Tracce

Partire dalla tana, per un viaggio.

Con una meta nella mente, annusando una preda.

Seguire, meglio, inseguire tracce, antiche di secoli, per fortuna o per sorte, chiare fresche (dolci acque? forse mi confondo) importanti.

Attraversare la Pianura Padana, mutata nei millenni. Del resto, la nostra stessa preziosa esistenza è un granello, un pulviscolo di fronte all’eternità.

Dalle mandrie di mammut – si fa così, per compulsare – alle miriadi di mostri inquinanti su ruote; cambiamenti epocali, come si usa dire oggidì per ogni sciocchezza, non so se evolutivi.

Approdare a Cremona, urbe medievale, ma con origini molto più lontane – veniamo, proveniamo dalle stelle, da una galassia lontana, lontana… – e arcane; stravolta in epoca fascista per fare largo a un’architettura futurista (chissà cosa commenterebbe Capitan Futuro), radendo al suolo le primitive mura e il baricentro rappresentato dal castello, tranne una sbiadita parvenza della facciata principale. Salviamo, almeno (meno di sicuro), la facciata.

Sapevate che Picasso è stato qui, in duomo (dedicato a Santa Maria Assunta), e ammirando l’imponente controfacciata della cattedrale, ha tratto ispirazione per creare il suo capolavoro Guernica?

Fiutando l’aria frizzantina del periodo, coadiuvata dalla sapienza artigiana dei liutai (al lavoro meticoloso mentre sgranocchiano torroni), un certo Antonio de Sacchis da Pordenone – coincidenza suprema – ci racconta che forse non è andata proprio così, ma quasi.

Fui convocato 5 secoli orsono dai massari della Fabbrica del Duomo e ingaggiato per affrescare una superba crocifissione sulla controfacciata e sulle due navate laterali. Giocò a mio favore il fatto che non mi fossi formato secondo i dettami, allora imperanti, della Serenissima repubblica lagunare. Raffaello e Michelangelo, ma anche Durer, per un originale connubio tra la grande arte italiana e quella teutonica, in salsa friulana furono la mia scuola personale. All’inizio, il mio lavoro fu respinto, bocciato senza appello: troppo rivoluzionario, con quei chiaroscuri serotini, con Cristo nostro Signore defilato, decentrato rispetto alla navata centrale e all’altare. Poi, però, riuscii a dimostrare che il Figlio del Creatore era il protagonista assoluto del dramma collocato in struttura piramidale, grazie al braccio dell’armigero che indica risolutamente la scena alle sue spalle e interpella ciascuno di noi: tu credi? tu credi alla sua morte e alla sua resurrezione per la nostra salvezza?“.

Picasso, non è mai stato a Cremona, né esistono prove concrete della sua conoscenza del Pordenone; però l’artista friulano fu riscoperto proprio negli anni precedenti alla realizzazione di Guernica e le analogie tra le due opere sono numerose e impressionanti, tali da adombrare o una familiarità fotografica, o quella sorta di rabdomanzia che guida gli artisti più illuminati.

Tornati sulla piazza del Comune, stupefatti per queste scoperte, la torre della cattedrale, il leggendario Torrazzo, finisce di ammaliarci con la sua imponenza, 112 metri, la più alta d’Europa, e con il suo orologio, il più grande del mondo: 24 le ore segnate, invece di dodici, tutti e 12 i segni zodiacali raffigurati, perché la dura vita nei campi agricoli potesse sempre disporre di dati cronologici e temporali molto precisi. Torre astrologica e zodiacale, perchè la fede religiosa è fondamentale, meglio se innervata da quella laico profana, con radici nella saggezza popolare.

Un altro strano viandante attira la nostra attenzione, vicino alla Pinacoteca del museo civico: “Mi chiamo Francesco, medito, non possiedo nulla, tranne la mia fede nella bellezza del Creato, nella carità degli uomini; quel vagabondo di Michelangelo Merisi un giorno di tanto tempo fa – non si tratta di una fiaba – volle ritrarmi con colori a olio su tela e luci magiche“.

Esausti, sfiniti, colmi di meraviglia, ammutoliamo al cospetto dell’ultimo incontro durante questa indescrivibile giornata particolare. Giovanni Zini, per sempre giovane, portiere glorioso e di talento della pionieristica Cremonese: “Ho difeso la porta della squadra della mia terra natale, portandola alla promozione e quando i tecnici federali mi notarono in ottica Nazionale, l’Italia come paese sconvolto dalla guerra mi chiamò a fare il barelliere sul Carso; durante una terribile notte d’agosto del 1915, tra bombe nemiche e fatiche disumane, fui stroncato da una febbre tifoide, seppellito a Cividale del Friuli. Destinandomi alla leggenda. Amate sempre lo sport, la Vita“.

Sulla riva del porto fluviale, affacciato sul fiume Po, inebriati dalla brezza e dalla inusitata bellezza cremonese, nel nostro piccolo microscopico, confidiamo di disseminare tracce, orme: positive.