A group of four people cautiously walking through a misty forest with fog swirling around and uneven ground.

Nebbie

Viviamo nelle ‘negghie‘.

Forse, per questo, non ci raccapezziamo più, non ci orientiamo, ci disperdiamo (individualmente e collettivamente).

Incespichiamo nella ‘neula‘, balbettiamo nella ‘neghura‘, perché, immersi, sommersi dalle dense e grigie brume, non distinguiamo nemmeno le parole e, poi, siamo disabituati a riconoscerle e utilizzarle; soprattutto nel modo corretto, soprattutto a stabilire legami multi personali grazie a loro, a salvarci con fini ragionamenti, originati dai formidabili strumenti.

A tentoni – disperati, pietosi tentativi – nella ‘nebla‘, tentiamo di avanzare, incerti, preferiamo arrestarci (da soli) e inscenare una caricatura di esistenza da monadi, convinti di essere ‘comodi’, al sicuro da ogni pericolo, da tutte le minacce incombenti.

Niebla‘ e ‘nevoa‘, qualora ci affidassimo loro, ci condurrebbero attraverso la penisola iberica; anche senza la sapienza e la saggezza di Greci e Latini, potremmo illuderci di trascorrere gli inverni del nostro scontento, dei nostri clamorosi, esiziali fallimenti in Portogallo e Spagna.

Fossimo meno orbati, meno sciocchi, potremmo goderci un’avventura – non ventura, ma verità – a Gibilterra; imparare a vivere dal Popolo dei Delfini, varcare le colonne d’Ercole e, finalmente audaci, provare l’effetto che fa. Vedi mai.

Un giorno, o una notte – non sono uguali, pazienza – mi piacerebbe vincere il ‘Nebel‘, che vale per nuvola; non eccessiva, modesta, vicina alla Terra, eppure in grado di volare, sorvolare mari, continenti, cieli. Perché no?

Annaspo nella ‘nebula‘, nella ‘nephele‘, se volessi sfoggiare la mia finta cultura, le mie immeritate radici elleniche; insomma, nella nebbia. Come voi, come tutte e tutti, anche i truci palloni gonfiati che ci ammorbano.

Ragunata (adunanza, se preferite) di vapori, i quali sogliono coprire sul far del mattino – comunemente detto alba, a volte chiara – la sera, ed, anche, in alcune ore (forse ere) del giorno, alcune terre (fenomeno ormai globalmente diffuso), segnatamente le umide e basse“. Il dizionario etimologico è bello, sempre, in alcune antiche spiegazioni, rassicurante.

Se così posso esprimermi, anzi, digitare, il problema – nostro, tutto e esclusivamente nostro – è che tali vapori, in ossequio alla loro natura, intorbidano, offuscano, confondono la trasparenza dell’aria, e, appunto, non differiscono dalle amate nubi, con una importante, fondamentale differenza: di solito, garba loro stazionare negli strati bassi dell’atmosfera, quelli più vicini alla tartassata superficie terrestre.

Tra nebbiaccia e nebbiolina corre una grossa (bella, non saprei) differenza; certo, ennesimo papiro virtuale – quanto sarebbero più preziosi e soddisfacenti quelli prodotti a Ortigia – per proclamare non la nostra indipendenza, purtroppo, ma l’obnubilamento, l’offuscamento della vista, degli occhi. Compresi gli altri sensi fisici, materiali, aggiungendo quelli incorporei che non riusciamo più a raggiungere, attivare.

Vagando solitario e appiedato su un’autostrada deserta – simulacro di modernità, nel mio delirio onirico somiglia al Nevada – tra la caligine soffocante fa capolino, prima timido, poi sfolgorante, un magnifico arcobaleno; irresistibile e attraente, anche senza pentola colma di dobloni d’oro alla sua scaturigine.

Tutto ciò che ci offusca la vista e le menti potremmo chiamarlo, per comodità e figurativamente: nebbia.

Invoco in soccorso il poeta, scrittore e regista israeliano Haim Gouri e prendendo in prestito le sue parole, dico:

La nebbia sta velando il fiume, lascia un grigio confacente alle ipotesi“.

Ipotesi che ci riguardano, spietatamente ci interrogano;

speriamo che tutti questi presupposti, queste possibilità ancora valide, in potenza (potrebbe essere diversamente?), si tramutino presto in fatti concreti, buoni e giusti per l’Umanità.

Pronta a rimirare poeticamente le nebbie, ma ,alfine, immune.