Ornate cracked mirror reflecting stormy clouds beside open book on wooden table

Mutanti

Si fa presto a catalogare ogni opera quale distopica – aggettivo abusato, quasi pari all’intollerabile ‘iconico’ (cosa vuole indicare e perché? lo sanno solo i più bravi, di don Rodrigo) – , quando la realtà ci propone a getto continuo situazioni contro le quali sbattiamo il grugno;

ogni giorno e senza ricorrere (rincorrere) alle volgarità. Ineleganti, catartiche.

Non parlatene allo scrittore Mauro Covacich, da anni collaboratore del Corriere della Sera. Sostiene, con vigore e convinzione, che forse quelli che riteniamo da sempre ‘grandi maestri’, (bravi, però) non ci hanno regalato opere davvero ‘visionarie’.

Questo, non comporta automaticamente la retrocessione di Blade Runner, Solaris, 2001: Odissea nello spazio, (esempi casuali, mica poi tanto) da capolavori della fantascienza a, per scherzare, Italo Scosciati Film, ma stimola una riflessione più accurata, ponderata.

Ancora, l’eterno dubbio amletico: preferibili i lungometraggi o i libri? Arduo rispondere correttamente, anche solo per approssimazione.

Covacich, da sempre autore ‘urticante’, con uno sguardo che sa scandagliare e individuare gli aspetti meno ovvii e piacevoli della realtà, a ulteriore supporto del suo articolato e documentato ragionamento, cita l’algoritmo della rete (nella quale, volenti o nolenti, siamo tutti invischiati) e l’intelligenza artificiale che ci costringerà tutti a ripensarci, intesi proprio come Umanità. Sperando di conservarne ancora qualche peculiarità, tenui barlumi.

Altrimenti, come scrive lui, meglio “il 2026 immaginato da Fritz Lang con Metropolis; meglio la serie anni 70 del 1900, Spazio 1999, con la misteriosa mutante aliena Maya, basi lunari efficienti, vite aliene con cui (ottimisticamente) affratellarci“.

Anche perché, volendo insistere nella pignoleria, le distopie, non solo come genere letterario, ma fedeli alla linea etimologica, possiedono, sempre e comunque, robuste virate al grigio, non chiaro, antitetiche al seppia, nostalgia d’antico. Età dell’oro sempre vagheggiate, mai comprovate.

Se non possiamo più orientarci con le nostre stelle polari di una vita – una vita fa, ormai – ci abbarbichiamo (illusoriamente?) – alle colonne sonore degli Anime; non tramontano mai, non abbiamo il coraggio di rottamarle. Forse perché nemmeno loro saranno visionarie, ma continuano a fornirci, attraverso note musicali e testi, veri valori morali, ossatura di tutti i principi etici che, dal 2000 in poi, abbiamo colpevolmente disintegrato; per sostituirli con il nulla digitale.

Canticchiando assorti – urlando a squarciagola verso il cielo – i brani di Ufo Robot Goldrake, di Jeeg robot d’acciaio, di Forza Sugar, di Sasuke o di Lady Oscar, ci troviamo a leggere il saggio di Alberto Casadei, italianista, che per noi “ha perlustrato la narrativa contemporanea per capire cosa riveli del nostro tempo“.

Ci accorgiamo, dunque, che anche gli intellettuali, gli studiosi cercano nuove bussole, nuovi fari del Pireo, per orientarci, aiutarci a navigare un po’ meglio, in mezzo al guazzabuglio universale.

Sulla letteratura italiana del XXI secolo (Mimesis Edizioni) è il titolo del saggio, dall’incedere “prudente“, ma, nelle conclusioni finali (per buona fortuna di noi tutti, ne abbiamo disperato bisogno), “traboccante” di ottimismo.

L’Universo non sarà – non è – quel topos, tutto sommato ideale, sul quale ragionava Covacich: “non è quello di Spazio 1999, non esistono ragazze aliene, come Maya, eppure, sognare resta lecito, però basta con le previsioni“.

Il professor Casadei (lungi dall’ammansirci un liscio) ritiene che “la realtà è difficile, complicata, il mondo è strano, raccontarlo anche; ma ci si può sopravvivere, sia come autori, sia come fruitori di opere d’arte. La soluzione più adatta alla nostra biologia è in fondo semplice: adattarsi. Dovremmo renderci ibridi, mutanti, parte integrante dell’ambiente“.

Nell’accezione più ampia e completa del lemma.

Solo così potremmo di nuovo chiederci: cosa sono le nuvole?

Con saggezza, emularle.

Sole invitto (Natalis Dies)

L’immotivata frenesia contagia l’umanità – quella con i piedi caldi – e io, per non smentirmi, mi complico le ultime ore del 2024.

Sole invitto, chi è codesto Carneade? Invitto al Sole, non è invitato, nemmeno inviso, spero; ardentemente.

Invitto, invictus: non vinto, invincibile. Come dicono a sproposito ora i soloni, solare. Luminoso come Elio, il concetto. Quindi, scavando appena un po’, con l’unghia, senza troppa fatica, Natalis die – da non confondere con dies irae, ce ne scampi (boni) e liberi – rappresenta il giorno d’inizio di un evento. Importante, fondamentale.

Modesti per indole e natura, furono gli imperatori romani ad appropriarsi dell’espressione; natale di Tito, natale di Adriano, ad esempio, servivano a indicare, rammentare al popolo, a tutti che nel giorno indicato si celebrava il compleanno del ‘potente’ di turno. Natale di Mercurio (casuale) o di Minerva, bontà loro, cioè degli stessi imperatori, erano invece giorni dedicati alle celebrazioni degli dei o dei templi ad essi consacrati.

Non parliamo poi del Natale di Roma. Caput mundi, solo per citare le due definizioni più note e ricorrenti.

Eppure, forse non ci crederemmo, il più famoso festeggiato celebrato era proprio il dies Natalis Solis Invicti, ideato e calendarizzato dall’imperatore Eliogabalo (uno che il Sole non lo gabbava di certo), anche se ufficializzato da Aureliano.

In seguito, della ricorrenza si appropriò il Cristianesimo e già solo questo fatto dovrebbe indurci a interrogarci, a riflettere, a ponderare; quali sono gli eventi che passano alla Storia, quali personaggi i protagonisti. Al netto della fede, della religiosità, di ogni altra umana sincera convinzione.

Luce, radiosità, gioia ma anche il volo, il folle volo di Icaro. La pericolosa curiosità dell’uomo, l’ardimento di innalzarsi oltre i propri limiti, naturali, insuperabili. Dilemmi che da sempre ci tormentano e che forse mai troveranno risposte chiare, definitive.

A proposito di un dies Natali, citerei il 4 aprile 1978. Comprendo eventuali critiche, appunti, distinguo. La prima apparizione televisiva – catodica – di Ufo Robot (Goldrake) creato dal leggendario Go Nagai. In volo sul Giappone da ottobre 1975, giusto per sfiorare la pignoleria. Poi, nulla fu più lo stesso. Anche le generazioni seguenti, potenza di un vero mito, sono state conquistate dalla nostra sentinella nel blu.

Come si fosse avverato uno dei sogni di quel bambino del ’70, strenna natalizia 2024, imperdibile, è planata nelle italiche librerie la versione tradotta dal francese del poderoso – mai aggettivo fu più calzante – romanzo disegnato Goldrake (in originale Goldorak, autori Xavier Dorison, Denis Bajram, Brice Cossu, Alexis Sentenac e Yoann Guillo, per i tipi delle edizioni Kana); la vicenda con i personaggi originali della serie e con la benedizione del nume tutelare – onnipotente? – Go Nagai, riprende 10 anni dopo la dolorosa vittoria sulla truppe di Re Vega. Come se Ufo Robot non avesse mai lasciato la Terra. Di fatto, è andata proprio così.

Il regalo è addirittura doppio (San Nicola/Santa Claus ha voluto esagerare): Luca Papeo, artista italiano, autore di storia e disegni, per lo Studio Itaca – petrose rimembranze? – ha immaginato l’incontro/scontro tra Jeeg e il robottone pilotato da Duke Fleed. Una vicenda epica, mozzafiato che incanterà/incatenerà ‘anziani’ e giovani fanatici delle anime nipponiche, in particolare di quelle create dal maestro nato a Wajima.

Nesso forse inesistente tra la ricorrenza religiosa della cristianità e i mecha dal Sol Levante, ma a Natale, talvolta, le fantasie sfrenate, oniriche giungono a compimento. In qualche modo.

Sia Natale allo spuntare del Sole invitto, alba del cambiamento in meglio, luce della nascita, della rinascita di ognuno di noi.

Sia Natale per chi crede nell’equità, nella fratellanza, nella pace.

Lo vogliamo davvero?

Jet Lag o Getsemani

Pagina del Jet Set.

Jet? Set? Tra aerei e produzioni cinematografiche, in bilico: non era tutto bloccato? Falò delle vanità, illuminaci d’immenso d’incenso di senso, pratico soprattutto.

Pagina di Jet Robot, cuore d’acciaio – quello era Jeeg, ma vale lo stesso – cervello, umano, troppo umano: tre amici, un solo corpo, ché abbiamo dimenticato quanto sia l’unione a conferire forza.

Jet Set mellifluo suadente superficiale, da non confondere con ‘Jetsemani’ – o era il celebre gruppo tarantolato dei salentini Getsemani? – il giardino dei.

Non vorrete picchiare sempre e solo chi dorme ai piedi dell’albero, anche il miscredente che dorme sul ramo; se nel frattempo, si fossero scambiati di posto, pazienza; un cornuto da mazziare, bisogna sempre individuarlo.

Teoria dei colori, lunga teoria di colori, ma se Greci e Romani e Arabi e Persiani, a caso a vostra scelta, rinascessero oggi, nel Mondo Dopo, verrebbe fuori un intricato vespaio ché la Torre di Babele al confronto sembrerebbe una candid camera organizzata con copione blindato.

Dietro lo specchio, Nanni Loy o Nanni Moretti – un impenitente osservatore di costumi scostumati o un altro papa dimissionario? – magari l’ombra del solito sospetto, la parvenza, la larva della mia identità, alla deriva senza avere mai vissuto una vita da Lupo del Mare; solo oniriche illusioni con Melville, Conrad, Salgari, H.P. quello vero, Mastro Hugo Pratt.

Torna il caleidoscopio della pandemia, la tavolozza dell’emergenza, ma potremmo discutere a lungo su temperatura, qualità, quantità, luminosità, opacità di tinte colori intenzioni? Chi è candido, non esiti a candidarsi; se davvero è puro indossi la veste e non la maschera sbiancata. Era più onesto Casper il piccolo fantasma o lo sventurato Fantasma di Canterville? Albus Albino Alboino, silenti: chi tace acconsente o si astiene dalla indegna gazzarra per intasare sempre più lo sciocchezzaio mediatico quotidiano?

Giallo urlo di Munch, o Rosso scandalo, come Gilda atomica, nei sensi, i 5, delle curve pericolose? Anche se bianco, rosso, oro sono i colori che ci dovrebbero accompagnare verso la Rinascita – non rinascente, mi spiace per il commercio globale, ma i templi erano saturi di mercanti e carabattole e sono stati abbattuti.

Non sarà il canale di Suez di nuovo navigabile, grazie a un Mastro Lindo qualsiasi, a restituirvi il sedicente scettro.

Jet lag, jet lag, chi sei tu jet lag o Mick Jagger? Rolling Stones Stonehenge Stone Age; Phileas Fogg o Ulisse, sfida finale per decidere il vero, unico modello del Viaggiatore del III millennio, con il persistente convincimento che il migrante dall’Afghanistan all’Islanda – bombe e vulcani permettendo – sia ormai il solo che meriti di fregiarsi con l’agognato titolo: la partenza, l’arrivo, il percorso rapido senza intoppi, sono importanti, per i turisti della vita, la propria in prima istanza.

Martedì palindromo, 30/03: intellettualismo sbandierato, ignoranza manifesta; non so cosa significhi il dotto vocabolo, non posseggo alba né tramonto, di significato significante, semantico simbolico metaforico, però mi consola e conforta che i grandi professionisti dell’informazione e della scienza siano ripartiti di gran carriera – la loro – estraendo dalle fondine le mai dismesse metafore belliche.

I Popoli fornivano preoccupanti sintomi di risveglio, dal torpore dall’incantesimo dall’ipnosi del terrore.

In una fresca e luminosa mattinata, riuniamoci sul Gargano, tra frammenti di preistoriche preziose selci e sagge Streghe inascoltate, tra le fronde di Colossi Millenari: impariamo da loro l’arte della Vita in uno dei giardini ancora esistenti dei semplici giusti Getsemani.

Non camperemo mille anni, camperemo meglio e finalmente liberi, perfino dal jet lag.