Hiker walking on forest trail surrounded by themed words like adventure, mystery, wilderness, and legends

Stiamo perdendo

La sensazione è diffusa:

non solo dello scrivente inadeguato – inguaiato – ma di tutte e tutti.

Stiamo perdendo, lo avvertiamo, in modo generalizzato e nemmeno troppo silenziosamente.

Ogni situazione ci sfugge dalle mani, si divincola, si complica e noi, rassegnati e vuoti, sembriamo solo attendere – non Godot, magari – la conclusione, nota, dell’agonia.

Due psicologi negli Stati Uniti, Valeria Pfeifer e Matthias Mehl, hanno studiato per anni un fenomeno preoccupante e, increduli, hanno certificato che gli esseri umani – giusto definirli ancora così? – tra il 2005 e il 2019 hanno perso di brutto: le parole.

Più i giovani, certo, nati, non per colpa loro, nell’era digitale, ma anche gli adulti e gli anziani, quelli che in teoria, dovrebbero, potrebbero – nati in epoche analogiche, per intenderci – scambiare ancora quattro chiacchiere ‘leggere’, o, perfino inutili e noiose; fino a qualche anno fa (sembrano trascorse ere geologiche) costituiva un arricchimento personale. Nonostante tutto.

Non citiamo poi quanto accaduto dalla pandemia in poi: isolamento sociale, smart working (telelavoro, se preferite dimostrarvi antiquati, paleolitici, come gli Antenati), app di messaggistica stanno completando l’omicidio. Del resto, già qualche anno fa, prima del covid, capitava di osservare in pizzeria famiglie che arrivavano, si sedevano e tutti, all’unisono, chinavano le capocce sugli schermi azzurri degli smartphone. Senza scambiarsi una parola, uno sguardo; senza badare nemmeno i poveri camerieri, imploranti almeno un cenno. Del resto, perché? Inutile.

Perdiamo nel vento – anzi no, sarebbero al sicuro – 338 preziose parole ogni anno; una persona disperde, smarrisce, dilapida (al momento, in futuro, continuando così, sarà molto peggio) circa il 30% dei lemmi comunemente impiegati. Un tempo.

Un tempo parlavamo anche con gli Alberi. Quando ancora vivevamo nella Natura; sapendo utilizzarne le risorse in comodato d’uso, sapendo che eravamo uno dei molteplici elementi della stessa, non i presunti padroni dell’Universo, separati, isolati da tutto.

Stefano Mancuso, scienziato, saggista e neurobiologo vegetale di fama mondiale, nella prefazione al suo saggio più recente, ‘Chiedilo agli Alberi‘ (per i tipi di Ponte alle Grazie), ci racconta che: “Per la quasi totalità della nostra storia evolutiva, l’essere umano non si è limitato a vivere nella natura; è stato natura“.

La follia autolesionista è stata rinchiuderci in scatole di cemento, ferro e vetro, di illuderci che luci artificiali e aria condizionata ci avrebbero preservati (o “non avrebbero avuto conseguenze“) dai cicli della Natura, dai suoi ‘cambi d’umore’. La soluzione di tutti i nostri problemi ambientali – per gli altri, ci vorrebbe un ulteriore scatto: d’intelligenza – sarebbe il riavvicinamento a “quel mondo verde da cui ci siamo allontanati, ristabilendo con esso una corretta (sana e giusta, ndr) relazione“.

Non dovremmo trascurare mai che, in quanto animali intelligenti (dimostriamolo, una buona volta): “Il nostro cervello trova nella Natura la sua condizione originaria, riportandoci a uno stato di calma vigile che è la nostra condizione naturale”.

Perdiamo le Parole, perdiamo il senso di appartenenza alla Natura, perdiamo Cultura, nel disinteresse totale – non si tratta di una novità o di una sorpresa, purtroppo – delle istituzioni; quelle, inseguono altri interessi, elettoralistici e finanziari. Eppure, qualcosa si muove, costituisce, in nuce, un primo tassello risolutivo alle nostre, tante, troppe ambasce.

Da Balad-el-fil (arabo antico), Katane (greco antico), o Catania, giunge una proposta culturale dal basso – per così digitare e tentare di capire – e i protagonisti di questa offerta sono i tanto vituperati giovani, quelli che scelgono di non partire, di valorizzare la propria terra originaria, respingendo le trame politiche, a base di ‘grandi eventi’ specchietti per allodole, cominciando “dall’apertura di spazi accessibili“. Per la gente etnea, per tutti.

Bisogna costruire qualcosa che permanga, ovviare al modello per cui si capitalizza per pochi giorni l’indotto culturale attorno a un grande evento, mentre per tutto il resto dell’anno luoghi e persone diventano trascurabili, quando le illusorie luci della ribalta si spengono“. Questa l’opinione autorevole di Simone Dei Pieri, direttore artistico della fiera internazionale del libro ‘Catania book festival‘.

Parole, Alberi, Cultura: ritrovarli, custodirli, rigenerarli. Parlare, di nuovo, con gli esseri umani, parlare, ancora, con gli Alberi, farci ispirare dalla loro saggezza maestosa, salvaguardare e propagare Cultura, nostro unico, vero, irrinunciabile tesoro.

Forse così, il Consesso umano potrà salvarsi, potrà (ri) vivere.

Sindrome di

Pagina dei boss salvifici?

A sorpresa, con sorpresa – che sorpresona! – della bendata divina Dike (professoressa, diki lei dove sono i Pirinei).

Nei caveau a cielo aperto, nei tinelli tinelloni tinellini delle mega ville avite (a vite, a goccia, a piramide) tesori immensi, direttamente travasati dalle stive di antichi galeoni, dalle moderne camere blindate di sicurezza bancarie – tutto dire – dagli scantinati dei disciolti poli museali;

saranno dunque i boss delle mafie, moderni preparati padroni predoni delle tecnologie, appassionati di Lettura e di Arte a salvare la Cultura?

Visto che, dato che, dice che: alla politichina acefala nell’ipotesi migliore, fallocefala nella realtà, la Cultura causa itterizia, focolai di panico, scarlattina (puntini scarlatti di vergogna) post litteram, fidando nella funzione rieducativa – per chi le subisce o per la onorevole società che le commina combina in collina? – delle pene a delitti compiuti, perché non affidare ai capataz della mala la ricerca, catalogazione, cura, valorizzazione dell’intero patrimonio artistico culturale italiano, ai capi delle cupole, dei capitelli, delle famiglie magari sconsacrate, ma realmente dediti – fosse anche solo per ritorno economico – ai nostri veri tesori? Sindrome di Stendhal, anche Caravaggio era un Genio, senza aureola.

Er Cecato de Roma, imperatore del Mondo di Mezzo a insaputa di Tolkien, forse avrà un occhio orbato, ma ci vede benissimo e sicuramente ha grande intuito fiuto istinto rabdomante per i capolavori.

Ho perso la testa – non una grande perdita, lo ammetto – forse la festa, le feste giovanili insensate, necessarie proprio per questo. ma ormai; delle feste del poi sono pieni i fossi intasati, sempre più trascurati trasandanti travisati; la strada per gli inferi lucida, lastricata con pietre lisce di buone intenzioni, importante che non sia pavé delle fiandre, aguzzo bollente, poi un giorno magari con discrezione, a descrizione, le tradurremo in fatti concreti.

Ragazze virtuose virtuali virali cercano proprio Te – nel mondo prima ti cercavano, ansiosaMente, lo Zio Sam o forse Tom, i mastini del fisco col fischio, i mad clown scout dei reality – per esperienze alternative: se la realtà reale per uomini senza limiti non basta, ecco pronta la realtà aumentata, soprattutto nel costo dell’abbonamento: per fortuna i cool fool pool scientificocabalistici garantiscono che carte di credito, debito, bancomatti e bit coins in the magic fountain detta anche di Trevi, sono asettici, auto immuni perfino più sterilizzanti dell’Aceto bianco, non suprematista senza ametista.

In trepida spasmodica fibrillante brillante attesa del nostro condottiero, dell’ultimo angelo, quello che con un battito d’ali e un guizzo neuronale – o colpo di maglio? – ha sconfitto anche la Morte, allibiamo non libiamo, purtroppo, al cospetto dei terribili dati sulla letalità, al netto dell’inquinamento improvvisamente scomparso dai radar, occultato sotto i tappetini delle auto; ossigeno alle industrie o alle persone, prima di regalare nuovo ossigeno alle multinazionali esentasse chiedi quanto ossigeno hanno garantito loro all’Umanità, anche solo negli ultimi 20 anni, dopo il grande ritorno in pompa magna del Visconte di Bragelonne.

Un paese chiamato Agonia, squassato sconquassato scassato dalla pandemia o dalla disorganizzazione, dal rifiuto metodico meticoloso metafisico della realtà; dopo l’ennesimo annuncio spettacolare del ritrovamento – miracoloso – di due nuovi cittadini di Pompei – inceneriti, garantisce il Vesuvio, nonostante l’etichetta made in Mibact – anche gli Agoniesi agonizzanti, colpiti pure da agorafobia causa annunci poco costituzionali, confidano ormai solo nell’effetto taumaturgico di lava, ceneri – memento Mori di Venezia, mamma li Turchi e li Arabbiati – lapilli, lapislazzuli, corbezzoli, lapis, ma temperati temprati intemerati per rispondere alle intemperie in punta di penna.

Ne uccide più la penna della spada, più i social delle spa, più lo smog dei virus, ma la tragedia è sanitaria o sistemica umanitaria globale?

Soli si muore, senza l’Amore, ma anche le procedure burocratiche calate dall’alto, anzi dal basso dei bugigattoli, infestati da burosauri in festa, infestanti che ordiscono ordinanze con il fervore delle tenebre, non scherzano: mica sono bagatelle baguette bazzecole; va bene che dalla vita non si esce vivi, ma non appare di grande conforto morire a norma di leggina contra Legem.

Ultima speme, ultima dea, fuggi i sepolcri, ma salvaci, a tempo perso; la Speranza s’è data alla macchia – nera? – ci resterebbe Natura, improvvisamente pavidamente meschinamente riscoperta quale modello di vita sobria disciplinata economica, come quelle antiche cucine delle Nonne;

do ut des, Lei oggi ci chiede: Voi mi avete salvata?