Pagina dei viaggi; in prospettiva, in teoria: grandi.
Del resto, in contumacia di grandi speranze – non spira proprio l’ossigeno migliore – dobbiamo accontentarci e fare di necessità virtù, come direbbero antichi, consunti, ormai archiviati saggi. Per conferma, chiedere lumi e campanelle a Charles, Dickens.
Ossigeno migliore, un ottimo proposito; sarebbe sufficiente quello respirabile, in grado di irrorare le fondamentali cellule neuronali, in grado di mantenere attivi e forti i polmoni; per tutte le idee – vere – per tutte le esplorazioni. Auspicabilmente.
Un avverbio che ho sempre considerato elegante, eppure inconcludente. A scrivere il vero non si crea letteratura e i maestri in genere, del genere (no degenere) sconsigliano in modo netto – nettamente? – l’utilizzo, soprattutto sconsiderato e prodigo, di avverbi. Non aborrire, per carità – ché qualcuno mai potrebbe offendersi – ma non tracimare; denota scarsa varietà linguistica, simpatia per stratagemmi facili, voglia di appesantire e rendere la lettura assai sgradevole.
Auspicabilis, latino tardo, nel senso di antico, non tonto. Assonanza evidente con auspicio, da avis (uccello) e spicio (osservare); come dire, presagio di cose future – potenziali, non ancora concrete – mediante l’osservazione del volo dei pennuti. Traete da soli i segnali del domani, senza abusare di ottimismo o del suo inevitabile contrario.
Vorrei esprimere un ultimo sogno, un sogno mai sognato, nuovo, enorme – sennò che atmosfera onirica sarebbe? – definitivo; scrivere un’antologia di racconti, come Pedro Almodovar, il regista cinematografico spagnolo, contaminato (non in negativo) dalle circostanze della realtà madrilena. Concedermi l’irriverenza, dopo opportuna reverenza ai mostri sacri della Cultura, non cedere all’insulsa autobiografia, coltivare con cura meticolosa l’originalità e l’utopia, soprattutto l’ironia. Potrei forse non salvare qualcuno, aprirgli qualche percorso alternativo, i punti di vista e quelli interrogativi.
Invoco la benedizione di Ulisse, di Shakleton, di HP (Hugo Pratt), di Freya Madeleine Stark, di Alfonsina Strada; le vostre imprese, le vostre volontà, le vostre intuizioni siano le mie bussole, apotropaiche.
Vorrei cadessero su di me gocce pesanti e soprattutto pensanti di Burt; Lancaster, certo non trascurabile, meglio Bacharach, potendo optare. Un uomo in rima, non per forza baciata, con la Musica, un uomo che con naturalezza ha conquistato 70 volte la Top 40 Usa, 52 quella di Sua Maestà (sponda londinese): non più la Regina, il Re; purtroppo non Artù. Canzoni, inni per cause umanitarie, colonne sonore divenute Storia di film cinematografici a loro volta assurti a pietre miliari dell’Arte, in senso stretto e in senso lato.
In tutto questo, mancano – tanto – le Donne; è un vulnus voluto, ricercato, perché le Donne sono, malgrado le orripilanti convinzioni degli uomini (presunti tali), le sole signore e padrone del Mondo, dell’Universo della Bellezza. Le stanze sono vostre, gli ambienti spaziali sono vostro esclusivo appannaggio, praterie sconfinate per le Vostre risorse, per la Vostra inesauribile creatività.
Trasformate i sogni in utopie, le utopie in progetti: in fondo, come sosteneva Mandela, i veri vincitori sono sognatrici/tori che non si sono mai arrese/i.
