Fossi nato – o nata? – Gatta. Non ho scritto matta, anche se Alda Merini docet, quella vera.
La Gatta sul tetto che scotta; il tetto o l’augusta felina?
Mentre rifletto sulla questione, non di lana caprina (felina?) e certo non bizantina, mi accorgo che reincarnarmi – per reiterare il tema – in Dorothy Marie Johnson sarebbe un privilegio; l’identità è forse misteriosa e sconosciuta alla stragrande maggioranza dei contemporanei, ma se citassi due titoli “Un uomo chiamato cavallo” e “L’uomo che uccise Liberty Valance“, forse qualche mente comincerebbe a illuminarsi, come salvifico Pireo nelle tenebre. Dell’ignoranza, a partire dalla mia.
Se non costituisce l’approdo finale, è buona cosa ammetterla.
Dorothy,”piccola lince rossa, spiritosa e grintosa” fu scrittrice e giornalista quando il mondo letterario era appannaggio quasi totalmente maschile (oserei: territorio di caccia); ancora di più, perché il genere scelto – ammesso abbia senso – fu il western, declinato però in antitesi e anticonformismo rispetto alla presunta epopea diffusa da Hollywood. Il West della lince è un luogo duro e spietato, nel quale vige un ferreo razzismo contro gli uomini neri e contro i Nativi (veri padroni di casa, piccolo dettaglio, molto influente) la famigerata “linea del colore“. Tra realtà e leggenda, vince sempre quest’ultima, forse perché l’uomo – bianco – necessita di ammantare le proprie peggiori nefandezze con toni epici, eroistici addirittura; frase attribuita spesso al regista John Ford, tanto per non rimarcare il maschilismo, ma forgiata dall’inossidabile Dorothy, originaria del Montana, con furore (passione per la scrittura essenziale) e coraggio.
In seguito, giustamente, ottenne le più alte onorificenze letterarie, ma forse i riconoscimenti di cui fu più felice furono la cittadinanza onoraria della tribù dei Piedi Neri e la partecipazione alla cerimonia religiosa del peyote, presso la riserva indiana dei Crow. Altro che John Wayne, con rispetto totale.
Fossi Gatta, sarei vagabonda; mi farei adottare, ma a tempo, optando per la famiglia migliore (in quel momento), più ospitale, più comprensiva e ‘tollerrante’. Con tutti gli esseri viventi, a ragione maggiore, senzienti, piante comprese.
Fossi Gatta, sarei meditativa, eviterei di trasformare la mia vita – comprese quelle di coloro che eventualmente mi vorrebbero frequentare – in un festival della velocità, della frenesia, delle immagini che tutto invadono, pervadono, corrompono. Fossi Gatta vorrei che la mia personalità – i miei convincimenti, le mie idee – fosse simile a quella della professoressa Lina Bolzoni, storica della letteratura; da sempre sostenitrice della parola (quindi, dei tempi lenti del ragionamento) contro il tradimento dell’immagine, strumento potentissimo, che da veicolo al servizio dei lemmi si è proclamato padrone delle nostre povere coscienze, padrone, incontrastato, delle nostre emozioni. Le più bieche. Per sollazzo del marketing.
Fossi Gatta dedicherei fusa a profusione al filosofo australiano Peter Singer (1946), non per caso autore nel lontano 1975 di Liberazione animale. Lontano per noi odierni smemorati. Cita spesso Henry Spira, attivista per una vita intera, che dopo aver difeso e lottato per gli ultimi della Terra – neri, contadini, sfruttati – si è reso conto che ultimi degli ultimi sono (erano?) gli animali. Noi presunti uomini siamo animali socievoli, ma spesso preferiamo ignorare che il termine discende da anima, per cui, con le parole di Singer, “esseri umani e animali hanno una corporeità che si alimenta di stimoli, facoltà cognitive, emotive, affettive: non siamo/sono semplici macchine“. Solo la nostra esecrabile presunzione, la nostra cecità malgrado il culto acefalo per le immagini, ci illude di essere la stirpe eletta, la schiatta padrona. Pensandoci bene anche solo un po’, nemmeno del nostro destino.
Vorrei rinascere Gatta, fosse possibile, perché, come scrive Laura Ingineri, “i felini penetrano in ogni cosa, compresa la nostra coscienza“;
sono meravigliosi, perfetti.
Amo gli animali – per ripartire dal principio e da Alda Merini- perché io sono una/uno di loro.
