Venetian canal lined with colorful historic buildings and small boats

Campo delle gatte

Viva Mao Zedong.

Lo conoscevo come Mao Tse-tung, ma ero un bambino.

Resto inebetito per qualche istante; per quello che ne so, potrei essere rimasto lì, paralizzato, anche per mezz’ora.

Sono all’ombra, credo; Venezia, al solito, è invasa da turisti che nulla conoscono delle sua storia, delle sue tradizioni – la scambiano per un qualunque parco giochi impersonale, usa e getta – frequentando e profanando le aree più pop, quelle maggiormente deturpate dall’irrispettosa industria marchettara globale.

L’aria è calda e pesante, l’umidità lagunare esercita al meglio la sua pressione sui corpi e sulle menti, ma quella scritta, vergata in nero sul muro di un edificio abbandonato (forse), apparsa all’improvviso in fondo a una calle deserta, mi blocca, ha su di me un effetto ipnotico.

I miei arti, vecchi di sicuro, un po’ consunti, restano immobili, eppure si interrogano: chi era costui?

Lungi dal compulsatore scombiccherato la pretesa di emulare Manzoni o parodiare il dubbio del tremebondo don Abbondio: “Carneade, chi era costui?”.

Converrete, però, che il quesito griffato su mattoni decrepiti, spalanca la spelonca dei mille interrogativi: dal più banale, “chi è l’autore del messaggio”? a “perché costui ha scritto questo”? “quanti anni ha”? “conoscerà la storia di Mao”? “e quella della Repubblica popolare cinese e della rivoluzione culturale“? “Si segnerà le frasi da proporre al pubblico deambulate su un libretto rosso o gli vengono di getto”?

Messaggio politico, provocazione tout court o semplice citazionismo per planare su qualche social?

Penso a questo, penso che solo a Venezia possano accadere fatti inspiegabili, che profumano e sprigionano un’aura di magia. Come un altro HP – Hugo Pratt – vagamente più illustre del sottoscritto, qui avverto il forte desiderio di essere inutile; mentre, al contempo, insisto e persisto a vagheggiare, fantasticare, sognare. Sperando che, in fondo, magari avviluppato alle alghe di laguna, qualcosa germogli e resti.

Ogni volta che torno, anelo di ritrovare, per ragioni molto personali, il sotoportego de la Madonina, altro punto misterioso della Serenissima, approdo casuale – davvero? – nei pressi della stazione ferroviaria Santa Lucia (lontana?), luogo di riparo durante un giorno piovoso; luogo non ancora rinvenuto, ennesimo sito veneziano che muta sede e, se posso concedermi l’espressione, sembianze.

Qui compaiono graffiti, dal nulla, nel nulla, qui si vivono avventure incredibili, qui si incontrano, senza fatica né sforzo, personaggi romanzeschi, ma reali. Ci si risveglia in un campo, solo per scoprire che lì, un paio abbondante di secoli fa, viveva le sue prime giovanili e ardimentose passioni Ugo Foscolo, forgiando il carattere tra lettere, poesia, senza disdegnare le armi.

Un gentiluomo di ventura, lo si potrebbe definire; se non fosse che il famigerato Long John Silver forniva di sé stesso la medesima descrizione. Nel campo, visivo, è comparsa un’ombra fugace, giurerei fosse Corto Maltese: si sa, il Sole dardeggiante si balocca con scherzi… da marinaio.

Inseguendo graffiti e fantasmi, mi sono perso; non una grande novità, o evento inatteso. Qualcuno sostiene, da sempre, sia l’unico vero modo per trovare il bandolo della matassa, se poi sarà una banda musicale – meglio di una bandoliera – pazienza.

A proposito di matasse e di fili, non potevo non ristorarmi nel Campo de le gate: non per caso, gli antiche Egizi veneravano siffatti felini, considerati sacri, simbolo vivente di grazia, protettori, nonché araldi della dea Bastet (inizialmente identificata come una fiera leonessa, in seguito, evolutasi in donna con il capo di gatta).

Alla fine della civiltà, la nostra, qualunque sia e comunque sarà conciata, una gatta impertinente attraverserà i portali dello spazio tempo e, sorniona e intelligentissima, fonderà ex novo un’apoikia (una novella polis), conservando il meglio e il bello che avremo saputo creare, originando, finalmente, un mondo nuovo, ecologico, mutualistico.

Della gita fuori porta, è l’ultimo sogno.

Criptospazio

La clessidra, inesorabile, divora granelli di sabbia;

il Natale, con tutte le sue conseguenze, incombe su di noi.

Sogno più spesso ora di quanto non mi capitasse da giovane imberbe, della vita e della barba. Vorrei essere Tekkaman, Cavaliere dello Spazio; anzi: del criptospazio. Mentre l’umanità, quella che nonostante tutto persevera nella bambagia, si consuma nell’insostenibile leggerezza dell’essere e nell’insensata frenesia del periodo, mi imbatto (mi ‘intruppo’) in questo lemma e mi soffermo. Come spesso capita, mi imbambolo a pensare, al significato, all’etimo, ai suoi potenziali risvolti, dei quali non siamo coscienti ma che producono effetti. Affetti? Non so, auspicabile.

Mi perdo, mi disperdo nella cripta – escludo a priori l’argomento cripto valute et similia, per il sottoscritto equivalente al sumero – e non riesco a decidermi se mi spaventi vagare senza riferimenti nel vuoto, nell’ignoto, o il suo contrario.

Complesso reticolo di sotterranei che caratterizza edifici pubblici – niente di meglio di qualcosa esposto al continuo e pubblico dominio per celare ai popoli segreti inconfessabili – perlopiù sacri o cimiteriali; in fondo (non alla cripta) potrebbe andare peggio, potrebbero piovere ordigni.

L’etimo certifica senza fallo – con rispetto compulsando – che la ‘famigerata’ cripta è un luogo nascosto, coperto, da cui deriva il verbo celare, coprire. Per assonanze e somiglianze, pensiamo alla grotta, non solo di Alì Babà (ah, uno sfizioso babbà della partenopea Gambrinus) e dei 40 ladroni.

In origine, senza loschi fini da perseguire o inseguire, si designò una stretta galleria a terreno, che in seguito i Romani, astuti miglioratori di idee altrui (come i nipponici?), ribattezzarono crypto porticus, in quanto finalizzata a ritrovo sociale della popolazione quando le condizioni meteorologiche risultavano avverse per la frequentazione degli spazi aperti urbani. Più tardi il vocabolo fu riservato a passaggio o luogo sotterraneo, infine a volta e cella. Per approdare anche a catacomba con l’avvento se non del Cristianesimo, dei cristiani e delle loro chiese.

Con molta umiltà, dalla mia cripta o dal mio piccolo crypto porticus dell’ignoranza, vorrei sottolineare che studi recenti sull’umanità di 2000 anni fa, un’inezia, in fondo, hanno rivelato che presso gli Egizi, grazie a un vaso dedicato al dio Bes, le donne si occupavano della propria salute e del parto, anche usando con frequenza sostanze psicotrope. Una cultura, quella egizia, che si rivela una volta di più multidisciplinare, con una vasta e saggia sapienza di preparati e infusi derivati dalle sostanze naturali e che conferma quanto l’uomo del passato fosse più intelligente, più adattabile, estraneo alla limitante, fallace settorialità che ci caratterizza, sempre maggiore.

Efedrina in tombe preistoriche alle Baleari, stupefacenti per riti guerreschi e religiosi tra i possenti Vichinghi, oppure, tra gli antichi Greci, una bevanda a base di Lsa, precursore ‘classico’ dell’Lsd. I nostri antenati conoscevano gli stupefacenti, conoscevano nei dettagli le piante e le loro qualità, ottenendone dei mix bilanciati, studiati alla perfezione, efficaci per lo scopo prefissato.

Non per essere banale, né fortemente venale, ma queste sostanze erano conservate dal dio Bes; bes in lingua friulana significa migliore, mentre il simile bez indica il vile denaro. Ognuno tragga le conclusioni che può, che ritiene più opportune.

Vanno bene i criptospazi, vanno bene le intelligenze artificiali – in contumacia o estinzione di quelle naturali – permane, forte, la sensazione che, come dice il professor Enrico Greco (Chimica dell’Ambiente e Beni culturali, Università di Trieste), “abbiamo occhi troppo condizionati dalla visione moderna delle cose. Bisognerebbe pensare un po’ come gli antichi“.

Anche se già fatichiamo a pensare come i nostri nonni.

Anche se pensare ci costa fatica, immane.