A glowing cosmic figure floating above cracked desert ground between Native American warriors and soldiers under a starry sky with cosmic symbols

Nuda veritas

Meglio un dignitoso abbigliamento:

certo, leggero, ma, come dicono le persone più avvedute e colte, non superficiale.

Anche perché il caldo ormai torrido del periodo, con i consequenziali fortunali quotidiani (se preferite, vespertini), consigliano somma prudenza,

La verità, evidenza notoria, è una fanciulla che si mostra e mostra la propria sfolgorante, candida bellezza, senza veli, ma non scevra da insidie: la serpe della menzogna e della invidia avanza minacciosa, strisciando infida ai suoi piedi, tentando di avvinghiarsi alle gambe, per profanare la sua integrità.

La capa gira – la mia, di sicuro – troppi riferimenti colti, troppi simbolismi. Affibbio la responsabilità alla calura insopportabile e all’umidità invasiva, imbattibile e auspico di trarmi d’impiccio/impaccio, così.

Forse, come a un certo disperato punto, tentò di fare George Armstrong Custer, giusto 150 anni fa, giorno più o giorno meno. Famigerato, o controverso, generale delle Giacche Blu: ossessionato dalla caccia – agli animali e non solo – ai nativi e dalla ‘fulgida, imperitura gloria’; ottenne, invece, una rovinosa sconfitta a Little Bighorn, ad opera di una formidabile armata (caso unico nella Storia della frontiera americana) di Uomini Rossi, guidati in battaglia da personaggi carismatici, quali Toro Seduto e Cavallo Pazzo.

Su chi, poi, da quella leggendaria vittoria – di Pirro, o forse no – abbia davvero tratto giovamento o sia finito relegato senza gloria, né dignità alcuna, nei bassifondi delle umane vicende, diventa arduo dirlo.

Attorno a Custer, oltre agli ululanti, impavidi guerrieri dei nativi, sono nate da subito e continuano a spuntare oggi, ricostruzioni e teorie (alcune fantasiose, altre davvero strampalate) che si propongono di fare luce – come si trattasse di un mistero eterno, indecifrabile – sulla contorta personalità del militare nord americano, sul più possibile esatto svolgimento degli eventi che portarono il Settimo Cavalleggeri alla disfatta catastrofica.

Un ottimo libro, per tentare di capirci qualcosa, è il saggio storico pubblicato da Einaudi, intitolato con semplicità Custer; autore, il celebre scrittore, sceneggiatore, storico Larry McMurtry, vincitore di un prestigioso Pulitzer, con il bellissimo romanzo western Lonesome Dove. Persona che non può essere tacciata di partigianeria, attività manipolatorie o complottismi isterici vari.

McMurtry ricostruisce i fatti, con il fascino di chi sa davvero scrivere, con il rigore dello storico che si attiene alle fonti storiche, affidabili, verificabili; sul campo del massacro, arrivò in seguito per primo il soldato semplice Thomas Coleman, “scese da cavallo, vide i 42 corpi di uomini in divisa attorno al cadavere di un ufficiale. Era Custer, giaceva con un sorriso dipinto sul volto“.

Un altro dettaglio che confermerebbe la natura impetuosa, l’indole profondamente bellicista del graduato “Riccioluto“. Risoluto, nel poco bene perseguito, nel troppo male, perpetrato ai danni dei Nativi e dei connazionali.

Basterebbe l’essenziale per bollare la guerra e le armi quali strumenti criminali, contro l’Umanità, contro ogni afflato di speranza in una esistenza mondiale comunitaria, libera, giusta, condotta in armonia.

Chiedete conferma a Muhammad Al-Zaqzouq, abitante e nativo nella Striscia di Gaza: con un diario ricco di particolari, racconta i mesi compresi tra il tragico 7 ottobre 2023 e la fine del drammatico 2024, “senza excursus filosofici, senza abbandonarsi ad analisi sociologiche, procedendo per accumulo di dettagli, di aneddoti, di giorni logoranti e notti insonni, di fughe che si susseguono a ritmo incalzante e ritorni in punta di piedi“. Così scrive di lui, Marco Balzano, sulle pagine della Lettura del Corriere della Sera.

E’ vita, quella di un paese raso al suolo, perennemente assediato, nonostante tutto, abitato da un popolo “esitante, indeciso, per forza di cose sempre impaurito?“.

Scrivo per restare umano, pubblicato anche questo da Einaudi, non costituisce il classico reportage giornalistico, perché scrivere diventa “un gesto concreto di resilienza, un’opera letteraria; paradossalmente parla della guerra che impone il silenzio davanti alle macerie dell’umanità, che cancella il presente e nega il futuro alle persone“.

Nonostante tutto questo orrore, la scrittura è la sola resistenza praticabile.

Come dicevamo all’inizio, nuda verità.

Mormorare, come l’acqua del fiume

Sognare, dormire, forse.

Il naufragar m’è dolce, nella dimensione onirica.

Lasciarsi vivere, a pelo dei flutti visionari.

Quando il lunario non sbarca più, meglio imbarcarsi e di persona provare a convincerlo; eoni fa, si cercava l’ultima spiaggia – non per selfie in località iconiche – a bordo di qualche legno, perché i 7 mari erano l’unico confine che non imponeva confini.

Salpare, partendo dalla Lunigiana, alta Toscana, per intendersi, e affidarsi a qualche stellone (o marinaio?), per individuare il proprio destino; o per trovare il proprio nome, la propria cultura, un’origine – quale sia – , una radice, dalla quale partire, alla quale tornare. Casomai.

Illudersi di trovare fortuna, o sentimento, o entrambi, nel selvaggio, avventuroso Ovest, ma finire inguaiato nella battaglia di Little Bighorn; forse, unico momento storico nel quale la nazione dei Nativi d’America, finalmente compatta per un solo grandioso fine, sotto l’egida tattica e guerresca dei Sioux, spazzò via, in un solo giorno, 5 compagnie delle tracotanti Giacche Azzurre, portate al massacro dal sanguinario George A. Custer.

Leggere – ancora? – La fine della frontiera, scritto da Daniele Pasquini, pubblicato dai tipi di NN Editore.

Rompere la cuffia, non la testa; salvarsi, se possibile, trarre lezioni dalla Storia. I Nativi si illusero di vivere per sempre liberi nelle praterie, padroni degli spazi sconfinati e dei bisonti. O meglio, si illusero di restare per sempre vivi, grazie a un’economia sobria, basata sul rispetto degli equilibri e dei cicli della Natura, degli altri Uomini. Non vinsero (cosa?), però, nemmeno i visi pallidi nord occidentali, presunti civili, diversamente sviluppati: se ne stanno amaramente rendendo conto. Come direbbero i Latini: redde rationem.

Tornare bambini – torneranno, torneremo bambini? – , ancora una volta scorrazzare tutti insieme nel giardino condominiale; di notte, con l’ascesa nel cielo della Luna piena e luminosa, capace di rendere scintillanti le foglie degli alberi e degli arbusti dello spazio verde comune.

Immaginare le barche lungo il fiume, placide, ma festose, brulicanti di nauti lieti, tra canti tradizionali e balli, anch’essi storici. Immaginare l’accensione degli incensi propiziatori, immaginare lanterne multicolore che dal cielo vegliano e indicano la corretta rotta ai natanti.

Leggere – sempre – Come la marea cresce l’amore, dello scrittore cinese Xu Dishan, Officina di traduzione permanente, Bicocca – Milano.

Insistere, persistere con l’immaginazione: i suoni nelle tenebre si prolungano, gioiosi, descrivendo il giorno tramontato, vaticinando i dì futuri, anche se nemmeno la magica sfera di cristallo, con i suoi riflessi, potrebbe fornire responsi definitivi.

Frammenti di sogno, sparsi, iridescenti.

Lacrime, non tristi, né malinconiche.

Gli esami non terminano giammai; interrogarsi da soli, per chiedersi:

quando piango nel buio amico, mormoro come l’acqua del fiume?