Pagina della zucca: non sempre, non per forza vuota.
Metti una domenica a Cividale del Friuli, magari con annessa festa della zucca, a tua insaputa, ma reale: la festa e anche le zucche, nel senso dei cucurbitacei.
Le zucche, tutti ne parlano, lodano ampiamente le superbe caratteristiche dell’ortaggio arancione, si riempiono le fauci a più non posso, ma quanti ne saprebbero parlare – perché no in pubblico, magari ad una platea che si balocca dentro una qualche pasticceria o forno che produce gubane e pani (alla zucca)? – con precisione e dovizia di particolari? Interessanti, irrinunciabili, incantevoli.
Deambulare fra le nuvole, poi accorgersi di percorrere il Ponte del Diavolo e temere per la propria sorte, anche se splende il Sole, con il fiero proposito di non formulare promesse – non necessariamente da marinaio – di non sottoscrivere patti con personaggi strani, inquietanti, sinistri.
Dopo qualche metro, incontrare un austero e meditabondo Cesare, chiedergli – sulla base di nessuna confidenza – se sa qualcosa a proposito dei Romani (antichi), dei Longobardi lontani leghe, anzi, anni luce da noi, dei Patriarchi, quelli di Aquileia e come responso ottenere solo un rauco grugnito che suona tipo Forum Iulii, senza esserne certi. Né della risposta, né del recondito significato.
Accorgersi che una zucca senza sale più che insipida – mai, in nessun modo o maniera – è priva di contenuti densi, forse allegrotta, ma sciocca; meglio: sciocchina.
Camminare, camminare, camminare, non potendo per una volta pedalare; ritrovarsi – meglio smarrirsi? – nel Monastero di Santa Maria in Valle e nel meraviglioso annesso chiostro. Chiedere venia e permesso alle Orsoline – esistono ancora? – percepire la presenza del sacro nell’area un tempo forse prossima, forse centro nodale della Cividale romana; illudersi, circondati dalle brume e dall’imbrunire, di essere precipitati dentro il segno del comando in una atmosfera onirica, ma invece di farsi abbacinare dalla strega Lucia – sempre luce – cadere nella malia regale di Piltrude; probabilmente, non una regina, ma un’autorevole madre badessa.
Halloween si avvicina – peccato sia una festa del marketing copiata da tutti i Santi e antichi culti europei – ma temo non possa redimerci o affrancarci dai nostri antichi vizi, per esempio credere che armi sempre più letali siano l’unico strumento per raggiungere la pace, o che continuando a produrre, trasportare, consumare, accumulare immondizia, si possa all’improvviso guarire: noi e il nostro sasso volante nell’Universo; potremmo, in ultima analisi, rivolgerci a Goblin, nemico giurato dell’Uomo Ragno, ma pare non sia persona molto affidabile.
Se brancoliamo nel buio, se non troviamo santi o almeno scogli cui appigliarci, resta sempre Benito, Jacovitti, naturalmente: vive nell’oscurità, come i pipistrelli, smonta e ricostruisce a modo suo, con ironia e divertimento, ogni cosa, soprattutto i tic e le bizzarre ideologie umane: lui saprebbe tracciare mappe per evitare di vagare senza meta, per non prendersi sul serio. Né troppo, né poco.
Organizzare infine una competizione, un torneo, una bella, sacrosanta giostra: rammentate Ettore Fieramosca e la disfida di Barletta (13 febbraio 1503)? Simile, giusto per rendere l’idea, per intenderci. Una giostra globale, tutti invitati a partecipare, tutti – nei limiti del possibile – con la propria zucca. Chissà se l’atmosfera di festa collettiva, unita a quel pizzico di pepe garantito dall’agonismo, compirà il sospirato incantesimo:
non trasformare le zucche in nuove fiammanti carrozze trainate da superbi cavalli, ma in teste sopraffine, lussureggianti, finalmente pensanti.
