Leopardati, forse

Pagina del forse, parola più bella del vocabolario;

non lo dico io, lo scrisse Giacomo, Leopardi.

Dalle truppe cammellate di certe schiume dei sargassi, mucillagini infestanti delle nostre società in disgregazione, alle truppe leopardate, anzi leopardiane: un bel passo in avanti, il passo del Leopardi. Forse.

In ritirata, sulla collina, almeno, anzi ameno, buen ritiro. Forse.

Vivere, sopravvivere all’ombra, nell’ombra dello ieri, prima che venga Domani, a esigere tributi decime gabelle balzelli – anche sul posto – omissioni, ossessioni. Forse.

Le vite degli uomini si intrecciano come fili di canapa, anche quando questi uomini non si incontrano mai, anche quando percorrono epoche distanti o lievemente comunicanti tra loro; credereste all’incredibile forza vitale – resilienza, vade (nel) retro bottega – di un infaticabile, orgoglioso lavoratore nipponico, capace di sopravvivere a 2 ordigni atomici, per poi concludere il cammino terrestre a 93 anni, da attivista contro il nucleare? Credereste alla forza del destino, del fato, del caso – dadi in un bussolotto nelle mani degli dei capricciosi – che si abbatte sull’esistenza di un intellettuale francese, nemico dichiarato dell’atomo nocivo e della meccanica senza anima, il quale scegliendo un giorno di viaggiare non in treno, come inizialmente previsto, ma in auto, muore a causa di un incidente stradale? Non saprei dire se esistano sottilissimi gangli invisibili che ci collegano tutti all’Uno metafisico o se sia in fondo possibile trarre, se non una morale, almeno qualche piccola preziosa lezione dalle vite degli Altri che non sono noi: più che il presunto ritorno dell’atomo verde di pseudo IV generazione, temo gli istinti voraci amorali acefali del bipede, forse progredito nelle tecnologie esterne, ma rimasto bloccato alla prima generazione, primordiale e belluina. Forse.

La scienza – ah, questa scienza, sostitutiva di Mamma Rai, quante cose fa solo per noi – ci avverte (chissà poi perché gli avvertimenti più mediatici, mediatizzati della scienza somigliano sempre più a minacce, a ricatti) che un enorme asteroide nomade nel cosmo rischia di schiantarsi sul nostro Pianeta in data 6 maggio, con effetti potenzialmente catastrofici: asteroide vagabondo non ti temo, hai il passaporto in regola? Hai completato il ciclo di inoculazioni di magico rimedio? Sei fornito di apposita, regolare mascherina ffp2 – anche quelle di Zorro o Diabolik, potrebbero andare bene – per atterraggi all’aperto o nei locali pubblici? In caso contrario, schiantati da qualche altra parte nell’Universo.

Ti invio il messaggio, l’imperativo categorico in codice, tramite alfabeto, Alfabeto Forse.

Lo Zibaldone dei pensieri non equivale a un rassegnato zì badrone: il potere è contenuto nelle mani del tiranno o nelle passività dolente di chi si rassegna senza combattere alla schiavitù? Eterno dilemma che non significa lemma doppio, casomai, angosciante problema al quadrato. Forse.

  1. L’immaginazione è il primo fonte della felicità umana. Quanto più questa regnerà nell’uomo, tanto più l’uomo sarà felice.
  2. L’arte non può mai uguagliare la ricchezza della natura.

Giusto per non smentire la fama di inguaribile ottimista, anche un po’ zuzzurellone del Leopardi:

sempre forse;

sia chiaro, senza tentennamenti.

Abbiamo una banca? Servirebbe materia, grigia

Pagina del neo governo, lo squadrone – psico esecutivo? – che tremare il Mondo (del Prima e/o del Dopo) fa.

No, mai confondere sacro e profano, quello era il Grande Bologna del Presidentissimo Renato Dall’Ara che, alla bisogna, avrebbe acquistato il celeberrimo centravanti Amalgama, al mercato; perché i veri uomini condottieri capitani si mostrano nelle difficoltà, tra i marosi, mentre con carisma e piglio saldo rassicurano la ciurma: ‘sine qua non’, siamo qua noi e anche Nettuno rinfodera il tridente offensivo, si mette quieto in difesa e torna a dormire negli abissi, tra 7 guanciali, o sette Mari.

Qualcuno si lamenta, innalza mugugni e piagnistei: poche Donne nelle stanze dei palazzi del potere – potere è volere, chi vale vola, chi vuole che fa? – ma quelle ritrovate, riesumate, con rispetto cianciando, potranno dedicarsi ex novo alla ricerca dei neutrini vagabondi, dispersi sul o dentro i tunnel segreti del Gran Sasso, potranno compilare novelli calendari e fitte agende delle parlamentari, più di pria – per tacere di Priamo – le più belle del Pianeta.

Non è poco, senza polemica.

Next Generation, my Generation, Goldrake Generation, perché alla fine vince sempre Lui, ma anche contro Gundam, ottima alternativa, nessuno ce la fa; saltiamo a piè pari e anche dispari una generazione, come fosse una casella nel gioco dell’Oca – sacra al Campidoglio, eviterei passi dell’oca, di doppie S ne abbiamo piene le tasche e le fosse – e speriamo che qualcosa cambi, magari per il Meglio. Quando si invocano senza soluzioni di continuità, di contiguità, senza divieto di sosta, i migliori, le aspettative le richieste le istanze attingono alla sfera della Democrazia, o al consueto, desueto, ma sempre in voga con vogatore, famigerato balzo all’indietro, alle epoche del vertice di comando e imperio affidato ai pochi? Migliori, in termini dell’Assoluto, chissà: detentori però di ricchezze, conoscenze, appartenenze, in mancanza di competenze basterà; dovremo farceli bastare e garbare, anche in contumacia di equità, giustizia, libertà, gioia.

EU, esercizio utile: innovazione fa rima con tecnologia, oppure auspicabilmente – mente abile sempre auspicabile – gli unici veri progressi nascono da un patto tra generazioni, riconoscendo a quelle più giovani e recenti, rispetto dignità ascolto, confronto collaborazione, progetti comuni?

Caro Lino, Ti sottovalutavano in vita, Ti hanno forse troppo presto obliato, in morte: eppure Lancillotto 008 ed io, a bordo dello sgangherato side car, sappiamo che fosti Tu, solo Tu, a smascherare il perfido emiro Alì Ben Vist e il suo sordido complotto – come insegnava il buon Professor Eco, un bel complotto (8, simbolo dell’Infinito, più o meno infinito, più o meno leopardesco, dipende dalla cura della Siepe) non si nega, mai, a nessuno – fosti Tu a rivelare all’intera Umanità che lo scienziato pazzo Strana Mente confondeva i cervelli degli uomini con il virus della lingua Bà-Bà, balbuziente.

Aneliamo fughe nello spazio interminato, ma a tempo debito – ché ormai appena vieni al Mondo hai già le esili spalle cariche di gerle colme di balle di debito – sovrumani silenzi, silenzi irridenti, irredenti, denti silenziosi, al netto di fauci spalancate, bocche cucite: per rivendicare diritti e non disperdere acqua, oro blu sempre più raro e prezioso.

Sarebbe bellissimo se dopo, oltre il piccolo miserrimo spettacolo mortale, alla fine del Mondo Dopo, ci fosse Luce: da fonti finalmente ri pulite, sempre ammesso, senza concessioni dai bassifondi o dagli altoforni che tutti, nessuno escluso, abbiano saldato le bollette. Per non finire in bolletta, almeno durante l’epilogo.

Esultate, innalzate i vostri inni migliori al Cielo: sarà un San Valentino memorabile – come quello del 1929? – anzi, come usa nel Mondo Dopo, epocale! Il popolare stage di San Valentino 1929.

Popolo, gioisci: abbiamo una banca con dentro il più bravo banchiere dell’Universo!

Dentro – dentro la banca e dentro lo stesso banchiere, non chiedete come, né perché – c’è un Drago, a guardia dei forzieri, a prova di forza.

Sarebbe servita, servirebbe sempre, molto più di sempre, senza se e senza ma, una certa oscura materia, oltre ogni gradazione, oltre ogni sfumatura: Grigia, come certe eminenze.

p.s. Da una camera azzurra, immaginando che un viaggiatore solitario giunga a New York proprio durante il giorno dei morti e si avvii verso le sue future tre camere, camminando a fatica su neve sporca, invio a Te, bulimico Scrittore perfetto, bulimico amante della Letteratura e della Vita, il mio umile Buon Compleanno: grazie, Maestro Simenon.