Istigatore privato

Pagina dell’istigatore privato.

Non investigatore, non il classico duro anche un po’ travagliato eroe hard boiler – o era boiled? – alla Sam Spade o Phillip Marlowe, maschi rudi a stelle, stalle montane, strisce e stelline cinematografiche nordamericane.

Nemmeno Dylan: Bob, Thomas o Dog.

Agente provocatorio, certo, non all’Avana, della savana, ma da una vana evanescente postazione, cameretta con vista su porzioni di Realtà.

Se fossi foco, magari fico; foco no, anche perché qualcuno mi ha anticipato di qualche secolo, poi per vocazione, più che Cecco, sarei Grisù, o in alternativa, Calimero.

Se fossi investigatore, sarei un Duca, Lamberti, creato dalla fervida fervente effervescente immaginazione con macchina scrittoria incorporata, di Giorgio Scerbanenco: un ex medico, radiato dall’Ordine per aver praticato eutanasia su una paziente terminale; reo di attuare non la cultura della morte, meglio comunque rammentare che il ciclo naturale la prevede, ma quella dell’umana empatia, della pietas, della fede, anzi fedeltà non in un dogma, ma nella filosofia di un certo Ippocrate.

Un istigatore, privato di diritto alla parola, istigatore all’osservazione, anche con la ragione più impura, all’uso spudorato sfacciato spericolato dell’intelletto.

Un freak – Elephant Man mi commuove ancora – freaks out nonostante Diane Arbus, ché ostracizzati da sale del ballo è fenomeno risibile, più preoccupante dai luoghi della Cultura, dell’Arte, della Bellezza.

Discriminato per utilizzo indiscriminato, o suo tentativo: dell’intelletto e del dubbio, soprattutto davanti al troppo ossessivamente reclamizzato.

Cerchiamo di non perderci di vista, in primis, noi stessi; non perdiamoci d’animo, né di panza, Sancho.

Tutto procede bene, andrà sempre meglio: crediamo ai messia dei sieri miracolosi, che non immunizzano, forse attenuano – per tacere di effetti imprevisti a medio lungo raggio nella grande Incognita, ma una sorpresa su cinque sarà per uno tra noi – però se avvampano di fiamme le isole del Mediterraneo, se tra i boschi del Comelico Superiore un lago un tempo ampio si riduce ad una pozzanghera, se l’Onu ammette che i gas serra in atmosfera mai avevano raggiunto questa concentrazione, negli ultimi 2 milioni di anni, scrolliamo con fastidio le spalle.

Fondamentale il lasciapassare verde, farlocco, per accesso privilegiato al Mojito Party.

Erogatori di benzina ricoperti da muschi e licheni, più simili a dolmen post litteram che a manufatti di tracotanza tecnologica, con cartello esplicito: fare il pieno è accanimento terapeutico (Massimo Bucchi docet).

Istigatore autorizzato a diffondere la Regola di Dudlé, dopo esplorazioni boschive in territori mistici, dopo ritrovamento della Stuà, diga lignea che incanalava torrenti impetuosi per affidare loro il trasporto di possenti tronchi fino ai villaggi a valle;

Regola di Dudlé, non Bublé Michael, non maRcelleria né Orosticceria, riFabbrica dell’organizzazione urbana e del consesso civile, non stravolgendo ma creando comunità cooperativa tra i Popoli e la Natura.

Alla faccia di resilienza e new green deal.

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