Nemmeno il futuro è più semplice; frase equivoca, lo ammetto.
Il futuro immaginato, eoni fa: c’era Capitan Futuro, viaggiavamo nello spazio siderale, sognavamo a occhi aperti, avevamo molti domani, istoriati, screziati, declinati con tutti i colori dell’universo e non ci spaventavano, li anelavamo. Erano i nostri, lo sarebbero stati, sempre e comunque.
Se uno non si avverava, ne avevamo a disposizioni miriadi, anche vari, contemporaneamente, perché la fantasia è uno spazio infinito, senza limiti; le briglie servivano più a noi, per mantenere la rotta scelta, che a Lei, principessa di ogni sogno possibile, credibile; perfino di quelli impossibili, perfino, anzi, meglio, di quelli irrealistici, irrealizzabili.
Era bello, mai facile, declinare – non rinunciare, va da sé – il verbo, quello con la b minuscola, ma che ci affascinava, ci conquistava, ci proiettava in avanti, con entusiasmo, allegria.
Il futuro era (è?) un’ipotesi, gorgheggiava un cantastorie meneghino; forse, sul serio, era solo il prossimo alibi, per giustificare i nostri fallimenti e le nostre rinunce vigliacche.
Il futuro era (è?) una scusa, per ripensarci poi, per abbandonarsi, crogiolarsi nella malinconia, nella mestizia, per crogiolarsi nella irresolutezza, sport, vizio nazionale, sempre in voga, malgrado l’incedere, quello sì risoluto e inarrestabile, delle epoche.
Il futuro era (è?) una voglia, non potremmo, sapremmo dire se sincera; magari, lo spazio di un mattino, un attimo, un battito di ciglia durante la fase rem, un’ansa del continuum spazio temporale, che all’improvviso balenava e finiva. Eppure, abbacinante, concreta.
Il futuro era (è?) una donna che probabilmente sperava; ora, persino lei, si è rassegnata allo spaesamento globale, alla paura – non più vaghe fobie dell’orsa minore – all’insensatezza che non sappiamo definire, nominare, battezzare, per poi, giustamente, archiviarla, definitivamente, e proseguire; insieme, umanità finalmente matura, adulta.
Eppure, rammentiamo un tempo che sapeva disegnare il futuro, sapeva plasmarlo, sapeva indicarci i sentieri, i cammini per raggiungerlo, entrarci pienamente, senza infingimenti, senza inganni, mostrandoci i rischi, le contraddizioni connesse.
Era un tempo cinematografico, sembrava puro divertimento, invece si trattava di visioni divinatorie, sciamaniche: E.T., Blade Runner, Poltergeist, Tron, Conan il barbaro, Star Trek II, Interceptor II. Gli stessi autori, forse, non se ne avvidero, eppure. Donne e Uomini, con difetti, limiti, talvolta grettezze varie e assortite, ma con il potere incommensurabile di immaginare.
Anche un eroe ‘improbabile’ come Paperinik ha saputo creare il futuro: dei fumetti; della realtà, la nostra. Sembrava la consueta trasformazione del personaggio sfortunato, ma simpatico, in supereroe misterioso che sconfigge i criminali più intraprendenti e i dispetti più sofisticati della malasorte; ma, 30 anni fa – un’era geologica – , gli avversari del papero mascherato più popolare sono diventati “galattici”, portando lui e noi in nuove, altre dimensioni. Ora, il multiverso lo creiamo nel giardino di casa, ma, 3 decadi orsono, significava spalancare l’uscio su un futuro ‘rivoluzionario – perché, come diceva Walt Disney, “è bello innovare, restando nella tradizione” – senza rete (di protezione, a scanso di equivoci), perché senza rivoluzione non esiste vero futuro.
Il nostro futuro, più che mai, resta un’ipotesi:
ma quella Donna, continua a sperare, contro ogni logica perversa; per buona sorte nostra.
“Fino a quando, chissà?“.