Consumismo? Esaurito

Consumiamo, consumiamo: qualcosa resterà.

Questa la versione ottimistica, considerato che ogni anno, sempre più in fretta, sempre prima rispetto al ciclo dei 12 mesi precedenti – passati, in baldanzosa cavalleria – esauriamo le risorse che consentirebbero al pianeta, tutto il pianeta ex azzurro, di vivere bene. Tra l’altro, dettaglio trascurabile, inconsistente: in armonia, in condivisione, in pace. Ammesso interessi. Non bancari.

Qualcosa resterà, purtroppo i rifiuti: tossici; non un problema – il problema – della Terra. Anzi: nostro.

Qualcuno resterà? Forse le macchine, forse l’intelligenza artificiale. La stupidità naturale va forte, non dobbiamo preoccuparci.

Resteranno i Tre allegri ragazzi morti (Tarm), in vita da 30 anni – al cospetto della morte, un’inezia – suonanti e disegnanti al bastione Garage Pordenone; in quanto deceduti – però, che allegria – non sono in vendita: mestizia funesta per il sacro mercato, per l’irascibile violenza commerciale, per la morte stessa, con la falce inoperosa (rischio ruggine).

Come sostiene Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino, ex guerrigliero guevarista – Che Guevara, quello vero, non l’icona del marketting – dovremmo imparare ad abitare il presente in modo diverso, come una realtà di gioia. Non con il pessimismo tipico dei privilegiati, dei profeti da salotto dell’apocalisse, quelli che si reputano unici e sostengono che il povero, vecchio mondo finirà con loro. Chissà poi perché.

Cattiva notizia, tra le tante: il Sole e la verità non sono osservabili direttamente. Buona notizia, finché dura: siamo vivi. Lo diceva Platone, non un convinto avventore di osterie.

Riporre troppe aspettative nei confronti delle nuove generazioni sarebbe ingiusto, un errore; non sono state dotate degli strumenti adeguati, sono nate in questa temperie – tempesta perfetta, per così scrivere – le clamorose rivolte che talvolta hanno scatenato o scatenano sono per entrare a pieno titolo nel bacato sistema del consumismo, non per abbatterlo; entrare nel consumismo e perpetrare tutti i suoi effetti deleteri. Alle ragazze e ai ragazzi bisognerebbe comunicare la bellezza e l’importanza fondamentale di arte e poesia, la grande possibilità di accumulare esperienze formative, la gioia di esplorare, sbagliando, senza il diktat dei bilanci e del profitto per il profitto.

Il consumismo, però, è concluso – notizia ottima o pessima, dipende dai punti di vista – non può accogliere, né contenere – intrappolare – più nessuno. Il consumismo ha consunto (anche troppo) e si è consunto. Fine del gioco. Letale.

Speranzosi e ottimisti? Di fronte alle emergenze attuali non ci si può cullare, trastullare, consolare con questi atteggiamenti.

Impegnati, questo sì, sul serio: per cambiare paradigma. Non sarà facile, né breve, ma l’unica via. Intelligente, sostenibile, vivibile. Prima lo capiremo, prima lo accetteremo, prima lo metteremo in pratica, maggiori saranno le possibilità di salvezza.

Nonna Erminia, grande donna, lo diceva con saggezza: chi è povero, chi deve procacciare il pane per la sopravvivenza dei figli, della famiglia (in senso ampio), di sé stesso, non può concedersi il lusso di filosofeggiare. Osserviamo, sempre più spesso in Sudamerica e presso popoli tartassati da povertà e potere, esempi di un’altra vita; anche senza voler citare, coscienti o meno, Franco Battiato.

Dovremmo, tutti, imparare a sperimentare stili di resistenza, esistenza, sussistenza alternativi;

il popolo messicano sostiene che solo per immaginare un cambiamento significativo in una società umana servono 120 anni. Centoventi.

Chissà se davvero avremo ancora a disposizione questo lasso di tempo: impossibile, no; molto complicato, senza dubbi.

In questa “molteplicità conflittuale (in apparenza, senza vie d’uscita), diventa urgente produrre altri modi di desiderare. E di vivere“.

Senza il culto del pauperismo, né della povertà.

Benasayag ne è convinto.

Speriamo di potergli dare ragione.

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