Concetti, pensieri, lemmi: contenuti, non sbraitati.
In un lungo, faticoso, oneroso periodo storico in cui tutti appaiono, – ma, quindi, chi esiste davvero? – tutti ululano, tanto che la povera Luna vorrebbe emigrare sul lato oscuro di sé stessa, qualcuno, invece della piena, sfolgorante, accecante luce (dei riflettori), deambula lentamente, pigramente anelando la frescura rilassante dell’ombra.
Non il contrario del chiarore, come sostiene convinto e convincente Maurizio Maggiani, “perché l’ombra non è assenza di luce, ma qualcosa di più mite, simile a un barlume che può esaltare un frammento di questo (di quello che crediamo nostro, su questa Terra; ndr) tutto“.
Scopriamo insieme all’intellettuale – forse, lo sapevamo già, istintivamente – che con la calma, la tranquillità dell’ombra, la nostra mente partorisce “pensieri interessanti“. Il Cielo sa quanto ne avremmo bisogno, necessità: sia come appartenenti alla comunità umana, sia individualmente: quelli che ricoprono incarichi amministrativi, politici, dirimenti per la sorte di intere popolazioni.
Come Maggiani, avremmo bisogno di “una vista tattile, uno sguardo angolato, togliersi di mezzo per riuscire a vedere, un po’ come accade nei sogni“.
Fare festa, celebrare il compleanno della Res Publica, ma cogliere l’aporia insuperabile nel perseverare a allestire un’imponente parata militare per coccolare, con rispetto e amore, la nostra democrazia parlamentare che, dettaglio fondamentale, ripudia la guerra e accoglie i bisognosi. Almeno, sulla Carta.
Sarebbe magnifico, auspicabile, divenire tutti un pochino artisti, non per trasvolare di nuvola in nuvola, ma per accorgersi dell’ornamento delle cose secondarie. Ci farebbe un grande, opportuno, necessario bene: infinito.
Max Gazzè, con questa idonea locuzione, ha composto un album di 20 canzoni, un unico, totale inno ai dettagli, ai particolari della vita; “da giovani il nostro sguardo è prettamente diretto (meno o per nulla capace di scandagliare, cogliere i dettagli), mentre da adulti la visione diventa più ampia, più periferica. Ho voluto accordare gli strumenti a 432 hz, invece dei consueti 440: 432, come i Pink Loyd, accordatura aurea per la registrazione magistrale di – caso stupefacente e attentissimo – The Dark side of the Moon. Gli strumenti, così, hanno a disposizione molte più armoniche, molte più frequenze e sappiamo quanto la musica interagisca con il corpo di chi la suona, di chi la ascolta“.
Una sorta di ‘divina connessione‘ che potenzia e amplia a dismisura le capacità riflessive e percettive della nostra mente: diapason di materia grigia.
Contengo moltitudini, senza dubbio, come diceva il mio capitano poeta Walt Withman, eppure vorrei essere contenuto; nel senso di participio passato aggettivato: misurato, limitato, moderato.
Auspicabilmente – e anche abilmente – tutti dovremmo preferire un posizionamento laterale, non al centro della scena, dell’azione, dell’attenzione; come avviene nella dimensione onirica, sottolinea ancora Maggiani, dove “l’io al primo posto, ad esempio nella battaglia di Waterloo, impedisce di capire cosa sia accaduto davvero“.
Trasferirsi bagagli e strumenti in periferia, maturare una visione ampia e profonda, farsi attraversare dalle armonie elettromagnetiche, “perchè il nostro piccolo corpo mortale è costituito da questo stato della materia“. Gazzé dixit, ancora lui.
Viviamo in un mondo di sinfonie, sarebbe sempre il momento di percepirle, tutti insieme, di vibrare all’unisono per rendere le nostre realtà il concerto comunitario più splendido;
tripudio corale che cambierà segno alla nostra Storia.