Se io fossi un’isola, dell’Oceano: Pacifico.
Pacifico, nome del mare e pacifico: lo scribacchino virtuale.
Soprattutto, coltiverei la speranza di suscitare, in un modo o nell’altro, prima o poi, la curiosità di Hugo Pratt; alleverei la fondata speranza di essere scenario per una delle avventure di Corto Maltese, gentiluomo di mare atemporale, mai separato o indifferente d/al mondo.
Se io fossi un oceanista – oceanologo? – antropologo, o viceversa, non solo potrei piacere all’Autore veneziano, ma (chissà…) potrei avere gli strumenti immateriali per capire meglio, di più la storia degli uomini, delle genti, dei popoli di mille colori in questa immensa porzione di Pianeta.
Se lo fossi – o studiassi con impegno per diventarlo – poi mi piacerebbe cambiare nome, adottare quello di Favole o Aria; Favole nell’Aria che si traducono nella realtà, che si trasformano in realtà e salvano gli Oceani, i mari, la Terra, i Popoli.
Oso troppo? Sogno, però forte; non esistono utopie, ma progetti e cooperazione.
Come Corto, mi illudo di poter salvare il mondo? Solo me stesso, però, da quanto ho capito – sempre troppo tardi, sempre troppo poco – insieme agli altri, perché “nessun uomo è un’isola“. Forse, un’asola.
Per chi suona la campana? A morto, per noi, intesi come umanità. Ernest Hemingway utilizzò questo celeberrimo verso di John Donne (parole già scelte dal monaco scrittore Thomas Merton, quale titolo di una sua opera letteraria) come epigrafe per il romanzo, divenuto anche una pellicola di successo mondiale. La morte di un soldato in guerra – oggi, costretti ancora a parlare di conflitti e loro conseguenze – è una tragedia individuale e familiare, ma in realtà coinvolge e colpisce l’intero consesso civile del pianeta.
Come scriverebbero quelli bravi (non di don Rodrigo): tutti gli uomini sono interconnessi, interdipendenti spiritualmente tra loro. Anche se non lo percepiscono, o credono con fermezza il contrario.
Lo sanno molto bene, dolorosamente, amaramente le persone che vivono nell’area dell’Oceano Pacifico, che appartengono a quelle culture variegate ma concatenate; lo sanno perché sperimentano sui propri corpi il rischio di annichilimento, non solo del patrimonio di conoscenze, ma la scomparsa delle loro case, delle loro isole, a causa degli effetti devastanti della crisi climatica. Più, tutto il resto. Anche se, per qualche testa d’uovo (con rispetto scrivendo, nei confronti dell’uovo), si tratta di una truffa.
Immergersi al mattino da una battigia, ancora integra – o quel che ne rimane dopo i frequenti cicloni – , e imbattersi in gigantesche isole di rifiuti di plastica, è uno scherzo? Ai posteri, l’ardua sentenza; avremmo detto e scritto un tempo, oggi auspichiamo ai posteri di poterci essere: dopo di noi, dopo i nostri disastri.
Corto Maltese cominciò da questi mari il suo viaggio (1967, Una ballata del mare salato), e viaggia, naviga, si avventura ora, lottando insieme a noi, senza sosta, né intenzione alcuna di concedersi requie.
Come gli indigeni decisi a battersi per una giusta causa comune, per un bene grande: salvare l’identità locale, salvare le loro isole, nonostante l’inerzia di una comunità internazionale che latita sulle urgenti questioni climatiche; sono lungimiranti, previdenti e cambiano le rispettive costituzioni, introducendo il principio di uno stato “che continuerà a esistere anche privo di un territorio fisico“. Per capire la predisposizione d’animo e la forza morale di queste genti, basterebbe riflettere che qui gli studenti, dalle isole Fiji, intentano cause legali per ragioni climatiche alle Nazioni Unite e alla Corte internazionale di giustizia.
Sogno o son desto?
Se io fossi un’isola – lungi dall’essere o trasformarmi in isolata – annuncerei al piccolo, vasto mondo che le popolazioni oceaniche sono in costante risveglio e indicano una via, un modello a quelle ancora dormienti o ipnotizzate; se fossi quell’isola, canterei al pianeta tutto che “l’oceanitudine (Hugo Pratt e Corto Maltese approvano, incondizionatamente) è uno spazio di connessioni“. Al bando, le involuzioni che stanno deturpando altre zone del nostro amato, unico globo.
Se fossi l’isola, annuncerei all’umanità: noi siamo forti insieme, noi siamo il futuro, perché “noi siamo l’oceano“.