Row of aged leather-bound books beside a worn vintage leather ball on wooden shelf

Predatori, prede

Ci crediamo grandi predatori, siamo prede; tutte e tutti, più o meno, senza soluzione di continuità. Qualcuno, dotto, prima o poi, mi spiegherà il significato.

In fondo, prendere coscienza – quanto ci manca, la coscienza – di essere una bella, appetitosa preda, non sarebbe nemmeno così male. Avendo a disposizione il tempo giusto, l’opportunità. Grazie per la stessa.

Pare che gli insopportabili (la volpe e l’uva docet) mondiali di calcio – maschili? nel paese del fischiatissimo ‘disturbato in capa’? Canada e Messico, almeno ci sono – comincino davvero, però sarebbe allettante leggersi una storia popolare degli stessi, magari grazie a un romanzo disegnato, pubblicato meritoriamente dalle tipe e dai tipi di Tunué.

Così, scoprire che la vera storia – non solo dello sport, di questo in particolare – è lontana assai dalle gesta epiche dei campioni più mediaticamente celebrati; esiste anche quella, per carità, nessuno lo nega, però il calcio, in quanto passione popolare globale (anche nelle zone della Terra più impervie e impensabili), fu, è, anche oggi, nonostante il business e intrallazzi vari, sarà in futuro, un potentissimo strumento di emancipazione.

Pagina dopo pagina, immagine dopo immagine, mentre le parole raccontano vicende sorprendenti, scopriamo che a ogni latitudine, una partita di pallone – su terreni impossibili, perfino con palloni ‘inesistenti’ – ha travalicato la semplice essenza sportiva, per accompagnare le lotte degli operai, dei movimenti femministi, dei militanti anticolonialisti, dei giovani dei quartieri popolari, esclusi dalla possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita.

Nonostante si giochi con i piedi, la materia grigia è fondamentale: storie popolari, dunque, raccontate ‘dal basso’, alcune poco conosciute, diversissime dai palcoscenici invasi da lustrini e paillettes, perché il calcio sa diventare “messaggio e strumento di sovversione, di generosità“.

Quotidianamente, udiamo i soloni da bancarella rionale, strepitare sulla ‘necessità assoluta della sicurezza’, della ‘sicurezza’ quale valore primario delle società contemporanee. Ci sarebbe da sorridere – pensando anche solo per un momento alla nostra natura umana, fragile, limitata, transeunte – se questo strepito incessante, invasivo, inarrestabile (anche dal punto di vista giudiziario), non producesse danni sociali gravi, inquinanti, come le plastiche e le microplastiche.

Il sociologo David Le Breton ha voluto invece dedicare il suo saggio più recente, Il rischio della scelta (Mimesis Edizioni), agli imprevisti che, specie negli ultimi anni – basti rammentare il covid, ma anche il ritorno prepotente di altri virus, o, tragedia assoluta, delle guerre sul Pianeta – ci stanno angustiando, assediando, modificando in peggio le nostre vite. Per lo studioso, l’incertezza da cui ci sentiamo attanagliati, è un valore: “Non correre rischi, è un rischio in sé, il rischio di stagnare, di impantanarci nella routine. E’ condannarsi a non cambiare mai le cose, anche se non sono ideali, permanere in uno stato di sottomissione o di infelicità“.

Esiste poi chi, Valter Tucci, che lavora nel dipartimento di Anatomia e Neurobiologia dell’università di Boston, vagheggia una ‘repubblica delle prede’, ispirandosi alla biodiversità (altro mantra, molto straparlato, poco praticato), “da osservare come modello virtuoso“.

Oggidì, i grandi predatori sono propagandati come vincenti, invulnerabili, quando, all’opposto, sono forse più vulnerabili delle loro stesse prede, legati alla ripetitività di uno schema, capaci di ridurre la realtà (la vita) e dominare solo grazie a una visione semplicistica del tutto, in perenne mutazione.

La preda, al contrario, se vuole sopravvivere, “deve creare una mappa del rischio, sa dove muoversi se intende trovare cibo, scegliere il momento di esporsi per procurarselo. Dalla comprensione esatta di questi vincoli, dipende la sua esistenza. Una delle peculiarità delle prede, è saper gestire i vincoli dell’ambiente sempre in modo nuovo. Noi umani abbiamo bisogno di tutto il repertorio delle variazioni genetiche. Puntare su un genoma vincente, si rivela perdente“.

Tucci ha voluto esporre le proprie intuizioni, dalle scienze supportate, nell’illuminante saggio L’intelligenza delle prede. I poteri dei vulnerabili cambieranno il mondo (Bompiani); “Tra tutti i modelli animali possibili, abbiamo preso il peggio: quello del predatore (a più di qualcuno fischieranno le orecchie, nonostante la nulla frequentazione libraria), il più semplice, il più stupido“.

Basterebbe rammentare ai tanti, troppi ‘Rodomonti Spaccamontagne’, che di solito, “se si verifica un rischio ambientale grave, le prede trovano il modo di sopravvivere, i predatori, no“.

Le specie che sopravvivono, molto spesso, non sono le più forti, né le meglio armate; sono quelle che sanno destabilizzare, incrinare la lettura del mondo degli avversari“.

Noi umani (ex?), per primi, con o senza pallone – grazie a un pallone e a dei libri – dovremmo saperlo molto bene.

Spalle al mondo

Scivola, scivola, scivola, ma non è un ritornello dell’Umberto nazionale (Tozzi, a scanso di equivoci).

Scivola, scivola, scivola, ma non siamo su un pista di pattinaggio su ghiaccio, su un tracciato montano di slalom gigante (anche se), in un palazzetto per campionati di curling.

Scivoliamo, tutti – o meglio, quelli che si trovano per spudorata fortuna a vivere nella porzione di sedicente umanità ‘privilegiata’ – inesorabilmente, lentamente verso l’epilogo (non quello auspicato, pronosticato da maghe e fattucchiere prezzolate). Non più lentamente, considerando la nostra complicità, anche passiva.

C’era una volta – c’è ancora, per la cronaca e il puntiglio – Unterluss; molti, forse la moltitudine o parte maggiore, compreso lo scrivente, non ne hanno mai sentito parlare, non conoscono il luogo. Si tratta di un paesone di 3.800 abitanti, circondato da boschi, con al centro – più o meno – un campo di calcio. Tutto molto ameno, potremmo dire, magari con un vago, non infondato, sospetto. Al posto di quel campo, durante gli anni bui e terribili del nazismo, sorgeva un lager: con prigionieri militari italiani che dopo l’armistizio del 1943, scelsero, lottando, non solo contro gli aguzzini, non solo contro una patria che per ignavia li aveva abbandonati quali “schiavi di hitler“, ma contro la propria coscienza, di offrirsi come ‘forza lavoro coatta’ (con morte certa), rifiutando di schierarsi, con il fuhrer o con il duce.

Né la Germania (timidamente, balbettando negli ultimi anni), né i partiti italiani, negli ultimi 80 anni, ritenendo la loro storia e le loro vite “poco utili alla causa“, hanno davvero fatto i conti con questi protagonisti “dell’Altra Resistenza“. Il nostro Parlamento, per una volta con voto unanime, dedicherà loro la giornata del 20 settembre. Doverosamente.

Ancora più sconvolgente, almeno per l’inutile compulsatore di tasti, oggi, anno del Signore 2025 (Lui lo sa? E’ d’accordo?), a pochi metri da quel rifiorito campo, incombe la più grande fabbrica d’Europa di munizioni; “per la nostra difesa, per la nostra sicurezza“.

La disumanizzazione del povero capro espiatorio, con le conseguenze tragiche che conosciamo anche troppo bene, è una strategia, vecchia come il cucco; anzi, troppo comodo: vecchia come quella immonda (talvolta o troppo spesso? la guerra non è una condizione naturale, lo è la pace) bestia che ha la pretesa di essere ‘uomo’. Non è una strategia inventata da Vega – nelle notti limpide e stellate, nelle notti illuminate dalla Luna piena e rossa, alzo gli occhi al cielo, scruto con attenzione e anche se non riesco a vederlo, so che lui è lassù (Actarus/Goldrake); scivola scivola scivola, tornerà, anche stavolta – , non si tratta di una strategia nazista; accadeva prima del III reich, accadde con gli ‘sterminatori in nero‘, accade ai giorni nostri, a ogni latitudine, anche nelle nostre ‘belle democrazie‘. Lo dimostra lo storico inglese Laurence Rees, nel suo documentatissimo, preciso saggio La mente nazi, 12 moniti dalla storia (pubblicato dai tipi di Bompiani).

Moniti da non ignorare, moniti da cogliere, moniti per il risveglio collettivo: delle coscienze, delle azioni comunitarie.

Spalle al mondo, dunque;

non per rivolgere le proprie spalle alla Terra, per apatia e menefreghismo, ma per trasformarle in quelle di Titano, in un certo senso e grado, per caricarsi il peso, la responsabilità, l’umiltà operosa di aiutare – tanto o anche solo un poco – (come scrive il professor Roberto Mancini, su Altreconomia di settembre) tutte le comunità dei viventi;

umani o animali, appartenenti a flora e fauna.

Adesso, subito: per non scomparire nell’assuefazione allo status quo, nel degrado.

Per non essere cancellati per sempre, dalla nostra stessa auto disumanizzazione.