Desolante desertificazione.
Come bussola nello scatolone di sabbia utilizziamo l’etimo e auspichiamo serva se non a condurci in salvo, almeno, da definizione – della bussola – a orientarci.
Quaranta giorni nel deserto, a pane secco e acqua (dove trovarli?), per combattere e scacciare le tentazioni, demoniache, per chiarirsi le idee; poche, assenti, però confuse. Sempre più in questo mondo reso insensato dalla velocità insostenibile dell’inutile, dalla pervasività malsana della intelligenza artificiale.
Deserto, dal latino desertus, participio passato – cosa sarà mai? – di deserere, abbandonare, lasciare in abbandono. La particella de conferisce al verbo l’accezione negativa, così, da connettere, annodare, si passa velocemente a qualcosa che non ha punto di connessione, qualcosa vuoto di ogni cosa.
Come ormai ci percepiamo noi: abbandonati, incolti, disabitati, privi di connessione e non mi riferisco alla rete nella quale, volenti o meno, consci o meno, siamo tutti invischiati.
Senza abbandonare il faro del Pireo del latino, unica stella polare assieme al greco antico che potrebbe salvarci, offrirci spunti illuminanti nelle procelle, ci accorgiamo che i deserta (plurale) indicano una vasta estensione di paese, priva di vegetazione, coperta completamente di sabbia, disabitata.
Anche se poi potremmo dire che in realtà il vero deserto implica l’arsura, ma non l’assenza o addirittura la negazione dell’acqua, della vita.
Il problema siamo noi, la nostra aridità.
La sensazione, nessuna certezza mai, antipatica di vivere – sopravvivere? – su un pianeta, o in particolare, all’interno di un paese meraviglioso, nonostante tutto, formato per la maggior parte di clientes, gente senza arte né parte che cerca protezione e assistenza economica dal potente di turno, mentre i pochi, coraggiosi cives, cittadini di buona volontà, esistono e resistono, si battono e dibattono perché Costituzione e sistema repubblicano esistano ancora.
Lo sostiene con convinzione il politologo Vittorio Emanuele Parsi, ma, temo, non sia l’unico.
Insistendo sulla metafora desertica – nemmeno troppo metaforica, pensandoci bene – forse faremmo cosa buona e giusta, nello specifico, bene a noi stessi, nel rileggere attentamente il saggio uscito nel 2017, ‘Plant Revolution (Le piante hanno già inventato il nostro futuro‘, del professore di fama mondiale Stefano Mancuso; acclarato, negazionisti a parte, che per il 2050 dovremo essere in grado di nutrire un secondo globo terrestre (tre miliardi di persone in più, quante erano qui nel 1960), acclarato che i mutamenti climatici sono già oggi irreversibili, sarà consigliabile un cambiamento drastico dei nostri modelli di produzione e consumo. Inoltre, per quanto concerne l’essenziale, preziosissima acqua dolce, uno degli assi nella nostra manica sdrucita – se così vogliamo esprimerci – sarà individuare un modo concreto di coltivare.
Come l’incredibile Jellifish Barge, “scialuppa di salvataggio che permetterebbe la produzione di cibo anche nelle condizioni più catastrofiche“; una serra idroponica galleggiante, senza consumo di suolo, di acqua dolce, di energia, se non quella offerta dal Sole. Fantastico, vero? Non per il mercato neoliberista imperante, nessuno, al momento, è interessato: anche perché il tempo è denaro e il vero obiettivo sono solo profitti senza limiti. Jiellifish funziona, dopo vari tentativi ed esperimenti, ma non è attraente per l’imprenditoria attuale.
Unica consolazione: prima o poi, coltivare i mari sarà necessario. Inevitabile. Perfino senza profitti.
Curioso, alla fine della giostra e della fiera delle vanità, notare l’assonanza tra desertare e disertare;
come se il disertore – anche per ottime ragioni – autore e fautore della diserzione, fosse colpevole della desertificazione, soprattutto intorno a sé.
Noi dobbiamo augurarci di non disertare da quel frammento di umanità che ancora ci caratterizza.
Di raziocinio.
