Tutta mia la città

Pagina di Tutta mia la città, pagina della canzone dell’Equipe 84, pagina che tutto tiene, perché, prima o poi, tutto serve; tutto si ricicla, sano principio, tutto si può adattare o riadattare, alla bisogna.

Tutta mia la città, anche senza il simpatico (insomma) Maurizio Vandelli, perché dobbiamo rammentare – imperativo categorico – che forse possiamo disporre degli oggetti quando ci servono per esigenze pratiche, ma le persone sono sacre e inviolabili: condividono con noi una parte o un percorso completo; è una loro scelta libera e autonoma e per questo possiamo solo nutrire riconoscenza e gratitudine e, se mutano idea, non solo rientra nei diritti personali inalienabili, ma siamo tenuti a rispettarle, a non sentirci delusi, o peggio, defraudati da nostre presunte, inesistenti “spettanze divine“. Senza discussioni, di alcun genere e tipo.

Tutta mia la città, anche perché, nel futuro prossimo, già presente, la stragrande maggioranza dell’umanità si traferirà in ambienti urbani e le megalopoli non saranno merce rara, anzi, diventeranno la realtà con la quale saremo chiamati a confrontarci ogni giorno, sperando ci siano ancora giorni nostri. Per questo sarebbe opportuno, cosa buona e giusta quanto mai, cominciare da subito (ieri) fare i conti dell’oste o dell’ostessa – per così scrivere – con l’entità che, bene o male, volenti o nolenti, ha mutato in modo radicale il nostro stare al mondo, la nostra stessa visione del mondo, le nostre prospettive e opportunità; tutte.

Lo sostiene con la forza delle idee, con convinzione e con il beneficio incontrovertibile dei dati il professore e naturalista Stefano Mancuso: “le metropoli (megalopoli, purtroppo senza Megaloman) sono il luogo, lo strumento più evidente della nostra aggressione violenta all’ambiente; oltre il 70% del consumo mondiale di energia e il 73% di risorse naturali sono a carico loro“.

Identificato il vero, enorme problema che oscilla sulle nostre capocce come la lama di Damocle, sappiamo anche che quella stessa spada letale che prima o poi ci colpirà, può diventare, grazie a noi e al lavoro minuzioso e subitaneo, la soluzione vincente: le città vanno riprogettate in senso umano e ambientale. Senza tentennamenti, senza furbe formule di comodo. Se ogni edificio sarà solare, sostenibile, sede di orti e piante, se ogni città ospiterà alberi e aree verdi e arboree, se smetteremo di produrre senza posa oggetti inutili e inutili, inquinanti imballaggi, possiamo farcela. Con soddisfazione e lungimiranza ammirevoli. Scegliere continua la navigazione o kaputt dipende solo da noi.

Come ammonisce sempre il professor Mancuso, tra pochi anni alle nostre porte non busseranno poche migliaia di persone che ci fanno sentire in difficoltà e minacciati; si sposteranno nei luoghi più accoglienti del globo, miliardi di emigranti: in cerca di una vita sana, pacifica e giusta, a causa di mutamenti climatici insostenibili. Non saranno i sovranismi, non saranno i muri, non saranno gli eserciti o i droni a poterli fermare.

35, questo numero deve diventare una sorta di comandamento, un’ossessione, la certezza che superato questo limite del corpo umano, per noi popoli della Terra non ci sarà più domani;

35° C corporei, 40° C nell’aria che respiriamo, 75% di umidità: oltrepassate queste colonne d’Ercole – oltre a rendere impossibili gli allevamenti degli animali e la coltivazione della campagna – l’uomo sarà una vaga rimembranza, un racconto, una leggenda di Miyazaki (magari).

Per chi, non siamo in grado di saperlo.

P.S. Per chi volesse saperne di più, trarre ispirazione: Fitopolis, la città vivente (Laterza, pagg. 176, euro 18)