Altezza

Non siamo all’altezza di Sua Altezza il Re del Mondo, non sovrastiamo in altezza nessuna delle altre creature del Globo, non siamo, sempliceMente, all’altezza del compito che il Cosmo ci ha affidato

Dovremmo riportarci a quote più normali, aspirare ad un ciclo di vite – non giro di vite – virtuoso, aprirci alle esperienze le più varje, imparare a percepire le nostre voci interiori e quelle sussurrate dall’Universo.

I semi della Vita a chi appartengono? Li vogliamo conservare e curare davvero, ma come faremo se ci lasciamo vincere dalla tentazione di svenderli all’offerente peggiore? Se lasciamo che i ghiacciai si sciolgano, senza intervenire in modo radicale sull’ecocidio perpetrato senza soluzione di continuità, senza soluzione al problema, dai sicari mercenari, al servizio acefalo amorale dell’economia fossile?

Ancora: salveremo i semi, di certo facendo spallucce alle mutazioni trans (trans, ma non come Priscilla regina del Deserto!) geniche che aggrediscono sapori odori perfino colori.

E’ il progresso che va, più futurismo per tutti. Un tempo che fu, nel Mondo Prima si cantava E’ la pioggia che va… e ritorna il sereno, se sereno ancora non è, si rasserenerà; sapendo a priori che quando cantano troppi galli, non arriva ancora il giorno nuovo, o un giorno finalmente nuovo.

Progresso con ‘umanità aumentata’, non più umanità nel mondo, ma con quelle stramberie da realtà virtuale, però innestate negli organismi degli uomini, per trasformarli in iron men; solo quelli che già di loro sono farciti di soldoni, nelle vene non sangue ma banconote, dalla doppia elica del dna flusso inarrestabile e continuo di sonanti bit coin.

Da lanciare senza esprimere desideri nell’ologramma della Fontana di Trevi.

Viviamo un’epoca terribile nella quale forti correnti contrarie, tentazioni malefiche inutili, ci sommergono come le continue cattive notizie, alimentate da cattivi bipedi, infami; per fortuna, la realtà non esiste.

Ossessionati allucinati annegati dai frutti amari, letali della comunicazione di massa per distrarre le masse, ché mai lo stato, quinto o classificato come e dove può, rialzi la testa, magari per rimetterla in funzione: come diceva quel filosofo siculo, comunicare è da insetti – con tutto il rispetto e l’ammirazione dovuti – esprimerci dovrebbe essere nostro, nostro compito e anche dovere, categorico. L’imperativo, cediamolo ai dotti, della lingua madre: non ci garbi mai più comandare, né assoggettarci a comandi.

Chissà se la libertà d’espressione, la creatività, l’empatia faranno parte dei circuiti integrati – chissà quanto integri integerrimi – della sedicente umanità aumentata; in effetti, non essendo riusciti a diventare umanità umana con le nostre risorse naturali, ci siamo rivolti agli alchimisti rozzi della magia nera sintetica.

  • – Lo sai che nel 2050 il Pianeta ospiterà più di 10 miliardi di abitanti (scongiuri e riti apotropaici opportuni, più di sempre)?
  • – Ecco, vedi, come dicevo: umanità aumentata!

Caro Saverio il Cercatore, Tu che hai raccontato la storia dei soldati di Salamina, sotto la divisa, uomini dotati di intelligenza, capaci di empatia humana pietas, Tu che hai smascherato impostori, illuminato istanti fatali, forse sai, conosci l’ispirata mano che nella tua terra iberica, su molti muri, ha aggiunto allo sciocco ebete inneggiare ‘viva Franco’ – dittatore sanguinario – il sacro cognome ‘Battiato’; un colpo di genio, perché la Bellezza anche quando migra in altre dimensioni, sempre trova il modo di spegnere l’ingiustizia la bruttura la sopraffazione. Con leggerezza, con ironia.

Il 25 maggio del 1521, Carlo V emana l’Editto di Worms con il quale dichiara fuorilegge Martin Lutero; nel 1787, a Filadelfia, molto prima dell’arrivo di Bruce Springsteen, i delegati degli stati più o meno uniti, con l’aiuto di George, Washington, lui in persona, non la capitale, si riuniscono per scrivere una nuova Carta costituzionale; nel 1895, Oscar Wilde, viene condannato a due anni di prigione per sodomia e volgare indecenza; nel 1935, il vero Figlio del Vento, Jesse Owens, in soli 45 minuti, durante un meeting di atletica leggera nello stato del Michigan, infrange o eguaglia quattro record del Mondo (Prima): un ragazzo nero, povero, nato da una famiglia contadina in Alabama – se volete capire qualcosa della questione razziale laggiù (non nell’Arizona, Alabama, sempre Usa), leggete l’omonimo romanzo di Alessandro Barbero – che solo un anno dopo, alle Olimpiadi di Berlino, organizzate per celebrare l’apoteosi della vil razza ariana, si toglie lo sfizio di vincere 4 medaglie d’oro, in faccia a Hitler e a tutto lo stato maggiore nazista.

Al momento, siamo come una mandria di cammelli, in transumanza coatta, dentro una grondaia. Auspichiamoci un crepuscolo quieto, ma il Giardino è ancora gelato.

Forse la Bellezza non salverà il Mondo, non riuscirà a redimere i peccati capitali degli uomini, però coltivandola con intelligenza ed equità, forse ci aiuterà un giorno a cancellare l’incubo da noi stessi creato:

non recupereremo la memoria di tutti i nostri viaggi terrestri precedenti, come Siddhartha, ma potremo prepararci, renderci degni, di saltare ai livelli successivi.

Buon Risveglio, Buona Illuminazione.

Senza nemmeno bisogno di un lasciapassare.

In bicicletta, con Magritte

Domeniche magrittiane, domeniche sulla bici di René, domeniche surreali;

scampoli di maggio ché tanto la primavera s’è data, alla fuga, di o con Bach.

Domenica d’agosto che caldo non fa, un lampo e sarà Natale. La transizione ecologica lascerà in dono sei mesi d’inverno e sei mesi d’estate, i mesi conserveranno forse i loro nomi originali, ma si alterneranno per sorteggio deciso dalla app e dall’algoritmo supremo, non più secondo la loro scansione originale.

Un baldanzoso Apollo su velocipede mi supera ad una velocità prossima alla luce – del Sole – tento di raggiungerlo, almeno con lo sguardo, ma quel puntino giallo all’orizzonte si dilegua come miraggio urbano post moderno;

un Apollo alto almeno 1,90 con gambe lunghe due metri: con una pedalata, anzi da fermo, percorre senza fatica 20 metri.

– Nonno, cos’è l’infinito?

– Cribbio, Romeo hai solo 4 anni, sei un bimbo molto sveglio e già poni quesiti un po’ ardui per gli adulti.

– Cos’è l’Infinito?

– Conosci i numeri?

– Conto benissimo fino a 20, so fare addizioni e moltiplicazioni, semplici, per adesso.

– Bene, pensa all’8, non Otto Von Bismarck il noto chef austrungarico inventore della celebre bistecca, pensa al numero 8.

– Nonno, sei un tipo strano, comunque conosco bene il numero 8!

– Caro Romeo, re del rodeo geografico sulla cartina gigante da parete nel tuo salotto, ove con puntatore laser sai individuare ogni località del Mondo, la più strampalata la più esotica la meno conosciuta, almeno per me; caro Romeo impareggiabile capo dei Ninja Lego; in attesa di conoscere i ninja mitici del nonno, Sasuke e Kamuj; vero, dolce Ninja Romeo, sempre a caccia di fantasmi bricconi, ladri di preziosi rotoli di papiro, papiri contenenti i segreti dell’Antico Egitto, quello prima delle sabbie?

– Nonno, l’Infinito!!!

– Uh, già; eravamo all’8: due cerchi sovrapposti, escludendo la perfezione, senza dimora né cittadinanza su questo Pianeta attuale, simbolo dell’Infinito e oltre, proprio come nel tuo amato Toy Story. Cerchi simbolo dell’Armonia, della circolarità della Natura, dell’Universo, senza limiti e confini.

– Nonno, sei simpatico quando giochi con me, ma quando ti chiedo le cose, fai tanta confusione…

– Sono un vecchietto caotico, lo so; contengo moltitudini caotiche e contraddizioni, strane immagini, molto simili ai dipinti di un artista che un giorno conoscerai e apprezzerai anche Tu.

– Dunque, meglio chiedere a mamma e papà?

– Forse Ti conviene, ma ci riprovo: Infinito è il bene che Ti vogliamo tutti, quando giochiamo con Te, mangiamo insieme, impariamo insieme, reciprocamente; noi siamo astronauti dell’infinito, esploratori dentro un mare verde come quello dietro alla tua casa, siamo circondati da una miriade di rossi papaveri audaci che nel vento cantano una canzone di pace amore libertà universali…

– Nonno, forse non ho capito tutto quello che hai detto, però Ti voglio un … Otto di bene, un bene Otto!

Nel frattempo, un superbo colombo grigio, grigio luminoso, grigio Vita, con nel becco un fascio di fili d’erba e rametti, raggiunge la compagna: preparano un nido che non sarà rocca di arrivo, ma culla per nuovi decolli.

Inconsapevole, dentro un Vettriano: quadro di

Ho esaurito i dipinti di Hopper:

nei quali perdermi, a perdita d’occhio e soprattutto di mente.

Esaurito, anch’io.

Comincio – riparto, dal via – con quelli di Jack, Vettriano.

Capitan Jack, pittore avventuriero pirata, forse robot, libera scelta: opta.

Il passato è davvero una terra straniera, infida, spesso inospitale, piena di tranelli e trabocchetti.

Sempre più spesso mi trovo – ci provo, a (ri)trovarmi – dentro le sue visioni pittoriche, dentro una sua pennellata, dentro un suo paesaggio, dentro la sua immaginazione, in modo di certo improprio inopportuno inquietante.

Colpa di certe copertine di romanzi maledetti che utilizzano suoi dipinti, colpa di testa bacata: la mia?

Inconsapevole, io di essere nel quadro o viceversa, il quadro di ospitarmi, a sua insaputa; dell’autore e dell’opera stessa.

Atmosfere retrò, anni ’50, atmosfere peccaminose lascive ma sempre permeate da una sorta di aura indolente, come se dietro ogni trasgressione, ogni audace contravvenzione (elevata o conciliante?) al socialmente corretto, al moralmente accettabile, fosse compresa una giusta, imprescindibile dose di noia, reiterazione meccanica di copioni già consunti, già rappresentati, già vissuti, troppe volte, con un finale noto, virato di malinconia.

Un retro gusto amarognolo, come prendere coscienza che anche la migliore coscienza non ci condurrà ad un’assoluzione finale ecumenica, nel senso del consesso umano planetario;

mentre l’urlo di Giobbe scuote consapevolezze certezze identità, leggi divine, chiamando al confronto, al redde rationem perfino il Padre, l’Entità metafisica, il Creatore primo e ultimo: blasfemia, empietà, bestemmia?

Sono tra quei bagnanti eleganti sulla battigia al tramonto o forse all’alba, sono un granello di sabbia, un raggio di sole ormai esausto, la giacca leggera posata distrattamente sulla spalla di uno dei gentiluomini, il cappello a tesa larga di quella coppia di amici; sono dentro e contemporaneamente fuori, dalla scena immortalata, resa immortale, epica della mondanità umana, dentro e fuori dalla tavolozza, dentro e fuori dal catalogo – madamina, il catalogo è proprio questo – di Vettriano: la signora e il suo compagno danzano avvinghiati in riva al mare, sotto un cielo che promette e mantiene tempesta, mentre un gentile terzo uomo – erano tre, non mi ero ingannato- regge l’ombrello, tenta di ripararli, di proteggere quella coreutica intimità; io sono l’ombrello, se Giove scaglierà folgori, pazienza, esserci ne sarà valsa pena penna – virtuale – rischio mortale.

Sono la valigetta porta abiti, sono la sdraio con le bande verticali bianco rosse, sono il rasoio sulle gambe nude ed eleganti della signora che si prepara per la serata, romantica o di gala; di vela da diporto o trasgressione erotica.

Giochi spietati, occhi bendati, perché solo anima cuore sensi abbiano pieni poteri.

Prigioniero dei colori, vivere non solo (nel)la stessa scena all’infinito, ma l’esatto momento di quella scena, in eterno. Eternauta, aiutami Tu.

Mortali bipedi che nella magia pittorica del buon Jack, raggiungono l’immortalità, o la sua fugace illusione, di un istante.

Il sogno, come l’acqua, ci determina;

Acqua e Sogno, inarginabili, ingredienti primari essenziali, preponderanti della Vita, delle nostre piccole, rapide fragili vite.

Del nostro veloce volo – anche il Tuo vulcano ha voluto renderTi omaggio, unico Franco universale – resterà forse la memoria della nostra scia nel firmamento, forse appena un sospiro, dentro una pennellata di Vettriano.

Oceano di Silenzio, lode all’Inviolato

Post muto, silenzioso, oceano di silenzio, oceano di cordoglio.

E’ partito un gigante, un maestro, un artista; chiamando in soccorso uno dei Suoi pochi veri discepoli, Gianluca Gill, questo evento triste, questo lutto “mi precipita in uno strano stato, come in una canzone di Franco Battiato”.

Povera patria, abbandonata nelle mani di servi sciocchi, di parassiti senza dignità, di iene egocentriche. Rozzi cibernetici, signori degli anellidi, sintetici.

Viviamo in un mondo dopo, orribile: forse, non ci siamo capiti, perché dovremmo continuare a pagare tributi balzelli extra a dei rincoglioniti e in più asservirci, arrendevoli proni, a chi si crede padrone?

Uno strano bambino di 11 anni ascoltava incessanteMente la Voce del Padrone, disco in vinile a 33 giri, e attraverso la Bellezza, imparava a non sottomettersi, mai, a padroni.

Gli Uccelli, poesia musicale che svela i segreti delle meccaniche celesti, a chi sa ascoltare, volare, sottomettersi abbandonarsi affidarsi alla risonanza primordiale, alla forza poietica primigenia.

Sia lode all’Inviolato per averci donato Franco Battiato, sia lode all’Inviolato per averci concesso di vivere, senza merito, nella stessa era del Cinghiale Bianco.

Stranizza d’amuri, dolore e gioia all’unisono. Ci ritroveremo in altre dimensioni, percorrendo invisibili sentieri diagonali, colmi di Luce, più veloci di aquile e sogni, più veloci dello stesso pensiero, per concerti universali, senza inizio né fine.

Nei giardini della pre Esistenza, cammineremo placidi, finalmente tornati all’Uno al di sopra del bene e del male, oltre ogni passione bisogno dolore fisici; rinunceremo alla nostra identità terrestre limitata, per accedere ascendere abbeverarci alla Vita, quella vera e conversare solo di Armonia Musica Arte.

Quel bambino oggi dice: e Ti vengo a cercare;

anche perché non vorrebbe perdersi: l’incontro tra Te e Gurdjieff che così aggiornerà la sua preziosa lista di uomini straordinari, la riunione tra i leoni culturali di Sicilia, Tu e Manlio Sgalambro, le nuove rivoluzioni sonore insieme a Giusto Pio, magari dopo aver fatto scalo a Grado o dopo passeggiata a Pieve di Cadore.

L’Immagine divina e il Suono metafisico della realtà, li hai trovati e li hai regalati Tu, alle nostre anime, in cammino verso altri mondi, verso nuove visioni, verso realtà dove regneranno solo Pace e Amore.

Grazie, Maestro Battiato.

Pirati, creature degli Abissi, favole

Bandiera Nera, simbolo di spietata pirateria o libertà?

Ossa incrociate, vincastro del Profeta: si vincerà, trofeo in palio il tesoro nascosto sull’Isola che forse c’è o la sopravvivenza dell’ecosistema marino?

Per informazioni dettagliate, chiedere alla Lega, delle Megattere.

Jolanda, figlia del Corsaro Nero, sei una Donna di corsa anche Tu? Piratessa o corsara, stella, rossa di cuore chioma temperamento.

Seguire il canto delle Megattere, non solo melodia, talvolta frastuono più del rombo degli inquinantissimi aviogetti, ma negli abissi esiste il suono, come ove si propaga? Pro pagaia; per esplorare i 7 Mari, non andremo veloci, ma ricognizione e tutela saranno accurate, certosine, approfondite dalla superficie, dal profondo.

Se le lasciassimo in pace – a proposito come sta la Giovane balena grigia in vacanza in Costiera amalfitana senza green pass? – potrebbero vivere anche due secoli e continuare a garantire equilibrio biologico e salute al Pianeta, senza nemmeno blaterare sciocchezze su transizione e resilienza: le Megattere, naturalMente.

Forse Ti stupisci – mi capisci quando parlo? – del resto ammetto di apparire strano matto anche per il Napoleone dell’osteria centrale che racconta le proprie gesta, sappi però che il tanto reclamizzato rimedio è meno efficace del talismano degli Inuit, mentre i veri ‘miracoli’ hanno nomi cognomi identità, molto precise: Biodiversità Foreste Ghiacciai.

Tanto per dimostrare con geometrica potenza quanto siamo cambiati, in meglio, quanto abbiamo capito – mai più! – dalla pandemia di virale idiozia, abbiamo cancellato nel 2020 anno fatale un’area forestale grande quanto la Terra dei Tulipani; al bando l’economia fossile, certo, forse nel 2050/60, nel frattempo meglio attuare politiche per la proliferazione incontrollata, incontrollabile di centrali e immense condutture per il gas, tagliando a fette l’Africa Orientale, avvelenando ancora un po’ il Lago Vittoria, il Mediterraneo, l’atmosfera terrestre.

Non vorrete mettere sul lastrico le povere multinazionali, ri dipinte di verde marcio?

I Delfini non sono pagliacci, i calamari potrebbero urtarsi e rivolgersi direttamente al loro Padre nobile, il Kraken, per ricondurre gli uomini alla ragionevolezza, al fondo del barile, o sul fondo, degli Abissi.

Se vai per mare e non credi al Kraken, il pazzo sei tu e te lo certifico, mentre dal cielo sopra Dublino piovono gamberetti.

Che Tu possa essere profondo come il Mare di Lucio, Dalla, o scendere fino a 20.000 leghe sotto i mari insieme a Nemo con il Nautilus, per abbracciare scoprire rispettare quello che non si vede, ma pulsa di vita; non ci saranno fad criminali – fishing aggregate deviceses – che tengano.

Altrimenti alla fine i tentacoli del Calamaro Supremo avvolgeranno tutto, riavvolgeranno il nastro, chiuderanno l’epoca della razza invasiva e distruttrice.

Dylan, Thomas Bob perfino Dog, inafferrabile, indefinibile, cangiante: mutare sé stessi in ogni istante per rimanere fedeli alla linea, del pentagramma della poesia del fumetto della Vita.

Il Mare morto risorgerà, un mare abbandonato all’incuria e all’inquinamento definisce chi lo aveva ricevuto in comodato, d’uso, intelligente negli auspici degli aruspici.

Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti: Uno in calle dell’amor degli amici; un secondo vicino al ponte delle Meraveige; un terzo in calle dei marrani a San Geremia in Ghetto. Quando i veneziani (e qualche volta anche i maltesi..) sono stanchi delle autorità costituite, si recano in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie.

Sarà solo il finale di una Favola di Venezia, mastro Hugo, ma sarebbe bellissimo se fosse il finale di questo transitorio Mondo Dopo.

Stamberga: longobarda? Sempre in pietra

Percorro contrade, a braccia spiegate, contando solo su gambe e piedi, avendo perduto le Ali – mi sono cadute – nel corso della vita terrestre; corso principale, del centro storico.

Avrei bisogno di un centro di gravità, immanente.

Assordanti sirene trafiggono le trombe – meglio di tombe, sicuro – d’Eustachio, Sirene spiegate, forse con testo a fronte, mentre la testa resta saldaMente ancorata tra le Nuvole? Servirebbe un ottimo caffè, alla leggendaria antica torrefazione San Eustachio.

Da non confondere con altre trombe, dette tube, di Falloppio.

Non abbiamo rinvenuto una Stele di Rosetta per decifrare l’alfabeto delle Sirene o le note arcane del loro canto incantevole incantatore, chissà, forse dio Poseidone con il suo tridente potrebbe donarci prima o poi uno scoglio di Scilla e Cariddi, con inciso di suo pugno, una triplice versione della Playlist di Odisseo: lingua del Mare (talasso glottologia?), greco antico, nuova koine umana.

Se invece di recitare da demagogo, sai cosa sia il demotico, dillo!

Vele spiegate, su cui leggere testi: almeno in teoria – ché, per la navigazione in mare aperto, sono necessari anni di pratica e talento innato – appare operazione semplice; a meno di non trovarsi in compagnia degli occhi del ciclone, di una procella – non pulzella – a bordo di un vascello dell’Olandese (Olonese?) volante, condannato per sedicente eresia al perenne periplo universale, anche se la prima lettera è in entrambi i vocaboli la P (non p2, doppia p).

Spiegare o dispiegare la falcata – speriamo che presto, magari subito, Falchi e Colombe possano amabilmente volare dialoganti insieme – dispiegare le forze, mai armate, ma le proprie, le migliori, per imparare l’Arte di Vivere, per edificare, non triti edificanti discorsi acchiappa applausi, solo utopie trasformate in progetti concreti.

Lo spiegamento degli eserciti sia degli eserciti di Cultura Bellezza Armonia, una volta per Tutte, per Tutti, da qui all’Eternità, anche se nel Mondo Dopo ogni concetto andrebbe rivisto rivalutato riscritto; palinsesto per palingenesi, viceversa funziona lo stesso, allegramente dal palo – per non restare più fermi – alla fresca frasca accogliente, verde, senza fanfaluche sul green – torneo di golf? – né sulla fuffa resiliente.

Ché l’uomo non è geneticamente programmato per dimorare in una putre stamberga, di origine più o meno tardo longobardesca, nemmeno se le pietre aguzze e la putredine le ha scelte lui.

Mi spezzo, siamo già tutti spezzati e speriamo anche risanati con la nipponica tecnica del mastice d’oro che ripara e valorizza le cicatrici, mi spezzo e però tendo pro tendo sono tendenzioso verso l’identità spiegabile: capace di appianare contrasti e malintesi intellettuali o anche meno, comprensibile, a tutti da tutti per ognuno. Che la forza del Kintsugi sia con noi.

Magari spezzarsi, come un grissino al cospetto di un tonno rosso impetuoso della Trinacria, ma spiegarsi, sempre.

Infine alfine come fine ultimo, ma di partenza, dispiegare: non so se ali, vele o solo panni stesi su fili, neo funambolismo post urbano, verso un Mondo, non dopo, Nuovo.

p.s. mejo n’uovo oggi che finì da gallo spennato, allo spiedo, domani.

Matrioska oscura

Dipanare il filo, della Natasha, nome proprio di Matrioska, a scanso di equivoci e denunce.

Seguire il filo, di Arianna, o le briciole di Pollicino.

Il saggio del giornalismo vecchio stampo, vecchia stampa soprattutto – curiosità, occhi aperti, taccuino e penna sempre in tasca, abiti stazzonati, scarpe comode, modi rudi – consigliava: segui il flusso dei soldi, ma anche quell’indicazione antica investigativa, appare oggi di difficile laboriosa tormentata attuazione: i soldi sono sempre più virtuali, virtuali e quasi infinite le matrioske blindate, una dentro l’altra.

Se le figure geometriche sono tutte, nessuna esclusa a priori da priori, un insieme di punti infiniti, come sarà mai possibile stabilire un ordine, se non di qualità, almeno di grandezza empirica?

Matrioske in pagina, tovariščĭ Michail, compagno e soprattutto uomo di affari mercantili, è tornata in auge – non in Augias, Corrado – quella bella imponente, molto farcita relativa agli Anni di Piombo, pesanti, sotto ogni punto di vista, a partire dai sedicenti misteri, dalle lampanti lapalissiane zone grigie, colme di nebbie nelle quali risulta impossibile distinguere anche solo oscure sagome. Impossibile distinguere verità, se alimentiamo cortine fumogene, se il bandolo della matassa viene ingarbugliato sempre più, se il tumore della disinformazione cresce con nuovi libri documenti testimonianze commissioni sparlamentari che ripetono all’infinito i dati noti. Diteci i nomi le circostanze le convenienze, o tacete sparite per sempre, più dignitoso per voi, più salubre per un paese che fa forse comodo conviene garba così: pittoresco e instabile, artistico ma inaffidabile.

Caro Karl Heinrich, te lo saresti mai aspettato immaginato prefigurato con ampolla di cristallo per visioni pre visioni dal futuro, irraggiungibile? Dalla lotta di classe, alla lotta per tornare in classe, o almeno, tutti insieme appassionataMente, nel peripato, per sorbire gradire seguire qualche Maestro e le sue – di lui – lezioni.

Historia Magistra Vitae – speriamo presto anche magistrale e magistrato – ma senza scolari discepoli studenti, anche Lei si dimette e una Storia dimessa dismessa, non è solo peccato mortale, ma una noia letale.

Madiba, padre nobile della Nazione, per estensione meritocratica umanitaria di tutte le genti umane, non esiste una strada facile per la Libertà, d’accordo, ma nel Mondo Dopo abbiamo voluto rendere il gioco la conquista i sentieri molto più impervi complicati oscuri: nessun uomo è un’isola, nemmeno un atollo specie se lì qualcuno ha deciso di condurre test nucleari, nessun uomo si salva da solo, va bene, ma senza intraprendenza faccia tosta intelligenza di Nessuno, non ci salveremo, nemmeno in gregge.

Anche perché, tutto perfettamente sicuro dicevano quelli ‘sull’energia del futuro’, i vecchi reattori dismessi sono degli zombie e ogni tanto si ridestano; nel frattempo, abbiamo trovato il metodo vincente per la transizione, invece di mettere le piramidi di monnezza sotto il tappetino del Pianeta, li gettiamo nello spazio siderale che già non ne può più. Forza Ufo!

Rattopperemo le vite, i tralci della vite, la Vita, la Terra, ma con un gomitolo di filo, di voce: gentile umana omni comprensiva.

Sarà Utopia, con la sorella maggiore, Verità senza più errori né tentennamenti, però Mahatma dice che, sostituendo l’avidità l’idiozia l’ottusità di certe istituzioni, di certi gruppuscoli di potere, con unione nell’amore reale, con autogoverno illuminato da materie grigie, ma preziose, bando della violenza – nel senso di messa al, non di concorso in nuove intollerabili persecuzioni – e cura matriarcale delle comunità e di Gea, potremmo disegnare un Mondo Dopo con un’economia della giustizia e dell’equità, con una transizione transito terrestre naturale, logicaMente eco bio accettabile, sostenibile, applicabile.

Per Tutti, ovunque.

Senza guardare mai più dentro il vuoto oscuro della matrioska o della Bialetti monodose, con il rischio di caderci dentro: senza fondo senza fine senza luce.

Barrique, senza barare

Pagina della Botte, di rovere, anche senza quarti – di vino – di nobiltà.

E’ nata prima la botte o la barricata? Il barrito dei Rivoltosi, copre la risposta.

Metodo barrique, sarà ancora attuale nel Mondo Dopo?

Le proteste – pro testa, un sasso di David ciascuno, una fionda pro capite, mi capite, costaggiù? – ormai non sono efficaci se restano invisibili, inutile andare in piazza se nessuno se ne accorge; più vigoroso il virtuale? Certo, se parliamo di fare l’Amore, con l’umore con il sapore della Folla…

Abbarbicati tenacemente, come mastice per riparare giare frantumate, abbarbicati allo scoglio di qualche tradizione – rupe Tarpea? – , ma anche ‘abbarricati’, che poi non si comprende se l’alfa senza omega sia privativo o rafforzativo del concetto, se non della sommossa.

Siamo la polis dell’apparire, più che una polis ontologica, pertanto non lamentiamoci quando su di noi calano mazzate, metaforiche metà sulle capocce, dolorose assai, soprattutto per gli effetti senza cause, a lungo termine.

Barricate popolari, ma fomentate dalla borghesia, quando vuole ottenere favori dai governicchi di turno? Abbocchi sempre all’amo, confermata la pericolosità del lemma e anche del verbo.

Masserizie, non nel tempio di Massenzio, sacro luogo culturale, andranno bene lo stesso? Storicamente, dalle Cinque giornate di Milano in giù – com’è bello fare la rivoluzione da Mediolanum in giù, come cantava la Raffa nazionalpopolare – hanno sempre avuto un successo notevole, anche simbolicamente, sul piano strettamente affettivo.

Rosa Luxemburg poneva il quesito annoso, forse dannoso: “Dove saremmo oggi senza quelle sconfitte?”. Ecco, da umile profano, vorrei ribaltare, non solo masserizie in fiamme e botticelle marce, ma la prospettiva: “Dove saremmo oggi, se qualche volta, fossimo riusciti a vincere?”.

Inutile arrovellarsi dentro botti di lamiera con quesiti spinosi più di un istrice furibondo, gli aedi del mercatismo senza equilibrismo, senza limitismo imperversano e vincono facile, come sempre, da troppo tempo.

I Barricaderi sono fuori dalla legge – comunque la si consideri, una violenza legittimata dalla maggioranza fatta sistema, però violenza – in quanto la infrangono, o solo perché osano sfidarla sul piano pratico e filosofico?

Prima o poi, volenti o nolenti, diventa imperativo categorico scegliere: da quale parte della barricata state? Schieratevi, per Bacco, senza dimenticare Giunone e Minerva!

Non sono contrario pregiudizialmente – tu sei per caso ‘premeditato’ nei miei confronti? – alle barricate, ma chiedo cortesemente: la protesta si concluderà per tempo, ché mammà con elvetica precisione, alle 12,00 spaccate, mezzodì, butta la pasta?

Come diceva Moretti, il regista, meglio precisare vista la temperie del periodo: mi si nota di più se vengo e mi siedo su una piccola botte in disparte, o se resto proprio contumace?

Io sono io, ma anche la mia botte, come disse Diogene Laertio, molto solerte nelle risposte, a tono, con tono polemico.

Diogene, chi fu mai costui? Mi servirebbe una lampada – anche una lampara di Marzamemi sarebbe manna marina – per scovare il nominativo sull’Enciclopedia cartacea, per fare luce:

dentro la botte, sul Mondo, dentro la mia scatola, cranica.

Biancaneve: una zoccolaia (o era Giulietta?)

Pagina Bianca, sulla quale si stagliano le ombre: dei microbi.

La mia statura – fisica morale intellettuale – è media senza aura, ma attorno a me, non distinguo giganti.

Nell’incantato regno di Lilliput, microbi microscopici – potenzialmente pericolosi – sfidano i fedeli sudditi di quel reame; sfida titanica, ma non perdiamo mai la trebisonda, la bisaccia con i dolcetti della fiducia, il contesto, ammesso che a occhio nudo o rivestito, sia possibile notare qualcosa.

Comunisti in Lamborghini con Rolex al polso – dei comunisti, non dell’auto – sfilano in parata tra ali di popolani festanti; ai più servili servizievoli piaggiatori, in omaggio pacchi – di banconote? Siete matti, nemmeno quelle del vecchio Monopoli – di pasta di grani duri, radioattivi e ricariche telefoniche da 5 euro; via, andare alla gleba, anche fischiettando, come i 7 Nani di Biancaneve.

Altri comunisti in Kashmir, anzi del cashmir (gringo, mira el cash, te gusta mucho el cash), avevano giurato e spergiurato che a fine carriera politica sarebbero andati a combattere per i diritti dei Campesinos in Chiapas, o in missione umanitaria permanente in Africa; Campesinos e Bimbi africani ancora ringraziano, per lo scampato pericolo.

Oh, per inciso, per digressione – prima digressio fit in ore, anche a ore, volendo – la vera triste storia è stata tramandata capovolta: fu il povero principe, ignaro ingenuo delle cose della vita e delle meccaniche celesti a essere molestato da Biancaneve, ché candida era solo la neve, quella atmosferica.

La vera storia di Biancaneve, orfana – altrimenti, che storia di vita vera sarebbe senza lacrime drammi sfruttamenti maltrattamenti? – aveva ereditato dal buon padre (sognava un maschietto, come si conviene: ma, ahimè, sei nata Tu!) la piccola botteguccia di periferia urbana degradata, una fabbrichetta di zoccoli, male in arnese, gravata da debiti leciti con l’inestricabile jungla fiscale – nella quale perdemmo le tracce anche dell’agenzia delle entrate, senza vie d’uscita o fuga – e illeciti con gli strozzini della mala; così, la derelitta, ragazza madre per migliorare il quadro, illusa disillusa delusa – Monte Lusa – dai consueti figuranti travisati da vincitori di reality, era costretta a fare triste mercimonio: senza fiori, senza arance. Pregava ormai che emissari di spietati commercianti cinesi e/o arabi giungessero a rilevare per due spicci la paterna fallimentare impresa, ché Cavalieri capaci di fare imprese si erano estinti da secoli. Bisogna dirlo piano e sdrucciolo, senza cattiveria, ma con onestà: nel Mondo Dopo a cosa servono gli zoccoli? Ci si potrebbero piantare Alberi, come da lezione del Maestro Olmi, in attesa che i prati, superstiti, tornino a fiorire. Non divaghiamo, perché forse in questa mesta era – era questa? – di grande confusione sotto lo smog, la Zoccolaia in questione, avrebbe potuto essere Giulietta, chissà poi se nativa di Verona o Udine, diatriba millenaria in corso, un po’ come quella relativa alla ricetta originale del Tiramisù. Giulietta, sempre cara fu la sedicente innocente fanciulla, come da poetico striscione dei tifosi del Napoli, esposto non al Bengodi o stadio Bentegodi, ma al San Paolo, verso la metà degli anni ’80 del 1900, per ringraziare gli Scaligeri della sempre affettuosa calorosa amichevole accoglienza. Non scendiamo in campo calcistico politicante, ché pop – cioé, poi – si litiga davvero.

Biancaneve era ironica, temo: peccato per le sue auto insignite paladine d’ufficio, che non abbia mai richiesto – né si sognerebbe di farlo – il loro minuscolo operato; quale Biancaneve, al tirar delle somme e della pasta fatta in casa? Quella della versione di Barney? Quella dell’imprenditore a stelle e strisce diventato milionario con la Fantasia? Ancora, quella dei Grimm Brothers? Propenderei, gusto personale, per la versione di Marx, dei fratelli Marx: una guerra lampo, tutta da ridere e l’Universo ritrova – in un lampo – l’equilibrio smarrito; la retta via, chissà. Attenzione infine a non confondere la celebre, orecchiabile marcetta dei Sette Nani – minatori in regola con le norme di sicurezza sui luoghi di lavoro? – con licenziosa ammiccante triviale: marchetta.

Noi viviamo nel grande mondo della concordia, speriamo non affondi in vista di isole (isole nell’Oceano della Solitudine?), del progresso dei rimedi miracolosi, dei fogli di via, però dipinti di verde; meglio smeraldo che Speme, ultima dea, s’è data alla macchia, dei Macchiaioli, da mò.

Per sconfiggere la pandemia, l’ignoranza virale, praticate molta attività fisica all’aere aperto, consiglio rivolto soprattutto agli anziani: cari preziosi Vecchietti, nostra risorsa e memoria, fate tanto sport, morirete prima e comunque, ma morirete sani!

Raccogliamo carote di ghiaccio da analizzare nei nostri laboratori scientifici, perché nel ghiaccio tutto si conserva, anche le memorie del sottosuolo del Pianeta; facciamo però in fretta, molta fretta, perché tutti i ghiacciai terrestri si stanno sciogliendo, per colpa nostra; scivoleremo via, goccia dopo goccia, come la totale confessione dei nostri reati contro l’Umanità e la Natura, vergata nel ghiaccio che fu.

Possiamo ancora sperare nell’aiuto finale e risolutivo del Pantheon, uno a piacimento, magari a pagamento, come serie su tv virtuale:

anche se, come sostiene l’illuminato Roberto Calasso, papà di Adelphi, anche gli Dei sono Migranti e la loro più grande migrazione è già avvenuta da tempo, nell’incorporeo, fantasmatico regno delle ombre cinematografiche.

AuspicabilMente, speriamo riaprano presto le sale!

Breccia Brace Braccia, sottratte al volo

Pagina di Costantino, non tronisti presenzialisti sedicenti attori presentatori, e/o affini, ma proprio Lui, l’Imperatore.

Pagina di certe donazioni, ché il dono quando è vero, non presunto desunto unto, storico o meno, prevede sempre una quantità di azione e/o di pensiero, perfino.

La polis di Costantino si regge salda sulla di lui colonna, ci mancherebbe altro; ne servirebbe una – in magazzino abbiamo scorte? – anche per l’incerto Pianeta, con multinazionali dell’inquinamento e della morte che si rifanno il trucco, fingendo di piantare alberi. Donazioni taroccate, dannazioni garantite.

Almeno, una bella leggenda, più o meno infarcita di fatti verosimili, resta una narrazione da ascoltare, con sommo intellettuale ‘godiMente’.

Atlante, nel frattempo, si è stufato: rassegnato al cospetto della nostra crassa imbattibile idiozia idiosincrasia al ragionamento, ha rassegnato le dimissioni.

La restituzione dopo quasi 5 secoli (se 500 anni sembrano pochi) da parte del Louvre dell’augusto imperiale bronzeo dito di Costantino – Valerio Flavio, ma è sempre lui, meglio abbondare con i nomi imperiali – diventa ennesimo motivo di auto celebrazioni mediatiche: epocali virali banali. Auto celebrazioni degli ausiliari del nulla, eterno.

Per inciso, il vero dito reciso era il medio, gemello antico di quello collocato di fronte alla Borsa di Milano – cosiddetta Piazza Affari (questo pazzo pazzo mondo di affari, sporchi, e di tasse inique, per allocchi) – simbologia finale e messaggi restano immutati nei millenni.

Braccia, sottratte all’agricoltura, si diceva con sprezzo del pericolo e dell’intelligenza nel Mondo arcaico, per trattare con spregio e arroganza altri simili; la prospettiva agro naturale sta cambiando, rapidaMente, giovani intelligenti hanno capito che solo rispettando amando curando con amore Gea, avranno qualche àncora di salvezza, di ormeggio alla Terra, di futuro.

Braccia, si alzavano all’unisono nel Mondo Prima, nelle strade con mille voci per cantare, dopo la riconquista delle piazze pubbliche, dove sorge splende sempre, tramonta il Sole come comanda regola dei cicli naturali, spazi per dialogare progettare, anche danzare, braccia sottratte al volo, alle camminate in equilibrio sulle acque, camminate e voli alti, grazie a mente cuore anima, senza più zavorre psico socio economiche.

Hey Gianpy, Amico mio de Roma, la zuppa calda di cicerchia con bruschette dopo una giornata in mezzo alla fresca fredda abbacinante neve umbra, sembra possa restituire vita ai trapassati e redenzione alle anime dannate; fiorirà il deserto, ogni deserto, quando impareremo studieremo riscopriremo come riuscivano in passato, nel Mondo Prima, millenni prima della sedicente modernità progredita, a irrigare immense distese di sabbia rovente.

Peregrinare nella Valle del Treja, alla ricerca di Atreju; piscine oniriche, naturali, nelle quali rinascere ricreare ri ossigenare il portentoso cavallo Artax per riportarlo sulle praterie, infinite come certe Storie; Foreste Fruscianti che non escono dal gruppo, Draghi quelli veri, forieri di buona sorte, molto più di certi biscotti, cinesi o giù di Lin; Acque chiare fresche rigeneranti, Turris Eburnea da scalare, ma per dialogare con Principesse, finalmente poco riottose, zero influencer di masse bovine anestetizzate.

Hai mai assistito alla fioritura delle lenticchie? Caleidoscopio magico, senza zampone, senza puré di patate o mele, con il Sole, anche quello di Mezzanotte; hai mai assistito al salvataggio di un candido Cigno femmina da un anfratto fluviale periglioso? Il Cigno suo compagno nuota in apprensione, fedele e inamovibile accanto a Lei, mentre i Vigili del Fuoco si prodigano meritoriamente per salvare e tutelare due vite, magnifiche.

Magnifici anche i VF, non solo di Viggiù.

Come cantava il Poeta, maledetto:

voglio un finale che non faccia male, con mani lavate, ma cuori sporchi, togliamoci le mascherine e baciamo tutti insieme il Colpevole; denunciamolo condanniamolo, soprattutto se dovesse dire, si facesse sfuggire, spiattellasse, anche senza terzo grado, la Verità.

La Breccia pia cova sotto la cenere: attenzione alle scintille di repubbliche laiche all’apparenza spente, attenzione alla corsa travolgente, dei Bersaglieri.

In hoc signo vinces, ove il signo, come digitato sopra, è sempre, platealmente – al netto delle eventuali accuse di blasfemia, respinte ai mittenti – il medio, perché in medio dito stat Virtus.

In attesa di recuperare l’uso libero delle braccia, finalità:

Volo.