Glowing hourglass floating beside a swirling black hole among stars

Egoismo super massiccio

Super: sembrerebbe esclamazione da ‘influencer’ o, in alternativa, da sciocco spot pubblicitario; invece.

Affannarsi tra i lemmi del dizionario etimologico apre ogni volta orizzonti inaspettati, permette di scoprire ed esplorare nuovi mondi entusiasmanti.

Super chiarisce in modo esaustivo e inequivocabile la sua natura, il suo significato, a patto di alimentare un po’ di sana curiosità, di sete inestinguibile di conoscenza: freschi aspetti e originali accezioni.

Dunque, – ve lo aspettavate? – dal latino: comparativo da un supposto positivo, dal greco antico yper; potrei citare altre lingue, storiche e assai interessanti – gotico, tedesco, inglese, sanscrito – potrei compulsare parole equipollenti, quali ufar, obar, uber, over, upari, per giungere al medesimo risultato. Ovvero, stare sopra, o, in alternativa, sotto. La s aggiunta dal latino, è un potenziamento del concetto, che rappresenta un’aspirazione (linguistica) rispetto al termine originale greco.

Rintracciamo la preposizione latina in molte nostre espressioni, comuni o desuete che ci sembrino: sommo, soperchio, sopra, sovra, superare, supero, superfluo, superficiale, superlativo, superiore, supremo, superno.

Provate, per divertimento, a sfidare tutti gli intellettuali che, incidentalmente o abitualmente, frequentate quotidianamente e interrogateli, per auscultare la loro sapienza, la loro indubbia, somma preparazione.

Procedendo nel cammino, incontreremmo la questioncella del massiccio, non montuoso, però, sempre bello tosto. Fornisce la sensazione, concreta, di derivare da massa, di essere denso, spesso, solido, grosso, con tutto ciò che ne deriva e comporta.

Qualcosa, fuori da tutti i dubbi, contro cui sarebbe d’uopo, opportuno, benefico evitare di scontrarsi; anche solo per sbaglio.

Orbene, gli astronomi ci informano che nel cosmo esistono buchi neri super massici, al cui confronto, i buchi neri che ormai conosciamo – ci sono ‘familiari’ – è proprio il momento di dirlo, impallidiscono.

Se dei piccoli buchi neri recitiamo, ormai, a menadito il curriculum – chi non saprebbe citarlo? – degli altri, vitaminizzati, palestrati, sappiamo solo che si tratta di strutture gassose “miliardi di volte più grandi del Sole“, la cui origine resta ignota. L’astrofisico Hakim Atek, confidando nelle straordinarie peculiarità del telescopio spaziale James Webb, si dice sicuro: “Riusciremo a sviscerare i meccanismi di coevoluzione dei buchi neri super massicci e delle galassie, in particolare l’ordine in cui si formano. Solo, abbiamo bisogno di tempo, riflessione e analisi“.

Tempo, appunto, risorsa che ormai, nel corso dell’ultimo, scellerato secolo, abbiamo bruciato, tra decine di guerre che tornano e continuano, e stravolgimento del clima, con l’uso e l’abuso sconsiderato di un’economia basata quasi integralmente sulle energie fossili.

Eppure, nonostante tutto, qualche inguaribile ottimista, Roberto Della Seta, ex presidente di Legambiente, non solo rimane e resiste, ma insiste, scrivendo un saggio che, ispirato a Alexander Langer (storico attivista ambientalista), propone una ricetta ecologica salvifica, ribaltando i punti di vista della questione.

Ormai, diventa necessario ‘Il paradosso verde‘ (pubblicato dai tipi di Laterza), perché la politica, le istituzioni, ma, in primis, la quasi totalità dei cittadini del mondo, si sono mostrati indifferenti, addirittura ostili, ai richiami all’azione “contro il riscaldamento globale, nel rispetto della Natura, per la protezione della biodiversità, come un atto di altruismo verso le generazioni future“.

E’ stato come se la gente si chiedesse, in uno sketch comico infeltrito, “cosa mai hanno fatto le generazioni future per noi?“. Come se il conflitto ideologico riguardasse “la fine del mondo” (crisi climatica) e “la fine del mese” (difesa dei posti di lavoro). Abbarbicata come una cozza allo scoglio dell’ampiamente, anche se catastroficamente, ultra noto; conflitto esiziale, ma impari (proposto in questi termini).

Insomma, la svolta ecologica non avverrà “per la salvezza del Pianeta“, ma quando, lo preconizzava Langer, “apparirà agli umani socialmente desiderabile“. Non un green deal da e per massimi sistemi, ma attraverso la forma più istintiva di “egoismo”, “quando davvero ci renderemo conto che la crisi climatica e i problemi ecologici sono una grave minaccia per noi“.

Sembra incredibile, ma sarà necessario il paradosso assoluto;

ricorrere alla nostra ultima risorsa:

l’egoismo salvifico.

Colui/lei che apre porte

Sembra facile, a scriverlo.

Colui o colei, non una portiera di professione, o omologo; non una donna gentile, un uomo galante, anzi, come usava un tempo – una volta (una soltanto?) – un cavaliere. Per tacere del magnifico esemplare: l’equino.

Bisognerebbe prima chiarire i termini della questione, comprendersi; come diceva un tizio molti anni fa: famo a capisse. Solo questo potrebbe scatenare – non l’inferno, si spera – il subbuglio totale. Per la cronaca, nessuno riuscì a decifrarlo: il tizio.

Intanto: porte. Non quelle delle stanze – esistono culture che non le prevedono, lungimiranti – o degli edifici. Ne esistono altre, miriadi: eteree, incorporee, metafisiche. Penso (cosa volessi dire, non sono sicuro di saperlo). Le più complicate da individuare, aprire, attraversare.

Colei, colui che apre porte; non il gesto fisico, ma la creazione dal nulla (un po’ divina, senza sconfinare nella blasfemia), dal niente o dall’infinitamente piccolo delle suddette. Apertura della porta, quindi – della mente, la nostra – di un passaggio, di un sentiero: verso l’inesplorato, verso l’inconosciuto.

Ci soccorre, ci sostiene il Latino, lingua classica ritenuta defunta, mai viva come ora; puerta del Sol, idioma iberico, ma l’etimo è lo stesso. Da portare, ovvero sollevare. Se sostiamo anche un intero minuto a riflettere, ci accorgiamo di quanto sia bella questa accezione: una porta – o portale – che ci rende immuni alla gravità, ci permette letteralmente di volare verso un agognato, sospirato, sognato altrove, ove vivere in una realtà varia, multicolore, non omologata agli standard del mercato.

A proposito – o sproposito – di etimo, sconosciuto, meschino: porto, poro, parallelo all’antico (anche lui) greco perao: attraverso. Un passaggio, dunque, meglio se segreto, celato alla vista comune, ai ricettori di social e simili, disponibile per chi sviluppa uno sguardo curioso, attento all’armonia, al bello, ai dettagli: poco appariscenti, fondamentali.

Imposte, per accedere a un luogo chiuso; il perché lo saprà esso, le medesime riconoscono i meritevoli, meritori, i portatori sani di fantasia, pronti a compiere il fatidico passo (non matrimoniale, non solo).

Jane Austin, chi era costei? Autrice meravigliosa e generosa; non paga di offrire ai suoi simili adoranti le storie immaginate dalla sua fecondità, su tambureggiante richiesta, non solo dischiudeva soglie incantate, ma raccontava le vite – reali – dei personaggi romanzeschi, una volta esaurite e chiuse le pagine dei libri.

Infine, esiste la Sublime Porta – Porta Regale appare quasi una banalizzazione -, la più importante di tutte quelle che possiamo localizzare, attraversare; con tutto il rispetto per la cultura e la religione musulmane, non si tratta dell’uscio fregiato con frammenti della Pietra Nera o con indumenti di Maometto;

come scrive Marco Steiner, depositario e raffinato continuatore della poetica di Hugo Pratt: cosa rimane alla fine, quando tutto sembra concluso, esaurito, consumato? Quando – esempio casuale – un personaggio sopravvive al suo creatore?

Una sorta di miracolo, magia se preferite.

Resiste sempre l’immaginario, quella famosa porta forgiata dal papà di Corto Maltese che ci consente di affacciarci al mondo onirico, non per fuggire, sottrarci ai problemi, alle nostre responsabilità, ma per realizzare in noi, attorno a noi un mondo migliore.

Curiosi, coraggiosi, finalmente liberi.

Per davvero.