Se la memoria fosse un inganno

Molto citata – senza essere Cita – spesso e volentieri a sproposito: invocata, auspicata, incensata; chissà poi perchè.

Si fa presto a dire, evocare la memoria: quale?

Niuno lo sa, niuno la conosce: davvero.

Memoria (forse, memorie) umana o memoria artificiale, quella dei computer che già hanno conquistato il sopravvento, in attesa, molto breve, di rimpiazzarci; ecco il primo bivio fatale, fatidico, decisivo.

Bivio non casuale, bivio del destino.

Il destino, inesorabile, bussa alle porte: impossibile non aprirgli, o simulare l’assenza, magari il sonno, financo un malaugurato scambio di persona, una sfortunata omonimia.

Il destino, anche senza titoli accademici – dottore? certamente mi confondo – è dotato di una memoria formidabile, senza necessità di artifici, senza ausilio di quella tampone, senza abbisognare di espansioni di quella definita RAM (dagli esperti, di cosa non si sa).

La Quaresima spalanca le sue braccia ampie e avvolgenti, ma il folle, ilare, burlone Carnasciale – con o senza scialle, con maschera d’ordinanza – resta in agguato; la memoria, talvolta faceta come Lui, agisce per confonderci, per indurci in errore, in tentazione e ridere della grossa, di noi, dei nostri buffi errori, della nostra ingenua credulità.

Del resto, non è semplice districarsi tra memoria sensoriale, a breve o lungo termine; ognuna possiede sue caratteristiche, ognuna si dispiega – dipana? – in circostanze e ambiti molto precisi, idonei, appropriati.

Di solito, ma anche no.

Potrei autocitare un aneddoto minimo, trascurabile, per carità, ma esemplificativo: per anni, ammiratore della Lady del Giallo, Agata Christie, vidi innumerevoli e svariate volte il lungometraggio tratto dal celebre romanzo Assassinio sul Nilo, ma sempre solo ed esclusivamente il primo tempo. Nei meandri della memoria, personale e fallace, nonché birbona, si sono accumulati decine di inconvenienti che, nel flusso del tempo – regolare o meno – , mi impedivano un tranquillo assistere al valzer degli eventi, fino all’agognata, auspicata, trionfale conclusione; epilogo, se preferite.

Tutto questo si è protratto, replicato con insolite varianti, per un decennio almeno – doppio piano quinquennale, senza essere mai stato confinato in Siberia; per ora – , con il dubbio, sempre più cocente, mai angosciante, che gli ostacoli alla visione completa del film fossero solo una pia, chimerica illusione. O uno scherzo della vulcanica, pur non essendo etnea – Erminia, non il vulcano – Nonna trinariciuta: amena (non armena) e brillante più che pria, più che mai, più di sempre.

La memoria, dunque: solida, sfuggente, multiforme? Molti la descrivono così, come un puzzle, con incastri mutevoli; non una ‘cosa’ unitaria, piuttosto “una collezione di sottocomponenti che interagiscono tra di loro“. Potremmo affermare, anche senza essere o crederci siffatti, esperti e studiosi, che esistono molto e varie memorie, distinte e dissociabili o, viceversa, complementari e componibili; se così, posso compulsare.

Scherzi di memoria, rinfrescare la memoria, scrivere le proprie o altrui memorie, annotarsi una memoria, memoria da elefante, o, al contrario, da pesce; mandare a memoria (come l’Ave Maria, si diceva, eoni fa), richiamare alla memoria, mandare a memoria (non a spasso o peggio), memoria di Pico della Mirandola, o Giobbe, se vi risulti più biblicamente simpatico; a memoria d’uomo, alla memoria, anche se al momento – evento naturale e impossibile da evitare – , come disse qualcuno – preferirei di no.

Potrei ulteriormente divagare e perdermi negli antri di questa funzione cognitiva del nostro cervello, della nostra intelligenza (in senso lato, molto diretto); potrei complicarmi il post, se non la vita, citando “argutamente, dottamente“, Sigmund Freud, la sua psicanalisi, la sua definizione di memoria, “non come semplice registrazione del passato, ma come un processo dinamico e ricostruttivo, centrale nella teoria psicoanalitica”. Potrei, lo voglio?

Ricostruzione, rimozione e inconscio, ricordi di copertura, traumi, amnesia infantile, terapia per recuperare i ricordi rimossi ed evitare la coazione a ripetere. Mi sento ubriaco, la capa gira, la piccola mente fallace è fuori causa per iper accumulo. Potrebbe andare peggio, potrebbero piovere reminiscenze.

Esistono anche persone che dispongono per predisposizione – la memoria si può allenare, in palestra o su strada? – di un ampio, incredibile Palazzo della Memoria, ma si tratta di ‘personaggi da romanzo‘.

Come scriveva Lewis Carroll, in Alice nel paese delle meraviglie: “è una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro“.

Sia come sia, quando, nel giardino della pre esistenza, hanno assegnato e distribuito le memorie/i cervelli, sulla mia teca era appiccicata una targhetta, con sopra scritta una definizione incomprensibile;

qualcosa tipo:

AB NORMAL.

Viaggio tempestoso

Nel periglio mi voglio inoltrare, a costo di apparire arcaico. Lo sono, già.

Non mi imbatterò – imbratterò? anche questo rischio esiste – in fiere (intese come grossi felini aggressivi, non sagre paesane) o anime dei trapassati, accompagnati da Caronte se in vita terrena sono stati lestofanti di varie specie e tipi, o lieti di udire il tintinnio delle chiavi di San Pietro, se nella dimensione terrestre hanno emulato – in toto, in parte, si sono sforzati – San Francesco. Tanto per citarne uno al momento molto mediatico.

Per tacere dell’Angelo nocchiero – discreto come un angelo – e per il rapido frullare le ali di un certo psicopompo; non confondiamo il sacro con il profano.

Non sono nessuno, nel senso che non somiglio nemmeno lontanamente a Odisseo (né poco, né molto), nonostante comuni origini elleniche, nonché mitologiche.

Eppure.

Il viaggio, questo viaggio, mi ha attirato, risucchiato, catturato: occupando i miei capillari molto lentamente – come cantava il poeta meneghino – , con il ritmo adeguato per ipnotizzare, per non consentire alla mente di soffermarsi su certi dettagli fatali, sul senso del rischio (innato?), su quello del limite.

Siamo umani, sia quando decidiamo di attraversare il confine, sia quando restiamo a distanza di sicurezza – davvero? – ; cerchiamo di restarlo, di conservarci: ce n’è estrema necessità.

Giungere, raggiungere la vetta è impresa estrema, complicata, faticosa quanto una prova erculea; poi, si può solo scendere, o volare. Il difficile, anzi, il più ostico, rimane non disperdere quanto si è appreso e conquistato durante la salita.

Mi sovviene Kaplan, George, spia inventata, ma reale nel momento in cui, un innocuo pubblicitario statunitense, – Cary Grant, noblesse oblige – viene scambiato per ‘lui’ e gli ‘offre’ corpo, sangue, anima; fino alla sfida rusticana, epica, sul Monte Rushmore. Finale simbolico, sul treno, anzi, lapalissiano. Le acrobazie sui faccioni litici dei quattro presidenti (George Washington 1732-1799), Thomas Jefferson 1743-1826, Theodore Roosevelt 1858-1919, Abraham Lincoln 1809-1865), sono spettacolo mozzafiato per gli spettatori – quelli antichi, antiquati – palestra di vita, per i personaggi, forse per tutti.

Vorrei essere Francesco, non il santo patrono (per carità, grande stima), Petrarca; opto spesso per modelli semplici da emulare. Ascendere al  Mont Ventoux, come fossi Marco Pantani, come fossi il vento, come fossi un poeta. Simulo di ignorare i mari, fingo, arruffato, di obliare, dopo l’eroe di Itaca, anche il Capitano Nemo, perfino Capitan Harlock.

Conquisto illusoriamente lo zenit – sogno o vaneggio? – , non spicco il volo, le mie ali rimangono immaginarie, precipito;

nella discesa, ruinosa, forse no, raduno, affannosamente, le mie esili risorse. Scrivo, vivo.

Sei il mio ossigeno,

quello rarefatto, puro, prezioso; dell’alta montagna.

Alta quota, da dove osservare tutto, il tutto:

i molti errori, le ineliminabili fragilità, le meraviglie del mondo, l’armonia universale e la nostra.

Per questo Ti amo, vita mia.

In perpetuum.

Le parole, la metafisica

Un uomo in bianco e nero, in bilico sulla erigenda darsena di Milano.

Fuma tranquillo la sua pipa, con volto sicuro osserva lontano, non avverte pericolo nella situazione precaria – in piedi, sulla terra smossa – tiene le mani nelle ampie tasche del cappotto; chissà quali pensieri attraversano veloci la sua mente, chissà se sono considerazioni sui lavori in corso – baustelle – o tracce di nuovi romanzi, con i quali mettere a nudo la fragilità, la reale psicologia dei lettori, della critica. Di tutte e tutti noi, anche dopo decenni dal suo naturale congedo, anche se le ‘intelligenze artificiali’ deturpano implacabili il nuovo, vecchissimo millennio.

Senza concessioni, senza ipocrita pietà. Espirando nuvolette di fumo.

Sguardo che squarcia, limpido – malgrado l’ombra della tesa del copricapo – al quale, volenti o nolenti, non ci si può sottrarre; nemmeno lui, se disponesse di un piccolo specchietto da tasca.

Oltre l’effimero – ogni città ‘grande’, è portatrice di una quota, sana o perniciosa – , perché solo utilizzando parole scarne diventa possibile radiografare l’anima delle persone. Senza infingimenti.

Metafisica: la filosofia, il movimento d’avanguardia, forse la nostra essenza, in bilico perenne – qui comincia la neve perenne, antica ‘freddura’ – tra pulsioni molto terrene (terra terra? non si tratta dell’urlo di entusiasmo del marinaio di vedetta delle tre caravelle) e dimensione incorporea, insondabile.

Metafisiche, tutto quello che esiste dopo, anzi, forse prima delle cose fisiche; le cause prime (di chi?) e la natura ultima – senza essere in gara – della realtà, o di quella che crediamo tale. Deambulare nei giardini della pre esistenza, cercando la nostra identità ontologia, liberi dalla soma, dalla zavorra dell’esperienza sensibile e materiale.

Uomo silenzioso e immobile, eppure vivo, vivissimo; uomo in apparenza sospeso nel tempo e nello spazio concreto del suo piccolo pianeta, uomo che con gli occhi scandaglia l’ipotetica realtà, per scoprirne i veri segreti, per appurare il senso: ultimo, definitivo.

Come solo una donna/nonna – versione evoluta – saprebbe fare; con somma saggezza, per istinto, anche sprovvista di bagaglio (culturale) e con fianco scoperto (senza marito).

Potrebbe, quindi, accadere – chissà quante volte è già avvenuto, chissà quante ricapiterà, con altre modalità, presso altre culture – che una giovane donna di Parigi, disinibita e di successo (qualunque cosa significhi), accolga in appartamento, in qualità di convivente, la semisconosciuta nonna materna, sfrattata dalla casa che sarà abbattuta per lasciare spazio a nuovi progetti, nuove speculazioni edilizie.

Poco a poco, la vegliarda, mentre crollano i muri dell’abitazione di una vita, con lemmi semplici, farà crollare la “vita indipendente e sregolata” della nipote; le parole dell’anziana hanno il potere “di mettere a fuoco ogni paura e ogni fragilità, di darvi corpo“. Fisico, non metafisico. Facendo cambiare radicalmente tutto.

Possiamo fingerci forti, possiamo fingerci esseri superiori, ma, come sosteneva Fedor Dostoevskij, “è solo nelle parole che le cose accadono“. Infatti, fino a prima dell’era delle nuove pandemia, il più alto tasso di suicidi si registrava in società tribali primitive, dove le persone non conoscono vocaboli per esprimere i propri disagi interiori.

Le parole pronunciate costringono a guardare quello che prima si ignorava“, ma esisteva;

costringono a agire, forse, a rinascere:

nuovi e consapevoli.

Labili tracce

Abili tracce, se poi dovessero risultare anche agili, meglio.

Tracce, orme da lasciare sul terreno, casomai, seguire o inseguire; tracce, titoli di temi (non tematiche), da svolgere, anche riavvolgere, quando il nastro della audiocassetta si è ingarbugliato e la colonna – non manzoniana, non infame – sonora della tua vita, suoni inascoltabile. Ora.

Un’immagine immortala un momento dinamico, di vita reale, quotidiana; una famiglia di quattro persone – tre persone più una, la quarta si intuisce, impallata dal padre in primo piano (come i Moschettieri di Dumas, padre?) – con zaini in spalla e bagagli a rotelle (difficile siano quelli il loro mezzo di trasporto) camminano velocemente, forse per giungere in tempo al capolinea di un qualche veicolo pubblico. Sono visibilmente di fretta, con la scomoda compagnia dell’ansia di mancare l’imbarco. La strada di cemento sembra lunga, grigia quanto basta, lambisce una strada commerciale sulla quale transitano mostruosi autotreni statunitensi; in lontananza edifici di un centro, abitato, non si sa se da macchine o persone. Un cielo imbronciato e minaccioso, con uno squarcio di azzurro, assiste implacabile alla scena.

Chissà se il fotografo o la fotografa, nello slancio creativo, ha voluto attribuire allo scatto una qualche intenzione politica, sociologica – siamo tutti migranti, tutti in viaggio, tutti persi nell’affannosa ricerca di qualcosa, soprattutto quando abbiamo le possibilità di farlo – ; oppure, cadiamo mani e piedi nell’abile tranello delle immagini, alle quali attribuiamo, noi, da osservatori non passivi, ma buggerabili, senso ricavato dai nostri pensieri, dalle nostre convinzioni, dalla nostra dimensione ontologica.

Persi, dispersi, nell’affannosa ricerca, perlustrazione, indagine perfino, per rilevare labili tracce di noi stessi, per cercarci nelle dimensioni spazio temporali, o in quelle indefinibili, inafferrabili; per tornare a edificare, per costruire ex novo, la comunità umana.

Nei cumuli dei nostri rifiuti, nel nostro pattume, nelle nostre obbrobriose mala grotte, mega discariche letali, le orme – non il mitico gruppo, purtroppo – le vestigia, fisiche, ferite fatali, mortali che infliggiamo al Pianeta, alle singole esistenze quotidiane di noi tutti. Eredità tossica che lasceremo in dote alle nuove, scombinate, generazioni.

Oppure, potremmo affidarci a veri scienziati, non solo geniali – non basterebbe, non funziona mai, auspicando risultati giusti – ma brillanti, immaginifici, capaci di aprire sentieri, ora inesistenti, verso un futuro equo, sano, benefico per l’umana società.

Uno di costoro è il premio Nobel per la Fisica 2021, Giorgio Parisi; i suoi lavori sui sistemi complessi, i suoi ampi e corposi contributi interdisciplinari, potrebbero spaventare per la loro complessità, invece dovremmo lasciarci conquistare dalla loro bellezza, dal loro fascino, dalla “loro” (sua, totalmente sua, cioé del Professore) preveggenza. Nel finale degli anni ’80 del 1900, perfino molti suoi compagni, nonché colleghi, “ammiravano la sua strepitosa maestria tecnica“, ma non coglievano il senso dei suoi interessi. In fondo, la sorte dei ‘Precursori’. Di eoni.

Così, non si tratterà di “convergenze parallele” degli anni politici ’70 del 1900 (Aldo Moro o no, l’inventore dell’espressione), ma Le simmetrie nascoste (pubblicato dai tipi di Rizzoli Libri) non solo ci riveleranno “quanto sia intelligente l’acqua ghiacciata“, ma anche il funzionamento di ChatGPT; senza isterismi, senza ipocrisie, rischi e prospettive connessi.

Per intraprendere un cammino esaltante – quello delle scoperte, queste sì, epocali – per lasciare labili tracce di noi:

finalmente, luminose.

Guano

Ci reputiamo unici e irripetibili, modelli – fantastici – non replicabili.

Reputiamo le nostre gesta, le nostre azioni, ogni nostro minimo anelito, grandiosi, ammirevoli, e, se per caso risultassero aberranti, abominevoli – non il povero Yeti dell’Himalaya e i suoi simili – , crimini contro il genere umano, contro il Pianeta, sarebbero (de) rubricati quali semplici errori, fatali fraintendimenti, bagatelle sfociate inspiegabilmente in tragedia.

Siamo così: piccoli, fragili, illusi, ma con un ego smisurato; qualcuno, di più, sempre quelli che hanno (lecitamente o meno) più risorse. Tradotto, senza perifrasi, il potere di fare tutto quello che vogliono, oltre l’immaginabile, oltre ogni vago principio morale; infischiandosene allegramente del Diritto e delle esistenze delle Donne e degli Uomini.

A meno che non si tratti di loro solidi sodali e complici.

Guglielmo, solo tu, da tutto questo ciarpame osceno sapresti, potresti trarre capolavori della letteratura e poesie; ma forse, persino con il tuo intelletto superiore e la tua sensibilità superba, esiteresti, proveresti moti di ribrezzo, rigetto, totale confusione.

Chi si ritira umanamente sconfitto (con tutte le code fra le gambe, avrebbero detto un tempo i saggi dell’osteria, dopo molte ombre), chi si ritrae in un mondo o in dimensioni altre, fantasiose, idilliache, per sottrarsi alla soma insopportabile della realtà attuale.

Cosa vergavano i fessi, nemmeno prezzolati, durante la pandemia? “Andrà tutto bene“. Infatti. Come diceva quello: “potrebbe piovere, per sempre“. Banalità, molte umane, comprensibili, anche senza essere Corvi.

Chi si ritira dalla lotta, è un gran fio de ‘na mignotta! Chiedendo venia alla mignotta, anche ricorrere alle ‘citazioni dotte’, dal presidente del Borgorosso Football Club in giù, ormai potrebbe risultare vano, per risollevare il morale (no molare), se non le sorti comunitarie.

Ormai disperati, catastrofisti, sciamannati, cerchiamo di avvinghiarci ovunque ci sia uno strapiombino, un tarocco – un’arancia sicula? magari – di Jodorowsky; “non si può insegnare all’inconscio il linguaggio della realtà, ma insegnare alla ragione il linguaggio dei sogni“. Essere surrealisti, immaginifici, magici, come lui, potrebbe giovare e magari costituire una strategia sorprendente per sanare le questioni urgenti, esistenziali.

Ancora Jodorowsky, ‘l’eterno’, ci comunica di “fidarci dell’umanita, delle nuove generazioni che – per paradosso – proprio grazie alla precarietà e all’assenza di prospettive, sono pronte alla guarigione nel campo della vita, attraverso la relatività dello sguardo storico, l’arte come unica, vera risorsa“.

Eppure, disse il Matto del Villaggio, questa storia non mi suona nuova – come tutte quelle che riguardano la stirpe dei bipedi che hanno smarrito la coda e la ragione – perché, nel 1856, una presunta confederazione di stati (o interessi economici), con un atto di forza, unilaterale per forza, varò una legge per dichiarare propria una piccola isola tra la Jamaica e Haiti; “ci serve, ne abbiamo bisogno per procurarci grandi quantitativi di concime“. Quell’isola era un deposito naturale di guano. Il Congresso approvò a larghissima maggioranza, la Corte Suprema (Don Abbondio – noi europei, oggi – , nella gara dell’ignavia, della codardia, giungerebbe secondo, con distacco abissale) disse che “non è nostra materia investigare o determinare se gli atti del potere esecutivo siano giusti o sbagliati. Basti sapere che il Governo ne abbia deliberato nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali. Chi sia sovrano di un territorio, de jure o de facto, non è questione legale, ma politica“.

Gli astanti, paonazzi, rubizzi, tra frizzi, lazzi, amene scurrilità, risero sguaiatamente: “il diritto affonda solide radici nel guano“.

Dietro casa

Avrete certo incontrato anche voi un distinto fenicottero rosa che, calmo e placido, dopo piacevole, garbata conversazione, vi avrà consigliato di raggiungere Marzamemi.

Piccolo porto o baia delle tortore: l’antico toponimo resta un mistero, mentre la bellezza del luogo inebria e trasporta in altre dimensioni. Nemmeno troppo distanti: Vendicari, Calamosche, Noto.

Liquefarsi nel tramonto di Marzamemi – perché sei tu, Trinacria? – e risolidificarsi immantinente al cospetto del Sol Levante. Altre dimensioni, altri mondi. Culturali, geografici, spirituali.

Vagare per Tokio, avvertire il vago sentore che forse non è come deambulare allegramente per i campi, arati o selvaggi, di Pozzo. Imbattersi in strani – per me, di sicuro – personaggi, tra cui un nipponico che somiglia (potenza dei sogni, anche senza essere in un film di Akira Kurosawa San) davvero tanto, troppo, a Georges Simenon. Rimanendo, lui, uno scrittore chiaramente indigeno.

Forse mi ha rivolto la parola, sconosciuta quanto l’idioma locale, ma non mi preoccupo: il lessico dei sogni è meglio dell’esperanto. Matsumoto, nome proprio di narratore, dedito a storie thriller, nelle quali abbondano intrighi, corruzione, omicidi, nelle quali emerge il marciume che compone in parte l’umano e a nulla vale, non come scusante, parziale o totale, che le vicende siano generate da un ambiente in faticosa, angosciosa ripresa dopi i lutti, i disastri, le tragedie del II conflitto mondiale.

Se la Dalia, originaria del Messico o del Sud America, fiore estivo che ama la luce e l’acqua, fosse nera – non lo sapremo mai, ma l’immaginazione degli uomini è tossica – , se sia stata uccisa a Hollywood o nella capitale di Yamato, decidetelo voi: nella memoria rimarrà “il suo debole“, tenace, sorriso, anche alla fine prematura, innaturale, del viaggio, decretata, come troppo spesso accade, da un misero bipede.

Abbandonata in fretta o con esasperante lentezza Tokyo – questa o quella, per me pari son, nelle visioni oniriche – e instradarmi per perdermi in una valle oscura, mutata d’incanto nel bosco segreto di Kengo, altro rappresentante del Sol Levante (i miei sogni sono stati e continuano a esserlo, ad alta gradazione nipponica). Un atipico, nato in Scozia; prima game designer, ora ‘fumettaro’ vecchia scuola: matita, carta, inchiostro, pazienza e capacità di osservare infinite, immaginazione allo stato brado.

Poche, scarne, rarefatte parole: bastano la magia e la meraviglia create dalla Natura; perfino Oberon, Titania e la loro folta schiera di folletti birboni sarebbero d’accordo. Ancora una persona in cammino, ancora una persona solitaria – fisicamente, mentalmente a causa della tecnologia – ancora una persona che, grazie a un cane, scopre all’improvviso quanto sia affascinante entrare nel mistero, nella luce, nelle atmosfere naturali; condividere le scoperte con altri umani, magari incontrati per caso, diventa parte integrante, fondamentale del processo di crescita, di apprendimento. Con l’esempio e i consigli di una nonna, perché, se si è fortunati, esiste sempre una nonna speciale che sembra ricoprire il ruolo di faro del Pireo.

Poi, alberi, tanti, bellissimi (in un bosco che si rispetti, capita d’incontrarne), custodi silenziosi e affidabili di tutti i nostri segreti; fonti d’amore, vero, naturale, in quanto depositari delle energie necessarie, essenziali per tutti i viventi attorno, o vicini a loro, in qualche modo.

Camminare, osservare – sognare, forse – condividere:

il segreto della Vita probabilmente si (ri) trova nel bosco dietro casa.

50enni animati

L’Unicorno irrompe a spron battuto – nemmeno fosse l’immortale destriero bianco di una antica reclame – nelle nostre anguste stanze mentali e accende, ci porta in dono, reca seco (con sé), una salutare scia luminosa d’immaginazione.

Pochi giorni di anno 2026 – siamo sicuri? – e già agogniamo, in modo spasmodico, il prossimo, ma fingiamo, tentiamo di resistere agli urti della nostra vita mondiale; magari, poggiando, avendo fiducia in loro: eroi, eroine, nati dalla fantasia, “non dalla logica, o dai dogmi, per questo nessuna macchina, per quanto potente e evoluta, potrà mai fare davvero letteratura“.

Le donne e gli uomini, peculiarità rarissima, anzi, unica, annoverano un potere, il loro unico super potere, insito, non replicabile: come dice lo scrittore Julio Cortazar, “possiedono l’immaginazione, per sperimentare il mondo nella mente, prima di sperimentarlo nella carne“. Le flebili parole, la fragile narrazione, aiutano i bipedi a prepararsi, a strutturarsi, a organizzarsi per affrontare la vita, per escogitare soluzioni alle sue inevitabili difficoltà.

Nessun problema nel risolvere problemi, piccoli e grandi; solo l’imbarazzo della scelta: meglio il Golem o la ‘famigerata’ IA, meglio Pandora o gli algoritmi, con relative app? Tempo fa, avremmo ingenuamente scherzato: ai poster (i), l’ardua sentenza.

In realtà, meglio l’umano, fallace, ma dotato di formidabile creatività, limitato, ma capace di superare i limiti con la sua empatia, piccolo, ma capace di ritrovare la rotta anche sballottato dai marosi, grazie alla sua moralità. Alberto Manguel, altro scrittore, ci dice che le macchine non saranno mai in grado di concepire un personaggio “ineffabilmente complesso come Pinocchio“, potranno, al massimo, fornire una brutta copia, “una falsariga di pseudo Alice“, mai una copia dell’originale. Macchine, ottime ‘alleate’, non individui senzienti e indipendenti dall’uomo. Persino le ‘entità portentose’, “se gestite con noncuranza, possono rivoltarsi contro i loro inventori“.

Jeanette Winterson, scrittrice – curioso, citare solo persone che vivono e si occupano di ‘cose intangibili’ come le lettere – ci offre un punto di vista altro: “l’intelligenza alternativa, non artificiale visto che ci serviamo di miriadi di oggetti che sono artificiali, non naturali, è ciò di cui il genere umano ha bisogno ora, visto che il nostro modo di pensare ci sta conducendo verso l’estinzione, attraverso il collasso planetario o la guerra globale“.

Eppure, nonostante tutto, confidiamo ancora, forse chimericamente, nei 50enni animati; meglio, in chi, bambino, si è appassionato e, attraverso e grazie a loro, ha saputo costruirsi un’esistenza con priorità e valori morali, ineccepibili, indistruttibili.

Ape Maia – il più popolare insetto animato alle nostre latitudini – celebrato con una mostra, e, addirittura, con un musical; non solo, anche Heidi, Goldrake, Candy Candy, Capitan Harlock, Lupin III, Conan, Jeeg, Remi, Anna dai capelli rossi. ‘Anime’ fragili, come le parole cui accennavo più su, anime giunte dal sol Levante, diventate in breve, parte del nostro patrimonio culturale, “perché – come spiega Marco Pellitteri, professore di Media, nonché grande esperto di fumetto e animazione nipponici – queste serie hanno plasmato l’infanzia di una generazione, in un momento di trasformazione sociale e mediatica unica. La loro forza è stata la capacità di travalicare l’epoca della prima messa in onda, generando un codice affettivo e narrativo condiviso. Le storie di amicizia, lealtà e scoperta di sé, sono universali e atemporali“.

Non resta che travasare questi ‘anime’ nei governanti e plutocrati contemporanei e l’impresa sarà compiuta;

o, in alternativa, sostituirli: direttamente con questi personaggi di ‘fantasia’, o, per interposto interprete, con la comunità di noi, 50enni (suppergiù) ‘animati’.

La setta della Fenice

Post fata, resurgo.

In fondo, una quisquilia.

Attendiamo la luce da Est, attendiamo le parole, nuove:

per rinascere, per nascere, finalmente.

Parole di vita, non parole trappola, che attirano, ingannano, imprigionano.

Come saprebbe dire il poeta: “luce neve”, “luce che accende cielo e monte”.

Luce e parole che piano rigenerano gli umani, nei giorni più bui e in quelli più gelidi; luce e parole, perché, mentre tutto sembra andare in letargo, o concludere il suo ciclo, recano ancora speranza.

Calore, respiro.

Archiviamo il 2025, non rottamiamolo: teniamolo sempre a mente, agiamo all’opposto: forse, non andrà tutto bene – sarebbe impossibile – meglio, sì.

Senza dubbio.

Anzi: tra i dubbi consueti, ma optando per soluzioni umane.

Non vogliamo, non servono alle genti della Terra bagnarole sfondate, armi.

Dialogo, sorrisi, abbracci, collaborazioni comunitarie.

Post fata, resurgunt.

C’era (no cera) una volta

Incipit nell’incipit, o meglio: titolo incipit, per ottimizzare (come usano i rozzi cibernetici contemporanei) le risorse. Sempre più esigue.

Inizio classico di favole e fiabe, potremmo lanciare il grande quiz a premi – chi indovina, vince un soggiorno in Lapponia, nel Circolo Polare Artico (quindi, non solo circolo di lettura) – : spiegare, per sommi capi, non siamo draconiani almeno nel periodo natalizio, le differenze di protagonisti e finalità tra i due generi, dalla umana fantasia generati. Orali prima, poi letterari; come antichi esami scolastici, assai prima dell’avvento di internet e presunte intelligenze artificiali.

Per restare ancorati a oggi – ma veleggiare liberi per i mari sarebbe meglio assai – , saldamente abbarbicati allo scoglio, come una cozza verghiana, potrei citare (se la memoria non vacilla troppo): Sandokan, Orzowei, D’Artagnan, Zorro, Goldrake; noi anziani del ’70, siamo stati, forse tra i primi, ad annoverare un gigante tecnologico, sempre in bilico tra demone e angelo, a seconda delle scelte di chi lo guida, nel pantheon degli eroi immortali. Perdonateci, se vi pare – così è, se vi appare – poco.

Sandokan, quello ‘vero’, ‘storico’, scolpito per sempre nel nostro immaginario da Emilio Salgari e da Sergio Sollima. La recente variante moderna, anzi, aggiornata, può risultare avvincente – se garbano le avventure ricostruite in toto all’interno di un teatro di posa e con l’ausilio di migliaia di effetti speciali – , perfino divertente, ma poco, nulla condivide con la vera vicenda, le origini storiche, il contesto in cui si muoveva la Tigre della Malesia. Per Natale, sarebbe bello, una strenna (no renna, in ferie), confrontarsi con la storica teutonica Bianca Maria Gerlich, per chiederle le fonti dei suoi studi nel Borneo, da chi e da dove abbia appreso dell’esistenza di un comandante navale di nome Sandokong, “il quale avrebbe in comune col personaggio salgariano la bandiera rossa con la testa di tigre (nota anche alla letteratura storica inglese), i luoghi, gli anni, i nemici“. Dono davvero speciale.

Orzowei, figlio della Savana, scolaro anche lui, come milioni di italiane e italiani, del meritorio, imperituro maestro Alberto Manzi. Letteratura e cinematografia ‘per ragazzi’, ammesso che questa misera classificazione abbia un senso. Una storia contro il razzismo, di ogni tipo e di ogni colore, una fiaba moderna che ci mostra e dimostra come gli umani, variamente pigmentati, quando si conoscono davvero, finiscono, anche se non è Natale, per amarsi. Corri, Trovato vai, e non fermarti mai. Come la solidarietà, auspichiamo.

D’Artagnan, ricalcato e modificato da Alexandre Dumas sulla figura storica di Charles de Batz de Castelmore. Guascone, ossia natio della Guascogna, ma anche spaccamontagne, leader naturale dei Tre Moschettieri che in realtà, con lui, divennero quattro. Cappa e spada, avventure e duelli mozzafiato, anche se molti studiosi garantiscono che i tratti salienti del personaggio siano altamente riconducibili al padre, generale francese, nonché mulatto, del fecondo autore francese. Non sarà uno scandalo di corte – della collana o dei bijoux? – a fermare l’impetuosità e lealtà delle ‘spade’, al servizio di Sua Maestà.

Douglas Fairbanks, Tyrone Power, Guy Williams, Alain Delon: altri quattro spadaccini, che, ciascuno nella propria epoca, hanno prestato volto, fisico e acrobazie all’eroe mascherato El Zorro, la Volpe, presso il pueblo di Los Angeles. Periodo della dominazione ispanica in California. Il paladino dei poveri, dei reietti, dei dominati, creato dalla fantasia e dalla penna (lapis?) di Johnston McCulley, già reporter della polizia nonchè ufficiale di affari pubblici durante il primo conflitto mondiale, agisce e si batte contro individui corrotti, malvagi, opprimenti che vantano il solo merito di giustificare quello che fanno in nome e sotto l’egida della corona di Madrid. La spada, la zeta come inconfondibile firma, il destriero Tornado e l’impareggiabile ‘collaboratore’ sordomuto Bernardo, sono i fedeli alleati dell’eroe, capostipite dell’età moderna, nella quale i difensori degli oppressi sono titolari di una doppia identità (almeno); ma non per denaro e potere – don Diego De La Vega ama i libri e la musica al pianoforte – , solo per innato senso di giustizia.

UFO Robot Goldrake, conosciuto da noi come Atlas, apri pista della tracimazione nipponica degli anime e dei manga, primo golia tecnologico disegnato, anche se nella mente e nella produzione del Sensi Go Nagai, è ‘solo’ il terzo figlio; dopo Mazinga Z (un’altra zeta, di altra natura) e il Grande Mazinga. Il principe di Fleed tenta di sfuggire agli inganni e alla volontà di dominio del malvagio monarca Vega, ma presto si rassegna ad affrontare il suo destino: battersi contro la soverchiante forza militare – troppi governanti terrestri indicano le armi quale unico mezzo per realizzare la pace (?) – di un impero dallo spazio profondo, per salvare il Pianeta Azzurro dall’inferno della guerra definitiva. Non sembrerebbero temi adatti ai bambini, di quell’epoca, eppure in molti di noi, la vicenda e le traversie di Actarus sono state capaci di instillare il senso di giustizia, di condivisione, di altruismo, di umanità, di rispetto e tutela per la Natura che rendono la vita degna di essere vissuta, a pieno titolo. Ancora oggi, a Natale, qualcuno sogna di alzare lo sguardo verso il cielo, per notare un puntino luminoso che continua a distribuire doni utili a tutti i bambini del mondo, a vegliare su di noi.

Credenti o agnostici, cancelliamo “la magia del Natale” – banale strategia di marketing consumistico – per affermare, per impegnarci in prima persona a realizzare concretamente speranza e rinnovamento, condivisione e comunità, riflessione e gratitudine, lungo il flusso dei nostri giorni.

Natale, o Sol Invictus, questo sia un memento, sacro:

a nascere, a vivere.

Lanterna delle Fate

Nelle bigie, grigie, giornate di pioggia, è naturale pensare con speranza e, in qualche modo, struggimento, alle lanterne.

Tradizionali, solide, in grado di illuminare, la realtà fisica – sempre parziale e prospettica – e le menti (auspicio forte più che mai); lucerne, se vi aggrada di più, l’importante resta lo splendore, anche senza giungere a significati allegorici danteschi.

Ne avremmo urgente bisogno: sorgente luminosa portatile. Negatelo, se ne siete capaci, o in grado.

Forse, ci aiuterebbero a individuare direzioni, soluzioni, nuove accattivanti, evolutive prospettive. O viceversa.

Ci sono state, esistono ancora, lanterne cieche, capaci, attraverso un gioco di schermi girevoli, di concentrare la luce in un fascio, oppure oscurarla (i ‘nemici’, noi stessi, riflettendo meglio, stanno sempre in agguato, pronti a ghermire); basta non piombare nella corbelleria, imbalsamandosi a fissare il dito, ignorando la Luna.

Lanterne veneziane, cinesi, nipponiche: quali preferite? Non ignoratele, sono preziose, ognuna nelle proprie peculiarità. La molteplicità di visioni, crea la vera, inusitata ricchezza.

Certo, con cura e accortezza, occorre deambulare senza sonnambulismo – non più del lecito, senza eccedere oltre il necessario minimo garantito – senza incantarsi (arduo, ne convengo) a rimirare le ormai rarissime lucciole, scambiandole per lanterne. Interiorizzando, se possibile, il ‘metodo Diogene’, per rintracciare, in fretta ormai, l’uomo, anzi, gli uomini e le donne, di comprovata, ottima volontà. Con le lucerne, sempre accese, anche in pieno giorno.

Lanterne magiche, per immaginare nuovi mondi, nuove persone, nuovi noi; mai privare le lanterne magiche di luce, introdurre costantemente lampade brillanti perché le più fantasmagoriche immagini compaiano su noiose pareti bianche.

La Lanterna, quella di Genova, senza mai obliare quella del Pireo; fondamentale nell’antichità, insegnò a tutti noi a navigare, a trarci in salvo tra i flutti perigliosi.

Lanterne rosse, per ribellarsi, rifiutare, affrancarsi da ogni tentazione di società feudale, per cancellare per sempre il giogo, insopportabile, inumano, del patriarcato che ci dilania con gli ultimi, letali, colpi di coda. In assenza di lanterne, affidiamoci a caleidoscopi: belle immagini da osservare confortano l’animo, e poi, si sa, gli specchi hanno il potere di perdere i Narcisisti più tossici.

Lanterne rosse, gruppi di guerrigliere, ché da sempre le Donne hanno dovuto combattere per affermare la propria identità, per rivendicare diritti, per dimostrare ai limitati uomini di essere meglio di loro, più forti, più capaci; non per caso furono gruppi di combattimento femminili durante la rivolta dei Boxer, Cina, a cui gli abitanti dei villaggi attribuivano poteri soprannaturali, in quanto capaci di portare a termine imprese impossibili per i maschi.

Lanterne Verdi, per l’ordine cosmico e la giustizia, anche nello spazio. Il Pianeta Azzurro galleggia nel Cielo, quindi, forse, ne ha o ne avrà bisogno. Lanterne Verdi per tutelare la Natura di cui facciamo parte, di cui non disponiamo da padroni, dalla quale dipendiamo per ogni più minuta esigenza e dalla quale siamo graziati, fino al nostro ultimo respiro.

Lanterna delle Fate, particolare specie di una famiglia di piante tra le più rare al mondo – forse, 20 esemplari, non di più – magnifiche, splendide, incantevoli. L’ultima in ordine di apparizione vive (sopravvive) in Malaysia – coincidenza letteraria – la Scienza internazionale si è mobilitata per tutelarla, proteggerla da noi stessi, forse perché ci rammenta non solo quanto sia meravigliosa la Natura, ma quanto i bipedi non siano in grado di esistere senza la sua presenza benefica.

Federico coronò il desiderio di trasmutarsi in un aggettivo – felliniano – , molto più umilmente e modestamente, vorrei diventare un vocabolo greco, antico: lampter, attinente (stretta, inestricabile parentela) con il verbo lampein, rilucere.

Non sarò mai una lampada – mai affermare mai – , mi basterebbe essere un lumino che si difende dai venti contrari, un lanternino dotato dalla fantasia dei fanciulli di una magica, reale, potenza.