Giapponesi nella Giungla

Uno, ne resterà solo uno.

In effetti, il leggendario soldato giapponese nella giungla delle Filippine era rimasto solo uno ultimo, convinto che la II guerra mondiale non fosse ancora né mai terminata;

mi chiedo ancora chi e come riuscì a convincerlo del contrario. Con quali parole con quali argomentazioni con quali gesti riuscì nell’impresa.

Se come sostiene con acuta analisi Werner Herzog, regista cinematografico e intellettuale, ognuno di noi prepara con cura maniacale, con senso religioso, il proprio teatro e il proprio copione per mettere in scena nella vita reale lo spettacolo che più gli somiglia – somigliante in modo più o meno verosimile alla propria anima, ai propri desideri, ai propri pensieri – quanto sarà rimasto deluso e triste e abbattuto quel povero ultimo milite (mite, forse dopo qualche ragguaglio e consiglio) nipponico, ultimo samurai, ultimo uomo nell’intricata vegetazione?

Tutti, a partire dai suoi compagni d’arme, dai suoi connazionali, lo avevano dimenticato, lo avevano ‘rimasto solo’.

Pensate solo per un minuto – dedicate un vostro solo minuto al giapponese che stava bene nella giungla, monade nomade autosufficiente – al trauma di quest’uomo, nel frattempo asceso al giardino celeste: un tempo, nel tempo dei tempi che furono, se qualcuno gli avesse detto ti mandiamo in Siberia perché non sei stato fedele all’Imperatore e alla Patria, si sarebbe disperato per la perdita dell’onore, forse si sarebbe suicidato con la katana; mi chiedete: perché in Siberia? Perché no – risponderei – e poi non lo so, inutile tentare di scovare un preciso significato ad ogni avvenimento (in fondo, dalla giungla filippina alla taiga siberiana, cosa muterebbe per un vero samurai?);

se oggi fosse qui si preoccuperebbe di essere confinato in un luogo divenuto troppo caldo, così caldo che il permafrost si fonde come gelato da passeggio all’equatore, la subsidenza fa sprofondare il terreno, gli incendi da siccità scoppiano come mortaretti durante il Veglione di Capodanno a Fuorigrotta.

Onoda era un fantasma nella giungla, diventato giungla lui stesso; la Natura – dice qualcuno – è indifferente; potrebbe essere davvero così, indifferente, se riuscissimo a vivere con Lei, come noi fossimo Lei e non predatori dell’arca perduta e soprattutto predatori, di senno perduto; l’ultimo samurai ci è riuscito e magari sarà stato un perdente, uno sconfitto mai: ha rispettato sino all’ultimo le sue consegne morali, nei decenni dal 1945 al 1974 aveva capito che il mondo era cambiato e non era più il suo antico mondo, ma si era convinto – potrebbe qualcuno con incrollabili motivazioni negarlo? – che tutti gli aerei passati nel frattempo in volo sopra la sua testa, e che mai lo rintracciarono né avvistarono, partecipassero in fondo ad altri conflitti. Come spiega bene sempre Herzog, era un fantasma – il milite del Sol Levante – che aveva allestito il suo palcoscenico perfetto, un fantasma dell’opera della sua memoria, la più astuta ingannatrice dentro di noi, perché non solo fabbrica ricordi falsi, ma ci induce a riorganizzare quelli veri secondo un copione accettabile, piacevole, che garbi alle nostre sensibilità, alle nostre anime, ove questo concetto non appaia eccessivo e fuorviante.

Del resto se un uomo di cinema che garantisce non esistano sogni durante il sonno, ma solo a occhi spalancati dopo robuste camminate, un regista capace di girare un lungometraggio ipnotizzando l’intero cast, facendo trasportare una nave su una montagna – o viceversa? – e vagando anonimo con una telecamera in mezzo alla brulicante folla di Tokyo, converrete anche voi che l’impresa di Onoda non appaia più così surreale fantascientifica extraterrestre innaturale impossibile.

Ciao Peter, vorrei diventare Kubriko, interpretare tre parti in commedia – uno e trino, nella Trinacria, ma senza smontarmi la testa – essere così bravo e convincente da proporre un’esegesi per analfabeti di andata e ritorno, un’esegesi comprensibile per tutti, a tutti della filosofia del Dottor Stranamore, quello che propugnava una vasta, opportuna selezione eugenetica per la riduzione dell’Umanità, con il diritto alla vita concesso solo ai migliori; per tacere della sindrome della mano tesa, fedele per riflesso incondizionato a zio Adolfo; lo so Peter, lo so, chiedo l’impossibile, ma se uno sogna, da dormiente o sveglio, deve farlo alla grande.

Giapponesi nella giungla, a questo traguardo dovremmo tendere;

ultimi, del nostro genere, forse, per un unico, ultimo grande spettacolo, senza repliche in cartellone:

che trionfo, però.

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