Winding dirt road in arid desert with sparse vegetation and mountains

Frontiere (aride)

Potrei proporre le mie dotte e illuminanti considerazioni sul caso della settimana, ma sarebbe inutile aggiungere una voce stonata alla marmaglia prezzolata dei cantori. Cantori, non si tratta di un’offesa verbale.

Preferisco sollazzarmi, ancora una volta, con le distopie, di altissimo livello (o di un qualche livello). Sarà l’effetto del prolungato, impietoso caldo torrido – avete per caso mai udito, in questi anni, giornalisti vari, discettare di ‘caldo africano’ e ‘clima impazzito’? – ma crogiolarmi in una sana distopia western, formato anime (disegni animati nipponici, per intenderci), partorita dalla vulcanica mente di Leiji Matsumoto, già autore di Capitan Harlock, è ritemprante.

Rassicurante, con un supremo sforzo di training autogeno (cosa mai sarà?), perfino rinfrescante.

Perché questo accada – non l’effetto rinfrescante, purtroppo – non saprei spiegarlo; dovrei sottopormi a serie (seriose?) sessioni di analisi, forse ricostruire gli aspetti oscuri e/o obliati della mia lieta infanzia. Forse, con semplicità, ammettere che le strade della mia città, in senso lato, somigliano sempre più alle ambientazioni dell’opera del Sol Levante. Trionfante, come non mai.

Sentieri polverosi e desertici, ove gli unici riferimenti visibili sono cactus spinosi e qualche raro teschio calcinato da Elio, vie cittadine costellate da edifici male in arnese, fatiscenti e persone – o presunte tali – che vagano, arse dal Sole, male olenti, comunque intente a cercare qualche mezzo, lecito o anche illegale, per sopravvivere.

Protagonista della vicenda, una coppia sgangherata di bandidos, mercenari – bisogna sbarcare il lunario, converrete – alla disperata ricerca di ‘lavoro’, auspicabilmente ben retribuito. Un samurai ubriacone, tozzo e mezzo cieco e un ex marinaio, divenuto pratico di pistole, per necessità.

Sembrerebbe la genesi di una saga western, nemmeno troppo originale, ma la fantascienza è raggomitolata, come una lince rossa del deserto americano;

qualcuno nell’ombra, una vera anima nera (o eminenza grigia), a capo della fantomatica Organizzazione, tesse una trama per rapire gli immigrati dal Giappone e, riducendoli in schiavitù, dopo averli deportati da Samurai Creek, costringerli a produrre spaventosi, sofisticati, letali armamenti per abbattere il governo Usa – storia concepita nei primi anni ’70 del 1900, nessun complottismo da citrulli contemporanei – e dominare il mondo. In fondo, i villain peggiori inseguono sempre questo risultato. Cosa se ne faranno, poi, del potere senza limiti?

Matsumoto San non si smentisce, i tre personaggi principali della vicenda possiedono fattezze note; Tochiro e Franklin Harlock Jr sono gemelli dell’ingegnere spaziale e del pirata dello spazio che tutti conosciamo, mentre la misteriosa e affascinante Sinunora, ricalca i canoni estetici della piratessa galattica Emeraldas. Varianti e variazioni sul tema. Nell’opera omnia di Leiji, potrei digitare se mi reputassi bravo, nulla si crea, nulla si dissolve, tutto si trasforma. Questa serie giovanile anticipa (crea le premesse?) sia Capitan Harlock, sia Galaxy Express 999.

Mentre assistiamo, sempre più attoniti e impotenti, non solo alla cosiddetta crisi di Hormuz, ma al restringimento geopolitico di altri bracci di mare che comporterebbe, oltre alla fine della politica quale soluzione pacifica dei conflitti tra popoli – popoli o plutocrati criminali? alla faccia delle distopie – anche il moltiplicarsi all’ennesima potenza dei danni ambientali; fatto che renderebbe ancora più ardua la nostra permanenza sul Pianeta, la poetica di Matsumoto sembra espandersi nell’universo. Per cancellare le nostre aride frontiere in nome del falso idolo lucro (di pochi), per la crescita costante, ma inarrestabile dell’immaginazione e della fantasia.

Il gran finale lascia con il fiato sospeso, o con la bocca impastata dal sapore amaro della sabbia del deserto: finale sospeso, o, come più di qualcuno ha recensito, finale tronco (troncato)? Non lo sapremo mai, come, forse, non sapremo mai quale destino spetterà al genere umano.

Meglio così, vietato sentirsi liberi da responsabilità.

Inaspettatamente, balzare su un treno stellare e viaggiare all’infinito verso la fine o l’origine dell’universo, appare, al momento, un sogno:

una chimera.

Non fermate questo tram

L’uomo è intelligente perché ha le mani.

Lo diceva il filosofo greco e antico Anassagora.

Forse sarebbe necessaria un’analisi – anche logica, o voi razionali – della frase e un excursus sulla biografia dell’autore; chiedo venia, non sono degno e, in particolare, in grado. A Grado.

Accontentiamoci delle suggestioni che suscita, tante, molto al di là della sua semplicità e della sua brevità.

Rammentiamo, o scopriamo, che fu un presocratico (Anassagora, chi altri?), portò, importò la filosofia nella mitica Atene del V secolo a.C. – quella governata da Pericle, per intenderci, ma noi italopitechi moderni lo sappiamo a menadito – papà del nous (mente, intelletto, ragione) creatore e dell’archè, magma originario dal quale si separarono i semi che, grazie all’azione vorticosa dell’intelletto, si sparsero ovunque, dando vita a ogni cosa, o essere esistente. Chiedo venia e pietà per le sciocchezze compulsate. Ex professoresse e professori del liceo prima innominato, in seguito, Leopardi: grazia su di me, per me.

Danielle Cohen-Levinas, sconosciuta alla maggioranza silenziosa, nonché ignorante (io in testa, per una volta), musicologa e docente di filosofia alla Sorbona di Parigi – non all’ateneo del quartiere, con rispetto ironizzando – ne parla dottamente e diffusamente nel saggio ‘La saggezza del desiderio’, pubblicato dai tipi di Mimesis: “Viviamo in una società post-consumistica, ma la società del consumismo sfrenato, con la bramosia inestinguibile di cose inutili, ci ha privati anche del desiderio; o meglio, ha fatto nascere in noi il desiderio crescente dell’assenza“.

Una filosofa, colta e appassionata di musicologia, non può non annoverare tra i suoi riferimenti il cielo stellato, “che speriamo sia sempre lì, ma capita che l’uomo non riesca più a contemplarlo. Il lemma desiderio è composto dalla particella privativa de e da sidus, stella. La nostra cecità (momentanea?) ci impedisce di vedere ciò che è vicino (gli altri) e ciò che è lontano (le stelle)“.

A proposito di tram chiamato desiderio, potrei citare il celebre dramma di Tennessee Williams, da cui fu tratto il film del 1951, interpretato da Marlon Brando e Vivien Leigh. Opera teatrale e lungometraggio vinsero rispettivamente il premio Pulitzer e quattro statuette dorate alla notte degli Oscar, solo per sottolineare che scrittura e parole sono strumenti potenti e anche profittevoli, nel modo buono e giusto.

Non comprendo il motivo – o forse sì – però personalmente, accanto a queste figure gigantesche ed emblematiche, rammento con nostalgia un treno fantascientifico, un treno che viaggia di notte, su binari sospesi nelle profondità dell’Universo, in una realtà vera, anche dura, eppure onirica: creata da Leiji Matsumoto, papà di Capitan Harlock e Queen Emeraldas, Galaxy Express 999 ci/mi conduce verso Andromeda, dove, forse, il viaggio terminerà e noi, volenti o nolenti, saremo chiamati a scegliere i nostri nuovi corpi, a decidere quale tipo di futuro vorremmo edificare. Per noi stessi, per l’umanità.

Auspico sempre, desidero che il vagabondaggio universale non trovi mai epilogo.

La professoressa auspica, invece, invoca appunto “la saggezza del desiderio“, quella energia inarrestabile che ci consenta di recuperare la vista, perché “non si può ritrovare l’uno senza l’altro“. Considerando il momento storico e la temperie, ne avremmo – ne abbiamo, senza se e senza ma – bisogno, con disperata urgenza.

Senza pessimismo.

Continuando a osservare le stelle per non smarrire la rotta.

Arcadia (della fugace giovinezza)

Luogo miracoloso, luogo mitico, luogo mitologico.

Per il sottoscritto – ignorante consapevole come non mai – ma non solo, credo. Ignorante, certo, non caso unico, purtroppo.

Regione greca dove gli autoctoni – senza offesa – si dedicavano alla pastorizia e alla vita in armonia con i cicli naturali; regione del Peloponneso, provincia di Tripoli: non confondiamo il sacro con il profanato. Dalla volgarità.

Da non confondere con la vacua e oziosa accademia letteraria poetica romana del 1600; non confondere mai arcade, indigeno dell’Arcadia, con alcalde, capo supremo del municipio nonché giudice, istituzione araba, molto diffusa in Spagna (abolita nel 1812) e in America Latina. Mai vorrei ergermi a giudice di una vita umana, solo della mia. Ma con, altrettanto umana e fallace, umanità.

Arcadia, della mia giovinezza; difficile stabilire se mi stia addormentando e arrendendo alle confuse, imprecise rimembranze classiche o alla scatenata, irrefrenabile fantasia fanciullesca.

Arcadia, questo suono ritorna, come la risacca infinita del mare di stelle – con e senza streghe maligne, pronte a inglobarci nel loro abbraccio magnetico e letale – come una dolce nenia le cui note arcane sono segnate con precisione sullo spartito del nostro dna comune.

Arcadia, non deludere, peggio, tradire un vero amico; utilizzare l’essenziale senza umiliarsi o diventare schiavo; inseguire e perseguire i sogni, senza timore dei fallimenti. Trasformarsi in Arcade/Harlock/Emeraldas, senza più paura, con fierezza, persino con felicità.

Vorrei essere Aminta il pastore – in senso letterale, non figurato – per accumulare esperienza, vera (al bando eterno quella turistica), non della corte estense – con rispetto scrivendo – dell’Arcadia, delle favole pastorali e nipponiche che sono realtà e ci costringono a essere reali, concretamente; per consacrare l’anima a Silvia, ninfa mortale e leopardiana (in seguito), ma anche a Maya, donna e vestale, custode della fiducia nel Bene comune, nella Giustizia, nella Libertà. Senza inutili, arbitrari, opprimenti confini.

Un sogno muore solo quando rinunciamo ad esso, solo alla conclusione del nostro viaggio ci rendiamo conto con struggente nostalgia che la nostra giovinezza è (stata) la nostra indistruttibile, irripetibile Arcadia;

la nostra unica e vera libertà, sotto il cui vessillo avremmo potuto, dovuto vivere e lottare.