Ritrovarsi solitario su una spiaggia adriatica – o cercarsi? – , arenile sfuggito alla furia del meteo e alle scorribande vacanziere delle varie movide.
Si dice così, no? Pino D’Angiò docet.
Come vi ero arrivato, chissà; importante che di fronte a me ci fosse un oceano di silenzio, pace e poesia. Anche solo il mare, adriatico.
Improvviso, improvvido, traumatico mutamento di scena: sono al lido, di Rimini. Sotto una palma fronduta, nei paraggi del Grand Hotel. Ombra rigenerante e compagnia poetica stimolante: Federico Fellini.
Mai conosciuto (sconosciuto, mai), di persona. Dialoghiamo fitto fitto – non sulle palafitte – , armoniosamente, pacatamente. Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet – se preferite, il signor Mastroianni M.; forse Villaggio, Paolo? – non è mai finito, eppure non si può definirlo un’incompiuta; in fondo, siamo tutti viaggiatori inconsapevoli, di un cammino molto più ampio, universale, ove la nascita non rappresenta l’inizio, la morte non costituisce la fine.
Da un misterioso cavalcavia, qualcuno bloccato tra auto prepotenti e asfissianti, mi rivolge un cenno di saluto; i passeggeri dei sedili posteriori, sono due bimbi scavezzacollo e due gatte coccolone.
Il lungometraggio non vide mai la luce, anzi, il buio della sala; anche perché, un noto, potentissimo, sensitivo, “mi sconsigliò caldamente di compiere questa impresa cinematografica“. L’avventura – vero, o verosimile, l’ammonimento parapsicologico – non fu mai intrapresa, perseguita, inseguita. Solo e sempre sognata, come sono, in fondo, le mete, le realtà oniriche più vere, più belle.
“Tu mi chiedi, come tanti in passato, perché; nulla si sa, tutto si immagina. Dovrai accontentarti e capire“.
Da un Maestro, non si pretendono risposte, ma suggestioni, squarci di paesaggi e orizzonti, lampi di luce nella tenebra che vorrebbe avvolgerci; Lui mi confessò – nell’audace sogno, non a me in particolare, al mondo – che per tutta la vita aveva desiderato diventare un aggettivo: alle soglie dell’anzianità, era riuscito nel suo intento.
Sarebbe bello, quanto ci garberebbe essere, anzi, tramutarci, anche noi, mortali semplici, in felliniani;
in alternativa, potremmo ripiegare, abbozzare, rassegnarci (speriamo: mai):
mercuriali, o ermetici (pari non sono), andrebbe di lusso.
Anche se l’estate volge al crepuscolo.
Non degli dei, per ora.