Imago (non) mortis

Pagina davanti all’immagine, immagine portentosa, magica, caleidoscopica – chissà cosa significa – che produce immagini; anche oltre la nostra volontà, la nostra immaginazione. Appunto e virgola.

In fondo, ci nutriamo di immagini, viviamo di esse (non la sinuosa lettera, non solo), il nostro immaginario – Barnum (bar nume?) – personale è zeppo, su di loro si origina, trae costantemente energia.

Immagine: imitatore, per meglio spiegarsi ritratto, sembianza, ombra, spettro (nel senso di fantasma), perfino – come se le opzioni non fossero ampie, articolate, non bastassero – idea. Immagine è ciò che vediamo, ma soprattutto ciò che non vediamo, eppure reputiamo essenziale per individuare in modo certo una persona o un oggetto, per stabilirne, al netto degli errori di concetto e percezione, le caratteristiche esclusive, identitarie.

Dovremmo poi maneggiare con cura e attenzione – all’etimo – anche il verbo che comporta da parte nostra azione, cioè immaginare (parente diretto di imago – non – mortis, ove possibile): configurare, costruire immagini nella nostra mente irrequieta, fantasiosa, mai satolla – anche un atollo incantato non sarebbe male, magari non atomico – , fingere, supporre. Di infingimenti e supposizioni, in tempi di ignoranza poco artificiale e molto crassa, rischiamo di morire, soffocati. Anche se alla fine, per quelle colonne , erculee o meno, saremo chiamati a transitare. Senza eccezioni.

Nel frattempo, siamo in transito, come sosteneva con la forza delle proprie fragilità (accettate) e della propria libertà Holly Goligthly (Truman Capote, per interposta persona); come scriveva nei suoi diari inediti, riscoperti dall’adorata consorte Dori Ghezzi, Faber De Andrè: way point, eternamente in transito, non solo durante i viaggi in mare, sempre, come condizione esistenziale, basilare dell’essere umano; anche se cerca affannosamente dei momentanei, salvifici appigli – illusione? auto illusione? – cui ancorarsi.

Del resto, la premiata – con il Nobel per la Letteratura 2019, ammesso abbia ancora valore – acclamata, “mistica” scrittrice polacca Olga Tokarczuk annota con saggezza e armonia che tra i doni naturali – della Natura, cui facciamo parte, apparteniamo e alla fine, torneremo – il più grande e prezioso è l’immaginazione.

Quello che ci consente di congetturare vite infinite, ci consente di vivere.