Dense green foliage growing around glowing blue and copper circuitry

Liquefazione

Si pensa in automatico – riflesso ‘condizionato’ – al sangue di San Gennaro;

in alternativa, geo politicamente corretti, al miracolo a Milano.

Ancora, liquefarsi come un ghiacciolo all’Equatore (esempi di quando perfino noi eravamo bambini), come il gas, per restare solidamente ancorati all’attualità, trasportato dalle gigantesche navi metaniere; almeno quelle che, in teoria, possono ancora transitare per i vari stretti – strettoie? – dei 7 mari.

Ci siamo illusi di abitare un pianeta senza confini, né barriere, e invece, eccoci sistemati.

Obliamo spesso di essere costituzionalmente imperfetti, ma, come dice il nostro uomo nel Palazzo di Vetro (Onu?), magra consolazione, “nessun paese è perfetto”. Per rammentare con semplicità che qualsiasi istituzione creata dall’umanità, presenta lati buoni e, altri, migliorabili: dovremmo concentrarci su questi aspetti; invece, spesso, la preoccupazione dei vari governi, anche di diverso indirizzo politico, è creare nuovi reati da perseguire, per garantire – in apparenza – la fantomatica governabilità e la leggendaria sicurezza dei cittadini.

Il tecno feudalesimo, lontano dall’essere una festa rave per giovani in cerca di emozioni forti, è, in realtà, la forma, deleteria, del nuovo ordine mondiale. Non parliamo di eminenze grigie, o stati canaglia, ma di cosiddette big tech, multinazionali sovranazionali, che possono vantare bilanci più cospicui di ogni stato del mondo, quindi, interessate alle decisioni politiche in grado di incrementare il loro lucro.

Impatto ambientale e diritti civili umani, non pervenuti.

La famigerata intelligenza artificiale per loro non rappresenta un pericolo, ma un mezzo portentoso, l’ennesimo, da sfruttare senza regole e senza limiti, incuranti dei danni alla Natura e all’Uomo.

Eppure, Cedric Durand, economista, docente di Economia politica a Ginevra, si dice convinto e ottimista nel correggere, ampiamente, la rotta – china disastrosa, calza meglio – cominciando dal ribattezzare in modo corretto gli attori e le questioni in gioco. La nostra epoca si chiama capitalocene, perché il “capitalismo sta trasformando l’ambiente in profondità”; bisognerebbe “riconoscere quanto prima il ruolo di soggetto storico alla Natura, creando istituzioni che la rappresentino. La contabilità ecologica dovrebbe diventare struttura primaria per decidere le nostre economie, creando un inventario permanente del territorio, per definire gli spazi che decidiamo di utilizzare per le attività economiche”.

In sostanza, invece di invocare la presunta intelligenza artificiale come panacea dei nostri, tanti e gravi, problemi (ignorando totalmente, o quasi, la sua vera qualità ontologica), dovremmo affidarci “all’intelligenza collettiva, perché il cervello è l’entità che coordina ogni nostra funzione; passo successivo, ripeto, dare alla Natura le sue istituzioni, per salvare il pianeta”. Dovremmo comprendere, finalmente, che “noi siamo il cervello della Terra“.

Magari, muovendoci in fretta, la sabbia dentro la clessidra (non è possibile girarla) sta finendo di scorrere, i ghiacciai ritenuti eterni si stanno liquefacendo, così i diritti civili “che credevamo acquisiti”.

Siamo giunti all’assurdo, coloro che si mobilitano per sensibilizzare l’opinione pubblica e difendere le risorse naturali, gli eco attivisti, sono etichettati dai governanti e dai politici, quali “eco terroristi, Talebani verdi, eco zeloti (copyright UK)”.

Lo sostiene – lo verifichiamo tutti i giorni negli ultimi, tristi anni – Michel Forst (il nostro uomo nel Palazzo di Vetro), cittadino francese, nonché primo Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori dei diritti umani. La sfida più grande che l’umanità sta affrontando è quella ambientale, legata ai mutamenti climatici, causati da attività antropiche, eppure, nelle varie agende politiche/multinazionali, non vengono mai menzionati, neppure all’ultimo rigo, o in una nota a margine, o postilla microscopica.

“Questi individui (gli eco attivisti) affrontano grossi rischi, a volte perché utilizzano forme inusuali di protesta, come la disobbedienza civile. I governi, al momento, non stanno affrontando la tripla crisi che ci minaccia: cambiamenti climatici, perdita della biodiversità, inquinamento. Tribunali e media, poi, li considerano e li trattano come criminali, per non parlare delle polizie. Eppure, sono i difensori della Terra”.

Sorprende, allibisce, sgomenta l’atteggiamento del Vecchio Continente, sempre pronto a schierarsi, a parole e in linea di principio, con coloro che lottano a favore dei diritti umani: all’estero, però, mai all’interno dei propri territori. Un ammirevole senso di lungimiranza e, in particolare, coerenza.

Forst sottolinea il ruolo determinante, in negativo, dei mezzi di informazione. Spesso, troppo spesso, per ignoranza e sciatteria “dipingono i difensori dei diritti umani e ambientali quali delinquenti, questo può diventare pericoloso per l’incolumità degli attivisti e per le cause stesse della loro mobilitazione. I media, al contrario, dovrebbero dare loro voce e spiegare che le loro forme di protesta, nuove, hanno un senso, non potendo contare sui partiti politici nazionali e sui politici locali”.

L’orizzonte non è roseo, nonostante durante le ultime Cop (Conferenze delle Parti) sul clima, alcuni funzionari governativi abbiano invitato “coloro che stanno sempre nell’ombra e le comunità locali, per esprimersi ed esporre problemi e possibili soluzioni. In alcuni casi, i funzionari, ascoltando le voci di persone reali, hanno dimostrato di capire e si sono attivati per stimolare cambiamenti positivi”.

Nonostante ciò, buona volontà poco consolante, pochi e isolati fatti concreti, clima e diritti universali, si avviano al tragico epilogo delle calotte polari artiche:

si stanno liquefacendo, rapidamente.

Spalle al mondo

Scivola, scivola, scivola, ma non è un ritornello dell’Umberto nazionale (Tozzi, a scanso di equivoci).

Scivola, scivola, scivola, ma non siamo su un pista di pattinaggio su ghiaccio, su un tracciato montano di slalom gigante (anche se), in un palazzetto per campionati di curling.

Scivoliamo, tutti – o meglio, quelli che si trovano per spudorata fortuna a vivere nella porzione di sedicente umanità ‘privilegiata’ – inesorabilmente, lentamente verso l’epilogo (non quello auspicato, pronosticato da maghe e fattucchiere prezzolate). Non più lentamente, considerando la nostra complicità, anche passiva.

C’era una volta – c’è ancora, per la cronaca e il puntiglio – Unterluss; molti, forse la moltitudine o parte maggiore, compreso lo scrivente, non ne hanno mai sentito parlare, non conoscono il luogo. Si tratta di un paesone di 3.800 abitanti, circondato da boschi, con al centro – più o meno – un campo di calcio. Tutto molto ameno, potremmo dire, magari con un vago, non infondato, sospetto. Al posto di quel campo, durante gli anni bui e terribili del nazismo, sorgeva un lager: con prigionieri militari italiani che dopo l’armistizio del 1943, scelsero, lottando, non solo contro gli aguzzini, non solo contro una patria che per ignavia li aveva abbandonati quali “schiavi di hitler“, ma contro la propria coscienza, di offrirsi come ‘forza lavoro coatta’ (con morte certa), rifiutando di schierarsi, con il fuhrer o con il duce.

Né la Germania (timidamente, balbettando negli ultimi anni), né i partiti italiani, negli ultimi 80 anni, ritenendo la loro storia e le loro vite “poco utili alla causa“, hanno davvero fatto i conti con questi protagonisti “dell’Altra Resistenza“. Il nostro Parlamento, per una volta con voto unanime, dedicherà loro la giornata del 20 settembre. Doverosamente.

Ancora più sconvolgente, almeno per l’inutile compulsatore di tasti, oggi, anno del Signore 2025 (Lui lo sa? E’ d’accordo?), a pochi metri da quel rifiorito campo, incombe la più grande fabbrica d’Europa di munizioni; “per la nostra difesa, per la nostra sicurezza“.

La disumanizzazione del povero capro espiatorio, con le conseguenze tragiche che conosciamo anche troppo bene, è una strategia, vecchia come il cucco; anzi, troppo comodo: vecchia come quella immonda (talvolta o troppo spesso? la guerra non è una condizione naturale, lo è la pace) bestia che ha la pretesa di essere ‘uomo’. Non è una strategia inventata da Vega – nelle notti limpide e stellate, nelle notti illuminate dalla Luna piena e rossa, alzo gli occhi al cielo, scruto con attenzione e anche se non riesco a vederlo, so che lui è lassù (Actarus/Goldrake); scivola scivola scivola, tornerà, anche stavolta – , non si tratta di una strategia nazista; accadeva prima del III reich, accadde con gli ‘sterminatori in nero‘, accade ai giorni nostri, a ogni latitudine, anche nelle nostre ‘belle democrazie‘. Lo dimostra lo storico inglese Laurence Rees, nel suo documentatissimo, preciso saggio La mente nazi, 12 moniti dalla storia (pubblicato dai tipi di Bompiani).

Moniti da non ignorare, moniti da cogliere, moniti per il risveglio collettivo: delle coscienze, delle azioni comunitarie.

Spalle al mondo, dunque;

non per rivolgere le proprie spalle alla Terra, per apatia e menefreghismo, ma per trasformarle in quelle di Titano, in un certo senso e grado, per caricarsi il peso, la responsabilità, l’umiltà operosa di aiutare – tanto o anche solo un poco – (come scrive il professor Roberto Mancini, su Altreconomia di settembre) tutte le comunità dei viventi;

umani o animali, appartenenti a flora e fauna.

Adesso, subito: per non scomparire nell’assuefazione allo status quo, nel degrado.

Per non essere cancellati per sempre, dalla nostra stessa auto disumanizzazione.