Corse & Scalate

Pagina dei Tiratori, però franchi.

Franchi Franco e Ingrassia Ciccio, artisti sottovalutati, non a caso, lontani dal sottobosco dei franchi tiratori, sottocategoria detestabile dei cecchini; impallinatori, a seconda di usi e costumi, convenienze, calcoli: di piccioni, poveri piccioni viaggiatori inconsapevoli – inconsapevoli del destino, non dell’identità da augelli – piccioni politici, ché uno pseudo San Sebastiano da trafiggere torna sempre utile; senza scomodare santità varje, né illustri, esagerati paragoni, torna buona la cambusa di allocchi da sacrificare, sull’altare delle trame e dei tramacci; un allocco supremo, così, si trova sempre e comunque.

Sono tiratori senza pudore, birboni immatricolati, spesso (sempre) mercenari, però franchi: adamantini – sinceri, chissà – nel loro sporco lavoro; qualcuno tanto lo deve fare e, come dicono i grandi saggi, fuori c’è la fila, ti rifiuti tu, avanti il prossimo.

Caro Martin (il pescatore?), saprai – da detti proverbiali popolari – che per un franco si rischia di perdere cappa, spada, strada e talvolta financo la ghirba.

Corsa, scalata, duello; si stenta a credere, non solo al paranormale, alla normale prassi, istituzionale o meno che sia; beato chi ha fede, chi non ce l’ha, resti scapolo, celibe, nubile, nobile. Una carica – speriamo non di tritolo – diventa nello sciatto, scarico, ordinario immaginario mediatico, una sorta di gara all’ultimo sangue, un contesa rustica rusticana, all’ultima spada coltello pugnale o letale intruglio venefico – da far impallidire Madonna Lucrezia, quella dei Borgia – invece della procedura elettorale parlamentare per designare il nuovo (ignorando la pietosa/impietosa anagrafe) inquilino del Quirinale (ex Vaticano): per 7 anni, se non di guai, vissuti spesso malvolentieri, in modo molto pericoloso.

Ché i perigli non sono opzionali: quando ti investono, ti investono; vallo a dire agli abitanti di Tonga.

Pagina della crisi esistenziale, esistenzialista dei tiratori; dalla culla, all’asilo, dalle elementari, all’università, non li nota mai nessuno, anche senza dono o maledizione dell’invisibilità; almeno una volta – semel in settennato, il seme giusto – ogni tanto, senza incomodare lutti papali (fascia nera su abito bianco) altrui, concediamo loro un momento di vanità, vanagloria, protagonismo; se poi il ruolo, sarà negativo, barra (codice a barra) pessimo, pazienza: purché il volgo ne parli. Una vita da pessimo: magari un giorno ti consegnano (a insindacabile giudizio di una commissione tra le infinite) non l’oscar, ma il tapino di latta, come ultimo dei cattivi, inetto, poco adatto, a diventare il migliore dei famigerati.

Passatempo – il tempo passa, anche fosse solo una dimensione – mio diletto, gigioneggiare divagare inneggiare con, alle divine Parole; aggettivo desueto, pare sia divenuto diletto – di letto? – e mentre scrivo, demodé retrò antiquato, anche desueto stesso. Sono desueto, per me stesso. Una benedizione, una consacrazione, diventare aggettivo: solo i veri artisti ci riescono dopo una vita intera di passione, di passioni, in bilico sul limitare tra il mondo dei sensi e quello sovrasensibile. Tre sono giunti – in sogno, come altrimenti? – a lenire le mie frustrazioni, a confortare i miei numerosi difetti; tre numero della perfezione: Van Gogh, Kurosawa, Fellini (con litografie celebrative di David Lynch).

Quando cammini, presta la tua attenzione, alle valvole rapide di sfogo o di ausilio alla forza anti dispersione di gas – anch’essi nobili, se va bene – o umori; importante non disperdere gli umori, in particolare, della pazza folla: non sempre le civiltà del momento hanno sotto mano una cloaca, massima.

Un tempo cancellato dalla memoria, anche piccole canzoni riuscivano a trasmettere con poetiche armonie grandi insegnamenti; in una, interpretata dalla signora Carla Bissi, si ammoniva con amara delicatezza:

più lontano vai, sempre meno conosci.

Lo stolto, imperturbabile, replicherebbe:

non è importante conoscere, ma è meglio sia importante chi conosco.

Pazza Gioia dello Smarrimento

Pagina della pazza gioia, gioia per la pizza.

Pazza pizza gioiosa, abbandoniamoci alla pazza gioia, anzi passa gioia – prego, prima tu, graziosa creatura del cielo – passa gioia senza freni, passa la gioia, eccome, soprattutto quando e se ti illudi che sia eterno il sollazzo.

Gaudeamus: della sacra pizza.

Finché ce n’è – si scriverà davvero così? per fortuna, la glossa madre è un’opinione da balera – meglio tutelarla, averne cura, dimostrarle gratitudine. Del domani, anzi dell’istante successivo, certezza alcuna. C’è o non c’é? Ci è o ci fa.

Balliamo sul filo, non si sa se sia più rassicurante quello teso tra due vette irraggiungibili o quello affilato a puntino del rasoio di Jack Occam; optare per una colonna sonora adeguata in previsione – ah, la previdenza – di una fine, per un fine, per il fine del Mondo, quale abbiamo creduto di conoscere: i più coltivati nei vasti campi dell’anima, vorranno lasciarsi cullare al congedo dalla sonata (o era una sinfonia di fine vita in Leningrad?) numero 7 di Shostakovich, le persone più popolari magari preferiranno votare, ma solo in caso di attacco nucleare – opzione Kubrick – per la canzone We’ll meet again, della Vera diva Lynn;

anche se il giorno dopo, il centro città potrebbe somigliare più al deserto dei Tartari, che a quello immaginario, avventuroso di Tartarin di Tarascona. Al netto, della scorta dei Leoni dell’atomo.

Attenzione alle fumate – figlie e figli dei fiori, ci siete ancora? – mentre con il lanternino, anzi, con l’insopportabile luce blu di schermi inesauribili, cerchiamo l’uomo giusto o quello meno sbagliato tra torme e tormenti di bipedi senza qualità, le enormi aggregazioni gassose bianche o nere, non indicano solo un esito, un risultato di uno spoglio, ma potrebbero segnalare, eruzioni cutanee, esplosioni, di gioia.

Qualcuno gioisce di sicuro in questo Mondo Dopo: pare che l’era dei virus mutanti non abbiano cambiato le tradizionali abitudini inique in vigore tra i gruppi più o meno umani, che prevedono l’aumento indiscriminato della ricchezza dei soliti noti, all’aumentare delle difficoltà, delle angosce, delle disdette – delle vacanze, senza dubbi – di tutti gli altri, senza santi né sarti in paradiso (fiscale).

Lasciate o raddoppiate? Loro raddoppiano.

Vi arrendete? Come dicevano agli avversari con ghigno beffardo i mitologici – quelli sì – blancos del Real Madrid, negli anni ’50 del 1900, quando in Iberia e sui campi della Coppa dei Campioni, i trofei erano loro appannaggio per diritto di piedi, divini; miedo escenico? Paura del palcoscenico? Molto di più, anche senza fantasmi o misteriose maledizioni. A proposito, adios senor Gento e grazie per ogni meraviglia.

Sfidare la morte, ma al chiaro di Luna, come se non sfidassimo la Nera Signora ogni giorno, anche nel pieno fulgore del Sole; auspicare che almeno una volta nella Storia – che bella storia sarebbe – trionfi la rivolta degli appesi (non gli insaccati, sia chiaro), quelli che da sempre patiscono per la repressioni delle voci, dei diritti, della libertà;

rammentare di andare, nella giusta stagione, a raccogliere le fragole nel loro posto, quello giusto e rammentare la domanda della commissione d’esame a quel giovane aspirante dottore: qual è il primo dovere di ogni medico? Per tacere del buon caro vecchio Ippocrate, chiedere perdono.

Anche Tolkien smarrì il sentiero, in una terra di mezzo, forse la sua, ma vivendo una favola per adulti, soprattutto, raccontandola, trovò un piccolo pittore di foglie e un albero meraviglioso che gli (ri) donarono coordinate e sensi, dell’orientamento esistenziale:

l’Albero della Vita, quello che, (d)al centro dell’Universo, sostiene e alimenta tutto il Creato.

Mondo liso, per tacer di Monnalisa

Pagina dei lavoretti domestici, do U know bricolage?

Hai voglia Piero, a metterti carponi, o disteso; hai voglia ad avvitare tutte le viti del mondo, se la vite principale è spanata, dipanata, appannata: impanata? Dopo il pasto, digestivo effervescente.

Sbrogliare la matassa del brico o del bruco che evolve in farfalla non è semplice: dipanare la matassa, il broglio anche e soprattutto elettorale – ci facciamo buggerare da una vita e anche più – il brogliaccio: la commedia agra della razza umana in fondo resta la stessa, perché ci siamo incaponiti – incagliati? – a seguire, inseguire sempre il canovaccio unico (canovacci e strofinacci, molto utili in ambiente domestico), il mono canovaccio: non possiamo dunque pretendere grandi sorprese, grandi novità, sensazionali risvolti ai pantaloni, ai volumi cartacei, alla trama della commedia dell’arte del caro vecchio liso Mondo.

Indolenza, pigrizia: pigro, magari come Ivan Graziani nel 1978, carezzare Monnalisa, trafugarla – donna (tra)fugata, sempre baciata – nasconderla in una lignea cassetta per le patate, trasportarla in un vecchio solaio o un antico fienile e ammirarla senza posa, per giorni, per mesi, per rivelare, carpire, metabolizzare il segreto di quelle pennellate, di quel sorriso; anche un po’ beffardo, tipico della donna superiore che ha capito tutto e conosce le tue vergogne, i tuoi difetti: i più intimi, i più scandalosi.

Cielo (D’Alcamo)! Mio marito! Nasconditi nel covone, presto:

«Tu me no lasci vivere   né sera né maitino.
Donna mi so’ di pèrperi,   d’auro massamotino.
Se tanto aver donàssemi   quanto ha lo Saladino,
  e per ajunta quant’ha lo soldano,
  toc[c]are me non pòteri a la mano».

Lena, perché sei Tu (Madda)Lena, prostituta honesta che facevi impazzire gli uomini con la tua avvenenza senza pari, senza mai incrociare autentiche rivali: anche Merisi da Caravaggio perse il lume, della ragione, ma non dell’Arte – e creò la camera oscura – e Ti innalzò a modella eterna della eterna celestiale vergine; uno scambio di divini doni, il vostro.

Cercare paradisi terrestri – non solo fiscali – negli atolli, mai satolli, tropicali, scoprire svegliati di soprassalto o da un assalto di sopra, la natura profonda e vulcanica di quelle isole: lava, cenere, lapilli, tsunami e il cha cha dell’Apocalisse è servito, magari insieme ad un raffinato cabaret di frutta, anch’essa tropicale, e fantasiosi cocktail al rhum, rigorosamente al rhum. Anni ruggenti, dei Tropici.

Fare i fessi – la giara fessa, di Mastro Luigi, Pirandello – farsi credere fessi, per meglio rendere fessi gli altri: un altro trucchetto antico come la professione più antica, la prostituzione – quella intellettuale, a partire da certi graffiti sulle pareti delle caverne – che però, inspiegabilmente, funziona sempre e miete ad ogni stagione migliaia di tontoloni.

Riparare con mastice portentoso la giara, raccogliere i sassolini lavici neri che come aliena neve scendono dal cielo, scrigni naturali dei codici segreti, esistenziali, del nostro Universo;

i meno sciocchi, o solo i più cari agli dei, lo capiranno, li accoglieranno nel loro palmo disteso, li conserveranno in quelle antiche anfore:

per (ri)generare il Mondo Nuovo, da quello Prima.

Voyager (Aldebaran)

Pagina dei Venti, non del Venti – Paolo Rossi, ragazzo immortale – la Rosa dei.

Il vento scompiglia, agita, favorisce o inibisce i voli, pindarici pitagorici, dei prototipi o proto tipi. Senza offesa, senza discriminazioni: astenersi piloti automatici, attenersi alle istruzioni, umane.

Il vento dispone di ali e moto, propri, ma può spezzare quelli altrui, spezzare e anche spazzare, via, definitivamente.

Nel fatidico anno – a proposito, esistono anni incolori, senza accadimenti? – 1989 (Mondo Prima, MD) una sonda terrestre di esplorazione cosmica, denominata Voyager, appurò misurò comunicò alla base posta su Gea Madre che i venti di Nettuno raggiungevano i 2100 km orari; roba da far impallidire di scorno la più potente bora triestina o il più selvatico tornado americano. Improbabili, su Nettuno, anche perché le guglie del suo tridente regale sono acuminate, assai, gli aperitivi gli apericena gli afterhours all’aperto.

Nel 1989, cadde uno – uno solo dei troppi – muro della vergogna e dell’idiozia umane: forse, con tutte le molle le pinze sterilizzate le precauzioni del caso (mai per caso), qualche refolo nettuniano giunto fino a noi senza menzogne, senza infingimenti, aiutò quelle mani assetate di libertà e di vita, coadiuvò l’opera demolitrice e per una volta meritoria, di quei picconi della rivolta, amata rivolta; avremmo dovuto imparare la lezione: non voltare mai più le spalle alle iniquità.

Siamo renitenti, eterni ripetenti, alla leva calcistica della classe 1970 e soprattutto alle lezioni di Maestra Storia.

Sarà capitato anche a voi di avere un rumorino nella testa, per poi all’improvviso accorgervi che si tratta del meraviglioso frastuono che produce il Valhalla, non solo quando cadono certi sedicenti dei – poverini – ma quando crollano miseramente i tetri castelli, i miserrimi teatrini di inveterate menzogne: anche i miracoli e le magie sono tollerabili semel in anno, come la follia, come l’inverarsi dei sogni, l’eccesso non crea dipendenza, solo letalità.

Nelle migliori taverne dell’Universo, degli universi unicorni alternativi, esplorando senza tregua senza conflitti ogni multiverso, anche quelli senza pluri identità, sarà lecito, auspicabile indossare tutte le maschere, le proprie, quelle altrui, per capire come ci si sente: pesanti e soffocati di sicuro, ma, optando, tutto l’anno sarà Carnevale.

Caro Nettuno, gigante cosmico, algido pianeta blu, chissà quali sono le tue impressioni – anche fotografiche, letterarie – quando le Pleiadi incontrano Selene (e viceversa); altro che Singapore (con tutto l’onorevole, oneroso rispetto), vorrei un destino da apolide consapevole su Aldebaran e dintorni;

in fondo, partendo dalla Luna, dovrei percorrere appena 440 anni luce:

sono un discreto camminatore, nello zaino inserirò il manuale per marciatori astrali.

Gennaio è una ninfa

Pagina delle belle mattinate di gennaio, quando sono belle.

Aria tersa nonostante l’inquinamento, luce cristallina, il mondo intero appare limpido, nonostante le anime umane restino torbide.

Nuove grandi speranze dalla scienza medica, perché oscura resta la mente dell’uomo, ma anche il cuore non scherza, anzi: spesso organizza scherzi birboni e quando li allestisce, di solito, non pratica sconti. Ecco perché, in periodi confusi e bui, da Baltimora giunge una notizia che induce se non alla festa, alla cauta soddisfazione; dai quesiti da pòrci, ai cuori dei pòrci che dopo opportuna modificazione genetica possono essere trapiantati nelle casse toraciche dei bipedi che hanno consunto i propri.

Da cuore di cane – sempre sia idoLatrato il fidato amico – a cuore di porco, senza offesa e senza allusioni, né illusioni alla fattoria animale di orwelliana memoria, almeno per oggi.

Non sottovalutare mai il potere e le conseguenze dell’Utopia: non si tratta, come da limitato limitante manuale, di idea non realizzabile, ma di idea così fulgida in grado di trasformare il reale, in un sogno, in un’altra realtà o nell’abbrivio di una navigazione verso qualcosa che prima non c’era e forse ci sarà, sarà raggiungibile; dipende dipenderà solo dagli utopisti e dalla loro fiera determinazione.

Per noi dinosauri del Mondo Prima, Histoire d’O era questo, solo questo: un romanzo e il film tratto dall’opera letteraria, non la palingenesi della aVariante di un virus; amica Belinda, dal nome di una mela, però peccaminosa, qual è il limite tra eros e prevaricazione? Il quesito non sussiste se per orientarti, segui le vaghe stelle della costellazione chiamata Rispetto, della dignità e delle persone.

Qui Rinale, a voi studio: al colle nomato Quirinale, sceglierei per il meglio – o era miglio? – un cardinale; così, tanto per cambiare tutto, in modo che niente cambi mai, sul serio.

Un tempo nel Mondo Prima, marzo era il mese dei giardini e delle idi – congiure (kompottisti!) – ti dovevi guardare dai repentini mutamenti meteo e dalle coltellate vaganti, ma almeno il tuo quotidiano groviglio poggiava su qualche pilastro, solido, indistruttibile; in questa epoca mesta, senza più nemmeno una festa, dovrai/dovremo coprici le spalle – senza garanzie di successo – dalla pandemia galoppante e dai magici richiami, il cui abuso, uso massiccio, rischiano di causare più maleficio che tutela: ora lo ammettono, ad alambicchi stridenti, gli stessi alchimisti dell’imperatore.

Gennaio è una ninfa dalle rosse chiome, leggiadra leggera, dal respiro magico fresco e profumato, la riconosci dal nitore della pelle diafana, dal nitore del cuore, nuota veloce tra vortici di acque verdi rubino: tra la Luna e gli epici falò epifanici – inesistenti ormai – saremo noi all’altezza, meritevoli di sua cugina, Nuova Primavera?

Speriamo non tardi ad arrivare:

auspichiamo, soprattutto, che arrivi.

Vecchie rimembranze, nuove pagine (?)

Pagina dell’anno dopo, il terzo nel Mondo Dopo, in un soffio di vento.

Siamo un soffio anche noi, lo sono le nostre vite, un sospiro, poco più, poco meno.

Speriamo di non essere mai un soffio loffio o di essere negazione dell’Essere: invidio la cara antica Drosphila – Drosofilla del mio cuor – Melanogaster, imprigionata incastonata cristallizzata nell’ambra millenaria, però nel suo momento migliore, all’apice della forma, allo zenith della gioia.

Siamo carovane, siamo come le carovane di quei pazzi autentici che fiondandosi verso l’Ovest, verso la leggendaria epica frontiera – naturale, immaginaria, tracciata a tavolini dai soliti squallidi affaristi – si illudevano di accedere a un nuovo Eden, si auto convincevano di costruire una vita nuova. Famiglie senza patria, senza arte né parte – solo partenze – avventurieri affamati assetati di emozioni al limite della sopportazione, immancabili famigerati delinquenti senza scrupoli. Nulla di veramente nuovo sotto il Sole, dall’alba dei tempi.

Pagina nuova per vecchie rimembranze: abbiamo perduto molto durante i secoli, non solo l’Arca dell’Alleanza tra umano e metafisico, tra umano e trascendente, ma anche quella dell’Intelligenza, il bene supremo dell’intelletto, l’intelligenza reale raziocinante, funzionante; l’arca degli aforismi – se 50mila pubblicati vi sembrano pochi – Arkadij Davidovic, russo che dal suo universo dei sogni raccoglieva e traduceva per noi motti di acume e spirito, acuminati.

Cara dolce Compagna, non inganniamoci: può sempre tornare utile imparare le leggi dell’esistenza, compresa l’inesistenza.

Abbiamo dovuto congedare e salutare, chissà, in auspicio solo momentaneamente, anche mister Larry McMurtry: la sua colomba solitaria e i suoi sporchi eroi di Laredo, quasi tutti tipacci poco raccomandabili, coacervo più di difetti e limiti che di lucenti qualità – per questo, molto umani, molto carnali se così sia possibile definire personaggi letterari – hanno saputo raccontare meglio di ogni saggio storico, meglio di tutte le celebrative pellicole hollywoodiane, più e più in profondità di altri romanzi della corrente o del genere, se preferite, la falsa epopea del citato – eccitante – West nord americano.

In fondo, in fondo alla pista polverosa, al raschiare dell’ultimo barile di acqua potabile, si tratta della solita vecchia storia:

quella dell’uomo che combatte contro la genetica paura di vagare nell’insignificanza, durante la sua labile comparsata terrestre, affannandosi a imprimere anche solo una piccola traccia originale, su un frammento di selce.

Palm Beach Gardens

Pagina delle palme, palme delle mani e della flora

Al palmare degli pseudo potenti, preferirei i palmares, quelli completi con tutte le sconfitte, che a vincere, almeno una volta, almeno grazie allo stregone – o era lo stellone, strillone? – sono bravi molti, se non tutti.

Palma o palmo della mano? Chi sono io per dirimere un’ambiguità storica che ci trasciniamo dal tempo degli antichi Romani? Meno male che la Storia l’abbiamo già cancellata.

Fenomenologia dei fenomeni, astrali, certo, i migliori – ma fenomeno e migliore possono essere considerati equipollenti? – vorrei che il Professor Eco, anche dalla sua dimora empirea attuale, ci facesse dono di tante (Dante) bustine, quelle di Minerva capitolina, per interpretare, fino a dove si può con il raziocinio oltre con l’immaginazione, tutti questi fenomeni narcisi: un po’ troppi, un po’ debordanti rispetto ai risultati concreti, rispetto alla prova del 9 della realtà.

Camminando palmo a palmo nel tuo territorio, finirai prima o poi nell’imbatterti in piste meno battute, meno frequentate; troverai un ferreo cancello completamente cannibalizzato dalla ruggine e sorgerà spontaneo il desiderio di oltrepassarlo, nulla attrae più degli enigmi, soprattutto quando i muretti di antiche case diroccate, sono già crollati, picconati senza pietà dall’incuria umana e dal potentissimo manto di Kronos.

All’improvviso, scorgo dentro un meriggio surreale, Battiato che proprio durante la materna controra sicula, deambula alla ricerca dell’ombra della luce, stagliandosi tra due palme nel suo giardino della pre esistenza, o forse nella dimora onirica di Milo etnea. Con un solo balzo in diagonale, ha raggiunto l’Uno al di sopra del bene e del male, mentre io avvinghiato al pavimento, brancolo a fatica, a fatica tento un’insana, fallace individuazione delle ombre che mi circondano.

Servirebbe come pane e datteri tra le palme, un esegeta professionale, capace di spiegare le barzellette raccontate da Ciccio l’Etneo, soprattutto quella del cammello che entra in un bar, si mette di profilo e cade; ma solo il pensiero di quel mistico siculo buontempone e barzellettiere scatena la risata sana e gustosa. I grandi, quelli veri, coniugano profondità leggerezza ironia semplicità: la semplicità è vicina al divino, rammentava il filosofo Manlio Sgalambro.

Con palme speranzose, corriamo a brevettare le invenzioni, le più belle, le più sorprendenti: la fila per accedere alla sospirata carta burocratica è quasi infinita, perché le invenzioni vere – si sa – hanno mille padri (e le madri?), in compenso disastri e nefandezze ,meschini, restano abbandonati davanti agli orfanotrofi e ai conventi.

La fotografia aiuterebbe come prova testimoniale?

Lo sai che lei è proprio un dagherrotipo? Piano con le parole, dagherrotipo ci sarà lei e tutta la sua stirpe.

Osservate con attenzione i panorami, durante le albe di gennaio: le montagne azzurre color di lontananza appaiono così vicine che si ha l’illusione di poterle carezzare con i palmi; a mezzogiorno, nonne a spasso con nipoti sui tricicli, regalano sprazzi, pennellate residuali di umanità.

Se qualcuno resterà, tra eterno ritorno dell’atomo e avanzate di novelle armate virali, inginocchiato o meno, con palme impolverate o verniciate di bianco – polvere terrestre – rivolgerà un doveroso, categorico ringraziamento, al Cielo:

più su, oltre, forse non si potrà.

Leopardati, forse

Pagina del forse, parola più bella del vocabolario;

non lo dico io, lo scrisse Giacomo, Leopardi.

Dalle truppe cammellate di certe schiume dei sargassi, mucillagini infestanti delle nostre società in disgregazione, alle truppe leopardate, anzi leopardiane: un bel passo in avanti, il passo del Leopardi. Forse.

In ritirata, sulla collina, almeno, anzi ameno, buen ritiro. Forse.

Vivere, sopravvivere all’ombra, nell’ombra dello ieri, prima che venga Domani, a esigere tributi decime gabelle balzelli – anche sul posto – omissioni, ossessioni. Forse.

Le vite degli uomini si intrecciano come fili di canapa, anche quando questi uomini non si incontrano mai, anche quando percorrono epoche distanti o lievemente comunicanti tra loro; credereste all’incredibile forza vitale – resilienza, vade (nel) retro bottega – di un infaticabile, orgoglioso lavoratore nipponico, capace di sopravvivere a 2 ordigni atomici, per poi concludere il cammino terrestre a 93 anni, da attivista contro il nucleare? Credereste alla forza del destino, del fato, del caso – dadi in un bussolotto nelle mani degli dei capricciosi – che si abbatte sull’esistenza di un intellettuale francese, nemico dichiarato dell’atomo nocivo e della meccanica senza anima, il quale scegliendo un giorno di viaggiare non in treno, come inizialmente previsto, ma in auto, muore a causa di un incidente stradale? Non saprei dire se esistano sottilissimi gangli invisibili che ci collegano tutti all’Uno metafisico o se sia in fondo possibile trarre, se non una morale, almeno qualche piccola preziosa lezione dalle vite degli Altri che non sono noi: più che il presunto ritorno dell’atomo verde di pseudo IV generazione, temo gli istinti voraci amorali acefali del bipede, forse progredito nelle tecnologie esterne, ma rimasto bloccato alla prima generazione, primordiale e belluina. Forse.

La scienza – ah, questa scienza, sostitutiva di Mamma Rai, quante cose fa solo per noi – ci avverte (chissà poi perché gli avvertimenti più mediatici, mediatizzati della scienza somigliano sempre più a minacce, a ricatti) che un enorme asteroide nomade nel cosmo rischia di schiantarsi sul nostro Pianeta in data 6 maggio, con effetti potenzialmente catastrofici: asteroide vagabondo non ti temo, hai il passaporto in regola? Hai completato il ciclo di inoculazioni di magico rimedio? Sei fornito di apposita, regolare mascherina ffp2 – anche quelle di Zorro o Diabolik, potrebbero andare bene – per atterraggi all’aperto o nei locali pubblici? In caso contrario, schiantati da qualche altra parte nell’Universo.

Ti invio il messaggio, l’imperativo categorico in codice, tramite alfabeto, Alfabeto Forse.

Lo Zibaldone dei pensieri non equivale a un rassegnato zì badrone: il potere è contenuto nelle mani del tiranno o nelle passività dolente di chi si rassegna senza combattere alla schiavitù? Eterno dilemma che non significa lemma doppio, casomai, angosciante problema al quadrato. Forse.

  1. L’immaginazione è il primo fonte della felicità umana. Quanto più questa regnerà nell’uomo, tanto più l’uomo sarà felice.
  2. L’arte non può mai uguagliare la ricchezza della natura.

Giusto per non smentire la fama di inguaribile ottimista, anche un po’ zuzzurellone del Leopardi:

sempre forse;

sia chiaro, senza tentennamenti.

Ombre Comete Piccole speranze

Pagina delle fallaci sensazioni, da non confondere con sensazioni falliche;

si cambia del tutto genere e gli esiti potrebbero risultare lontani e inattesi.

Ombre grigie, ombre nere – per tacere delle ombre rosse – vagano indistinte nella nebbia che tutto rende indistinguibile e ovattato, eppure periglioso, in ogni gocciolina potrebbe annidarsi, mimetizzarsi una minaccia, reale o immaginaria non fa differenza.

La verità minuscola che ricordavamo si può cambiare, mascherare, cancellare, ma se non riusciamo a definire un sasso in giardino, sarebbe opportuno non arrischiare dialogici dibattiti sui massimi sistemi.

Chi può ragionevolmente scandagliare i propri abissi e a stretto giro degli angoli, acuti, gli abissi altrui? Un uomo grida il proposito di perire e farsi tumulare sul posto di lavoro, potrebbe apparire un’esagerazione causata dall’esasperazione di un periglio momentaneo, invece è una filosofia personale, un piano di vita, o di congedo, dalla vita.

La disobbedienza meditata alle illusioni coercitive del potere è già felicità, la resistenza – prospera abbondante munifica – sia frutto da curare nel presente, maturo per il futuro: la Compagnia della libertà e della dignità, della coerenza e della consapevolezza soppianti presto quella delle Indie, o meglio, le sue voraci, spietate nipotine.

Brancolare mendicare pedinare l’eco, dei propri passi, a ritroso nelle dimensioni, negli eoni, nelle esistenze: tornare a Babilonia, Alessandria d’Egitto, Atene; imparare davvero finalmente democrazia, oratoria, catarsi dagli orpelli, i più ponderosi, i più ingombranti, soffocanti.

Ombre non solo, non sempre orientali, giochi di dissolvenze, incrociate, abbracciate: prologo, epilogo, entità separate, identità precipue o identiche fasi alternate, intercambiabili a seconda dello scorrimento della pellicola, del montaggio analogico, delle direzioni di marcia, con passo costante?

Le parole, queste sconosciute, talvolta non sono abbastanza, talvolta, una sola può tracimare nell’eccesso; gli auguri sarebbero fuori luogo, in loco nel Mondo Dopo anche gli àuguri preferiscono eclissarsi:

meglio ricominciare con cautela e leggerezza, confortati da un ricordo bello anche se falso (o bello, proprio in quanto falso), inseguendo una piccola luce, forse verde.

Magari per avvistare – se non appuntare come biglietto mnemonico sull’anta del frigorifero – la Cometa Osceola:

perché i sogni dei Popoli non devono morire, perché i Popoli devono restare in cammino.

Dolce naufragare, senza soluzioni

Pagina di chi cerca le soluzioni, si scervella, si danna nella ricerca.

Nella settimana enigmistica, tutto almanaccando, è facile: basta pazientare la settimana successiva per trovarle già belle e stampate, a chiare, visibilissime lettere.

Frugando nelle proprie tasche diventa operazione più complessa, quando non impossibile – adoro le missioni impossibili, tanto poi arriva Tom Cruise che a 90 anni salta dai grattacieli senza stuntman sostitutivo – di solito le tasche hanno ceduto, lise da tempo, nel corso del tempo; le soluzioni le briciole le monetine si sono disperse lungo tutto il percorso e riportarle nelle mani o nella memoria è magia riservata a pochi, illuminati.

Antonio De Curtis, il principe partenopeo, talento comico quindi tragico, inarrivabile, sosteneva non solo sulle sue esili spalle – grazie a spalle straordinarie – sceneggiature talvolta imbarazzanti, ma anche ispirate teorie filosofiche: nei tempi di crisi, gli intelligenti si prodigano per trovare e costruire soluzioni, mentre gli stuoli di imbecilli si affannano a individuare colpevoli.

Ecco, Mergellina, abbiamo un problema: oggi gli imbecilli sono quasi tutti inseriti nei quadri di comando; peccato che nessuno – o pochi sparuti, quattro gatti indomabili, direbbero gli stolti – frequenti vocabolari e accademie etimologiche, sarebbero magnifiche scoperte – non tutte le scoperte sono di per sé stesse magnifiche – ineffabili emozioni al cospetto della autentica natura di parole chiave, quali: natura, maestro, ministro.

O mangi questa ministra – pardon, minestra – o la getto dalla finestra; la saggezza popolare può essere ingannevole, più di ogni cosa, ma di ogni cosa – non l’avessimo perduta, dispersa assieme alle soluzioni – fornisce una qualche traccia, solida molto più che apparente, almeno perlomeno, più o meno, indiziaria.

Avessimo ascoltato le Nostre Nonne, i Nostri Nonni, non saremmo qui e ora così, ridotti ai minimi termini, con pochi termini, di paragone e pensiero; poche parole, banali, equivalgono spesso a zero pensiero. Senza nemmeno zenzero.

La memoria tanto celebrata è un processo di costante riscrittura dei fatti accaduti – noi bipedi, in particolare, abbiamo una memoria affidabile poco affabile, quanto quella di un monocolo unicellulare: chi controlla il passato, controlla il presente, determina a suo sghiribizzo il futuro. Quanta nostalgia di un fratello maggiore

Come in una fulminea, fulminante vignetta di Mastro Altan: quanti pensieri in codesta realtà, se rinasco, spero di reincarnarmi in un sasso. In alternativa alla formica e al mandorlo precedenti.

O nel Pi, quello ellenico classico, naufragando per i Sette Mari, dolcemente, in compagnia di una maestosa Tigre, del Bengala o della Malesia: una o entrambe, comunque una benedizione.