Papaveri

Cavalcando la rivoluzione, tra aprile e maggio, sbocciano miriadi di papaveri.

Rossi.

Mentre rondini libere e ribelli cantano melodie, disegnando nel cielo traiettorie arcane e sinuose.

Non garofani, semplici,  eleganti; papaveri, popolari, capaci e vogliosi di spuntare ovunque, anche nei luoghi più improbabili, meno ameni. Per provocare, sbalordimento e meraviglia.

Non si nasce poeti, la Poesia (poiesis) sceglie, chiama, convoca: le anime selezionate devono farsi trovare pronte, preparate a essere scritte, versate al perenne mutamento. Alla grazia, alle armonie.

Quello che le poetesse e i poeti possono fare: decidere se stare con chi distrugge il mondo – quelli che pensano all’essere umano come al nulla da annientare, peggio della gramigna infestante – o, invece, abbracciare tutti coloro che agiscono, lavorano per la rinascita del mondo.

Nostro, piccolo, unico, meraviglioso.

I papaveri intonano inni alla Madre Terra – se vi garba di più: alla Natura – all’architettura madri-lineare, al tutto che torna, si ripete grazie ai cicli e alle stagioni; vita, morte, rinascita. Ogni cosa volteggia uguale a sé stessa, ogni cosa si rigenera come fosse la prima volta, lasciandoci esterrefatti per lo stupore, lo stesso che a volte viene innescato dalla poesia.

Ne è sicuro Giuseppe Goffredo, poeta – se si può così definire – della Terra, homo apulo (pugliese), lui che durante le sue scorribande umane e culturali per il Mediterraneo, ha notato che da Oriente a Occidente esistono i trulli, una struttura che serve, di volta in volta, area per area, a edificare abitazioni, tombe, perfino monasteri.

Una matrice comune, una sorta di ‘lingua’ comune – koinè, per quelli dotti – che dovrebbe spronarci alla riflessione.

Arte, letteratura, musica, ingredienti perfetti per individuare o rinvenire il cordone ombelicale dal quale siamo partiti, ma che ci affratella tutti, genti e popoli della sfera di fango che con gentilezza ci ospita. Saffo, Beethoven, Van Gogh, Artemisia: solo per citare persone geniali a esempio, d’esempio, solo per indicare il grande, enorme, sconfinato terreno collettivo che condividiamo.

Anche, troppo spesso, inconsapevolmente.

Garofani lusitani, ispirateci voi, affetto profondo e buona fortuna, come credono i nipponici;

papaveri, in questa giornata di memoria e di festa, pace bellezza e passione, non possono e non devono latitare:

se fossimo distanti distratti confusi, indicateci le vie migliori.

’68

Pagina Bianca per rianimare richiamare riesumare il 1968.

Gentile coEvo ambientalista albionico, sarà mai davvero esistito? Un 68 nuovo di zecca, nuovi fermenti socio culturali antropologici, nuove fermentazioni, rivoluzioni umanitarie e non solo piroette ammaestrate su sé stessi.

Anche il 69 sarebbe gradito, non formalizziamoci sui numeri, sugli schemi, sulle formule ché anche quelle matematiche sono relative, geometrie esistenziali, variabili, aVarabiali, euclidee o meno.

Che Guevara de noantri, manifesti nelle tasche del fu eskimo, tra le labbra, cubani pestilenziali sempre smozzicati, con tutto il rispetto per Cuba, formidabili quegli anni, senza smentita incorporata:

– tanto i temi dei liceali li leggo a metà, a mia descrizione, la mazzetta dei quotidiani la leggo al bar (rassegna stampa proletaria, come esami universitari e spesa quotidiana alimentare) il resto è brutta copia e poi acqua sotto i pontili e gramigna nei fossati, sperando nel buon senso degli Alligatori; il sub comandante infausto era pronto prontissimo ‘pronterrimo’ alla partenza, in missione per combattere al fianco dei Campesinos, poi ha subito un grave infortunio, quel granello che inceppa i meccanismi della Storia e dell’evoluzione: ha scoperto all’improvviso che gli garbano assai la coca, cola, anche perché è dura sostenere la guerriglia zapatista in Chiapas, adora il Kashmir quello da indossare e non saprebbe rinunciare agli omaggi e al buffet gratuito, riservati agli ospiti vip nelle tribune d’onore degli stadi.

Cribbio, ho rimediato una figuraccia, però retorica.

Voglio evolvermi anch’io come le Elefantesse africane, sono mie sorelle, ne sono certo, capita l’antifona l’intifada l’imbroglio, hanno barrito in coro, altro che Sister Act:

– “!Ya Basta!”, stupidi infestanti parassiti pseudo umani, volete l’avorio delle nostre zanne? Noi ci mutiamo, da oggi nasceremo senza, quello che facevamo con i nostri uncini preziosi, lo faremo in altro modo.

Immaginazione al potere, Immaginazione nei dpcm, che già solo la sigla è asfittica nauseabonda male olente di stantia muffa mefitica delle paludi senza mangrovie, immaginazione materia obbligatoria, in ogni età in ogni tempo con ogni meteo; immaginare una nuova scuola o una Scuola nuova? Le due questioni si tengono a braccetto e non si elidono, speriamo non vengano eluse deluse cassate – non sicule – come sempre.

Una Donna presidente, finalMente: Fantasia.

Chiediamo ciò che ci sembra appare scompare ragionevole, l’impossibile.

Sognando immaginando non scarpe di plastica o iphone per navigare negli Oceani virtuali, forse diventeremo o torneremo uomini:

scriviamo racconti insonni in solitudine e poi riuniamoci nelle piazze per condividere, companatico letterario e pane di grani antichi, imparare di nuovo a sognare per essere grandi perché il gioco esige regole e i sedicenti adulti hanno smesso di giocare, seriamente come solo i Bambini del Mondo Prima sapevano fare.

Impariamo a non produrre più rifiuti, ad accogliere e mai sfruttare i rifiutati, minoranza ovunque, anche se composta da miliardi di Persone.

Il Mare e il Grano trionferanno comunque, anche se fra 15 anni, una volta estinti noi bipedi, sui social desertificati resteranno cronologie di eterne discussioni sulla necessità impellente di un un nuovo umanesimo, una nuova green blu revolution: senza semi di delirio e follia, il Domani non risorgerà più.

Caro Hermann, Tu che sai quanto la vera Vita sia una melodia di contrasti e differenze, Tu Lupo della Steppa osservi con stupito raccapriccio, l’insensato vagare delle mandrie umane.

Al 68 del Mondo Dopo, senza punti esclamativi interrogativi neri, solo con tanti zeri, diciamo addio al suo arrivo, forse soffriremo di meno al momento del congedo, se gelando di delusione, finirà inghiottito dai trend del momento, dal tag tematico dell’ultimo minuto. Ultimo, senza zona Cesarini.

Tag Sigh, non Miao, non Tao, non Friar Tuck.

Almeno Tu nell’Universo, Arcangelo Michele partenopeo, mettici forniscici una Pezza, d’appoggio o per coprire le vergogne;

sei Fratello del Diavolo? Non Ti crucciare, nessuno è perfetto.