Un tempo, anche essendo culturalmente sguarniti o mediaticamente (mediamente) disinformati, potevamo appellarci e difenderci ricorrendo al nostro spirito critico.
Leggere libri, per scelta, i più fortunati, per caso o ventura, gli altri, ci costringeva a riflettere sullo stato delle nostre vite, sul degrado o meno della società, intesa come consesso umano, a porre domande conoscitive e, in un certo senso, ‘inquisitorie’ ai politici, ai governanti. In ogni dove, in ogni regime.
Non è più così, la pandemia, per indicare un evento globale e simbolico, ha trascinato via, ha spazzato e spezzato molto, forse tutto. Tutte le nostre capacità civiche, civili, umane.
Ne è arciconvinto lo scrittore Michael Cunningham, vincitore del premio Pulitzer nel 1999, con il romanzo dedicato a Virginia Woolf, Le ore. “I romanzi ci dicono chi siamo. Non dovremmo mai sottovalutare la capacità dei romanzieri di prevedere il futuro“. Anticiparlo, predirlo con esattezza più che scientifica, come, ad esempio, Margaret Atwood e George Orwell.
“Gli umani hanno una propensione millenaria a sopravvivere a tempi terribili. Il mondo e i suoi abitanti hanno una lunga storia di sopravvivenza“.
Questa la versione ottimistica offertaci da Cunningham, che, però, ammette quanto sia “difficile dire chi legge cosa negli Usa. I romanzi sono il mezzo più conosciuto per uscire da sé stessi e mettersi nella pelle degli altri. Il senso di disagio è un elemento essenziale di quello che i romanzi hanno da offrirci. Le opere di autrici e autori che sono state note e hanno dominato le classifiche sono scomparse, mentre quelle, per citare un esempio, di Philip Roth, alimentano ancora e sempre le conversazioni, le discussioni“.
Pensiamo a Sorj Chalandon, giornalista e romanziere francese, in questi giorni protagonista di Dedica a Pordenone, festival monotematico, ogni anno da 30 anni, dedicato a una autrice o un autore, tramite l’ibridazione dei linguaggi: non solo scrittura, ma anche cinema, teatro, musica, fumetto. Senza i suoi reportages, senza i suoi romanzi, sapremmo molto poco o nulla e nulla capiremmo di quanto avvenuto in Irlanda del Nord; di quanto accaduto e accada oggi in Medio Oriente. La capacità divina di mettere su pagina ciò che accade agli esseri umani, ma solo “se vissuto sulla mia pelle, solo se attraversato, sofferto, condiviso, con il mio corpo, con la mia anima“.
Molto critica, nonostante lo smarrimento del senso, anche Cristina Rivera Garza; altra vincitrice del Pulitzer, con L’invincibile estate di Liliana, memoir che rievoca e ricostruisce il femminicidio di sua sorella.
“Le città degli Usa sembrano progettate per la solitudine, per l’assenza di qualunque forma di vita pubblica che non sia il consumismo. Le aveva descritte bene lo scrittore messicano José Augustin, nel suo Ciudades desiertas, del 1982. La solitudine impera perfino nelle cittadine del Midwest. Figuriamoci i grandi centri, già nel XX secolo luoghi inospitali, senza marciapiedi, retti da ferree gerarchie di razza e di classe. I membri del terzo mondo, venivano accolti solo per mostrare loro le meraviglie della presunta civiltà“.
Eppure, proprio adesso che l’impero mostra la sua ferocia, ora che è nudo al cospetto dell’invasione del Venezuela, mentre pianifica di accaparrarsi anche la Colombia, Cuba, il Messico, l’Artide, Rivera Garza non trae conclusioni apocalittiche; anzi, ci offre una via d’uscita, pragmatica e fiduciosa.
“Bisogna scendere in strada, prendere l’autobus, il tram, la metro; dobbiamo riunirci, confabulare e confrontarci con gli altri, festeggiare come si deve finché il corpo regge“.
Solo così riusciremo a ripristinare le attitudini di analizzare le informazioni, relegare nel dimenticatoio i ribaldi che, non per caso odiano e temono i libri; riusciremo a resuscitare le competenze per distinguere i fatti dalle opinioni:
quelle che ci fanno litigare su tutto il ciarpame inutile, quelle che ci rendono malinconicamente, irrimediabilmente soli.
