Mormorare, come l’acqua del fiume

Sognare, dormire, forse.

Il naufragar m’è dolce, nella dimensione onirica.

Lasciarsi vivere, a pelo dei flutti visionari.

Quando il lunario non sbarca più, meglio imbarcarsi e di persona provare a convincerlo; eoni fa, si cercava l’ultima spiaggia – non per selfie in località iconiche – a bordo di qualche legno, perché i 7 mari erano l’unico confine che non imponeva confini.

Salpare, partendo dalla Lunigiana, alta Toscana, per intendersi, e affidarsi a qualche stellone (o marinaio?), per individuare il proprio destino; o per trovare il proprio nome, la propria cultura, un’origine – quale sia – , una radice, dalla quale partire, alla quale tornare. Casomai.

Illudersi di trovare fortuna, o sentimento, o entrambi, nel selvaggio, avventuroso Ovest, ma finire inguaiato nella battaglia di Little Bighorn; forse, unico momento storico nel quale la nazione dei Nativi d’America, finalmente compatta per un solo grandioso fine, sotto l’egida tattica e guerresca dei Sioux, spazzò via, in un solo giorno, 5 compagnie delle tracotanti Giacche Azzurre, portate al massacro dal sanguinario George A. Custer.

Leggere – ancora? – La fine della frontiera, scritto da Daniele Pasquini, pubblicato dai tipi di NN Editore.

Rompere la cuffia, non la testa; salvarsi, se possibile, trarre lezioni dalla Storia. I Nativi si illusero di vivere per sempre liberi nelle praterie, padroni degli spazi sconfinati e dei bisonti. O meglio, si illusero di restare per sempre vivi, grazie a un’economia sobria, basata sul rispetto degli equilibri e dei cicli della Natura, degli altri Uomini. Non vinsero (cosa?), però, nemmeno i visi pallidi nord occidentali, presunti civili, diversamente sviluppati: se ne stanno amaramente rendendo conto. Come direbbero i Latini: redde rationem.

Tornare bambini – torneranno, torneremo bambini? – , ancora una volta scorrazzare tutti insieme nel giardino condominiale; di notte, con l’ascesa nel cielo della Luna piena e luminosa, capace di rendere scintillanti le foglie degli alberi e degli arbusti dello spazio verde comune.

Immaginare le barche lungo il fiume, placide, ma festose, brulicanti di nauti lieti, tra canti tradizionali e balli, anch’essi storici. Immaginare l’accensione degli incensi propiziatori, immaginare lanterne multicolore che dal cielo vegliano e indicano la corretta rotta ai natanti.

Leggere – sempre – Come la marea cresce l’amore, dello scrittore cinese Xu Dishan, Officina di traduzione permanente, Bicocca – Milano.

Insistere, persistere con l’immaginazione: i suoni nelle tenebre si prolungano, gioiosi, descrivendo il giorno tramontato, vaticinando i dì futuri, anche se nemmeno la magica sfera di cristallo, con i suoi riflessi, potrebbe fornire responsi definitivi.

Frammenti di sogno, sparsi, iridescenti.

Lacrime, non tristi, né malinconiche.

Gli esami non terminano giammai; interrogarsi da soli, per chiedersi:

quando piango nel buio amico, mormoro come l’acqua del fiume?

Questi anni sono deserto

Le lingue – gli idiomi, da non confondere con il muscolo – sono l’unica cosa che non muore.

Gli anni si dissolvono, i manufatti artistici, le opere dell’ingegno umano, quelle prodotte dai cervelli attraverso la dedizione e le mani, diventano polvere, dispersa nel vento cosmico.

Denari, presunte ricchezze materiali, terre rare, perfino quelle proletarie, sono pura illusione, meglio di quelle proposte magicamente da Mandrake.

Lunga è la marcia dell’Uomo, lunga e secondo le leggende, inarrestabile; eppure, abbiamo già attraversato forche caudine, eppure siamo stati dominati, sterminati. Siamo ripartiti, ignorando i nostri vizi, i nostri limiti congeniti, soprattutto la vicenda e le conseguenti batoste di Ulisse.

Chiediamo consigli al Popolo libero, agli Indiani d’America, gli unici autentici nativi di quelle terre settentrionali sconfinate, in origine lussureggianti, pure, se così posso compulsare. Chiedetelo, chiediamolo alla Tempesta: nel 1986, prima di scatenarsi in tutto il mondo, cantò la storia dei Cherokee. Vivevano in armonia con la Natura e con i propri simili, ma il contatto con la ‘civiltà anglosassone’ – società evoluta dell’uomo bianco – li costrinse a intraprendere il sentiero delle lacrime infinite. Le promesse, i trattati si rivelarono bugie, ipocrisie, carta arsa nel fuoco della sete inarrestabile di lucro. Attraversarono pianure, foreste, montagne, ma impararono a proprie spese, versando il proprio sangue, che non esisteva posto nel quale tornare, che tutto era crollato irrimediabilmente; anche la fede nel magico e nel sacro.

Poggiamo ancora i piedi su quel suolo, abbracciamo il Popolo libero, se possiamo – siamo in grado – suggiamo la loro sapienza, facciamoci ispirare dal loro modo di vivere (non accontentiamoci di vivacchiare), non facciamoci abbindolare dai soliti quattro, o giù di lì, gaglioffi patentati. Riconoscibilissimi, nonostante i trucchi.

Per non farci ingannare, mortalmente, chiediamo lumi non agli Enciclopedisti – gente che, comunque la si voglia considerare, trafficava volentieri con le ghigliottine – ma a Toro Seduto, Cavallo Pazzo e Nuvola Rossa; anche il saggio e buono Gian Antonio Stella, giornalista integerrimo del Corriere della Sera, invoca il leggendario giudice di Berlino, per consegnare, finalmente, un po’ di vera giustizia: al mugnaio di Potsdam e agli indomabili Sioux. Prima che anche gli sparuti eredi cavalchino nelle Celesti Praterie.

Nella presunta confederazione delle libertà – solo per chi può lautamente permettersele – una sentenza ‘della legge’ ha inflitto a Greenpeace una sanzione pecuniaria pari a 345 milioni di dollari; per risarcire una ‘povera’ multinazionale petrolifera, ‘danneggiata’ da manifestazioni di protesta pacifiche dei Nativi e degli Ambientalisti contro il progetto che prevede di costruire un oleodotto lungo 1.172 miglia (1.886 km circa, se siete affezionati al sistema metrico decimale indigeno), per collegare i giacimenti tra il North Dakota e l’Illinois.

Io odio i nazisti dell’Illinois“, diceva un irresistibile John Belushi al compagno di ‘missione trascendentale’, Dan Aykroyd, vestendo i panni dei Blues Brothers; frase sempiternamente valida, andrebbe scolpita, ovunque sul Pianeta. Oggi più che pria. “Danneggiamento e inquinamento delle falde acquifere, attraversamento dell’antica riserva indiana, profanazione di siti sacri vietata, tra l’altro, dalla legge federale, attacco diretto contro l’identità spirituale e il riposo degli Avi del popolo Sioux“. Non si dovrebbe, ma oggi sarebbe ingenuo non considerare le simpatie politiche dell’inflessibile togato, convinto che la “condotta petrolifera” abbia diritti superiori e intangibili rispetto a quelli invocati dai Nativi e dagli Ambientalisti; che, con ammirevole tenacia, insistono e hanno presentato ricorso alla Corte Suprema dello Stato.

Come sottolinea il noto cronista, purtroppo, non andrà meglio, o diversamente: il quintetto è tutto composto da repubblicani; fino al 1998, almeno un giudice, era di estrazione democratica, ma, conclude Stella, “erano ancora vivi Jack Lemmon e Walter Matthau“.

Ennesima dimostrazione plastica di quanto le sorti delle genti siano in balia dei capricci criminali degli ultra plutocrati, che pecunia olet, eccome; anzi, assai.

Come sostiene con lucida amarezza Lea Melandri, storica femminista italiana, “le lingue sono la sola cosa che non muore. Il resto di quegli anni – questi? i nostri – è stato deserto“.

Dove sono, ora, gli striscioni che pronosticavano:

andrà tutto bene?

Staffetta

Il male è potente, ma non prevarrà.

Soprattutto se, passandomi il testimone, – mentre sono in attesa sotto un salice piangente sulla riva del fiume Noncello – qualcuno non mi contagerà anche con l’odio.

Resterebbe da stabilire se sia più potente l’energia negativa, o il suo contraltare positivo, ma è una di quelle questioni sempre in bilico. Dirimente, decisiva.

Sono scomparsi i faraoni egizi, gli imperatori cinesi, i grandi capi dei Nativi d’America; scomparse, obliate le loro imprese, andati in rovina e disgregati i monumenti che ne celebravano la (presunta) grandezza e superiorità; nulla è rimasto, dissolti, come l’arroganza, la vanagloria.

Dove non sono mai stato, là sono: con l’immaginazione, con la fantasia, con la speranza che: prima o poi… Con i sogni, con i voli pindarici che così scombinati non sono, con la volontà di scoprire, riscoprire, condividere. Perché se non io sono là insieme, semplicemente, non sono.

Non farò da porta, né da sentiero, né da messo latore dell’odio: non mi interessa, non adoro il male, non reputo la morte un epilogo, solo una fase intermedia.

Vorrei che il mio amore fosse come quello di Rossella Casini, vorrei fosse coriaceo come il suo, vorrei esserne capace e degno. Oltre i riti, oltre gli inutili simboli di falso onore, oltre ogni finto potere generato dalla violenza, sinonimo di sconfitta: umana, culturale, sociale. Vorrei conoscere il suo coraggio, le sue parole, i suoi gesti che hanno annientato il male: con uno sguardo timido, con un sorriso lieve, con dei capelli arruffati.

Vorrei che l’amore – qualunque forma, qualunque aspetto, qualunque contenuto abbia – fosse come il testimone di una gara olimpica di staffetta mista; se inciampassi, se accusassi crampi, difficoltà, debolezze, sarei tranquillo perché il testimone passerebbe nelle tue mani preziose e arriverebbe al traguardo.

In attesa di quello successivo:

più impegnativo, più bello, sempre più nostro.