C’era (no cera) una volta

Incipit nell’incipit, o meglio: titolo incipit, per ottimizzare (come usano i rozzi cibernetici contemporanei) le risorse. Sempre più esigue.

Inizio classico di favole e fiabe, potremmo lanciare il grande quiz a premi – chi indovina, vince un soggiorno in Lapponia, nel Circolo Polare Artico (quindi, non solo circolo di lettura) – : spiegare, per sommi capi, non siamo draconiani almeno nel periodo natalizio, le differenze di protagonisti e finalità tra i due generi, dalla umana fantasia generati. Orali prima, poi letterari; come antichi esami scolastici, assai prima dell’avvento di internet e presunte intelligenze artificiali.

Per restare ancorati a oggi – ma veleggiare liberi per i mari sarebbe meglio assai – , saldamente abbarbicati allo scoglio, come una cozza verghiana, potrei citare (se la memoria non vacilla troppo): Sandokan, Orzowei, D’Artagnan, Zorro, Goldrake; noi anziani del ’70, siamo stati, forse tra i primi, ad annoverare un gigante tecnologico, sempre in bilico tra demone e angelo, a seconda delle scelte di chi lo guida, nel pantheon degli eroi immortali. Perdonateci, se vi pare – così è, se vi appare – poco.

Sandokan, quello ‘vero’, ‘storico’, scolpito per sempre nel nostro immaginario da Emilio Salgari e da Sergio Sollima. La recente variante moderna, anzi, aggiornata, può risultare avvincente – se garbano le avventure ricostruite in toto all’interno di un teatro di posa e con l’ausilio di migliaia di effetti speciali – , perfino divertente, ma poco, nulla condivide con la vera vicenda, le origini storiche, il contesto in cui si muoveva la Tigre della Malesia. Per Natale, sarebbe bello, una strenna (no renna, in ferie), confrontarsi con la storica teutonica Bianca Maria Gerlich, per chiederle le fonti dei suoi studi nel Borneo, da chi e da dove abbia appreso dell’esistenza di un comandante navale di nome Sandokong, “il quale avrebbe in comune col personaggio salgariano la bandiera rossa con la testa di tigre (nota anche alla letteratura storica inglese), i luoghi, gli anni, i nemici“. Dono davvero speciale.

Orzowei, figlio della Savana, scolaro anche lui, come milioni di italiane e italiani, del meritorio, imperituro maestro Alberto Manzi. Letteratura e cinematografia ‘per ragazzi’, ammesso che questa misera classificazione abbia un senso. Una storia contro il razzismo, di ogni tipo e di ogni colore, una fiaba moderna che ci mostra e dimostra come gli umani, variamente pigmentati, quando si conoscono davvero, finiscono, anche se non è Natale, per amarsi. Corri, Trovato vai, e non fermarti mai. Come la solidarietà, auspichiamo.

D’Artagnan, ricalcato e modificato da Alexandre Dumas sulla figura storica di Charles de Batz de Castelmore. Guascone, ossia natio della Guascogna, ma anche spaccamontagne, leader naturale dei Tre Moschettieri che in realtà, con lui, divennero quattro. Cappa e spada, avventure e duelli mozzafiato, anche se molti studiosi garantiscono che i tratti salienti del personaggio siano altamente riconducibili al padre, generale francese, nonché mulatto, del fecondo autore francese. Non sarà uno scandalo di corte – della collana o dei bijoux? – a fermare l’impetuosità e lealtà delle ‘spade’, al servizio di Sua Maestà.

Douglas Fairbanks, Tyrone Power, Guy Williams, Alain Delon: altri quattro spadaccini, che, ciascuno nella propria epoca, hanno prestato volto, fisico e acrobazie all’eroe mascherato El Zorro, la Volpe, presso il pueblo di Los Angeles. Periodo della dominazione ispanica in California. Il paladino dei poveri, dei reietti, dei dominati, creato dalla fantasia e dalla penna (lapis?) di Johnston McCulley, già reporter della polizia nonchè ufficiale di affari pubblici durante il primo conflitto mondiale, agisce e si batte contro individui corrotti, malvagi, opprimenti che vantano il solo merito di giustificare quello che fanno in nome e sotto l’egida della corona di Madrid. La spada, la zeta come inconfondibile firma, il destriero Tornado e l’impareggiabile ‘collaboratore’ sordomuto Bernardo, sono i fedeli alleati dell’eroe, capostipite dell’età moderna, nella quale i difensori degli oppressi sono titolari di una doppia identità (almeno); ma non per denaro e potere – don Diego De La Vega ama i libri e la musica al pianoforte – , solo per innato senso di giustizia.

UFO Robot Goldrake, conosciuto da noi come Atlas, apri pista della tracimazione nipponica degli anime e dei manga, primo golia tecnologico disegnato, anche se nella mente e nella produzione del Sensi Go Nagai, è ‘solo’ il terzo figlio; dopo Mazinga Z (un’altra zeta, di altra natura) e il Grande Mazinga. Il principe di Fleed tenta di sfuggire agli inganni e alla volontà di dominio del malvagio monarca Vega, ma presto si rassegna ad affrontare il suo destino: battersi contro la soverchiante forza militare – troppi governanti terrestri indicano le armi quale unico mezzo per realizzare la pace (?) – di un impero dallo spazio profondo, per salvare il Pianeta Azzurro dall’inferno della guerra definitiva. Non sembrerebbero temi adatti ai bambini, di quell’epoca, eppure in molti di noi, la vicenda e le traversie di Actarus sono state capaci di instillare il senso di giustizia, di condivisione, di altruismo, di umanità, di rispetto e tutela per la Natura che rendono la vita degna di essere vissuta, a pieno titolo. Ancora oggi, a Natale, qualcuno sogna di alzare lo sguardo verso il cielo, per notare un puntino luminoso che continua a distribuire doni utili a tutti i bambini del mondo, a vegliare su di noi.

Credenti o agnostici, cancelliamo “la magia del Natale” – banale strategia di marketing consumistico – per affermare, per impegnarci in prima persona a realizzare concretamente speranza e rinnovamento, condivisione e comunità, riflessione e gratitudine, lungo il flusso dei nostri giorni.

Natale, o Sol Invictus, questo sia un memento, sacro:

a nascere, a vivere.

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