Il messaggero oscuro

Pagina del messaggero, oscuro.

Oscuro, misterioso, segreto, però divino (non per vanto, per precisione). Rigorosamente minuscolo – il messaggero (il latore della presente, per coloro che rammentano), in fondo un umile portalettere – ; magari agli o degli dei, ma postino.

Si potrebbero aprire numerose parentesi, o digressioni: da Carneade in giù, o meglio, in su: Michele Strogoff vuole, esige, pretende la sua aura, anche se gli zar non sono al momento molto popolari; oppure una bella carrellata, una panoramica, per i non addetti: un excursus. Non so cosa voglia dire, ma è per conferire importanza culturale al tema.

Se preferiamo capire meglio, addentrarci analiticamente nel lemma, chiediamo aiuto all’etimologia: dal francese, messager; o dallo spagnolo, mensagero (no mensa, purtroppo). In senso lato, metaforico o sinonimico: ambasciatore – che porta le pene sulle spalle e le consegna, spesso – oppure, messo. Inviato per recapitare messaggi, non sms o tweet.

Se gli amanti che stanno in piedi contro le porte della notte si baciano e hanno voglia di cinguettare, il modo lo trovano, anche lo spazio, il tempo, la dimensione onirica, lirica, emozionale. Anche se non ci sono per nessuno – Ulisse? – e si trovano oltre la notte, bene e al di là.

Il messaggero è figura fondamentale, imprescindibile o si tratta solo di un trascurabile servitore, dello stato delle cose e, forse, non solo? Chissà. Chi può affermarlo, stabilirlo con certezza, deciderlo senza tema di smentita? Oscuro, questo sì; mimetico nelle tenebre, non vistoso né pacchiano; i guitti servono, ad altro compito.

I giorni della dissoluzione – soprattutto morale – dell’impero austro ungarico somigliano tremendamente ai nostri, a quelli contemporanei nei quali viviamo infelici e confusi. Li descrive con maestria e arguzia Alex Beer, nome de plume di Daniela Larcher, laureata in archeologia, appassionata della Vienna decadente degli anni 20 del 1900, “periodo tenebroso e emozionante“: il romanzo si intitola Il messaggero oscuro (coincidenze) e narra per la terza volta le vicende professionali e umane, molto umane, di August Emmerich, ispettore capo della sezione omicidi, alle prese con uno spietato assassino; districandosi tra povertà, malattie, violenza che sembrano (sembrano?) sconvolgere il mondo. Non rimanendo né insensibile, né immune: gli duole la gamba ferita nella battaglia sull’Isonzo, ma resta un uomo pronto a frantumare ogni regola perché la giustizia – qualcosa che ci somigli da vicino – possa affermarsi.

Noi, in caso di difficoltà, proteste, rimostranze, problemi insanabili, irrisolvibili, ci possiamo sempre appellare – ultima ratio, senza poteri metafisici – al Cavaliere oscuro; muscoli solidi e acume sopraffino, propensione innata a sanare conflitti e ingiustizie, a modo suo, talvolta spiccio e non regolamentare;

di sicuro: efficace.

Intanto, i lampioni sulla riva del fiume, restano tristemente spenti.