Logos, logorato

Pagina Bianca del Purgatorio.

Avete presente il Sommo (sonno?) Dante, l’Alighieri – Noschese – in quel dipinto di Amos Nattini che lo ritrae nel Regno di Mezzo tra color e anche colori che son sospesi, nonostante piedi poggianti su lussuriosa erbetta? Purgatorio, certo, con un’atmosfera che sembrerebbe anticipare di secoli la New Age, l’Era dell’Acquario e quella dei Belli Capelli al Vento? Vale la pena, anzi la gioia visualizzare l’opera.

Pensare alle sigle robotiche, quelle dei Robottoni con le Anime, gli Anime dei Robot guerrieri e riflettere su quei testi, capaci di proporre ai Bambini concetti quali la simbiosi. Non la sim bio ché ormai con tutte le markettate ad minchiam sull’inesistente rivoluzione verde sarebbero capaci di spacciare – con quelle bocche e soprattutto teste, si vergognano di nulla – per bio compatibili, sostenibili, compostabili anche gli inquinantissimi componenti degli ‘smart fon’.

Tornando al Purgatorio o in Purgatorio, luogo intermedio per eccellenza un’eccellenza del nostro tempo, ambiente che agli antichi rammenta spontanee rimembranze di dolci euchessine e confetti falqui – bello scherzo per matrimoni fuori schema – basta la Parola. Quella data, quella tradita.

Inutile negare l’evidenza, gli inquilini devono purgarsi – purghe dei regimi, purghe calcistiche? – come passare le acque in moderni centri termali; del resto, meglio passare le acque – chiedete a Mosé, vero esperto – che essere tra passati per le armi.

Curioso questo prepotente ritorno in auge del Regno di Mezzo (no mafia capitale), Francesco, il Papa, lo ha cancellato dalla geografia religiosa, con una battuta di spirito – cos’altro? – eppure esso resiste, come un sempre verde, come le infinite repliche di Montalbano, Don Matteo, Al Bano. Meglio Albenga, speriamo nelle promesse dell’Alba, fresca e nuova.

Don Ugo, Ugo del Don, come i Cosacchi in Michele Strogoff, corriere dello Zar, accecato con lama rovente ma capace di vedere oltre il buio; Ugo il sacerdote, umano simpatico empatico, in questi giorni hai celebrato messe a volontà, nonostante il computer campanario che ha rimpiazzato gli arcaici cari sacrestani, abbia dato fuori di matto o matto di fuori, suonando le campane a tutte l’ore, tranne in quelle giuste.

Momento del quiz ereditiero, ereditario: qual è – rigorosaMente senza apostrofo – il dono più prezioso e potente che il Creatore ha consegnato ai suoi incerti bipedi? La Parola. Infatti, prima di tutto, prima di ogni cosa inanimata, prima di ogni essere vivente, c’era il Logos che squarciò il sipario delle tenebre. Nei millenni e ancora oggi, chi controlla le Parole detiene il vero potere sulle vite degli altri; ai comuni mortali solo miliardi di parole vuote prosciugate inutili.

Fratello Andrea, hai ragione, con questi temi forse sto uscendo dal ‘seminario’ ed è un vero peccato: lì esiste un parco meraviglioso, da misurare a passi lenti, solitari, pensosi.

La pandemia, un’opportunità? Forse, per i soliti famigerati, ma come dice quella ‘gran rompiballe’ di Greta è solo una tragedia, planetaria.

Il Logos, quello che non descrive la realtà, ma la plasma dall’immaginazione, quello capace di trasformare in sublime Poesia ogni dimensione, è logoro, brutalizzato dalla razza umana; parlare, senza mai scegliere né agire, resta il difetto più grande e letale della sedicente democrazia.

Invochiamo, edifichiamo qui e ora, per Tutti, la Giustizia climatica, il nuovo pilastro, il nuovo asse di rotazione del Mondo; o a breve anche la tappa intermedia diverrà purgativa, per espellerci definitivamente.

Vorrei carpire l’abilità di Dante, la canoscenza e la virtute delle Parole, la magia di rendere vero il Paradosso – il Paradiso del Linguaggio – Lontananza/Vicinanza: quando Beatrice ascende definitivamente nell’Impero della Luce, diventa Uno con il Poeta, dentro la sua anima. Oltre il bene, il male, oltre la finitudine corporea.

La perfezione dell’Amore, l’Amore perfetto, prima che anche il Logos si stanchi di noi.

H. P.

Pagina Bianca, Pagina della Luce Bianca da scomporre attraverso un prisma per ottenere tutti i colori e tutte le note musicali annidate nei cervelli di Syd Barret e Roger Waters.

Pagina Bianca, del dolore che non muta in disperazione, del dolore azione, del vuoto senza timore, del nulla che forse esisteva, forse è sempre stato una possibilità o un tabù da infrangere.

Si annidano nel buio, come creature figlie di H. P. Lovecraft; le percepisco, non le vedo.

Di notte, nell’oscurità umida e arroventata da afa innaturale, mi agito e smanio, per la sete e per la fobia dell’ignoto, so che sono lì.

Nel buio mi muovo a mio agio, è sempre stato così, dall’infanzia; mi allenavo in caso di cecità, come fossi una reincarnazione di Michele Strogoff, corriere dello Zar. Il sipario nero copre le illusioni del reale, le rende impotenti, le disarma e mi impedisce di piombare vittima della malia e mi protegge dalla visione di me stesso, dalla mia pochezza, dai miei limiti.

Nelle tenebre, dalle tenebre, rinasco come fossi un uomo finalmente caro e prediletto agli dei dell’Olimpo, prescelto per opere degne di questa definizione.

Loro, chi sono? Si limitano a incombere, non si manifestano, restano acquattati nelle tenebre; una caratteristica che in qualche modo ci accomuna, ci rende forse empatici.

Cosa vogliono, hanno un piano, un progetto? Ammesso sia possibile valutare e ragionare della loro esistenza con parametri banali, terrestri.

Se fossi onesto, coerente, coraggioso invece di porre filosofiche questioni sulla loro esistenza, dovrei in primis chiedere: esisto? Solo perché talvolta mi illudo di pensare?

Essi non agiscono, almeno nell’accezione che avremmo attribuito nel Mondo Prima al verbo, ma si muovono, mi seguono ovunque: ovunque, dove? Da mesi, la Legge dei Leviatani impedisce spostamenti fisici e i poetici voli pindarici sono cancellati, sine die.

Pindaro, Maestro, salvami, fammi volare.

Da quanto sono qui dentro? Dentro cosa? Un edificio, un armadio a muro (magari fosse un portale dimensionale), una scatola cinese, una matrioska, un caleidoscopio, un carcere mentale di massima insicurezza?

Essi pulsano nel buio, forse respirano. Un suono ancestrale, un rantolo cavernoso o amplificato da una caverna, che rispedisce dritti alle origini del mondo, al Mondo originale con annessi peccati mai domati; forse questo fu il suono del Big Bang, del Big Ben primordiale, l’urlo di Munch spaventoso che fornì alla Creazione una colonna sonora inquietante e tragica.

Come sarà poi apparso il Pianeta alle sparute tribù di Hominini, confusi smarriti ferini.

Vogliono comunicarmi qualcosa? Raccontarmi qualcosa? Oscuri messaggeri (loro muti, io sordo) laconici latori di una missiva enigmatica. Dovrei decifrare, decodificare, avrei bisogno di un marchingegno e soprattutto di ingegno; ma sono un macchinario che si spegne da sé e poco altro.

Un congegno per trovarmi, un filo di Arianna, briciole di Pollicino, una bussola cosmica; o forse dovrei perdermi e davvero disperdermi nell’Universo, disgregando ogni legame chimico, particelle infine affrancate e libere di vagare, senza meta; fuse, confuse nella Materia Oscura e in ogni oscura materia. Inafferrabili, irraggiungibili.

Eccoli, di nuovo. Si tengono a distanza, stavolta però sembra riescano a articolare gesti e suoni (parole?).

Mi sforzo, mi impegno, mi concentro, lo vedete anche Voi.

Nessuna possibilità di tradurre, nemmeno con le ormai invasive e viralissime app…

Un momento, contatto stabilito, incontro ravvicinato con i tipi, incontro di terzo tipo.

Farfugliano, odo (e forse amo):

– Come stai? Eravamo preoccupati. Come chi siamo? Ma siamo i tuoi familiari.

Esseri mai visti prima, mi ingannano.

Vogliono ferirmi, imprigionarmi di nuovo nell’incubo, uno degli infiniti, di un qualunque H.P.

Adesso. Per sempre.