Giorni strani, prima roventi, poi con escursione termica da primato (anche da primati);
in seguito, forse, di nuovo incandescenti, come fossimo turisti occidentali costretti a fuggire a precipizio dai bungalow, causa imprevedibile eruzione vulcanica e conseguente colata lavica, brucia tutto. Tropicana night.
Deambulo come un sonnambulo, nello stato incosciente, ho piena e consapevole coscienza che, anche non essendo l’Alba (De Céspedes), niuno torna indietro; eppure, mi ostino a inseguirlo, a pedinarlo, manco fossi la tartaruga sulle tracce di Achille – piè rapido, illo tempore – , peggio di un esecrabile stalker, peggio di un sognatore seriale, non feriale, illuso all’inseguimento di voli pindarici, nel pio tentativo di ritrovare il tempo perduto.
Per viverlo, appieno, anche solo un minuto. Totalmente ignaro delle eventuali e varie conseguenze.
Mi sento come una tigre in gabbia, o, meglio, un leone catturato (da chi o da cosa, non chiedetemelo: non saprei definirlo); lungi dal mio naso, reputarmi vittima di segregazione o apartheid, mi balocco con fole, tra folate di vento e strascichi di sentimento. La ragione (quale?) invita a provare, ma il Saggio redarguirebbe il mio attendismo fellone: non esiste provare, solo fare o non fare. Appunto.
Continuo la mia lunghissima passeggiata onirica e mi ritrovo – nemmeno troppo – su sentieri all’apparenza arci noti, ma non ne sono certo. Nei sogni, si sa (o, almeno, si dovrebbe) luoghi e volti conosciuti, in realtà (anzi, no) sono leggermente alterati, differenti, alternativi.
Scortato dalla mia fedele amica a quatto zampe, molto pelo, infinito affetto, lambisco un’inferriata arrugginita, confine alla fantasia più ardita, provocatoria, illimitata; tra l’erba ribelle ingovernabile e cespugli secchi, noto la fatiscente villetta, un tempo fonte di ammirazione e allegria per tutti e tutte, i passanti e le passanti. Ora un rudere, improbabile frammento, ‘rudinassi’ di certi poveri edifici bassi e impolverati, in qualche sperduto villaggio messicano, collocato, per disperazione, nelle torride adiacenze di un ignoto deserto.
Hey, qui c’era un campo da tennis, in erba; sembrava di stare nel giardino dei Finzi Contini; tra l’altro, mio coevo, il film diretto da Vittorio De Sica, non il romanzo di Giorgio Bassani. Coincidenze oniriche, inarrestabili, come l’importanza di Ferrara, come l’importanza dello sport con la racchetta, uno di quelli sublimi e beffardi inventati, almeno così si narra, da Fra’ Diavolo: nulla contro il Pel di Carota altoatesino, ma, potendo (nel regno della sfrenata immaginazione), opterei per l’iscrizione alla fazione di The Genius. I più mancini dei tiri, con la racchetta, erano i suoi.
Sogno nel sogno, perdo il tie break decisivo e l’incontro, con l’ennesimo balzo di Icaro, senza ali e senza fuoco da Elio, torno in me, a me, a Favignana. Non mi servono aerei o aliscafi, per raggiungere le Egadi trapanesi, isole sicule più che mai assimilabili a Mompracem. Nè tigri, né tigrotti, in compenso, accompagnato da una ottima dose di coraggio, decido di tuffarmi in mare, auspicando di non incontrare gli squali bianchi, che qui vengono placidamente a rilassarsi e a riprodursi. O forse, sì.
Avvolto da una densa nebbia estiva – possibile? ne rammento una durante una folle scorribanda balneare in un antico agosto veneto – mi accingo a ridestarmi;
ma la mente viaggia e fluttua, torna là, al giardino incantato della magna domus, ignorando rovi, insetti infestanti, rifiuti, per volteggiare, ancora, poi ancora, tra le righe di gesso di quel rettangolo, tra i fili d’erba di una vita acerba, eppure maravigliosa:
mirifica.