Black horse galloping through a flower-filled meadow at sunset

Ulaanbaatar

Sembrerebbe un grido di battaglia, un banzai mongolo, uno sturm und drang delle steppe, un training autogeno, però endogeno, per così dire.

O, come digito spesso, compulsare.

Un incitamento, uno sprone, un vocabolo – come usa oggidì – motivazionale. Prima o poi, capiremo, se c’è da capire.

Se fossi un nobile destriero – nobile, nel senso del quadrupede – mi garberebbe assai, per mezzo, grazie alla metempsicosi (mi stuzzica il lemma, senza incomodare orfismo, Pitagora, Platone), reincarnarmi in Varenne.

Chiariamo subito gli equivoci: non intendo rinascere parigino in Rue de Varenne (sarebbe un buon titolo per un romanzo del commissario Maigret); né, parimenti, sperimentare il mondo sul borgo Varenna, sulle rive del manzoniano Lario (Lucia Mondella permettendo); con semplicità, con naturalezza, indosserei volentieri e senza meriti i panni del leggendario trottatore.

Blasfemia, vade retro: Cristo si è fermato a Eboli, Varenne anche. Così, non troppo all’improvviso (l’anagrafe certificava 31 anni), per un infarto fulminate. Di corsa ed elegante anche nel trapasso, come fu per una vita di inarrivabili, inavvicinabili trionfi, durante il periodo agonistico; una vita, in seguito, da stallone – al bando battute volgari – durante la meritata pensione. Anche se gli esseri benedetti non smettono mai di ‘trottare’, non muoiono mai. Davvero.

Chissà cosa pensano e cosa provano i cavalli.

Questo, e altri dilemmi, affollano la mente, la spingono a fantasticare, a speculare (in senso filosofico): forse un antenato di Varenne ha condotto Marco Polo non da Gengis Khan, già dipartito, ma da Kublai Khan, nipote, colui che aveva portato a termine la conquista della Cina e fondato la dinastia Yuan. Chissà, se il sopracitato antenato, fu il cavallo ufficiale dell’audace veneziano, durante il lasso temporale da inviato e ambasciatore del Khan. Ciclo che fu fecondo di scoperte, incontri, rivelazioni: ad esempio, le distanze geografiche non si misuravano (misurano) in chilometri, non sempre, ma, soprattutto per gli esploratori, per gli avventurieri, si scandivano (scandiscono) in tempi di percorrenza, in lezioni di vita assimilate.

Chissà, se un altro antenato del ‘nostro’ celeberrimo ‘corsiero’, fu il palafreno assegnato a Michele Strogoff, corriere in incognito dello Zar (Cezar Alessandro II), consegnato alla gloria e alla Storia dalle pagine magistralmente scritte da Jules Verne. Anche in codesto caso, i possenti cavalieri della Mongolia recitarono un ruolo, negativo.

Chissà, se anche noi presunti moderni sapremmo affrontare la crudele tortura della lama rovente; chissà, se saremmo in grado di fingerci ciechi (salvandoci la vista, attraverso lacrime di dolore, spirituale e fisico) e compiere la nostra missione più autentica, decisiva: preservare, risanare il Pianeta, diventare finalmente Popoli che, forgiati nelle complessità, vogliono creare un consesso, concerto umano, pacifico, cooperante, collaborativo.

Non so quale, né se esista, attinenza, possa esserci, ma, Massimo Zamboni, ex storico leader dei gruppi musicali CCCP e CSI, rievocando e raccontando viaggi armonici del presente e del passato, ha notato che la pianura padana e la Mongolia sono entrambe adagiate sul medesimo parallelo, il 45°.

Ognuno attribuisca il valore e il significato che vuole a tale circostanza, a tale coincidenza geografica. O cestini sdegnosamente l’argomento.

Oggi, Ulaanbaatar è l’ennesima metropoli, caotica e inquinata, del pianeta globalizzato, standardizzato, omologato; Marco Polo non riconoscerebbe la Mongolia, ove un tempo, i cavalli scorrazzavano negli sparuti centri urbani, la gente vestiva solo abiti tradizionali ed era restia a urbanizzarsi, dove le steppe sconfinate garantivano e alimentavano sentimenti di totale indipendenza.

Socchiudo gli occhi, nei padiglioni auricolari avverto l’eco lontana di zoccoli al galoppo, nell’infinito.

Amenità pre (anti?) natalizie

Pagina davvero dentro, completamente immersa sommersa, nel teatro dell’assurdo.

Chiedo venia e anche valium per la banalità, assai poco kafkiana, poco beckettiana: non la banalità, l’azzardato accostamento.

Pagina reietta al cubo! Pagina strappata – che dottorone, parla proprio come un libro strappato, un re fosco stappato – tra i lamenti, non i suoi, della solitudine, in una stanza silenziosa, tra pile impolverate di vecchi volumi e bagliori incandescenti del Sole al tramonto.

Pagina miscredente, pagina eretica che osa criticare, mettere in dubbio il pensiero (suvvia, pensiero… non esageriamo), pensiero unico, alias Dogma;

pagina meschina che cede alle coatte manipolazioni, quindi inaffidabile a prescindere, soprattutto dopo la presunta resa alle dita minacciose, autoritarie che l’hanno sfogliata, esaminata da cima a fondo, fino all’ultimo punto. Pagina mercuriale – da non confondere con il mattinale, ammesso qualcuno ancora sappia cosa fu – pagina in perenne conflitto contro sé stessa, contro i propri limiti e difetti, adesso ancora di più.

Amenità – menate, avrebbero detto i sociopatici anni ’70 – pre natalizie, ma resta imperativo categorico non debellare violenti e violenza: salvare il Natale. Messaggio ecumenico, molto condiviso, oscuro però, quasi quanto la comicità dentro uno scaduto cine panettone.

La carica dei 608 (decessi) ‘correlati’ a Balaklava; morire in Crimea, galoppando furiosamente contro mura inespugnabili, contro serrate fila di cannoni tonanti è forse meno eroico di chi muore per qualche non meglio precisato, non previsto effetto fatale dei rimedi magici? Rimedi così magici che di colpo – il giorno successivo – le vittime si riducono a 16 – sempre troppe, ammettono dolenti gli aedi della gilda – meglio di 608; una grande carica, divenuta piccola, piccola così: una carichetta.

Come sapeva quel duro, quel dritto dal cuore tenero di Fred, nelle notti buie e tempestose, anche una piccola può sparare, al cuore.

Pagina della Resistenza, mai sterile o futile, mai. Resistenza adeguata, resistenza resiliente (tié, beccati ‘sta resilienza di ritorno!): la strategia generale resta adamantina, mutano le tattiche per raggiungere l’obiettivo, Mahatma docet.

Pagina apparentemente piegata, per autotutela: che disguido, che scivolone, che topica. Pagina come Mercurio il dio e come il mercurio: alata, inarrestabile; liquida impetuosa, quando sembra incanalata, scivola via, ovunque, più inafferrabile che pria.

Puoi chiedere tutto a questa Pagina, tra le righe delle Pagine non esistono segreti barriere giudizi pregiudizi: sarà la pagina cartacea di un preistorico elenco telefonico a sconfiggere l’arida impersonalità della matrix ipertecnologica; fidatevi di Simenon, tutti i suoi Personaggi uscivano in carne, ossa, difetti, misfatti dagli elenchi cartacei degli abbonati ai servizi telefonici del Mondo Prima.

L’Anima della Pagina è intatta, la struttura stava cedendo, come in quei giorni di abbandono a Roma.

La fine sarebbe stata nota – forse nobile? – molto prevedibile, molto stupida: quando le forze nemiche sono soverchianti, si può simulare alleanza, perfino resa, meglio galleggiare dentro una fontana, fingendo annegamento. 

Certe pagine sono sorelle vere di Michele Strogoff, il corriere dello zar: simulano cecità, mancanza d’orizzonti, ma rifiutano, respingono in autonomia gli inchiostri letali, corrivi, corrosivi.

Un’amazzone in sella al proprio fidato puledro arabo, al trotto sugli argini, osserva il panorama; campi esausti, montagne innevate, fiume inquinato dai liquami del progresso e della civiltà.

Nonostante l’aria così sporca, nonostante questa storia sempre più sporca, scocca il momento di benedire le affinità elettive, serrare la Simbiosi tra le Pagine:

quelle Resistenti.

Logos, logorato

Pagina Bianca del Purgatorio.

Avete presente il Sommo (sonno?) Dante, l’Alighieri – Noschese – in quel dipinto di Amos Nattini che lo ritrae nel Regno di Mezzo tra color e anche colori che son sospesi, nonostante piedi poggianti su lussuriosa erbetta? Purgatorio, certo, con un’atmosfera che sembrerebbe anticipare di secoli la New Age, l’Era dell’Acquario e quella dei Belli Capelli al Vento? Vale la pena, anzi la gioia visualizzare l’opera.

Pensare alle sigle robotiche, quelle dei Robottoni con le Anime, gli Anime dei Robot guerrieri e riflettere su quei testi, capaci di proporre ai Bambini concetti quali la simbiosi. Non la sim bio ché ormai con tutte le markettate ad minchiam sull’inesistente rivoluzione verde sarebbero capaci di spacciare – con quelle bocche e soprattutto teste, si vergognano di nulla – per bio compatibili, sostenibili, compostabili anche gli inquinantissimi componenti degli ‘smart fon’.

Tornando al Purgatorio o in Purgatorio, luogo intermedio per eccellenza un’eccellenza del nostro tempo, ambiente che agli antichi rammenta spontanee rimembranze di dolci euchessine e confetti falqui – bello scherzo per matrimoni fuori schema – basta la Parola. Quella data, quella tradita.

Inutile negare l’evidenza, gli inquilini devono purgarsi – purghe dei regimi, purghe calcistiche? – come passare le acque in moderni centri termali; del resto, meglio passare le acque – chiedete a Mosé, vero esperto – che essere tra passati per le armi.

Curioso questo prepotente ritorno in auge del Regno di Mezzo (no mafia capitale), Francesco, il Papa, lo ha cancellato dalla geografia religiosa, con una battuta di spirito – cos’altro? – eppure esso resiste, come un sempre verde, come le infinite repliche di Montalbano, Don Matteo, Al Bano. Meglio Albenga, speriamo nelle promesse dell’Alba, fresca e nuova.

Don Ugo, Ugo del Don, come i Cosacchi in Michele Strogoff, corriere dello Zar, accecato con lama rovente ma capace di vedere oltre il buio; Ugo il sacerdote, umano simpatico empatico, in questi giorni hai celebrato messe a volontà, nonostante il computer campanario che ha rimpiazzato gli arcaici cari sacrestani, abbia dato fuori di matto o matto di fuori, suonando le campane a tutte l’ore, tranne in quelle giuste.

Momento del quiz ereditiero, ereditario: qual è – rigorosaMente senza apostrofo – il dono più prezioso e potente che il Creatore ha consegnato ai suoi incerti bipedi? La Parola. Infatti, prima di tutto, prima di ogni cosa inanimata, prima di ogni essere vivente, c’era il Logos che squarciò il sipario delle tenebre. Nei millenni e ancora oggi, chi controlla le Parole detiene il vero potere sulle vite degli altri; ai comuni mortali solo miliardi di parole vuote prosciugate inutili.

Fratello Andrea, hai ragione, con questi temi forse sto uscendo dal ‘seminario’ ed è un vero peccato: lì esiste un parco meraviglioso, da misurare a passi lenti, solitari, pensosi.

La pandemia, un’opportunità? Forse, per i soliti famigerati, ma come dice quella ‘gran rompiballe’ di Greta è solo una tragedia, planetaria.

Il Logos, quello che non descrive la realtà, ma la plasma dall’immaginazione, quello capace di trasformare in sublime Poesia ogni dimensione, è logoro, brutalizzato dalla razza umana; parlare, senza mai scegliere né agire, resta il difetto più grande e letale della sedicente democrazia.

Invochiamo, edifichiamo qui e ora, per Tutti, la Giustizia climatica, il nuovo pilastro, il nuovo asse di rotazione del Mondo; o a breve anche la tappa intermedia diverrà purgativa, per espellerci definitivamente.

Vorrei carpire l’abilità di Dante, la canoscenza e la virtute delle Parole, la magia di rendere vero il Paradosso – il Paradiso del Linguaggio – Lontananza/Vicinanza: quando Beatrice ascende definitivamente nell’Impero della Luce, diventa Uno con il Poeta, dentro la sua anima. Oltre il bene, il male, oltre la finitudine corporea.

La perfezione dell’Amore, l’Amore perfetto, prima che anche il Logos si stanchi di noi.

H. P.

Pagina Bianca, Pagina della Luce Bianca da scomporre attraverso un prisma per ottenere tutti i colori e tutte le note musicali annidate nei cervelli di Syd Barret e Roger Waters.

Pagina Bianca, del dolore che non muta in disperazione, del dolore azione, del vuoto senza timore, del nulla che forse esisteva, forse è sempre stato una possibilità o un tabù da infrangere.

Si annidano nel buio, come creature figlie di H. P. Lovecraft; le percepisco, non le vedo.

Di notte, nell’oscurità umida e arroventata da afa innaturale, mi agito e smanio, per la sete e per la fobia dell’ignoto, so che sono lì.

Nel buio mi muovo a mio agio, è sempre stato così, dall’infanzia; mi allenavo in caso di cecità, come fossi una reincarnazione di Michele Strogoff, corriere dello Zar. Il sipario nero copre le illusioni del reale, le rende impotenti, le disarma e mi impedisce di piombare vittima della malia e mi protegge dalla visione di me stesso, dalla mia pochezza, dai miei limiti.

Nelle tenebre, dalle tenebre, rinasco come fossi un uomo finalmente caro e prediletto agli dei dell’Olimpo, prescelto per opere degne di questa definizione.

Loro, chi sono? Si limitano a incombere, non si manifestano, restano acquattati nelle tenebre; una caratteristica che in qualche modo ci accomuna, ci rende forse empatici.

Cosa vogliono, hanno un piano, un progetto? Ammesso sia possibile valutare e ragionare della loro esistenza con parametri banali, terrestri.

Se fossi onesto, coerente, coraggioso invece di porre filosofiche questioni sulla loro esistenza, dovrei in primis chiedere: esisto? Solo perché talvolta mi illudo di pensare?

Essi non agiscono, almeno nell’accezione che avremmo attribuito nel Mondo Prima al verbo, ma si muovono, mi seguono ovunque: ovunque, dove? Da mesi, la Legge dei Leviatani impedisce spostamenti fisici e i poetici voli pindarici sono cancellati, sine die.

Pindaro, Maestro, salvami, fammi volare.

Da quanto sono qui dentro? Dentro cosa? Un edificio, un armadio a muro (magari fosse un portale dimensionale), una scatola cinese, una matrioska, un caleidoscopio, un carcere mentale di massima insicurezza?

Essi pulsano nel buio, forse respirano. Un suono ancestrale, un rantolo cavernoso o amplificato da una caverna, che rispedisce dritti alle origini del mondo, al Mondo originale con annessi peccati mai domati; forse questo fu il suono del Big Bang, del Big Ben primordiale, l’urlo di Munch spaventoso che fornì alla Creazione una colonna sonora inquietante e tragica.

Come sarà poi apparso il Pianeta alle sparute tribù di Hominini, confusi smarriti ferini.

Vogliono comunicarmi qualcosa? Raccontarmi qualcosa? Oscuri messaggeri (loro muti, io sordo) laconici latori di una missiva enigmatica. Dovrei decifrare, decodificare, avrei bisogno di un marchingegno e soprattutto di ingegno; ma sono un macchinario che si spegne da sé e poco altro.

Un congegno per trovarmi, un filo di Arianna, briciole di Pollicino, una bussola cosmica; o forse dovrei perdermi e davvero disperdermi nell’Universo, disgregando ogni legame chimico, particelle infine affrancate e libere di vagare, senza meta; fuse, confuse nella Materia Oscura e in ogni oscura materia. Inafferrabili, irraggiungibili.

Eccoli, di nuovo. Si tengono a distanza, stavolta però sembra riescano a articolare gesti e suoni (parole?).

Mi sforzo, mi impegno, mi concentro, lo vedete anche Voi.

Nessuna possibilità di tradurre, nemmeno con le ormai invasive e viralissime app…

Un momento, contatto stabilito, incontro ravvicinato con i tipi, incontro di terzo tipo.

Farfugliano, odo (e forse amo):

– Come stai? Eravamo preoccupati. Come chi siamo? Ma siamo i tuoi familiari.

Esseri mai visti prima, mi ingannano.

Vogliono ferirmi, imprigionarmi di nuovo nell’incubo, uno degli infiniti, di un qualunque H.P.

Adesso. Per sempre.