Nel segno del comando

Pagina nel segno.

In quanto leone, nel segno del comando. Naturale.

Cercare su Raiplay lo sceneggiato omonimo – omonimo lo sceneggiato, non so se è chiaro – e ritrovarsi scaraventati indietro di quattro decenni.

Anzi, quasi cinque. Con uno strano effetto metafisico, allucinogeno, fantascientifico deambulare per una Roma storica, mai più così gotica e claustrofobica. Oscura, minacciosa, forse letale. Televisivamente.

Con inquadrature particolari, con lo studio accurato di giochi di ombre e di luci, strani scherzi – senza effetti speciali, Hitchcock docet – provare davvero paura, molta paura. Reale, senza sapere di cosa, o di chi. La paura.

Luci e ombre, soprattutto ombre: a Trastevere, nei palazzi antichi, nel cimitero a cattolico: tetro, eppure popolato di fantasmi; molto vivaci, in verità – visioni, presenze, echi da un’altra dimensione – annaspare nei primi 70, anni del 1900, con un inestricabile misto di gioia (per la illusoria giovinezza) e di terrore per l’inconoscibile, per il non spiegabile razionalmente. Altro che computer, altro che intelligenza artificiale.

Nel buio notturno, una civetta canta, 100 campane fanno da coro, controcanto e accompagnamento; non so più chi sono, non l’ho mai saputo. Vortice spazio temporale. Tutto quello che contiene, tutti quelli che vi si affacciano, niente e nessuno – anche Odisseo – esclusi.

Vorrei incontrare Carla Gravina, la modella Lucia, per ottenere luce sui miei sensi ottenebrati, per scoprire i segreti dei viaggi attraverso i secoli; vorrei conoscere Massimo Girotti, nei panni del gaudente, impenitente professore George Powell, il motivo non c’è nemmeno bisogno di specificarlo; mi piacerebbe incontrare Paola Tedesco (Barbara, ex fidanzata: ne esiste sempre una) e Rossella Falk (Olivia, proprietaria arcana di albergo); poi, per ultimo, ma non meno importante, lui: Ugo Pagliai, professor Lancelot Edward Forster, se non altro per capire come un uomo intelligente, colto e brillante come Lancillotto sia rimasto avviluppato tra i tentacoli non tanto del fascino femminile – comprensibile debolezza umana – quanto delle spire della magia. Per brevità, non cito tutte e tutti gli altri: se vi sembrano troppi. Vera o presunta, vera e presunta. La fondamentale magia.

Transitare per un viale, urbano ma alberato, percepire con le narici il profumo delicato e irresistibile di panni appena stesi (non stasi) e convincersi davvero di trovarsi – trovarsi? – nel 1971; attraversare un parcheggio rinfrescato e ingentilito da tigli secolari e notare un’auto rossa, un po’ malconcia, con il portapacchi sul tettuccio su cui è assicurata – più meno che più – una canoa gialla; forse cugina del sommergibile dei Beatles. Cantare a squarciagola insieme a loro, ma dalle strisce pedonali dell’arteria cittadina più trafficata. Respirare a pieni polmoni, l’aria: quella di Selene. Ammesso esista, sempre l’aria.

Comandare, pia illusione quando le nostre piccole vite sono a tempo, sono un prestito, in comodato d’uso; crogioliamoci in questa eterea convinzione in attesa di un segno, solido:

in attesa di tempi migliori, in attesa non della rinascita dell’Umanità, ma della sua maturità, completa.

Senza escludere le infinite dimensioni, senza escludere la fantasia.