Risciacquare i panni in Adige

Principiare lo novello anno risciacquando – immaginifico – i panni in Adige.

Chiare fresche dolci acque – fresche, di sicuro – ove pose le belle membra colei che sola a me par donna; e anche noi, modesti mortali, non resistiamo immuni.

Colosseo o Arena, codesto il dilemma che dilania l’anima mia, la mente, il corpo. Non smarrisco né la via (quale?), né l’appetito, in particolare, per tale e quale rovello. Anche perchè l’Arena vanta più antichità e spettacoli non solo guerreschi, ma musicali, rispetto alla capitolina struttura gemella, grazie ad una acustica tra le migliori del mondo, di tutti i tempi. Conosciuti, trascorsi.

Deambulare senza fretta, senza meta, sul Ponte di Pietra, orientarsi verso la funicolare urbana e lasciarsi trasbordare a Castello San Pietro. Ammirare la città degli Scaligeri dall’alto, osservando le fortificazioni antiche, ignorando l’aria fredda e umida; scorgere l’ansa a gomito dell’ Adige, la struttura cittadina, teatro architettonico per le vicende dei Montecchi e dei Capuleti. Messer Guglielmo l’Albionico mi perdonerà se manco del suo genio, ma so riconoscerlo.

Urbe medioevale, nella quale abbandonarsi alle fantasie e alle illusioni più liete e piacevoli, scansando la folle folla, belluina e vacanziera; urbe contemporanea da evitare o migliorare, come i tempi moderni (Charlie Chaplin); se si vuole, se si può.

Pellegrinaggio, per così compulsare, alla Basilica di San Zeno (Zenone), antico monastero benedettino, forse foriero di miracoli, certo d’incanto e meraviglie. Anche a chi non interessa il culto religioso, chiesa romanica che mozza il fiato, non solo per il gelido gennaio. Si parte dal chiostro, luogo di vera serenità, luogo di meditazione trascendentale. Una necessaria sospensione dalla mondanità.

Si prosegue in chiesa, quasi senza rendersene conto, edificio su tre livelli – chiesa plebana, cripta, chiesa presbiteriale – si incontrano, a caso per i profani come me, un celebre trittico di Andra Mantegna, colui che “scolpì in pittura“, non pizza alla pala, ma pala di San Zeno; le formelle bronzee del portale, uniche e preziose; la Ruota della Fortuna, non oscena trasmissione tv, ma ampio, meraviglioso rosone. Per scorgere l’umano consesso virato con i toni di un arcobaleno.

L’ampia piazza,  ove sgambettano  spensierati e sorridenti bambini e quadrupedi,  completa un momento di rara gioia.

Ci si congeda con una leggera mestizia, consapevoli di essere stati cittadini privilegiati di una terra onirica, consapevoli che, lo scrisse sempre Guglielmo, “chi è bandito da qui è bandito dal mondo, e l’esilio dal mondo è la morte“.

Africa, bici, Antonio (più Mario)

Si chiama Antonio, viene dall’Africa, grande madre di tutti noi.

Arriva su un piroscafo, accompagnato da una bicicletta; è tutto quello che possiede.

Non chiede altro, non vuole di più: si sente bene, la ricchezza non gli si addice.

Quel semplice mezzo lo rende felice, lo rende libero, gli permette di scoprire tutte le bellezze del Mondo.

Quando avverte stanchezza si ferma e si riposa, ma non è solo, mai: c’è la sua bicicletta, alla quale racconta tutti i suoi reconditi pensieri, le sue sensazioni, le sue speranze, i suoi progetti; dalla quale ascolta i racconti di tutte le contrade che può ancora percorrere nel suo transito terrestre.

Antonio mi ha insegnato a pedalare, tanto tempo fa; mi ha insegnato ad apprezzare, rispettare, amare la bicicletta, una vita fa.

Antonio mi ha insegnato che la bicicletta è il mezzo più umano per recarsi ad incontrare le altre persone, le più diverse, le più lontane: geograficamente, fisicamente, culturalmente.

Antonio è in apparenza un uomo semplice, in sella non teme i tranelli della vita, non teme i limiti: sa che ogni colpo di pedale è un grande passo evolutivo, sa che ogni metro in avanti è un balzo verso l’alto, verso il Cielo.

Devo, voglio menzionare Mario: silente, non ininfluente. Mi ha seguito nei primi, barcollanti tentativi, mi ha insegnato a perfezionare non solo le pedalate, il colpo d’occhio, la guida della bici; mi ha fatto capire l’importanza di essere buoni, gentili, comprensivi: con tutti, soprattutto i più scorbutici. E’ stato, sempre sarà uno degli uomini più generosi e altruisti che abbia mai conosciuto; del resto, capito durante il primo incontro agonistico di pugilato che i suoi pugni avrebbero potuto essere armi letali, decise di dedicarsi con ‘trasporto’ alla pacifica due ruote.

Antonio e Mario, mio padre e mio prozio materno: uomini in sella a una bicicletta; uomini consapevoli – forse per destino, forse per istinto – che conducendo una bici, l’essere umano comprende i segreti più importanti del suo Universo.

Uomo e bicicletta: un binomio inscindibile, una somma molto più grande delle singole parti:

un risultato finale eclatante, migliore in tutto e per tutto.

Passione inscalfibile, gratitudine eterna.

Oceano di Silenzio, lode all’Inviolato

Post muto, silenzioso, oceano di silenzio, oceano di cordoglio.

E’ partito un gigante, un maestro, un artista; chiamando in soccorso uno dei Suoi pochi veri discepoli, Gianluca Gill, questo evento triste, questo lutto “mi precipita in uno strano stato, come in una canzone di Franco Battiato”.

Povera patria, abbandonata nelle mani di servi sciocchi, di parassiti senza dignità, di iene egocentriche. Rozzi cibernetici, signori degli anellidi, sintetici.

Viviamo in un mondo dopo, orribile: forse, non ci siamo capiti, perché dovremmo continuare a pagare tributi balzelli extra a dei rincoglioniti e in più asservirci, arrendevoli proni, a chi si crede padrone?

Uno strano bambino di 11 anni ascoltava incessanteMente la Voce del Padrone, disco in vinile a 33 giri, e attraverso la Bellezza, imparava a non sottomettersi, mai, a padroni.

Gli Uccelli, poesia musicale che svela i segreti delle meccaniche celesti, a chi sa ascoltare, volare, sottomettersi abbandonarsi affidarsi alla risonanza primordiale, alla forza poietica primigenia.

Sia lode all’Inviolato per averci donato Franco Battiato, sia lode all’Inviolato per averci concesso di vivere, senza merito, nella stessa era del Cinghiale Bianco.

Stranizza d’amuri, dolore e gioia all’unisono. Ci ritroveremo in altre dimensioni, percorrendo invisibili sentieri diagonali, colmi di Luce, più veloci di aquile e sogni, più veloci dello stesso pensiero, per concerti universali, senza inizio né fine.

Nei giardini della pre Esistenza, cammineremo placidi, finalmente tornati all’Uno al di sopra del bene e del male, oltre ogni passione bisogno dolore fisici; rinunceremo alla nostra identità terrestre limitata, per accedere ascendere abbeverarci alla Vita, quella vera e conversare solo di Armonia Musica Arte.

Quel bambino oggi dice: e Ti vengo a cercare;

anche perché non vorrebbe perdersi: l’incontro tra Te e Gurdjieff che così aggiornerà la sua preziosa lista di uomini straordinari, la riunione tra i leoni culturali di Sicilia, Tu e Manlio Sgalambro, le nuove rivoluzioni sonore insieme a Giusto Pio, magari dopo aver fatto scalo a Grado o dopo passeggiata a Pieve di Cadore.

L’Immagine divina e il Suono metafisico della realtà, li hai trovati e li hai regalati Tu, alle nostre anime, in cammino verso altri mondi, verso nuove visioni, verso realtà dove regneranno solo Pace e Amore.

Grazie, Maestro Battiato.

Anche in esilio (cala Trinchetto, cala!)

Anche in viaggio Ti amo.

Tra le onde increspate del Mare dell’Anima, emergi d’incanto sempre Tu, primavera costante della mia nuova vita.

Monocorde nasale piagnucolosa. Con la rara invidiabile ineguagliabile capacità di stipare 14.000 parole dentro 60 piccoli inconsapevoli incolpevoli secondi.

E’ la piacevolezza della comunità nei sobborghi della civiltà, bellezza mia.

Una martello pneumatico un trapano una sega circolare discutono animatamente rumorosamente su come sia meglio ristrutturare un appartamento, mini, una cella non di monastero, ma di alveare condominiale popolare popoloso.

MondoCane (magari, sarebbe amico fedele), Cuore di Cane (il più altruista dell’Universo), MondoInFame (non avremmo dovuto debellarla entro il 2000?).

Grande offerta di cibo a buon mercato – il mercato buono, questa l’hanno scritta TatcherReagan, sicari protettori del consumismo letale – tutti ti offrono cibo pessimo fino a scoppiare come Panta(non penta)gruele, ma lui era un raffinato ghiottone;

abboffati e sarai felice, lavanda gastrica nei prati a parte; stinco di maiale, di santo, o il grande ritorno in sala dei cineruttoniliberi? L’intelletto nutrito dall’Esperienza ci suggerisce: meglio un nuovo Locke, down.

Voglio tornare (ritorno al vero futuro!) al bis trattato incompreso vilipeso Medioevo, quando la civiltà era evoluta, voglio tornare alla fase bestiale primordiale prima di tutti i primordi (una sana competitività): nei boschi le bestie non sporcano né incendiano, gli ominidi sì. Comportiamoci da Bestie.

Tiberio, chi era costui? Tiberiade lago o l’ago di qualche bilancia dell’umanissima Storia? Hollywood sul Tevere o Cinecittà a Los Angeles? Marcello vieni Marcello, la fontana non illumina più, l’acqua che scorre non è più, non è mai stata la stessa. Imbranato pigro ma di talento; seduttore al naturale, un po’ vigliacco, umanissimo fragilissimo gigante; ti conosco, oh sì se ti conosco… questo kaos siamo noi, tutti noi, guazzabuglio di imperfezioni la cui sommatoria talvolta assume le fattezze del Sublime.

Federico e Marcello, alter ego altri eghi echi di talenti eccelsi senza pari dispari eredi legittimi o illegittimi.

Come sostiene Sylvain Tesson, pare che la sindrome sia diffusa: quando la mancanza della persona che amiamo ci coglie alla sprovvista, ma fa pieno centro, diamo al mondo, a ogni latitudine nella quale ci troviamo, la forma dell’amato bene;

confortante, meglio che identificare il mondo con noi stessi.

Vorrei essere una Pantera delle Nevi, regina timida e riluttante delle montagne tibetane, per diffondere nell’Universo il mio canto libero di liberazione di ammirazione per Te, dedicato solo a Te.

Devo accontentarmi rassegnarmi rientrare nei ranghi limitati limitanti limacciosi della mia quotidianità minima e celebrarTi (non cerebrarTI anche se le mie parole suonano cervellotiche) da un avamposto periferico di resistenza umana;

l’intensità del Canto è identica forse ancora più convinta e appassionata elevata a potenza.

La Verità (in vino? si conserva meglio) vi prego sull’Amore: anche no, grazie, ammesso esista, sarebbe auspicabile vivere.

Eros e/o Thanatos? Perché, di grazia (stavolta Graziella & Company li lasciamo tranquilli); effetto romantico letterario teatrale cinematografico, ma se poi ci fanno una serie su piattaforme… al bando trivelle e sentimenti virtuali in forma d’ologramma (epigramma?).

Assetato di vita e (da) domande torno a Hikmet e Doisneau,

non sono mai stato incarcerato per le mie idee (amico Mustafà, Ke Mal), né costretto all’esilio per praticare in modo libero Poesia e Politica (Tristano, anche Tu qui? Con l’Isotta);

credere per un istante di condividere destini è sciocco, millantare nobiltà d’animo (riverberi lontanissimi) impostura che davvero meriterebbe condanna drastica severa draconiana.

Sei la mia schiavitù sei la mia libertà, sei la mia carne che brucia…

… eccoci con un po’ più di speranza. eccoci con un po’ più di saggezza, ce ne andiamo come siamo venuti arrivederci fratello Mare (N.H.)

Negli occhi quel bacio in bianco e nero, travolgente.