Armchair with blanket and book near window with rain drops and table with lamp and mug

Vorrei che tu fossi qui

Citazione ormai nota, troppo nota.

Forse ‘scontata’, mai banale.

Come ci ha insegnato un Maestro siculo, niente è come sembra: persino le frasi in apparenza più semplici. In particolare quelle.

Come spartiti musicali divini, esistono varie chiavi interpretative.

Così, possiamo struggerci per l’assenza di una persona amata – una? – , oppure, vagheggiare l’arrivo, l’irrompere nella nostra esistenza di un ‘diamante pazzo‘ che ci illumini i pensieri e, magari, anche i sentieri; ancora, potremmo invocare la millenaria saggezza degli Alberi, del popolo arcano degli Alberi: i quali, dall’alto della loro solida filosofia esistenziale, “forse possiedono davvero il potere di stregarci?“.

Se lo chiedeva l’autrice nipponica, Koda Aya, nel suo delizioso e celebre libro intitolato, con evidente sintesi e efficacia orientali, Alberi; 15 saggi che dovremmo, prima che poi, recitare a memoria, assimilare come fosse la tecnica del respiro, per deciderci, una buona volta, a salvare noi stessi, più che loro (o essi?). Per vivere in modo naturale, in armonia con gli altri, con il mondo.

Fa male, molto, all’anima, eppure vorrei che tu fossi qui. Ti ho incontrato cinematograficamente, ma l’empatia nei tuoi confronti è scattata subito, immediata e perentoria. La tua malattia, sindrome di Proteo, rara, crudele, implacabile – eri un bambino sano, ti ha trasformato in un essere spaventoso, sfruttato per lucro da bipedi senza etica umana – angustiava te in primis, ma è stato il banco di prova, l’autentico esame di maturità per noi, tutte e tutti: le tue deformità fisiche, contenevano, avvolgevano una intelligenza e una sensibilità straordinarie.

John Merrick, vorrei sul serio che fossi qui, per abbracciarti, per imparare da te quanto siano ingannevoli e tragicamente fuorvianti le infinite apparenze di cui ci nutriamo, con le quali abbiamo edificato questa nostra società del nulla.

Nei momenti (periodi) di crisi, li evochiamo e li invochiamo – i ‘diamanti pazzi’ e/o i ‘fenomeni da baraccone’ – auspicando, in una sorta di rito scaramantico inconscio e collettivo, nelle loro peculiarità sciamaniche, demiurgiche, taumaturgiche; tralasciando colpevolmente l’onesta autoanalisi, la fatica personale, il desiderio e la voglia di agire, mutare, evolverci.

Meglio attivare quanto possibile l’attenzione: lodiamo la ‘purezza’ e la geniale, non classificabile, nè prevedibile creatività di queste e questi straordinari ‘irregolari’;

salvo poi – come il celebre marziano atterrato con il suo Ufo al centro di Villa Borghese – catalogarli nella sezione ‘solite cose noiose‘, o, peggio, spaventati dalla loro carica destabilizzante , “ucciderli simbolicamente quali capri espiatori“.

Vorrei che tu fossi qui, potrebbe anche assumere il significato di un invito rivolto a se stessi, ontologicamente parlando.

Per non rischiare la fine ingloriosa dei veri rivoluzionari scintillanti:

esclusi dal consesso sociale, relegati a eterni bambini, segregati per sempre “in un cerchio 5 metri x 5, indossando il volto adolescenziale di Syd Barret“.

In quel frangente: addio sogni, addio carbonio cristallizzato.

H. P.

Pagina Bianca, Pagina della Luce Bianca da scomporre attraverso un prisma per ottenere tutti i colori e tutte le note musicali annidate nei cervelli di Syd Barret e Roger Waters.

Pagina Bianca, del dolore che non muta in disperazione, del dolore azione, del vuoto senza timore, del nulla che forse esisteva, forse è sempre stato una possibilità o un tabù da infrangere.

Si annidano nel buio, come creature figlie di H. P. Lovecraft; le percepisco, non le vedo.

Di notte, nell’oscurità umida e arroventata da afa innaturale, mi agito e smanio, per la sete e per la fobia dell’ignoto, so che sono lì.

Nel buio mi muovo a mio agio, è sempre stato così, dall’infanzia; mi allenavo in caso di cecità, come fossi una reincarnazione di Michele Strogoff, corriere dello Zar. Il sipario nero copre le illusioni del reale, le rende impotenti, le disarma e mi impedisce di piombare vittima della malia e mi protegge dalla visione di me stesso, dalla mia pochezza, dai miei limiti.

Nelle tenebre, dalle tenebre, rinasco come fossi un uomo finalmente caro e prediletto agli dei dell’Olimpo, prescelto per opere degne di questa definizione.

Loro, chi sono? Si limitano a incombere, non si manifestano, restano acquattati nelle tenebre; una caratteristica che in qualche modo ci accomuna, ci rende forse empatici.

Cosa vogliono, hanno un piano, un progetto? Ammesso sia possibile valutare e ragionare della loro esistenza con parametri banali, terrestri.

Se fossi onesto, coerente, coraggioso invece di porre filosofiche questioni sulla loro esistenza, dovrei in primis chiedere: esisto? Solo perché talvolta mi illudo di pensare?

Essi non agiscono, almeno nell’accezione che avremmo attribuito nel Mondo Prima al verbo, ma si muovono, mi seguono ovunque: ovunque, dove? Da mesi, la Legge dei Leviatani impedisce spostamenti fisici e i poetici voli pindarici sono cancellati, sine die.

Pindaro, Maestro, salvami, fammi volare.

Da quanto sono qui dentro? Dentro cosa? Un edificio, un armadio a muro (magari fosse un portale dimensionale), una scatola cinese, una matrioska, un caleidoscopio, un carcere mentale di massima insicurezza?

Essi pulsano nel buio, forse respirano. Un suono ancestrale, un rantolo cavernoso o amplificato da una caverna, che rispedisce dritti alle origini del mondo, al Mondo originale con annessi peccati mai domati; forse questo fu il suono del Big Bang, del Big Ben primordiale, l’urlo di Munch spaventoso che fornì alla Creazione una colonna sonora inquietante e tragica.

Come sarà poi apparso il Pianeta alle sparute tribù di Hominini, confusi smarriti ferini.

Vogliono comunicarmi qualcosa? Raccontarmi qualcosa? Oscuri messaggeri (loro muti, io sordo) laconici latori di una missiva enigmatica. Dovrei decifrare, decodificare, avrei bisogno di un marchingegno e soprattutto di ingegno; ma sono un macchinario che si spegne da sé e poco altro.

Un congegno per trovarmi, un filo di Arianna, briciole di Pollicino, una bussola cosmica; o forse dovrei perdermi e davvero disperdermi nell’Universo, disgregando ogni legame chimico, particelle infine affrancate e libere di vagare, senza meta; fuse, confuse nella Materia Oscura e in ogni oscura materia. Inafferrabili, irraggiungibili.

Eccoli, di nuovo. Si tengono a distanza, stavolta però sembra riescano a articolare gesti e suoni (parole?).

Mi sforzo, mi impegno, mi concentro, lo vedete anche Voi.

Nessuna possibilità di tradurre, nemmeno con le ormai invasive e viralissime app…

Un momento, contatto stabilito, incontro ravvicinato con i tipi, incontro di terzo tipo.

Farfugliano, odo (e forse amo):

– Come stai? Eravamo preoccupati. Come chi siamo? Ma siamo i tuoi familiari.

Esseri mai visti prima, mi ingannano.

Vogliono ferirmi, imprigionarmi di nuovo nell’incubo, uno degli infiniti, di un qualunque H.P.

Adesso. Per sempre.