un quasi (di troppo o in meno), un imprevisto imprevedibile che manda a catafascio gli esiti dati per acquisiti.

Greca nascesti a New York e debuttasti a Verona nei panni della Gioconda, la tua voce sublime a tutti i naviganti, a tutti i terranauti intenerisce il core, a ogni latitudine e longitudine; greca nascesti a Lesbo e la tua voce ultra millenaria, mai udita, mai incisa su supporto, continua a ammaliare, stregare il mondo.

Lo sceriffo spaziale James Webb ne ha scovata un’altra. Certo, difficile stampare Annales fotografici del cosmo se le foto epiche giungono a cadenza quotidiana; questa volta è la Galassia Ruota di Carro – io ero ancora fermo all’omonima pizza in Costiera Amalfitana – a subire l’onta di finire impressa, immortalata dall’obiettivo curioso, impiccione, paparazzo del super telescopio Nasa. Osservandola meglio, somiglia in modo sinistro e notevolissimo ad una certa astronave guida di un famigerato esercito alieno, pronto ad invadere la Terra. Memorie da un futuro antico.

Mi trovassi a Palos oggi, chiedere alle mappe di Gogol il percorso migliore per raggiungere le Indie – o forse gli Indiani – magari evitando le tratte con pedaggio incorporato. Le voci nella testa non tacciono mai, al limite delle colonne di qualche eroe mitologico, sussurrano.

Questa Europa sconosciuta, questa Europa irriconoscibile nelle voci e nelle memorie di chi la edificò, dalle radici in poi. Aliena e nemica perfino per Antonio Salieri, il rivale di Volfango (reale o immaginario?): a Milano, anno di grazia 1778, fu grande festa, grande celebrazione per l’inaugurazione del Teatro alla Scala con l’opera firmata dal compositore italiano, ma cittadino della Serenissima, nonché nobile docente di musica presso la corte viennese, intitolata Europa riconosciuta. Europa mia, per antica che tu sia, non ti riconosco più. Colpa mia?

Caro Caetano Veloso, il 7 agosto saranno 80, ma per non subirli hai pensato bene di restare un raffinato sognatore musicale; sognatore, non dormiente, perché se talvolta la ragione è preda della sonnolenza, il male non riposa mai e per avere a disposizione sempre la giusta luce, i colori giusti per sconfiggerlo, sarebbe meglio, come tu fai, restare attenti osservatori del proprio paese, collocato nella più ampia visuale dell’universo mondo.

Asservire le voci e le memorie della scienza – autentica – e dell’università al profitto, al vuoto utilitarismo del mercato equivale a condannarle a morte; dovrebbero restare i luoghi sacri del pensiero critico; per preservarle servirebbe una indomabile jena. Forse per questo a Jena, patria di Hegel, è sorta la cittadella della geoantropologia, grazie al prestigioso istituto di ricerca Max Planck. Il direttore Jurgen Renn ha spiegato che se l’Umanità e il Pianeta che la ospita vogliono sul serio coltivare speranze concrete di futuro dovranno cominciare a affrontare le questioni più spinose con un approccio integrato di diverse discipline – dalla geologia, all’antropologia, per indicare le principali – per capire, quantificare, l’impatto che i Sapiens hanno prodotto sulla casa comune, dalle origini al pieno Antropocene.

A proposito, sarà bene rammentare che il famigerato, sedicente bipede è nato in Africa circa duecento millenni fa – un’inezia – mentre, per citare una specie molto più antica (dal blasone più nobile?), lo storione, dovremmo percorrere a ritroso (ammesso abbia senso) 200 milioni di anni. Impallidisci dalla vergogna, uomo. Cosa fai, adesso? Lo istorione da avanspettacolo? Il giullare da fiera campagnola?

Dodici anni fa, il povero storione era già indicato tra le specie a rischio d’estinzione; oggi, con lo sfruttamento indiscriminato delle vie fluviali, con il commercio senza limiti delle sue prelibate uova e con l’imperversare della pesca di frodo, stiamo quasi per celebrare l’addio all’impresa dell’ultimo storione, come ammonisce dalle pagine della Lettura, Telmo Pievani.

Come nelle voci e nelle memorie del passato che non finisce mai di passare e pesare, come nei peggiori, più banali, dozzinali, sciatti polizieschi, alla fine il colpevole è sempre il maggiordomo;

in questo caso, il maggioruomo (quello che si crede signore e padrone), quello a due zampe, che reggendosi in verticale ha perduto la coda e il lume della buona ragione.

Sarebbe bellissimo, se per una volta, con un inaspettato colpo di coda fantasma, sovvertisse il finale, tacitando voci e memorie fasulle.

Lucciole

Pagina delle mirabolanti lucciole, quali lanterne.

Miracoli della Natura, potrebbero aiutarci a percorrere meglio i nostri sentieri, o almeno a individuarli e sarebbe già un importante primo passo.

Avrete certo attraversato anche voi una foresta pluviale malese, immersa nel buio della notte, vi sarete certo stupiti anche voi per l’ineffabile spettacolo offerto da migliaia di maschi di lucciola che in contemporanea si accendono e con messaggi luminosi – alfabeto Morse – praticano un articolato rituale di corteggiamento; la Ville Lumière al confronto appare un antico villaggio quasi tetro e abbandonato.

Può darsi ch’io non sappia quel che dico, scegliendo te, una Foresta per amico.

Eppure dovrebbe essere così, dovremmo esserci arrivati da soli. Tutto il mio regno, tutto il nostro mondo virtuale, alternativo, metaverso che sia, per una foresta, ma grande, vera, possente, a grandezza naturale.

Sogno o son mesto? Sarei mesto, senza sogni. Eppure, anche il sonno e l’universo onirico, in apparenza fatti naturali e connaturati all’uomo, inteso quale organismo, possono essere fatti culturali la cui descrizione e valutazione muta a seconda delle ere e delle temperie sociali, antropologiche, perfino religiose. Karoline Walter ha studiato, indagato sull’argomento e ne ha tratto un saggio: Storia del sonno, tra letteratura e scienza. Anche letteratura, anche arte, cultura ad ampio spettro per capire che il sonno proprio come l’uomo, muta nel corso della storia. Il sonno della ragione genera mostri, ci dice Goya attraverso un suo formidabile e inquietante dipinto: la ragione dormiente può essersi arresa, oppure, al contrario, la ragione che si esalta, può sfociare in perniciosi deliri di onnipotenza. Conforterebbe forse rammentare che se in alcune fasi del mondo il sonno è stato considerato addirittura un peccato, nel campo della contemplazione e del misticismo, esso rappresenta la forma più pura e alta di conoscenza di Dio e del Creato.

Lo so io, lo sai tu? Mentre ci trastulliamo con le sciocche ipocrisie della transazione ecologica e con la famigerata green economy, nata vetusta e levantina, la concentrazione di CO2 in atmosfera ha raggiunto i livelli di 4,5 milioni di anni fa, quando i mari erano più alti da 5 a 25 metri rispetto a oggi. La deforestazione dovrebbe essere inserita in una Costituzione planetaria quale crimine contro la biosfera e contro l’Umanità. Per scongiurare un grande disastro, dovremmo aggrapparci a grandi foreste e non si tratta di una cospirazione ordita dalla lobby degli Ent, il popolo degli alberi senzienti, immaginato dal Patriarca Tolkien.

Lo sapevano, grazie a saggezza e osservazione, gli Antichi: le foreste sono le vere motrici del clima e le fantastiche custodi della memoria della Vita. Parafrasando Dario Fo e Enzo Jannacci, sempre verdi dovremmo stare, la clorofilla fa’ bene al ricco e al cardinale, fa’ bene a tutti se preserviamo la fotosintesi (e chi ha la capacità di produrla).

C’è sempre luce in fondo ai tunnel, bisognerebbe capire le fonti; i popoli dovrebbero superare in fretta la moderna inadattabilità al reale, tornare a guardarsi allo specchio in modo anche ruvido, disturbante. In caso contrario, per il Pianeta la soluzione sarà semplice: foreste ovunque, anche in Artide e Antartide;

con le lucciole della Malesia a illuminare il governo del mondo risorto.

Polpo

Pagina del racconto; si fa presto a dire: descrivi, racconta, scrivi.

Il racconto è dolore ma il silenzio è peggio. Cito male, citofono peggio a Eschilo, ma i veri giganti del pensiero di solito sono umili e comprensivi.

Se dovessi citare un moderno, contemporaneo gigante del pensiero citerei il Polpo: non si tratta di errore di battitura, di lettura o gratuita provocazione. La complessità della struttura cerebrale del polpo, la complessità e la raffinatezza delle sue capacità cognitive sono straordinarie, tanto da renderlo molto più simile a certi vertebrati, bipedi compresi (lui, il polpo, sarà d’accordo?), rispetto alle popolazioni di invertebrati, cui appartiene.

Ci attendono due mesi di ‘nani e ballerini’ – senza offese, ma solo come citazione storica – due mesi brutti, tra afa, roghi e soprattutto falò delle sciocchezze e delle oscenità, ormai consueti nelle famigerate campagne elettorali italopiteche. Per questo, se un Octopus vulgaris, scendesse in campo – o meglio, salisse in terraferma – per candidarsi con un solido, intelligente, lungimirante progetto politico, gli accorderei senza esitazioni tutti i miei voti e tutte le mie urne.

Del resto, quando attempati scorridori, occupanti perenni dei calcinati palazzi del potere, blaterano ai quattro venti di piantumazione di un milione (come si trattasse poi di una cifra mostruosa) di alberi quale promessa funambolica, mentre indicano il perdurare di un sistema economico fossile tutto incentrato su trivelle selvagge, inceneritori di quartiere, rigassificatori in ogni porto e/o simulacro di approdo, non ti resta che piangere e compiangere il Da Vinci e poi buttarti a pesce, come corpo morto sul partito del Polpo: estrema ratio, estrema ciambella di salvataggio.

Abbiamo un grande occhio nel cielo ed è cinese: il più grande radiotelescopio del Mondo, del nostro mondo. Anni fa, altri astronomi captarono misteriosi segnali da Proxima Centauri, ma poi con rammarico dovettero ammettere che erano interferenze generate da guasti delle sonde in servizio nel cosmo. Oggi, quelli registrati da Sky Eye – Eye in the Sky – con scarsa originalità, vengono attribuiti alle solite, immancabili ma mai palesate, civiltà aliene. Ecco, se davvero sono civili, forse non hanno alcuna intenzione di interagire con noi; anche un recente romanzo a fumetti lo ha raccontato molto bene: la nostra civiltà (umana) è sopravvalutata, soprattutto se pretende individui isolati, nevrotici, consumatori compulsivi, cittadini passivi, acritici. L’eventuale marziano a Villa Borghese, in questo mondo dopo, si ritroverebbe attonito ad esclamare: cosa ci faccio qui?

Il marziano, il Polpo, il bipede sarebbero in grado di comunicare tra loro? Il professor Ludwik Zamenhof risponderebbe in modo affermativo ed estrarrebbe da una tasca un certo manuale da lui stesso redatto, un vocabolario di Esperanto – esperanza de paco (non Paco il simpatico oste messicano, ma pace in Esperanto) – convinto e convincente che quando si è propensi, pronti, fautori di dialogo, i ponti e i sentieri si materializzano di colpo, davanti ai nostri piccoli occhi, mortali alieni o cefalopodi che siano.

Qualche volta però sorge, come fosse un’auretta assai gentile, la voglia naturale di ribellione, la voglia di assaltare i forni, anzi, no – viva i Fornai – certe caserme Moncada, per puro, cristallino, indomito istinto di sopravvivenza: rendendosi conto con sgomento che bisognerebbe fare da sé, mancando da un discreto numero di anni un comandante disponibile (lasciate in pace Ernesto, non è certo l’icona violentata dal furbo marketting capitalista per vendere lattine, magliette, spillette).

Quando si saldano gli interessi della scienza – con fiamma ossidrica – a quelli dell’industria e dell’invadente politica, per le persone sono guai. Chiedetelo agli abitanti di Seveso, a chi si ammalò di tumore, alle migliaia di evacuati, causa diossina. La pelle dei bambini bruciava, come l’erba dei campi, di colpo inariditi, gli animali morivano. L’unica colpa di quegli sventurati, ritrovarsi vicini di casa della Icmesa. Come sempre poi fu tutto un florilegio di colpevoli silenzi, omissioni colluse, mistificazioni, ipocrisie, trionfo dell’ignavia. A proposito di alberi, solo un grande pioppo rimase in piedi vicino alla fabbrica della morte, l’unico essere vivente e l’unico testimone meritevole di fiducia e di affetto. In seguito – sempre dopo, purtroppo – arrivò la direttiva europea sui rischi delle attività industriali, ma su quella terra di nessuno i cittadini riuscirono a impedire che fosse edificato un inceneritore (da non credere) e soprattutto che sopra le vasche delle discariche sorgesse quale memoria, monito, speranza il Bosco delle Querce, 40 ettari di terreno, ricoperti con 45.000 meravigliosi alberi.

Votiamo il Polpo, aspiriamo a diventare il popolo del Polpo:

ha tre cuori – dell’intelligenza, abbiamo detto – è flessibile, non presenta spigoli, vive più all’esterno che dentro se stesso;

così lo descrive lo scrittore Fabrizio Caramagna, ricercatore di meraviglie:

è un serbatoio di forme, movimenti, possibilità, è un continuo divenire.

Un candidato imbattibile.

P.S. poetico

Un polpo nel vaso in fondo al mare:
il sogno è effimero,
sotto la luna d’estate.
(Matsuo Basho)

Lunari Primordiali

Non mi chiamo Astolfo, credo.

La discussione lunare sul nostro sbarco – reale o inscenato – su Selene è peregrino, ormai.

Scevro di arroganza, al netto della presunzione, sul nostro argenteo satellite, mi reco ogni giorno da quando sono nato e senza necessità di conficcare un razzo in uno dei suoi magnifici occhi. Più ecologico di così.

Siamo ossessionati dalla Luna, era meglio quando ci limitavamo a farci stregare. Da Lei.

Andare di nuovo verso la Regina delle Maree – cosa sono in fondo 300.000 km al cospetto dell’eternità? – sbracare (intendo proprio sbracare) sul volto nascosto – non per colpa sua, sia solare questo dettaglio – per appurare: se sia possibile rintracciare vita; se sia possibile sfruttare giacimenti di materie prime, seconde, anche di seconda mano vista l’arietta cosmica che tira; appurare se ci siano giacimenti (falde), ma d’acqua, al momento molto più utili di quelli fossili, molti più rari delle terre rare; verificare se sia possibile quindi realizzare anche lassù giardini pensili, giardini all’inglese, ammettendo che in realtà l’arte e la cultura dei giardini è prettamente italiana, toscana in primis: brevettiamo?

Ci sorprenderemmo se spuntassero i Meganoidi, ci dovremmo sorprendere di più constatando che mentre il costo della vita – ma una sola vita quanto vale, al di fuori della rete virtuale del mondo dopo e dei videogames anni ’80? – sale vertiginosamente, bollette energetiche comprese, mentre un oscuro banchiere chiede al popolo se preferisce burro o cannoni, abbiamo realizzato il record il primato il “top plus ultra” delle esportazioni di gas: però, se non obbediremo ai diktat guerrafondai (ciao Costituzione!), l’inverno lo trascorreremo all’addiaccio – non Ajaccio – al freddo e al gelo, invidiando follemente la piccola fiammiferaia. A proposito, da adulta sarà poi diventata una spietata manager di qualche multinazionale?

Condannammo il grande Nolano al rogo, oggi Lui si vendica – idea sciocca, ne ‘convergo’ – innalzando oltre ogni limite la temperatura terrestre, perché la vendetta è una prelibatezza che si gusta meglio flambé. Con sorbetto finale, digestivo.

Se la Luna conserva una faccia nell’ombra, non lo fa per emulare Giano, né per incoraggiare la tipica doppiezza umana; inutile indagare, avrà le sue ottime regioni e ragioni. Legioni, lo escluderei.

Pompidou o Yuppi Du, questo è il dilemma: se hai coraggio, opta. In un momento della transizione umana così opaco, ci sono ancora gesti che fanno respirare cuori e anime. Non è un caso che i protagonisti siano due giovani ciclisti, perché gli eroi, quelli veri, sono sempre nel fulgore della gioventù, belli e audaci, in sella ai loro destrieri, cioè, velocipedi. Vingegaard e Pogacar – il primo, in maglia gialla, attende il rivale, in maglia bianca, ruzzolato a terra, durante una discesa a rompicollo. Bello buono utile, gli Antichi lo sapevano: per tacere delle Alpi e dei Pirenei, habitat perfetto per duelli o anche trielli, tra uomini e natura, calati negli elementi e nei colori primordiali, selvaggi nelle sfumature migliori e più ampie – anche, di vedute – possibili, quindi immaginabili; e viceversa.

Una Luna rossa gigantesca che spunta alle spalle di un monte nero; prima o poi ci rialzeremo dai nostri bassifondi, ma godiamoci spettacoli di ineffabile bellezza che non meritiamo. Il Voyager 1, sonda spaziale in viaggio da 45 anni, è giunta a 23,3 miliardi di km dalla Terra, oltre molto oltre le Colonne d’Ercole del nostro sistema solare; una distanza inconcepibile per la mente, una distanza che conferma quanto ci voglia ‘nasa’ per riuscire a orientarsi negli abissi cosmici. La sonda, forse stanca, forse provata dall’anzianità di servizio, ora ci invia dati che gli scienziati giudicano totalmente incongruenti, come se vagasse in stato confusionale; oppure, ipotesi alternativa, quelle civiltà aliene che ci illudiamo ostinatamente di riuscire a contattare in qualche modo – per convincerle a salvarci da noi stessi o per rifilare loro il nostro ciarpame? – si stanno facendo giocose beffe di noi.

Aria Terra Acqua Fuoco: i quattro elementi fondamentali si stanno ribellando; migranti terrestri sulla Luna per sfuggire alla furia filosofica e fisica di Gea?

Auto confinarci in una riserva extra planetaria – Popolo Navajo, dove sei? – come fosse una colonia penale, per mondarci dalle nostre responsabilità? Mentre una giovane Principessa tenta di riportare armonia nelle contrade, in sella all’equo e giusto equino nomato Opale.

Nella riserva, vagando per arrojo aridi, alla ricerca di Lunari da sbarcare dai fidi fidati intelligentissimi muli, sperando nella saggezza millenaria degli Anasazi:

perché solo la pazienza del vento, reiterata per eoni, riesce a trasformare perfino le crepe nella roccia in nuove sorgenti.

In tensione

Vorrei diventare un provetto inseguitore del Sacro, anche mentre dormo, come insegnava il Saggio.

Vivere in tensione – nell’accezione (anche, eccezione) migliore – verso il sublime, liberarmi da orpelli e catene (meglio di Houdini), sublimare me stesso fino a rendermi pura essenza, in volo verso il Tutto, verso l’Ente primigenio universale.

La Bellezza e la Poesia possono aiutare, una messa laica cantata e mistica possono ispirare e indicare la strada; se vi capitasse di incrociare i sentieri degli artisti Amara e Cristicchi siate propensi e predisposti a condividere molti passi insieme a loro: prima e oltre la loro grandezza artistica sono grandi anime. Hanno davvero recepito il messaggio, hanno visto la vera luce, quella senza ombre, hanno capito che siamo tutti piccoli ruscelli senza fonte, in questa vita terrena, ma hanno imparato che accettando questa nostra natura di pulviscoli cosmici, questa nostra transitoria finitezza, possiamo evolvere perché se ontologicamente siamo emanazione dell’Unico principio, possediamo dentro di noi la predestinazione all’eterno, in qualche forma e/o dimensione. Una piccola scintilla che attraverso la nostra evoluzione e liberazione dobbiamo aiutare a diventare luce perenne. Con grazia, leggerezza, attraversando beatitudini sublimi.

Dalle magiche rive del Lario alle torride strade del luglio francese, in sella ad una formidabile bicicletta perché Lui era formidabile, in tensione verso i suoi sogni da bambino: il destino è per motto popolare cinico e baro, qualche volta anche nella realtà, ma Fabio Casartelli, al pari di Marco Pantani, vive sempre nei nostri cuori: oggi pedala libero sui sentieri dell’Universo.

Chiedi a una ragazza di 15 anni di età, chiedile – a lei e a tutta la sua tribù di amiche e amici – chi fosse Mafalda e soprattutto il nome del papà della buffa, spigolosa bambina dai riccioli neri come carboni ardenti; chi fosse e come per decenni con il suo fulminante sarcasmo sia riuscita a denudare le debolezze, le miserie del mondo dei presunti adulti e fustigare tutti i vizi peggiori della loro sedicente evoluta società. Grazie Quino.

Avete mai osservato quanto siano belle le Tigri del Bengala sdraiate – non in tensione – in rilassamento felino accanto a ruscelli e pozze d’acqua nelle jungle più fitte? Se smettessimo di devastare specie viventi prima del nostro acefalo interventismo, se smettessimo di attentare alla biodiversità in nome del feticcio chiamato sviluppo, forse anche la tensione del Pianeta azzurro cesserebbe.

Tensione corporea, la medesima di Michelangelo Merisi – sempre lui, il Caravaggio – mentre divorato da una insana febbre (non solo fisica, fisiologica) moriva abbandonato sulla spiaggia di Porto Ercole; si era imbarcato a Malta, dove sopravviveva da auto esiliato, per sfuggire alla sedicente giustizia dopo i guai combinati a Roma e Napoli, con la speranza di tornare nella Città Eterna, per ottenere dal Papa il condono dai suoi peccati capitali. Per meriti artistici, ma la Vita e la società degli uomini, forse, non funzionano così, forse, semplicemente, con o senza tensione costante, non funzionano.

Tensione, alta tensione in un mondo che considera pandemie e guerre benedizioni per il trionfo del pil (finché ci sono, c’è speranza…), per conferire sempre più i pieni poteri al mercato globale sovranazionale di stampo liberista. Le vittime umane sono poco meno che incidenti di percorso sull’altare del profitto.

Tremate, empi – non perché lo scrive un indegno allievo dello scriba – ma vuoti dentro: vi credete invulnerabili, ma fino alla liberazione dalle passioni velenose sarete condannati a tornare: ancora ancora ancora e non sarà per raggiunto miraggio dell’immortalità (enormemente sopravvalutata).

In tensione evolutiva, per tramutarmi in un chicco di grano: dentro, tutti i segreti dell’armonia e della bellezza universali.

Dentro, l’innata capacità di nutrire i Popoli della Terra.

Presente remoto

Un milione di anni fa, o forse più.

L’incipit della sigla di chiusura della serie nipponica animata Ryu, ragazzo delle caverne resta bellissima, attuale, ma andrebbe forse aggiornata allo stato delle cose.

L’Umanità – ciò che ne resta – dispone di un nuovo potentissimo telescopio fotografico, capace di scrutare negli abissi oscuri dell’Universo per intercettare, recuperare, immortalare il presente che ci siamo lasciati alle spalle. Per ammirare la bellezza inquietante, ostile, poetica del cosmo distante da noi 4,6 o financo 5 – perché no? mi voglio rovinare – miliardi di anni ‘fu’; le luci, i colori di corpi celesti che non sono più tra noi fisicamente, ma che hanno lasciato tracce indelebili nella memoria storica, sulla lavagna della Volta. Uno alla volta, per carità: fatico a riesumare i fatti degli ultimi, recentissimi 365 giorni, immaginate il resto; il resto mancia, il resto del carlino oppure un decino di rame per acquistare un romanzetto stampato grossolanamente su carta riciclata; chissà mai che nel racconto popolare di un viaggio di uno o più eroi, si possano trovare se non le origini, almeno le ispirazioni.

Nei momenti peggiori, nei momenti oscuri, non di eroi ci sarebbe bisogno, solo e sempre di buoni esempi: fate quello fanno e non quello che vi predicano aedi di sventura, mercenari dei gangli del potere.

Francis Drake – lui sì, un vero drago dei mari – a bordo di un guscio di noce, con una ciurma di disperati ma cugini di primo grado dei sette mari, per primo realizzò l’impresa di circumnavigare questo nostro piccolo, pazzo, meraviglioso Mondo.

Attendiamo il primo circense, cioè, circumnavigatore del Cosmo, garantendo – almeno a lui – un salario non minimo, ma dignitoso equo commisurato alle esigenze della vita universale.

James Webb che soppianta e costringe alla pensione il vecchio Hubble ci costringe ad un ulteriore bagno di umiltà: credevamo di essere pulviscolo però geniale, invece forse siamo anche meno. In ogni caso, anche il potente e sofisticato Webb, per farsi lanciare in orbita, ha avuto bisogno necessità limite di appoggiarsi alla sua guida e musa Arianna.

Il Poeta scrive che il bianco e il blu sono mari, isole, natanti: le isole e le coste offrono riparo, riposo, ristoro ai marinai, ma una vela, piccola o grande, per sua intima vocazione e natura, prima o poi, continuerà a scegliere di navigare, anche controvento, anche contro corrente.

Nel presente remoto tutto accade nello stesso istante, senza soluzione di continuità (forse, senza soluzioni); la presa della Bastiglia, l’attentato a Palmiro Togliatti vicino a Montecitorio ma con la guerra civile evitata dalle imprese di Gino ‘il giusto’ Bartali al Tour, il debutto sul piccolo schermo di mio fratello Calimero, il ritrovamento grazie ai prodigi delle scansioni di un autoritratto di Van Gogh – Van Gogh, Vincent Van Gogh! – dietro una tela appartenuta al papà di Ian Fleming, padre letterario di James Bond.

Oppure credere di riuscire ad addomesticare e cavalcare l’Orca nel giorno dedicato alle sue celebrazioni; non un’orca qualsiasi, ma Horcynus Orca quella di Stefano D’Arrigo, unico capace di rivaleggiare in scarsa leggibilità con James Joyce: Oh, giovanotti, ma ve lo volete mettere in testa che quella non è una quilibet qualsiasi, ma è l’orca, orca orcinusa, la Morte in una parola, la Morte marina? Ma sul serio, sul serio pensate di poterla fare fessa, di incavallarla? Ma sul serio, sul serio pensate di poterci qualcosa, di influirvi, di cambiarle il principio?

Questo presente remoto logora più dell’inseguimento ai sogni, più delle utopie che non tramutiamo mai in progetti.

Questo eterno presente remoto, però iper definito nell’immagine, iper pre determinato dall’algoritmo supremo, è come un impietoso confronto tra il cinema muto in bianco e nero e quello del mondo dopo, infarcito di improbabili colori, effetti forse speciali, però algidi:

100 minuti negli ultra versi virtuali non valgono una sola, romantica dissolvenza nel seppia.

Effetti

Arenberg, basta la parola.

No, non si tratta del confetto dagli effetti purganti, ma della mitica foresta, temutissima da chi ama il ciclismo: certo, affrontarla potrebbe indurre gli stessi risultati lassativo emozionali delle pasticche, ma questa è davvero un’altra storia.

Non dimenticate a bordo o in sella i vostri effetti personali, soprattutto – sarebbe inopportuno – gli affetti. Vedete quello che potete fare in proposito, nel caso, attrezzatevi. Non lavate via quella polvere, non subito: forse non si percepisce, tra sobbalzi sulle pietre, sudore, cadute, botte terribili, escoriazioni e sangue, ma quelli sono pulviscoli di Storia, per una volta – illo tempore, c’era una volta una ruota – quella vera.

L’ottimo Gian Antonio Stella segnala che siamo tutti ambientalisti – tra l’altro, per qualcuno è assimilabile a un terribile insulto, ma nel nostro unico interesse dovremmo esserlo davvero tutti – con la tutela dell’ambiente altrui: ergo, se sussistono mire espansionistiche di voraci interessi privati, anche le doverose procedure previste dal codice in ossequio alla Costituzione, vengono serenamente omesse ignorate inapplicate. E’ il caso delle famigerate pale eoliche marine che stanno deturpando assieme alle colate di cemento la meravigliosa Sardegna: per questi progetti di sedicente sviluppo nessuna via nessuna vas (le valutazioni pre e post progettuali sugli eventuali impatti contro il ‘paesaggio’), mentre le antiche torri litiche difensive erette ai tempi del Barbarossa, con la loro struggente bellezza ci rivolgono sguardi di biasimo e pietà.

Caro Mr Wonka, voi insegnate al mondo che il cioccolato si tempera; non so se esista correlazione – non c’è correlazione, belavano in coro certe schiere di schiavi, un tempo – ma anche le sopraffine lame di Toledo, si temperano. Cioccolato rigorosamente fondente per stemperare le intemperanze e nel godimento del palato e della mente, ritrovare le giuste, opportune armonie collettive. Pare poi che sbocconcellare cioccolato fondente sia propizio e propedeutico per altre piacevoli attività, ma almeno per una volta non sconfiniamo in zona rossa: o anche sì. Meglio, chissà.

Tropico del Capricorno, Tropico del Cancro, ora anche chi vanta natali ai tropici comincia a preoccuparsi: il solito team di esperti – quanti ne abbiamo sparsi sul Pianeta – pare abbia individuato un altro buco nell’ozono, stavolta in corrispondenza dei Tropici, addirittura sette volte più ampio rispetto a quello sopra l’Antartide. Un altro gruppo di scienziati ha però criticato con veemenza questo studio, bollandolo come lavoro superficiale, zeppo di errori, anzi di buchi. Si resta allibiti, al cospetto dello spettacolo della scienza ufficiale, quella che dovrebbe aiutare l’Umanità ad alleviare grandi sofferenze, a individuare soluzioni alle grandi questioni che stiamo affrontando nel terzo millennio. I saggi antichi avrebbero sentenziato: peso el tacon del buso (o del sbrego). Purtroppo, non ci resta che piangere.

Tutto sommando – è il totale che fa la somma e anche la soma – meglio issarsi in spalla gli effetti e gli affetti essenziali e partire camminando, per un viaggio senza destinazione né conclusione certa, ma con il chiaro intento di andare a vedere cosa ci sia dietro ogni muro, oltre ogni ostacolo;

un viaggio fisico e onirico, un viaggio dentro il mondo e dentro i sogni, attraverso sentieri sinuosi, derive non lineari ma armoniche – meglio perdersi per trovarsi – con i tasca taccuini, penne, matite e una piccola armonica a bocca.

Binari (goccia)

Pagina dei problemi da abolire

Il nazionalismo rigurgita? Aboliamo le nazioni. Sembra un paradosso, un’utopia – sempre meglio di un’autopsia – sarebbe un magnifico programma politico e tra l’altro qualcuno ci aveva già pensato addirittura nella prima metà del secolo passato (forse, non per caso).

L’economia globale di regime neo liberista distrugge risorse, ambiente, cancella biodiversità, diritti, costituzioni? Ne stiamo ancora a discutere? Aboliamola, ora e per sempre, ammesso abbia senso l’espressione per sempre.

La vita insegna e diventa formativa quando fa male – lo sosteneva con convinzione e cognizione di causa Alda Merini – però potremmo almeno impegnarci a renderla più sensata, più razionale, più equa, riportandola nei giusti, bilanciati, ciclici binari della Natura.

In fondo, come sostiene il duro e puro degli Angeli del cabaret, questa economia per funzionare ha bisogno di gente infelice e disadattata; così la politica, purtroppo (un tempo nobile arte, ma forse quella era la boxe). Popoli sereni, gioiosi, in armonia con l’Universo non si farebbero mai imbrogliare, sovrastare, limitare, imprigionare dalle idiozie markettare, dell’una e dell’altra: economia e politica, diverse facce della stessa moneta scaduta e fuori corso (nonché tempo massimo), da decenni.

Acca due O: non è la sigla incomprensibile di uno di questi letali cellulari o tablet di generazioni perdute, né il codice identificativo del cyborg che spegnerà il tasto dell’alimentazione all’Umanità. Un tempo era la formula chimica – non alchemica – di un elemento non prezioso, fondamentale. Come ci rammentano gli eruditi acqua nasce dal connubio tra i punti cardinali nord sud, pensandoci manzonianamente potrei anche riuscire a trovare un senso di percorrenza e scorrimento alla faccenda. Peccato che nel frattempo nella nostra ansia nichilista camuffata da modernismo il Pianeta stia collassando per mani lorde nostre e l’acqua non la troveremo più dove eravamo abituati; forse, non la troveremo mai più punto.

Anche qualche illustre accademico di fama planetaria comincia a scriverlo (quindi, nessuno leggerà): confidiamo un po’ troppo sul leggendario potere salvifico delle crisi – crisi sinonimo di opportunità? dipende, soprattutto se i litiganti fanno le comari petulanti, mentre la casa comune è un rogo – tra mezzo secolo, potrebbero (sul serio, stavolta) non esserci più tracce parvenze vestigia della razza umana, vile e dannata.

Come frecce scoccate
da un ludico arciere
che non ha sempre
per mira un bersaglio, bensì
la bellezza d’una traiettoria,
sorvoliamo lo spazio degli anni.
Nella permanenza in volo
ci viene meno l’orientamento,
siamo oggetto di lanci sbagliati
e privi di verosimile obiettivo.
Dove, dove cadremo?
così senza onore.
(Valentino Zeichen)

Se ci salveremo, sarà solo in poetica polifonia:

in fretta, però, prima che evapori l’ultima goccia.

Darsi contegno

Pagina di una petizione: quando istituiremo una giornata mondiale dedicata alle giornate mondiali di qualcosa?

Ne abbiamo riservata una perfino agli asteroidi, compreso quello (politicamente corretto) che – forse – causò l’estinzione dell’avanzatissima civiltà dei Dinosauri.

Ci trastulliamo con queste miriadi di giornate – trastullarsi? baloccarsi in mezzo ai trulli? – per distrarre noi stessi (armi di distrazione di massa, sempre attuali) dalle questioni più serie più urgenti più cogenti; anche più bollenti, perché come sostiene qualche pseudo scienziato sarà anche vero che non esistono mutamenti climatici di natura antropica, però la febbre del Pianeta s’impenna e non accenna a contenersi, diminuire, darsi un contegno; convegno no, ne abbiamo visti a centinaia in questi biechi anni e sono sempre inutili raduni di incartapecoriti dirigenti, totalmente inadatti alla bisogna dell’ecologia e dei Popoli.

Caro Aldo, apri le porte, spalanca – spelonca? – i portoni della percezione: ne abbiamo bisogno, magari quelli delle coscienze e delle menti che al momento paiono chiusi a doppia mandata. Almeno spalanca le finestre, crea un mulinello, un ricambio d’ossigeno che favorisca le sinapsi.

I mari risalgono i letti dei fiumi per decine di chilometri e qualcuno esulta: l’acqua per la pasta è già salata, non solo, è anche già in ebollizione. I confini non naturali, geopolitici, uniscono o dividono? La risposta del saggio Maestro Magris è disarmante nella semplicità: di certo, separano. La matrice resta unica, ma l’uomo con arroganza e delirio di onnipotenza pretende di parcellizzare ciò che nasce comune, condiviso, universale.

Che belli i fiumi verdi, come l’Isonzo, davvero fiume più verde d’Europa, senza ipocrisie markettare: anche i fiumi uniscono, attraversano, collegano e si prestano a essere scavalcati da ponti, per connettere, ancora e sempre più.

Un tempo la tv non era un’arma di distrazione delle masse, né un sinistro medium concepito per indottrinare, ipnotizzare; era abitata, era costruita in modo umano e delicato, da persone e artisti che conservavano volti umani, capaci di regalare sogni emozioni sorrisi: capaci di irradiare ossigeno azzurro, aria di casa, aria di libertà. Sammy, dove sei?

Possiamo preoccuparci dello stato di stress delle obsolete, vecchie industrie occidentali, non pronte, sorprese, non attrezzate al necessario, non più procrastinabile processo di decarbonizzazione del Pianeta; dello stress della Terra, alla fine, pare importi poco a lorsignori, sempre gli stessi. Chissà se i politici e i manager leggono – sanno leggere, vero? – imparerebbero molto anche solo sfogliando l’ultimo report dell’Ipcc (il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, ente al di sopra di ogni sospetto di conflitti d’interessi): una transizione equa ed efficace, si può fare e si deve perseguire, perché abbiamo già oggi tutti gli strumenti per realizzarla. Senza ulteriori scuse e/o pretesti per favorire le multinazionali fossilizzate.

Mentre perfino la Grecia, culla di tutti i saperi e di tutte le arti, tradisce il ritorno ad una economia ecologica (del resto, l’UE aveva provveduto anni fa a rimettere in riga la Terra degli Dei), gli occhi speranzosi di chi vorrebbe salvarla questa cara antica Terra, cercano Venezia – la magica esoterica metafisica Serenissima – che a settembre ospiterà l’incontro tra i movimenti internazionali per la decrescita (non pauperismo, a scanso di equivoci), in nome della sostenibilità e della salute; perché ormai troppo spesso – come scritto dal professor Paolo Cacciari nel saggio Ombre Verdi – il capitalismo green è un imbroglio:

l’ennesimo, né bello, né buono.